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Archeologia italica e celtica

Perché un’archeologia italica e celtica?

A.A. 1907-1908 Edoardo Brizio istituisce l’insegnamento di Antichità umbro-etrusco-galliche. Viene continuato da suo successore, Gherardo Gherardini che lo tiene fino alla morte nel 1920.

italicus, a, um: italico, italiano, Cic. e a.; sost. m. pl. Italici, orum, Italici, i confederati italici, in partic. quelli della guerra sociale, Liv. e a.

L'antiquaria tra Seicento e Settecento

Thomas Dempster nei primi decenni sei Seicento scrive il “De Etruria regali libri VII”. Faceva dei popoli italici, o tutti etruschi o tutti latini:

  • Cap. XXVI: Etruria mater multarum aliarum gentium: Volscorum, Oscorum, Frentanorum, Marrucinorum.
  • Cap. XXI: etrusco sermone usi quattuor populi et ob id quadruplex eius dialectus: osca, rhetica, umbrica, phalisca.

Uso della lingua per determinate la comune origine dei popoli. Il mondo degli Italici affiora per la prima volta nella sistemazione di Scipione Maffei, Degli Itali primitivi (1727), ripresa e ampliata poco più di dieci anni dopo nel 1739 con il Trattato sopra la nazione etrusca e sopra gli Itali primitivi. Il documento di partenza del Maffei è costituito dalle Tavole Iguvine, e quindi dalla regina delle iscrizioni italiche, ma il centro dell’interesse è e resta il mondo etrusco, del quale l’Umbria antica è sentita come una sorta di appendice. Per le sue stesse origini erudite, la nozione di italicità, fatta di genericità e vaghezze, è continuata a lungo a confondersi con quella di etruscità: ma, mentre ben presto l’antiquaria etrusca si è rivolta ai monumenti e alle testimonianze archeologiche, i materiali italici sono rimasti assai a lungo sconosciuti e deliberatamente ignorati.

Era luogo comune parlare d’Italia senza entrare nel merito della realtà etnica, ma accomunando sotto l’unico denominatore di “Italici” o “Italia” genti etrusche, apule e osco-umbre e greche di Magna Grecia. Giambattista Vico, pur titolando uno dei suoi libri più impegnativi De antiquissima Italorum sapientia, voleva riferirsi alla filosofia greca. Gli Italici come realtà culturale sono in ombra, confusi con il popolo etrusco che aveva in epoca antichissima, prima dei Romani, dominato l’Italia, luogo comune della letteratura erudita italiana.

Questo sostanziale disinteresse cozza con l’avidità con la quale, ben prima del periodo napoleonico e poi per tutto il XIX secolo, esponenti della classe dominante hanno saccheggiato tombe di tutte le terre in anticopopolate dagli Italici, e soprattutto in area apula e lucana, traendone materiali che hanno formato il nucleo di collezioni regie e aristocratiche e persino di personaggi di grande rilievo politico. Il significato di questi interessi di collezione è sempre bene aver presente il dileggio di questi collezionisti messo in scena da Carlo Goldoni nella "La famiglia dell’antiquario", il cui protagonista, Anselmo Terrazzani, è ossessionato dal possesso di materiali rari e “medaglie”, come la “moneta del Pescennio”, di documenti eccezionali, come “i trattati di pace fra la repubblica di Sparta e quella d’Atene... scritti di propria mano di Demostene”, o di oggetti che si voleva far credere appartenuti ai grandi del passato, come “il lume eterno trovato nelle piramidi d’Egitto”, “la perla di Cleopatra” o la “treccia di Lucrezia romana”.

La vastissima e multiforme letteratura settecentesca sull’Italia antica ebbe un carattere essenzialmente antiquario, nel senso della raccolta e dello studio dei monumenti, ricerche iconografiche e storico-religiose, disquisizioni epigrafiche, etimologiche, etnografiche, etc. Manca la finalità storica e una visione generale e non particolaristica. Maggiore e più alto esponente è Luigi Lanzi. Il Lanzi, che scrisse Saggio di lingua etrusca e di altre antiche d'Italia (1789), ritenne che le lingue italiche dell’Italia meridionale fossero da mettere in rapporto con l’umbro. L’umbro è stimato affine all’etrusco e la lingua comune da cui discendono tutte, etrusco, italiche e latino, sarebbe il greco.

