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Archeologia urbana di Roma

Definizione

La disciplina dell'archeologia urbana a Roma è relativamente nuova e consiste nella ricerca archeologica in un centro urbano pluristratificato volta alla ricostruzione dell'intera sequenza insediativa, senza privilegiare una fase cronologica o monumentale rispetto ad un'altra. Pluristratificato non indica solo la presenza di una pluralità di strati archeologici, ma di una molteplicità di fasi di vita e di utilizzazione. Oggetto specifico è l'analisi di questa continuità.

Fonti principali

Le fonti principali su cui si fa affidamento sono:

  • Fonti archeologiche: scavo stratigrafico, analisi dei monumenti.
  • Fonti documentarie: cartografia, documenti di archivio, fonti narrative, fonti iconografiche, toponomastica.

La città racconta la sua storia dalla sua stessa forma, e vari esempi sono a Piacenza, Lucca (Piazza Anfiteatro) e la stessa Roma col Teatro di Pompeo.

Principali studiosi e sviluppi storici

I principali studiosi di archeologia urbana nella tradizione antiquaria della Roma papale sono:

  • Carlo Fea (1753 – 1836)
  • Antonio Nibby (1792 – 1839)
  • Luigi Canina (1795 – 1856)
  • F. Gregorovius (1810 – 1891): "Il 20 Settembre 1870, Roma è passata in un solo giorno dal Medioevo all'età moderna."

Con la conquista di Roma nel 1870, accrebbero gli interessi verso l'archeologia e per il passato, soprattutto per motivi politici ed ideologici:

  • 8 Novembre 1870: istituzione della Regia Sovrintendenza.
  • 15 Novembre 1870: avvio degli scavi nel Foro Romano.
  • 2 Dicembre 1870: acquisizione allo Stato del Palatino (prima proprietà francese).
  • 31 Dicembre 1870: acquisizione allo Stato di Villa Adriana e di Ostia Antica.

Nel 1870 i 2/3 della superficie dentro le Mura Aureliane era disabitata. Solo venti anni dopo, Roma quadruplica i suoi abitanti anche per il fatto di essere diventata capitale del nuovo Regno. Si assiste ad uno scontro tra gli edifici moderni e quelli antichi, con i primi ad avere la meglio e quelli antichi che subiranno grandi distruzioni. La cultura, ovviamente, non reagisce bene a queste distruzioni. Rodolfo Lanciani e Christian Hulsen sono tra i maggiori studiosi della Roma antica. A Lanciani dobbiamo un testo importante la "Forma Urbis Romae" con oltre 40 mappe della città con segnati tutti i monumenti antichi e medievali. Contemporaneamente alle distruzioni, in altre zone si avviano scavi mirati, come quelli di Giacomo Boni, con un grande progresso metodologico.

Col Fascismo l'esaltazione torna ai massimi livelli. Le linee guida vengono tracciate dallo stesso Mussolini nel discorso che egli fece al neo governatore di Roma il 31 Dicembre 1925: si dovevano liberare i monumenti antichi dal tessuto urbano che li ha soffocati nel corso dei secoli. Ripreso pertanto le distruzioni. Attivo in quegli anni è Giuseppe Lugli, fondatore della "Scuola romana di Topografia antica", il quale mostra ancora una volta un interesse per il passato e lo studio delle fonti. L'obiettivo era localizzare i monumenti analizzando le fonti a riguardo. A Lugli si devono alcuni lavori come la ricostruzione della topografia di Roma in età imperiale, base essenziale per il plastico di Roma del Museo della Civiltà Romana.

