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Storia dell'arte medievale tra oriente e occidente

Lineamenti di storia dell'arte bizantina

Introduzione all'arte bizantina

La nozione di arte bizantina corrisponde sostanzialmente a 3 cose:

  • Per il grande pubblico questa nozione definisce tutte quelle icone che, a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica, inondano il mercato antiquario.
  • Per le persone di media cultura sono “bizantini” i mosaici medievali del territorio di Ravenna e dintorni, senza distinzioni di tempo e luogo.
  • Per chi dispone di una cultura più raffinata “arte bizantina” è sinonimo di “maniera greca”, cioè la produzione pittorica in particolare tavole a soggetto sacro. A questa maniera in Italia venne subito contrapposto Giotto e i pittori toscani quali Pisano, Cimabue, Duccio da Boninsegna.

Il mosaico fu la tecnica artistica prediletta dai bizantini per la decorazione monumentale; la maggior parte di essi, visibili nel nostro territorio, sono eseguiti da manifatture orientali.

Qual è l'arte bizantina?

Questa categoria rientra tutta la produzione artistica, architettonica, scultorea, miniaturistica, delle arti suntuarie di tutti quei territori soggetti politicamente all'Imperatore Bizantino, detto Basileus, che risiede a Costantinopoli, nell'arco di tempo che va dalla scelta della sede a Costantinopoli ad opera di Costantino nel 324 fino alla caduta della città stessa il 29 Maggio 1453 per mano di Maometto II il Conquistatore (fondatore dell'Impero Ottomano perdurato fino alla fine della Prima Guerra Mondiale).

Sotto la definizione di “arte bizantina” rientrano anche tutte le produzioni artistiche di quei territori che nel corso dei secoli dipesero dalla cultura bizantina, in particolare da Costantinopoli, che sono ad esempio i Regni dei Serbi e dei Bulgari, la Russia di Kiev, l’Armenia e la Georgia. Dopo la caduta della città parliamo di “arte post-bizantina” o “arte della Cristianità d'Oriente”. È politica e religiosa, e propagatrice di messaggi.

L'Impero Bizantino fu uno stato centripeto, con al centro Costantinopoli, unica metropoli del Mediterraneo. Capitale, sede imperiale e “nuova Roma”, erede delle tradizioni ellenistico-romane, sede del governo. È sede inoltre del Patriarca Ecumenico (l’Ortodossia non riconosce l’autorità del Papa di Roma) guida spirituale dell’Impero anche se sottomesso all’autorità dell'Imperatore, che ricevendo la carica direttamente da Dio, ha l’ultima parola anche in campo religioso. Molto poco conosciamo dell’arte bizantina, qualche Chiesa, perché trasformata in moschea, qualche fortino e torre, o le mura perché sempre utili contro gli attacchi nemici. Dei palazzi ricchi e delle case dei poveri non ci è rimasto nulla.

Il millennio bizantino

Il millennio bizantino (in realtà oltre 1100 anni) potrebbe essere definito in 5 grandi periodi:

  • Periodo paleobizantino (324-726) suddiviso ulteriormente in:
    • Età Costantiniana (IV secolo)
    • Età Teodosiana (fine IV-inizio V sec)
    • Età Giustinianea (VI secolo)
    • Età delle invasioni (VII secolo)
  • Periodo dell'iconoclastia (726-843)
  • Periodo mediobizantino (843-1204)
  • Periodo dell'Impero Latino (1204-1261)
  • Periodo tardo-bizantino (1261-1453)

Periodo paleobizantino (324-726)

Età Costantiniana: All'inizio di quest'età si pone la scelta di Costantino (306-337), unico imperatore dopo la sconfitta di Licinio, di fissare nel 324 la propria residenza nella cittadina greco-romana di Bisanzio. Bisanzio ha su 3 lati (N-S-E) il mare. Iniziano con Costantino i lavori per monumentalizzare del luogo e renderlo degno di ospitare il sovrano; viene posto come obiettivo quello di realizzare una città che possa diventare la “nuova Roma”. Il sito è spettacolare ma impervio, si trova sopra 7 colline (similitudine con Roma) che degradano verso il Mar di Marmara a Sud e a Nord verso quella lingua di acqua chiamata Corno d'Oro. Grazie a un grandioso sistema di livellamenti e terrazzamenti inizia la costruzione della nuova città. Dei monumenti edificati dall'Imperatore restano poche tracce archeologiche, ma molto è noto dalle fonti letterarie, in particolar modo dalla “Vita Costantini” di Eusebio, vescovo di Cesarea e stretto collaboratore del sovrano. Importante è anche la “Notizia Urbis Constantinopolitanae” del 425 che ci descrive la città divisa in 14 regioni. La via principale di questa città è la Via Ignazia.