Micali: tra metodo e ideologia politica

Nel 1810 viene dato alle stampe L’Italia avanti il dominio dei Romani, di Giuseppe Micali. L’opinionetradizionale sull’opera di Micali è che essa appartenga al filone erudito dell’antiquaria etruscologica ed italicistica del Settecento, di cui sarebbe una espressione ritardata e conclusiva.

Il buon gusto di critica, introdotto ai nostri giorni nello studio dell'erudizione, ci ha finalmente riscossi dal timido rispetto che prevaleva ne' tempi addietro per opinioni scritte e copiate da tanti secoli. Italia, I, cap. IV, p. 65 Francesco Inghirami, allievo del Lanzi, stronca il L’Italia avanti il dominio dei Romani. Dell’asprezza del confronto fra i due eruditi è documento chiaro il fatto che nel suo opuscolo Inghirami non cita mai per nome Micali. Ma ben più rilevante di ciò, è il retroterra politico del Micali, dal quale emergono le propensioni dell’Autore, incline al federalismo e nutrito di una manifesta avversione per il ruolo oppressivo svolto da Roma nei confronti delle popolazioni italiche.

L’Inghirami nella sua recensione non manca di sottolineare: mentre abbondano troppo i monumenti della Nazione Etrusca, mancano del tutto i monumenti delle altre Nazioni che esistevano in Italia avanti il dominio de’Romani.

La ricostruzione della storia dell’Italia antica, offerta da Micali, è essenzialmente una etnografia e riposa per intero sulla tradizione letteraria classica, che egli ripropone e amplia secondo la sua personale visione, fortemente dominata dalla speculazione dell’etruscologia settecentesca, la sola ad essere stata sviluppata proprio nella regione di provenienza del Micali, la Toscana.

Procedimento critico dell’opera di Michali:

  • Verosimiglianza logica
  • Imparzialità del giudizio
  • Comparazione reciproca tra le fonti
  • Importanza dei dati archeologici ed epigrafici come fonti di storia

La prospettiva di Micali tende a spostare l'interesse dall'oggetto considerato in sé e per il suo significato particolare (storico-religioso, storico-artistico, linguistico ecc.) al suo valore generale e mediato di testimonianza storica. All'opera del Micali si affianca e fa seguito un'intensa produzione di scritti dedicati alla storia e all'etnografia dell'Italia primitiva, nei quali in parte sopravvive lo spirito dell'erudizione settecentesca, in parte si esprimono, attraverso allusioni più o meno velate, i sentimenti patriottici del tempo.

Non fa meraviglia trovare impegnati sul tema dell'Italia preromana scrittori del Risorgimento italiano quali Carlo Cattaneo e Cesare Balbo; e alcuni dei motivi fondamentali del pensiero storico del Micali, specialmente la rievocazione e rivendicazione dei valori del pluralismo italico e la posizione antiromana, ebbero un profondo influsso sull'intero romanticismo risorgimentale.

Sentita soprattutto nella sfera politico-ideologica, l'eredità del Micali non fruttificò in una scuola storica vitale, al passo con i tempi: le voci dei suoi più o meno modesti epigoni «rimasero soffocate da quelle ben più possenti della scienza critica tedesca, la quale seguitava imperturbabile ad affiancare alla storia "greca" non una storia "italica", ma una storia "romana"» (G. Giannelli, Trattato di storia romana, I, Roma, 1953).

Gli sviluppo della linguistica

Per quanto riguarda il settore linguistico, nel 1828 lo studio di Francesco Bopp dimostra la parentela del latino e del greco con il sanscrito: da qui in poi le lingue italiche trovano il loro posto e sono state usate anche per il progresso della linguistica storica anche al di fuori dell’Italia antica. Nel 1867 è pubblicato il Corpus Inscriptionum Italicarum di Ariodante Fabretti, con i supplementi e quello del 1880 del Gamurrini.

Durante il XIX secolo l’indagine descrittiva e ricostruttiva rimase affidata quasi esclusivamente agli archeologi e ai linguisti, non oltrepassando i limiti del metodo e dei risultati di queste discipline specialistiche e assumendo pertanto un carattere di etnografia protostorica piuttosto che di storia vera e propria.

All'Italia preromana era mancata quella unità linguistica, etnica, culturale e quella continuità evolutiva che erano state proprie, nello stesso tempo, del mondo greco; il suo territorio appariva suddiviso in gruppi di genti diverse, più o meno definibili, a livelli di sviluppo quanto mai vari, talvolta conosciute soltanto dal nome.

