Capitolo 1 – Il tempio e l’ordine dell’universo
Nel sistema di pensiero sumerico, il complesso degli elementi che fondano la civiltà del paese di Sumer è espresso nell’elenco dei ME, serie paratattica di funzioni pubbliche, condizioni sociali, tecniche artigianali, generi letterali, valori etici, che erano percepiti come principi divini di poteri e valori realizzatisi nella sfera umana del mondo civilizzato. Questi aspetti sono sotto il controllo del saggio di Enki di Eridu.
Nel testo più esplicativo dei Me, Inanna e Enki, i principi divini sono trasferiti alla dea Inanna e alla sua residenza sacra di Uruk, il più antico insediamento urbano di Sumer. È Enki che crea la matrice dell’uomo e l’argilla delle acque primordiali dell’Apsu è la materia che lo consente. Originariamente unica base della creazione umana, era percepita come una materia umile e nobile, per la sua duttilità e ubiquità, ma ciò che la rende degna di ammirazione è il suo essere sede naturale della fecondazione; è la radice fisica della dimora degli dei e della stessa natura umana, il tempio e l’uomo derivano dalla stessa materia.
L’immagine idealizzata del tempio sumerico è illustrata sotto l’aspetto della rappresentazione mentale che se ne facevano i sumeri come dimensioni fisiche, entità materiale, significato morale. Per questo motivo culturale di come il tempio era percepito nel mondo protosumerico e neosumerico, importante è una raccolta unitaria e canonica di inni a 42 santuari dei paesi di Sumer e Akkad, che la tradizione attribuisce a Enkeduanna (1° metà del XXIII sec.), figlia di Sargon di Akkad e sacerdotessa en del dio lunare Nanna a Ur.
Nelle evocazioni di questa raccolta i santuari, spesso identificati con la città in cui sorgono, sono definiti come una montagna. Anche settori delle fabbriche sacre sono definiti montagne. L’altezza celeste dei templi è un elemento ricorrente nella celebrazione dei santuari. Il tempio è certo santo, puro, sublime, ma soprattutto la sede dell’irraggiamento della luce celeste, dello splendore divino. Il riferimento ai lapislazzuli è adottato perché la pietra era ritenuta connessa intimamente all’essenza divina, come elemento di paragone per la brillantezza e purezza.
Se rari sono i riferimenti realistici ai materiali in cui i santuari erano fatti, abbondano le qualità morali e le prerogative etiche dei santuari di Sumer. Così i santuari sono le sedi dei me, e hanno, come esseri viventi, qualità che corrispondono a quelle degli dei che ne sono titolari. Inoltre sono luoghi sacri che incutono terrore e provocano angoscia, soprattutto perché sono le sedi terrene dell’irraggiamento e splendore tipico dell’attributo divino, che infonde spavento.
Altri passi delle raccolte inniche spiegano le ragioni per cui alla presenza del tempio si sviluppa nella psicologia del fedele quel sentimento di smarrimento, che fisicamente era ispirato dallo splendore divino della fabbrica sacra. Questi motivi sono duplici e riguardano da un lato gli abitanti stessi del paese di Sumer e dall’altro i nemici della terra sumerica. Infatti i templi sono la sede stessa della giustizia divina e quindi dell’ordine sociale di Sumer e della protezione divina contro i nemici esterni del mondo sumerico.
Luoghi privilegiati e eletti della presenza divina all’interno della comunità umana, i templi hanno tutti un nome cerimoniale, antichissimo e espresso in sumerico, nomi che rivelano l’assimilazione dei santuari agli dei che ne sono titolari, in quanto la loro tipologia più usuale descrive la fabbrica sacra come dotata di qualità fisiche e etiche caratteristiche della divinità che vi risiede. Eanna, casa del cielo, è il nome del grande santuario di Anu e Inanna a Uruk. Ebabbar, casa splendente, è la denominazione dei due santuari di Shamash a Sippar e Larsa.
Tra i nomi cerimoniali più significativi si ricordano quelli riservati alle ziqqurat, che per il loro frequente riferimento alla straordinaria elevazione e al loro carattere celeste non devono essere interpretati tanto come allusivi alla conformazione fisica di questa tipologia templare, quanto come segni del legame che esprimono, con la loro massa architettonica protesa verso il cielo, tra il mondo divino e quello terreno.