Il foro e la colonna di Costantino

La splendida posizione geografica di Bisanzio è messa in risalto anche nella “Tabula Peutingeriana”, che è la copia medievale di una grande carta stradale dell’Impero Romano (del IV-V secolo) chiamata così dal suo scopritore Konrad Peutinger. Essa mostra la città con il suo promontorio che chiude l’imbocco del Canale del Bosforo, rappresentata in vignetta da una colonna che possiamo riconoscere nella colonna eretta in onore di Costantino accanto alla quale c’è la figura della “Tyche”, la personificazione della fortuna di Costantinopoli, alla quale fu attribuito il nome di “Anthousa” (=la Florida; Flora a Roma). È un’immagine di buon augurio che troviamo anche sulle monete coniate in quell’epoca che riportano dal dritto l’immagine del profilo di Costantino e dal rovescio la Tyche Anthousa, avvolta in un drappo, il capo coperto dal “modius”, seduta in trono con un alto schienale nell’atto di sorreggere una cornucopia e con un piede posato sulla prua di una nave, simbolo delle attività marinare della città. Proprio dove prima erano situate le necropoli, dinanzi alla porta di Tracia, sorse il grande complesso del Foro di Costantino, che nel corso dei secoli è stato devastato da incendi e terremoti. Dalle descrizioni si riesce a ricavare la vasta platea del Foro che doveva essere pavimentata da lastre di marmo, delimitata da portici colonnati a due piani uniti da monumentali archi che si aprivano a est sulla Porta Tracia e a ovest sulla Mese, la grande strada porticata che attraversava l’intera città. Vi erano numerose statue all’interno del Foro che purtroppo non ci sono pervenute. Ci sono pervenuti invece dei disegni realizzati da Lambert De Vos, artista fiammingo che soggiornò a Costantinopoli tra il 1574-75, essi sono raccolti nell' “Album Freshfield” nel Trinity College di Londra. Uno di questi disegni che rappresenta la Colonna di Arcadio, situata nell’omonimo Foro, dove in una parte di questa colonna è rappresentato “a volo d’uccello” il Foro di Costantino e si riconoscono alcuni gruppi di statue descritti dalle fonti e la Colonna di Costantino. La Colonna di Costantino fu costruita per l’inaugurazione della città avvenuta l’11 maggio 330, proprio in questo giorno fu posta al di sopra la colossale statua dell’Imperatore in veste di Apollo Helios in bronzo dorato che lo rappresenta nudo (=unione mondo pagano e mondo cristiano) assimilandolo al Dio Sole, con il corpo cinto da un diadema raggiato, seduto in trono nella mano sx regge la lancia e nella dx il globo. Questa statua fu più volte danneggiata dai terremoti e infine si infranse al suolo durante una violenta tempesta di vento nel 1106 e fu sostituita da Manuele I Comneno con una croce. La colonna è formata da 7 rocchi di porfido (materiale simile al marmo ricavato in Egitto, eccezionale per i monumenti, preferito dagli imperatori), divisi da serti di alloro gemmati. (serto=culmine di un rocchio, divide due rocchi). Forse vi era stata la richiesta di un’intera colonna, ma a causa del peso e della difficoltà nel trasportarla vennero realizzati questi rocchi del peso di 63 tonnellate l’uno. La base molto alta poggia su 4 gradini decorata nella parte inferiore da motivi floreali.

La novità della colonna non rimase un caso isolato, probabilmente in questo modo doveva essere fatta la Colonna di Leone I, dove si è ipotizzato che fosse situato il Colosso di Barletta. È una scultura possente, forse anticamente era alta 5 metri, restaurata nel '400. Emana una grande suggestione a causa del volto severo dell’Imperatore che delinea la tensione del condottiero. Il viso reca i segni del tempo, con dei tratti più marcati che delineano un’espressione torva e ghignante. Sulla fronte si appoggia la folta chioma con il diadema gemmato, le gote sono ricoperte da una rada barba disegnata con leggeri tocchi di scalpello, solcate da due rughe ai lati della bocca serrata. Le caratteristiche stilistiche rinviano la statua alla seconda metà del V secolo, quindi è identificabile con l’Imperatore Leone I.

Un’altra colonna basata sul modello di Costantino è la Colonna di Giustiniano, eretta in suo onore presso la Santa Sofia, e al di sopra doveva presentare una colossale statua dello stesso. La colonna aveva il fusto di muratura rivestito di placche di bronzo dorato decorate da serti di alloro orizzontali.

