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Appunti corso archeologia province romane: Marmora romana

Appunti di archeologia delle province romane sulla marmora romana basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Grassi dell’università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea magistrale in archeologia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Archeologia delle province romane docente Prof. M. Grassi

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artificiale che è stata solo parzialmente intaccata dagli scavi e si tratta della montagna degli scarti di

Chemtou perché sono stati trovati vari blocchi con varie fasi di lavorazione degli oggetti minori.

Chemtou è interessante anche perché vi scava una missione tedesco­tunisina, che ha permesso di

mettere in luce i laboratori dove si svolgevano questi lavori e si è verificata la presenza della legio

III Augusta; l’Africa proconsularis era una provincia senatoria ed è anomala la presenza della legio

III Augusta che in periodo di pace non era lasciata inoperosa, ma i soldati vengono impiegati per la

costruzione di grandi opere pubbliche ed essi potevano anche lavorare nella cava, anche se la loro

condizione era diversa da quella dei condannati ad metalla (miniere e cave) che erano condannati

per gravi delitti; a un certo punto però vengono condannati alle cave anche i cristiani (abbiamo

molte testimonianze nel deserto orientale).

Queste cave erano amministrate da un procuratore che spesso era un liberto imperiale; c’è anche la

possibilità che esse fossero amministrate da un conductor, cioè uno che prendeva in appalto la

gestione della cava; a Roma c’era un’amministrazione centrale di queste cave che era la statio

marmorum e anche in questo caso abbiamo la testimonianza di molti liberti imperiali. Il pregio e il

costo di tutti i marmi ha provocato anche la presenza di una contabilità e ci sono conteggi precisi,

ad esempio:

Largo et Messalino consulibus / loco V bracchio quarto / Caesura Aelii Antonini

È interessante la presenza dei nomi dei consoli che ci da un dato preciso; le iscrizioni ci danno dati

precisi, ma relativi al momento in cui il blocco è stato estratto dalla cava; l’uso di siglare i blocchi

termina nel 236 d.C., cioè il III secolo che è un periodo di grande crisi. In questa epigrafe vengono

citati dei termini che danno delle indicazioni precise su un lavoro fatto in un punto preciso della

cava: caesura è il banco di roccia, il locus è definito dal numero V, cioè è il punto dove era estratto

un determinato blocco e bracchium era un settore di cava.

Il luogo di arrivo dei marmi era Ostia, ma c’era anche il porto di Claudio e quello di Traiano; a

Ostia sono stati trovati tanti blocchi tra cui molti sono rovinati per la lunga permanenza in acqua; su

questo blocco vediamo una parola relativa al nome Hermo(lai), un nome che si trova scolpito anche

nella cava di Paros.

Qui vediamo un blocco con un fianco inciso con una data consolare: Macrino e Celso sono due

consoli del 164 d.C.; l’incavo circolare nel marmo serviva per i sigilli in piombo che recano il

ritratto dell’imperatore, che spesso erano riprodotte da calchi in monete e questi sigilli hanno un

diametro di circa 3, 3,5 cm e sono un’ulteriore testimonianza dell’appartenenza delle cave alla

gestione imperiale e della destinazione pubblica di questi blocchi.

Nelle cave vediamo molti fusti di colonna abbandonati e tra i fusti di colonna di Ostia, destinati alle

grandi imprese pubbliche a Roma, sono frequenti le colonne che presentano tracce di restauro

antico; i fusti avevano misure standard ben precise perché l’assemblaggio tra i fusti e le altre parti

della colonna avveniva a Roma (un piede corrisponde a circa 30 cm e i fusti delle colonne di granito

del foro erano alte 50 piedi); nell’Eubea, nelle cave di cipollino, vediamo i fusti abbandonati che

erano chiamati kilindroi.

