Appunti di etruscologia e archeologia italica
Introduzione alla civiltà etrusca
La civiltà etrusca è presente dal 1000 a.C. (data simbolica che corrisponde al bronzo finale) al primo secolo a.C.; essa non porta con sé molte informazioni, ci aiutano a definirla l’epigrafia, il tipo di sepoltura e la topografia.
Confini e aree dell'Etruria
I confini dell’Etruria propria sono: l’Arno a nord (arrivando a toccare Fiesole, ma anche Pisa), Tevere (a sud la riva destra detta “ripa veiens”; a occidente sorgevano le città etrusche come Todi), l’ultimo confine era delimitato dal Mar Tirreno (isole toscane comprese).
- Etruria Padana: zona oltre l’Appennino, adiacente al fiume Magra, fino a quella emiliana/reggiana. La principale città era Felsina (odierna Bologna). Gli etruschi di quest’area crearono una rete di contatti, occupando la Romagna con Marzabotto, dai veneti fino ai greci, ma l’equilibrio fu rotto con l’arrivo dei Celti.
- Etruria Campana: la Campania tra il Golfo di Napoli e quello di Salerno; le principali città erano Capua e Pontecagnano (sviluppo parallelo). A partire dall’VIII secolo i greci euboici colonizzarono la zona alla ricerca di risorse come il metallo. L’area subì una crisi durante il V secolo a.C. a causa della vicina colonia siracusana e degli indigeni sanniti.
- Empori: zone di passaggio (Genova) dove non sono presenti necropoli.
Caratteristiche fisiche e commercio del territorio etrusco
Dal punto di vista fisico, il territorio etrusco è molto vario:
- Pianoro tufaceo di origine vulcanica nel sud grossetano e alto Lazio
- Valli erose
- Aree lacustri
Il centro del commercio era rappresentato dalle città portuali come Pyrgi. Le vie di comunicazione interne in Etruria settentrionale erano costellate da insediamenti su alture. Ogni insediamento gestiva grandi spazi di produzione agricola; essi erano segnalati da cippi (“limites”) come quello rinvenuto a Perugia nel quale è descritta la spartizione di un terreno tra due famiglie del III a.C.
Testi e reperti agricoli
Informazioni indirette ci derivano da testi come quello della raccolta “Gromatici veteres” (III a.C.) che parla della ninfa Vegoia, creatura semi mitologica, che appare ad Arunte (della famiglia Velthymno, originaria tra Arezzo e Perugia) dichiarando l’inviolabilità dei confini, pena terribili morbi. Nei ripostigli sono stati rinvenuti molti oggetti utilizzati per l’agricoltura:
- Bronzetto di aratore ad Arezzo (Museo di Villa Giulia)
- Carrello di Bisenzio (fine VIII a.C.) usato per bruciare l’incenso: riporta la scena dell’aratura
Produzione agricola e contatti con il mondo greco
Livio, nelle Storie 28,45, sottolinea la fertilità dei terreni etruschi dicendo che essi rifornivano i romani di grano. La copiosa produzione era ottenuta tramite sistemi di drenaggio che facilitarono le risorse idriche. Il contatto con il mondo greco (VIII a.C.) portò all’acquisizione di tecniche come il maggese, il quale permetteva lo sfruttamento interamente controllato, e la divisione dei terreni tramite la groma (dal greco “gnoma”, utilizzato per un solco dritto). I prodotti più commerciati erano olio e vino, si arrivò alla massima diffusione intorno al VII/VI a.C.; le esportazioni toccavano la Francia meridionale, Corsica e Sardegna: alcuni relitti ci hanno restituito anfore e strumenti per bere. L’olio iniziò ad essere prodotto intorno al VI secolo a.C. Entrambi i prodotti sono derivati da insegnamenti greci, ciò è visibile anche dall’influenza linguistica greca nei rispettivi termini etruschi: elaia (gr.) = eleina = “aska eleivana” = vasetto di olio.
Risorse minerarie
L’Etruria sfruttò le risorse minerarie: il distretto apuano (rame, ferro, molto argento, piombo e stagno), le colline metallifere, i monti della Tolfa, l’Elba (ferro); di quest’ultima si hanno informazioni in fonti come Diodoro Siculo, il quale parla della riduzione del ferro elbano in pani spugnosi per esportarlo, e lo pseudo Aristotele che indica come eventi prodigiosi le produzioni inesauribili di rame e ferro della zona della quale presero il controllo i siracusani dopo una spedizione nel V secolo a.C.
