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Archeologia delle province romane

Appunti di archeologia delle province romane basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Grassi dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in scienze dei beni culturali. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Archeologia delle province romane docente Prof. M. Grassi

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La piazza del foro severiano aveva una superficie di circa 6.000 metri quadrati (100x60); questo

foro con una basilica biabsidata riprende un modello urbano, quello del foro di Traiano, quindi è

un esempio di architettura cosmopolita, ma oltre questo modello romano vi è un forte richiamo ai

modelli asiatici, infatti il tempio della dinastia severiana, dedicato alla gens Settimia sembra la

metà tagliata di quei grandi templi peripteri tipici dell’Asia Minore, anche se in questo caso si

tratta di un periptero sine postico (un’altra caratteristica propria dell’oriente romano è il

gigantismo dell’architettura, fenomeno tipicamente orientale che ha delle radici antiche).

E’ stata avanzata l’ipotesi che questo foro dovesse essere raddoppiato con un’altra grande piazza

e questo è stato ipotizzato perchè si tratta di un’area non edificata, libera che, come dimensioni

permetteva la duplicazione del foro; in più in questo modo si spiegherebbe perchè la basilica non

è in asse con il primo foro (però di questo non ci si rende conto se non guardando la pianta) e

cioè la basilica costituirebbe la cerniera tra i due fori e così sarebbe stata perfettamente in asse

con la seconda piazza.

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Questi due fori se fossero stati portati a termine avrebbero costituito un progetto di foro più

importante di una città provinciale; il progetto tuttavia venne iniziato sotto Settimio Severo, ma

non venne mai portato a termine da Caracalla.

La piazza del foro era circondata sui lati da un grande portico ad arcate; la prima volta che viene

usato questo tipo di architettura in un complesso monumentale è a Leptis Magna, un posto di

grande sperimentazione architettonica, infatti siamo in un’area provinciale dove si sperimentano

nuove soluzioni; tale portico ha delle colonne slanciate secondo il modello della via porticata.

Un esame accurato dei frammenti ha permesso di ipotizzare che questo portico avesse un

secondo ordine, cioè un secondo piano; sul foro oggi vi sono accumuli di pietre di vario tipo,

metodo utilizzato dai

restauratori che per fare

delle ipotesi di

ricostruzione fanno dei

cumuli mettendo insieme

elementi architettonici e

decorativi simili e il fatto

di aver trovato delle piccole

basi in numero tale da

coprire il perimetro del foro, ha permesso di osservare che probabilmente vi era un secondo

ordine di portici. Il foro aveva un paio di gradini ed era un foro chiuso e non passante e questa è

la dimostrazione che questi fori hanno perso la funzione di centro della città in cui si

convogliavano le strade principali e il mercato; vi era poi un alto muro rettilineo che circondava

la piazza e le absidi della basilica, quindi da fuori non si aveva l’idea dell’articolazione degli

spazi.

I fori diventano quindi delle piazze rappresentative della ricchezza della città per cui è

importante il richiamo a Roma; l’articolazione di questo foro richiama il foro di Traiano, quindi

per chi arrivava da Roma il richiamo era immediato; bisogna considerare che la basilica Ulpia ha

delle dimensioni doppie di questa, quindi si trattava di un foro di Traiano in miniatura.

Tra un’arcata e l’altra vi era una decorazione di tondi, opera di tantissimi scalpellini, infatti qui

vediamo all’opera la scuola di scultura di Afrodisia: si tratta di grandi teste di personaggi marini

e di gorgoni il cui viso aveva un grosso valore apotropaico, cioè teneva lontano i flussi maligni,

che hanno legati intorno al collo dei serpenti. Queste teste sono tutte diverse l’una dall’altra e

hanno la pupilla cuneiforme, in più vediamo la ricchezza plastica dei volumi e un grande uso del

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trapano per le capigliature; altri tondi rappresentano delle creature marine, probabilmente delle

nereidi, invece secondo alcuni rappresentano delle divinità mostruose marine come Scilla e

Cariddi (di queste teste ne sono state trovate 73).

La basilica ha una grande navata centrale in cui il fusto delle colonne è in granito rosa di Assuan

e una doppia abside realizzata in mattoni e opus cementicium, che richiama il modello della

basilica Ulpia però qui vediamo un’innovazione destinata poi ad avere una grande fortuna, cioè

manca il colonnato trasversale che chiude la basilica e la curvatura dell’abside è mimetizzata da

due grandi colonne poste su basi ottagonali, che si trovano sul fondo e questo fatto nasconde un

po’ la curvatura dell’abside (queste basiliche nel tardo VI sec diventeranno luoghi di culto

cristiani).

Circa il richiamo alla scuola di Afrodisia dobbiamo vedere i 4 pilastri due dei quali sono posti

alla fine della fila di colonne, mentre gli altri due sono posti dove comincia l’abside; essi

presentano delle sculture quasi scolpite a tutto tondo e sono dedicati alle divinità protettrici della

città, Ercole e Liber Pater, divinità assimilabile a Dioniso.

Nei due pilastri dedicati al Liber Pater vi sono tralci di vite e un elemento vegetale animato

perchè vediamo gli amorini che vendemmiano e all’interno di questo girale che si avvolge

intorno alla colonna vi sono i personaggi del corteo dionisiaco tra cui una menade.

Stilisticamente per le figure a tutto tondo e per la cornice che le racchiude si nota l’influenza

degli scultori di Afrodisia: un’analisi accurata degli elementi figurativi ha posto in evidenza la

presenza di molti scalpellini e maestri tra cui vi erano artisti di Afrodisia che hanno

probabilmente passato le loro conoscenze alle maestranze locali.

Sull’altro pilastro vi è Ercole con la clava e la pelle di leone: vi sono raffigurate le 12 fatiche e in

più vi sono raffigurate famose statue di Ercole in varie posizioni.

L’arco severiano sta all’ingresso della città, all’incrocio di due strade una che va verso il centro

della città l’altra che collegava Oea (Tripoli) con Alessandria, quindi si tratta di un accesso

monumentale alla città; l’arco ha dei gradini, quindi non era attraversabile dai carri, ma gli si

doveva girare intorno.

Qui vi era un arco precedente databile intorno al II sec dC che è stato rimaneggiato e rivestito

con la decorazione marmorea da Settimio Severo; la struttura portante dell’arco è realizzata in

blocchi di calcare lavati e tagliati secondo il cubito punico, invece il rivestimento è di marmo

proveniente dall’isola di Proconneso ed è stato tagliato secondo il piede romano (il marmo viene

quindi dall’Asia Minore come gli scalpellini).

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Esso non rientra nella tipologia degli archi africani, infatti ha una ricca decorazione

architettonica (si tratta di una decorazione che potremmo definire barocca) in cui questi elementi

architettonici non hanno una valenza strutturale, ma sono solo applicati alla facciata dell’arco

con una funzione decorativa. Quindi vi è una ricca decorazione su tutto il monumento che

interessa sia la facciata esterna che i piloni interni, cioè interessa tutte le parti del monumento.

Gli archi africani si caratterizzano per l’assenza della decorazione e di rilievi sulle superfici,

mentre qui vediamo un apporto dall’oriente; l’erezione di questo monumento è da collocarsi

forse nel 203 dC, forse in occasione di una visita di Settimio Severo a Leptis Magna, ma si

discute se l’imperatore sia tornato a Leptis Magna dopo la sua nomina a imperatore.

I rilievi che riguardano la famiglia imperiale sono datati a dopo il 205 dC perchè non compare il

ritratto di Plauziano, il prefetto del pretorio, primo amico dell’imperatore che poi venne ucciso,

ma la sua uccisione non è posteriore al 209, quando Geta venne elevato al rango di Augusto;

qundi l’arco si colloca tra il 205 e il 209.

Vediamo dei girali vegetali animati con uccelli e amorini; in un altro dettaglio della decorazione

vediamo figure di vittorie alate che hanno in mano il ramo di palma e che caratterizzano l’esterno

degli archi; gran parte della decorazione oggi posta sul monumento è in copia, mentre gli

originali si trovano in parte a Tripoli, in parte al Museo di Leptis Magna.

I rilievi che caratterizzano l’attico dell’arco celebrano le virtù familiari della gens Settimia ed

erano i rilievi che si vedevano arrivando a Leptis, che oggi non vediamo più sull’attico, me che

sono conservati al Museo, quindi l’impressione che abbiamo di queste incisioni in negativo non è

uguale a quella di un antico.

La prima delle virtù familiari celebrate su questo monumento (secondo alcuni infatti non si tratta

di immagini relative a episodi accaduti realmente, ma costituiscono una celebrazione generica

delle virtù familiari) è questa: qui vediamo Settimio Severo che stringe la mano destra ai figli,

quindi si tratta della scena della destrorum nunctio ed è celebrata la concordia familiare a cui

assiste Giulia Donna (vediamo un forte uso del trapano in un rilievo basso).

Alle spalle di Settimio Severo e dei suoi figli vi sono le divinità protettrici di Leptis, cioè Ercole

e il Liber Pater.

Secondo l’ipotesi di Bianchi Bandinelli i rilievi sono stati eseguiti in base a precise indicazioni

che venivano da Roma e da un equipè di scultori che operavano a Leptis sotto la direzione di

grandi officine orientali. La seconda virtù familiare è la virtus (il valore militare) per cui è

raffigurata una processione trionfale che nella Roma imperiale spettava solo all’imperatore,

infatti i generali vincevano in nome dell’imperatore; qui vediamo l’imperatore al centro sulla

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quadriga con i suoi due figli e si discute se questa processione è immaginata a Roma o in

occasione di quella visita di Settimio Severo a Leptis nel 203 perchè in un angolo è raffigurato il

faro di Leptis oppure se si tratti di quello che i leptitani avrebbero voluto che si svolgesse a

Leptis, ma non ci fu.

Le figure si muovono da sinistra a destra ma la quadriga subisce un ribaltamento della

prospettiva per mostrare in posizione frontale l’imperatore: si tratta di una forzatura di quella che

doveva essere una composizione corretta per una ragione ideologica, infatti l’immagine

dell’imperatore è elevata quasi a un’immagine di rappresentanza: quindi da II sec dC, cioè da

Settimio Severo abbiamo un’immagine frontale, sempre assoluta dell’imperatore.

Ogni rilievo celebra una virtù familiare e quindi celebra un personaggio, l’ultima virtù celebrata

è la pietas (cioè la devozione religiosa): qui vediamo Giulia Donna che tiene in mano un

contenitore per incenso e sta svolgendo un sacrificio sull’altare al centro della scena ed è la

prima volta che un imperatrice non compare come la consorte dell’imperatore, ma è al centro

della scena, mentre Settimio Severo compare come comprimario di questa scena (questo la dice

lunga sul personaggio e sul fatto che per 30anni l’impero venne dominato da una dinastia di

donne siriane).

La grecia

La metà orientale dell’impero romano è molto diversa come storia preromana; la provincia

prende il nome di Acaia che in origine era il nome di una regione del Peloponneso e che poi

venne attribuito a tutta la provincia. Il fenomeno più importante dell’occidente romano era

l’urbanizzazione, ma diverso è il discorso per la Grecia e il resto dell’oriente dove esistevano

gloriose città in cui sono intervenuti pesantemente i romani (con la Grecia i romani hanno

sempre mantenuto un rapporto ambiguo).

Corinto

Corinto venne distrutta nel 146 aC , anno in cui venne distrutta Cartagine; nel 44 aC rinasce sotto

forma di colonia di diritto romano per volontà di Cesare; essa si trovava in un punto chiave di

collegamento tra il Peloponneso e la Grecia continentale e fu una delle grandi metropoli greche.

Essa dominava sull’istmo da due parti, una sul golfo Sardonico, una sul golfo di Corinto; qui

esisteva un passaggio che consentiva il trasporto delle navi su delle specie di rotaie da un punto

all’altro, quindi non esisteva un canale, ma un passaggio su rotaie, in quanto il canale venne

tagliato nel 1983 (si trattò di un lavoro colossale in quanto le sponde di roccia erano alte 80metri

e il canale è lungo 6 km e largo 22 m).

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A Corinto risiedeva il governatore dell’Acaia, infatti da Augusto la città viene promossa capitale

della provincia e qui vi si svolgevano importanti giochi panellenici istmici; Atene rimane la

capitale culturale, ma non è quella amministrativa.

Oggi di Corinto non rimane molto sul terreno: l’acrocorinto, cioè l’acropoli di Corinto, dista

dall’agorà circa 1200 metri; si discute dove fosse l’agorà greca della città, infatti Corinto venne

distrutta e poi ricostruita come Cartagine, quindi troviamo inserti romani in un tessuto

monumentale greco.

Qui si assiste a un rimodellamento completo della città perché si voleva creare una rottura totale

con i quadri urbanistici precedenti e l’agorà greca forse va collocata a nord e a est della collina su

cui si ergeva il tempio arcaico di Apollo; in più nella zona dell’agorà doveva esserci

l’ippodromo, ma abbiamo poche evidenze.

Nei livelli più bassi dell’attuale piazza non esistono testimonianze di monumenti anteriori al 146

aC; cmq nella pianta dell’agorà romana si vede che ci sono strutture preesistenti non

completamente distrutte che hanno condizionato la forma irregolare di questa piazza, come la

sud, un portico di età ellenistica (fine IIIsec aC, i cui ambienti avevano funzione

στοα

amministrative, politiche e burocratiche), poi vi erano una fonte sacra chiamata Peirene e una

grande strada che collegava la città a uno dei grandi porti, quello che si affacciava sul golfo di

Corinto (questa zona in età classica era occupata da un ippodromo, mentre l’agorà greca si

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trovava a nord e a est della collina su cui si ergeva il tempio arcaico di Apollo, zona in cui in età

imperiale vennero costruiti due macella).

Corinto è uno dei casi di centri pluristratificati per cui gli scavi sono molto complessi: è

probabile che la definizione dell’agorà romana fosse avvenuta già nel I sec dC, anche se a

quell’epoca non tutti i complessi monumentali erano stati eretti; la piazza è articolata su due

livelli, quello inferiore settentrionale e quello meridionale che è sopraelevato rispetto al piano

della piazza e che in origine era il settore commerciale in quanto vi sono una serie di taverne

tutte uguali (questi due livelli vennero regolarizzati con la creazione di una fila di botteghe aperte

verso nord, recanti al centro una tribuna per arringare il popolo).

In età romana venne rimaneggiata, infatti si suppone che la zona avesse una funzione politico­

amministrativa perchè c’era bisogno di uffici per l’amministrazione di tutta la provincia e per

l’organizzazione dei giochi istmici. Per lungo tempo si è pensato che l’edificio con la pianta a

forma di ferro di cavallo fosse la sede del senato (dei magistrati della colonia) cioè il

bouleuterion, dove stava la boulè che corrisponde al senato romano; oggi si preferisce pensare

che fosse 1altro edificio, quello con le colonne sulla facciata e collegato alla basilica.

All’inizio dell’età augustea il portico meridionale venne chiuso a est da un edificio interpretato

come un tabularium (un archivio).

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Un altro fenomeno anomalo che da indicazioni sulla funzione di capitale di Corinto è il fatto che

nell’agorà vi siano 3 basiliche, quella meridionale, la basilica Giulia (per cui stringente è il

confronto con la Basilica Iulia, tranne per il fatto che l’edificio di Corinto possiede solo uno

stretto portico di entrata tetrastilo e che il muro di fondo è scandito da tre esedre quadrangolari) e

quella che era collocata lungo la strada del porto che dovrebbe essere quella più antica, costruita

alla fine del I sec aC con una pianta rettangolare allungata.

In più venne costruita, alla fine del regno di Augusto, la facciata dei prigionieri che costituiva

l’ingresso alla basilica, chiamata dei prigionieri perchè vi erano delle figure di telamoni (cioè

prigionieri barbari) che volevano celebrare forse quella vittoria augustea sui Parti; si trattava di

una vittoria diplomatica, ma che venne molto reclamizzata dalla propaganda augustea.

Con la prima età imperiale vengono aggiunte le altre due basiliche che hanno all’interno una

peristasi di 10 x 5 colonne; la presenza di 3 basiliche è ricollegata alla funzione di capitale della

città e al volume di attività che vi si svolgevano, ma si ricollega anche alla presenza di italici

perchè Corinto era un’importante colonia cesariana, quindi la città ha una serie di complessi

monumentali che si legano più all’occidente che all’oriente.

La basilica Giulia si configura come consacrata al culto imperiale perchè da qui provengono i

ritratti di Augusto e dei suoi due nipoti (l’agorà come dimensioni è una delle più grandi del

mondo romano, infatti misura 160 x 95).

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La struttura per la sistemazione della fonte Peirene ha 3 absidi e si colloca nella prima età

adrianea, ma venne rimaneggiata in epoca tardo antica, infatti la canalina della fonte è fatta con

materiali di reimpiego, cioè di lastre di marmo bianco, elementi architettonici di qualche

monumento che sono stati incavati e utilizzati come canalina.

Dunque la presenza di 3 basiliche è anomala, ma si potrebbe spiegare con il fatto che Corinto è la

capitale della provincia e quindi ha un grosso carico amministrativo e giuridico.

La basilica Giulia e quella meridionale sono gemelle ed erano state datate alla fine dell’età

giulio­claudia, ma per la basilica Giulia è più probabile una datazione all’età augustea, anche

perchè sono stati trovati i ritratti di Augusto velato capite, quindi nella sua funzione di pontefice

massimo e dei suoi due nipoti (per questo è stata chiamata Giulia); in più la sala in fondo alla

basilica era dedicata al culto imperiale.

Abbiamo delle basiliche come strutture pubbliche anche se Corinto è una città greca perchè nel

146 subì una grande distruzione e in più si tratta di una colonia cesariana (da qui il grosso

numero di coloni provenienti dalla penisola italica). La città ha quindi una serie di monumenti

che ne caratterizzano la romanità tra i quali prime sono le basiliche.

Sul lato occidentale dell’agorà vi sono una serie di piccoli templi tra cui uno rotondo di età

augustea, un piccolo sacello, cioè il tempio di Cneo Babbio Filino che ha dedicato questo piccolo

tempio alla divinità della vittoria.

Il tempio E era probabilmente un capitolium: si tratta di un tempio periptero, usuale nel mondo

orientale; intorno al tempio arcaico di Apollo si collocano due mercati, quindi la zona a nord

dell’agorà era specializzata in attività commerciali.

Nell’area nord ovest vi erano due edifici per spettacolo, cioè il teatro e l’odeion che aveva delle

dimensioni ridotte, era coperto, simile in pianta al teatro ed era dedicato alle audizioni musicali;

l’odeion venne completamente ricostruito in marmo da Erode Attico, infatti nel II sec questo

genere di edifici era utilizzato anche per le declamazioni oratorie, in quanto ci troviamo nel

periodo della seconda sofistica.

In più nel corso del tempo venne costruita una piazza di forma irregolare, sempre attribuito a

Erode Attico, che collega, mette in comunicazione questi due edifici.

L’agorà era il cuore della città di Corinto e da qui partivano le due strade di collegamento ai due

porti della città, uno sul golfo di Corinto, chiamato Lechaion, l’altro sul golfo Saloronico,

chiamato Chencreae; quindi i due porti erano collegati all’agorà che cmq non era transitabile dai

veicoli. L’ultimo tratto della strada che dal Lechaion conduceva alla città nell’età di Claudio

venne monumentalizzato con l’aggiunta di portici monumentali: fuori dall’Asia questo è uno

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degli esempi più antichi, se non il più antico esempio di strada porticata, che è una caratteristica

dell’urbanistica orientale (quindi è un esempio importante di un tipo di struttura che caratterizza

l’urbanistica orientale).

Atene

Atene in età romana mantiene la sua funzione di capitale culturale del mondo greco­romano:

mentre per Corinto assistiamo a una rinascita sotto il profilo economico, per Atene assistiamo

alla sopravvivenza di un glorioso passato che continua in età romana, infatti molti giovani

romani di buona famiglia andavano a studiare ad Atene che in questo periodo è importante anche

per la produzione di copie delle opere dell’età precedente e di sarcofagi (cmq essa non ha più

l’importanza dell’età precedente).

Dall’età augustea si effettuano interventi solo parziali sull’acropoli e viene costruita una nuova

agorà romana (chiamata mercato di Cesare e Augusto) e nell’età di Adriano si assiste alla

sistemazione di una nea polis con la costruzione della biblioteca che si affianca all’agorà romana.

L’acropoli vede scarsi interventi in età augustea, infatti viene solo costruito un piccolo tempio

rotondo davanti all’acropoli dedicato a Roma e Augusto (quindi consacrato al culto imperiale) e,

davanti alla salita dei propilei viene eretto un monumento onorario per Agrippa di cui oggi

rimane solo un grosso pilastro. Alcuni monumenti dell’acropoli o parte della decorazione di

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monumenti diventano quindi un modello per gli edifici di Roma, come le cariatidi che vengono

utilizzate per la decorazione del foro di Augusto.

Vediamo gli interventi più consistenti nella zona dell’agorà, infatti Agrippa volle lasciare sul

terreno una chiara testimonianza del fatto che l’architettura pubblica era ormai un’emanazione

del potere di Roma (il complesso dell’agorà comporta grandi difficoltà negli scavi perchè si è di

fronte a una stratificazione di secoli).

Essa è attraversata dalla grande via sacra su cui si svolgeva la processione delle panatenaiche; si

tratta di una piazza irregolare circondata da una serie di tra cui la più celebre è quella di

στοαι

Attalo, eretta dal re di Pergamo Attalo II intorno alla metà del II sec aC, che è stata

completamente ricostruita dagli americani; l’intervento è stato molto criticato perchè si è scelto

un monumento di un periodo preciso, mentre tutti gli altri edifici ora sono delle rovine alcune di

difficile comprensione.

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In ottimo stato di conservazione è l’efasterion, posto sul lato occidentale dell’agorà; la struttura

della piazza greca è libera, aperta, mentre l’agorà di II sec dC presenta l’odeion e il tempio di

Ares, costruiti nello spazio aperto della piazza rispettando la via sacra; il tempio di Ares è un

tempio dorico, esastilo, periptero, costruito in origine nel V sec nel demo di Acarnai, che venne

poi smontato e ricostruito qui tra l’11 e il 9 dC; l’inserimento del tempio di Ares nell’agorà di

Atene richiama l’ideologia del foro di Augusto a Roma, infatti questo tempio viene ad essere in

primo piano e a relegare in secondo piano gli altri templi, i luoghi di culto più antichi della città

poichè si trova in una posizione di primo piano.

All’esterno del tempio, orientato verso est vi era l’altare, consacrato a Caio Cesare, mentre

l’agorà romana è consacrata a Lucio Cesare; quindi le due più importanti piazze sono dedicate ai

nipoti di Augusto: vediamo com’è insistente il fenomeno del culto imperiale che ha una forte

valenza ideologico­politica.

Il secondo inserto è l’odeion, costruito in occasione della visita di Agrippa ad Atene (15 aC): si

tratta di un piccolo teatro coperto, circondato su tre lati da un portico ed è di grandi dimensioni,

anche considerando lo spazio aperto della piazza; era un edificio che aveva stravolto l’aspetto

della piazza, voluto come un omaggio alla cultura di Atene anche se ha anche una valenza

politica perchè l’agorà è lo spazio politico per eccellenza dell’Atene gloriosa, in cui viene

inserito questo edificio dedicato alle audizioni musicali e alle declamazioni oratorie, che

costituiscono un chiaro segnale di quale tipo di attività politiche verranno tollerate nell’Atene

romana. La facciata era decorata con le statue dei Lagidi (i re tolomei) ed era dedicata alla

commemorazione della battaglia di Azio, episodio cruciale della nascita del nuovo potere

augusteo.

Nel II sec dC venne rimaneggiato da Erode Attico, personaggio ricchissimo, filosofo che venne

chiamato a Roma da Antonino Pio per educare i

suoi figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero;

forse in quest’epoca venne trasformato in un

ginnasio, perchè egli fece costruire sulle pendici

dell’acropoli un nuovo odeion.

L’agorà romana venne progettata nel 47 aC durante

il breve soggiorno di Cesare, tuttavia solo tra l’11 e

il 9 aC si procedette all’inaugurazione ufficiale; si

tratta di una struttura quadrangolare un po’

irregolare forse a causa della presenza di un

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edificio preesistente; la piazza è circondata da un quadriportico e aveva una funzione

commerciale, però resta molto poco sul terreno (ben conservata è la cosiddetta torre dei venti);

questa piazza costituisce il primo vero intervento romano.

Affiancata alla biblioteca di Adriano venne quindi costruita una nuova piazza che presenta una

forte connotazione nel senso del culto imperiale perchè era dedicata al nipote di Augusto, Lucio

Cesare la cui statua era posta come acroterio sul propileo (cioè l’ingresso monumentale); in più

forse vi era anche una statua di Livia, oggi perduta. La piazza era di notevoli dimensioni (112 x

96metri) tenendo conto che doveva inserirsi in un contesto urbano già complesso ed elaborato.

Nell’età di Claudio vennero realizzate due imprese (vedi p. 388).

Adriano era l’imperatore filoellenico, amante della cultura greca e della Grecia per eccellenza di

cui abbiamo diversi ritratti che lo ritraggono con la barba che richiama l’iconografia del filosofo,

quindi già nei ritratti richiama la cultura greca.

L’età adrianea, come quella di Augusto, è un momento di forte ripresa del classicismo; Adriano

si pone come nuovo fondatore della città di Atene e si vanta della fondazione della nea polis: il

primo intervento importante è la costruzione, portata a compimento nel 131/132 dC, di un

grandioso tempio di Zeus Olimpio; si tratta di un tempio la cui costruzione è iniziata nel VI sec

aC, che poi venne ripresa varie volte nel corso del tempo e venne portata a termine da Adriano.

