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Archeologia urbana di Roma

Appunti di Archeologia urbana di Roma basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Santangeli dell’università degli Studi di Roma Tre - Uniroma3, facoltà di lettere e filosofia, Corso di laurea in storia e conservazione del patrimonio artistico e archeologico. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Archeologia urbana di Roma docente Prof. R. Santangeli

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ESTRATTO DOCUMENTO

qualche modo la disposizione dei monumenti sembra

rispecchiare la disposizione reale.

Col passare del tempo le rappresentazione vanno sempre

più a standardizzarsi, grazie ad un modello non noto che

fu usato come base per molto tempo e da molti cartografi:

esempi se ne ritrovano un po’ ovunque come a Siena con

l’affresco di Palazzo Pubblico ad opera di Taddeo di

Bartolo.

Dobbiamo aspettare oltre un secolo affinchè si affacci un

nuovo modello base, con un rappresentazione più reale

della città. Importante in tale caso è la Tela di

Mantova, successiva al 1538: per la prima volta è

rappresentata la distinzione tra abitato e disabitato.

Roma è rappresentata dalla parte del disabitato.

Interessante è la realizzazione di tale carta in quanto

essa è una pianta a volo di uccello costruita da 3 punti

di vista diversi sovrapposti. Si è anche pensato che la

Tale di Mantova fosse opera di Leon Battista Alberti, che

si è interessato in vita di cartografia e scrisse un

manuale sulla realizzazione di una pianta.

Passando all’epoca moderna il primo esempio di pianta è

quella di Leonardo Bufalini del 1551. Essa nasce con

finalità archeologiche. Egli rappresenta la forma degli

isolati, senza però riprodurre l’edilizia corrente (non

era la sua finalità), ma rappresenta i monumenti antichi

e le grandi strutture emergenti (palazzi) e le Chiese (su

tutte quella dei Santi Apostoli, la prima con 3 absidi).

Il suo lavoro è frutto di una grande selezione. Tale

pianta dà un’immagine di Roma prima della grandi

trasformazioni che essa subirà ed è difficile riportarla

in base alla pianta moderna.

10/03/15 – Cartografia di Roma in età moderna

Nel 1500 le cose cambiano e la rappresentazioni non sono

più simboliche, ma ci dicono qualcosa anche riguardo la

città. La carte del Bufalini sarà l’ultima

rappresentazione zenitale per oltre due secoli. Dopo

Bufalini le principali rappresentazioni sono a volo

d’uccello. Tra di esse ricordiamo:

• Ugo Pinard – 1555

• Mario Cartaro – 1576

• Etienne Duperac – 1577

• G. Tempesta – 1593

• G. Maggi – 1625

• G.B. Falda – 1667 la più bella di quelle

Seicentesche.

Per dare la terza dimensione esse sono costrette ad

ampliare a dismisura gli spazi vuoti ed ecco perché sono

poco affidabili per misurazioni metriche.

Momento importante nella storia della cartografia è la

carta del Nolli del 1748. Egli riceve la commissione per

una nuova carta da parte di antiquari che necessitano di

una base per inquadrare i monumenti antichi. Essa è

frutto della cultura dell’Illuminismo ed è di incredibile

precisione nonostante i mezzi del tempo al punto che è

accostabile ad una carta moderna. Essa si confà di alcune

caratteristiche particolari, come la distinzione tra

grigi e bianchi ad indicare la distinzione tra aree

private e pubbliche (i palazzi della famiglie sono aree

pubbliche). Tale mappa fu subito usata come mezzo

amministrativo.

Nascono in questo periodo (soprattutto in Francia) i

primi catasti. Il primo catasto di Roma, noto come

catasto Pio – Gregoriano, è diviso per Rioni. Ogni

particella edilizia ha un numero a cui è assegnato un

libro apposito, detto brogliardo. Questo catasto si basa

sulla carta del Nolli, aggiornata con i cambiamenti

avvenuti nel corso del tempo. I lavori catastali

proseguono fino al 1829, con la Direzione Generale del

Censo che usa sempre la carta del Nolli come modello.

Ulteriore passo in avanti si ha con le prime foto aeree.