Il modello di Pigorini

Tra il 1870 e il 1909 Luigi Pigorini costruisce un modello di spiegazione complessivo per la pre-protostorica della penisola. Derivazione delle principali civiltà della prima età del Ferro dell’Italia centrale, cioè i Prisci Latini e i Villanoviani, dalle terramare padane.

L’approccio della storiografia

Theodor Mommsen nella sua famosa Römische Geschichte (1854-1885) aveva dichiarato esplicitamente di voler raccontare piuttosto la storia dell'Italia che non la storia di Roma. L’intuizione del Mommsen resta isolata e teorica, in un contesto metodologico e narrativo che è quello della storia romana scritta nello spirito del suo tempo. Ciò avviene anche nell'opera del glottologo Wilhelm Schulze, Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen (1904).

Nel 1925 escono i lavori:

  • E. Pais, Storia dell’Italia antica
  • L. Homo, L’Italie primitive et les débuts de l’imperialisme romain
  • U. Von Wilamowitz, conferenza a Firenze sul tema “Storia antica” (edita in Rivista di Filologia Classica, n.s. IV, 1926, pp. 1-18).

Ma possiamo riconoscere intanto decisamente affermata, nel momento di cui si parla, la tendenza degli storici a trattare tutta la prima parte della storia romana fino all'unificazione della penisola come una storia italico-romana, relativamente a sé stante.

Wilamowitz

  • Originalità e ricchezza dei valori di vita e di civiltà del mondo italico, della loro appartenenza a tutte le stirpi dell’Italia antica compresa la greca, della loro influenza su Roma e del loro esaurirsi in conseguenza della romanizzazione.
  • Rifacendosi al Micali, rovescia le idee correnti negando un processo evolutivo continuo dai primordi italici al trionfo della romanità.
  • Invita gli studiosi a scrivere una storia italica basata soprattutto sulla testimonianza dei monumenti, da ritenere autentiche fonti di storia e fuori da ogni giudizio alterato dalla visione a posteriori della storiografia romana.

L’istituto nazione di studi etruschi ed italici

Nel 1932 viene creato l’Istituto Internazionale di Studi Etruschi il cui oggetto di ricerca era l’Etruria e “in genere le civiltà antiche dell’Italia media occidentale”, con una prima apertura verso il mondo italico che di lì a 15 anni sarebbe stata ben più esplicita.

Nel secondo dopoguerra la storia dell’Istituto coincide con una nuova svolta negli studi etruscologici: la necessità di inquadrare gli Etruschi nel contesto degli altri popoli dell’Italia preromana e anche dell’area mediterranea e centro-europea. Alla modifica dello Statuto (1951) che formalizzava questo allargamento con la denominazione Istituto di Studi Etruschi ed Italici, si affiancò infatti una attività di sostegno e di coordinamento delle ricerche caratterizzate da un orizzonte cronologico e geografico assai più esteso che in passato per cui il suo campo di interesse divenne non solo più ampio, ma anche e soprattutto storicamente più valido.

“...ha per scopo di promuovere, intensificare e coordinare tutte le iniziative scientifiche che possono contribuire alla soluzione dei vari problemi inerenti all’origine e allo sviluppo delle civiltà etrusche e italiche”. Dallo Statuto dell’INSEI.

Pallottino e il concetto di storia italica

Si pone, cioè, il problema di affrontare decisamente lo studio del mondo italico come tale, nel suo proprio quadro cronologico e nelle sue caratteristiche: considerando sì naturalmente in esso l'esistenza e la progressiva crescita di Roma, ma prescindendo dalla suggestione dell'esito finale che non può e non deve, crediamo, condizionarne retrospettivamente il giudizio storico. Si tratta in sostanza di riconoscere ai fenomeni dell'area italica una identità complessiva, nel loro svolgimento parallelo a quello del mondo greco durante il corso del I millennio a.C., come aspetto « regionale » del divenire mediterraneo, prima del loro assorbimento - che è comune all'Italia e alla Grecia - nella sfera dell'affermazione universalistica di Roma.

Riferito al concetto di storia italica il termine « italico » ha solo un valore generico (già in Micali, Mommsen, Wilamowitz ecc.) di aggettivo di Italia, includente tutti i suoi abitatori: cioè non soltanto le stirpi indigene di lingua indoeuropea (gl'Italici in senso stretto secondo l'accezione moderna), ma anche i Greci delle colonie (che si autodenominavano Italioti), gli Etruschi ecc. Sui limiti cronologici della storia italica potrà discutersi - e c'è, e vi sarà, larga materia di discussione - circa la possibilità di individuazione di un termine iniziale, e del suo progressivo arretrarsi, alla luce delle nuove scoperte archeologiche, dal momento essenziale della colonizzazione greca (VIII secolo) verso gl'inizi dell'età del ferro e addirittura nell'età del bronzo (frequentazione micenea, formazione di comunità protourbane ecc.); mentre il termine finale appare ormai chiaramente definibile nella gradualità del dissolversi delle strutture italiche entro l'unità romana fra il IV e il I secolo a.C.

