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Gli archivi nella società contemporanea

Di Isabella Zanni

Riassunto di Archivistiva, libro consigliato Rosiello

Una necessaria approssimazione

Definizioni fuorvianti di archivio. Versione francese del lemma «archivio» del dizionario di tecnologia archivistica:

  • Insieme di documenti che, quali che siano la loro data, forma, supporto materiale, prodotti o ricevuti da qualsiasi persona fisica o morale e che sono conservati sia da chi li ha prodotti o dai suoi successori, siano trasmessi alle istituzioni archivistiche.
  • Istituzione responsabile dell’acquisizione, conservazione, inventariazione e consultazione degli archivi.
  • Edificio o parte di esso in cui sono conservati e dati in consultazione gli archivi.

La nozione è dunque complessa e va confrontata con quella che troviamo nella famosa (ed. it. Encyclopédie 1758):

Dicesi di antichi titoli o carte che contengono i diritti, le pretese, i privilegi di un casato, una città, un regno; dicesi anche di luogo dove si conservano tali titoli o carte.

Un confronto tra le due definizioni è indicativo per comprendere i cambiamenti della nozione di archivio negli ultimi secoli. Il lemma dell'Encyclopédie fa riferimento esclusivamente ad archivi cartacei, per di più definiti quindi appartenenti al passato. Nel lemma del Dictionary non è presa in considerazione una singola tipologia di archivi e non è il supporto cartaceo a caratterizzare la definizione; essi possono inoltre essere di qualsiasi data. Nel Dictionary c’è inoltre una locuzione, ovvero «insieme di documenti» che è connotativa del concetto di archivio. È il concetto di insieme connotato da relazioni e nessi che caratterizza il concetto di archivio.

La realtà archivistica

1. Caratteristiche

Gli archivi contengono documentazione prevalentemente di natura pratica, connessa ad attività svolte da vari soggetti pubblici o privati che l’hanno posta in essere in risposta a diverse esigenze. Nascere, sposarsi, frequentare le scuole primarie, pagare le tasse, fare testamento, morire, ecc. sono tutti fatti che danno luogo a documentazione archivistica. Essa serve sia ai soggetti produttori che l’hanno posta in essere per propria memoria, sia alle persone interessate alla visione di pratiche, per avere certificazioni, attestati, ecc.

La documentazione archivistica non registra però l’intero operato dei soggetti produttori, essa è un «residuo di un’attività di gestione»: nella maggior parte dei casi la si può ritenere memoria-autodocumentazione, insieme di materiali a cui si fa ricorso per ricordarsi di quanto è stato fatto, per attestare o difendere diritti di vario genere. L’archivio può essere però anche una forma di auto-rappresentazione, un modo di trasmettere una certa immagine di sé ed è evidente soprattutto quando si tratta di soggetti privati. Gli archivi sono messi in essere da quanti vogliono o devono farlo, la maggior parte della documentazione archivistica è legata dunque al potere, perlomeno quello della scrittura.

2. Archivi cartacei

La varietà dalle documentazione archivistica è un fatto. Negli anni diversi son stati gli organi, enti, persone che l’hanno prodotta, così come diverso è stato il significato ad essa attribuito, o i supporti su cui è stata redatta. All’uso della pergamena, molto diffuso sino alla metà del Duecento, subentra in seguito quello della carta, mentre oggi si utilizzano molto supporti elettronici. Gli archivi contemporanei sono caratterizzati da una tipologia documentaria molto differenziata: «letteratura grigia», ovvero materiale a stampa di diversi tipi: fotografie, lucidi, film, manifesti, registrazioni, ecc.

3. Archivi digitali

I documenti informatici non hanno soppiantato quelli cartacei: il passaggio al digitale non sarà né semplice né breve e dovremmo abituarci a vivere in un sistema ibrido. Il tipo di supporto su cui vengono redatti i documenti cambia la natura stessa dei medesimi: essi non sono più un intreccio di contenuto-forma-supporto. I documenti digitali non costituiscono entità fisiche indipendenti, connotate da perdurante staticità: sono instabili a causa dell’obsolescenza di hardware e software. Inoltre, questi 'nuovi' documenti presentano problemi anche riguardo l’autenticità e l’affidabilità.