La prima si realizza a bordo di un dirigibile nel 1911.

La fotografia aveva assunto sempre di più un ruolo

centrale nello studio del territorio: frutto di tutto

questo sarà il nuovo catasto di Roma.

Rappresentazioni iconografiche

Le rappresentazioni iconografiche ci mostrano un edificio

o parte di una città secondo la vista dell’occhio umano,

invece le rappresentazioni cartografiche sono sempre

frutto di una elaborazione metrica. Le informazioni che

le rappresentazioni iconografiche ci trasmettono sono

molto diverse rispetto a quelle cartografiche: esse ci

dicono l’aspetto di un edificio, come si sviluppa il

tessuto urbano e in maniera indiretta anche le

particolarità della nuova edilizia.

Importante esempio è un affresco trovato nei sotterranei

delle terme di Traiano agli inizi degli anni ’90. Non si

sa bene che città rappresenti, forse Pozzuoli o forse una

città ideale e non una in particolare. Quello che

all’artista interessava mettere in risalto erano gli

edifici tipici di una città, il Foro, il teatro, le mura,

tutti gli edifici che nella mentalità romana definivano

una città in quanto tale. Altro caso è un affresco di

Pompei che rappresenta il teatro di Pompei preso in un

momenti preciso, ovvero durante gli scontri tra Pompei e

Nocera (scontri che poi portarono alla chiusura del

teatro di Pompei per 20 anni ad opera di Nerone).

Per la città di Roma, la rappresentazione di monumenti si

trova in alcuni reperti molto discussi, come il rilievo

degli Haterii, appartenente ad una sorte di imprenditore

edile dell’epoca. Tale reperto presenta alcuni monumenti

della città, alla cui costruzione forse aveva lavorato il

capofamiglia.

Altre informazioni ci giungono dalla monete, su cui sono

spesso raffigurati alcuni monumenti, accompagnate qualche

volta da iscrizioni che ci descrivono il monumento

stesso.

17/03/2015 – Rappresentazioni iconografiche

Le rappresentazione iconografiche nel Medioevo sono, come

già evidenziato, fortemente compendiare, ovvero la città

viene rappresentata mediante la selezione di monumenti

tipici. Si ricorda la rappresentazione di Roma ad opera

di Duc du Berry, il quale rappresenta Castel Sant’Angelo

in stile gotico piuttosto che con lo stile antico.

Col Rinascimento, si riscopre il mondo antico, e ciò fa

sì che gli artisti siano interessanti a studiare il reale

aspetto delle città. Per Roma si segnala il Codex

Escurialensis, del 1495 circa, conservato in Spagna, ad

opera del Ghirlandaglio o di un suo allievo: si tratta di

un insieme di schizzi e disegni, in particolare il

disegno del Foro di Nerva ci da informazioni precise sul

tempio di Minerva oggi scomparso perché abbattuto nel

‘600 dal Papa. Nel caso della rappresentazione

dell’Aventino, abbiamo la veduta di un paesaggio della

città che permette di evidenziare alcune particolarità

come la grande abbondanza di torri, cosa che da sempre

colpiva il visitatore che giungeva a Roma.

Importante artista è l’olandese Martin Van Heemskerk, che

soggiornò a lungo in Italia. La sua importanza deriva

dall’opera redatta a Roma che consiste in tanti disegni

della città. Sua è la rappresentazione del Settizonio,

monumento eretto sotto Settimio Severo (vedi Forma Urbis

marmorea), prima della sua demolizione. Van Heemsker non

si interessa solo di antichità, ma anche di strutture

moderne. A lui appartiene una visione di Roma a 360°

fatta dalla cima del Campidoglio. Tale rappresentazione

mostra anche il luogo dove un tempo venivano stesi i

panni che venivano lavati (una volta l’anno).