Nel cortile del museo di Ostia vediamo un blocco di africano con due date consolari, il 119 e il 134

d.C. (l’età di Adriano) e queste date sono legate a conteggi fatti con una certa regolarità e vediamo

la lavorazione a gradoni, probabilmente per ricavarne le lastre; sia l’epoca di Traiano che quella di

Adriano sono due epoche in cui si assiste a un grande utilizzo di marmi pregiati a Roma.

Qui vediamo due basi di colonna, una da Thasos e una da Luni, in cui è rifinita una base

quadrangolare, mentre le altre fasce non sono finite; per i marmi bianchi le analisi sono più

complicate.

Qui vediamo un fusto di una colonna in africano (Theos): il restauro è avvenuto quando il pezzo era

già giunto a destinazione; esso è stato restaurato con una serie di tasselli che hanno dei bordi

13

frastagliati, il che permette un miglior aggancio del tassello; essi erano saldati con delle grappe

metalliche alla colonna; il marmo africano è fortemente variegato e quindi, una volta inserito il

tassello e lucidato il pezzo era indistinguibile il restauro (questi marmi di Ostia mancano

dell’aspetto della lucidatura del marmo). Questo pezzo è la parte terminale di un

fusto (è un sommoscapo) liscio della

colonna in granito del foro di Traiano;

probabilmente non è sempre possibile

trovare fusti monolitici alti 50 piedi, quindi

forse si è provveduto a preparare la parte

terminale con un altro blocco e poi è

avvenuta la saldatura con due perni. La

parte terminale è ondulata perché

permetteva un migliore incastro dei due

blocchi, quindi non tutte le colonne del foro

di Traiano sono monolitiche.

Qui vediamo un rocchio di alabastro listrato, proveniente dall’Asia Minore, la cui destinazione era

quella di essere tagliato in lastre rotonde che dovevano essere inserite nella decorazione di qualche

pavimento e in qualche caso esisteva la possibilità che i fusti della colonna danneggiati potevano

essere riutilizzati per creare i tombi per la decorazione dei pavimenti.

Qui vediamo un blocco in cui sono unite 4 piccole colonne in pavonazzetto.

Palmira

Le cave di si trovano a nord ovest della città; sulle montagne sono state identificate le cave

del calcare locale; la città è tutta fatta con questo calcare e c’è un calcare più chiaro e uno più scuro,

però questo calcare, una volta estratto ed esposto, cambia un po’ il colore. Il calcare di Palmira è di

buona qualità e, quando è levigato, sembra marmo; la differenza di qualità del calcare ne ha reso

sfruttabile una parte per gli elementi architettonici e altre cave con il calcare con la grana più fine

sono usate per la scultura. Tale calcare viene usato solo a Palmira ed è plausibile che le cave siano

state sfruttate tra il II e il III sec d.C.; nei secoli successivi si assiste invece a un forte fenomeno di

reimpiego.

Nelle cave vediamo tracce che corrispondono ai buchi per l’inserimento dei cunei per il taglio dei

blocchi; vediamo molti blocchi abbandonati e molti fusti di colonne; le colonne di Palmira non

hanno fusti monolitici, ma sono formate da almeno 3 blocchi, 2 fusti e la mensola; il calcare doveva

essere facile da lavorare, ma si danneggia rapidamente. 14

Qui vediamo il portale di una tomba inglobato nelle mura di Diocleziano; il calcare più scuro è

sempre stato associato ai grandi blocchi squadrati, mentre per le lastre decorative era usato il calcare

più chiaro.

Tutti i tipi di tomba (ipogei, tombe a torre, tombe a tempio) presentano dei loculi con rilievi; tra le

più antiche vi sono stele isolate che costituivano il segnacolo di tombe individuali e le più antiche di

queste stele, del I secolo d.C., recano solo iscrizioni in aramaico e talvolta bilingue (greco e

aramaico o palmireno, cioè la lingua specifica di Palmira). Nelle più antiche stele compare la figura

umana intera, hanno delle bellissime cornici con motivi vegetali e vediamo la tenda dietro al

personaggio maschile, elemento simbolico che indica che il personaggio maschile è già morto

quando era stato realizzato il rilievo che in questo caso viene fatto fare dalla sorella e rappresenta sé

stessa e il fratello.

