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Marmora romana: pietre e scuole di scultura dell'impero romano

In archeologia si usa il termine marmi per una serie di pietre utilizzate in architettura e in scultura che, sotto il profilo petrografico, non sono veri e propri marmi. Quindi è un termine scorretto che però si usa convenzionalmente per definire queste pietre. Si intendono per marmi i materiali lapidei che possono essere lavorati e lucidati; la loro origine geologica è diversa: possono avere un origine magmatica, metamorfica o sedimentaria.

Marmi colorati e bianchi

Circa i principali marmi colorati e bianchi, dobbiamo citare:

  • Granito rosa di Aswan - il granito rosa di Aswan, noto anche come sienite, poiché il nome antico della città è Siene; esso si chiama anche lapis pyrrhopoecilus.

Dobbiamo dire che il nome dei marmi fa riferimento al colore, all'area di provenienza e in qualche caso all'impiego che ne è stato fatto principalmente; molti nomi sono stati dati dai lapicidi romani in età moderna, infatti Roma ha continuato a essere costruita e ricostruita con gli stessi marmi e da una parte abbiamo lo smontaggio continuo di Roma antica per costruire la Roma moderna, ma dall'altra vi erano delle pietre che non erano utilizzate, ma che erano semplicemente state sbarcate a Roma e non impiegate e che vengono riutilizzate in età moderna.

Molti nomi dei marmi li ricaviamo dai libri XXXVI-XXXVII della Naturalis Historia di Plinio, che sono dedicati ai marmi e alle gemme e in qualche caso è facile fare la corrispondenza tra il nome antico e il nome moderno, ma in altri casi non è così semplice. Sono rari i posti dove possiamo visitare le cave antiche e una delle più celebri cave antiche è quella di Aswan; non tutte le pietre egiziane ebbero un così largo utilizzo come il granito rosa di Aswan che era già utilizzato in epoca faraonica, mentre in altri casi i marmi vengono utilizzati solo in epoca romana (come il porfido).

Nelle cave non è sempre facile distinguere le tecniche di lavorazione antica e quelle più recenti, non è facile identificare le cave antiche che in più in certi casi sono esaurite (il massimo studioso di marmi è Massimo Pensabene); in più nelle cave oltre alle tracce di lavorazione antica si trovano anche manufatti crepati o rotti e quindi abbandonati, come nel caso dell'obelisco delle cave di Aswan: esse erano molto vicine al fiume e questo incise sulla diffusione di questa pietra. Il manufatto viaggiava semifinito perché il fatto di averlo già sgozzato significava avere tolto della pietra che avrebbe creato troppo peso.

Marmi e cave diverse

La zona del deserto orientale egiziano si compone di una serie di cave differenti, quali il mons Porphyrithes, il mons Claudianus e lo Uadi Hammamat (mons Basanites), quindi troviamo pietre molto varie.

  • Granito del foro - noto anche come marmor Claudianum perché proviene dal mons Claudianus, nome che ci dà un'indicazione sull'inizio dello sfruttamento delle cave del granito del foro; esso si chiama granito del foro perché in questo granito sono fatti i fusti delle colonne della basilica Ulpia, cioè di quello che per i romani era il principale foro di Roma ed esse rimasero anche a vista.
  • Basanite - dalla lettura sbagliata del nome deriva il termine basalto; tale pietra era chiamata anche pietra bekhen o grovacca (lapis basanites) ed essa proviene dal mons Basanites.
  • Giallo antico - noto anche come marmor numnidicum perché viene dalla Numidia, in particolare dalla località di Simitthus in Tunisia, nell’antica Africa proconsolare; tale pietra può essere gialla, ma vi possono essere degli inserti e quindi vi sono varie tonalità e quando vi sono delle varietà di colore il marmo si dice brecciato (il termine indica che il marmo non ha un colore uniforme).

Il trapezoforo (sostegno per tavola) di piazza Marconi è in giallo antico; in alcuni casi si ha anche una testimonianza che alcuni pezzi erano volontariamente messi vicino al fuoco per renderli più rosati; il problema del pezzo di piazza Marconi è stabilire se abbiamo un utilizzo di questa tecnica oppure se il pezzo abbia subito gli effetti del grande incendio del 69 a.C.