Vi è poi un grande tradizione di rappresentazione di Roma

tra XVII e XIX secolo, legata soprattutto al fenomeno del

Grand Tour, molto importate anche dal punto di vista

economico per le città interessate. Importanti sono

Stefano Della Bella, Giovan Battista Falda e soprattutto

Giovan Battista Piranesi. Ad inizio ‘800 l’apice è

toccato da Luigi Rossini e Bartolomeo Pinelli, il quale

riproduce una realtà diversa e rappresenta scene di vita

quotidiana con strutture secondarie in quanto l’interesse

verso l’antichità si affianca o passa in secondo piano

rispetto ad un interesse di tipo antropologico: quello

che colpisce Pinelli ed altri artisti è la visione di un

cultura primitiva ed arretrata.

A partire dal tardo ’600, gli artisti per la

realizzazione dei loro disegni, si cominciarono ad

avvalere della camera oscura, che usa lo stesso principio

della fotografia: l’immagine proiettata su uno specchio

viene ricalcata per farne una copia fedele al 100%. Il

primo ad usarla sarebbe stato Vermeer. In Italia essa

giunge grazie a Gaspar Van Wittel. Un altro grande

artista, Giovanni Paolo Pannin, aveva messo in piedi

un’officina di queste vedute, dove il visitatore poteva

prenotare il quadro che poi veniva copiato. Sul finire si

segnala Ettore Roesler Franz che realizza la serie di

acquerelli “Roma sparita” nei quali egli rappresenta Roma

negli anni subito precedenti alle grandi trasformazioni

post-unitarie.

La storie delle rappresentazioni della realtà in maniera

sempre più fedele culmina nel 1839 con l’invenzione del

dagherrotipo (primo vero metodo di fotografia). Nel 1840

a Parigi sono messi in vendita i primi dagherrotipi di

Roma.

23/03/15 – Fonti letterarie

Tale tipo di fonti, sono alla base degli studi di

topografia. La quantità di queste fonti è altissima e

molte di esse sono note solo agli specialisti del

settore. Il problema principale è capire se tale tipo di

fonti ci trasmettere informazioni utile allo scopo in

questione.

Colui che per primo a raccolto tutte le fonti antiche

riguardo i problemi di topografia è Giuseppe Lugli, con

la sua opera “Fonte ad Topographiam veteris Urbis Romae

pertinentes” in 8 volumi. Altro testo è “Lexicon

topographicum urbis Romae” a cura di E.M. Steinby.

Fonti principale di Roma sono i Cataloghi Regionari,

risalenti al IV secolo dove sono elencati, per ognuna

delle 14 regioni augusteee, tutti i monumenti principali,

permettendo di capire anche i vari confini tra le

regioni.

Il caso della Porticus Minucia

- Velleio Patercolo: parla delle guerra con i

Cimbri e i Teutoni. Ci dice che un certo M.

Minucio Rufo, trionfatore sugli Scardisci nel

106 a.C. è l’autore di quella Porticus nota.

- Fasti Filocaliani: ci dicono che il 4 Giugno si

verificava una festa nella Porticus.

- Festi Venusini: ci dicono che il 4 Giugno c’era

una feste dedicata ad Ercole Custode.

Dai due calendari, si è pensato ad un collegamento tra le

festa di Ercole Custode e la Porticus Minucia. Ciò

sembrerebbe confermato da un passo della Historia

Augusta, riguardo la Vita di Commodo dove si parla dei

segni che preannunciavano la morte dell’imperatore, come

il fatto che la grande statua bronzea di Ercole nel

Porticus sudasse.

Siccome si conosce la zona del Tempio di Ercole Custode

si è pensato per lungo tempo che la Porticus si trovasse

in quella zona. Ma negli anni 70 dallo studio della Forma

Urbis è emerso un pezzo con la scritta MINI: l’unico

monumento ricollegabile era proprio la Porticus che si

veniva a trovare in zona diversa rispetto a quella del

tempio di Ercole Custode. Dai Cataloghi sappiamo poi che

le Porticus dovevano forse essere due, e quindi il

dibattito risulta ancora ad oggi aperto.

