Archivi prima della scrittura
È assodato che le prime forme grafiche, anteriori all’invenzione della scrittura, ebbero lo scopo di registrare, conservare e trasmettere la memoria secondo un determinato modo di organizzazione della stessa, ossia un contenuto tipicamente archivistico. In Italia, la più antica registrazione grafica della memoria è costituita dalle figurazioni rupestri della Val Camonica, risalenti a circa 10 mila anni fa.
Archivi degli etruschi
I primi documenti scritti sono invece più tardi, all’epoca degli etruschi. Tuttavia, se degli archivi dell’antica Roma si hanno molte notizie, soprattutto da fonti letterarie, in altri casi le informazioni mancano totalmente. È il caso degli etruschi. Per quanto riguarda questi ultimi, però, pur nella mancanza degli archivi, alcune informazioni sono desumibili da documenti superstiti. Le poche notizie che si hanno sugli archivi etruschi fanno desumere che, per alcuni versi, essi fossero simili agli archivi romani, sui quali invece si hanno moltissime informazioni.
Gli archivi esistevano sia nelle città-stato, che nei templi e gli archivisti erano gli scribi, che accompagnavano i magistrati e avevano il compito di redigere i documenti ufficiali e quelli necessari alla gestione statale. Analogamente, gli scribi dei templi redigevano testi sacri e scritture inerenti all’amministrazione e alla gestione dei templi stessi.
Le materie scrittorie adoperate dagli etruschi erano simili a quelle usate dai romani:
- Tavolette di legno per i testi più brevi
- Rotoli di tela di lino per i testi più lunghi, scritti in colonne verticali
L’esistenza di documenti su questi due tipi di materiali è attestata anche da pitture etrusche e sculture. I documenti, invece, di particolare solennità erano incisi su tavolette di bronzo.
Archivi della Magna Grecia
Dalle colonie greche nella Magna Grecia e nella Sicilia si hanno pochi documenti singoli, su lamine di metalli reperiti nelle varie località. L’unico piccolo gruppo di documenti proviene da un tempio di Zeus in Calabria, che ora si trova nel Museo Nazionale di Reggio Calabria. I documenti sono essenzialmente di natura economica, inerenti all’accensione ed alla restituzione di prestiti, pagamenti di tributi, donazioni, ecc.
Archivi nell’antica Roma
Origine privata degli archivi romani
Come nel caso degli etruschi e delle colonie della Magna Grecia, la documentazione superstite è molto scarsa, ma si hanno moltissime testimonianze letterarie, specialmente nella letteratura giuridica. Nella vita pubblica e nei rapporti giuridici fra privati prevaleva la forma orale. I più antichi archivi, perciò, sono quelli familiari, risalenti, secondo un’ipotesi di Andrea Carandini, agli ultimi tempi del periodo regio. Ogni famiglia di un certo livello economico teneva la propria contabilità in un codex accepti et expensi, mentre le famiglie più agiate avevano addirittura un archivista per la gestione dell’archivio.
Dall’archivio privato al pubblico
Particolarmente illuminante è apparso lo studio di Giordano Cencetti sugli archivi di Roma in età repubblicana, in particolare negli ultimi secoli della Repubblica. Secondo lo storico si potrebbe parlare di “archivi romani” soltanto molti secoli dopo la fondazione di Roma. Come già detto, di opposta versione sembra essere Carandini. D'altra parte gli archivi pubblici derivano da quelli privati. Mano a mano i magistrati cominciarono a prendere nota delle loro attività e via via vennero a formarsi i commentarii (diari quotidiani, che il magistrato redigeva della propria attività) e gli acta (decreti, decisioni, deliberazioni che contenevano un ordine o un comando, assenti invece nei commentarii).
I commentarii vennero all’inizio considerati semplici appunti personali, di proprietà del singolo magistrato tabulae privatae. Ma con il passare del tempo si concluse, verso appunto la fine dell’età repubblicana, che questi documenti avessero la natura di tabulae publicae, riferiti quindi non più alla persona singola del magistrato, ma piuttosto alla carica che questi rivestiva. A ciò si legava l’obbligo di tramandare questi documenti al proprio successore, facendo nascere così la serie archivistica.
Nell’archivio i documenti erano versati sotto forma di libelli, formati da più tavolette di legno. In età repubblicana i documenti erano conservati nel tempio di Saturno, insieme con l’aerarium. Nel I secolo a.C. venne costruito il Tabularium, quale sede dell’archivio dello Stato.