4. Modi organizzativi della memoria documentaria

I documenti archivistici sono di natura pratica e per rispondere ad esigenze pratiche sono in vario modo organizzati. L’organizzazione data alla propria memoria documentaria varia nel tempo e in rapporto alla tipologia documentaria. Sino alla fine del ‘700 le varie forme di governo hanno adottato modi in parte simili, in parte difformi a seconda delle tendenze di archiviazione. In certi casi prevaleva l’ordine cronologico, in altri le carte sono raggruppate per tipologia o formato o per materie. Nei secoli che vanno dal ‘100 al ‘500 gli archivi erano ritenuti luoghi preziosi da proteggere, mentre nel periodo ‘500-‘700 divennero uno strumento nelle mani del potere, un arsenale di armi giuridiche. Tra il ‘200 e il ‘700 convivono in Italia due esigenze:

  • Archivio-sedimento: inteso come spontaneo sedimento documentario di un’attività;
  • Archivio-thesaurus: inteso come deliberata, sistematica, selezione costituita per scopi pratico-operativi (tramite cui l’élite dominante lascia un’immagine di sé).

Fino al ‘700 si registra prevalenza dell’archivio-thesaurus, dalla seconda metà del ‘900 dell’archivio-sedimento. La caduta degli antichi regimi trascina con sé l’utilità della memoria documentaria in possesso dei singoli uffici: agli inizi dell’’800 si verifica un vero e proprio cambiamento nella struttura e organizzazione degli archivi pubblici. Brenneke ha affermato che si è verificata una sorta di «rivoluzione all’interno del sistema archivistico, avviata dalla Rivoluzione francese». In quel periodo quindi viene delineato un progetto classificatorio molto importante: prevedeva che i documenti fossero registrati in appositi registri di protocollo e classificati secondo particolari titolari, in base a determinati «titoli», «classi», «categorie». La registrazione in protocollo garantiva l’impossibilità di future modifiche di sorta.

Conservare il presente-passato

1. Addensamenti e rarefazioni

Il materiale archivistico reca tracce delle specifiche vicende storico-archivistiche che lo hanno trasformato. Scarsi o inesistenti sono i documenti archivistici durante l’Alto Medioevo, documenti sciolti, in pergamena scritti in latino: l’uso dei documenti in questo periodo era riservato ai chierici. L’uso della funzione giuridica della scrittura si estende nel basso Medioevo: le monarchie dell’Italia meridionale, i comuni e le signorie si danno strutture politiche: la scrittura assume quindi grande importanza e viene utilizzata anche in campo civilistico. Protagonisti di primo piano diventano i notai, riconosciuti persone di publica fides. Sono tra le più antiche raccolte di questo periodo: si tratta di compilazioni di cartolari documenti attinenti ai diritti dei comuni sui territori soggetti. Grande è anche il numero di registri relativi a sessioni e deliberazioni di consigli comunali, all’amministrazione fiscale della giustizia civile e penale. A partire dal ‘300 e fino al ‘500 si formano le cosiddette «serie», raggruppamenti di documenti collocati in sequenze cronologiche e si formano veri e propri archivi. Sino alla fine del ‘700 si è ritenuto che la documentazione archivistica avesse un’utilità prevalentemente funzionale. Il passaggio dall’area ‘amministrativa’ a quella ‘culturale’ non è stato semplice e lineare. All’inizio dell’’800 iniziò a farsi strada l’idea che le masse documentarie prodotte nei sei secoli precedenti e che non avevano alcuna utilità pratica, potessero essere usate come strumenti di concreta memoria del passato.

2. Strategie e pratiche conservative

Durante il primo decennio postunitario si parlò molto di archivi. Nel 1874 venne fatta la scelta di far dipendere gli archivi dal Ministero dell’Interno: un secolo dopo, nel 1974 fu revocata e gli archivi passarono sotto la giurisdizione dei Beni culturali. Il nodo di fondo era capire se gli archivi dovessero essere considerati più fonti storiche o più come documentazione utilizzabile in maniera politico-amministrativa. Gli archivi diventano fonti storiche, ma nascono in connessione ad «affari» (Bonaini).