La tenda corrisponde alla porta in Occidente, quindi il personaggio che è raffigurato davanti alla

tenda ha già varcato questa soglia; il personaggio è vestito alla greca perché ha la tunica e l’imation

e anche la sorella è vestita alla greca. Le caratteristiche sono quelle di un rilievo piuttosto piatto,

poco plastico con tutti i dettagli: è evidente la frontalità e la fissità dei personaggi e importanti sono

gli occhi grandi che aumentano l'impressione di rigidità e di frontalità; si tratta di rilievi fatti tutti in

calcare locale bianco di Palmira, che in alcuni casi è di ottima qualità.

AO 2201­ 2068: questo tipo di stele palmirena è caratteristica, infatti si tratta di una lastra che

chiude il loculo con il busto di un personaggio; per molti di questi personaggi conosciamo il nome e

per buona parte abbiamo anche un'indicazione cronologica e questa è importante perché questi

rilievi, di II­III sec d.C. non mostrano un'evoluzione stilistica, quindi non si può definire

un'evoluzione stilistica.

Uno dei dati iconografici che ci aiutano per la cronologia è la barba, che compare dal 150 d.C., e

che costituisce il riflesso di una moda adrianea; ci sono personaggi che sono sempre glabri, i

sacerdoti.

Il grande interesse di questi rilievi è che essi uniscono caratteristiche orientali e occidentali, che

sono espressione di quella cultura mista, infatti il fatto che scelgano il ritratto individuale e il busto

è un portato romano. In genere si può dire che le botteghe che lavorano a Palmira per questi ritratti

presentassero al committente dei tipi e questo è vero in linea generale, infatti si tratta di tipi

generici, però ci sono ritratti molto più caratterizzati in cui si vede l'influenza del naturalismo della

tradizione occidentale, per cui compaiono delle caratteristiche fisionomiche molto più marcate. 15

AO 1556 presenta a sinistra un'iscrizione in aramaico,

mentre dall'altra parte è disteso rotolo in cui è scritta una

traduzione in greco che dice che si tratta di un colono di

Beirut, padre di Luculo, moglie di Pertinace (si nota una

totale incomprensione di chi incide l'iscrizione in greco

del significato); questa scultura è stata data tra la

seconda metà del II secolo d.C. e la prima metà del III

secolo d.C.

Nel caso di pezzi come questi, che sono senza contesto e

senza un’indicazione cronologica è difficile definirne la

cronologia e in questo caso la mano è resa bene;

dobbiamo dire che la parte in cui la figura è resa meno

bene, sono le mani che sono rese con una prospettiva

innaturale.

Vediamo due teste da Damasco e una da Palmira che in

bibliografia possono trovarsi attribuite ad Odenato; esse

si distinguono dalla produzione di serie e hanno una diversa resa della pupilla e dell’iride, infatti

questo da una parte è scavato dall'altra era scavato ed era riempito con qualche materiale diverso.

Essi portano la corona gemmata e al centro della corona c'è un piccolo busto; nella testa di Damasco

notiamo la resa più naturalistica dei capelli, mentre in quella di Palmira vediamo riccioli

chioccioliformi e anche le sopracciglia sono stilizzate (la tendenza verso la stilizzazione è una

caratteristica dell'oriente).

Ritratto di Copenaghen (NY Carslberg): certamente in questi casi si trattava di personaggi di rilievo

della comunità palmirena; in questo caso la barba è costituita da una serie di rombi accostati e vi è

la corona con in alto un bustino; in un altro ritratto vediamo le sopracciglia fitte realizzate a spina di

pesce.

AO 28381 vediamo la tenda come se fosse fissata a una parete e vi è la raffigurazione della palma

come simbolo di vittoria sulla morte; questo personaggio è singolare per la presenza dei baffi.