Sviluppi internazionali e nuovi strumenti di indagine

Nel frattempo in Gran Bretagna grandi progressi si ebbero grazie ai lavori di Martin Biddle, che negli Anni '60 fece importanti scavi nella cattedrale di Winchester (1961 – 1973), che permisero di conoscere la pianta della basilica primitiva. Si può considerare il primo scavo di archeologia urbana vera e propria in quanto non si predilesse una fase su un'altra. In questo periodo nascono nuovi strumenti di indagine, come la valutazione dei depositi, ovvero analizzare la probabilità che in un deposito ci possano essere reperti archeologici. Applicazione di questo a Roma si ha nella Crypta Balbi e ai Fori Imperiali.

Fonti cartografiche antiche

Tipi di cartografie usate includono:

  • Zenitale: rappresentazione formalizzata non naturalistica. Consiste nella proiezione di tutti i punti su un piano parallelo. Molto precisa dal punto di vista metrico.
  • A volo d'uccello: simula una veduta naturalistica di uno spazio da un punto in alto. Più imprecisa dal punto di vista metrico.

Fin dalle più antiche testimonianze abbiamo l'uso della rappresentazione zenitale (affresco di Catal Huyuk, Papiro delle miniere, tavoletta di argilla di Nippur). La prima testimonianza romana con sistema zenitale risalente al periodo imperiale è la Forma Urbis Romae, trovata a fine XVI secolo, scavando nell'area retrostante la chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Ad oggi rimangono circa 1200 frammenti, meno del 10% dell'originale. La Forma Urbis era incisa su un marmo di origine greca. Molti di questi frammenti sono andati perduti, ma rimangono dei disegni degli studiosi antiquari. Questi frammenti dovevano essere caratterizzati da policromia, ad oggi andata del tutto perduta per i trattamenti che essi hanno subito nel corso del tempo. Solo un pezzo proveniente dal Foro della Pace presenta ancora segni di colore.

Per quanto concerne la cronologia, indizi ci vengono da un'iscrizione che nomina l'imperatore Settimio Severo e suo figlio Caracalla. Ciò permetterebbe di datare la Forma Urbis tra il 198-209 d.C. o, meglio ancora, tra il 203-209 d.C. grazie alla rappresentazione di un monumento inaugurato da Settimio Severo proprio nel 203 d.C. (Settizonio).

Piante riferite a Roma

Dopo una perdita di interesse nei secoli successivi, la Forma Urbis torna in auge nel corso del XIX secolo. Il primo che ripubblica un'edizione critica moderna è uno studioso tedesco, molto sfortunato nel suo lavoro, in quanto, l'anno successivo alla pubblicazione, vennero trovati circa 600-700 frammenti, rendendo del tutto vana questa opera. Bisognerà attendere la metà del XX secolo perché 4 grandi studiosi si prendano l'impegno di fare una pubblicazione, nel 1960, a cui seguirà un'edizione aggiornata con altri frammenti localizzati ed identificati dallo studioso Emilio Rodriguez Almeida. Un progetto della Stanford University prevede una scansione di tutti i frammenti per darne una rappresentazione in 3D.

Ad un certo punto della sua storia la Forma Urbis scomparve, forse verso l'VIII secolo, durante la spoliazione degli edifici nel corso del Medioevo. Una conferma sembra arrivare da alcuni frammenti che presentano tagli ben precisi a provare un loro riutilizzo. La Forma Urbis non è l'unica pianta riferita a Roma, ce ne sono molte altre, simili alla Forma Urbis per la scala (1:240 – 1:252), ma diverse per altre cose. Esse sono molto più raffinate e caratterizzate da scritte che non solo indicano i monumenti, ma anche i proprietari di determinate strutture (caso particolare, sono quasi tutte donne). La più importante di queste tavole è la pianta di Via Anicia, dove è rappresentato il Tempio di Castore e Polluce, uno dei pochi templi stando a Vitruvio, con ingresso sul lato lungo. In tale pianta, lungo le banchine del Tevere, sono rappresentati alcuni numeri, forse misure di distanza in piedi romani, ad indicare un chiaro utilizzo in campo catastale di tali frammenti. Ultimo grande esempio è la Tabula Peutingeriana, risalente al XIII secolo, ma probabilmente una copia di un originale del IV secolo, costituita da fogli di pergamena di 12 metri che rappresenta l'Impero Romano in base al suo sistema stradale, in una maniera molto particolare. Essa ci mostra come le tipologie topografiche si adattassero ai vari usi.

