Archivistica generale
Dall'Unità d'Italia nacque la necessità di conferire un'uniformità amministrativa al nuovo stato italiano: nel 1865, una commissione adempì a questo compito tramite una legge, applicata poi dal 1 gennaio del 1866, per la regolazione della struttura dello stato con una politica che vede al suo interno l'intenzione di amministrare anche i beni culturali ponendoli sotto il Ministero della Pubblica Istruzione; lo stesso non accadde per gli archivi, che andarono invece sotto il Ministero dell'Interno.
Il referendum del 1946 e la costituzione
Nel 1946 venne fatto un referendum per decidere se conservare in Italia la monarchia o passare alla repubblica (con il primo voto anche femminile), col quale vinse la seconda scelta. C'è la necessità di avere una Costituzione redatta dall'assemblea costituente che entrerà in vigore il 1 gennaio 1948.
Il Ministero dei Beni Culturali
Giovanni Spadolini e il presidente del consiglio Aldo Moro, due politici ma soprattutto illustri uomini di cultura, approvarono in Parlamento la formazione, nel 1974, del Ministero dei Beni Culturali, comprendente i cinque tipi di beni culturali, cioè quelli monumentali, archeologici, artistici e archivistici e librari; per i beni archivistici però furono chiamati gli stessi archivisti italiani a decidere a quale ministero appartenere, con la successiva decisione per il Ministero dei Beni Culturali.
Nel 1975 il Ministero cambiò nome in Ministero per i Beni e le Attività Culturali, includendo così anche musica, teatro e danza. Agli inizi degli anni Novanta entrarono a far parte dell'elenco anche i beni demoetnoantropologici. Il Ministero aveva però difficoltà di gestione a causa della mancanza di fondi e Spadolini dopo un certo periodo consegnò le dimissioni (con la celebre frase "Questo non è il ministero che ho creato!").
Legislazione e organizzazione archivistica
Ogni bene culturale è regolato da una propria legge ed ha una propria direzione generale. Nel 1999 venne emanato un Testo Unico riguardante tutti i beni culturali che dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale si rivelò pieno di errori e, in seguito a vari tentativi di correzione, la legge venne abrogata in toto (cioè eliminata): in sostituzione venne emanato nel 2004 il definitivo Codice dei Beni Culturali del Paesaggio.
L'Archivio di Stato, o in generale qualsiasi archivio, è un complesso di documenti unici, a differenza ad esempio di una biblioteca che si configura come una raccolta di copie di vario tipo: c'è una differenza concettuale tra archivio e raccolta. L'organizzazione archivistica in Italia è quella fissata dal Ministero dell'Interno e regolata dal D.P.R. 1409 del 1963, che dice che ogni capoluogo di regione deve avere una Sovrintendenza Archivistica e che ogni capoluogo di provincia deve avere un Archivio di Stato.
Le sezioni di archivio
Ci furono e ci sono tutt'ora casi di città che pur non essendo capoluoghi di regione presentano grandi ed importanti quantità di materiale archivistico: in questi casi la legge permette fino a quaranta Sezioni di Archivio possibili. Può essere il caso di Prato che, essendo stata in precedenza sotto la provincia di Firenze, era sezione dell'Archivio di Stato fiorentino, ma che una volta divenuta provincia fu privata del titolo di Sezione e trasformato in Archivio di Stato. In Toscana si hanno tre casi del genere: Prato, appunto, Pescia, sezione della provincia di Pistoia e perfino più importante, e Pontremoli, sezione della provincia di Massa. Il Ministero sceglie di aprire le sezioni in base a dati storici.
La situazione preunitaria
Nella situazione preunitaria gli archivi di stato non erano presenti in tutti i capoluoghi ma solo nelle città che erano state capitali degli stati preunitari e che raccoglievano una documentazione molto ricca della precedente istituzione (per cui la loro fruizione era molto riservata): contenevano molti tipi di documenti tra i quali pergamene, carte e papiri rarissimi, e tutta la documentazione dall'origine all'unità d'Italia.