Capitolo 2 – L’immagine del dio e del re
La più antica plastica mesopotamica è rappresentata da una produzione ampia di statuette votive di fedeli, lavorate in pietra calcarea e alabastrina, dedicate tra il 2600 e 2350 a.C. in diversi santuari di Sumer e Akkad, da Nippur a Girsu, da Adab a Ur e soprattutto in centri periferici come Eshnunna e città sul corso dell’Eufrate, Mari, e del Tigri, Assur. Mentre le immagini prodotte sono standardizzate con poche varianti soprattutto nell’atteggiamento dei fedeli, in preghiera o raccoglimento, il materiale impiegato è una pietra calcarea tenera, di qualità scadente, e il livello delle opere è modesto, lontano dall’elaborazione formale e dalla complessità degli arredi palaziali contemporanei, che dovevano giovarsi della combinazione di vari materiali pregiati.
Mentre all’interno di queste produzioni scultoree si hanno differenze soprattutto nelle dimensioni e alcune rare opere spiccano per una maggior accuratezza di esecuzione, l’uniformità generale di esecuzione è tale da investire anche le statue che, per la presenza non frequente di iscrizione, devono essere attribuite a sovrani. In questo caso è rarissimo che le immagini regali siano contraddistinte da particolari iconografici che le rendano immediatamente riconoscibili, come la presenza di tiare o insegne. Se ne deduce che da un lato i re protodinastici, nelle statue votive che commissionavano, non amavano distinguersi dai loro sudditi e dall’altro, per dedicare proprie immagini nei templi, impiegavano le botteghe palatine raramente, preferendo le officine templari.
Segno di distinzione e prestigio, la diorite diviene la pietra regale per eccellenza, esclusiva per le opere del sovrano. Nel valore simbolico espresso da questo materiale regale confluiscono diversi elementi. In primo luogo la sua relativa inaccessibilità rappresenta un’immediata celebrazione dell’onnipotenza del sovrano, in secondo luogo la sua durezza e opacità e lucentezza manifestano la capacità tecnologica suprema, tipica del mediatore tra onnipotente mondo divino e impotente mondo umano.
L’immagine regale come monumento votivo autonomo emerge nella più tarda età protodinastica e trionfa durante l’affermazione politica della dinastia di Akkad, periodo in cui è attestata la presenza frequente nei santuari di Sumer e Akkad di numerose statue e stele dei sovrani, in diorite, oro, argento e rame. Quando nel mondo mesopotamico si afferma la statua regale, scompare la pratica della dedica nei templi delle immagini dei sudditi, poiché l’unico interlocutore legittimo del rapporto con il mondo divino è il sovrano.
Molti dati sulla statuaria divina e reale paleobabilonese sono forniti dalle liste dei nomi d’anno. L’info che si trae da queste formule è di valore in quanto le opere menzionate, per aver dato addirittura il nome a un anno di regno, dovevano essere quasi sempre tra le maggiori in cui si era impegnata la committenza reale per il pregio del materiale usato, la qualità del prodotto e il prestigio del santuario in cui erano introdotte.
I repertori di formule di datazione forniscono tre generi di info principali sulla statuaria contemporanea di committenza regia; spesso il tipo di materiale in cui l’opera è stata eseguita, meno frequentemente il soggetto e sporadicamente il santuario. Durante i regni dei sovrani della I dinastia di Babilonia diventa sempre più comune l’impiego di schematiche definizioni descrittive delle opere, relative all’atteggiamento e alla funzione dell’immagine, che sono invece assenti nei “nomi dell’anno” dei re di Isin e Larsa.
Dei re di Isin si sa che la tradizione di erigere statue nei maggiori santuari del paese fu poco rispettata per la difficile situazione di ricostruzione dei centri urbani e strutture produttive successiva al tracollo dell’impero neosumerico. Già i primi sovrani di Larsa però appaiono molto più impegnati nelle loro dediche nei santuari di importanti statue votive. A volte i committenti delle opere sono dignitari del sovrano da lui beneficiati in qualche occasione particolare; i personaggi rappresentati nelle statue sembrano essere gli stessi dignitari, ma è possibile anche che si trattasse dei re; la finalità della dedica era di esprimere pubblica lode al sovrano.
L’era in cui le notizie sulla statuaria sono più ampie e differenziate è quella della I dinastia di Babilonia. Le “rappresentazioni regali di montagne e di fiumi” così tipiche delle formule di datazione della tarda I dinastia di Babilonia non devono alludere a opere di statuaria.
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