Il porfido, marmo degli imperatori

L’uso del porfido, il prezioso marmo rosso porpora estratto dalle cave del Mons Porphyrites o Mons Igneus in Egitto, era limitato alle divinità e all’Imperatore, ai suoi ritratti, alle sue architetture, a celebrare lui e la sua famiglia. Il valore sacrale del porfido deriva dal suo colore, difatti il color porpora era considerato il simbolo della sovranità. Le cave furono scoperte dai Romani al tempo di Tiberio e vennero statalizzate. Dal II secolo in poi venne sempre più utilizzato anche nelle architetture, fino a divenire binomio regalità-divinità. La lavorazione veniva eseguita ad Alessandria. Fu utilizzato ad esempio nei Tetrarchi di Venezia. La “Tetrarchia” era un sistema ideato da Diocleziano che prevedeva, in ogni dislocazione dell’Impero Romano, la reggenza di 2 Cesari e 2 Augusti. L’arredo del “Philadelphion”, un grande slargo monumentale che segnava la biforcazione della strada principale, la Mese, era completato da varie sculture di porfido che celebravano Costantino e la sua famiglia. Vi doveva essere un pilastro con dei rilievi ispirati alla sua vita, sormontato da una croce gemmata e dai simboli della Passione, due gruppi statuari: uno raffigurante Costantino e la moglie Elena e l’altro raffigurante i figli all’indomani della morte del padre intenti ad abbracciarsi, manifestazione di amore fraterno. Questa statua si ipotizzò fossero i Tetrarchi e l’ipotesi fu avvalorata dal ritrovamento di un frammento di porfido con la parte posteriore di un piede, esattamente la parte ricostruita e mancante in una delle due coppie di statue che si trovano in Italia, a Venezia a Piazza San Marco a guardia del Palazzo dei Dogi. Le figure evidenziano l’uguaglianza gerarchica e la concordia dei detentori del potere. Databili tra 305-312. Un’altra statua raffiguranti i Tetrarchi si trova all’interno dei Musei Vaticani a Roma, essi però sono più piccoli, meno rifiniti ed esprimono energia primitiva, quasi brutale. Entrambe le coppie dei Tetrarchi di Venezia comprendono una figura glabra e con una barba resa con piccoli tocchi di scalpello. La struttura stessa della testa con i capelli, le rughe che solcano la fronte, le arcate sopracciliari, gli occhi che fissano con pupille molto dilatate e la bocca stretta sono caratteristiche in comune tra le 4 figure. Tutti indossano l’abito militare con tunica manica, la corazza è stretta da un cinturone chiamato “paludamentum”, gemmato, allacciato sulla spalla destra. Anche le scarpe e i foderi delle spade, con impugnatura a testa d’aquila sono gemmati. La testa è coperta da un copricapo cilindrico detto “berretto pannonico”, con fori dove vi si potevano applicare una corona metallica o delle gemme.

I sarcofagi imperiali

Il corpo di Costantino venne deposto nel Mausoleo dei Santi Apostoli. L’interno del Mausoleo era movimentato da nicchie, rivestito da lastre di marmo, soffitto dorato e al centro un altare. Il sarcofago di Costantino era sistemato nella nicchia in mezzo, dirimpetto all’entrata, ai lati vi erano i sarcofagi di Costanzo II e Teodosio II; nelle altre nicchie c’erano i sarcofagi di Marciano e sua moglie Pulcheria, poi Leone I, Zenone, Anastasio. L’utilizzo dei sarcofagi imperiali di porfido si ricollegava alle cerimonie di consacrazione dell’imperatore defunto nelle quali il corpo veniva ricoperto di porpora come la maschera mortuaria di cera. Per le spoglie dell’Augusta Elena, madre di Costantino, deposte nel Mausoleo Imperiale di Tor Pignattara sulla Via Labicana a Roma, venne riutilizzato un grande sarcofago di porfido con scene di battaglia. Il corpo della figlia Costantina venne racchiuso nel sarcofago creato appositamente per lei, collocato nel Mausoleo di Santa Costanza, sulla Via Nomentana a Roma, decorato con festoni sul coperchio e ampi girali di foglie d’acanto e pampini d’uva che circondano eroti vendemmianti sulla cassa. Fino al 1208 i sarcofagi di tutti i personaggi imperiali erano stati collocati nei mausolei e nelle “stoai” della Chiesa dei Santi Apostoli. Dalle descrizioni delle fonti, soprattutto dal “De Cerimoniis” di Costantino VII Porfirogenito, si capisce che i sarcofagi imperiali di porfido dovevano essere 9: quello di Costantino, Costanzo II, Giuliano l’Apostata, Gioviano, Teodosio I, Arcadio e quello di sua moglie Eudossia, Teodosio II, Marciano e sua moglie Pulcheria. Per molti imperatori il porfido fu anche la prima cosa che videro appena nati. L’ambito titolo di “Porfirogenito” (=nato nella porpora) significava essere nato nella “stanza di porpora”, la cosiddetta “Porphyra”, un edificio di forma quadrata con tetto piramidale che esisteva nel Grande Palazzo Imperiale di Costantinopoli, da dove si vedeva il mare e le cui pareti e il pavimento erano interamente rivestite di lastre di porfido. Molti altri momento della vita di un imperatore erano connessi a questo marmo prezioso come ad esempio i pavimenti dei palazzi in cui abitava, oppure quando tornava al Grande Palazzo si fermava a pregare su una “rota” di porfido collocata al centro del pavimento del vestibolo, la Chalke ovvero la porta dove spesso sostava la sua salma prima dell’ultimo saluto. Alcune di queste “rotae” si sono conservate perché riutilizzate nelle moschee e nei palazzi dei sultani. Allo stato attuale, comunque, in tutto vi sono 8 sarcofagi di porfido esistenti a Istanbul, difficili da attribuire a qualche imperatore poiché non vi sono epigrafi ne fonti, l’unico potrebbe essere quello di Giuliano che è tipico perché di forma cilindrica ritrovato nel 1916. In ambito occidentale il porfido venne utilizzato per i sepolcri regali di Valentiniano II e dell’ostrogoto Teodorico, le cui spoglie vennero deposte nei loro mausolei.