Nel Medioevo si segnala l’Itinerario di Einsiedeln,

realizzato nell’omonimo monastero svizzero. Esso contiene

la più antica descrizione di Roma nel Medioevo elencando

11 percorsi (uno è extraurbano) che attraversavano la

città, scrivendo tutti i monumenti che si incontrano in

questi percorsi (più di 100). Per la cronologia, dalla

presenza di alcune chiese si è pensata ad una forbice tra

il 757/767 e il 847/855. Tradizionalmente si considera

una guida per pellegrini abbastanza particolare visto che

non descrive le grande basiliche martiriali. Per altri

invece si tratterebbe di una rappresentazione

cartografica della città, realizzato non con segni

grafici ma tramite il medium della scrittura.

Altra grande fonte è il Liber Pontificalis, una raccolta

di biografie dei Papi da Pietro fino a Martino V (1431).

Esso continue anche informazioni riguardo le opere

edilizie compiute dai pontefici.

Altra fonte sono i Mirabilia Urbis Romae, risalenti al

XII secolo, sono una raccolta di notizie su Roma con

grande interesse verso i monumenti antichi, creata forse

in connessione con la rivendicazione del legame con la

Roma imperiale in funzione anti-papale. I monumenti

tuttavia sono identificati in modo molto fantasioso.

Altra fonte è l’Ordo Romanus, di Benedetto Romano del XII

secolo, che descrive gli itinerari delle grandi

processioni papali e tutti gli atti che si compivano.

La Chronica del XIV secolo è la fonte più importante del

Basso Medioevo, è ad opera del cosiddetto Anonimo Romano

ed è scritta in una lingua molto distante dal toscano e

diversa dal romano che conosciamo.

Importanti sono anche i cataloghi della chiese che

elencano le chiese esistenti. Il primo è il catalogo di

Cencio Camerino (1192), che elenca 315 chiese, in ordine

topografico, informando anche del denaro che il Papa

donava. Seguono poi il catalogo di Parigi (1320 circa)

che elenca 379 chiese in ordine alfabetico e il catalogo

di Torino (1320 circa) che elenca 408 chiese in ordine

topografico.

Per conoscere tutte queste fonti ci sono i 3 volumi del

Codice topografico della città di Roma di Valentini –

Zucchetti. Per il Liber Pontificali, l’edizione critica è

quella del Duchesne in 3 volumi.

24/03/2015 – Fonti documentarie

Si tratta di fonti notarili ed amministrative che danno

informazioni in modo più diretto e non necessitano di

grande interpretazione.

Un esempio è la bolla di Celestino III del 1192, con cui

il pontefice conferma le proprietà delle chiese di Santa

Maria e San Lorenzo in Castro Aureo. In tale documento di

conserva la memoria di un certo Graziano, nobile uomo che

fondò queste chiese e ciò permette di ricostruire le

proprietà di questo aristocratico.

Con la nascita del comune di Roma e la conseguente

organizzazione del sistema notarile affinchè tali

documenti fossero facilmente consultabili, il loro numero

aumenta. Quando uno studio notarile chiudeva, il comune

aveva stabilito che i registri venissero consegnati

affinchè non andassero perduti. Il grande problema, oltre

alla quantità e quindi la necessità di una cernita, è il

dover avere conoscenze paleografiche specifiche per

poterli consultare.

Importante fonti per Roma sono le Taxe viarum, a partire

del XVI secolo, registri dove sono segnate tutte le tasse

che si pagavano per i rifacimenti stradali.

Un caposaldo è il censimento del 1527, primo censimento

completo di Roma: per ogni Rione sono censite i fuochi

(nuclei familiari) e le bocche (persone), per un totale

di 55.035 persone. Un dato interessante che emerge è la

mancata distinzione sociale a livello topografico, cioè

famiglie aristocratiche vivevano anche vicino a famiglie

umili.

A 1517 risale anche una specie di censimento, che però

non dava il numero di abitanti, realizzato per tassare le

persone per sovvenzionare i lavori per la costruzione

della Basilica di San Pietro.

Esistono documenti che ci danno informazioni ancora più

dirette, i libri della case, dell’inizio ‘600: sono

registri delle proprietà, la maggior parte delle quali

appartenenti alla chiesa. Oltre alle piante, alcuni ci

danno anche l’aspetto della Roma di quel periodo.

Una fonte a cui spesso non si pensa è la memoria, le

fonti orali. Infine, in tempi recenti, abbiamo i rilievi

catastali.