E’ il più grande tempio corinzio (108x41metri), interamente costruito in marmo bianco pentelico,

proveniente dal monte Pentelico vicino ad Atene ed è un tempio ottastilo diptero, cioè ha

tutt’intorno alla cella una doppia fila di colonne sui lati lunghi, tripla sui lati brevi, quindi è

circondato da 104 colonne alte più di 17 metri, ma di esse oggi ne rimangono solo 16; nella cella

vi era una statua in oro e avorio di Zeus.

Ci si è inseriti quindi nel solco della tradizione greca indulgendo in queste dimensioni colossali

(il gigantismo ha molti collegamenti con il mondo orientale), ma oltre all’onore a Zeus, secondo

alcuni vi è anche l’esaltazione della divinizzazione dell’imperatore, infatti nel recinto del

santuario vi erano molte statue di Adriano, dedicate dalle varie città greche; la metà orientale

dell’impero romano è un’area dove vi era l’abitudine, risalente a molti secoli addietro, alla

divinizzazione del monarca, quindi era più normale vedere l’imperatore come un dio, anche se

anche in occidente abbiamo molte testimonianze del culto imperiale.

Si accedeva al santuario da una porta monumentale che segnava il confine della città di Teseo e

di quella di Adriano: si tratta di un arco porta monumentale singolare per la commistione di

caratteristiche architettoniche diverse, infatti sotto vediamo l’arco di tradizione romana che ha

sopra una struttura trilitica che si ricollega alla tradizione greca; al centro di ciascun pilone vi

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erano delle strutture architettoniche applicate: su basi sporgenti rispetto ai piloni vi erano

colonne aggettanti che decoravano l’arco e che erano sormontate da una trabeazione in aggetto

che le completava e questo è un richiamo alla tradizione romana.

La parte superiore era molto più leggera e esile rispetto all’attico romano monto massiccio; al

centro vi era un edicola affiancata da due ali costituite da una semplice trabeazione orizzontale

che poggia su due pilastri posti alle estremità.

È certo che vi fosse un muro di fondo solo dietro l’edicola centrale, mentre probabilmente le due

ali erano aperte; si tratta di una struttura che richiama la porta di Adriano a Efeso dove abbiamo

una struttura che mostra la commistione di due tradizioni.

Il propileo a due piani esisteva nella tradizione ellenistica, ma qui vi è un forte innesto di una

struttura romana: questa giustapposizione, questa mescolanza di tradizioni è una caratteristica

dell’oriente in cui, a differenza della zona occidentale che non aveva una propria tradizione

architettonica, l’architettura romana in Grecia discende dalla tradizione architettonica greca e da

questa mescolanza nascono soluzioni originali.

biblioteca di Adriano

La era una struttura quadrangolare di 122 x 82 m che si affianca all’agorà

romana; era una grande struttura con un grande spazio aperto al centro che era decorato con

giardini e giochi d’acqua intorno al quale vi era un portico.

Il muro di facciata presentava colonne su avancorpi e sulla facciata vi era un propileo, cioè una

struttura che sta davanti alla porta, quindi un ingresso monumentale: la struttura è descritta da

Pausania che ricorda che il porticato aveva 100 colonne di marmo frigio, mentre i capitelli e le

basi erano in marmo bianco; sui lati lunghi vi

erano tre nicchie, quella al centro quadrangolare,

quelle laterali semicircolari.

La pianta di questa struttura ricorda quella del

Traianeum di Italica, ma vi è anche un richiamo

al Templum Pacis di Roma, cioè uno dei fori

imperiali di età flavia che è costituito da un

grande recinto sacro che richiama nella struttura

un foro, perchè si tratta di un grande spazio

aperto con delle esedre; l’ingresso era sul lato

breve occidentale.

Circa l’articolazione dei 5 ambienti sul lato breve

opposto a quello d’ingresso, l’ambiente centrale

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era il più grande e comunicava con la piazza attraverso una facciata a colonne e sul muro di

fondo erano collocate su due piani, una serie di nicchie, disposte su due livelli che inquadravano

un esedra rettangolare che era in asse con l’ingresso, dov’era collocata una statua.

Questa articolazione è caratteristica delle biblioteche, come quella di Celso a Efeso, perchè le

nicchie sono concepite per accogliere i volumina, cioè i rotoli; in più avevano muri di notevole

spessore o un doppio muro per tenere isolati i rotoli dall’umidità.

Nello scavo della biblioteca sono stati trovati due frammenti di sculture che raffiguravano

l’Iliade e l’Odissea: è probabile che dovessero affiancare una grande statua di Omero.

Ai lati dell’ambiente centrale vi erano due auditoria, cioè due strutture che richiamano gli odeia

che avevano delle gradinate per raccogliere il pubblico, in cui i retori e i filosofi tenevano

conferenze e declamavano le loro opere, le recitationes, cioè si trattava di letture pubbliche che si

svolgevano in queste strutture ed è un fenomeno collegato al movimento filosofico della seconda

sofistica.

Oltre alla funzione di biblioteca forse l’edificio ospitava anche gli uffici amministrativi

riguardanti la provincia d’Acaia, anche perchè, per volere di Adriano, Atene era diventata la

capitale dell’Acaia, quindi vi venne trasferito il potere amministrativo.

Dunque questa struttura aveva il ruolo di biblioteca, ma anche una funzione di archivio

provinciale: si ritiene questo anche per il confronto con il Templum Pacis che sul lato orientale

prevedeva una serie di strutture non solo destinate ad una funzione di biblioteca, ma anche di

archivio perchè da Vespasiano qui aveva sede il prefetto urbano.

E così si spiega perchè in uno degli ambienti laterali sono stati trovati frammenti della forma

Urbis, cioè quella pianta incisa su lastre di marmo; per l’analogia della pianta e delle funzioni

quindi la biblioteca di Adriano aveva un funzione sia di biblioteca che di archivio provinciale.

Ad Atene vi è anche una grande produzione artistica che riguarda soprattutto la scultura a tutto

tondo, infatti venivano prodotte repliche o varianti delle statue della gloriosa epoca precedente e,

un’altra produzione importante che si diffonde in tutto l’impero è quella dei sarcofagi di alto

livello anche per la materia, cioè il marmo bianco: quindi si tratta di una produzione di alto

livello artistico, ma di serie, infatti la faccia del protagonista non era finita, ma veniva finita

quando il sarcofago veniva comprato e il defunto si faceva raffigurare con il proprio ritratto.

Qui vediamo un sarcofago a cline (cioè uno di quei letti su cui ci si sdraiava per il banchetto) sul

cui coperchio sta sdraiata la coppia dei defunti; il sarcofago è decorato con motivi mitologici e di

guerra, infatti dal II sec dC compaiono le battaglie tra i romani e i barbari che costituiscono un

richiamo alle guerre che si cominciavano a combattere contro i barbari.

84

Il sarcofago poteva essere decorato su tutti e 4i lati, ma più spesso era decorato solo su tre perchè

nel mondo romano il sarcofago veniva posto sulla parete di fondo della tomba e non al centro,

come nel mondo orientale.

Il sarcofago di Arles presenta varie scene riferite al mito di Fedra e Ippolito, mito frequente sui

sarcofagi perchè indica l’ineluttabilità del destino di morte, infatti racconta che Fedra si

innamora del figlio del marito Teseo, Ippolito e cerca di sedurlo, ma lui le resiste e per questo lo

accusa di averla violentata; allora il padre lo caccia e sarà ucciso dai mostri marini durante una

caccia. Ci sono molte possibilità di varianti per queste scene che richiamano un mito conosciuto.

Sul sarcofago che si trova al Museo di Spalato vediamo ancora il mito di Fedra e Ippolito (spesso

le due figure laterali che rappresentavano i protagonisti del mito erano resi con le fattezze dei

defunti): questi sarcofagi erano diffusi in tutto il Mediterraneo ed erano di grande valore, pregio

e costo, soprattutto per il trasporto. Il sarcofago che si trova ai Musei Capitolini, venne trovato

nelle vicinanze di Roma, lungo una delle strade che portavano alla città nel 1582; è uno dei più

grandi per dimensioni, decorato su tutti e 4 i lati, ma quello posteriore è un po’ meno rifinito; si

data al II sec dC, periodo della maggiore diffusione dei sarcofagi attici. Qui vediamo delle scene

che richiamano un’altro personaggio molto amato, Achille che si trova presso la corte del re

Licomede, a Sciro, dove è stato nascosto dalla madre, vestito da donna, per sfuggire al destino

che lo avrebbe portato alla guerra di Troia e quindi alla morte; però Odisseo scopre dove si trova

e si reca a Sciro fingendo di essere un mercante; tra le sue merci ha però nascosto una spada e

quando Achille la vede, la brandisce, liberandosi dalle sue vesti femminili (è questa la scena che

è qui raffigurata). Ai lati della scena a destra vi è Agamennone, a sinistra Licomede.

La provincia d’Asia

La provincia d’Asia corrisponde alla parte occidentale dell’attuale Turchia ed è composta dalle

regioni di Misia, Lidia, Acaria e Frigia; si tratta di una provincia importante perchè la fascia

costiera dell’Asia Minore era stata interessata dalla colonizzazione greca.

Il territorio della provincia all’inizio era più limitata e si tratta del primo territorio provinciale a

non venire in possesso dell’impero romano in base a una guerra di conquista ma viene lasciato in

eredità attraverso un lascito testamentario nel 133 aC da Attalo III, ultimo re della dinastia degli

Attalidi (è un fenomeno che si ripeterà in seguito).

La regione è quindi ricca per la presenza di questa città greche ed è stata proprio questa regione

ad aprire il Mediterraneo orientale alla conquista romana, infatti era già interessata dalla

frequentazione di commercianti romani; la regione costituiva 1oggetto di grande interesse da

parte dei romani e quando diventò provincia era molto ambita dai governatori perchè era molto

85

ricca; per questo venne però molto vessata dai governatori e questo provocò la reazione

antiromana da parte di Mitridate, re del Ponto nel I sec aC.

In particolare nell’88 vi fu una grande rivolta antiromana e le fonti parlano di una strage di

Italici, cioè di circa 80.000 morti a causa di questa rivolta che venne domata, ma che fu un duro

colpo per il nascente impero e per questa zona. Il rilancio di questa regione avvenne nell’età di

Augusto e la regione fu particolarmente fiorente nel II sec dC.

La provincia d’Asia era una provincia tranquilla, infatti era una provincia senatoria che, oltre alle

4regioni di Misia, Lidia, Acaria e Frigia, comprendeva anche le grandi isole che erano di fronte

alla costa turca tra cui Lesbo, Chio, Rodi, Samo, che oggi appartengono alla Grecia e per questo

in anni recenti sono oggetto di contesa tra la Turchia e la Grecia (cmq appartengono

culturalmente alla Grecia); la capitale era Efeso.

Ad Afrodisia vi erano scuole artistiche di scalpellini e artigiani molto sviluppate anche per la

ricchezza dei marmi bianchi e colorati, come il pavonazetto, nome dato dagli scalpellini romani

in epoca moderna che richiama delle caratteristiche di colore. Tra le scuole di scultura della

piena età imperiale (II sec dC) importante è la scuola attica ateniese.

Qui vediamo un rilievo con Antinoo, il favorito di Adriano, opera di Antonianos di Afrodisia,

realizzato in marmo bianco pentelico (quindi è attico). Il rilievo ritrae Antinoo come divinità

agreste (infatti tiene in mano una forcetta) e si data tra il 130, anno della morte di Antinoo e il

138, anno della morte di Adriano; questo rilievo è stato trovato a circa 50 km a sud di Roma nel

1907 e presenta la firma, quindi questi scultori, alla stregua di quelli di Atene firmano le loro

opere con il proprio nome e il luogo di provenienza (il nome di Afrodisia era un marchio di

garanzia).

Della scuola di Afrodisia abbiamo accennato a proposito di Leptis Magna, circa quelle teste di

divinità marine che decoravano gli spazi tra gli archi del foro severiano; esse erano circa 73 ed

erano state realizzate da diverse mani, quindi è probabile che ci fossero stati degli scultori di

Afrodisia che sono intervenuti nella costruzione del foro e che hanno istruito gli scalpellini

locali.

Un’altra produzione di Afrodisia (infatti ci sono diverse scuole) è quella dei sarcofagi che sono

diffusi in tutta L’Asia Minore: qui vediamo un sarcofago a colonnette con una serie di

personaggi tra cui il defunto al centro raffigurato come un filosofo sia per l’abbigliamento che

per la barba e per il fatto che è affiancato da una serie di Muse; questi sarcofagi si caratterizzano

per la presenza su tutti i lati, ma soprattutto sulla facciata principale, di personaggi inquadrati in

queste colonnette.

86

Altri sarcofagi caratteristici di questa zona sono quelli a ghirlande di fiori e frutti rette da

amorini: questo sarcofago è pienamente lavorato sulla facciata principale anteriore, lo è per metà

sulla facciata laterale, mentre per metà la decorazione è indicata a risparmio, come sulla facciata

posteriore; la decorazione poteva essere finita se il sarcofago doveva essere posto al centro della

tomba. Su un sarcofago finito vediamo due amorini al centro che reggono l’epigrafe, mentre ai

lati vi sono delle ghirlande al centro delle quali sono ricavati i ritratti dei defunti, cioè marito e

moglie.

Vediamo invece un altro sarcofago della stessa tipologia, ma che non è finito, infatti potevano

essere portati a un diverso livello di finitura (per il trasporto di solito erano semifiniti, cioè erano

in gran parte lavorati e venivano finiti una volta giunti alla destinazione finale; parecchi relitti

attestano queste varie fasi di lavoratura).

La basilica di Afrodisia è un grande ambiente che si affaccia sulla piazza vicino al teatro, al cui

ingresso era posto un pilastro che può essere confrontato con i pilastri della basilica del foro

severiano, infatti vediamo un cespo d’acanto animato con figure quasi a tutto tondo e in più è

simile il trattamento della cornice.

Una grande scuola di scultura era anche a Efeso, infatti vediamo un rilievo che fa parte di una

serie di rilievi che si trovano al Museo di Vienna, relativi all’ara degli Antonini, il cui ciclo

figurativo è il più importante della scuola di Efeso; questo rilievo è importante perchè al centro

vi è l’imperatore Antonino Pio, nominato erede da Adriano, che a sua volta nomina eredi Marco

Aurelio e Lucio Vero. I rilievi non si trovano più nella loro collocazione originaria, infatti queste

lastre decorate sono state reimpiegate; essi a Efeso decoravano una struttura forse a forma di

ferro di cavallo che celebrava gli Antonini e che si affacciava sulla stessa piazza su cui si

affacciava la biblioteca di Celso.

Il marmo proconnesio, un marmo bianco diffuso in età romana per gli elementi architettonici,

proviene dall’isola di Proconneso che si trova nel mar di Marmara che nel nome ricorda

l’importanza di queste cave di marmo nell’impero romano.

Efeso

87

La città di Efeso ha una struttura regolare, nonostante le irregolarità del terreno; per la

strutturazione della città romana è importante l’agorà civile, mentre all’altra estremità troviamo

l’agorà commerciale o tetragona nei pressi della quale vi è la piccola piazza su cui si affaccia la

biblioteca di Celso; poi vi sono il teatro, la via dei Cureti e un’altra grande lunga strada

colonnata, nota come Arcadianae (cioè via di Arcadio) che collegava il teatro al porto, a fianco

della quale vi era il grande complesso delle terme.

Efeso era una città di antichissima tradizione, celeberrima nel mondo greco per il tempio di

Artemide Efesia, venerata come dea della fecondità, che si ricollega a una grande dea madre

anatolica; si trattava di uno dei più imponenti templi ionici della Grecia, importante anche in età

ellenistica, quando venne impostata la città secondo questo impianto regolare (si tratta di uno

schema ippodameo, piuttosto regolare), malgrado gli accidenti del terreno.

Il periodo che conosciamo meglio è l’età romana imperiale perchè la città divenne capitale della

provincia e quindi era la città più connotata in senso romano di tutta la provincia, il cui porto era

collegato al centro della città attraverso una grande via colonnata, l’Arcadianae, il cui ultimo

rifacimento risale all’imperatore Arcadio, che collegava il porto con il teatro di impianto

ellenistico che venne ingrandito in età romana e gli venne costruita la scena.

88

Nel mondo greco vi erano molti teatri che si caratterizzano come edificio di spettacolo tipico

dell’oriente, infatti qui abbiamo pochissimi anfiteatri, al contrario dell’occidente dove anche i

centri minori avevano un anfiteatro.

Circa la differenza tra il teatro greco e quello romano: il teatro di Efeso si appoggia su una di

quelle alture che caratterizzano il centro della città, quindi sfrutta un pendio naturale; una delle

caratteristiche dei teatri dell’Asia minore è la forma dell’orchestra (teatro di Myra, in Licia) che è

a ferro di cavallo, specificità planimetrica dei templi greci che viene mantenuta in età romana.

Il teatro di Aspendos, insieme a quello di Orange, è in assoluto il meglio conservato di tutto

l’impero romeno e vediamo come il teatro romano è una struttura completamente chiusa.

Il teatro di Epidauro, in origine appoggiato a una pendenza naturale, ha la cavea ( ) che ha

κοιλου

una forma a semicerchio abbondante e in origine non aveva nessun collegamento con la scena

che nel teatro greco non esiste; l’orchestra a cui si accedeva attraverso due parodoi, era l’area

dove si esibiva il coro il cui ruolo era importante e non esisteva una scena che nel corso del

tempo assunse l’aspetto di una struttura costruita, ma era cmq poco sviluppata.

Invece il teatro di Orange viene preso a paradigma del teatro romano: qui vediamo come la parte

della cavea e la scena sono strettamente saldate (quindi è una struttura chiusa) e la continuità tra

la cavea e la scena è totale.

La scena è costruita, articolata sulla fronte con delle esedre ed è saldata alla cavea; le parodoi

sono le gallerie che consentono l’accesso all’orchestra semicircolare che era riservata agli

spettatori di un certo livello (quindi era una zona privilegiata); i cunei che permettevano

l’accesso ai vari settori della cavea si chiamavano vomitoria.

Il teatro di Orange è in parte appoggiato a una collina, quindi non sempre i teatri romani erano

interamente costruiti; i romani però hanno una predilezione per le costruzioni artificiali, per il

costruito, infatti i teatri sono svincolati da qualsiasi legame con gli elementi naturali e la prova di

questo è il fatto che il teatro di Pompeo è costruito in Campo Marzio che è l’unica pianura di

Roma. Un esempio di teatro romano è quello di Aspendos, in Asia Minore e qui si vede la

completa saldatura tra la cavea e la scena.

Il teatro di Efeso, che poteva contenere circa 24.000 spettatori, era di grande impatto visivo per

chi arrivava dal porto e imboccava la strada verso il centro della città; il teatro di Efeso è un

teatro ellenistico che ha avuto poi una scena che non lo doveva chiudere completamente

89 tetragona

L’agorà è la prima agorà della città che ha

una forma perfetta, infatti è un quadrato il cui lato è

di 110metri di lunghezza e che caratterizza la città

anche nel periodo ellenistico; essa esisteva con

funzioni politiche, poi in età romana venne ampliata e

modificata.

Vi si accedeva attraverso una porta monumentale

innalzata in età augustea da due ricchi liberti di

Agrippa, ovvero Mazeo e Mitridate; poco rimane sul

terreno della piazza, invece sono state ricostruite

questa porta e la biblioteca; questa porta

monumentale confina con la piccola piazza dominata

dalla biblioteca di Celso.

Essa è a tre fornici e reca un importante iscrizione in greco e in latino (bisogna sottolineare

l’importanza di queste iscrizioni latine nella capitale della provincia d’Asia e nelle epigrafi

onorarie e celebrative in una città come Efeso che, fino a prima del suo inserimento nell’impero

romano, aveva solo epigrafi greche) dove compaiono i nomi di Mazeo e Mitridate, i liberti di

Agrippa; l’attico fungeva da basamento per delle sculture che ritraevano Augusto e Livia e

Giulia e Agrippa; dall’iscrizione ricaviamo una data precisa, cioè la porta venne eretta nel 4/3 aC

ed è stata monumentalizzata glorificando l’imperatore e la coppia della figlia dell’imperatore,

quindi sulla porta dell’agorà è posta la celebrazione della dinastia. Per l’agorà commerciale non

c’è una destinazione al culto imperiale se non questa porta che onora l’imperatore

Sull’agorà civile vi si affacciavano gli edifici della vita politica della città; i primi interventi

vanno fatti risalire ad Antonio che in età preaugustea, controllava l’oriente, la stessa costruzione

del tempio al centro della piazza deve forse collegarsi ad Antonio.

Nelle epigrafi è citata sul lato settentrionale della piazza una , cioè dei portici

στοα βασιλικη

monumentali che caratterizzano l’agorà ellenistica; questo in realtà è un portico, ma è anche una

basilica, cioè si tratta del riadattamento di una per una basilica, edificio che caratterizza il

στοα

foro romano, e termina con una sorta di sacello dov’erano collocate le statue colossali di Livia e

Augusto e dall’epigrafe sappiamo che la struttura era stata dedicata ad Augusto, Tiberio e

Artemide da un evergete locale, Caio Sestinio Pollione; abbiamo anche una data precisa, cioè tra

il 2 e il 14 dC (quindi nell’ultima fase augustea), periodo in cui Augusto, dopo la morte dei suoi

due nipoti nominerà Tiberio che regnerà come suo successore.

90

La basilica è anomala, fortemente connotata nel senso del culto imperiale che si affaccia su

questa piazza, le sue misure sono di 160 x 58metri e sul lato meridionale ha un doppio portico,

mentre sul lato settentrionale aveva un portico semplice ed era chiuso da un muro; la basilica è a

tre navate e si apriva sulla piazza con una facciata molto lunga scandita da 67 colonne ioniche;

dobbiamo sottolineare l’importanza, frequente in oriente, di queste strutture e l’articolazione

interna in navate che spesso ne rende difficile la loro identificazione con delle basiliche.

La basilica di Tarragona mostra un richiamo nelle proporzioni ai canoni dettati da Vitruvio,

infatti si tratta di una struttura rettangolare in cui la lunghezza è circa il doppio della larghezza e

ha all’interno un colonnato che circonda lo spazio centrale (chiamato spatium medium) interno,

ed è caratterizzata su 4lati da 1ambulacro: uno dei lati lunghi è caratterizzato da un portico che si

affaccia sulla piazza, su un altro dei lati lunghi vi è un esedra o un ambiente più grande spesso

consacrato al culto imperiale.

Qui a Efeso assistiamo alla trasformazione di una , struttura caratteristica del mondo

στοα

orientale, che viene adattata a basilica con tre navate, connotata nel senso del culto imperiale; le

colonne del portico della basilica che affacciava sulla piazza erano colonne ioniche: a differenza

di quello che succedeva nei portici di età ellenistica in cui si assisteva a un impiego variato di

ordini nelle varie file di colonne.

Qui è sempre impiegate nei tre ordini quello ionico, ma abbiamo una variante negli ordini interni

dove vi sono colonne ioniche con una protome taurina: importante è l’introduzione di un

91

elemento figurato in un portico romano, infatti l’arricchimento plastico era importante per

compensare l’aspetto di questi edifici, ritenuto piuttosto semplice.

Su questa vi era una grandiosa epigrafe in latino e in greco in cui le lettere sono

στοα βασιλικη

applicate in bronzo: per l’iscrizione greca abbiamo più lettere che però sono alte 12 cm, per

l’iscrizione latina vi sono meno lettere ( 370, in quanto in latino molte parole sono abbreviate),

che però sono alte 20 cm, quindi l’iscrizione latina era più imponente di quella greca e anche più

visibile.

Sul lato settentrionale vi era una struttura collegata alla funzione politica della città preromana,

cioè un Bouleuterion, il luogo di riunione della , il senato municipale, mentre dall’altra

βουλη

parte vi è il Prytanneion, luogo dove stavano i pritani, cioè i principali magistrati della città ed

era sede di cerimonie e feste importanti per la vita politica della città greca; in mezzo a questi

due edifici si inserisce un piccolo santuario dedicato a Roma e al divo Cesare, costruzione che

venne autorizzata da Ottaviano nel 29 aC, ma forse questo piccolo tempio venne già dedicato da

Antonio.

Si tratta di un caso di inserimento di un tempio dedicato al nuovo potere in una posizione

emblematica, cioè tra due monumenti simbolo di quello che era stata la libertà politica­civile

della città greca.

Questa agorà con la basilica e il tempio dedicato a Roma e al divo Cesare si caratterizza come

vero e proprio luogo del culto imperiale, cioè si tratta di un sebasteion, infatti in greco Augusto si

traduce con il termine sebastos o, con termine latino un augusteum, che costituisce

un’attestazione precocissima del culto imperiale.

In più in epoca successiva un grande pericolo viene costruito in prossimità dell’agorà dove alla

fine del I sec dC si ergerà il tempio di Domiziano che, dopo la sua damnatio memoriae verrà

dedicato a Vespasiano divinizzato; su questa piazza si concentrano i principali interventi del

potere romano.

Circa il culto imperiale un’altra testimonianza importante a Efeso è la via dei Cureti che unisce

in diagonale le due agorai, lungo la quale si colloca il tempio di Adriano, un’altra attestazione del

culto imperiale in età adrianea; lungo questa strada si trova anche un quartiere residenziale che

sta per essere ripristinato dalla scuola austriaca.