Nel 1939 venne istituita una legge che stabilì l’istituzione di un Archivio di stato in ogni capoluogo di provincia. Tramite essi, lo stato, intendeva conservare e trasmettere alla posterità la propria memoria.

Selezione-trasmissione dei documenti cartacei

La documentazione ottocentesca e quella novecentesca presentano dal punto di vista delle pratiche conservative, problemi diversi e nuovi rispetto a quella dei secoli precedenti. Esplosione documentaria del ‘900: da collegare all’ampio raggio di azione e alla capillare presenza dello stato nella vita. Nella seconda metà del ‘900 la gamma di soggetti produttore s’è ampliata (imprese, istituti di credito, partiti, sindacati, cooperative, ecc.). Conservare tutto questo materiale è quindi impensabile, inoltre l’eccessiva quantità di documentazione non favorisce la sua utilizzazione. L’attività conservatrice implica quindi la selezione: la posizione conservatrice non annovera molti seguaci. Lo stato continua ad amministrare la maggior parte degli istituti archivistici, ma non è l’unico protagonista delle strategie conservative e ha perso il ruolo di mediatore indiscusso. I modelli di conservazione non sono più statocentrici.

La selezione-trasmissione dei documenti digitali

Le pratiche di conservazione-distruzione per i documenti cartacei sono svolte alla loro produzione, mentre per quanto riguarda i documenti digitali ciò non è possibile. Per garantire la conservazione a lungo termine dei documenti, la loro leggibilità occorre progettarne l’eventuale trasmissione fin dalla loro stessa nascita. Non basta prevedere la loro conservazione-selezione nel momento della produzione, occorre seguirla passo passo lungo la loro intera vita soggetta a molti cambiamenti. La vita dei documenti digitali non è dunque statica. Conservare documenti digitali costa molto di più che conservare quelli cartacei. In ambiente digitale inoltre non si conservano oggetti, ma la capacità di riprodurli. Conservare vuol dire trasformare. A causa dell’obsolescenza di hardware e software occorre migrare dati da un supporto all’altro. Ulteriore problema è quello dell’integrità e autenticità. A livello internazionale sono stati messi a punto diversi sistemi, tra cui il progetto InterPARES che formula modelli per la conservazione a lungo termine.

Libertà, limitazioni, divieti

1. Fine degli arcana imperii

Sino alla fine del ‘700 il materiale archivistico rimaneva presso lo stesso soggetto produttore ed era ristretto a piccole cerchie. Gli estranei ai meccanismi del potere non potevano accedervi. Piccole eccezioni sono il Pubblico generale archivio dei contratti di Firenze (1569) e l’archivio pubblico bolognese (XIII sec. in poi). Fino alla fine del XVIII secolo gli archivi erano per così dire «segreti» non accessibili al pubblico. Dalla fine del ‘700 si vanno delineando nuovi modi di considerare gli archivi. Si fa strada l’idea che la loro consultazione non sia più un privilegio, ma parte delle garanzie e dei diritti del cittadino. Il passaggio degli archivi da un regime di segretezza ad uno di libera consultabilità non è però stato né rapido né semplice.

Il primo testo di legge in questo senso è un provvedimento emanato in Francia il 7 messidoro anno II (25 giugno 1794): «qualsiasi cittadino potrà richiedere in ogni deposito nei giorni e ora da stabilirsi di poter consultare gli archivi ivi conservati»: nonostante ciò la legge non riguardava tutti i tipi di documenti né comprendeva tutte le esigenze, ma solo i titoli di proprietà. In Italia un provvedimento in questo senso arrivò nel 1808 da Gioacchino Murat, re di Napoli, in cui venne istituito un Archivio generale. Nemmeno dopo la nascita nel 1852 a Firenze dell’Archivio centrale di stato l'idea di accesso libero si affermò pienamente.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

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