L'ippodromo

Il punto nodale della città confina oggi a est con la Moschea Blu e a ovest con edifici ottomani. Costruito precedentemente da Settimio Severo, viene ampliato da Costantino, misurava 126 metri di larghezza e 450 metri di lunghezza. Il terreno scosceso verso il mare rese indispensabile la costruzione di imponenti sostruzioni, ancora oggi visibili, per colmare il dislivello in corrispondenza della curva, chiamata “Sphendone’”, parte circolare utilizzata per far girare i carri. Fu aggiunta una loggia imperiale, detta “Kathisma”, che era una struttura formata da due piani che metteva in comunicazione il Palazzo agli spalti, ciò creava un ideale collegamento tra Imperatore e sudditi. Un tempo vi era anche la zona dei Carceres, con al centro il cosiddetto Colosso, un obelisco in muratura realizzato sotto Costanzo II, in sostituzione di quello portato a Roma (oggi al Laterano); vi è anche il grandioso obelisco di Teodosio del 390 e infine la Colonna Serpentina, di bronzo, chiamata così per l’intreccio di 3 serpenti e in punta delle teste. Fu il luogo dell’inaugurazione della città l’11 maggio 330; della rivolta del 532 sotto Giustiniano che mise a ferro e fuoco la città finendo nel sangue; teatro di un grave incendio. Di questo ippodromo, molto probabilmente dovevano far parte il celebre gruppo dei Cavalli di San Marco, rimossi nel 1204 dalla balconata sopra l’apertura dei carceres, trasportati a Venezia e posti sulla facciata della Basilica Marciana. Nel XIII secolo era già fatiscente, cadde in rovina e divenne cava di materiali per le costruzioni ottomane, come ci illustra Panvinio nel 1600 in un disegno.

Età Teodosiana

Teodosio (379-395) chiuderà definitivamente i templi pagani e farà del Cristianesimo la religione di Stato. Diede un contributo sostanzioso a livello urbanistico e costruì un nuovo foro, il Foro di Teodosio sulla Mese, databile tra 386-393. Il Foro è di forma quasi quadrata e forse riprendeva il Foro di Traiano a Roma. Vi si entrava tramite un grandissimo arco trionfale forse a tre fornici o diviso da 4 colonne, dove le colonne rappresentavano tronchi d’albero dai rami segati; sulla sommità di tali colonne erano scolpite mani giganti che stringevano questi tronchi, ciò sta a sottolineare le origini della Dinastia Teodosiana, ovvero simboleggia la “Clava di Ercole”, divinità protettrice dell’Imperatore Romano. Il Foro ospitava una grande colonna coclide (=col fregio a spirale), crollata all’inizio del 1500, ma ne restano alcuni frammenti nel Bagno del Sultano Beyazit II. Al figlio di Teodosio, Arcadio (395-408) andò l’Impero d’Oriente mentre a suo fratello Onorio spettò l’Occidente: è la definitiva scissione dell’Impero. Ad Arcadio dobbiamo il Foro di Arcadio in cui fa erigere la colonna coclide, abbattuta nel 1700, che conosciamo tramite numerosi disegni, la maggior parte provenienti dall'”Album Freshfield”, posta lungo la strada principale e datata 402-421. Questa Colonna presenta raffigurazioni a strati: le donne rappresentano le “città turrite” che portano omaggi, al centro il grande serto gemmato con...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/01 Storia dell'arte medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Poggiogufo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'Arte Medievale tra Oriente e Occidente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Guiglia Alessandra.
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