A Simitthus una missione tunisina tedesca ha effettuato degli scavi e quindi conosciamo molto bene la cava; sappiamo di un suo parziale utilizzo in età moderna, ma non era economico e quindi venne abbandonata. Il giallo antico era utilizzato anche per il vasellame, ma il suo utilizzo prevalente era in architettura.

  • Rosso antico - noto anche come marmor taenarium; le sue cave sono a capo Tenaro e tale pietra venne utilizzata molto per la scultura, ad esempio qui vediamo il fauno ebbro proveniente da villa Adriana che oggi si trova ai musei capitolini; qui il rosso richiama il vino, quindi Dioniso, quindi è una scelta del colore per determinati soggetti.
  • Cipollino - noto anche come marmor carystium, è così chiamato perché ha tutta una stratificazione di venature sia ondulate che lineari che ricorda le cipolle; la località di provenienza è il punto meridionale dell’Eubea, ovvero la località di Carystim.

Si tratta di un marmo utilizzato soprattutto per l'architettura e i fusti delle colonne; le cave erano prevalentemente di proprietà imperiale, ma sappiamo che una parte di questo marmo finiva anche ai privati. Qui vediamo i fusti delle colonne del foro severiano di Leptis Magna e i fusti erano tutti blocchi monolitici; l'ultima parte della lavorazione, cioè la rifinitura, era fatta quando il fusto era già messo in opera e siccome il fusto e le altre parti delle colonne erano in marmi diversi era importante il coordinamento delle diverse cave.

  • Portasanta - è così chiamato perché sono fatti in questo marmo gli stipiti della porta santa della basilica di San Pietro; il marmo viene da Chio, quindi il nome antico è quello di marmor chium. Sono fatte in portasanta molte delle fontane di Roma (sono prevalentemente cinquecentesche) in particolare le due di piazza Navona e quella di piazza colonna.

I marmi colorati hanno un uso limitato nella scultura, mentre il loro uso era prevalente in architettura; i marmi bianchi invece, in particolare i marmi della Grecia, trovavano il loro uso prevalente in scultura.

Marmi bianchi e scultura

Nel caso dei marmi bianchi abbiamo grandi difficoltà del riconoscimento al microscopio perché essi hanno una struttura cristallina analoga, anche se provengono da località diverse; in più anche nella stessa località, in vari punti di cava, essi possono presentare caratteristiche diverse. I migliori marmi bianchi provengono dalle Cicladi, in particolare da Pharo e da Nasso e dall’isola di Thasos; qui le cave sono direttamente sul mare e questo era molto comodo; dobbiamo anche citare le cave intorno ad Atene, in particolare il marmo pentelico e il marmo dell’Imetto.

Plinio ci dice che la qualità più pregiate di marmo di Pharo è detta licnite, che era il termine greco per indicare la lucerna perché questo marmo era cavato in caverne sotterranee alla luce delle lucerne (questo marmo aveva una grana finissima ed era assai trasparente); il marmo bianco era utilizzato prevalentemente per la scultura e in questo caso dalle cave partiva il blocco, la cui lavorazione finale avveniva in sito e ciò pone anche il problema della migrazione degli artigiani.

Dobbiamo dire che in epoca romana c'è una grande produzione di sculture in marmi greci, sculture che sono copie di sculture antiche; un altro grande ambito di produzione di serie è quello dei sarcofagi.

  • Pavonazzetto - è chiamato anche marmor phrygium, marmor dokymium, perché proviene dalla Frigia, infatti un'altra zona ricca di marmi è l'attuale Turchia, dalla quale proviene anche il pavonazzetto.
  • Marmo africano - che proviene in particolare da Theos, non lontano da Efeso: nonostante fosse cavato in Asia minore, tale pietra è chiamata marmo africano (i nomi moderni non hanno collegamenti con le cave antiche) perché aveva colori accesi, violenti che richiamavano l'Africa. Invece esso è stato identificato come il marmor luculleum, così chiamato dal utilizzo che ne ha fatto Lucullo, che viene citato nelle fonti in senso denigratorio; esso è abbastanza riconoscibile.
  • Marmo di Luni - il cui utilizzo inizia in età augustea; oltre al marmo bianco di Luni che comunque era di alta qualità, c'erano anche marmi leggermente colorati che si chiamano bardigli.