Poche sono le stele palmirene che presentano le caratteristiche di un mestiere, di un’attività: AO

18174 presenta uno stilo e una serie di tavolette; in queste figure spesso, in un tentativo di realismo,

sono segnate le linee sul collo sia dei personaggi maschili che femminili, per indicare un'età matura,

ma sono realizzate in modo schematico. 16

Rare sono le rappresentazioni su queste stele di cammelli (in realtà si tratta di dromedari) che

costituiscono la rappresentazione di un'attività economica carovaniera.

AO 14924 si tratta di Vibios Apollinaris: è un rilievo eccezionale perché l'iscrizione sotto è scritta

in latino e si tratta di un militare che faceva parte di un’ala di cavalleria stanziata a Palmira;

l'iscrizione si presenta sulla tabula ansata, così chiamata perché presenta delle alette laterali (di

solito è presente sui sarcofagi). Le iscrizioni latine a Palmira si contano sulle dita di una mano;

possiamo immaginare, ma si tratta di un'ipotesi per la mancanza di un contesto, che il rilievo

facesse parte di una tomba collettiva e che forse egli avesse sposato una palmirena, ma comunque

sappiamo anche che si poteva subaffittare una parte della tomba.

AO 2200­ 4086 si tratta di immagini che raffigurano sacerdoti perché sono glabri e hanno il

copricapo caratteristico che è definito polos o modium; essi hanno in mano una coppa, elemento

caratteristico del sacerdote che fa l'offerta, che talvolta è piena di grani d'incenso e hanno anche

l’alabastron (si tratta di una forma lunga e stretta prevalentemente fatta d'alabastro o in altro

materiale). 17

Le orecchie erano un altro punto debole, anche se vi era l'esigenza di farle vedere soprattutto nelle

donne per mostrare gli orecchini; un’altra caratteristica è la grossa fibula rotonda che tiene fermo il

mantello.

In molti casi sul polos vi è una corona che in qualche caso presenta al centro un medaglione con un

bustino: secondo alcuni si potrebbe trattare di un segno di apoteosi definitiva, mentre secondo altri,

dal momento che ci sono delle specie arboree distinguibili, queste sarebbero un richiamo alle

divinità a cui era devoto il sacerdote (l’ulivo era collegato a Baal, l’alloro a Bel e così via).

AO 2199: qui vediamo gli anelli sulle falangi, il copricapo, la corona con il bustino centrale; questi

busti si trovavano su un piccolo frontone all'ingresso di una tomba: si tratta di molti personaggi che

portano tutti questo copricapo e pensare che fossero tutti i sacerdoti è un po' difficile, forse si

trattava solo di una loro funzione parziale in vita, o forse, avere questo copricapo da parte di questi

personaggi significava che potevano partecipare ai banchetti in onore delle divinità; quindi potrebbe

darsi che alcuni di questi personaggi si caratterizzassero così perché rientravano nella ristretta

cerchia degli aventi diritto a partecipare ai banchetti in onore delle divinità.

In alcuni casi, come AO 2398 notiamo l'assenza di frontalità che presenta invece la massa dei

rilievi; questo personaggio non porta il copricapo, ma ha al suo fianco il copricapo con la corona

che è posto su un panno poiché si trattava di un oggetto sacro; si tratta di un personaggio che forse

non portava questo copricapo, ma che, per appartenenza familiare, si vuole segnare una discendenza

da un personaggio che portava questo copricapo o un collegamento con questo fatto ovvero di avere

diritto di portare il copricapo con la corona.

AO 2398 ha in mano il polos ed è vestito con una sottotunica con un orlo ricamato; poi vi è una

sorta di gilet ricamato con tralci di vite e un mantello decorato: si tratta di Yarhai, figlia di Elahbel

(Bel è dio).