30/03/2015 – Limiti e divisione della città

Nel mondo antico il concetto di limite era molto netto in

quanto era un confine sacro. Per Roma conosciamo tutto

della sua fondazione (mito di Romolo): questo confine,

chiamato pomerio, indica il limite tra città e non città

e tra quello che si poteva e non poteva fare al suo

interno (come seppellire i morti od entrare con un

esercito in armi).

Alla fondazione della città, nella metà del VIII secolo,

Romolo tracciò un solco quadrangolare nell’area

dell’attuale Palatino. Alla metà degli anni 80 del secolo

scorso, grazie ad alcune campagne di scavo, venne

ritrovato un muro che, secondo la lettura data da Andrea

Carandini, indicava il pomerio originario della città, a

conferma del racconto mitico. Il dibattito è ancora oggi

al centro di alterne discussioni.

La prime cinta di mura di Roma sono le cosiddette mura

serviane, costruita in blocchi, con numerose porte di

accesso. Tale cinta di mura presenta un grosso problema

cronologico: le fonti attribuiscono al re Servio Tullio

la costruzione di queste mura e ciò era accettato fino al

XX secolo, quando, con la scuola ipercritica si

cominciarono a datare le mura attorno al IV secolo a.C.,

soprattutto per il materiale usato in alcune parti, il

tufo di Grotta Oscura. Questo materiale era nel

territorio della città di Veio, all’epoca principale

antagonista di Roma ecco perché si posticipa la

fondazione delle mura serviane dopo la conquista della

città. Oggi però si è tornati alla datazione di VI secolo

e quello che rimane della cinta è frutto di restauri e

rifacimenti successivi.

In epoca augustea le mura cessano la funzione militare

per cui erano sorte in quanto, con la Pax attuata

dall’imperatore, Roma non ha più bisogno di mura in

quanto i confini stessi dell’impero la difendono da

aggressioni esterne.

A Servio Tullio le fonti attribuiscono anche l’estensione

del pomerio e la divisione della città in 4 regioni

territoriali: Celio, Esquilino, Quirinale e Palatino. Il

Campidoglio, pur stando dentro le mura, è fuori dal

pomerio e da ciò si capisce come mura e pomerio non

sempre coincidessero (la stessa etimologia di pomerio

significherebbe “dietro le mura” post moenia). Con la

divisione in 4 regioni territoriali, si superò il

reclutamento gentilizio precedente per un reclutamento su

base territoriali.

Il sistema severiano dura fino all’epoca di Augusto,

quando, nel 7 a.C., l’imperatore crea 14 regioni con

altrettante magistrature. Ognuna di queste regioni era

designata da un nome che rimandava al più importante

monumento che vi si trovava. Analogamente, Augusto

istituì la carica di Praefectus Urbis, con ampi poteri,

anche di polizia.

Tutto il sistema delle 14 regioni si organizza attorno ad

un punto centrale, corrispondente alla cosiddetta Meta

Sudante, una fontana a forma di cono, (demolita poi nel

1937 in epoca fascista), situata vicino alla casa natale

di Augusto. E’ evidente il chiaro messaggio simbolico: la

nuova Roma, ruota tutta attorno alla figura

dell’imperatore.

Le 14 regioni avevano tutte in curatore, che dipendeva

direttamente dal Prefetto, ed ognuna di esse era divisa

in Vici, corrispondenti agli isolati gravitanti attorno

ad una strada. Ogni Vico aveva un Vicomagistrato (di

origine quasi sempre liberta), che doveva tra i suoi

compiti, tenere aggiornata la lista di chi aveva diritto

alle frumentationes (distribuzione gratuite o a prezzi

agevolati di alcuni beni di consumo). Ogni Vico aveva un

luogo di culto, chiamata Compitum organizzato per il

culto del genio imperiale. Questi Compita erano piccoli

altari e sono uno di essi lo conosciamo, il cosiddetto

Compitum Acilium, sulla Velia, venuto fuori duranti la

distruzione della collina per la realizzazione di Via dei

Fori Imperiali. Un altro Vico doveva trovarsi vicino la

Meta Sudante.