Porfido e regalità

Il porfido è la pietra più rappresentativa della monarchia, è la pietra degli imperatori; essa prende il nome dalla porpora (lapis porphyrites) e quindi dire porfido rosso è un aggiunta però oggi è necessario dirlo perché esistono un porfido nero e un porfido verde. Il porfido ha una zona di cava molto ben delimitata, nel deserto orientale egiziano, presso il cosiddetto Mons porphyrites o Mons igneus (cioè monte di fuoco, nome che si è conservato ancora oggi, infatti il monte oggi si chiama Gebel Dokan); si tratta di una zona aspra dal punto di vista ambientale e il porfido rosso è presente solo su questa montagna su una superficie ridotta di 6 km2, quindi vi è un'unica cava che venne sfruttata tra il I e il V sec d.C. e anche il porfido che è stato riutilizzato, è quello che è stato cavato in età romana in questi cinque secoli (Napoleone per la sua tomba ha cercato del porfido ma non l'ha trovato) e non ne è più stato cavato altro.

Le cave si trovavano ad oltre 1000 m d'altezza e il percorso dal Mons porphyrites al Nilo era 150 km di deserto, poi la pietra veniva caricata sul fiume, fino ad Alessandria e da lì si imbarcava per Roma o altre destinazioni; quindi la difficoltà di cavare questa pietra era alta e ciò determinò gli alti costi di cui si potevano fare carico soltanto gli imperatori. L’editto dei prezzi di Diocleziano è molto importante perché è difficile che conosciamo i prezzi antichi, ma è importante soprattutto per conoscere i rapporti interni di valore delle cose; si discute se questi prezzi siano per piede o per piede, ma sulla base di quella che è ancora oggi l'unità di misura delle cave attuali forse si tratta del piede.

Da questo editto vediamo che la pietra più preziosa è il porfido rosso egizio e il porfido verde di Grecia che costava 250 denari; 200 denari era il prezzo del marmo giallo antico e del pavonazzetto, 150 del marmo luculleo e del verde antico, 100 dei granito rosa di Aswan, del granito del foro e del cipollino.

Per il porfido abbiamo notizie dalle fonti, in particolare Plinio, nella Naturalis Historia, cap. XXXVI dice che Vitrasio Pollione, procuratore di Claudio, fece portare a Roma delle statue in porfido, ma nell'età di Claudio questa innovazione non ebbe successo e non ebbe seguito, mentre avrà grande successo in età tardo antica.

Interessanti sono delle iscrizioni trovate in questi siti e anche degli ostraka grazie a cui sappiamo che nel 18 d.C. sotto Tiberio, Caio Caminio Leuga, scoprì ufficialmente queste cave. Il porfido è una pietra che non venne sfruttata in epoca faraonica, abbiamo qualcosa in epoca tolemaica, ma si tratta della pietra dell'età imperiale romana, legata all'idea di regalità e di potere, anche nell'ambito religioso e questo ne ha determinato il successo.

Alle cave di porfido egizio è legata una storia riportata nelle fonti cristiane, dei quattro santi coronati, martiri dell’epoca dioclezianea, che erano degli scultori operanti nelle cave di porfido; si tramanda che essi si fossero rifiutati di realizzare una statua di una divinità pagana e che si fossero rifiutati di adorare la statua di Apollo e quindi furono martirizzati e uccisi; oggi essi sono i protettori degli scultori e degli artigiani in generale.

Nella cava lavoravano gli schiavi e i condannati ai lavori forzati (ad metalla), ma nelle miniere o nelle cave lavoravano anche dei professionisti civili, scultori e scalpellini che dovevano essere presenti in loco; questi cristiani erano degli scultori e sappiamo che in parte la pietra era lavorata nella cava, anche a uno stadio avanzato perché così si levava la pietra in eccesso e si alleggeriva il carico.

Altri lavori dovevano essere effettuati ad Alessandria, altri ancora a Roma; qui vi erano i grandi depositi della Marmorata dove erano deposti i marmi che, nel caso non fossero stati utilizzati, vennero riutilizzati in epoca medievale.

Sappiamo che l'utilizzo in architettura del porfido comincia nell'età di Adriano che destina 50 colonne di porfido al ginnasio di Smirne (per colonne si intende il fusto, che era un blocco monolitico, mentre la base e il capitello erano in marmo bianco).