Cartografia medievale e moderna

Le piante medievali sono estremamente diverse da quelle antiche: esse fanno uso di un forte simbolismo per rappresentare la realtà. Al centro di tali mappe (sempre orientate ad Est, dove si pensava esserci il Paradiso Terrestre) vi è Gerusalemme, città chiave nella storia del cristianesimo e quindi nella storia del tempo, impregnato delle mentalità cristiana. Attorno a tale città si organizza il resto del mondo, diviso da grandi distese d'acqua, come il Nilo o il Mediterraneo.

La prima rappresentazione di Roma dopo la Forma Urbis, è contenuta nell'Itinerarie de Londres a Jerusalem del 1250 circa ad opera del pellegrino Matthew Paris, il quale, realizza una carta del suo viaggio a Gerusalemme. Egli, passando anche per Roma per la sua grande importanza, ne realizza un disegno molto schematico, in cui la città è descritta solo attraverso alcuni monumenti e 2 porte. Tre delle 4 chiese che egli disegna (San Paolo, San Pietro e la Chiesa del Quo Vadis) sono fuori dalla Mura, tra i monumenti si segnalano il palazzo del Laterano.

Importante rappresentazione è il Mappamondo di Ebstorf, della prima metà del XIII secolo. È la classica rappresentazione del mondo, con Gerusalemme al centro e in cui la religiosità è testimoniata dal Cristo che, con i suo arti disposti ai 4 estremi, sembra abbracciare il mondo intero. Ovviamente è rappresentata anche Roma, sempre in maniera molto schematica. Accanto al disegno di Roma compare un leone con la scritta "secundum formam leonis inchoata est Roma": ciò riporta la leggenda secondo la quale il tracciato delle mura di Roma disegni la forma di un leone.

Proprio in un testo del 1300 circa, il Liber Ystoriarum romanorum, Roma è rappresentata come un leone. Il simbolismo in tale carta si ritrova negli edifici rappresentati e si nota subito la mancanza totale di chiese. Per spiegare tale fatto bisogna ricordare che al tempo Roma era al centro degli scontri tra potere temporale e potere spirituale e tale scontro si giocava anche dal punto di vista cartografico: i monumenti rappresentati, tutti monumenti antichi, diventano simbolo della Roma passata e il leone diviene simbolo araldico del libero Comune di Roma.

Per tutto il Medioevo la rappresentazione di Roma continua ad essere simbolica e compendiata, ovvero la realtà viene compendiata da alcuni monumenti tipici. Negli stessi anni però vi sono anche carte più realistiche della città come quella della Chronologia Magna del 1320 circa di Fra Paolino da Venezia. Abbiamo qui una forte attenzione all'orografia della città e in qualche modo la disposizione dei monumenti sembra rispecchiare la disposizione reale.

Col passare del tempo le rappresentazioni vanno sempre più a standardizzarsi, grazie ad un modello non noto che fu usato come base per molto tempo e da molti cartografi: esempi se ne ritrovano un po' ovunque come a Siena con l'affresco di Palazzo Pubblico ad opera di Taddeo di Bartolo.

Dobbiamo aspettare oltre un secolo affinché si affacci un nuovo modello base, con una rappresentazione più reale della città. Importante in tale caso è la Tela di Mantova, successiva al 1538: per la prima volta è rappresentata la distinzione tra abitato e disabitato. Roma è rappresentata dalla parte del disabitato. Interessante è la realizzazione di tale carta in quanto essa è una pianta a volo di uccello costruita da 3 punti di vista diversi sovrapposti. Si è anche pensato che la Tela di Mantova fosse opera di Leon Battista Alberti, che si è interessato in vita di cartografia e scrisse un manuale sulla realizzazione di una pianta.