Esso (oggi troviamo quattro basi di età tetrarchica su cui erano collocate le statue dei tetrarchi) è

caratterizzato da una ricca decorazione architettonica, caratteristica della metà orientale

dell’impero romano: ha una trabeazione orizzontale spezzata da un arco e sulla chiave di volta vi

è un busto con la raffigurazione della della città (cioè la personificazione del genio

τυχη

92

protettore della città) che porta una corona turrita che raffigura le mura della città e questa figura

sorge da un cespo d’acanto; poi vi è un pronao piccolo e l’ingresso del tempio è sormontato da

una lunetta che reca la nascita di una figura femminile da un cespo d’acanto (è una figura che si

trova anche sui pilastri della basilica di Leptis Magna). In più vi è un’iscrizione in greco.

biblioteca di Celso

Accanto all’agorà commerciale si trova la piccola piazza su cui si affaccia la

che è stata completamente

ricostruita dagli archeologi

austriaci e costituisce un

esempio paradigmatico di

architettura scenografica,

che movimenta le facciate

di una serie di edifici, e

barocca che caratterizza le

città dell’oriente.

Su questa piazza sono stati trovati reimpiegati quei frammenti di cui abbiamo parlato a proposito

della scuola di Efeso, che facevano parte di una struttura dedicata alla celebrazione degli

Antonini che a un certo punto venne smontata e i pezzi, anche quelli decorati furono utilizzati

per un restauro della biblioteca.

Questa piazza diventa il punto focale della Efeso romana e per questo vi è una ricca decorazione

di facciata della biblioteca: questa facciata monumentale ricorda le frontescene teatrali (che sono

utilizzate per le biblioteche, i ninfei e i propilei).

La biblioteca venne costruita da Caio Iulius Aquilas, in onore del padre Tiberio Iulius Celsus

Polemeanus, quindi si tratta di un monumento onorario perchè ne onora la memoria, ma anche

sepolcrale. La facciata presenta un doppio ordine di edicole distile e sfalsate (questo tipo di

disposizione è detta a quinconce): quelle al piano inferiore hanno una trabeazione orizzontale,

quelle al secondo piano hanno alternati frontoncini triangolari e semicircolari; questa

disposizione della columnatio ha un effetto barocco (la decorazione è applicata alla facciata che

ha un’articolazione plastica); il ninfeo, cioè una grande fontana monumentale, di Mileto ha la

stessa disposizione ripetuta su tre piani.

Nelle nicchie del piano di base erano inserite delle statue di figure femminili che celebravano le

virtù di Celso e la sua , infatti era un monumento onorario e sepolcrale; questo

σωφια

accostamento tra biblioteca e cultura del personaggio è stato fatto in anni recentissimi per il

presidente degli Stati Uniti Regan.

93

Circa la pianta della biblioteca, si tratta di una struttura quadrangolare con una vasta sala di

lettura di 17 x 11metri che alle pareti ha una serie di nicchie su tre piani dove erano posti i

volumina della biblioteca e forse vi erano armadi di legno preposti alla conservazione dei

volumina; la parete in cui erano ricavate le nicchie era separata dal muro perimetrale da

un’intercapedine, funzionale alla migliore conservazione dei volumina perchè permetteva la

circolazione dell’aria e isolava i volumi dall’umidità. Sulla parete di fondo vi era una grande

esedra con la statua di Atena sotto cui vi era la camera funeraria in cui è stato trovato un

sarcofago del tipo a ghirlande che doveva contenere i resti di Celso.

La porta di Adriano a Efeso, rispetto a quella di Atene, mostra un esito più elaborato, un po’

meno romano rispetto a quella che è la porta­arco; la sua costruzione venne iniziata alla fine del

regno di Traiano e venne portata a termine da Adriano (quindi è precedente alla porta di Atene) e

nell’epigrafe viene citata come propileo, quindi era un ingresso monumentale.

Si tratta di un arco che sovrasta un fornice centrale a fianco del quale vi sono due edicole e il

tutto era chiuso da una trabeazione orizzontale: è una soluzione meno collegata alla tradizione

romana; a sua volta il secondo piano è sormontato da un terzo piano costituito da una sorta di

loggia a 6 colonne al di sopra della quale vi è un frontone di tipo siriaco, cioè triangolare che in

corrispondenza dell’intercolumnio centrale è segnato da un arco tangente ai lati del frontone.

La porta presenta una soluzione originale con l’accostamento di questi archi e della trabeazione

caratteristica del mondo greco.

Per quanto riguarda l’architettura orientale la sua tendenza generale, rispetto a quella occidentale,

è di privilegiare sempre l’architettura rispetto ai programmi figurativi, quindi si gioca soprattutto

sugli elementi architettonici con soluzioni sempre nuove.

Non si è certi, anche perchè non sono stati trovati frammenti se nello spazio superiore tra gli

intercolumni erano collocate delle statue, però è quasi certo che statue decorassero le edicole

laterali dell’arco e doveva trattarsi di statue di divinità, di imperatori e di membri della famiglia

imperiale, ma cmq non se ne ha la certezza.

terme di Efeso

Le sono tarde, infatti solo dal III sec dC le città si caratterizza per la presenza di

enormi terme­ginnasi, così definite perchè nel mondo orientale vi è questa associazione tra terme

e ginnasio.

Queste strutture si caratterizzano per la presenza di grandi spazi aperti che si sostituiscono nella

funzione alle grande piazze pubbliche (agorai) che perdono la loro funzione a favore di queste

terme, che diventano aree dove si riunisce la popolazione (non si tratta di un fenomeno solo

orientale perchè lo vediamo anche a Treviri).

94

Questo cambio della funzione comporta il trasferimento nelle terme nel culto imperiale, infatti

troviamo qui le cosiddette marmor saal, cioè sale di marmo, degli ambienti particolari

caratteristica delle terme dell’Asia Minore dedicate al culto imperiale.

Le terme si collocano sul lato settentrionale della

via Arcadianae e vi sono: le terme del porto,

riconoscibili per l’accesso di forma ellittica, il cui

impianto originario risale al I sec dC, ma quello

che oggi vediamo sul terreno è di III sec dC e

queste terme sono caratterizzate da un grande

spazio centrale aperto; poi vi è il portico di

Verulanus che prende il nome dal personaggio

che l’ha fatto costruire: si tratta di un enorme

palestra caratterizzata non solo da un

quadriportico perchè sui 4 lati sono costruiti 4

enormi xystoi cioè una sorta di stadio coperto che

troviamo nel mondo orientale a fianco delle

palestre, in cui ci si allenava durante la cattiva

stagione.

La struttura è di 240 x 196 m e lo spazio occupato

è di 47.000 m quadrati, cioè il triplo dell’agorà commerciale, quindi possiamo parlare di

gigantismo orientale.

Le terme di Vedius si collocano all’estremità settentrionale dell’abitato, nel quartiere dello

stadio, poi vi sono le terme del teatro e quelle orientali.

Le marmor saal sono ambienti aperti di solito sul cortile interno delle terme e sono grandi

ambienti che si caratterizzano per le pareti con una ricchissima decorazione architettonica che

ricorda le frontescene teatrali, infatti la facciata è caratterizzata da una serie di nicchie a volte su

più livelli, in cui erano collocate statue degli imperatori, dei membri della famiglia imperiale e

delle divinità; sono quindi i luoghi dove si è trasferito il culto imperiale dove vi erano cicli

statuari che comprendevano sculture relative alla famiglia imperiale e alle divinità

particolarmente onorate da una certa dinastia (quindi una delle funzioni caratteristiche delle

piazze imperiali viene trasferita in queste terme­ginnasi a partire dal II­III sec dC).

Costantinopoli

95

Costantinopoli si trova sull’estrema propaggine dell’Europa, tra il mar di Marmara e il mar Nero,

in una posizione strategica, destinata nel corso del tempo a diventare molto importante.

Qui siamo nella provincia di Bitinia (et Pontus), regione che venne donata dal re Nicomede IV al

popolo romano nel 74 aC e che poi venne sempre collegata al Ponto dopo la sconfitta di

Mitridate; infatti fin dal II sec aC la Bitinia era sempre stata una regione filoromana, basti

pensare che fu l’ultimo rifugio di Annibale, ma il re aveva acconsentito a consegnarlo ai romani

e Annibale, piuttosto che finire nelle mani dei nemici, si uccise; tutto questo si conclude con la

consegna del regno al popolo romano; la capitale della provincia è Nicomedia.

Un’importante fonte per noi sulla Bitinia sono le lettere di Plinio il Giovane che fu governatore

della Bitinia, dirette a Traiano per chiedere consigli sulla gestione dei vari affari della provincia.

Erano originari della Bitinia Dione Crisostomo, Arriano e Dione Cassio (in particolare egli era di

Nicomedia), autore di una storia romana in 80 libri della seconda metà del II sec dC.

A proposito di Dione Crisostomo, Plinio scrive a Traiano per sottoporgli un caso che richiama

quello di Celso, infatti Dione Crisostomo voleva donare alla città una biblioteca e aveva fatto

richiesta all’imperatore, ma voleva anche che all’interno fosse collocata la sua sepoltura e una

sua statua; le leggi romane proibivano la sepoltura all’interno del centro urbano, quindi Plinio

chiede all’imperatore cosa deve fare e Traiano da il suo consenso a questo monumento (la stessa

cosa dovette avvenire per Celso): questo tipo di monumenti onorari servivano anche per

l’eroicizzazione di questi personaggi, quindi la biblioteca, e cioè la cultura, era intesa come un

passaggio necessario per l’eroicizzazione di questi personaggi.

Circa Costantinopoli non rimane molto della città romana perchè nel corso dei secoli ha subito

una trasformazione importante, ma possiamo seguire la progressiva crescita della città seguendo

le tracce delle progressive fortificazioni: il primo muro è di Settimio Severo e vediamo che la

città stava proprio sul corno d’oro; nel 330 dC Costantinopoli diviene la capitale dell’impero per

cui si assiste a un grande ampliamento; l’ultimo ampliamento è costituito dal muro di Teodosio

di 12 metri che chiude la città verso l’interno.

A questa progressiva espansione della città si sono susseguiti una serie di fori; interessante è la

presenza sul foro di Costantino di una colonna istoriata, posta al centro del foro, che richiama le

grandi colonne di Traiano e di Marco Aurelio; importante è anche l’intervento di Teodosio

nell’intento di emulare i monumenti di Roma, infatti sulla spina dell’ippodromo, antenato greco

del circo, egli fa innalzare un obelisco che richiama il circo Massimo di Roma, che venne portato

da Giuliano dall’Egitto a Costantinopoli.

96

L’obelisco è rimasto in situ, è di granito rosa di Assuan, pietra che per il prestigio che aveva

assunto in età faraonica, venne utilizzata in età romana; l’obelisco ha un’interessante base

(monumento simbolo dell’età tardo antica) in marmo bianco, in cui è raffigurata la scena

dell’erezione dell’obelisco, posto in posizione orizzontale.

In più vi sono immagini rappresentative dell’arte romana tardo antica e quindi costituisce una

manifestazione interessante di quello che è divenuto il rilievo romano in età tardo antica, in cui

prevalgono gli intenti simbolici su quelli narrativi.

Questa base è importante perchè qui si crea il legame tra l’arte romana e quella bizantina; le

scene sono improntate secondo il rigido protocollo imperiale a cui corrisponde una rigida

frontalità del personaggio, infatti l’imperatore e i suoi figli sono posti in una posizione

preminente e frontale; si tratta di un percorso che inizia nella seconda metà del II sec dC (rilievo

dell’arco di Settimio Severo a Leptis Magna) e che qui arriva a compimento.

Bianchi Bandinelli riconosce nei rilievi della base due maestri: sul lato sud­est vediamo all’opera

un maestro che inserisce in questa rappresentazione simbolica, un elemento narrativo, infatti

vediamo nella loggia l’imperatore Teodosio che protende la corona che costituiva il premio per i

giochi ed è posto tra i due figli; poi vi è un altro personaggio, Proclo a cura del quale è stato

eretto l’obelisco e a un livello inferiore vi sono le teste di altri personaggi e di soldati; l’elemento

narrativo è costituito dalle danzatrici che danzano al suono di uno strumento a fiato e di una

specie di organo.

Sul lato sud ovest sono raffigurati al centro, seduti i due augusti e i due cesari, affiancati da

funzionari e soldati; poi vi sono altre file di dignitari posti a un livello inferiore e vi è una seri di

personaggi che stanno agitando la mappa, gesto grazie al quale si da inizio ai giochi

nell’ippodromo.

Il lato nord est è attribuito da Bianchi Bandinelli a un secondo maestro in cui manca l’elemento

narrativo: vediamo l’imperatore al centro distinto dagli altri personaggi dal palco su cui vi sono

anche i figli, Proclo e un soldato, poi vi sono schierati una serie di altri funzionari di grado

inferiore; anche qui con un gesto realistico vi sono dei personaggi che agitano la mappa.

Qui è come se fosse stato fotografato quel rigido ordine gerarchico che caratterizzava la corte (e

che caratterizzerà poi anche quella bizantina).

Sul lato nord ovest vediamo i due augusti e i due cesari che ricevono l’omaggio dai barbari

d’oriente e d’occidente, quindi si tratta dell’omaggio dell’oriente e dell’occidente all’impero

romano; si tratta di una scena sganciata dai giochi dell’ippodromo.

97

Interessanti sono le teste di questi personaggi che sono quasi veri ritratti, in più nessuna di queste

teste di funzionari è rigidamente frontale come quella dell’imperatore.

In basso i personaggi inginocchiati rappresentano i barbari d’oriente e d’occidente: entrambi

portano le brache e mentre i barbari d’oriente hanno il caratteristico copricapo a punta, quelli

d’occidente hanno una sorta di pelliccia portata sulle spalle ed entrambi offrono il loro omaggio

all’imperatore (essi sono in una doppia condizione di sottomissione, perchè sono in una fascia

inferiore del rilievo e sono inginocchiati).

Il porfido è una pietra che da Diocleziano (fine III sec dC) diventa la pietra per eccellenza

dell’imperatore e così sarà nei secoli a venire.

Si tratta di una pietra collegata all’imperatore e i suoi familiari; il porfido è color della porpora e

arriva dal deserto orientale egiziano, zona ricchissima di pietre di grande prestigio che

raggiungevano Roma (bisogna considerare che all’epoca non c’era il canale di Suez) la più

importante delle quali era il porfido, che veniva cavato dal monte Porfirites (o Mons Igneus cioè

montagna di fuoco, come si chiama ancora oggi).

Le cave occupavano una superficie di 6 km quadrati ed erano tutte sopra i 1000metri di

altitudine; di questa pietra abbiamo notizia già nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (libro

XXXVI) in cui dice che il porfido si trova in Egitto e ci da la notizia che nell’età di Claudio,

Vitrasio Pollione fece portare a Roma per l’imperatore statue fatte con questi marmi; in realtà il

termine non è corretto, ma in archeologia indica tutte le pietre che possono essere lavorate e

pulite. Sappiamo da un ritrovamento epigrafico la data in cui si cominciarono a sfruttare queste

cave che non vennero utilizzate in età faraonica e nella prima età imperiale se non in modo

sporadico, infatti le cave vennero scoperte da Caio C. Leuga (?) nel 18 dC, cioè in età tiberiana

(in età tolemaica e augustea vennero sfruttate in modo sporadico).

Il grande pregio di questa pietra deriva dal fatto che le cave sono ad una certa altitudine, in pieno

deserto, quindi bisogna prevedere delle stazioni di tappa, infatti ci sono da fare 120 km per

raggiungere il Nilo e poi bisogna risalirlo fino ad Alessandria, quindi quello che incideva sul

costo era il trasporto; le cave non verranno più sfruttate dal V sec dC.

Nel I e II sec dC il porfido viene utilizzato prevalentemente in architettura per le lastre dei

pavimenti, le colonne e, siccome le cave erano di proprietà imperiale, questa pietra veniva

utilizzata nei grandi complessi imperiali; sappiamo che Adriano destinò per il ginnasio di Smirne

90 colonne in porfido.

Da Diocleziano il porfido venne utilizzato per le effigi degli imperatori che erano completamente

fatte in porfido come la statua dei tetrarchi per cui Bianchi Bandinelli ipotizza una lavorazione in

98

Egitto perchè era una pietra difficile da lavorare; abbiamo altre statue di tetrarchi in porfido, le

colonne della basilica apostolica Vaticana sono in porfido, altre sculture che erano state segate e

utilizzate come lastre per il pavimento sono al Louvre.

Qui vediamo delle statue di imperatori che hanno la fibula caratteristica dell’età tardo antica,

pongono la mano sull’elsa della spada secondo alcuni per estrarla e quindi sarebbero degli

imperatori guerrieri, secondo altri per riporla e quindi sarebbero imperatori pacificatori.

In porfido sono: la grande colonna eretta da Costantino a Costantinopoli, alta 50 m in cima alla

quale era posta una sua statua, il sarcofago di Elena, madre di Costantino (un altro uso del

porfido era quello per la produzione di sarcofagi per l’imperatore e per i membri della famiglia

imperiale). Il porfido era quindi collegato alla figura dell’imperatore, gli imperatori nascevano

nel porfido tanto che gli imperatori bizantini erano chiamati porfirogeniti perchè nascevano in

una stanza del palazzo di Costantinopoli completamente rivestita di porfido che segnava quel

rigido cerimoniale della corte bizantina; inoltre nel palazzo i percorsi degli imperatori erano

segnati dalla presenza del porfido sul pavimento, quindi la vita dell’imperatore era segnata dalla

nascita alla morte dal porfido.

L’Egitto e la Siria

L’Egitto e la Siria hanno delle tradizioni culturali particolari per cui l’esito del contatto con il

mondo romano assume una forma peculiare e importante; infatti in entrambe vi è una tradizione

antica e radicata, segue l’età ellenistica dei Tolomei in Egitto e dei Seleucidi in Siria, a cui si

sovrappone la cultura romana: quindi hanno origine delle culture particolari che attingono a

questi tre filoni, quella dell’antica tradizione che nel caso dell’Egitto è quella faraonica, quella

greco­ellenistica e quella romana.

L’Egitto diventa provincia romana dopo la battaglia di Azio, quindi dopo la sconfitta di Antonio

e Cleopatra VII (che apparteneva alla dinastia macedone che dalla fine del IV fino alla battaglia

di Azio governò l’Egitto) esso entra a far parte dell’impero romano.

L’Egitto era una provincia ricchissima per la presenza di grandi cave di pietre preziose nel

deserto orientale egiziano da dove arrivano prima di tutto il porfido e poi il granito rosa di

Assuan (l’antica Siene da cui deriva il nome di sienite) che abbiamo visto attualmente utilizzato

a Leptis Magna in età severiana; inoltre era una provincia ricca per la produzione del grano tanto

che diventerà uno dei granai dell’impero romano, infatti la Sicilia era il granaio di Roma in età

repubblicana che in età imperiale viene sostituita dall’Egitto prima e dalla provincia d’Africa poi.

99

L’Egitto era importante soprattutto per lo straordinario fiume che attraversava il deserto: era una

provincia a statuto speciale, né senatoria, né imperatoria, ma era una proprietà privata

dell’imperatore che succede ai Tolomei come dio; nessun senatore vi poteva accedere senza il

permesso dell’imperatore che a Roma era primum inter pares, quindi a lui spettava di succedere

ai Tolomei come dio; essa era governata da un praefectus Aegypti che risiedeva ad Alessandria,

che era la città più importante dell’Egitto e una delle quattro città più importanti dell’impero in

età medio­imperiale, cioè II­III sec dC, insieme a Roma, Costantinopoli e Antiochia, che erano le

grandi metropoli dell’impero. Qui vi furono grandi rivolte guidate dagli ebrei, quindi la provincia

ha avuto momenti di rivolte al governo centrale.

Circa la tradizione culturale è peculiare in Egitto la presenza di due filoni principali: uno che si

richiama alla tradizione ellenistica, uno che si richiama alla tradizione faraonica.

Alessandria

Alessandria venne fondata nel 332­331 aC da Alessandro Magno sul delta del Nilo, su una

striscia di terra che ha alle spalle un enorme lago; si tratta di una delle tante Alessandrie fondate

da Alessandro che inaugura quel fenomeno che diventerà tipico della tradizione ellenistica, della

fondazione di città con nomi dinastici.

La città è stata fondata secondo lo schema ippodameo, essendo di nuova fondazione, con strade

regolari che si incrociano ad angolo retto; ad Alessandria si trovava il palazzo dei Tolomei, ma

della città antica si conosce poco perchè quella moderna insiste su quella antica; aveva due porti

e in più venne creata quella fondazione culturale che è il Museion, che costituisce il primo

museo, con la biblioteca che venne già distrutta durante l’assedio di Cesare; in più vi era un

tempio dedicato a una divinità inventata dai Tolomei, Serapide, cioè il Serapeion.

Sull’isola di Pharos venne costruita una torre luminosa che prese il nome proprio dall’isola di

Pharos (oggi al posto del faro vi è un forte), una struttura costituita da più piani sovrapposti,

come quella che abbiamo già incontrato per Leptis Magna perchè tutti i grandi fari si rifacevano

nella struttura al faro di Alessandria.

Conosciamo il faro da tante riproduzioni perchè è stato per molti secoli un modello: questo

portalucerna (recipiente dove si inseriva la lanterna accesa e che veniva utilizzato per andare in

giro di notte) è configurato come il faro di Alessandria; nella basilica di San Marco a Venezia è

raccontata la vita del santo che fu evangelizzatore di Alessandria e in questo mosaico del XIII

sec vediamo la nave del santo che si avvicina ad Alessandria, riconoscibile dal faro.

La città era importante anche perchè era un grande centro di produzione dell’artigianato artistico

che comprendeva oggetti eccezionali e una produzione di alto valore artistico che però continua

100

una produzione in serie di una seria di oggetti, quindi vi erano oggetti più o meno raffinati e

lussuosi che avevano una larga diffusione; dall’Afghanistan proviene il vaso di Begram, che

appartiene a quel tipo di coppe diatrete di cui abbiamo parlato a proposito di Treviri che, insime

alla zona palestinese e alessandrina, era un grande centro di produzione di vetri. Questo vaso è

un unicum e presenta la raffigurazione di alcune navi che si dirigono verso il faro che è un po’

schematizzato, riconoscibile dalla grande statua che lo sormontava.

Le coppe diatrete erano costituite da un blocco che veniva poi lavorato ad intaglio da cui si

ricavano le figure che rimanevano collegate alla coppa da piccoli ponticelli con un lavoro di

intaglio abilissimo; la coppa di Licurgo, che ha fatto parte per molto tempo della collezione

Roschi, oggi si trova al British Museum.

La sua provenienza è discussa, o Alessandria o Antiochia, e racconta il mito del re trace Licurgo

che aveva deriso e cacciato Dioniso dalla sua terra e aveva aggredito la menade Ambrosia per cui

Dioniso lo punisce facendolo avvolgere da un tralcio di vite che lo soffoca. La coppa, quando

viene illuminata da dietro, diventa di un colore traslucido rosso, mentre di solito è verde, quindi

cambia completamente colore perchè al vetro sono state aggiunte particelle di oro, argento e

manganese per cui quando viene illuminata da dietro, cambia colore.

Questa statua di un sacerdote del dio Thot ha un forte richiamo alla tradizione culturale egiziana

per la presenza di questo pilastro dietro la statua che ha un’iscrizione in caratteri geroglifici che

vede il sacerdote inginocchiato di fronte alla divinità venerata, cioè Thot.

Questo tipo di scultura è caratteristica di quest’arte mista per il forte richiamo alla tradizione

egizia dato anche dall’uso della pietra che era già in uso in età faraonica, cioè al cosiddetto

basalto, pietra nera, durissima di lavorare, utilizzata per le sculture in Egitto; in più della

tradizione egizia sono quei caratteri di compattezza, di uniformità della figura, la stessa postura

della figura che ha il braccio destro rigidamente attaccato alla gamba e la gamba sinistra

leggermente avanzata e l’abbigliamento; invece l’influenza ellenistica si coglie nella trattazione

del volto che è realistico e dalla capigliatura, caratteri che rendono questa statua un ibrido.

La resa di questa scultura è molto felice, ma le sculture di questo genere sono difficili da datare

quando non si hanno indicazioni nelle iscrizioni: essa prima veniva datata al II sec dC, oggi

invece ci si orienta alla prima età augustea, entro la prima metà del I sec aC.

Tra gli interventi più importanti del periodo romano vi è la fondazione di Antinoupolis, in

memoria di Antinoo, fondata da Adriano nel luogo dove Antinoo era annegato (non si sa se è

stato un incidente o un suicidio rituale o altro) nel 130 dC; egli era originario della Bitinia,

regione a nord dell’attuale Turchia che si affaccia sul mar Nero.

101

E’ importante per l’Egitto romano la fondazione di Antinoupolis (cioè città di Antinoo) o

Antinoe che venne costruita dai romani con grandi vie colonnate (oggi però rimane poco da

vedere). Antinoo stesso venne ritratto all’egiziana, con il tipico copricapo con l’ureo, mentre alla

tradizione egizia sfugge il volto che è più realistico; le statue raffiguranti Antinoo sono

moltissime: un’altra statua proviene da villa Adriana (dove probabilmente l’Antineion era

strutturato all’egiziana), mentre oggi è conservata a Monaco, la cui struttura è quella di una

statua egizia.

Oltre a questo filone che si rifà alla tradizione ellenistica e poi romana, vi è un secondo filone di

tradizione egiziana: nell’alto Egitto vi è il tempio di Philae che ha parti che risalgono all’età

romana; per salvarlo dalle acque del lago Nasser, tra il 1972 e il 1980 esso è stato completamente

spostato.

Philae ha la caratteristica struttura del tempio egiziano con delle aggiunte di epoca tolemaica e di

età imperiale romana che sono virtualmente indistinguibili dalle parti di età faraonica.

Capiamo che alcuni rilievi sono di età romana per i geroglifici e i cartigli che ci danno molte

informazioni, ma la resa delle figure e delle divinità è indistinguibile da quella di età faraonica,

infatti esse presentano anche la disarticolazione tipica dell’età faraonica.