Fondi e serie dell’archivio centrale romano
Sulla base della storia delle istituzioni produttrici dei documenti e della prassi amministrativa, Cencetti ha identificato una ventina di serie nella documentazione dell’Aerarium Saturni e del Tabularium.
Archivi della Chiesa in età romana
Anche la Chiesa romana ebbe il suo archivio, le cui prime origini si fanno derivare dalla registrazione degli atti dei martiri, ordinata dal Papa Clemente I alla fine del primo secolo. Nel Liber pontificalis, inoltre, si legge che il Papa Antero I, nella prima metà del III secolo, ordinò la redazione da parte dei notai, degli atti dei martiri e la conservazione di questi documenti, che costituiscono il primo nucleo dell’archivio della Chiesa. L’archivio era considerato fra i beni più preziosi:
- L’antiquitas dei documenti era un valido elemento di veridicità
- La fides delle scritture conservate negli archivi era tale che Ignazio, vescovo di Antiochia, registrava l’affermazione secondo cui alcuni non avrebbero creduto nemmeno al Vangelo se non lo avessero trovato negli archivi.
Archivistica del mondo romano
I documenti di ciascun ufficio erano conservati separatamente e non erano separati né uniti in base all’argomento trattato. Al contrario, veniva applicato un rigoroso rispetto dei fondi e i documenti si disponevano secondo l’ordine medesimo in cui erano spediti o ricevuti. Presso gli uffici centrali dell’Impero romano si era sviluppata una pratica archivistica raffinatissima, tuttavia, non sembra che alla fine dell’età repubblicana l’ordinamento archivistico fosse così accurato.
In epoca imperiale, parallelamente alla diarchia senato-imperatore, si costituirono archivi distinti:
- Senatorio
- Imperiale, che con il rafforzarsi del potere dell’imperatore acquisì un’importanza maggiore
Per quanto riguarda gli archivi locali, già in epoca repubblicana ogni città aveva il proprio, soprattutto per la conservazione dei documenti di carattere fiscale. Era abbastanza frequente la redazione di documenti in due esemplari:
- Uno conservato in sede locale
- L’altro conservato a Roma, nel Tabularium e poi nell’archivio imperiale. Questo veniva ritenuto autentico e degno di maggior fede rispetto al primo.
In merito alla separazione dei due archivi, senatorio e imperiale, poiché le province erano anch’esse gestite dall’uno o dall’altro potere, è ipotizzabile che i documenti delle province imperiali fossero conservati nell’archivio imperiale, mentre quelli delle province senatorie nell’altro.
Nell’età di Costantino molte amministrazioni, sia centrali che periferiche, godevano dello ius gestorum, ossia del diritto di ricevere nei loro registri gli atti o le dichiarazioni dei privati e di rilasciare copie sfidanti ogni contestazione. Il versamento dei documenti all’archivio non solo mirava ad assicurarne la conservazione, ma anche a garantirne l’autenticità.
Inoltre, nel mondo romano non esisteva una differenziazione fra la gestione dei documenti presso gli uffici e l’archivio dei documenti antichi. Tuttavia, è notevole che nello scrinium memoriae imperiale prestassero servizio non meno di quattro antiquarii, che potrebbero essere considerati degli archivisti paleografi.
Per quanto concerne la consultabilità dei documenti, di particolare rilievo appare la decisione di Cesare di redigere ufficialmente e di rendere consultabili a tutti i cittadini gli acta senatus et populi Romani. L’uso degli archivi da parte dei cittadini per motivi giuridici era generalizzato ed era ampia la consultazione. Quanto, invece, all’utilizzazione degli archivi per gli studi da parte di vari storici (Polibio, Tacito, ecc.), si tratta di un fatto attestato già in epoca repubblicana e ancora di più in quella imperiale. Nell’archivio imperiale le ricerche avvenivano tramite i regesta (elenchi di documenti).
Medioevo e Rinascimento: formazione dell’archivio
Nei secoli dell’alto Medioevo scomparve la grande produzione documentaria che era stata caratteristica del mondo romano e gli archivi si organizzarono quasi esclusivamente presso alcune categorie di istituzioni ecclesiastiche: monasteri, vescovati, ecc.
I sovrani ed i grandi feudatari dell’alto Medioevo ebbero archivi di consistenza di gran lunga minore rispetto a quelli del mondo classico. Con la formazione dei Comuni e la rinascita del diritto romano, invece, si tornò ad una produzione sempre più ampia di documenti, soprattutto dopo l’introduzione della carta.