Passando all'epoca moderna il primo esempio di pianta è quella di Leonardo Bufalini del 1551. Essa nasce con finalità archeologiche. Egli rappresenta la forma degli isolati, senza però riprodurre l'edilizia corrente (non era la sua finalità), ma rappresenta i monumenti antichi e le grandi strutture emergenti (palazzi) e le Chiese (su tutte quella dei Santi Apostoli, la prima con 3 absidi). Il suo lavoro è frutto di una grande selezione. Tale pianta dà un'immagine di Roma prima delle grandi trasformazioni che essa subirà ed è difficile riportarla in base alla pianta moderna.

Cartografia di Roma in età moderna

Nel 1500 le cose cambiano e le rappresentazioni non sono più simboliche, ma ci dicono qualcosa anche riguardo la città. La carta del Bufalini sarà l'ultima rappresentazione zenitale per oltre due secoli. Dopo Bufalini le principali rappresentazioni sono a volo d'uccello. Tra di esse ricordiamo:

  • Ugo Pinard – 1555
  • Mario Cartaro – 1576
  • Etienne Duperac – 1577
  • G. Tempesta – 1593
  • G. Maggi – 1625
  • G.B. Falda – 1667 la più bella di quelle Seicentesche.

Per dare la terza dimensione esse sono costrette ad ampliare a dismisura gli spazi vuoti ed ecco perché sono poco affidabili per misurazioni metriche. Momento importante nella storia della cartografia è la carta del Nolli del 1748. Egli riceve la commissione per una nuova carta da parte di antiquari che necessitano di una base per inquadrare i monumenti antichi. Essa è frutto della cultura dell'Illuminismo ed è di incredibile precisione nonostante i mezzi del tempo al punto che è accostabile ad una carta moderna. Essa si confà di alcune caratteristiche particolari, come la distinzione tra grigi e bianchi ad indicare la distinzione tra aree private e pubbliche (i palazzi delle famiglie sono aree pubbliche). Tale mappa fu subito usata come mezzo amministrativo.

Nascono in questo periodo (soprattutto in Francia) i primi catasti. Il primo catasto di Roma, noto come catasto Pio – Gregoriano, è diviso per Rioni. Ogni particella edilizia ha un numero a cui è assegnato un libro apposito, detto brogliardo. Questo catasto si basa sulla carta del Nolli, aggiornata con i cambiamenti avvenuti nel corso del tempo. I lavori catastali proseguono fino al 1829, con la Direzione Generale del Censo che usa sempre la carta del Nolli come modello.

Ulteriore passo in avanti si ha con le prime foto aeree. La prima si realizza a bordo di un dirigibile nel 1911. La fotografia aveva assunto sempre di più un ruolo centrale nello studio del territorio: frutto di tutto questo sarà il nuovo catasto di Roma.

Rappresentazioni iconografiche

Le rappresentazioni iconografiche ci mostrano un edificio o parte di una città secondo la vista dell'occhio umano, invece le rappresentazioni cartografiche sono sempre frutto di una elaborazione metrica. Le informazioni che le rappresentazioni iconografiche ci trasmettono sono molto diverse rispetto a quelle cartografiche: esse ci dicono l'aspetto di un edificio, come si sviluppa il tessuto urbano e in maniera indiretta anche le particolarità della nuova edilizia.

Importante esempio è un affresco trovato nei sotterranei delle terme di Traiano agli inizi degli anni '90. Non si sa bene che città rappresenti, forse Pozzuoli o forse una città ideale e non una in particolare. Quello che all'artista interessava mettere in risalto erano gli edifici tipici di una città, il Foro, il teatro, le mura, tutti gli edifici.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/10 Metodologie della ricerca archeologica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxydance di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia urbana di Roma e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Santangeli Riccardo.
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