Qui vediamo una stele funeraria con una sorella e un fratello, dietro al quale si trova la tenda;

entrambi sono sdraiati sulla cline e vediamo una sorta di cassaforte su cui è segnata la serratura,

altro elemento che sottolinea lo status della famiglia, oltre ai gioielli. 18

I rilievi si potevano trovare incastrati sulle facciate delle tombe e poi vi sono i sarcofagi che a volte

erano dei sarcofagi, altre erano lastre; questo rilievo, che si trova nella nicchia principale

dell’ipogeo, raffigura il fondatore della tomba e in proporzioni gerarchiche si trovano anche la

moglie e i figli.

Ci sono diverse interpretazioni anche su quale significato ha il banchetto, ma non è detto che

un'interpretazione elida l’altra: secondo alcuni i banchetti sarebbero un'immagine di quello che si

vorrebbe vivere nell'aldilà, cioè sdraiati in un banchetto eterno; secondo altri hanno un significato

collegato alle cerimonie funerarie, ovvero si trattava dei banchetti che si facevano presso le tombe

per commemorare i defunti; un'altra interpretazione è che si tratti della rappresentazione di queste

famiglie in tutto il fasto dei banchetti con cui si presentano in pubblico, dal momento che esibivano

tutta la loro ricchezza.

Questo personaggio, che è il fondatore della tomba, ha un vestito orientale che presenta una lunga

tunica con le maniche lunghe e un tipo particolare di pantalone molto morbido che è inserito in

stivaletti che si chiamavano anassiridi. È un vestito che si richiama il mondo orientale e in

particolare a quello partico: qui vediamo una statua da Hatra nel nord dell’Iraq che rappresenta un

sovrano partico dove ritroviamo questo abbigliamento in maniera più stilizzata.

Palmira, stele funeraria di Tima e di Mokimo, figli di Naron (prima metà del II secolo d.C.): lui ha

una pettinatura “alla romana” e anche lei ha una pettinatura a riccioli rigonfi.

AO 2000 vediamo un modo di sdraiarsi che è tipicamente mediorientale e dietro questo personaggio

vi è una tabula ansata. 19

ritratti femminili

Anche per quanto riguarda i bisogna verificare se si tratta di ritratti tipo; tutte

queste sculture sono in calcare di Palmira, che è di ottima qualità ed è più facile da lavorare rispetto

al marmo e per questo si ipotizza la presenza di botteghe locali che sono più o meno influenzate dai

modelli occidentali; va anche tenuto presente il rapporto committente­ bottega artigiana.

Nelle figure femminili è evidente il costume locale: si tratta di signore che per la maggior parte

presentano il turbante con un velo sopra e alcune di loro hanno un diadema, di origine orientale, con

i capelli attorcigliati intorno e decorato con motivi geometrici; di questo diadema sono state date

due interpretazioni, cioè è stato ipotizzato che si tratti o di un nastro o di un diadema metallico che

serviva a reggere il turbante e il velo.

Questo è il copricapo caratteristico delle statue femminili di Hatra (nord dell’Iraq), che era una

grande città partica; a Palmira il modello viene rielaborato in una forma più occidentalizzata.

L’acconciatura può essere arricchita anche con fermagli che tengono ferma la parte di stoffa del

velo e questi fermagli sono caratteristici sia del copricapo, ma anche delle collane; dobbiamo dire

che Palmira era il centro di traffico anche delle pietre preziose che vediamo nei rilievi femminili. 20

I gioielli che portano le signore di Palmira (II­III sec d.C.) sono gioielli romani, diffusi in tutto

l'impero romano e queste figure sono raffigurate con molti gioielli e questo è un tratto tipicamente

orientale; non ci sono quasi due signore di Palmira che hanno gli stessi gioielli portati allo stesso

modo, infatti ognuna sceglie per sé i propri gioielli che non sono mai portati allo stesso modo;

quindi il dato caratterizzante di queste figure sono i gioielli.

Qui vediamo un ritratto femminile con un orecchino a grappolo che ha un'origine ellenistica ed è

molto diffuso in età repubblicana e imperiale (di molti rilievi che si trovano nei musei non se ne

conosce la datazione).