Questo ha senso perchè sia i Tolomei che gli imperatori romani si inseriscono nelle tradizioni

culturali di età faraonica e quindi sia i Tolomei che gli imperatori romani sono dei.

A Philae si trova anche un padiglione che si affaccia sul Nilo dove arrivavano le processioni

sacre lungo il fiume ed è di età traianea, quindi c’è una continuità della tradizione architettonica

dell’età precedente.

I ritratti del Fayum che è una grande oasi (ma alcuni provengono anche da altre parti dell’Egitto)

si sono straordinariamente conservati: essi erano dipinti su legno o su tela, prevalentemente lino

e, tra il I e il IV sec dC venivano applicato sulle mummie, quindi vediamo convivere una

tradizione tipicamente egizia collegata alla vita dopo la morte e alla mummificazione e una

tradizione greca e romana richiamata dai ritratti realistici di questi personaggi.

I ritratti si sono conservati per le condizioni favorevoli dell’Egitto che ha un clima molto secco,

ideale per la conservazione dei reperti organici; questi ritratti hanno una forma particolare perchè

riproducono le fattezze del defunto e poi venivano posti sulle mummie, quindi sono stati

facilmente saccheggiati già in antico.

Qui vediamo il tondo che rappresenta Settimio Severo con la moglie Giulia Donna e i figli

Caracalla e Geta il cui volto è stato cancellato; si tratta di un ritratto di alta qualità: vediamo però

all’opera per questi ritratti artisti di valore diverso, infatti vi erano grandi artisti e artisti meno

102

abili e anche i materiali potevano essere diversi, infatti alcuni sono realizzati su legno di cedro

che era molto pregiato in quanto non si trovava in Egitto e anche la tecnica utilizzata era diversa,

infatti potevano essere realizzati o a tempera o a encausto (si mescolavano i pigmenti con la cera

d’api e poi erano fusi e emulsionati).

Cmq questi ritratti appartengono a un elité, sia quelli più modesti, sia quelli più di valore, in

quanto cmq questi personaggi dovevano essere abbastanza ricchi da permettersi la

mummificazione che era una pratica molto costosa, tipicamente egiziana: i greci e i romani

adottano questa pratica che permetteva la conservazione del corpo per l’eternità, ma adottare la

mummificazione significava anche credere nel mondo dell’aldilà tipico degli egiziani. In Egitto

non si assiste al prevalere della cultura romana come in occidente dove non c’era niente.

Su un altro tondo vediamo il ritratto di due fratelli raffigurati alla romana, che non doveva però

essere applicato alla mummia, infatti questi ritratti probabilmente venivano realizzati prima della

morte del personaggio e doveva essere esposto in casa mentre, alla morte del personaggio veniva

ritagliato e posto sul defunto.

Questi due fratelli vestono alla romana, cioè si rifanno alle mode e alle pettinature

dell’imperatore: i tratti somatici sono resi con raffinatezza e uno ha un mantello di porpora,

trattenuto sulla spalla da una fibula in oro e pietre preziose, ciò significa che dovevano essere alti

funzionari dell’impero romano.

Vediamo invece un ritratto più popolaresco: si nota un contrasto netto tra le rughe che sono rese

con delle linee più scure e il resto della pelle, quindi la resa veristica è resa con un’abilità

inferiore. La maggior parte di questi ritratti si datano al II­III sec dC,ma per i criteri di datazione

oltre alla capigliatura per le figure femminili un aiuto ci è dato dalla raffigurazione dei gioielli di

cui abbiamo dei riscontri nella realtà: il largo uso di pietre preziose si diffonde nella piena età

imperiale; i gioielli danno delle informazioni, ma

1. molti gioielli di età romana sono stati saccheggiati e quindi sono privi di contesto,

2. bisogna stare attenti perchè queste signore potrebbero indossare dei gioielli di famiglia e

quindi più antichi di loro.

Queste tavole venivano quindi ritagliate pere essere inserite sulle mummie al posto del volto:

questi due ritratti sono stati associati (il ritratto maschile si trova a Vienna, quello femminile a

Londra), infatti forse si tratta di una coppia di coniugi o di fratello e sorella; cmq sia dovrebbero

provenire dallo stesso contesto per dei caratteri stilistici, come la resa della capigliatura e la resa

rozza delle rughe che sono rappresentate attraverso righe sottili senza il chiaroscuro

dell’incarnato.

103

Anche questi altri due ritratti sono stati associato per dei caratteri stilistici come la resa del colore

e per la stessa aria di famiglia, quindi forse erano fratello e sorella; oggi quello femminile si

trova a Londra, quello maschile in una collezione inglese). Si tratta di due pitture di grande

raffinatezza, quindi di due personaggi di alto livello: la signora ha una bellissima collana d’oro in

cui sono inserite delle pietre, probabilmente degli smeraldi (infatti vi era un grande commercio di

pietre preziose con l’oriente) e al centro aveva probabilmente una cornalina (l’uso delle pietre

preziose e dell’oro insieme è tipico dell’età imperiale); il suo tipo di pettinatura è quello

caratteristico delle donne della dinastia degli Antonini; in più sia la corona che ha sul capo sia i

gioielli sono in foglia d’oro.

Il personaggio maschile era probabilmente un militare per il tipo di mantello e per il balteo: esso

presenta un preciso e chiaro richiamo a Lucio Vero e grazie a questo richiamo la coppia è stata

datata all’età antoniniana (160­170).

Si tratta di due personaggi giovani: in molti casi abbiamo rappresentazioni di giovani e in alcuni

casi il ritratto corrisponde all’età in cui è morto il personaggio, in altri no, quindi questi ritratti

venivano realizzati quando il personaggio era giovane, poi venivano esposti in casa, ritagliati al

momento della mummificazione e posti sul volto della mummia.

Qui abbiamo la testimonianza di questo tipo di quadretti che venivano ritualmente appesi in casa

e poi venivano posti sulle mummie; sappiamo dai papiri che vi era un’usanza tipica dei funerali

dei personaggi abbienti dell’Egitto romano, che prevedeva che l’immagine del defunto fosse

esposta durante la processione che si chiamava ecforà (quindi era un rito greco), e che poi fosse

portata all’imbalsamatore che provvedeva alla mummificazione e al taglio della tavola.

Gli abitanti dell’oasi del Fayum erano discendenti dei mercenari greci, poi mescolatisi alla

popolazione locale (per cui assistiamo a un mescolarsi di usi e di tradizioni), mercenari che

avevano combattuto per Tolomeo e che alla fine del loro servizio avevano ottenuto delle terre in

questa zona.

In queste mummie da Hawara, località del Fayum sud orientale, vediamo come i ritratti venivano

ritagliati e applicati sulle mummie: il primo ritratto è su lino, realizzato a tempera, quindi era

molto delicato sia per la tecnica che per il materiale; il bambino porta al collo una collana a cui

era probabilmente appeso un amuleto e, per il tipo di capigliatura si richiama ai ritratti dei

bambini o degli adolescenti di età giulio­claudia (40­55 dC) come Agrippa postumo, l’ultimo

figlio di Giulia e Agrippa, così chiamato perchè nato dopo la morte del padre, che venne

eliminato da Tiberio dopo la presa del potere, quindi è morto bambino.

104

Questo bambino ha però una particolarità, cioè ha delle lunghe ciocche di capelli che ricadono

sulle spalle che non hanno nulla a che fare con questa tradizione; in più un’altra caratteristica è

quella di avere degli occhi di grandi dimensioni, sproporzionati.

Sul ritratto della mummia di Artemidoro (sappiamo il nome perchè abbiamo un’iscrizione sul

sarcofago A μ ) vediamo che il ritratto ha una ghirlanda e il personaggio porta

ρτε ιδωρη ευψυχη

una collana d’oro: tutte le decorazioni sono applicate in foglia d’oro.

Il ritratto è su legno di cedro ed è stato realizzato con l’encausto: il tipo di pettinatura con la

frangia a metà della fronte rappresenta la tipica moda maschile di età traianea; sul sarcofago vi

sono una serie di scene che si rifanno alla tradizione egiziana, infatti sul primo registro vediamo

Anubi che si prende cura della mummia del defunto posta su un letto a forma di leone; poi ci

sono altre scene l’ultima delle quali rappresenta il risveglio di Osiride: ciò dimostra che le

credenze egiziane erano radicate e vengono assunte da personaggi di provenienza greca e

romana. In questo ritratto maschile (100­120 dC) vediamo la caratteristica pettinatura a frangia

che arriva a metà della fronte, tipica dell’età traianea.

Quest’altro ritratto di donna (100­120 dC) ha anch’esso una tipica pettinatura di età traianea e

presenta dei gioielli che sono importanti per i ritratti femminili, infatti non sono mai uguali da un

ritratto all’altro: qui la donna ha, per tenere fermo lo chignon, un agocrinale in oro, in più ha

degli orecchini a cerchio in smeraldi e perle e un paio di collane, 1in cui si alternano grani d’oro

e di smeraldi (in questi ritratti le signore esibivano i loro migliori e più preziosi gioielli).

In questo ritratto (170­190) questa donna ha una veste molto preziosa con un mantello, una

tunica e una sottotunica e alle orecchie ha degli orecchini a barra in oro che avevano tre pendenti

che erano conclusi da una piccola perla; questo tipo di orecchino era abbastanza comune, infatti

ne sono stati trovati degli esemplari.

In più questa donna ha una catena che si conclude con un medaglione con una testa di gorgone

che costituiva un motivo apotropaico, cioè il gioiello con questa raffigurazione di medusa teneva

lontano il male: di questo tipo di collana a maglia che si conclude con una testa di medusa ne

abbiamo esempi reali.

Questo ritratto di donna (100­120) è di grande valore e la donna presenta un bellissimo vestito

viola che doveva essere un tessuto di grande pregio, forse la seta, infatti sappiamo che la seta

cinese in piena età imperiale arrivava a Palmira e di qui raggiungeva varie destinazioni come

Roma; in più ha una collana di ametiste e smeraldi con al centro un grosso smeraldo (vediamo la

corrispondenza tra i gioielli raffigurati e gli esempi reali), infatti la grande diffusione di pietre

preziose è un fenomeno caratteristico della piena età imperiale romana.

105

In Egitto vi erano delle pietre importanti, in parte già sfruttate in età faraonica e cha hanno un

ampia diffusione nell’impero romano e queste pietre costituivano una delle grandi ricchezze

dell’Egitto: noi parliamo di marmi per le pietre utilizzate nel mondo antico che non sono

necessariamente marmi, quindi è un termine improprio, ma è usato convenzionalmente per

definire le pietre lavorate, levigate e pulite, cioè lucidate. L’Egitto era ricco di pietre preziose che

vengono utilizzate anche durante l’impero tra cui il granito rosa di Assuan.

Per queste pietre abbiamo sia i anche i nomi utilizzati dagli scalpellini romani in età moderna che

richiamano, oltre che delle caratteristiche di colore, la provenienza come nel caso del granito

rosa di Assuan, ma anche i nomi antichi dei marmi per cui una fonte importante è Plinio (libro

XXXVI) che per questa pietra usa il termine di lapis pyrrhopaecilus.

Il granito rosa di Assuan poteva essere a grana più grossa o più fine ed è la pietra utilizzata per

tutti gli obelischi, infatti è una delle prime pietre che giunge a Roma come pietra pregiata ed è

importante anche per il simbolismo ad esso collegato perchè si trattava della pietra per eccellenza

dei faraoni (infatti venne ampiamente utilizzata in età faraonica), quindi aveva una tradizione di

prestigio antichissima che viene adottata dall’impero romano.

La posizione di Assuan era privilegiata perché si trova sul Nilo, quindi da qui la pietra risaliva il

corso del fiume fino ad Alessandria e da qui veniva diffusa nel Mediterraneo; il trasporto

avveniva per via d’acqua che era più sicura ed economica per queste pietre che venivano

trasportate in blocchi monolitici (quindi la difficoltà del trasporto era notevole).

Ad Assuan oggi si possono visitare le cave di granito: tutti i marmi antichi provengono da cave

che non vengono più utilizzate dopo il V­VI sec dC, ma ciò non toglie che queste pietre vengano

ancora utilizzate a Roma dove vi erano grandi magazzini di marmi che vennero utilizzati fino al

secolo scorso, le Chiese romane infatti sono piene di questi marmi antichi che in parte sono di

spoglio, in parte provengono da questi magazzini di marmi.

Per estrarre i blocchi dalle cave venivano inseriti nella pietra, tramite dei puntelli, dei pali di

legno che, una volta bagnati, permettevano di staccare i blocchi; le cave di Assuan sono

celeberrime per la presenza di un obelisco incompiuto perchè, in avanzato stadio di lavorazione

si era fratturato e quindi venne abbandonato (incidenti di questo tipo accadevano).

Questa pietra era utilizzata, oltre che per gli elementi architettonici, anche per la statuaria, non

solo in epoca faraonica, ma anche in epoca tolemaica, infatti i Tolomei hanno continuato a farsi

raffigurare come i faraoni: qui vediamo il ritratto di Tolomeo IV (322­304 aC) che è

rappresentato come un faraone, addossato a un pilastro, con i simboli che richiamano l’Egitto

faraonico, ma c’è qualcosa di diverso nel trattamento del viso in cui vi sono caratteristiche di

106

maggiore realismo, come quei riccioli che escono dal copricapo e questo è un portato dal mondo

greco.

Gli scavi nella città di Alessandria hanno portato a risultati importanti e importanti sono stati

anche gli scavi del porto che hanno permesso il recupero di una serie di sculture e di elementi

architettonici che appartenevano al faro, in più sono state trovate enormi statue dei Tolomei in

granito rosa raffigurati come faraoni e delle figure femminili raffigurate come Iside che

dovevano stare nei pressi del faro; sulla base degli elementi recuperati l’altezza di queste statue

colossali doveva essere di 12 metri e i frammenti fanno pensare che ci fossero almeno due coppie

cioè due statue maschili e due femminili; la presenza di queste statue era importante per un’opera

di propaganda, infatti si imponevano subito allo sguardo per chi entrava nell’affollato porto di

Alessandria.

Ad Alessandria è stata trovata anche una testa in stile greco di Alessandro Magno in granito rosa

che viene datata al I sec aC: essa doveva avere gli occhi incrostati con un altro materiale e

doveva portare un diadema incrostato con un altro materiale; la presenza di questa statua del

fondatore di Alessandria in città non è sorprendente, ma questo è un unicum perchè è stato

utilizzato il granito rosa per un ritratto di tipo greco.

In età romana il granito è prevalentemente usato in architettura (come nel foro severiano a Leptis

Magna dove per esempio le colonne della basilica sono in granito rosa) per i rivestimenti, le

colonne, anche se non mancano le sculture in granito rosa, che però sono soprattutto collegate

all’Egitto, infatti sono statue di divinità egiziane come Iside il cui culto era diffuso in tutto

l’impero romano.

L’alabastro è un altro tipo di pietra che non proviene solo dall’Egitto (si trova anche in Italia),

ma quello dell’Egitto era particolarmente pregiato, infatti oltre alla bellezza della pietra si

aggiungeva il fascino dell’Egitto: ad Alessandria si trova questa tomba di alabastro che

probabilmente era l’anticamera di un grande monumento funerario forse interrato, forse a

tumulo, forse simile alle tombe scoperte in Macedonia.

Esso è interamente fatto di colossali lastre di alabastro e si data all’inizio del III sec aC e

potrebbe essere la tomba di Alessandro Magno (infatti sappiamo che la tomba si trovava ad

Alessandria) perchè è un monumento così eccezionale e unico; qui l’alabastro è utilizzato con

grande maestria perchè le sue venature naturali costituiscono la decorazione delle pareti: si tratta

dell’alabastro cotognino che, oltre ad avere dei bei colori, ha anche dei bei disegni che

costituiscono una decorazione naturale.

107

L’alabastro era utilizzato dai romani più ricchi e in qualche caso dagli stessi imperatori per le

urne funerarie dove erano raccolte le ceneri del defunto che ripetevano le forme delle più comuni

urne di ceramica utilizzate per la raccolta delle ceneri dei meno ricchi: quest’urna viene da Roma

e si data al I­II sec dC e qui vediamo come sono sfruttate abilmente le venature della pietra che

segnano la rotondità del corpo.

Queste urne erano di grande valore quindi sono spesso prive di contesto: questa è un’altra urna in

alabastro cotognino dove vediamo un’iscrizione che talvolta vi poteva essere (le urne erano cave

all’interno per poter contenere le ceneri).

Nel deserto orientale egiziano si collocano le principali cave del mondo romano da cui si estrae il

porfido, il granito del foro dal mons Claudianus e il basalto o basanite dallo Uadi Hammamet; le

cave di porfido erano a oltre 1000 metri di altezza, quindi bisognava far scendere i blocchi,

percorrere tra i 120 e i 150 km di pieno deserto, facendo trascinare i blocchi monolitici dai carri

trainati da animali per cui bisognava prevedere delle frequenti stazioni di tappa con foraggio e

acqua; giunti al Nilo bisognava risalirlo fino ad Alessandria.

Quindi i costi del trasporto erano molto alti e rendevano queste pietre molto pregiate e preziose

per cui erano in gran parte di uso imperiale, cioè venivano utilizzate per i grandi complessi

pubblici finanziato dall’imperatore o per le sue statue.

Il termine porfido significa pietra rossa, ma oggi si dice porfido rosso perchè il termine è andato

poi a indicare delle pietre che non sono rosse: esso si chiamava lapis porphyretes e il monte da

cui si estraeva era il mons Igneus, cioè il monte fumante (nome che è stato tradotto anche in

arabo).

Il porfido diventò nel corso dei secoli la pietra simbolo del potere imperiale e poi del potere in

generale, tanto che se ne sono appropriati anche i Papi: la tomba dell’imperatore Federico II nella

cattedrale di Palermo è del XIII sec e per essa sono stati utilizzati, anche per il supporto blocchi

enormi di porfido che forse sono stati recuperati ad Alessandria; il porfido non venne utilizzato

in età faraonica, ma le sue cave vennero sfruttate solo dall’età imperiale, che poi vennero

abbandonate e non se ne ebbe più traccia; la tomba di Napoleone è in porfido rosso, ma non è

egiziano, infatti proviene dalla Corsica.

Il porfido, oltre che per le tombe imperiali, qui lo vediamo utilizzato come oggetto liturgico: esso

proviene dal tesoro dell’abazia di Saint Denis in Francia e doveva stare sull’altare; si tratta di un

oggetto in cui è stato riutilizzato un vaso in porfido: è un oggetto straordinario perchè il porfido

era una pietra molto dura da lavorare ed era difficile ottenere un vaso, quindi si tratta di un caso

108

eccezionale; molti vasi venivano recuperati per uso liturgico e qui vediamo il porfido e l’aquila,

due simboli recepiti in età medioevale sia del potere dell’imperatore sia di quello dei Papi.

Il marmor claudianum è così chiamato perchè lo sfruttamento di questo granito risale all’età di

Claudio, anche se il suo maggiore utilizzo è legato al II sec dC, a partire da Traiano: il nome

granito del foro gli venne dato dagli scalpellini romani in età moderna per il suo largo utilizzo

nel foro di Traiano (i fusti delle colonne della basilica Ulpia sono in blocchi monolitici di questo

marmo grigio e sono alti 30 piedi, cioè 9 metri); nelle terme di Traiano sul colle Oppio i fusti

delle colonne sono in granito rosa di Assuan e sono alti 15 metri (50 piedi).

Fino a Traiano e ad Adriano questi fusti di colonne erano prevalentemente utilizzati per gli

esterni dei grandi complessi pubblici, ma da Traiano e da Adriano vengono utilizzati anche per

gli interni e questa è una grossa novità e l’esempio più clamoroso è il Pantheon dove vediamo

che nel pronao le colonne laterali sono in granito rosa, quelle centrali in granito del foro (i fusti

sono alti 40 piedi, circa 12 metri).

Si tratta di un uso che continuerà anche in epoca successiva, infatti assistiamo all’uso del granito

del foro per le grandi vasche delle terme (terme di Caracalla) nella Roma dei secoli successivi.

Queste grandi vasche sono state riutilizzate nel corso dei secoli come fontane monumentali o

monumentali sarcofagi: nella fontana in piazza del Quirinale la vasca è costituita da un blocco

unico di granito del foro che ha un diametro di 6 metri (queste pietre erano di uso imperiale, cioè

venivano utilizzate per i grandi complessi pubblici commissionati dall’imperatore).

La basanite o il basalto (pietra di beknen) era chiamata lapis basanites e proveniva dal deserto

orientale egiziano, per la quale conosciamo un utilizzo anche in età faraonica.

Da Castel Gandolfo, cioè da una residenza imperiale proviene un pezzo eccezionale da cui

vediamo che la pietra, quando è levigata bisogna toccarla per distinguerla dal metallo, quindi

questa statua era una versione più pregiata, più ricercata delle statue in metallo. Si tratta di una

copia di una scultura greca che decorava una villa imperiale, ma era una pietra dura, difficile da

lavorare per cui era lavorata da maestranze altamente specializzate provenienti dall’Egitto; tutti i

marmi erano levigati in modo che acquistavano lucentezza, ma la levigatura incideva anche sul

colore.

La Siria è una regione dell’oriente romano di grande interesse che prima dei romani aveva

conosciuto la conquista di un’altra potenza occidentale, per cui tra la fase greca e quella romana

c’è dio mezzo un regno ellenistico importante, quello dei Seleucidi: Seleuco era uno dei grandi

generali di Alessandro Magno e in Siria si alternarono sovrani con il nome di Seleuco o di

109

Antioco; molte città di fondazione ellenistica conservano un nome dinastico riferito alla dinastia

seleucide.

Per la Siria l’inizio dell’era Seleucide si colloca nel 312 aC e questa è una data importante perchè

poi le date hanno continuato ad essere contate da questa data anche in età tardo antica romana.

Quindi si assiste a una presenza massiccia di macedoni e di greci, quindi vi era una comunità

mista a cui si aggiungeranno i romani.

La Siria entra a far parte dell’impero romano ad opera di Pompeo Magno che ha debellato la

pirateria che infestava queste coste e che era di ostacolo ai commerci e che ha poi occupato nel

64­63 la Siria che comprendeva l’attuale Siria, la Giordania, il Libano e la Turchia; la zona

meridionale rimase per molto tempo autonoma poichè vi era il regno dei Nabatei.

La Siria era una delle province chiave dell’impero: era una provincia imperatoria, controllata

dall’imperatore e sul confine dell’impero che era rappresentato dall’Eufrate erano stanziate 4

legioni, quindi il governatore della Siria era uno dei personaggi più importanti dell’impero

perchè controllava un terzo dell’esercito romano.

Qui vu furono continui problemi con i Parti: Crasso venne sconfitto a Charrae e perse le insegne

che vennero poi restituite sotto Augusto; in più dobbiamo ricordare l’offensiva, nel 41 aC, di

Antonio che controllava l’oriente romano per contenere e prevenire le azioni dei Parti.

Oltre alla sua importanza strategica e militare fondamentale, la Siria era un provincia chiave

perchè fungeva da grande intermediaria tra l’oriente e il Mediterraneo: le grandi carovane che

giungevano dall’oriente, dalla Cina, dall’India per il commercio di pietre preziose, della seta e di

altri oggetti, passavano dalla Siria e questo è il motivo per cui sotto l’impero romano Palmira

divenne una città importantissima. Palmira significa città delle palme, infatti è sita in un’oasi nel

deserto siriano molto brulla. Oltre all’importanza commerciale e strategica la zona era ricca

anche per l’agricoltura, praticata soprattutto vicino alla zona Mediterranea, infatti le ricerche sul

territorio hanno rivelato un grande sfruttamento di terreni.

Nell’organizzazione della provincia le sono state spesso lasciate larghe sacche di autonomia

soprattutto per quelle città santuari tipiche dell’oriente (come Hemesa) dove regnavano dinastie

di principi sacerdoti, come quella da cui discende Giulia Donna, moglie dell’imperatore Settimio

Severo e che affondavano le loro origini in un passato più remoto della Siria e che arrivano fino

all’età romana.

In questa provincia si assiste a una forte presenza e importanza di una tradizione antichissima a

cui si era sovrapposta la cultura greca e poi quella romana con degli esiti differenti.

110

L’età di Traiano è il momento di massima espansione dell’impero che interessa questa zona

orientale perchè alcune regioni vengono aggiunte all’impero in età traianea: infatti la Siria si

allarga a est del Tigri e vengono create la provincia d’Arabia nel paese dei Nabatei che

corrisponde a gran parte dell’attuale Giordania e le due province di Mesopotamia e di Armenia;

il controllo di questa provincia fu sempre motivo di contrasto tra l’impero romano e i Parti.

Queste regioni sono state però province dell’impero per breve tempo perchè questo

ingrandimento dell’impero venne abbandonato da Adriano che ha preferito attestarsi a confini

più sicuri e già consolidati. L’architetto del foro di Traiano, Apollodoro di Damasco era un

siriano e fu un grande architetto di età traianea, quindi fu importante questo apporto dall’oriente

nel cuore di Roma.

Nel 115 in Siria vi fu un terremoto disastroso che è stato occasione per una ricostruzione

splendida delle città della Siria, segnate dalle grandi vie colonnate e quello che ne resta è ciò che

noi vediamo; quindi si tratta del periodo di massimo splendore della Siria. Dal II sec dC qui

combatteranno tutti gli imperatori da Marco Aurelio a Lucio Vero; i legami tra la Siria e il potere

centrale diventeranno fortissimi.