Qui vediamo due statue di daci che si trovano al Louvre: le parti bianche sono di restauro moderno, seicentesco; essi provengono dall'attico del foro di Traiano e hanno le vesti fatte in vari marmi colorati. La figura del barbaro si caratterizza perché non è togato, porta le braghe di varia foggia e importante per la definizione del barbaro è l'uso del marmo colorato per rispecchiare le sue vesti colorate e per ribadire la potenza dell'impero romano, infatti queste pietre erano il simbolo della varietà e dell'ampiezza dell'impero romano; la policromia nel mondo romano era ottenuta dalle pietre colorate.

Sculture in porfido

La prima scultura in porfido è del II secolo d.C. ed è una scultura dove solo una parte della statua è in porfido e per queste opere si parla di acroliti, con un uso improprio del termine perché esso indica delle statue monumentali con solo le parti nude in pietra mentre le altre parti sono in materiali diversi. Nei musei capitolini vediamo il busto di Caracalla: le teste degli imperatori romani erano state collocate su busti che erano stati o riutilizzati o rielaborati.

È solo con il III sec d.C. che abbiamo testimonianza dell'esecuzione di statue integralmente in porfido che diventano, con Diocleziano, le effigi canoniche dell'imperatore; da quest'epoca questa pietra viene utilizzata esclusivamente dall'imperatore. Qui vediamo altri oggetti in porfido: prima che diventasse esclusivo dell'imperatore, noi conosciamo qualche raro esempio di utilizzo privato; in piccola parte queste pietre dovevano avere un mercato di personaggi di altissimo rango e Svetonio ricorda che Nerone si era fatto seppellire in un sarcofago o in un'urna di porfido.

Vediamo un'urna in porfido da un mausoleo di Aix-en-Provence, databile alla seconda metà del II secolo d.C., che era la tomba di un personaggio di altissimo rango; il porfido era una pietra molto dura ed estremamente difficile da lavorare e questo ha determinato quella staticità e quello schematismo tipici di queste opere. Ad esempio vediamo che la statua che rappresenta i tetrarchi, proveniente da Costantinopoli, ha queste caratteristiche stilistiche, con forme massicce, squadrate e la scelta stilistica è determinata anche dalla durezza della lavorazione della pietra.

Da Diocleziano i ritratti degli imperatori o le statue degli imperatori sono fatte esclusivamente in porfido; nel corso del tempo il porfido ha assunto un valore simbolico perché dal III secolo d.C. il suo utilizzo è legato alla famiglia dell'imperatore che dalla nascita alla morte, vive nel porfido, infatti gli imperatori bizantini porfirogeniti sono nati in una stanza ricoperta da lastre di porfido e quando morivano venivano deposti in un sarcofago di porfido. Inoltre nel complesso cerimoniale che caratterizzava la corte di Bisanzio, nel pavimento del palazzo c'erano dei grandi dischi circolari di porfido (roche) che segnavano il percorso dell'imperatore.

Nel cortile del museo archeologico di Istanbul vediamo alcuni di questi sarcofagi che erano composti da due blocchi uno per la vasca e uno per il coperchio e che sono decorati in maniera semplice per le caratteristiche della pietra; certamente quindi la pietra indirizza lo stile di determinati manufatti. Sul sarcofago di Elena vediamo un combattimento e la riduzione in schiavitù e l'esecuzione di alcuni barbari, quindi forse si tratta di un pezzo riutilizzato in tutta fretta.

Nelle statue imperiali l'imperatore fa sempre il gesto di mettere la mano sull'elsa della spada e secondo alcuni la sta per estrarre mentre secondo altri la sta riponendo; questa idea è stata utilizzata anche per cercare di identificare il tipo di imperatore guerriero o pacificatore.

Vediamo il piatto conservato ai musei di Berlino, con un diametro di 44 cm, di provenienza sconosciuta, che ha sotto un piedino; il fatto che l'orlo e il centro siano sottolineati da scanalature è caratteristico del IV sec, infatti vediamo la stessa caratteristica in piatti di altri materiali. Questo tipo di grande piatto con un diametro molto grande è caratteristico anche della ceramica, spesso però nella forma e nel colore la ceramica imita il vasellame in metallo prezioso e in pietre preziose, infatti c'era anche un vasellame in pietre preziose.

Tomba di Federico II

La tomba di Federico II a Palermo ha uno splendido sarcofago con supporti zoomorfi e si tratta di vero porfido egizio; quindi si ipotizza che all'epoca di Federico II si aveva ancora la possibilità di procurarsi dei blocchi di porfido.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia delle province romane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Grassi Maria Teresa.
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