Le origini della disciplina
Le origini della disciplina partono da una sorta di archivio composto da tavolette ritrovato ad Ebla, in Siria, nel quale queste vennero ritrovate impilate le une sull'altre: da questo è stata riconosciuta la presenza del concetto di archivio anche in tempi antichi, riguardo argomenti di carattere economico, politico, sociale e religioso.
Negli archivi dei secoli a venire sono stati ritrovati vari tipi di documenti, dalle epigrafi, cioè iscrizioni o testi esposti su un supporto non deperibile, alle tavolette di vario genere, fino alla pergamena: questo nuovo supporto vivo, fatto di pelle animale, aveva il problema di dover essere ingrassato per nutrirlo ed evitarne così la frantumazione, ma dava l'opportunità di conservare meglio i documenti rispetto ai supporti fino ad allora utilizzati.
Per la sua conservazione in archivio venne deciso, per la grande quantità di documenti e la grande dimensione di molti di essi, di arrotolare "il diplomatico", che se era ben nutrito poteva tranquillamente essere così conservato ma, se lasciato seccare, al suo srotolamento poteva spezzarsi; con l'arrotolamento si ebbe anche il problema dato dalla forma che la pergamena andava ad assumere, che creava una grande difficoltà di consultazione, e la creazione di numerose pieghe, dovute al tentativo di farle riacquistare la distesa forma originaria, con conseguente danneggiamento del testo.
Per la sua natura di supporto vivo, tuttavia, laddove l'inchiostro si fosse sbiadito o completamente dissolto, è stato possibile recuperare tutti i testi grazie ai solchi che la "mano pesante" dello scrivano incideva con la penna. In archivio ogni pergamena è accompagnata dal file informatico della propria foto del retto e del verso, e nel caso in cui sia presente anche un sigillo, sia di ceralacca che metallico o pendente, gli viene riservato lo stesso trattamento archivistico.
Un momento ancora più importante è stato quello di arrivo della carta, il materiale che ha rivoluzionato il sistema di gestione dell'archivio. Il primo documento cartaceo comparve nell'archivio di Genova ai primi del 1200, una scrittura di tipo notarile: la carta arriverà per prima a Genova in qualità di porto mercantile. La prima carta era di ottima qualità e molti di quei documenti si sono perfettamente conservati fino ad ora.
Con la carta i problemi sono cambiati, da quello dell'ingrassamento, al contatto frequente con insetti e parassiti che distruggono interi archivi (Lupus, tarme, pesciolini d'argento), oppure al contatto con l'acqua o il fuoco. Vari metodi di eliminazione dei parassiti, preservando il documento, sono quelli operati in mancanza di ossigeno, che poi sono i metodi dai quali si è tratto un tipo di sistema antincendio per archivi e biblioteche: nel luogo dell'incendio viene sottratto completamente, o in parte, l'ossigeno presente, impedendo al fuoco di avanzare o spegnendolo.
La digitalizzazione dei documenti
La rivoluzione successiva alla carta che ha preso piede negli ultimi anni è la sostituzione dei documenti scritti cartacei con quelli informatici, o comunque un trasferimento di essi su supporto digitale: dalla creazione di un documento digitale possono passare cinque anni dopo i quali lo si deve riversare per legge su un altro supporto per non incorrere nel rischio di non leggerlo più; questo comporta avere macchine sempre all'avanguardia, un fattore economicamente molto dispendioso, ed anche non avere la certezza che tutte le informazioni migrino al cento per cento. In archivio si possono ritrovare documentazioni quali cassette video e audio, pizze e pellicole. Oggi sappiamo che il supporto non cartaceo più longevo, di una durata di almeno ottanta anni, e di più facile duplicazione, è il microfilm.