Questo rilievo da Palmira testimonia l’attività carovaniera che ha fatto la ricchezza dei palmiresi;

la dinastia siriana che dominò a Roma è la testimonianza del potere acquistato dai siriani a

Roma; un altro imperatore che proviene da questa zona che prende il potere nel III sec dC, a cui

spetterà il dovere e l’onore di celebrare il millennio di Roma, è Filippo l’arabo, che viene dalla

provincia d’Arabia, di cui abbiamo un ritratto proveniente dalla città da lui fondata nel suo paese

d’origine, Filippopolis.

Il III sec dC è quindi un secolo di grave crisi sui confini dell’impero, determinata dalla pressione

delle popolazioni barbariche sui confini; una delle zone di più grave crisi è quella orientale

dell’impero, cioè al di là dell’Eufrate.

Dobbiamo considerare che dal 277 dC si sostituiscono ai Parti nel dominio della Persia i

Sassanidi, dinastia di barbari orientali che resterà al potere fino al 652 dC, cioè la metà del VII

sec, fino all’arrivo degli Arabi; questi barbari orientali erano chiamati Persiani in relazione ai

greci, a cui si sono sostituiti i Parti in età romana, a cui si sono poi sostituiti i Sassanidi.

In particolare parliamo di Shapur o Sapore che regnò dal 240 al 270 dC. Conosciamo la crisi

dell’impero romano d’oriente da una fonte particolare, le “Res gestae divi Saporis”, cioè

un’imponente iscrizione trilingue, in greco, partico e medio persiano, che è stata rinvenuta nel

1936 nell’antica Persepoli.

111

Questa fonte è importante, primaria per alcuni avvenimenti che non sono raccontati in così tanti

dettagli dalle fonti romane: nel 242 Gordiano III aveva intrapreso la prima grande spedizione in

oriente che finisce con la prima grande sconfitta dell’impero e l’uccisione dell’imperatore; le

“Res gestae divi Saporis” raccontano di una grande battaglia in una località chiamata Mesiche

che non sappiamo dove sia, forse era nei pressi di Baghdad.

A Gordiano III subentra Filippo l’arabo che patteggia con i Sassanidi cui probabilmente paga un

tributo per ottenere la pace; questo sistema fu già adottato dai romani per i barbari che si

trovavano oltre i confini per tenerli tranquilli.

Filippo l’arabo nomina suo fratello Prisco al comando dell’area orientale e, in un primo tempo

gli da il titolo di praefectus Mesopotamiae, poi venne nominato Rector orientis, titolo che verrà

dato al figlio di Zenobia, durante la rivolta d’oriente per la creazione di un impero d’oriente.

Nel 248 Filippo l’arabo celebrerà il millennio di Roma (il 21 Aprile) e secondo alcune fonti egli

fu già un imperatore cristiano, cmq il III sec è il periodo delle grandi persecuzioni dei cristiani.

Nel 249 egli muore e al suo successore Decio si attribuiscono le prime grandi persecuzioni dei

cristiani; in pieno III sec, periodo di piena crisi, si susseguono molti imperatori che regnano

anche per poco tempo; nel 253 viene eletto imperatore Valeriano con il figlio Galieno: abbiamo

una sorta di suddivisione del potere (già Settimio Severo aveva raccomandato ai figli di dividersi

il potere), infatti Valeriano lascia Galieno in occidente dove vi erano una serie di problemi per

gli usurpatori galli, invece Valeriano si occupa dell’oriente e si accinge a una nuova spedizione:

infatti gli attacchi dei Sassanidi sono continui e incessanti nel III sec, ma non riguardano solo la

Siria interna, ma arrivano fino al Mediterraneo, fino ad Antiochia.

Nel 260 Valeriano cade prigioniero dei Persiani e questo è il successo più grande che l’oriente

ebbe sull’impero romano dopo la sconfitta di Charrae.

Questi tre episodi, cioè l’uccisione di Gordiano III, il pagamento di un tributo per la pace da

parte di Filippo l’arabo e la caduta di Valeriano come prigioniero sono celebrati da questi rilievi

che sono stati trovati presso Persepoli, in corrispondenza delle tombe degli Achemenidi.

Shapur quindi fa scrivere questa grande epigrafe e celebra la vittoria sull’impero romano in

questi rilievi: è stato fatto il confronto tra questi rilievi e il rilievo storico romano e vediamo che

vi sono delle differenze.

In questo rilievo di Bishapur vediamo Shapur che indossa un ricco abbigliamento che si richiama

all’abbigliamento dei Parti, ha una acconciatura particolare con i riccioli rigonfi ai lati della testa

e un’elaborata corona; in questo rilievo simbolico sono celebrati contemporaneamente questi

3episodi, infatti vediamo calpestato dal cavallo di Shapur l’imperatore Gordiano III morto; il re

112

Sassanide aveva anche assunto il titolo di Re de Re, titolo caratteristico della dinastia

achemenide.

Di fronte a Shapur si trova Filippo l’arabo che chiede la pace e infine, con un gesto tipico del

mondo orientale, il re tiene le mani del terzo imperatore, Valeriano; sopra Shapur vi è una

piccola figura alata che incorona il re con un gesto fatto in riferimento alle divinità orientali;

infine vediamo una serie di funzionari sassanidi che assistono a questo avvenimento simbolico

(dobbiamo dire che la comprensione di questi 3episodi è affidata alla lettura dell’epigrafe che è

accanto).

Nel rilievo di Nasq­I Rustam sono raffigurati due imperatori; quello raffigurato con il gesto della

cattura con la presa delle mani è Valeriano e poi vi è un personaggio che si sta inginocchiando,

cioè Filippo l’arabo; si tratta di una rappresentazione simbolica in cui gli elementi sono resi in

maniera più schematica che reale e i personaggi si caratterizzano per il gesto che stanno

compiendo; inoltre i ritratti non sono realistici.

Dopo questi episodi, l’ultimo dei quali è la cattura di Valeriano (che significò anche la cattura

dell’esercito e di architetti e scultori che hanno contribuito alla costruzione di ponti e varie

infrastrutture dell’impero sassanide), è proprio in questa fase che si inserisce il ruolo di Palmira.

Infatti i Persiani non sfruttarono a fondo questo successo e i romani reagirono grazie all’aiuto del

Signore di Palmira, quindi ci si avvalse di un aiuto esterno per sconfiggere i Sassanidi: Shapur fu

sconfitto a Carre dal re di Palmira Odenato e il suo intervento era collegato al fatto che la crisi

dell’oriente avrebbe presupposto una crisi dell’attività economica di Palmira.

Odenato viene quindi ad assumere una funzione di viceimperatore d’oriente; non siamo molto

informati su come Galieno abbia formalizzato questa posizione di Odenato, non sappiamo con

certezza quale titoli egli abbia assunto, forse venne nominato coreggente di tutto l’oriente.

Odenato organizzò delle spedizioni in territorio persiano, quella del 262 e quella del 266­267,

arrivando fin sotto le mura di Ctesifonte, recuperando parte della Mesopotamia; al ritorno di

queste spedizioni Odenato venne assassinato per cui assunse una posizione eccezionale la moglie

di Odenato, la regina Zenobia e il titolo di Odenato venne assunto dal figlio Vaballato, ma per la

sua giovane età la reggenza venne assunta da Zenobia.

A questo punto i signori di Palmira si attribuiscono il titolo di signori dell’oriente, cercano di

fortificare il loro potere in Siria e passano alla conquista dell’Egitto e dell’Asia Minore per

fondare un impero d’oriente.

La situazione di Galieno in occidente era precaria perchè qui vi erano gli usurpatori che volevano

fondare un impero delle Gallie: a questa situazione subentra Aureliano che riuscirà a ricomporre

113

la situazione, infatti va a combattere contro Zenobia e Vaballato e riporta l’oriente sotto il

domino dell’impero romano.

Nel frattempo in questo periodo circola una moneta dove sul dritto vediamo la raffigurazione di

Aureliano, sul rovescio Vaballato perchè in questo modo si vuole sottolineare la coreggenza

dell’impero d’oriente da parte di Vaballato (il nome Vaballato significa figlio di Allat, nel senso

di dono di Allat, quindi è stato tradotto in greco come Atenodoro) che è rappresentato, malgrado

sia vestito come un imperatore romano, con la tipica pettinatura orientale a riccioli rigonfi.

Nelle zecche imperiali quale quella di Antiochia nella rappresentazione dell’imperatore

d’occidente, Aureliano, e quello d’oriente Vaballato, Vaballato è raffigurato come un romano:

quindi si assiste all’assimilazione della raffigurazione di Vaballato alla romana con l’attribuzione

del titolo di sebastos, cioè di Augusto (anche Zenobia si era attribuita il titolo di sebastè): si tratta

di una raffigurazione che non vuole più sottolineare le differenze tra l’oriente e l’occidente, ma

tende a presentare l’imperatore d’oriente come un imperatore romano, quindi il reggente

d’oriente è assimilato all’iconografia dell’imperatore romano.

Su una moneta vediamo Zenobia di cui abbiamo poche raffigurazioni, con la tipica pettinatura a

onde e con il diadema che caratterizza le imperatrici della dinastia severiana: quindi assistiamo

alla assimilazione iconografica di Vaballato che si è autonominato imperatore grazie anche alla

rappresentazione canonica dell’imperatore romano.

Nel 271 Vaballato si proclama augusto e quindi si innesca la reazione dell’impero d’occidente,

infatti Aureliano conduce una spedizione contro Palmira e sconfigge la regina Zenobia, ma non

sappiamo quale fu la sua fine, cioè se venne catturata e portata in trionfo a Roma o se finì la sua

vita in una villa imperiale di Tivoli.

Palmira ebbe cmq un periodo di massimo splendore tra il II e il III sec dC, poi vi fu il periodo di

crisi, infatti alla fine del III sec la sua funzione di città carovaniera verrà meno, anche per i

problemi di comunicazione tra l’oriente e l’occidente; Palmira diede cmq vita a una cultura mista

tra oriente e occidente, ma questo vale anche un po’ per tutta la Siria che è la provincia più vicina

all’occidente romano, infatti vengono dall’oriente una serie di elementi e di modelli culturali,

filtrati dalla Siria che poi si diffusero in tutto l’impero romano.

Antiochia

Antiochia era chiamata anche Epidaphne, dal nome di un sobborgo della città perchè vi erano

molte Antiochie nel mondo ellenistico, quindi la città è di fondazione ellenistica e ha assunto un

nome dinastico, infatti uno dei nomi più diffusi per i re della dinastia Seleucide, oltre a Seleuco è

Antioco (oggi la città si trova in Turchia). Antiochia venne fondata nel 200 aC da Seleuco I e

114

dedicata al padre Antioco: essa si trova nei pressi del monte Silpio e del fiume Oronte e aveva un

porto sul Mediterraneo, cioè Seleucia di Pieria.

Per secoli fu una città di grande importanza, infatti era la capitale del regno Seleucide ed era

caratterizzata da una grande via colonnata: qui si ritrova il modello delle vie colonnate che

caratterizzano le città siriane dell’oriente romano.

La via colonnata di Antiochia era lunga 40 km e dobbiamo pensare che non era dotata dei grandi

portici fin dall’età ellenistica, ma probabilmente sono venuti dopo, cmq nel II sec dC, la

larghezza della via era di circa 30 metri.

Sull’Oronte vi era un isoletta dove si collocava il palazzo dei sovrani seleucidi e poi dei

governatori della provincia romana.

Ad Antiochia Germanico venne ucciso e nel terremoto del 115 dC Traiano che si trovava nel

palazzo della città rischiò di morire; della città antica rimane poco oggi perchè la città ha

continuato ad essere occupata fino ad oggi, ma si distingue perfettamente il tracciato rettilineo

della grande via colonnata che ha segnato l’urbanistica della città.

Antiochia è celebre per la più celebre raffigurazione della di città che venne creata intorno

τυχη

al 300 aC da Eutuchides di Sicione che rappresenta la città come una figura femminile sotto la

quale vi è la personificazione dell’Oronte, caratterizzata dalla corona turrita che raffigura le mura

della città con le torri; nel corso dei secoli divennero poi sempre più frequenti le raffigurazioni

delle personificazioni di città e province, ma quella di Antiochia era l’immagine più famosa che

venne riprodotta infinite volte, infatti vi sono delle statue che fanno parte del tesoro

dell’Esquilino datato alla seconda metà del IV sec; di esso fanno parte molti oggetti tra cui

queste piccole statue d’argento che dovevano decorare la sella gestatoria, cioè la portantina di un

importante funzionario imperiale e raffigurano le 4 principali città dell’impero ancora nel IV sec.

Non si è però sicuri dell’identificazione di tutte e quattro le città, l’unica identificazione sicura è

quella di Antiochia, delle altre tre, una forse è Roma che ha l’elmo, lo scettro e forse uno scudo,

Costantinopoli che ha l’elmo come Roma e Alessandria che ha la corona turrita.

Antiochia ha continuato ad essere un grande centro culturale ellenistico, infatti tutto quello che

arrivava dall’oriente verso occidente passava sotto il filtro di Antiochia; importante è ricordare la

presenza di quella grande via colonnata che non è sempre rettilinea, ma ha una leggera curvatura

e che si incrociava con un’altra via forse anch’essa colonnata che congiungeva la città con l’isola

sull’Oronte e all’incrocio doveva esserci un tetrapilo, cioè una struttura monumentale che

segnava l’incrocio tra due strade.

115

Questa strada è di fondazione ellenistica a cui probabilmente non risalgono i colonnati e i portici

che invece dovrebbero risalire all’età romana: conosciamo la larghezza della strada che era di

circa 40 metri nel II sec dC.

Quando, a seguito di quel forte terremoto le città siriane vennero ricostruite, la ricostruzione

avvenne in forme monumentali e questa città costituì un importante modello per l’urbanistica

orientale, infatti alla sua grande via colonnata si ispirarono gli architetti per la ricostruzione di

tutte le altre città della Siria; quindi costituì un modello per l’oriente che invece venne poco

recepito in occidente se non a Leptis Magna dove troviamo una grande via colonnata.

Della Siria conosciamo bene i mosaici dell’area siro­palestinese dove vi era una grande scuola di

mosaicisti che si collega alla tradizione ellenistica molto diversa da quella della scuola africana;

questi mosaici sono dispersi in diversi Musei delle università americane.

Mentre la scuola africana era molto creativa, cioè creava grandi scene, la scuola medio orientale

si collega di più alla tradizione ellenistica sia nello stile, sia nel fatto che i mosaici di un

pavimento sono divisi in grandi pannelli.

Un’altra caratteristica di questa scuola è la presenza di etichette, di titoli sui mosaici: qui

vediamo una , cioè una fondazione di città rappresentata come una figura femminile poco

κτισις

caratterizzata con solo il busto e anche nei mosaici con più scene vi sono queste epigrafi che

spiegano che sono i personaggi; quindi esse sono utili per l’identificazione delle figure

rappresentate.

In questa domus chiamata Atrium House, datata al II sec dC, che è stata scavata dagli Americani

negli anni 30 vi è un sontuoso triclinio dove ci stavano più di 3clinai, quindi ci stavano almeno 9

persone: il pannello che sta alla soglia d’ingresso ha un mosaico che era visto da chi entrava

nella stanza e rappresenta una scena con Dioniso, mentre ai lati vi sono due mosaici con scene

del corteggio dionisiaco.

Negli altri due pannelli le scene sono capovolte rispetto alle altre perchè dovevano essere viste

da chi stava seduto: sono scene che si prestano a commenti di vario tipo che sono state analizzate

globalmente in studi recenti per comprendere il senso di queste raffigurazioni.

Sul mosaico d’ingresso vi è una scena frequente nei mosaici di Antiochia, cioè l’episodio della

gara di bevute tra Dioniso e Eracle; un’analisi dei singoli pannelli smembrati porta al

riconoscimento dell’iconografia, ma non alla comprensione del significato profondo, infatti il

banchetto non era solo un’occasione per mangiare e bere, ma anche per discutere di filosofia

(Antiochia era anche un grande centro culturale e filosofico): in questo pannello vediamo che il

dio Dioniso ha vinto perchè rovescia la coppa, mentre Eracle è ancora intento a bere, quindi è il

116

dio il vincitore della gara; qui dobbiamo vedere il contrasto tra la calma di Dioniso e

l’ubriachezza di Eracle: si tratta di un invito alla moderazione, cioè alla sofrosyne nei desideri.

Lo stesso messaggio proviene da un altro pannello che raffigura il giudizio di Paride, affiancato

da Mercurio, che deve giudicare qual’è la più belle tra le dee, cioè Era, Artemide e Afrodite la

cui veste è resa con un colore azzurro intenso che è lo stesso usato per la cornice, ottenuto con un

materiale diverso, che è indicativo di come andrà a finire la gara, cioè con la vittoria di Afrodite

a cui seguiranno una serie di guai tra cui la guerra di Troia; quindi Paride soccombe al piacere e

da qui derivano una serie di guai: si tratta di un altro invito alla moderazione e a riflettere sulle

conseguenze. Troviamo una grandiosa via colonnata anche ad

Apamea, una fondazione seleucide che si riconosce

dall’impianto regolare, con un nome dinastico; è

stata fondata attorno al 300 aC.

Si tratta di una via perfettamente rettilinea ed è un

elemento che unifica in senso monumentale il

paesaggio urbano; è perfettemente orientata in senso

nord sud e ha delle dimensioni notevoli, infatti è

larga 40metri e lunga 1850 metri.

Questa via colonnata risale in larga parte al II sec dC

e la sua costruzione, iniziata dopo il terremoto del

115 proseguì per decenni; poi ricrollò a seguito di

vari terremoti e venne ricostruita in età moderna;

sulla base della presenza di qualche avancorpo

capiamo che gli incroci con le vie più importanti o che portavano a qualche struttura importante

erano segnati dalla presenza di una colonna oppure i punti più importanti erano segnalati dalla

presenza di un portico in avancorpo o da una differenza marcata attraverso la decorazione della

colonna.

In corrispondenza del foro le colonne hanno delle scanalature elicoidali che hanno un andamento

convergente; quindi vi è un segno evidente sulle colonne di qualcosa di importante che era dietro

queste colonne, infatti dobbiamo pensare che dietro le colonne vi era un muro e quindi non si

vedeva ciò che stava dietro.

117

Quindi la via era un importante elemento di unificazione del paesaggio urbano. Un intruso

dell’architettura orientale è la presenza di mensole su alcune colonne su cui dovevano stare delle

statue in bronzo.

Gerasa

Gerasa o Jerasa è una località che oggi si trova in Giordania, a nord di Philadelphiae, cioè

Amman, città che si venne a trovare al momento della fondazione della provincia d’Arabia da

parte di Traiano nel 106 dC, proprio nella provincia d’Arabia, mentre prima era in Siria.

Il nome antico della città era Antiochia sul Chrysorrohas, cioè un fiume e questo nome da delle

indicazioni sulla fondazione ellenistica seleucide della città che ha un nome dinastico; essa si

distingue dalle altre Antiochie perchè si trova su questo fiume, il Chrysorrohas, invece

l’Antiochia sull’Oronte era chiamata Antiochia Epidaphne.

118

Pochissimo conosciamo della città preromana e prima del II sec dC: essa aveva un impianto

regolare, infatti era divisa in due da una grande strada in senso nord sud e il cardo maximus era

attraversato da due arterie principali che arrivavano al fiume e lo attraversavano con un ponte; la

definizione dell’impianto urbano è determinata anche dalle alture.

La città era collegata all’esterno mediante una strada che portava alla costa lungo la quale vi

erano un grande arco fatto costruire da Adriano che precedeva l’ingresso alla città e un grande

ippodromo.

La città aveva due grandi nuclei sacri, cioè il grande tempio di Zeus e un grande santuario

collocato quasi al centro della città dedicato ad Artemide e si tratta di due evidenze preesistenti

alla strutturazione urbana; in più in città vediamo adottata una soluzione originale per cui venne

creato un foro ovale, cioè una grande piazza ovale circondata da colonne che collega il grande

centro religioso alla strada colonnata che è perfettamente rettilinea e che attraversava la città e

che nel punto di incrocio con le strade principali era segnata da tetrapili.

Vediamo quindi degli esempi di urbanistica scenografica orientale che si data al pieno I sec dC

ed è caratteristica del mondo orientale andando a influenzare anche altre aree come l’Asia

Minore e che vede nella grande via colonnata l’elemento unificante del paesaggio urbano.

Il tempio di Zeus è organizzato su due terrazze e venne costruito gradatamente, infatti si tratta di

una preesistenza che è stata monumentalizzata in età imperiale romana; quindi precedentemente

alla conquista dei romani doveva esistere un grande altare o meglio un altare torre che costituiva

il nucleo dell’area sacra.

Gli edifici della Siria in apparenza assumono le tipologie templari tipiche del mondo greco

romano, però hanno dei caratteri peculiari che li distinguono dovuti a diverse esigenze di culto e

di tradizioni religiose, infatti in queste aree sacre venivano venerate delle divinità locali che in

età romana sono state interpretate come divinità romane.

La terrazza inferiore venne monumentalizzata con la creazione, alla metà del I sec aC, di una

terrazza che in parte si appoggia alla collina, in parte è costruita su sostruzioni artificiali, infatti

vi sono grandi criptoportici; in origine l’ingresso era verso sud, ma nel I sec aC venne modificato

con un ingresso verso est che si affaccia sul foro ovale; in più nel corso del tempo l’altare torre

venne sostituito dal tempio, infatti la trasformazione più importante è quella del II sec dC.

In base alle epigrafi sappiamo che il tempio venne costruito nel 162/163 in una posizione

preminente rispetto all’impianto urbano e infatti dominava il foro ovale.

119

Una caratteristica di questi templi che si riagganciano fortemente alla tradizione greca è che sono

templi peripteri cioè con colonne su tutti e 4 i lati intorno alla cella: in questo caso si tratta di un

periptero octastilo.

Una caratteristica di tutti i templi siriani è che essi hanno un adyton (o thalamos), cioè una

stanza, un’edicola aggiunta sul fondo della cella, una parte nascosta del tempio che era riservata

ai sacerdoti o alle immagini sacre della divinità, che era completamente inaccesibile; un’altra

caratteristica di questi templi è la presenza nel muro della cella di un scala perchè questi templi

avevano una terrazza sul tetto mascherata da un frontone che era accessibile da una scala perchè

parte del culto di queste divinità cosmiche si svolgeva sul tetto; si tratta di modifiche che

dipendono da necessità cultuali.

All’esterno la cella era chiusa da un possente muro decorato da una serie di pilastri che lo

decoravano con i capitelli in bronzo, altra caratteristica dei templi siriani; cmq restano poche

tracce di questo tempio sul terreno.

Il foro ovale probabilmente costituisce la monumentalizzazione di una grande area che era

periferica rispetto al centro, luogo dove si fermavano le carovane che passavano per la città

(infatti la grande ricchezza di queste città e la urbanistica monumentale derivano dal fatto di

essere punti di arrivo o di passaggio delle carovane che arrivavano dall’oriente).

Quindi in età romana viene creato questo grande foro ovale che è l’unica grande piazza perchè

erano considerati sostitutivi dell’agorà greca i due grandi santuari di Zeus e di Artemide; anche

le terme di Efeso avevano un ingresso per cui era stata adottata una soluzione analoga a quella

del foro ovale cioè era di forma ovale.

Qui però si tratta di una sorta di accesso monumentale e straordinario che assume una funzione

urbanistica, non è più legato a un singolo monumento: nel foro vediamo un’accurata disposizione

delle lastre del pavimento che seguono l’andamento ovale della piazza che ha un colonnato

ionico che la circonda (vediamo una ricerca decorativa accurata).

Tra la piazza e il centro cittadino, cioè sulla principale via cittadina, sorge il grande mercato che

ha una corte interna colonnata e le botteghe intorno a sottolineare l’importanza dei commerci per

questa città.

La maggior parte di queste vie colonnate sono sorte dopo il terremoto del 115 dC, poi però sono

ricrollate per i frequenti terremoti che caratterizzano la zona e sono state infine restaurate in età

moderna; molte parti di questi monumenti sono sempre rimaste a vista e questo ha determinato

un grande saccheggio; cmq anche lungo questa via colonnata vi sono dei punti in cui le colonne

120

sono di maggiori dimensioni perchè si tratta di modi per segnalare altre il muro che chiudeva il

colonnato dei punti di particolare interresse del centro urbano.

Quindi queste vie colonnate costituivano degli elementi di unificazione del paesaggio urbano, ma

erano dotate di accorgimenti particolari, come le colonne di maggiori dimensioni o di materiali

diversi, che segnavano le emergenze monumentali.

Il tempio di Artemide è rimasto nei secoli il punto più importante del centro cittadino, infatti in

epoca cristiana venne sostituito da un grande complesso cristiano: anche la Siria, come l’Africa

fu una zona importante per le prime fasi del cristianesimo e per la sua diffusione e qui si

collocarono importanti monasteri che sono sopravvissuti fino al periodo arabo.

Il tempio è una struttura gigantesca risalente al II sec dC e lo sappiamo da un’epigrafe che

ricorda come anno della dedica il 150 dC; la sua grande scenografia richiama il grande tempio di

Balbek, ma non è molto ben conservato.