Massimo Pallottino, Sul concetto di storia italica, in L'Italie préromaine et la Rome républicaine, I. Mélanges offerts à Jacques Heurgon, Rome 1976. pp. 786-787.

Principali punti della lezione di Pallottino:

  • Definizione della materia
  • Processo conoscitivo
  • Visione d’insieme dei fatti e delle loro interrelazioni.
  • Delineazione di uno sviluppo comune degli eventi storici

Prima Italia. Ars italiques du premier millénaire avant J.-C. Mostra, Bruxelles, 1980-1981

Mostra, Bruxelles, 1980-1981 Cette exposition, qui représente la contribution italienne à la célébration par l’Europe du cent-cinquantième anniversaire de l’Indépendance de la Belgique, constitue, d’un point de vue culturel et scientifique, una expérience inédite. Pour la première fois, en effet, on s’est efforcé de dresser un tableau d’ensemble des manifestations artistiques de l’Italie antique antérieurement à son unification sous le pouvoir de Rome.

M. Pallottino, Introduction, p. 19

Il est bien connu que le monde italique, à la différence de la Grèce, ne présente pas, au premier millénaire avant notre ère, une configuration unitaire. Il est caractérisé à cette époque par la présence et la coexistence de groupes ethniques profondément dissemblables par l’origine, la langue, les traditions, le degré de civilisation: parmi ceux-ci émergent, à côté des colonies grecques du Sud, les Etrusques, les Latins, les Italiques de souche osco-ombrienne, les Apuliens, les Vénètes, les Ligures, les Celtes, sans parler d’autres populations mineures de la péninsule, de l’Italie septentrionale et des régions alpines.

M. Pallottino, Introduction, p. 19

L’obiettivo dichiarato da Pallottino è mostrare gli elementi di unità rispetto a un quadro esageratamente frammentario e discontinuo di queste popolazioni.

Quando dalle isole e dalla penisola egee, culla della civiltà greca, avventurosi esploratori e mercanti giunsero alle coste della penisola italiana e delle isole prossime ad essa, la storia delle genti che vi abitavano ebbe il suo principio. Una storia piena di lacune e di notizie confuse, contesta di miti e di interpretazioni arbitrarie: costruita insomma da stranieri non sempre esperti né equanimi. [...] La documentazione offerta dall’archeologia, con le precisazioni tecniche necessarie per la sua interpretazione, occupa uno spazio maggiore di quello preso dalla storiografia classica. Questa però rimane il fondamento e il costante sussidio di ogni indagine sullo svolgimento della vita civile di ciascun ethnos, internamente ad esso e nella partecipazione agli eventi di cui è stata teatro la penisola, e con essa la Sicilia, senza la quale (è un giudizio di Goethe) l’idea dell’Italia sarebbe imperfetta.

G. Pugliese Carratelli, Prefazione, in Italia omnium terrarum alumna, Milano 1988, p. XV.

Una visione storica approfondita non può ignorare nessuno degli elementi che hanno contribuito - sia pur in misura diversa - ad accrescere il patrimonio di idee sentimenti esperienze trasmesso dall’antichità all’età nostra; né può trascurare una constatazione la cui evidenza è assoluta: che su ogni grado di potenza economica e bellica, di solidarietà nazionale o sociale, hanno sempre prevalso il vigore intellettuale, le conquiste del pensiero, le creazioni dell’arte e della scienza. Di ciò ricca più che ogni altra, la civiltà greca si è propagata ampiamente oltre i termini delle poleis coloniali, è penetrata nelle città e nei santuari dei popoli dell’Italia antica e vi ha impresso il suo segno, non senza riceverne suggestioni e stimoli, ma affermando il suo primato. Chi guardi alla storia dell’Italia antica non può che riconoscere l'influenza reciproca e l'interazione tra le diverse culture, con un marcato impatto della civiltà greca che ha contribuito a forgiare e arricchire il patrimonio culturale dell'intera penisola.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher confortimarialuisa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia italica e celtica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Gaucci Andrea.
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