Il diritto romano e la protezione degli archivi
Il diritto romano era contrario allo spostamento, un tempo molto frequente, di parti di archivio durante la guerra: i principi e gli imperatori si portavano infatti in battaglia parti di documenti utili alla causa che però non erano al sicuro perché, in caso di sconfitta, intemperie o trasporto scorretto, potevano andare perduti o peggio cadere in mano al nemico che aveva la facoltà di distruggerli o falsificarli.
Durante le guerre, ma questo ad ogni tempo, non solo in epoca di diritto romano, l'archivio era la prima cosa che veniva distrutta perché conteneva gli attestati dei diritti e dei privilegi di una nazione: se questa non poteva dimostrarli, per i rivali, non ne aveva.
Gli archivi di stato in Italia
In ogni capoluogo di provincia viene istituito un Archivio di Stato perché ogni regione ha una serie di istituzioni rappresentanti lo stato italiano, come prefetture, tribunali, questure, catasti, ovvero emanazioni del potere centrale sul territorio, che producono un'enorme quantità di documentazione. Quando gli atti dei vari enti compiono quarant'anni vengono versati negli archivi di stato: l'Archivio di Stato nasce dunque come "archivio di concentrazione" poiché raccoglie per legge tutti i documenti statali.
- Archivio corrente: archivio che corrisponde alla documentazione dell'anno in corso, dal 1 gennaio al 31 dicembre, gestito dall'ufficio protocollo (regolato dal registro di protocollo, cartaceo o informatico) che si trova in tutte le istituzioni pubbliche e statali; possiamo affermare che l'archivio corrente coincida con il registro di protocollo dell'anno corrente.
- Archivio di deposito: verso febbraio/marzo dell'anno seguente, una volta chiuso il registro di protocollo, il protocollista passa a ritirare da tutti gli uffici le pratiche concluse e le versa nell'archivio di deposito dove giacciono per quarant'anni, previa riorganizzazione e dopo aver superato un'attenta operazione di scarto.
- Archivio storico: superati i quarant'anni e lo scarto, i documenti vengono spostati nell'archivio storico e non possono più essere scartati ma catalogati e conservati; si redigono poi i mezzi di corredo, ovvero guide, elenchi e inventari.
I documenti pubblici, come ad esempio quelli degli ospedali, non necessariamente vanno versati nell'Archivio di Stato, mentre per quelli statali è obbligo. Gli archivi statali devono conservare e accogliere anche gli archivi storici dei soggetti statali sul territorio. Gli archivisti dell'Archivio di Stato controllano gli archivi delle varie istituzioni statali nella fase corrente, operando la funzione di sorveglianza; gli archivi dei soggetti pubblici, non statali, ed in alcuni casi anche privati, sono invece controllati dalla Sovrintendenza Archivistica con funzione di vigilanza. Gli archivi privati dichiarati "di notevole interesse storico" sono assoggettati ai controlli perché facenti parti del bene pubblico.
Il concetto di archivio privato nasce in Italia prematuramente, rispetto al resto dell'Europa, già a metà dell'Ottocento: tuttavia rimane un concetto moderno che si affermerà solo verso il 1930; quando si parla di archivio quindi si parla sempre di archivio pubblico a meno che non ci siano specificazioni. L'archivio pubblico ha per primo e da sempre valore giuridico, un valore seguito da quello degli archivi privati (che potevano contenere, ad esempio verso la fine del Settecento, gli attestati dei privilegi della nobiltà, di tipo pubblico, dati dalle autorità pubbliche o dall'imperatore, o di tipo ecclesiastico, dati dalla chiesa). Quando il documento nasce, ha prevalente valore giuridico, nell'archivio corrente e in quello di deposito: nel tempo questo valore diminuisce ed acquista principalmente valore culturale, nell'archivio storico.
Spostare un archivio è considerata una pratica vietata perché significa desemantizzare i documenti dal contesto originario; controllare le pratiche di spostamento è compito della Sovrintendenza Archivistica. La Sovrintendenza Archivistica possiede un suo archivio personale ma svolge...