La sua struttura richiama un themenos greco, infatti è costituita da un rettangolo che circonda un

tempio periptero esastilo posto su alto podio con una grandiosa scalinata; a questo grande

quadriportico venne aggiunto nel 180 dC un grande propileo monumentale (ma questa

enfatizzazione dell’ingresso è stata aggiunta in un secondo momento); in più è stato enfatizzato

l’ingresso alla grande via colonnata con 4 colonne di dimensioni maggiori.

tempio di Artemide

Il si trova in una posizione sopraelevata, quindi poteva essere visto molto

da lontano; sia il tempio di Zeus che quello di Artemide erano collocati in una posizione

sopraelevata e enfatizzata alla vista, sopra la via colonnata e il foro ovale che costituisce la

sistemazione scenografica di un ingresso: il foro ovale non è in realtà un agorà o un foro perchè

questo ufficio venne preso da questo grande e sterminato spazio aperto del tempio di Artemide,

circondato da un quadriportico. Quindi si trattava del centro religioso più importante, ma anche

quello politico, infatti anche se non se ne parla esplicitamente perchè non abbiamo epigrafi, il

tempio aveva sicuramente anche una funzione politica; anche qui vi è una contaminazione del

culto delle divinità locali e del culto dell’imperatore, infatti il fenomeno della divinizzazione

dell’imperatore era abbastanza comune in oriente.

tempio di Zeus

Il segnava l’ingresso alla città, quindi era un punto di riferimento preciso e il

tempio di Artemide era un altro punto focale che dava indicazione sul centro cittadino (le

soluzioni scenografiche appartengono alla tradizione orientale, ma anche a quella ellenistica

dalla commistione delle quali nascono delle soluzioni originali che danno origine a

un’architettura particolare).

121

Oggi rimane poco del tetrapilo costituito da 4 strutture ognuna delle quali era costituita da 4

colonne che reggevano una ricca trabeazione; al di sotto di questi “baldacchini” vi erano delle

statue che non ci sono rimaste, ma che celebravano gli imperatori regnanti e qualche dignitario

locale; non abbiamo però delle informazioni precise sulle statue che decoravano questi tetrapili.

Si tratta quindi di una struttura che monumentalizza e che segna l’incrocio del cardo maximus

con uno dei decumani maximi; esso era costituito da 4 strutture staccate che permettevano il

percorso nei due sensi.

Il ninfeo si data al 191 dC: queste soluzioni che nascono in oriente avranno poi grande diffusione

in tutto l’impero come il ninfeo di Mileto; si tratta di grandi facciate che caratterizzano i ninfei,

le biblioteche delle città dell’Asia Minore che si richiamano alle frontescene teatrali (anche il

ninfeo di Leptis Magna è collegato a questi ninfei orientali).

Questo ninfeo che si trova lungo la via colonnata è spezzato da colonne di dimensioni maggiori

che reggono dei frontoni spezzati che incorniciano questa piazza che è chiusa da un esedra

semicircolare di 11 metri di diametro che ha sulle pareti di fondo una serie di edicole

sovrapposte; è stato immaginato che nelle nicchie vi fossero delle statue e che quelle del piano

inferiore fossero divinità delle acque o personificazioni di fiumi che erano collegate con delle

condutture e versavano l’acqua in questo grande bacino; il ninfeo è coperto da una semicupola

che è chiusa da un frontone.

122

In mezzo vi era il bacino e da qui l’acqua si riversava attraverso delle canalizzazioni in 7grandi

vasche rotonde (la struttura in facciata era lunga 22metri).

Vediamo qui una profusione di marmi, infatti la parte inferiore era rivestita di marmo cipollino,

quella superiore era rivestita di intonaco dipinto; quindi vediamo che nell’architettura continua

quel gioco tra linee chiuse, curve e spezzate; oggi rimane pochissimo della decorazione

architettonica di questo che è uno dei monumenti più grandiosi di Gerasa.

Molte città dell’Asia Minore si caratterizzano per questi ninfei il cui nome deriva dal fatto che si

trattava di un monumento dedicato alle ninfe intese come divinità delle acque: quindi assistiamo

all’enfatizzazione del ruolo dell’acqua in queste zone in cui l’acqua era un elemento importante;

si trattava di strutture funzionali al miglioramento della qualità della vita.

La città era caratterizzata da un ippodromo e da due teatri, uno più grande e uno più piccolo,

probabilmente un odeion; manca l’anfiteatro che manca in quasi tutte le città perchè non è una

struttura che ha una grande diffusione in oriente.

I santuari in oriente sono stati dei centri importanti per le aggregazioni paraurbane e per lo

sviluppo economico e grandi centri di potere legati alla religione; questa tradizione che ha origini

antichissime continua in età romana: in oriente cioè vi erano grandi città santuari che hanno

mantenuto inizialmente di più, poi sempre meno, una certa autonomia.

Possiamo ricordare che Giulia Donna, moglie di Settimio Severo proveniva da una di queste

dinastie di principi sacerdoti che erano tipiche dell’oriente. La città di Balbek si trova in Libano,

a poca distanza dal confine siriano e si trova nella valle del Beekaa (si tratta di una delle zone più

saccheggiate del pianeta) che era a 1000 metri di altitudine tra le montagne del Libano e

dell’Antilibano (era una grande valle parallela alla costa del Mediterreneo).

Balbek

Il sito di Balbek si è ben conservato e qui si trovava uno di questi grandi santuari: una cinta

muraria circondava l’abitato antico di cui conosciamo poco il cui nome era legato a una grande

divinità di origine fenicia, Baal, cioè la massima divinità cosmica che governa il cosmo e che è

stata assimilata in età romana a Elio o a Zeus Eliopolitanus, infatti alla greca la città era nota con

il nome di Heliopolis, il cui culto conoscerà una grande diffusione in tutto l’impero romano (a

Roma, sul Gianicolo, vi era un tempio dedicato a Zeus Eliopolitanus); quindi in età romana

assistiamo alla grande diffusione di questi culti orientali che provengono da questi centri di culto.

Qui l’area del santuario venne monumentalizzata a partire dal I sec dC, infatti si tratta della zona

sacra più antica la cui monumentalizzazione copre in pieno l’età imperiale tra il I e il III sec dC

(quindi ci sono varie fasi).

123

Balbek era uno di quei grandi centri religiosi che nella prima età imperiale hanno goduto di una

certa autonomia: questo centro divenne una colonia romana sotto un imperatore della dinastia

giulio­claudia con il nome di Iulia Augusta Felix Eliopolitanus, collegata quindi a questa grande

divinità che governa l’universo.

Della città non conosciamo nulla se non questo grandioso santuario in cui si distinguono: il

tempio di Zeus che è la struttura principale, il “piccolo” tempio o tempio di Bacco, nome che gli

è stato attribuito sulla base degli elementi decorativi, però non abbiamo la dedica, infatti questa

dedica è stata messa in discussione e oggi si ritiene più probabile che sia dedicato a Mercurio

anche perchè la triade di Helipolis era costituita da Zeus, Mercurio e Venere.

Quello che caratterizza questa struttura è il gigantismo, le dimensioni monumentali oltre alla

straordinaria ricchezza decorativa.

La struttura del tempio di Zeus è fronteggiata da un grande triportico a cui venne aggiunto in un

secondo momento l’ingresso monumentale con una grande scalinata e l’atrio esagonale; il

triportico circondava una piazza caratterizzato dalla presenza di un altare torre molto sviluppato

in altezza che si richiamava ai culti orientali e nel cortile vi erano anche due grandi vasche per le

abluzioni sacre.

La fase principale è quella di II sec dC, mentre il piccolo tempio di Venere è leggermente più

tardo ed è meglio conservato; fin dall’epoca più antica il tempio di Bacco è chiamato “piccolo”

tempio, ma si discute se il tempio di Zeus sia mai stato portato a compimento.

Il nucleo originario del santuario è costituito dall’altare; la prima monumentalizzazione si ha nel

corso del I sec dC con la costruzione del tempio di Zeus di dimensioni colossali (90 x 54metri) e

si tratta di un tempio pseudodiptero corinzio, un falso diptero cioè c’è uno spazio tra le colonne

che circondano la cella e il muro della cella così ampio che permetterebbe l’inserimento di una

seconda fila di colonne; il tempio si innalza su un alto podio di 14metri.

Talora sulle monete in cui è indicato il tempio di Balbek viene chiamato trilithon cioè le tre

pietre, infatti sono state identificate nella struttura tre colossali blocchi monolitici lunghi 19 m

che pesano varie tonnellate (ci si è chiesti come fossero state portate lì), quindi il nome del

tempio era legato anche alla presenza di queste tre pietre colossali.

Alla costruzione del tempio è collegata una struttura semplice che inglobava l’altare torre in un

ingresso con due piloni. In questa parte dell’architrave sopra le colonne del tempio vediamo la

ricchezza e l’esuberanza decorativa barocca che caratterizza gli elementi architettonici orientali

fino a far loro perdere un po’ di consistenza architettonica.

124

Nella seconda fase venne aggiunto un grande cortile, uno spazio aperto circondato da colonne e

collegato a un accesso monumentale; per questo portico sono stati utilizzati fusti di colonne in

granito rosa di Assuan. Il cortile venne poi accorciato con la costruzione all’inizio del III sec dC

di un ingresso monumentale (propileo) con l’inserimento dell’atrio esagonale, quindi vengono

rifatti i propilei.

L’ultima fase conosciuta risale a Teodosio, nel V sec dC: in età teodosiana questa struttura

doveva essere parzialmente in rovina e si inserisce al centro del portico una grandiosa basilica

cristiana a tre navate che con l’abside e il transetto si appoggiava alle gradinate del tempio di

Zeus; quindi questi centri religiosi antichi hanno continuato a vivere anche dopo la piena

affermazione del cristianesimo.

Inoltre l’atrio esagonale nel V sec venne coperto e divenne il battistero della basilica; si discute

se il tempio di Zeus sia stato mai finito, ma cmq nel V sec doveva essere in uno stato di rovina

tale che non venne riadattato a basilica cristiana, ma venne abbandonato e alcuni dei suoi pezzi

vennero utilizzati per costruire la nuova basilica, così anche la struttura dell’altare torre venne

rasata e utilizzata come parte del piano pavimentale della basilica.

La basilica era quindi la struttura meglio conservata, ma poi è stata smantellata per ripristinare le

strutture preesistenti, come ad esempio quella dell’altare torre (struttura caratteristica dei culti

orientali i cui riti si svolgevano sulla sommità) o la corte del tempio di Zeus, con un’operazione

che è stata fatta nell’ottica di privilegiare un periodo; questa operazione dello smantellamento di

strutture di V sec per mettere in luce quelle di II sec, è un’operazione che oggi non faremmo più.

Inoltre nel cortile sono stati ripristinati due grandi bacili d’acqua che nel mondo orientale e greco

erano essenziali per il culto e per le pratiche del culto: il bacile aveva una balaustra che lo

circonda dal profilo mosso, decorata da ghirlande rette da amorini; in più vediamo anche

ripristinata una delle grandi esedre che decoravano il perimetro del piazzale, dove colonne in

granito rosa di Assuan caratterizzavano l’accesso di queste esedre che erano caratteristiche di

tutta la porticus triplex.

L’esedra era decorata da una doppia fila di nicchie sovrapposte le une alle altre sormontate da un

arco nell’ordine inferiore e da una trabeazione in quello superiore; le nicchie erano decorate da

statue (questo ricorda la biblioteca di Celso) e l’esedra aveva una decorazione importante che

caratterizzava anche le pareti del muro che circondava il cortile perchè si trattava di

un’anticipazione di quella più ricca decorazione che doveva caratterizzare il tempio di Zeus,

quindi un’anticipazione di quello che si sarebbe visto all’interno del tempio che però non si è

conservato, infatti del tempio si sono conservate solo 6 colonne; però si è ben conservato il

125

tempio di Bacco che è della metà del II sec dC, quindi doveva riprendere la struttura del tempio

più grande, infatti si è ipotizzato che riprendesse l’articolazione interna del tempio di Zeus.

Il tempio di Bacco che è sempre rimasto in piedi, nonostante i frequenti terremoti che hanno

caratterizzato la zona, ha delle dimensioni colossali, infatti questa architettura si caratterizza per

il gigantismo (come l’Artemision di Efeso) e il tempio è detto di Bacco perchè così è stata

interpretata parte della decorazione del monumento che è in eccellente stato di conservazione, il

che permette di osservare la grande ricchezza decorativa.

Il tempio ha una pianta allungata e un’imponente scalinata, altro elemento che caratterizza i

templi orientali e che enfatizza la proiezione in verticale di questo tempio.

E’ un periptero corinzio octastilo con due file di colonne sulla fronte, vediamo che non ha

l’opistodomo, ma vi è l’adyton, cioè una parte della cella resa con diverse soluzioni

architettoniche in oriente, infatti si tratta della zona più nascosta del tempio, dove erano

conservate le immagini delle divinità il cui accesso era consentito solo al clero; in più vediamo la

presenza delle scale che portavano al tetto perchè qui si svolgeva parte del culto.

La cella, caratterizzata da muri chiusi senza finestre, sulle pareti lunghe è caratterizzata da

colonne libere addossate alle pareti con alti piedistalli (quindi le colonne non suddividono in

navate la cella che è costituita da uno spazio unico), in più le pareti sono articolate in nicchie

soprapposte coperte da un arco o da un frontone e questa articolazione riprende quella delle

pareti della grande corte; sul fondo della cella vi era una grande scalinata alla fine della quale vi

era un’edicola che segnava l’adyton costituita da frontoni spezzati che incorniciano un arco; la

soluzione adottata per la cella del tempio di Palmira è diversa.

All’ingresso del tempio di Bacco è stata ricavata una scala che doveva portare al tetto e che

doveva essere accessibile; vediamo la ricca decorazione architettonica del portale e di tutte le

parti interne: la decorazione come colpo d’occhio ricorda quella di Leptis Magna.

Nell’ambulacro esterno che è ben conservato vediamo il soffitto a lacunari che ha una

ricchissima decorazione con figure femminili che sono forse personificazioni di qualche concetto

astratto e figure di divinità; vi è quindi una ricca decorazione plastica che caratterizza tutte le

parti architettoniche.

In un altro frammento vediamo un ampio uso del trapano con un forte rilievo e un forte

chiaroscuro, qualche elemento è scolpito a tutto tondo.

L’ultimo è il tempio di Venere, infatti la triade elipolitana era costituita da Zeus, Mercurio e

Venere che costituiscono un’interpretazione romana delle divinità che da lungo tempo erano

126

venerate a Helipolis e che sono state assimilate alle divinità romane; il tempio si data all’età

severiana, cioè alla fine del II, inizio III sec dC.

Il tempio non è lontano dal santuario, ma cmq siamo in una zona più esterna ed è un tempio più

piccolo rispetto agli altri e si caratterizza per la pianta particolare per questo intersecarsi di linee

rette e rotonde; originariamente era un tempio circolare che era interrotto da un ingresso, quindi

aveva un accesso privilegiato.

Intorno vi erano semicolonne addossate al perimetro circolare della cella e altre colonne erano

poste su avancorpi collocate sulla linea che si oppone alla linea curva del tempio (vediamo

quindi come gli elementi architettonici non hanno più una funzione strutturale, ma servono a

enfatizzare la decorazione). Sia il muro esterno che quello interno erano decorati da nicchie e

questo piccolo tempio circolare doveva avere una copertura a cupola.

Palmira

Palmira si trova sulla strada che conduce all’Eufrate e si tratta di un centro importante perchè

sorge in un’oasi, infatti il suo nome, Palmira significa città delle palme.

La città ha un grande sviluppo urbano e monumentale in età romana, ma si trattava di una città

che esisteva da millenni, infatti era frequentata fin dal II millennio aC ed è nominata nella Bibbia

con il nome di Tadmor.

La città si sviluppa in un oasi, quindi era una tappa obbligata di sosta lungo il tragitto delle

grandi vie carovaniere, però questo ha costituito nei secoli più recenti un danno per Palmira

perchè i viaggiatori la hanno ampiamente saccheggiata.

127

Il suo periodo di massimo splendore si colloca tra il II e il III sec dC, in particolare nel III sec

dC, poi la città venne distrutta nel 272 dC dall’imperatore Aureliano a seguito della sconfitta di

Zenobia; la città però non smette di vivere, infatti venne costruito un campo, un insediamento

militare con Diocleziano e in questo modo continua a vivere e ad avere una certa importanza fino

al VI/VII sec dC, cioè fino al periodo della conquista araba e dell’abbandono della città perchè

altre sono le vie di comunicazione che interessano al mondo arabo, quindi la città perde il suo

ruolo di collegamento tra l’oriente e il Mediterraneo.

A est della città si trova una struttura che è il grande tempio di Bel che si trova al limite orientale

della città, mentre al limite occidentale vi era un’altra area sacra; alcuni hanno ipotizzato fosse il

palazzo di Zenobia che certamente doveva esserci, ma che non è ancora stato identificato con

certezza.

Queste due aree vennero collegate in età imperiale da una grande via colonnata che ha un

andamento orizzontale, ma che è una linea spezzata, costruita per uniformare il paesaggio

urbano; nella città vi erano molte preesistenze che non avevano un impianto regolare, infatti

l’impianto urbano venne regolarizzato con la creazione di questa grande arteria.

Lungo la strada colonnata vi era perpendicolarmente un arco con una pianta triangolare che

nascondeva l’angolo; ai lati della strada vi erano i portici colonnati; l’incrocio con un’altra strada

importante era invece nascosto da un tetrapilo e alla fine questa strada si incrociava con un’altra

128

strada colonnata più grande che portava all’ingresso della città che era ovale, da cui partiva la via

per Damasco.

A Palmira quindi la via colonnata era un elemento che unificava in un’unica grande scenografia

il paesaggio urbano, ma si trattava di una via colonnata di dimensioni inferiori a quella di

Apamea, infatti era lunga 1100 metri e larga 11metri, mentre ognuno dei portici occupava una

larghezza di 6 m; il colonnato venne eretto in massima parte nel II sec dC e i lavori di

costruzione della strada si prolungarono a lungo, infatti i lavori iniziarono nella seconda metà del

I sec dC da ovest verso est, giungendo alla fine del II sec con la costruzione dell’arco che

concludeva il tratto principale della strada.

Sulle colonne della via colonnata ci sono delle mensole che caratterizzavano tutte le colonne su

cui dovevano stare delle sculture in bronzo, cioè delle statue onorarie di cittadini, notabili e dei

re di Palmira: non abbiamo più nulla di queste sculture, ma in qualche caso abbiamo l’epigrafe

che ricorda il personaggio raffigurato.

Palmira fu un grande luogo d’incontro tra oriente e occidente, infatti qui vediamo una grossa

persistenza della cultura orientale soprattutto nelle epigrafi che sono scritte in aramaico: molte

iscrizioni sono bilingui in aramaico e greco e solo dal III sec abbiamo delle bilingui latino­

aramaico che rimane cmq la lingua principale affiancata dal greco.

A Palmira gli anni si contavano ancora a partire dall’inizio dell’era Seleucide, il 312 aC e questo

è importante perchè in alcuni casi abbiamo una data precisa.

La regolarità della via colonnata era interrotta dagli accessi agli edifici più importanti che si

trovavano sul retro del colonnato, quindi anche qui vediamo la segnalazione sulla strada di un

complesso importante alle sue spalle. Lungo la strada, prima della deviazione che la

strada faceva per raggiungere il tempio di Bel,

si trovava un arco a tre fornici, un arco di

Settimio Severo che ha una pianta triangolare

e che permette di avere la fronte dell’arco

perpendicolare a ciascuno dei due tratti della

via colonnata mimetizzandone l’angolo; la

decorazione, che alterna motivi vegetali

stilizzati e motivi geometrici, è molto ricca e caratterizza tutte le parti rimaste del monumento; la

datazione dell’arco oscilla tra la fine dell’età antonina e l’inizio dell’età severiana, quindi alla

fine del II sec. Al di sopra dei fornici minori vi erano delle edicole con le statue.

129

Un altro punto dove la strada curvava era segnato da un tetrapilo che aveva una struttura analoga

a quello di Gerasa, cioè era una struttura costituita da 4 basi che sorreggono 4 colonne che hanno

i fusti in granito rosa di Assuan (che quindi doveva fare un percorso lunghissimo) con 4

architravi.

Rispetto al tetrapilo di Gerasa che era passante qui non ci si poteva passare attraverso con i carri

perchè le 4 strutture erano unite da un unico basamento: questo tetrapilo segnava l’incrocio con

una via importante e nascondeva la curvatura della strada.

Dopo l’abbandono della città un villaggio arabo si era insediato all’interno del recinto del tempio

di Bel, fatto che ne ha anche determinato la conservazione e che oggi è stato sgomberato.

Il tempio è del I sec dC e rappresenta l’esempio più compiuto e l’esito più completo della

trasformazione di un tempio greco romano in un tempio orientale, infatti qui vi è un

travestimento delle forme architettoniche occidentali con una struttura che non ha più niente di

occidentale.

In questo recinto sono stati fatti recenti sondaggi che hanno raggiunto i livelli più antichi della

città di Tadmor, alcuni della fine del III millennio aC; era logico che in quest’area si

raggiungessero i livelli più antichi perchè si trattava di un’area sacra gia alla fine del III

millennio e quello che vediamo costituisce la monumentalizzazione di età romana di un’area

sacra antica importante che ha condizionato la struttura urbanistica di Palmira.

L’area sacra era circondata da alte mura e sui 4 lati vi era un portico che era doppio su tre lati,

singolo sul lato d’ingresso che era perfettamente orientato a ovest; le colonne del lato d’ingresso

erano di dimensioni superiori a quelle che circondavano sui tre lati il cortile.

130

L’ingresso non era però perfettamente al centro di questo lato perchè doveva essere in asse con

l’ingresso del tempio che sta su uno dei lati lunghi ed è monumentalizzato interrompendo la

peristasi di colonne.

Il cortile è un quadrato di 210 m di lato e all’interno vi erano una rampa d’accesso per gli animali

alla zona del sacrificio, delle vasche, altre strutture forse interpretabili come are e una grande

sala di cui rimangono pochi resti, in cui dovevano riunirsi i sacerdoti e i personaggi eminenti

della città per i banchetti rituali, quindi aveva un carattere sacro.

A Palmira sono state trovate delle tessere in terracotta di vario tipo che dovevano dare il diritto di

accesso a questa sala per i banchetti sacri: su una di queste vediamo raffigurata la triade che era

venerata in questo tempio la cui divinità principale è Bel che è posto al centro e che ha delle

dimensioni maggiori; le 3 divinità sono vestite alla romana perchè hanno i pantaloni, una corazza

e il paludamentum che ricorda l’abbigliamento militare romano.

Ai suoi lati vi sono le due divinità paredre cioè Jarhibel che rappresenta il sole e Aglibel che

rappresenta la luna; Bel in lingua semitica significa signore, quindi è la massima divinità che

regna sul cosmo e quindi è collegato alle immagini dei pianeti, come il sole e la luna e del

cosmo; questa tessera ha una struttura particolare che ricorda un tempietto e sul retro della

tessera vi è un sacerdote che ha il copricapo cilindrico proprio dei sacerdoti, è vestito alla greca,

infatti ha un chitone e l’imation ed è sdraiato a banchetto su una cline: questa immagine deriva

da un intaglio che stava sugli anelli dov’era raffigurato il personaggio che aveva organizzato

questa celebrazione liturgica.

Il tempio di Bel è uno pseudodiptero perchè ha un ambulacro di grandi dimensioni in cui ci

potrebbe stare un altra fila di colonne, octastilo, corinzio: esso ha un ingresso che non è

perfettamente al centro di uno dei lati lunghi e di questa particolarità ne esiste qualche esempio

nel mondo greco e romana, ma questa soluzione di interrompere la peristasi con un portale è una

stranezza determinata da esigenze cultuali e dalle libertà che l’architettura ellenistica si poteva

permettere: qui probabilmente furono all’opera architetti provenienti da Antiochia che hanno

interagito con gli architetti locali.

Oltre la soglia del tempio si entrava nella cella che era illuminata da finestre ed era caratterizzata

da due ambienti, cioè l’adyton nord e quello sud che erano accessibili attraverso delle scalinate;

essi erano rialzati rispetto al piano di calpestio della cella, la cui funzione era incerta.

Per l’adyton nord si suppone che vi fossero custodite le tre immagini delle divinità, in quello sud

forse era conservata solo la statua del dio Bel che veniva trasportata durante le processioni sacre;

in più erano state ricavate nel muro della cella tre scalinate che portavano al tetto a terrazze che

131

aveva una parte importante nel culto di questo Bel che governava il cosmo. Il tempio di Bel è

quindi un tempio orientale travestito da tempio greco romano.

Nel tempio un’anomalia era costituita dell’interruzione della peristasi con la presenza di questo

portale che oggi è ancora in piedi che interrompe la fila di colonne; un’altra caratteristica è la

presenza di queste scale che si concludono sul tetto con delle torrette emergenti sul tetto a

terrazza dove si svolgeva il culto; il frontone nascondeva però questo tetto; un altra singolarità è

la presenza di questi merli che sono un segno distintivo dell’architettura medio orientale e che

secondo alcuni sono collegati alla simbologia solare.

Addossate alle pareti dei lati brevi della cella vi sono delle semicolonne con i capitelli ionici

caratteristici dell’architettura di questo periodo dell’oriente romano e grazie a questo dettaglio si

è ipotizzata la presenza di architetti provenienti da Antiochia di tradizione ellenistica che

dovevano essere all’opera per la costruzione di questo tempio.

Il tempio si data al 32 dC, quindi è stato costruito in età tiberiana, infatti il complesso è stato

monumentalizzato nel corso del I sec dC.

Un’altra anomalia rispetto ai templi classici è la presenza di finestre che illuminano l’interno

della cella (quando il tempio venne monumentalizzato la via colonnata non c’era ancora, anche

se si trattava di un centro importante).

Qui vediamo una ricca decorazione delle pareti dell’interno della cella che sono decorate in

maniera diversa: l’adyton sud ha le pareti decorate con semicolonne che reggono una trabeazione

orizzontale, l’adyton nord invece era decorato da una serie di edicole sovrapposte (entrambi gli

adyta erano accessibili da gradinate) e queste variazioni erano determinate da esigenze cultuali e

rituali. Nel culto di queste divinità dovevano giocare un ruolo importante l’acqua e il fuoco;

l’adyton nord era coperto da un soffitto a cassettoni abbastanza ben conservato che ha una

decorazione con un medaglione con la raffigurazione dei 7 pianeti e dei segni dello zodiaco

intorno al disco e poi vi è l’aquila che adombra il riferimento a Bel.