31/03/2015 – Limiti e divisione della città

(continuazione)

L’assenza di mura a Roma dura fino al III secolo, epoca

della crisi dell’impero con l’intrusione di popolazioni

esterne. L’imperatore Valeriano, durante la campagna

contro i Parti, verrà catturato ed ucciso. Il potere

passa al figlio, Gallieno, che si trova di fatto a

comandare solo l’Italia in quanto l’oriente era sotto il

controllo di Zenobia e Gallia e Britannia aveva formato

un impero a se stante. Sotto di lui, l’Italia viene

invasa dagli Alemanni che arrivano a saccheggiare

Aquileia. Ucciso Gallieno, verrà eletto Aureliano che

regna solo 5 anni (270-275), ma riuscì a sconfiggere e

ricacciare i barbari e a riunificare occidente ed

oriente. Nel mentre egli diede inizio ai lavori di

costruzione di una nuova cinta di mura che vennero

completati solo nel 279 d.C. con l’imperatore Probo.

Le mura aureliane sono lunghe quasi 19 km e si conservano

pressochè in totale. Quella che conosciamo oggi è la

cinta con il rifacimento di Onorio.

La cinta originaria era poco alta, con torri ogni 30

metri (100 piedi romani) ed un camminatoio scoperto. Con

la fase onoriana vengono raddoppiate in altezza, e viene

aggiunto un camminamento coperto dove doveva trovarsi

quello originario. Questo raddoppiamento in altezza si

può vedere ancora oggi in alcuni punti che presentano la

merlatura originaria che non era stata rimossa in fase

onoriana. Tutte le mura sono costruite in laterizio.

Ovviamente anch’essa presenta delle porte, le meglio

conservate delle quali sono Porta Appia (Porta San

Sebastiano) Porta Ostiense (Porta San Paolo) e Porta

Sinaria (vicino Porta San Giovanni).

In molti punti si possono vedere interventi di restauro

che vennero attuati, come quelli in opera “pittata” fatti

da Massenzio. I restauri proseguono per tutto il Medioevo

e la loro datazione si base sull’analisi (non sempre

certa) delle tecniche di costruzione. Ad un certo momento

in poi, i Papi che effettuavano i restauri, apponevano il

loro stemma ed ecco che si scoprono lavori fatti da

Alessandro VI (Papa Borgia) e da Pio IX che realizzerà

gli ultimi lavori sulle mura aureliane.

La cinta non difende il Vaticano e in un primo momento

ciò non si rese necessario in quanto i barbari erano

cristiani e mostravano rispetto per la basilica di San

Pietro, ma con l’arrivo dei Sareceni le cose cambiarono.

Nel 847 essi risalgono il Tevere ed arrivano a San Pietro

saccheggiandola, rendendo pertanto necessario difendere

anche il Vaticano. Leone IV con l’appoggio

dell’imperatore Lotario, costruisce una cinta di mura ad

imitazione di quelle aureliane. Oggi rimane poco delle

mura Leonine, soprattutto nel Passetto di Borgo. Altre

mura difensive saranno quelle realizzate per la difesa

del Gianicolo nel ‘600 da Papa Barberini.

A partire dall’XI secolo i riferimenti nelle fonti alle

14 regioni augustee spariscono e troviamo molte più

regioni, circa 30, tutte designate da nomi, divise in

contrade, che raggruppavano gli abitanti di una strada o

vicinato.

Nel XII secolo (prima attestazione nel 1118) troviamo di

nuovo un riferimento ad un sistema di 12 regioni che, con

l’aggiunta di Trastevere (1313) e Borgo (1586),

costituirà la divisione tradizionale della città in 14

Rioni (storpiatura di regioni). Dopo il 1870 ai 14 Rioni

se ne sono aggiunti degli altri. Tale divisione dura

ancora oggi, ma senza ovviamente, importanza dal punto di

vista amministrativo.

Altra importante divisione è quella in parrocchie. Le

fasi della vita di una persona, si svolgono nel sistema

cristiano pertanto nascite, matrimoni e morti sono

registrate nei registri parrocchiali. Ciò che si segnala

è una progressiva diminuizione del numero delle

parrocchie, finchè nel XVI secolo, una serie di Bolle

pontificie stabilisce di raggruppare la cura d’anime in

un numero ristretto di chiese.