Origini degli Etruschi
Teoria della provenienza orientale
- Erodoto: etruschi come discendenti dei Lidi (attuale Turchia): durante una carestia, il re Ati è costretto a dividere la popolazione; ne affida una parte al figlio Tirreno che partendo da Smirne si dirige e occupa la terra degli Umbri.
- Ellanico: etruschi discendenti dei Pelasgi (popolazione pre-greca di ceppo dorico): popolo che abitava in Tessaglia e che avrebbe occupato Cortona, punto di origine della compagine etrusca.
La tesi orientale viene supportata modernamente da Edoardo Brinzio: il suo studio si focalizza su dati archeologici e linguistici e denota attinenze tra termine etruschi e alcuni dell’Alto Egeo e il fatto che dall’VIII secolo a.C. gli etruschi fecero uso dell’inumazione, tipica dell’ambito egeo; essa secondo Brinzio è stata portata da una popolazione. Inoltre, alcune iscrizioni egizie databili 1220/1190 parlano di “assalto dei popoli del mare”, una tra le popolazioni era detta “taresh” e viene assimilata ai Tirreni.
Teoria della popolazione autoctona
Dionigi di Alicarnasso suggerisce una popolazione autoctona, diversa da ogni altra lingua/cultura italica; era un autore con interessi filoromani e voleva esaltare Roma allontanando l’origine greca degli etruschi. La tesi poggia sul fatto che il popolo si definisce “Rasenna”. Essa è condivisa dalla maggioranza: partendo da dati linguistici si riferisce a tre migrazioni collocate tra il bronzo medio e quello recente; la prima, da est a ovest, sposta i substrati preindoeuropei, la seconda sposta i centrali popoli osco-umbri, la terza riguarda i popoli del messapico (antica Puglia) verso le coste orientali pugliesi. Gli etruschi farebbero parte del substrato preindoeuropeo, un popolo presente in Italia prima delle migrazioni indoeuropee che non ha subito influenze.
Teoria della provenienza settentrionale
Formulata da studiosi tra l’800/900, la tesi prevede un arrivo in blocco dal nord. Massimo sostenitore è Luigi Pigorini: secondo dati archeologici, deduce che gli etruschi furono una componente di italici crematori (rito presente in Svizzera e Germania), scesi e stanziatisi in una componente di inumatori.
Tesi della formazione progressiva di Pallottino
Pallottino ha formulato una tesi, ormai universalmente riconosciuta, detta di formazione progressiva, che smonta tutte le ipotesi precedenti:
- Le testimonianze letterarie vanno sempre contestualizzate: la tesi di Ellanico non è sostenibile perché i Pelasgi arrivarono a Cortona nel V secolo.
- Anche se è vero, come sostiene Brinzio, che gli etruschi subirono una forte influenza greca è da sottolineare che ciò accadde nel periodo orientalizzante (VII secolo a.C.), quando la civiltà era già formata.
Pallottino raccoglie una serie di dati scaturiti singolarmente da ogni tesi e li combina. Individua i primordi della civiltà nel bronzo finale: come dice Erodoto, come lo sono i Pelasgi, come si datano i popoli del mare (protovillanoviano). Commistione intorno al XII a.C., nell’età del ferro furono regionalizzati tutti i popoli italici.
La cultura protovillanoviana
Il termine è stato coniato da Giovanni Patroni nel 1937 e si riferisce al periodo di regionalizzazione delle culture: gli etruschi nel bronzo finale (XII – X a.C.) occuparono la loro sede storica. Abbiamo un quadro ben definito con studi degli abitati e delle necropoli: i primi li troviamo nella tipica forma a macchia di leopardo e associati allo sfruttamento delle risorse come la produzione metallurgica che conosciamo anche grazie a ripostigli utilizzati per materiali della riforgiatura, essi erano depositi di oggetti raramente integri o pani di riserva, disposti spesso lungo le vie di transito e ci permettono di identificare la tipologia di prodotti e il loro raggio di scambio; per quanto concerne le necropoli troviamo in questo periodo il rito dell’incinerazione e deposizione in vasi di impasto, le tombe sono singole e soprattutto a pozzetto (semplice fossa nel terreno). Gli ossuari hanno forma ovoide o biconica, caratterizzati spesso da un’ansa e decorati con motivi a impressione o a rilievo limitati; rari gli oggetti di corredo; esempi sono stati ritrovati a Villa del Barone, nel corredo della necropoli di Narde (Frattesina), nella necropoli di Pianello di Genga (conservati ad Ancona) e nella necropoli delle Acciaierie.