Il santuario di Bel era il più importante, ma nel corso del tempo vennero monumentalizzate altre

aree sacre: il tempio di Baalshamin (131 dC) si colloca più o meno a metà della via sacra.

Si tratta di un piccolo tempio pseudoperiptero tetrastilo che ha sulle colonne delle mensole che

reggevano delle statue (in più si vede una differenza di colore sulle colonne perchè parte di esse

erano interrate) e vi è una finestra nel muro della cella.

L’architettura siriana è definita da Pierre Gros una delle migliori espressioni dei quella sorta di

sincretismo siriano che attinge sia all’occidente con l’ellenismo, sia all’oriente con delle

soluzioni originali.

132

L’aspetto più conosciuto di Palmira è quello che riguarda i rilievi funerari, infatti la scultura

funeraria è quella maggiormente conservata a Palmira, anche se doveva esistere una scultura

onoraria di cui non ci è rimasto nulla, basti pensare a tutte quelle statue in bronzo che dovevano

decorare le colonne della via colonnata e dei templi, ma il bronzo è stato poi riutilizzato per

esigenze belliche; cmq rimane la scultura funeraria e votiva di carattere religioso (bisogna anche

sottolineare l’ampiezza dei saccheggi).

Abbiamo per Palmira un criterio di datazione assoluta di grande interesse, infatti quasi tutte le

tombe possono essere datate con una data precisa perchè hanno un’iscrizione di fondazione della

tomba che ci da una data che è calcolata a partire dall’inizio dell’era Seleucide, cioè dal 312 aC

(la data precisa è il 1 ottobre del 312).

Molte iscrizioni sono in aramaico, la lingua indigena semitica e alcune hanno anche il testo

greco: su queste lastre troviamo i nomi dei personaggi con a volte la loro discendenza familiare

per cui riusciamo a ricostruire l’albero genealogico; molti nomi sono teofori, cioè contengono il

nome di un dio perchè in questo modo si vuol stabilire un rapporto tra l’uomo e la divinità e si

vuole porre il bambino sotto la protezione di quella divinità: HANIBEL significa Bel ha fatto la

grazia, NURBEL significa la luce di Bel.

Queste tombe sono prevalentemente familiari (intendiamo famiglia nel senso di clan, di gruppo

familiare allargato) e delle epigrafi testimoniano la vendita di una parte di queste tombe a un

altro gruppo; quindi abbiamo una serie di epigrafi e così possiamo stabilire alcune cronologie

precise soprattutto per le sculture e che si sono poi potute applicare a quelle sculture

decontestualizzate che sono diffuse in tutti i Musei del mondo.

La grande necropoli occidentale si collocava lungo la principale strada d’accesso a Palmira e che

la collegava a Damasco e nella cinta di mura fatta in occasione dell’attacco di Aureliano alla città

vennero inglobate alcune di queste torri funerarie che vennero inserite nel muro di difesa.

Ci sono vari tipi di tombe: ci sono le tombe a forma di tempio funerario che hanno una scalinata

d’accesso solo nella parte centrale della fronte; la particolarità che ci fa capire che si tratta di un

tempio funerario è che all’interno sono stati ritrovati dei loculi lungo le pareti entro i quali

venivano deposti i defunti, infatti il rito prevalente a Palmira è l’inumazione con un

procedimento di mummificazione dei defunti diverso da quello conosciuto per l’Egitto; queste

mummie sono in gran parte sparite perchè vennero usate come combustibili dai nomadi del

deserto siriano; anche le tombe sono state saccheggiate da cacciatori di tesori.

Sono stati trovati frammenti di seta che avvolgevano parti del defunto che proveniva dalla Cina,

quindi era di grande pregio; si è supposto che i palmiresi organizzassero in cooperativa il

133

commercio di queste merci che provenivano dall’oriente e che si siano arricchiti proprio grazie a

questi commerci; infatti alcuni documenti epigrafici sono importanti proprio perchè rivelano

qual’era il dazio da pagare per queste merci preziose che arrivavano in città.

Il secondo tipo di tombe sono gli ipogei, cioè grandi camere funerarie sotterranee che erano

molto articolate e vi era un solo punto d’accesso per permettere ai familiari del defunto di

svolgere i riti funerari.

L’interno di questi due tipi di tombe era strutturato in maniera simile: lungo le pareti vi erano i

loculi che erano chiuse da rilievi funerari con il ritratto del defunto; sul fondo della tomba vi

erano dei rilievi o delle sculture più importanti che raffiguravano il fondatore della tomba e altri

personaggi importanti della famiglia che erano sdraiati a banchetto su delle clinai i cui ritratti

erano caratterizzati da un estremo realismo; essi hanno un modo particolare, proprio del medio

oriente, di stare stesi a banchetto.

Sotto questi principali personaggi del clan familiare vi sono altro rilievi, delle imagines clipeatae

che ritraggono gli antenati di questa famiglia seduti a banchetto.

Il terzo tipo di tomba sono le torri funerarie parte delle quali oggi sono crollate e che è un tipo di

sepoltura più comune: qui vediamo come lo stesso tipo di rilievo del personaggio fondatore della

tomba che è sdraiato a banchetto poteva stare sulla facciata di queste torri; il nome della tomba

deriva dal fondatore della stessa.

La sua struttura così sviluppata verso l’alto richiama la struttura dell’altare torre orientale, quindi

questa struttura o con una funzione sacra o con una funzione funeraria è tipicamente orientale.

Le tombe sono articolate su più livelli: qui vediamo una tomba articolata su 5 livelli che aveva

una scala per salire fino alla sommità e in ogni piano vi erano una serie di loculi sovrapposti

entro i quali era posto il defunto ed erano chiusi da un rilievo funerario con il ritratto del defunto;

qui vediamo l’interno della torre di Elahbel, cioè il nome del fondatore della tomba che si data al

103 dC, data che dipende dal fatto che vi è un riferimento alla data a partire dall’era Seleucide.

Vediamo poi l’interno dell’apogeo di Iahrai (108 dC): si tratta di una tomba che è stata smontata

e rimontata all’interno del Museo di Damasco; qui sono state riposizionate le lastre che

chiudevano i loculi in cui vi erano raffigurati i busti dei defunti.

Ai lati della testa del personaggio vi possono essere una iscrizione in aramaico o una iscrizione

in greco e aramaico ed esse contenevano il nome del defunto, con chi era imparentato e delle

frasi di commiato; in questo modo si è potuto ricostruire la genealogia di una famiglia grazie alla

quale si ricostruisce anche una cronologia di questi ritratti perchè in questo caso l’analisi

stilistica non basta.

134

In questo ipogeo vi era una nicchia che su tre lati aveva tre letti su cui stavano i principali

personaggi di questo clan, sdraiati a banchetto, quindi si ricrea una sorta di triclinio.

Su questo rilievo (tutti i rilievi si datano prevalentemente al II sec dC), che costituisce un caso di

altorilievo, vediamo uno dei personaggi più importanti della famiglia, sdraiato a banchetto (tutte

queste sculture sono eseguite con un calcare bianco locale) e questo personaggio si distingue per

la presenza sul capo del tipico copricapo cilindrico che alla latina è chiamato madium, alla greca

polus e che caratterizza i sacerdoti.

Accanto a lui sono posizionati, sproporzionati perchè hanno delle dimensioni minori la moglie e

i figli che di solito sono resi in maniera rozza; l’abbigliamento del personaggio è tipicamente

partico, orientale ed è costituito da una lunga tunica con le maniche lunghe, fermata alla vita da

una cintura e conclusa da un paio di pantaloni chiamati anassiridi che si infilano in uno stivaletto

morbido che sta ai piedi di questo personaggio; il tessuto è ricchissimo, decorato con questa serie

di passamanerie: si tratta di stoffe estremamente ricche con decorazioni e ricami fatti forse con

fili preziosi e che sono preziose anche per il colore.

Dunque questo personaggio ha degli abiti orientali: questi rilievi costituiscono l’incontro tra la

cultura orientale per la postura e l’abbigliamento e occidentale perchè lo sviluppo del ritratto

personale è qualcosa che arriva dall’occidente romano.

Inoltre il personaggio sta sdraiato su un divano caratterizzato da preziose stoffe e cuscini; ma a

quale banchetto ci si riferisce? o a quello dell’aldilà e quindi viene pietrificato un momento che

durerà per sempre relativo all’aldilà (cioè si tratta del banchetto a cui sono invitati i defunti

chiamati beati) oppure siccome i defunti sono vestiti con i loro abiti più ricchi e gioielli più

preziosi forse si tratta dell’esibizione della ricchezza del defunto in vita.

Dobbiamo dire che per i palmireni sepolti in queste tombe, per il fatto che potevano permettersi

queste tombe, possiamo parlare di una ricca borghesia palmirena che può permettersi queste

sontuose tombe.

Sempre in questo rilievo vediamo che mentre il padre che è un sacerdote è vestito all’orientale, i

figli sono vestiti alla greca con il chitone e l’imation, mentre la madre, anch’essa di dimensioni

inferiori esibisce una serie spettacolare di gioielli e ha un copricapo che caratterizza le figure

femminili partiche.

Sulla stele funeraria di Male e Bolaya (fine II sec dC) che proviene da un ipogeo della tomba sud

est, vediamo un fratello e una sorella: la donna sta seduta a banchetto come il personaggio di

prima (la partecipazione della donna al banchetto è singolare), mentre il maschio ha la barba.

Importante è la questione se questi rilievi maschili e femminili possono essere considerati ritratti

135

perchè indubbiamente notiamo il fenomeno della standardizzazione delle teste maschili e

femminili che sono standardizzate, ma vi sono degli elementi che le distinguono, infatti non ci

sono due signore di Palmira che portano gli stessi gioielli (hanno gioielli simili, ma li portano in

maniera diversa) e questo costituiva una caratterizzazione di una persona.

Questi gioielli non venivano esibiti tutti i giorni, ma un’altra caratteristica che rimane nel mondo

arabo è quella dell’esibizione di certi tipi di gioielli in occasioni importanti per testimoniare la

ricchezza della famiglia; un’altra caratteristica che nel mondo orientale indica la bellezza sono

gli anelli al collo.

Anche per i ritratti maschili si parla di standardizzazione però ce ne sono alcuni che hanno delle

caratteristiche particolari e che sono veri ritratti: nel II sec dC compare la barba che è una moda

lanciata dall’imperatore Adriano e questo personaggio ha la barba e ha alle spalle due rosette che

reggono una tenda che costituisce il simbolo del passaggio nell’aldilà, quindi questo personaggio

al momento della creazione di questo rilievo era già morto, mentre sua sorella no; in tutte le

culture c’è sempre un elemento che separa i vivi dai morti come una porta, ma qui è una tenda.

Vediamo poi la presenza di questo cofanetto che costituisce forse un’altra esibizione di

ricchezza; quando troviamo questi personaggi sdraiati si tratta dei personaggi principali della

famiglia.

Abbiamo poi due rilievi con due sacerdoti: uno si data con precisione perchè questo Mokimo è

morto nell’anno 499esimo cioè nel 137 dC; l’altro personaggio, anch’esso sacerdote è suo

fratello ed entrambi sono vestiti con il chitone e il mantello che è fermato da una fibula preziosa.

Questi personaggi talora tengono in mano una coppa, in particolare questo è un alabastron, che è

legata al culto, hanno un copricapo, sono sempre glabri e intorno al copricapo hanno delle corone

di specie arboree differenti in cui alcuni hanno riconosciuto un riferimento alla divinità; a volte

sul copricapo vi è un medaglione in metallo prezioso.

Questi sono sacerdoti, ma per la maggior parte dei personaggi di Palmira non sappiamo quale

fosse la loro attività, infatti sappiamo poco più del nome. In questo rilievo vediamo uno dei casi

in cui l’intento ritrattistico è evidente per la caratterizzazione del viso, le rughe che segnano la

fronte, anche se non si rinuncia a un particolare stilizzato come le sopracciglia; al suo fianco,

appoggiato a un panno perchè non si può toccare a meni nude un oggetto sacro, vi è il copricapo

che caratterizza i sacerdoti con una figurina che rappresenta un sacerdote; il personaggio ha però

la barba, quindi non è un sacerdote, ma poteva essere collegato a un sacerdote.

136

Vediamo poi un altro ritratto con un evidente intento ritrattistico e per il quale alcuni hanno

parlato del ritratto di Vaballato, ma cmq ha una caratteristica stilizzata: quindi ci sono delle

caratteristiche dello stile orientale che rimangono immutate nel corso dei millenni.

Poi vi sono due ritratti di due fratelli vestiti all’orientale, ma sono ritratti generici che si

caratterizzano per gli oggetti che tengono in mano e per la capigliatura, infatti mentre uno ha una

capigliatura alla greca, l’altro ha una capigliatura a riccioli rigonfi che è tipicamente orientale;

quindi c’è una volontà di differenziazione per cui ci sono elementi distintivi per i singoli

personaggi.

Su un altro rilievo vediamo di nuovo un personaggio con la pettinatura a riccioli rigonfi

caratteristica del mondo partico e si tratta di un unico personaggio sdraiato a banchetto con un

servitore.

Vi sono poi due ritratti di signore che hanno dietro di loro una tenda che indica che si trovano

nell’aldilà: una è più sobria, non ha il copricapo, ma con il turbante e il velo per cui alcuni hanno

detto che non si trattava di una palmirena, ma di una straniera ed entrambe sono raffigurate con i

loro gioielli; l’altra ha una serie di collane, un bracciale e un anello portato sulla prima falange,

in più in testa ha un fermaglio e una specie di collana da testa: per molti di questi gioielli

abbiamo dei riscontri con gioielli reali. Questi rilievi costituiscono quindi la migliore sintesi tra

la tradizione orientale e quella occidentale.

Queste due sculture provengono da Hatra, nel nord dell’Iraq e rappresentano un re con la moglie

dove sia i vestiti che la capigliatura del personaggio femminile sono ripresi dai signori di

Palmira.

TERZO MODULO:LA CERAMICA

Lo studio della ceramica è cominciato circa un secolo fa ed è diventato sempre più importante

negli ultimi 50 anni, per quello che riguarda l’archeologia classica romana, soprattutto in

relazione all’evoluzione delle tecniche di scavo: quindi lo studio della ceramica è legato

all’evoluzione nel corso del XX sec delle tecniche di scavo e ha poi assunto una grande

importanza per lo studio della cultura materiale e tenendo conto del fatto che la maggior parte del

materiale che si trova in uno scavo archeologico è la ceramica che è collegata alla datazione e

all’interpretazione dello scavo stratigrafico. Quindi lo studio della ceramica, per cui è necessario

137

il disegno, è diventato sempre più importante anche considerando il fatto che la ceramica è un

materiale indistruttibile, infatti i frammenti di ceramica non vengono distrutti in alcun modo per

cui la massa di materiale conservato è altissimo.

Abbiamo però pochi riferimenti nelle fonti antiche perchè cmq si tratta di materiale domestico, di

uso quotidiano: per questo la ceramica è poco citata nelle fonti, però una citazione importante si

trova nella “Naturalis Historia” di Plinio che nel XXXV libro (paragrafi 160/161) dice che la

maggior parte degli uomini si serve di oggetti di terracotta; poi cita una produzione di Samo,

quindi della metà orientale dell’impero che ha influenzato la produzione della prima età

imperiale romana; poi cita Arezzo, che è stato uno dei principali centri produttivi di ceramica in

Italia, cita Sorrento, Asti, Pollenza, Modena di cui abbiamo della documentazione circa la

ceramica, in Spagna Sagunto e in Asia Pergamo; Plinio cita non delle produzioni in ceramica

famose, ma alcune produzioni vascolari che erano importanti nella sua epoca e le ricorda perchè

le grandi esportazioni via terra o via mare di materiali nobilitano i centri di produzione.

Vi è un’altra fonte interessante per l’Italia settentrionale che riguarda la produzione di laterizi: la

citazione è tratta dal “De re rustica” di Varrone (I, 14,4) quando dice, in riferimento al 37 aC che

in Gallia cisalpina i laterizi cotti erano così tanto diffusi che erano utilizzati per le recinzioni

delle fattorie; egli quindi fa un confronto con quello che vede nell’area della pianura padana e

nota questa particolarità che non ritrova nel resto della penisola dove le recinzioni erano in

pietre. Si tratta di una notazione importante perchè la pianura padana era ricca di argille e

favorevole per la produzione di ceramica in generale per la grande presenza di acqua e legno (vi

erano quindi grandi produzioni ceramiche e di laterizi).

Altre notizie sulla produzione provengono da alcuni papiri dall’Egitto che di solito costituiscono

delle miniere di notizie sulla vita quotidiana e dai graffiti (vi sono dei piatti che provengono da

un famoso centro di produzione nel sud della Francia, La Graufesenque, dove sono graffite delle

preziose notizie sulla cottura dei materiali). Si tratta cmq di un materiale di uso comune,

modesto, quindi non dobbiamo sopravvalutarne né sottovalutarne l’importanza.

Prevalentemente negli scavi urbani si rinviene ceramica in frammenti, come nelle ricerche di

superficie; alcuni di questi materiali come la terra sigillata chiara che proprio per le sue

caratteristiche ha una datazione limitata ad alcuni decenni, alcune classi ben datate sono

considerate dei fossili guida per certi periodi storici; invece nelle necropoli, nelle tombe si

trovano prevalentemente materiali integri o quanto meno ricostruibili perchè sono stati deposti

interi (nel mondo romano era diffuso l’uso di porre accanto al defunto un corredo composto da

una moneta, degli oggetti personali indicativi del sesso del defunto e del materiale ceramico).

138

A questa regola generale ci sono una serie di eccezioni, di casi particolari: nello scavo

dell’abitato di Martigues in Provenza è stata trovata una casa che a seguito di un incendio era

crollata nella cantina sigillandola completamente e permettendo la conservazione di quello che

conteneva; quindi si tratta del caso di un abitato in cui sono stati rinvenuti materiali integri o cmq

ricostruibili.

Si può poi ricostruire la cronologia di questa situazione ed è importante perchè si tratta di un

contesto chiuso grazie al quale possiamo capire che in quel periodo circolavano determinati tipi

di vasi.

Circa la storia degli studi dobbiamo dire che alcune classi ceramiche sono state studiate già tra la

fine dell’800 e l’inizio del 900 per due ordini di motivi o per un interresse storico artistico dei

frammenti ed è il caso della ceramica a rilievo aretina, collegata agli studi relativi all’arte di età

augustea, prodotta ad Arezzo tra il I sec aC e il I dC; si tratta di vasi decorati a rilievi che

riprendono in un materiale più povero le coppe decorate a rilievo in metalli preziosi; sulle tavole

dei ricchi e della famiglia imperiale non c’era la ceramica, ma solo vasi in metalli preziosi,

invece nelle case dei ricchi romani vi erano questi vasi che richiamavano anche alle ricche corti

ellenistiche e la produzione aretina era di grande qualità.

Il secondo interesse che ha fatto concentrare l’attenzione degli studiosi sulle lucerne e sulle

anfore è quello epigrafico, cioè per i bolli che si trovano sulle anfore: vi sono tanti tipi di bolli

che si richiamano all’officina di produzione, in qualche caso al lavorante di quel vaso e in questo

caso abbiamo molti nomi greci, infatti vi erano molti schiavi greci che poi potevano diventare

liberti; molti bolli diventarono poi veri e propri marchi di qualità, cioè il fatto di avere

determinati bolli avrebbe dovuto essere una garanzia di qualità di un certo tipo di materiale.

Da un singolo frammento di anfora non sempre risaliamo alla forma, ma le parti più significative

sono gli orli, i fondi, le pareti decorate e in qualche caso le anse; è importante riuscire a risalire

da un frammento alla forma completa perchè per un anfora avere la forma completa significa

avere dati circa la provenienza, la cronologia e il contenuto e questo è importante per ricostruire

la rete di rapporti commerciali.

Per la anfore assistiamo a veri fenomeni di contraffazione, infatti certe anfore con determinate

caratteristiche dovevano dare indicazioni subito all’acquirente circa il contenuto e proprio perchè

certe forme erano collegate al contenuto assistiamo a fenomeni di contraffazione; inoltre è stato

scoperto che sul fondo di alcune anfore, dove c’è il puntale vi erano delle palle di argilla cotta

che incidevano molto sul peso per cui il contenuto dell’anfora era minore di quello che veniva

venduto.

139

Le lucerne sono tra i pochi materiali romani che hanno destato l’interesse degli studiosi e

aristocratici tra 7/800 ed erano interessanti perchè provenivano da contesti tombali e sul fondo vi

erano dei bolli che indicavano i proprietari dell’officina; un altro caso di bolli riguarda la terra

sigillata termine con cui si definiscono le ceramiche ricoperte di una “vernice” rossa che

caratterizzano l’età imperiale: vi è una grande produzione liscia che ha interessato gli studiosi

proprio per i bolli; grazie a questa è stato ricostruito il quadro del lavoro nelle officine di terra

sigillata.

Qui vediamo sul fondo interno di una coppa con inciso “RASI”, cioè Rasinius uno dei più

importanti produttori di terra sigillata di Arezzo dell’età imperiale; sul fondo esterno della stessa

coppetta vi è un graffito che è stato fatto dopo la cottura e l’acquisto del pezzo da parte del

proprietario (abbiamo molti frammenti di ceramica aretina di questi produttori che installarono

delle officine in altre zone).

L’interesse per i bolli ha generato anche delle vere collezioni di frammenti di bolli. Vediamo qui

dei bolli “in planta piedis” all’interno dei quali vi sono incisi nomi greci, quelli dei lavoranti,

riferibili a schiavi specializzati (più specializzato era lo schiavo più aveva valore); però nelle

stesse officine lavoravano più persone che non sono specializzate.

Alla fine dell’800 sono state create le prime grandi classificazioni tipologiche, cioè ci si è

preoccupati di cominciare a organizzare la grande massa di materiale che si aveva; infatti il

diverso approccio archeologico ha determinato la necessità di classificazione delle grandi classi

di materiali per tipologie (una tipologia suddivide i materiali in forme e tipi differenti

sottolineando l’evoluzione delle forme e dello stile nel tempo).

La prima grande classificazione è quella di Dragendorf che oggi è ampiamente superata, ma si

tiene ancora buona anche se è stata fatta mettendo insieme tutte le produzioni di sigillata che si

conoscevano ed è basata su distinzioni formali; cmq è stato un lavoro importante per dare un

ordine alla gran massa di materiale che si era accumulata già tra 7/800.

La seconda tipologia risale a pochi anni dopo al 1899 ed è quella del Dressel che si trova nel

C.I.L., cioè come appendice al testo di base delle epigrafi latine perchè Dressel ha lavorato sul

materiale di Roma e ha sentito la necessità di ancorare alcuni boli, alcune iscrizioni dipinte a una

tipologia (le iscrizioni dipinte hanno permesso di stabilire il contenuto, l’area di produzione e la

cronologia di queste anfore) che deve essere agganciata a un riferimento cronologico.

Quindi per alcune classi la necessità classificatoria risale all’800: è importante per la produzione

industriale romana avere delle tipologie di riferimento che significa fare delle ipotesi su un’area

di produzione e una cronologia.

140

Per esempio per la ceramica a vernice nera, una classe ceramica caratterizzata da un rivestimento

nero, caratteristica dell’età repubblicana romana, una delle più recenti tipologie è stata fatta nel

1982 da Morel che ha suddiviso in grandi categorie questi vasi.

Nelle tipologie moderne si passa dal generale e poi si arriva all’esemplare specifico, invece nelle

tipologie 8centesche si facevano pochi disegni e ognuno rappresentava una forma ideale a cui si

faceva riferimento.

Qui vediamo la tipologia della ceramica a pareti sottili fatta a partire dai materiali provenienti

dagli scavi americani di Cosa; essa ha assunto oltre che un valore locale, un valore generale, ma

una tipologia così deve andare incontro a degli adattamenti se si vuole applicare ad altre zone che

non sia l’area centro tirrenica della penisola (la produzione più importante di ceramica a pareti

sottili ha un impasto chiaro o grigio nero). La ceramica a pareti sottili è chiamato vasellame

potorio, cioè era composto da bicchieri e coppette che erano utilizzati per bere.

Oggi l’ultima tipologia risale al 1990 ed è stata pubblicata come “Conspectus Formarum Terrae

Sigillatae italico modo Confectae” quindi si riferisce alle forme della terra sigillata prodotte alla

maniera italica e si tratta di un tentativo di uniformare forme anche diverse con la creazione di

parametri generali; in più abbiamo gli ultimi due volumi aggiunti all’Enciclopedia dell’arte

Antica cioè i due atlanti delle forme ceramiche con cui sono state create nuove tipologie e in cui

sono state studiate le ceramiche fini da mensa di età romana.

Nel primo volume, pubblicato nel 1981 sono studiate le produzioni del medio e del tardo impero,

il secondo volume, pubblicato nel 1985 si occupa delle produzioni ceramiche del tardo ellenismo

e del primo impero.

Quindi le produzioni industriali di età romana sono state inquadrate in queste tipologie, ma oltre

a queste classi vi sono altri tipi di ceramiche per cui bisogna creare una tipologia che deve essere

creata sia in base alla forma che al contesto che ci aiuta a datare la ceramica: ad esempio per la

ceramica nera lucidata che è di grande interesse e che è molto diffusa tra II­IV sec dC in

Britannia, nei forti lungo il vallo di Adriano, è stata creata una tipologia di questa ceramica

interessante perchè è una ceramica indigena preromana, che cioè esisteva in Britannia prima

dell’arrivo dei romani.

È una ceramica che non utilizza il tornio, ma è interamente modellata a mano e le cui aree di

produzione si trovano nel sud dell’Inghilterra e sono il Dorset e l’Hameshire: da qui la ceramica

veniva esportata nei forti del vallo di Adriano che si trovavano a quasi 500 km a nord dai luoghi

di produzione.