13/04/15 – Le tecniche edilizie

Lo studio delle varie tecniche edilizie è importante in

quanto permette di capire in maniera abbastanza precisa

la cronologia di un dato edificio ed è uno dei tanti

strumenti in mano agli archeologici (assieme al metodo

stratigrafico ad esempio).

La prima che studiò le trasformazioni dei metodi di

costruzioni, dando indicazioni cronologiche fu

l’americana Esther Bois Van Deman. Personaggio però

centrale è di certo Giuseppe Lugli che redasse un manuale

in 2 volumi “La tecnica edilizia romana”, dove analizza i

vari metodi di costruzione dell’antica Roma, dando per

ciascuno di questi una datazione.

• Opera poligonale: molto utilizzata nel Lazio e poco

attestata a Roma, fa uso di grandi massi di forma

irregolare, lavorati con cura per creare incastri

perfetti. E’ tipica della fase arcaica.

• Opera quadrata: utilizzata tra VI e IV secolo a.C. (ma

esempi ci sono anche in epoche successive) è costituita

da grandi blocchi di tufo quadrangolari che possono

essere disposti di taglio o di testa e taglio (vedere

Mura Serviane).

• Opus caementicium: la sua introduzione, avuta nel III

secolo, segna un grande passo in avanti nella tecnica

di costruzione. Essa consiste in un miscuglio di malta

di calce più un inerte, di solito la pozzolana.

Inizialmente fluido, il composto si solidifica con

l’evaporazione dell’acqua. I muri così costruiti, sono

caratterizzati da due pareti solide (cortine) con

all’interno la struttura portante.

• Opus incertum: le 2 facce sono costituite da piccoli

blocchi di tufo di forma irregolare.

• Opus reticulatum: diffusasi nel I secolo a.C. si

assiste con essa ad una grande semplificazione: i

tufelli sono tutti uguali e disposti con ordine

Vitruvio critica questo metodo di costruzione

ritenendolo meno solido dell’opera incerta.

• Opus mixtum: tipica del II secolo d.C. le strutture si

caratterizzano per elementi modulari; essa mescola il

reticolato con i mattoni.

• Opera laterizia: altra grande evoluzione dei metodi di

costruzione, le due facce sono costituite da mattoni di

forma triangolare che si vanno ad inserire dentro la

solita opera cementizia. Tra un mattone e l’altro viene

messo uno strato di malta fluida. Il metodo per datare

i mattoni così realizzati si basa sullo studio

dell’altezza del modulo, ovvero 5 ricorsi di mattoni e

5 di malta, ma ad oggi è un metodo ritenuto poco

affidabile. Molto spesso i mattoni hanno un bollo,

databile in quanto porta l’anno consolare.

• Opus vittatum: diffusasi a partire dal IV secolo, essa

è costituita da un’alternanza di ricorsi in mattoni e

tufo.

Ciò che ha attirato gli studiosi è il tempo che veniva

impiego per costruire un muro: indizi ci arrivano da un

muro del Criptoportico delle terme di Traiano dove si

trovano delle incisione che si è scoperto essere delle

date che ogni volta indicavano l’avanzamento del lavoro.

Dallo studio si è scoperto che muri di tal genere

venivano costruiti in pochi giorni.

In epoca tardoantica si assiste ad un modifica che

comporta una perdita di qualità delle strutture e una

maggiore distanza tra le opere di committenza pubblica e

quelle di committenza privata. Questo periodo si

caratterizza anche per un forte uso di materiale di

reimpiego.

In altre parti del mondo romano vi erano altre tecniche

di costruzione ancora, come ad esempio quella a

blocchetti calcarei, l’opus africanum e l’opus craticium.

14/04/15 – Le tecniche edilizie successive all’epoca

romana.


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Corso di laurea: Corso di laurea in storia e conservazione del patrimonio artistico e archeologico
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxydance di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia urbana di Roma e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Santangeli Riccardo.

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