Insediamenti e produzione metallurgica
Per quanto riguarda gli insediamenti essi occupavano, inizialmente, luoghi difesi di piccola estensione e abbastanza alti, vicini a corsi d’acqua e caratterizzate dalla possibilità di sfruttare il terreno e i giacimenti minerari. Le capanne sono essenzialmente monofamiliari, realizzate in materiale deperibile, motivo per il quale possediamo solo tracce in negativo come le buche dei pali; sono di forma rotonda/ovale, la copertura era a spiovente con tetto stramineo a 2 o 4 falde e sostenuta da pali.
La produzione metallurgica descrive anche i contatti: sono artigiani specializzati itineranti che forniscono di prodotti chi ne fa richiesta; Peroni, tra gli anni 70/80 ha individuato le facies metallurgiche sul suolo italico, ovvero che ogni forma di una determinata categoria è tipica di un distretto, in più, incrociandole ha dimostrato i rapporti commerciali embrionali.
Fibula: ha degli elementi fissi (ago e molla) + staffa (parte terminale dove l’arco incontro l’ago) e arco che sono gli elementi che ci aiutano a distinguere le varie fogge, le quali, a loro volta indicano status, uso e genere.
Ripostigli e scambi commerciali
Lo studio utilizza anche gli oggetti rinvenuti nei ripostigli utili per avere un’idea dei rapporti tra distretti:
- Ripostiglio di Piano del Tallone (Grosseto): troviamo delle palette venete
- Ripostiglio tra Manciano e Samprugnano: importante per i paralleli rinvenuti in posti lontani come palettine frammentate ritrovate a Montagnana (Padova).
- Ripostiglio di Coste del Marano (Roma), trovato nel 1880: conserva circa 140 oggetti, di cui molti integri, databili tra XI e X a.C. Possiamo confrontarli con produzioni dell’Europa centrale e decorazione di ambito Egeo: la tazza concava con testa di bovino sull’ansa fonde questi due elementi; fibule con “arco a nodi” sono simili ad alcune di ambito cipriota. Si percepisce la circolazione del sapere metallurgico: gli oggetti non sono solamente locali, ma il risultato di una produzione contaminata. L’ampia circolazione lascia traccia lungo le coste ioniche con la ceramica micenea: a San Giovenale sono stati ritrovati molteplici frammenti.
- San Giovenale riporta tracce dell’arrivo della ceramica egea sule coste ioniche
- Ripostiglio di Pariana (Massa - tardo bronzo, X secolo): ci restituisce strumenti per la pesca e per l’agricoltura, ciò ci fa capire che con l’avanzare del tempo, l’artigiano tende a stanziarsi e specializzarsi ancora di più.
- Ripostiglio di San Francesco (Bologna, XI – VII a.C.): contiene circa 14,434 oggetti ritrovati in un vano sotto a pavimento di una capanna adattata a fonderia e segnala lo stanziamento dell’artigiano.
Il periodo villanoviano I – IX secolo
Coincide con la prima età del ferro, le usanze si sviluppano e si verificano alcune novità:
- Dalla diffusione a macchia di leopardo, si passa a una concentrazione in prossimità delle zone di più antica occupazione come Toscana, Alto Lazio e appendici emiliane e campane.
- Censorino (III secolo d.C.- autore del “De die natali”) riporta l’opinione di Varrone, secondo il quale gli etruschi ebbero una parabola di vita lunga 10 “secula”. I secula non corrispondono a 100 anni, ma all’età dell’uomo più longevo di quel determinato periodo e sono scanditi da eventi prodigiosi e straordinari, come un’importante guerra.
Il periodo detto “Villanoviano I” comprende il IX secolo; al contrario, nel “Villanoviano II” rientra l’VIII secolo a.C.
Occupazione del territorio
- Con il IX secolo a.C., ai villaggi si sostituiscono insediamenti (sparsi su piccole alture) su ampi pianori dove la popolazione si raggruppa in unità oleografiche.
- I territori abitati vengono determinati tramite l’applicazione dei “poligoni di Thiessen”: essi si basano sull’equidistanza con l’insediamento limitrofo. La conseguenza è una concentrazione in zone privilegiate tramite il sinecismo (=“movimento insieme”), come sul pianoro di Civita di Tarquinia.
- Le necropoli erano sparse intorno all’abitato: quello del Calvario (sud – ovest di Tarquinia) fu prima un villaggio, successivamente ospitò la necropoli di Monte Rozzi. Grazie a quest’installazione è possibile, oggi, ricostruire un tipico villaggio villanoviano etrusco.
Il villaggio
- Abbiamo due tipi di fonti nei confronti delle capanne: le prime sono le tracce in negativo lasciate sul terreno (veniva scavato nella roccia un fosso perimetrale ed erano usati pali conficcati nel suolo a formare lo scheletro), le seconde sono urne, in terracotta o in lamina di metallo, a forma di abitazione. Le capanne potevano essere a pianta circolare, quadrata o rettangolare.