141

Le analisi chimiche hanno confermato che si tratta di materiali provenienti dal sud

dell’Inghilterra e che questa produzione artigianale aveva delle componenti che la rendevano

particolarmente resistente al calore, soprattutto al calore improvviso: quindi aveva delle qualità

tecniche che la rendevano appetita e richiesta anche a grande distanza; così per la ceramica di

Pantelleria che era di grande qualità e per questo era esportata in tutto l’impero.

La ceramica non viaggiava da sola, ma il suo commercio è definito “parassitario”, cioè viaggiava

con le derrate alimentari che dal sud dell’Inghilterra raggiungevano i forti militari nel nord; la

presenza dell’esercito produce uno sviluppo economico che riguarda l’agricoltura e la ceramica.

Qui vediamo una tipologia di olpai, cioè brocche di uso comune in ceramica comune che

provengono dalla necropoli di Angera, in provincia di Varese; la tipologia è stata creata sulla

base della presenza di vari corredi tombali e da questa cogliamo l’evoluzione della forma del

corpo e delle anse; quindi chi si è occupato di questa necropoli ha dovuto creare una tipologia

che non esisteva perchè si tratta di ceramica di uso domestico che pur in un uniformità di forme

(pancia grossa, collo stretto e ansa: è una forma adatta alla funzione) mostra una diversità dei

singoli tipi perchè si tratta di una produzione di ceramiche locali che circolavano in un ambito

limitato.

Quindi bisognava creare una tipologia e la ceramica venne datata sulla base del contesto: una

moneta in un corredo costituisce un teminus post quem e il fatto di avere altri materiali datanti

permette di dare una cronologia al contesto sulla base del quale si data la ceramica comune;

questa tipologia è importante per gli scavi che vengono fatti in Lombardia.

Circa la datazione: sono pochissimi i frammenti di ceramica che hanno in sé una cronologia

precisa; qui vediamo uno dei pochi pezzi di ceramica romana che ci da una cronologia precisa,

infatti è stato prodotto nel sud della Francia e la decorazione ricorda un personaggio storico, cioè

Decebalo, il re dei Daci che si era ucciso alla fine della seconda campagna dacica e questo

riferimento ci da un termine cronologico preciso perchè la coppa è stata sicuramente prodotta

dopo il 106 dC, ma si tratta di un’eccezione perchè è un frammento con un aggancio cronologico

preciso.

Un altro esempio viene dalla Drag. 29 e dalla Drag. 37 che sono state prodotte nel sud della

Francia in terra sigillata, infatti dopo la grande produzione aretina e in generale italiota, questa

produzione si sposta nelle provincie, prima in Gallia e poi in Africa.

Ogni produzione in terra sigillata ha le proprie forme caratteristiche e queste due coppe sono le

forme caratteristiche della produzione sud gallica; la Drag. 29 appartiene a una prima fase di

142

produzione e ha una forma più complessa, la Drag. 37 appartiene a una produzione più corrente,

standardizzata e si è discusso sul momento di passaggio da una forma all’altra.

Ci è venuto in soccorso un rinvenimento di Pompei, infatti nel 1914 venne trovata e pubblicata

una cassa in cui erano contenute 90 coppe di questa terra sigillata sud gallica decorata e 37

lucerne; in questo caso abbiamo un terminus ante quem perchè queste coppe sono state sepolte

nell’eruzione del 79 dC, quindi sono state prodotte prima del 79 dC. Nella cassa vi erano 39

coppe di Drag. 29 e 57 di Drag. 37, quindi capiamo che in età flavia comincia ad uscire di

produzione la forma più complessa e antica e comincia a circolare quella più semplificata.

Questo ritrovamento fornisce quindi un dato importante per poter capire il momento di passaggio

di queste forme ed è importante per un aggancio cronologico, per stabilire che intorno all’80 dC

comincia ad essere predominate la Drag. 37.

Quando sono iniziate le prime classificazioni non si avevano degli agganci cronologici e per un

aggancio cronologico della terra sigillata sono stati importanti alcuni scavi nei campi militari del

limes renano. Il campo di Haltern si trova tra il Reno e l’Elba, in questa fascia oltre il Reno in cui

i romani hanno tentato di espandersi, ma questo tentativo si è concluso nel 9 dC, quando le

legioni romane vennero annientate nella selva di Teutoburgo, sconfitta che segnò la fine

dell’espansione romana oltre il Reno; quindi a seguito dell’annientamento delle legioni i romani

decidono di abbandonare anche i campi oltre il Reno tra cui quello di Haltern per cui abbiamo

una data di fondazione precisa, il 7 aC e quella di abbandono, il 9 dC.

Già all’inizio del 900 Loeschche ha studiato la ceramica dio questo campo e ha determinato che

parte della terra sigillata si data certamente all’età augustea; si tratta quindi di un contesto ben

datato da cui si parte per determinare la cronologia della terra sigillata. Lo studio di Haltern e di

altri campi è stato importante all’origine degli studi sulla ceramica, infatti gli studiosi tedeschi e

inglesi hanno mostrato un interesse precoce per la ceramica rispetto agli italiani.

La cronologia di un oggetto in ceramica può essere diversa se questo viene trovato nel luogo di

produzione, quindi vicino all’officina magari perchè era uscito male e quindi era stato gettato

nelle fosse di scarico per cui la cronologia della coppa è la stessa dell’anno di produzione, se

invece una coppa prende la via del commercio e giunge in una colonia dove viene utilizzata la

cronologia sarà diversa; in più bisogna considerare la lunga vita dell’oggetto che può passare in

eredità a varie generazioni e in questo caso viene datato molti anni dopo la sua produzione o il

suo uso; quindi nella datazione bisogna fare attenzione e valutare il contesto.

Nella stratigrafia del quartiere di Annibale vi è uno strato di ceramica a vernice nera in

coincidenza del periodo tra la seconda e la terza guerra punica, che testimonia che i commerci

143

erano ancora fiorenti: quindi i rapporti commerciali sono emersi grazie a questo scavo; infatti

alla fine della seconda guerra punica le condizioni di pace imposte a Cartagine erano state

durissime ma in senato vi era ancora qualcuno come Catone che ripeteva che Cartagine doveva

essere distrutta perchè non era ancora piegata e questo è testimoniato primo dai commerci

cartaginesi che erano ancora fiorentissimi e secondo dal fatto che essi commerciavano soprattutto

con i romani.

La ceramica a vernice nera tra il IV e il III sec aC diventa la produzione caratteristica della

penisola italiana e accompagna l’espansione dell’impero romano, ma questa ceramica si diffonde

anche prima dei romani perchè i primi ad arrivare sono sempre i mercanti.

Ma a cosa serve studiare la ceramica? grazie al suo studio è possibile integrare i dati storici ed è

importante per lo studio dell’economia antica per cui è necessario tenere conto dello studio delle

anfore, anche se in antico per il commercio non era importante il contenitore, ma il contenuto.

Le anfore erano i grandi contenitori per il trasporto dell’antichità che viaggiavano per via

fluviale; le navi antiche non viaggiavano mai vuote soprattutto per garantire la stabilità

dell’imbarcazione, quindi oltre alle anfore vi erano molte derrate alimentari che viaggiavano in

contenitori deperibili di cui non ci è romasta traccia, come il grano che viaggiava in sacchi.

Qui vediamo delle anfore provenienti dall’Africa riconoscibili da determinate caratteristiche, ma

anche dalle caratteristiche di frattura dei frammenti che sono particolarmente rossi: quindi una

serie di fattori permettevano di identificare come africane queste anfore.

Esse sono soprattutto contenitori di olio che veniva portato dall’Africa all’Italia (Commodo

aveva istituito una flotta apposita che faceva la spola tra L’Africa e l’Italia), ma vi erano anche

grano e molte derrate che tornavano indietro e di cui non abbiamo testimonianza, quindi abbiamo

solo un’idea di quelle derrate alimentari che viaggiavano nelle anfore che contenevano

soprattutto vino, olio garum, frutta candita e olive.

Le anfore africane sono ben identificate come tipologia e luoghi di produzione e in anni recenti è

state creata una tipologia specifica per queste anfore che contribuisce a chiarire il boom

economico dell’Africa nei secoli della piena età imperiale, boom testimoniato da una serie di

fatti diversi tra loro, come dall’elezione di un imperatore africano e dal fatto che queste anfore

sono diffuse in ogni angolo dell’impero.

Quindi nella piena età imperiale si assiste a un fenomeno per cui a un predominio nella

produzione ceramica della penisola italiana tra I sec aC e la fine dell’età augustea, subentra un

predominio nella produzione ceramica delle province e questo costituisce un riflesso di quello

144

che accade anche a livello politico, cioè la perdita di importanza della penisola italiana a

vantaggio delle province.

Il modo di produzione della ceramica di alcune officine moderne in Marocco è lo stesso di quello

adottato dai romani ed è quindi importante vederne una per capire l’organizzazione del lavoro e

degli spazi; si tratta di un ambiente malsano e questo spiega perchè i quartieri artigianali o

ceramici stanno sempre in zone periferiche della città o fuori dalla cinta muraria, appunto per il

fumo, gli odori e il fastidio di un’officina.

Vi sono lo spazio dedicato ai forni per la cottura, un grande spazio aperto al centro per fare

essiccare la ceramica prima della cottura e spazi dove immagazzinare la ceramica una volta cotta

e dipinta; poi vi sono le zone dove gli artigiani modellano al tornio la ceramica, ma l’argilla

prima di venire lavorata al tornio doveva essere manipolata e lavorata a lungo e preparata finchè

non assumeva la forma di una sorta di cilindro che poi veniva passato al vasaio che poi lo

lavorava al tornio; una volta che i pezzi erano lavorati al tornio, dopo la lavorazione, venivano

messi all’aperto dove essiccavano prima di passare nel forno.

Vi sono delle fornaci verticali in cui sotto vi era la camera di combustione in cui bruciava il

legname, scelto accuratamente dagli artigiani, che vi veniva messo da uno schiavo collocato in

un cunicolo comunicante con la camera di combustione che doveva anche regolare il fuoco;

sopra la camera di combustione vi era un piano forato e sopra la camera di cottura dove venivano

impilati i pezzi; la cottura era il momento più delicato che veniva fatto con grande attenzione.

Quindi i pezzi venivano impilati nei magazzini costituiti a volte da semplici tettoie dov’era

stipato il materiale.

Spesso le fosse di scarico sono indicatrici di un’attività produttiva perchè nelle officine tutti i

pezzi che si erano rotti o danneggiati venivano buttati o nelle fosse di scarico o negli accumuli (si

tratta cioè di un cumulo di scarti di officina); è importante trovare o le fosse o gli accumuli

perchè sono uno dei principali indicatori di attività produttiva e non è facile trovare un’officina.

Oltre agli opera specializzati c’era una gran massa di lavoratori.

Le ceramiche sono spesso indicatori di tradizioni culturali, infatti determinate ceramiche sono

caratteristiche di un certo ambito territoriale e di un certo periodo: ad esempio il tipo di ceramica

con la decorazione a spina di pesce è caratteristica della Lombardia, del Veneto e del Piemonte,

cioè delle popolazioni galliche che vivevano in Italia settentrionale prima della conquista romana

e si trova nei corredi delle tombe e negli abitati dal I sec aC fino quasi alla fine dell’età augustea;

si tratta di una produzione ceramica con una tradizione diversa da quella romana che ha

continuato a essere sepolta nei corredi.

145

Ma come dobbiamo interpretare questa ceramica? Non è detto che una tomba con questa

ceramica sia di un celta, né di un colono romano, infatti spesso le persone che abitano in una

zona sia indigene che immigrate utilizzano il tipo di ceramica di quella zona.

Qui vediamo un corredo di Somma Lombardo che si data tra il 50 e il 30 aC che ha vasi di

tradizione ceramica romana e un’olletta di tradizione locale: quindi si assiste a una persistenza di

trazioni culturali, ma bisogna fare attenzione nell’attribuire un carattere etnico al personaggio

defunto sulla base dei rinvenimenti nella tomba.

In un altro corredo di Arago Seprio del 30 aC circa vediamo come sparisce la ceramica celta,

infatti con la diffusione ad ampio raggio della cittadinanza romana nessuno si riconosce più

come indigeno.

Anche la ceramica longobarda (si tratta di una popolazione che arriva dall’Europa) è molto

caratteristica e la presenza di questa ceramica testimonia in un sito la presenza di Longobardi.

Nello studio della ceramica un campo molto importante di ricerca è quello delle analisi che

possono essere di vari tipi: qui vediamo quelle petrografiche che vengono eseguite sulle sezioni

sottili di frammenti di terra sigillata che sono stati analizzati al microscopio con cui si analizza la

grandezza, il numero e la forma degli inclusi; in base alle osservazioni al microscopio degli

inclusi della terra sigillata si sono distinte due produzioni diverse.

Poi bisogna identificare il luogo di produzione; le analisi chimico­fisiche sono fatte per cercare e

identificare le componenti chimiche con cui erano fatte le varie ceramiche.

Per stabilire il luogo di produzione bisogna fare dei confronti tra le analisi fatte e le analisi fatte

su frammenti che sicuramente sono stati prodotti in un sito; questo però non è facile perchè

un’officina può attingere argilla da una parte, un’altra della stessa zona dall’altra, quindi non

bisogna basarsi solo sulle analisi, ma bisogna considerarle un aiuto perchè cmq dalle analisi si

ottengono eccellenti risultati, soprattutto se vengono fatte sui grandi numeri.

E’ importante che tutti i frammenti di ceramica trovati nello scavo siano correttamente archiviati:

bisogna lavare i frammenti di ceramica, tenerli separati per unità stratigrafiche e bisogna siglarli

pezzo per pezzo.

Nella terminologia della ceramica si fa riferimento alle parti del corpo ceramico in questo modo:

orlo, collo, spalla, parete (corpo), piede o puntale se si tratta di un’anfora che non ha il fondo

piatto. Per i frammenti in ceramica le parti significative da cui possiamo ricostruire la forma di

un oggetto sono gli orli, i fondi da cui però possiamo definire solo delle forme generiche, le anse

che cmq sono molto meno significative per la ricostruzione della forma del vaso, come le pareti,

146

ma bisogna fare un’eccezione per le pareti decorate e le pareti con i bolli utili per riconoscere la

classe e la data di un oggetto.

La produzione: tre sono gli elementi necessari per la produzione della ceramica, l’argilla, l’acqua

e il legno, quindi nelle zone dove si sviluppa questa produzione devono essere a disposizione in

abbondanza questi tre elementi che si devono trovare nelle vicinanze dei luoghi di produzione.

Vi possono essere importanti centri produttivi che esportano in tutto l’impero e in questo caso le

officine erano in prossimità di grandi vie di comunicazione che potevano essere terrestri o

meglio fluviali (infatti il trasporto via mare era più sicuro, veloce ed economico) oppure piccoli

centri i cui prodotti avevano una diffusione a livello locale.

Il materiale naturale utilizzato è l’argilla che una volta estratta poteva o passare subito alla

lavorazione o essere lasciata stagionare all’aperto anche per periodi lunghi per fare in modo di

togliere gli elementi intrusi; un’altra fase importante del processo è la depurazione dell’argilla in

acqua, quindi nelle officine vi erano delle vasche di decantazione dell’argilla, infatti ponendola

nell’acqua la si depurava dagli altri materiali ottenendo un’argilla molto depurata.

Anche questa argilla dopo il passaggio nell’acqua deve essere lasciata essiccare per perdere

l’acqua perchè lo scopo è quello di ottenere una buona plasticità: l’argilla deve essere

modellabile, ma se la plasticità è elevata il vaso durante la lavorazione al tornio rischia di

afflosciarsi o di rompersi, se la plasticità è scarsa la foggiatura e l’essicazione diventano

difficoltose, quindi bisogna trovare un equilibrio giusto per quello che si vuole ottenere.

Vi sono prodotti raffinati di vasellame da mensa che richiedono un’argilla particolarmente

depurata, invece per altri materiali, una volta che l’argilla è stata depurata si possono aggiungere

altri elementi per scopi diversi; a seconda della ceramica che si vuole produrre si tiene l’argilla

depurata o vi si aggiungono altri elementi.

Qui vediamo dei bicchieri che provengono dalla Francia centrale della fine del I, inizio II sec dC

che hanno sulla superficie degli inclusi evidenti sulla superficie che si solito si vedono solo nei

frammenti e un incluso è di sabbia, invece l’altro tipo di incluso è una ceramica finemente

triturata (chamotte) che se aggiunta all’impasto rende la ceramica particolarmente resistente al

calore. Si pensa che questo tipo di vasi potori con le pareti sottili avessero spesso la superficie

rugosa per permettere una migliore presa del vaso, cioè per impedire al bicchiere di scivolare.

Ci sono poi una serie di inclusi che non si vedono a occhio nudo, ma solo attraverso le sezioni

sottili e le analisi fisico­chimiche: però più l’argilla è depurata più è difficile fare le analisi

perchè l’argilla è meno caratterizzata e in questo caso non possiamo riconoscere i luoghi di

produzione (ad esempio le argille della pianura padana hanno una caratterizzazione simile e non

147

ci sono elementi caratterizzanti), mentre con un incluso specifico possiamo risalire all’area di

produzione. Ottenuto l’impasto prima di passare al tornio l’argilla che deve avere la plasticità

giusta, viene manipolata e battuta per eliminare le bolle d’aria.

La foggiatura della ceramica romana può avvenire entro una matrice, a mano per cui si prende il

pane di argilla e lo si modella senza l’aiuto del tornio e al tornio: vi è una differenza tra tornio

lento dove l’elemento circolare è posto su un perno ed è fatto girare a mano e il tornio veloce per

cui il vasaio aziona il disco con il piede con cui fa ruotare il tornio sopra il quale modella il vaso

con entrambe le mani; abbiamo dei segni all’interno del vaso che reca delle solcature da tornio

perchè il vasaio mette le mani dentro il vaso per modellarlo e lascia in questo modo delle

impronte con le dita; il vaso modellato al tornio è migliore di quello fatto a mano, ma a volte non

è così chiaro distinguere le due produzioni.

Sul tornio l’impasto viene modellato molto velocemente: si assiste all’uso di strumenti per

lisciare la parete esterna eliminando l’acqua superficiale e preparando la superficie a diventare

lucida una volta che il vaso è stato cotto.

Una volta che il vaso è stato modellato vengono aggiunte, subito dopo la modellatura, quando il

vaso è ancora umido, delle parti modellate a parte.

Con la foggiatura a matrice vengono fatte la maggior parte delle lucerne con matrici in pietra o in

gesso che sono intagliate e servivano due matrici una per sopra una per sotto, o una matrice

bivalve; all’interno delle matrici viene modellata l’argilla, poi le due matrici vengono accostate,

si aspetta un po’ e poi si tolgono le matrici.

Dalla lucerna finita si possono poi ricavare altre matrici in argilla da cui riprendere il processo

produttivo; l’assoluta maggioranza delle lucerne di età imperiale romana sono fatte a matrice.

Circa la terra sigillata decorata a rilievo si tratta di una produzione particolare perchè associa il

tornio e la matrice, infatti i vasi hanno una decorazione a rilievo, quindi si deve creare una

matrice su cui vengono impressi con un punzone i motivi in modo che siano in negativo.

Poi la matrice all’interno della quale viene collocato un impasto di argilla, viene posta su un

tornio che si fa girare e dopo un po’ si stacca dalla matrice la coppa finita che ha motivi che

risultano in positivo.

Un altro passaggio importante era quello di applicare il rivestimento che veniva applicato per

immersione a tuffo: la coppetta si passa in questo liquido che è uno strato di argilla finissima

liquida con componenti diverse a seconda dell’esito che si voleva ottenere. Il rivestimento è

importante perchè a seconda dei suoi componenti e a seconda di come verrà regolata la cottura

assumerà il colore desiderato nero o rosso; noi parliamo di vernice, ma si tratta di un termine

148

improprio perchè si tratta di un rivestimento atipico di argilla. Si possono avere un esito nero o

rosso o esiti particolari a seconda dell’abilità degli artigiani che doveva essere straordinaria:

sappiamo attraverso le analisi chimico­fisiche che c’è una tale precisione negli impasti e questa

regolarità che riscontriamo nelle analisi rispecchia l’abilità degli artigiani.

Vediamo poi un vaso in terra sigillata marmorizzata dove il rivestimento è steso in modo da

ottenere un effetto che imita il marmo, che proviene da La Graufesenque che è stato un grande

centro di produzione della terra sigillata sud gallica e il centro di produzione di ceramica romana

più conosciuto in tutto l’impero; infatti questa produzione ha battuto la produzione della penisola

italica che ha una grande diffusione tra il I e il II sec dC.

Vediamo qui due patere che provengono dalla necropoli di San Lorenzo di Parabiago in terra

sigillata una delle quali era stata posta sul rogo dove venne cremato il defunto e quindi ha

perduto il rivestimento.

Oltre a questo tipo di rivestimento costituito da argilla finissima, esistono altri tipi di rivestimenti

come l’invetriatura: si tratta di una vetrina a base di piombo che durante la cottura acquisisce un

carattere di brillantezza e il vaso diventa lucido; questo tipo di rivestimento è caratteristico

soprattutto dell’età tardo antica.

Questa tecnica si diffonde dal III sec dC e i colori prevalenti sono il giallo, il marrone chiaro e il

verde; si tratta di una tecnica di età romana che passa nel Medioevo raggiungendo i giorni nostri;

la ceramica del foro, chiamata forum ware è una ceramica particolare che ha una decorazione

incisa a petali applicati che è diffusa sia in occidente che nel mondo arabo.

I recipienti una volta lasciati essiccare passano alla cottura che il momento principale, più

delicato e importante del processo, infatti si può andare incontro alla perdita di tutta l’infornata

(il termine per definire il vaso dopo la cottura è corpo ceramico); bisogna regolare bene la cottura

e una volta raggiunto il massimo del calore questo deve essere mantenuto e poi vi è il

raffreddamento.

La cottura dipende dalle caratteristiche dell’officina, dalle dimensioni dell’oggetto, dalla densità

dell’infornata, dal tipo di argilla e dalle condizioni chimiche in cui si attua la cottura: immettendo

ossigeno nella fornace (cioè ci si trova in un ambiente ossidante, privo di fumo per cui bisogna

scegliere un combustibile asciutto perchè se è umido fa fumo) si ottengono colori chiari; invece

in ambiente riducente, cioè togliendo l’ossigeno, si ottiene un colore scuro.

fornace a catasta

I principali tipi di fornace utilizzati in epoca romana sono: la che è poco

utilizzata, dove vengono impilati i vasi da cuocere e tutt’intorno viene posto il combustibile a cui

viene dato fuoco.

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Si tratta di un tipo di fornace usata per la ceramica più grezza, infatti la distribuzione del calore

non è uniforme e quindi i vasi avranno colori diversi; di questa fornace rimangono poche tracce

sul terreno, infatti vi sono solo tracce di rubificazione cioè un arrossamento.

fornace orizzontale

Il secondo tipo è la così definita perchè il calore fa un percorso orizzontale,

ma è meno comune. fornace verticale

Invece il tipo più diffuso e comune è la dove il calore si diffonde

verticalmente, composta da una camera di combustione, un piano forato e una camera di cottura

fornace a muffala

dove erano posti i vasi; infine diffusissima per la terra sigillata era la in cui vi

erano una camera di combustione e una di cottura, in cui il calore non è mai a diretto contatto

con i vasi che si stanno cuocendo, ma vi passa tutt’intorno.

Della fornace verticale è stata fatta anche una tipologia e i vari tipi si distinguono sulla base della

pianta che può essere circolare o rettangolare oppure sulla base delle differenze dei sostegni nella

camera di cottura; questa tipologia non ha un valore cronologico, infatti sono tipi che convivono.

Di questi tipi di fornaci rimangono prevalentemente le camere di combustione, mentre la parte

superiore non si trova mai e spesso non si trova una fornace isolata, ma gruppi di fornaci.

I forni possono essere molto complessi e in alcuni vi potevano stare migliaia di pezzi come

quello di La Graufesenque che poteva contenere almeno 10 mila pezzi; in questo grande forno di

La Graufesenque venivano posti molti vasi di diversi artigiani e da qui provengono i cosiddetti

conti di infornata di La Graufesenque, cioè veniva preso un vaso già cotto su cui venivano tenuti

i conti dei vasi che venivano cotti nel forno, infatti vi leggiamo i nomi degli artigiani, della

tipologia del vaso e il numero dei vasi che quell’artigiano aveva portato.

Questi documenti risalgono al II sec dC e sono interessanti perchè leggendo la scrittura corsiva

degli artigiani romani del II sec dC si è scoperto che parlavano malissimo il latino ed è da notare

che ci troviamo nella Gallia Narbonese dove la presenza dei romani è attestata da almeno 300

anni; ci sono parole di origine celtica, parole storpiate e così via; d’altronde dobbiamo ricordare

che nel IV sec Sant’Agostino aveva problemi nell’evangelizzazione dell’Africa perchè nelle

campagne africane non capivano il latino e lui doveva girarvi con un traduttore.

Il primo indicatore di attività produttiva sono le fornaci, ma vi sono altri tipi di indicatori come le

matrici, anche se la matrice da sola non è un indicatore di attività produttiva perchè le matrici

potevano viaggiare; tra gli altri indicatori vi sono gli strumenti, gli utensili che servivano per le

varie fasi della produzione come i sigilli che servivano per imprimere sul fondo del vaso i bolli

del ceramista; sono però rari i ritrovamenti di sigilli che potevano essere in pietra o in argilla.

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7 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei beni culturali
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia delle province romane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Grassi Maria Teresa.

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