L’archivio è soltanto quello costituito da chi gode dello jus archivi e questo è strettamente connesso con la sovranità. Da ciò deriva anche la pubblica fede attribuita al documento redatto dal notaio. Proprio attraverso l’attività del notaio si costituisce l’archivio comunale. Il comune nasce come organismo di fatto e la documentazione posta in essere dai suoi magistrati gode di pubblica fede soltanto in quanto redatta da una persona dotata di publica fides, quindi dal notaio.
Talvolta, però, il comune crea notai che coesistono con i notai di nomina imperiale, come nel caso di Genova. Dal XIII secolo si afferma il famoso assioma della scienza del diritto per cui il re all’interno del proprio regno, ha gli stessi poteri che ha l’imperatore in tutto l’impero universale, quindi gode anche dello jus archivi. Bartolo da Sassoferrato estende questo principio ai Comuni liberi, parlando di civitates sibi principi (città che esercitavano entro la propria giurisdizione gli stessi poteri che esercitava l’imperatore).
Il Comune è, in origine, un’associazione volontaria che fonda la propria autonomia su concessioni imperiali e pontificie. L’archivio, dunque, in origine non è altro che il deposito dei titoli probativi e costitutivi dei diritti comunali. Quando poi il comune estende il suo intervento anche ai rapporti dei singoli, il compito di testimoniare tali rapporti è demandato all’archivio.
L’archivio, denominato, Camera actorum nasce a Bologna come vero ufficio comunale, alla metà del Duecento.
La nascita dell’archivistica
Il secolo in cui, per la prima volta, si hanno delle riflessioni teoriche sulla disciplina è il Seicento. Con la nascita del comune si evidenziano due figure particolarmente significative che rimarranno come basilari nella storia degli archivi e dell’archivistica: il notaio d’ora in poi il documento che farà pubblica fede è attribuito al documento redatto dal notaio. Per tre motivi:
- La redazione notarile è una redazione che fa testo dal punto di vista giuridico
- Attraverso l’attività dei notai per la prima volta si costituisce la struttura dell’archivio comunale
- La nascita della figura del notaio ha un diretto collegamento con la politica: tutti gli atti politici fra stati, regioni ed enti, devono essere selezionati dal notaio
Il notaio, inoltre, ha una funzione di novità sotto altri aspetti, perché esso è al centro di una disputa fra impero e comune: molto spesso il comune in Italia si sgancia dall’impero nominando notai autonomi. Questo significa che il comune ritiene la propria legislazione pari a quella dell’impero e attraverso la figura del notaio ratifica la propria autonomia legislativa. La scuola notarile più importante dell’epoca in Italia è quella bolognese. La scuola giuridica bolognese dei notai è al centro di una nuova giurisdizione europea. Il massimo notaio fu Bartolo da Sassoferrato.
L’archivio, dunque, nasce a Bologna come camera actorum, come, quindi, insieme degli atti e nasce all’incirca alla metà del Duecento, con due funzioni precise:
- L’importanza del deposito della scrittura all’interno dell’archivio
- Il notaio che si sostituisce al podestà, egli quindi può fare delle veci quasi politiche e può essere un sostituito della massima rappresentanza politica della città
L’importanza del notaio si evince anche nel rapporto con le università:
- A Roma l’università si rivolge al notaio pubblico per le sue necessità di documentazione
- A Pavia molte lauree si trovano in atti notarili e non nell’archivio proprio dell’Università
Analogamente agli enti ecclesiastici, che avevano un proprio archivio, con propri documenti privati o legati ad enti da loro controllati. Chi entrava nell’ordine monastico donava il proprio archivio personale alla chiesa. A parte monaci e preti di basso livello tutta la parte monacale della chiesa era ad appannaggio di grandi famiglie nobiliari, quindi chi entrava nella chiesa svolgeva un ruolo politico estremamente significativo. Per questo motivo molti archivi della chiesa sono ricchissimi di documentazione privata. Gli enti ecclesiastici conservavano nel proprio archivio sia documenti a loro pertinenti, sia documenti di privati ed enti ad essi pervenuti, primo fra tutti per assicurarne la conservazione. Inoltre, chi entrava in un ordine religioso era solito lasciare ad esso il proprio archivio, tant’è che si è detto che la Chiesa italiana fosse una Chiesa notarile.
Il deposito di documenti da parte di privati e di famiglie, poi, era un fenomeno comune e normale, tanto che gli archivi di chiese e monasteri erano ricchissimi di documenti di provenienza privata.