- L’abitato di Veio presenta vari abitati, ognuno dei quali possiede una propria necropoli poco fuori dall’abitato.
La sepoltura
- Viene utilizzata l’incinerazione in urne.
- Cambia la forma dell’ossuario: il cinerario biconico villanoviano è formato da due tronchi di cono sovrapposti ed uniti per la base, era completamente realizzato a mano con un impasto grossolano e non depurato, veniva lisciato con una stecca ed era decorato, (nelle parti del collo, ansa e ventre), geometricamente tramite impressione o incisione. Essendo un prodotto di livello domestico, aveva ulteriori usi: generalmente venivano rotte le anse durante il rito funebre.
- La copertura era diversificata: troviamo una ciotola tronco – conica o emisferica decorata con applicazioni plastiche (come palmine o lamelle di stagno); essa, in caso di defunti maschi, poteva essere sostituito da un elmo per associare il contenitore alla vita del proprietario.
- Prese piede l’uso dell’urna a capanna soprattutto in Etruria meridionale, nella zona laziale. In Etruria settentrionale, invece, l’ossuario non era inserito in una custodia, ma veniva rivestito in pietra tutto il pozzetto (Es: Ripaie); infine, veniva posto un ciottolo sopra la sepoltura (un antico antenato della stele).
- Inizialmente, le sepolture avevano pochissimi oggetti di corredo, il quale era solo un modo per distinguere il sesso dei defunti: gli uomini venivano accompagnati da rasoi lunati, le donne con oggetti appartenenti al mondo della tessitura e della filatura (fusi, etc.).
- La “Etrusca Disciplina”, leggenda rivelata al contadino Tarconte, primigenio ed ipotetico fondatore di Tarquinia e altre 12 città padane, dal genio Tagete, il quale spunta da un solco nel terreno che l’uomo stava facendo, racconta di precetti e riti religiosi. Essa viene riportata da Flacco, grammatico vissuto a cavallo tra l’anno 0.
Aree della cultura villanoviana
- Fino al V secolo, abbiamo nell’Etruria settentrionale – padana Bologna; mentre nell’Etruria campana presidiavano Capua e Pontecagnano.
- Fino all’VIII secolo, Sala Consilina (punta più a sud) utilizzava l’ossuario biconico con una decorazione incisa ed una copertura con un elmo per la sepoltura maschile, senza altre marcate allusioni allo status; in Etruria settentrionale si sviluppò un caso isolato, quello di Fermo (AP) nelle Marche: l’abitato si formò dallo spostamento dalla parte padana all’area settentrionale interna alla ricerca di uno sbocco sull’Adriatico. È formato da un insediamento più due necropoli concentrate: una detta “della misericordia”, più antica (IX secolo a.C.) sul fronte occidentale, l’altra, risalente al villanoviano 2 (VIII secolo a.C.) sul fronte orientale. Nella necropoli più antica, durante la prima fase di occupazione, veniva praticato il rito dell’incinerazione e sono stati ritrovati nella tomba 78 alcuni oggetti: rasoi nelle sepolture maschili, armi come spade, un pettorale detto “καρδιοφυλαξ”; da dopo l’VIII secolo, il centro viene assorbito dalla cultura picena.
Rapporti con la Sardegna
Gli insediamenti che si formano nel IX secolo si definiscono anche con i rapporti tra loro. È necessario, perciò, analizzarne alcuni come il rapporto con la Sardegna.
- Sono indubbi gli scambi tra distretti dell’Etruria propria. La precoce mobilità e i contatti con le altre culture iniziarono a creare economie di sussistenza ed essere vere e proprie risorse. Esistono prove tangibili (tramite persone e/o oggetti):
- Fonti letterarie: Strabone (II,7) riporta che “i sardi si chiamavano “iolai” (da Iolao, padre fondatore) e abitavano in luoghi sottraendo terra ai barbari tirreni”; le due popolazioni avevano in comune l’abilità metallurgica, essa era motivo di contatto.
- Trasferimenti di individui avvenuti per legami matrimoniali
- Artigiani che si spostano per produrre
Sono stati rinvenuti molti oggetti: bottoni, pendagli, utensili, picconi, bronzetti, calderoni nuragici ereditati dai ciprioti, etc. In particolare, a Vulci, nella “Tomba dei bronzetti sardi” (necropoli di Cavalupo) sono stati ritrovati: un ossuario protetto da una custodia in nenfro (pietra vulcanica), spille ed elementi di collane.
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