I ritratti più antichi di Palmira, della fine del I sec d.C., presentano delle peculiarità per i gioielli che

non sono romani, ma si tratta di gioielli locali, come una serie di piccoli anellini che vengono

portati tutti intorno all’elice dell'orecchio e perché siano bene evidenziati, le orecchie sono

disegnate frontali; anche la fibula trapezoidale con la parte terminale a forma di testa di leone è

caratteristica di Palmira. 21

AO 1558; ci sono dei casi rari di signore senza quasi un gioiello; qui vediamo una madre con il

figlio che viene rappresentato non in proporzioni naturali dietro di lei e ciò significa che il figlio è

premorto alla madre. Ella porta un orecchino a barra (AO 1575): si tratta di due perle unite da un

elemento metallico verticale, perle che provenivano dal Golfo Persico e Palmira era un centro di

smistamento delle perle; questo orecchino è frequente anche nei tratti del Fayum.

In una testa da Palmira vediamo la duplicazione degli orecchini a

barra e questa esibizione è tipicamente orientale; non sappiamo se

le signore di Palmira siano state sepolte con i loro gioielli:

probabilmente no perché costituivano un po’ un patrimonio

familiare.

AO 1758 ­ 1998 vediamo una signora che tiene il bambino in

braccio e che porta degli orecchini a bilancia che vediamo anche

nei ritratti del Fayum: si tratta di un tipo di orecchini romani

diffusi in tutto il Medioriente. AO 2196 la signora ha degli

orecchini a bilancia e una fibula trapezoidale con una testa di

leone; dietro vi è la tenda fissata alla lastra e ciò significa che al

momento dell'esecuzione del ritratto la signora era già morta. 22

AO 14925 vediamo la diversità delle parure; un altro gioiello diffuso era un pendente a lunula

(piccola luna) che era una sorta di porta fortuna con un valore beneaugurante e apotropaico, un

gioiello tipicamente romano e in AO 2198 vediamo come a volte ve ne foste più di uno. 23

Anche gli anelli sono a verga semplice, liscia, con un elemento centrale incastonato, tondo o ovale

che è tipicamente romano e che le signore di Palmira portavano anche sulla falangina; ovviamente

le signore di Palmira non usavano tutti questi gioielli insieme, ma essi costituivano una sorta di

tesoro e facevano parte del patrimonio familiare e venivano esibiti nei momenti fondamentali della

vita delle signore.

Roma, Museo nazionale d'arte orientale: vediamo in rilievo in cui vediamo ancora tracce di colore.

24

AO 21383 si tratta di un pezzo eccezionale: è una signora che si chiude in un mantello con un

diadema diverso e una pettinatura ondulata che richiama la pettinatura delle auguste della prima

metà del III secolo d.C. (ritroviamo la stessa pettinatura dei tratti di Zenobia) e questa figura

richiama l'arte indiana per la rotondità del viso e per la forma degli occhi. 25

Dobbiamo ora parlare di un gruppo di statue che sta in un complesso civile, l’agorà, complesso che

è stato ristudiato ed è costituito da una grande piazza con una basilica incompiuta e la curia; si tratta

di un progetto romano dell'ultimo quarto del I secolo a.C. che vuole dotare la città di un complesso

civile romano; questo tuttavia non viene portato a termine e nel corso del tempo la zona ha

cambiato destinazione d'uso diventando un mercato.

Vediamo un edificio a bancone semicircolare, un piano rialzato e gli studiosi non sono d'accordo

sull'interpretazione di questo edificio: la prima interpretazione è stata quella di sede del senato, ma

oggi sappiamo che non è così; secondo alcuni si tratta di una casa privata, infatti ha un atrio di

accesso, un piccolo peristilio e un ambiente che costituiva forse la sala da pranzo, chiamata

stibadium e aveva una serie di botteghe; secondo altri invece si tratta della sede di una corporazione

di mercanti (schola).

Nei pressi di questo edificio è stato trovato un gruppo cospicuo di sculture; già il fatto che sono

state trovate in relazione a questo edificio è singolare e queste si distinguono dalle altre sculture

prima di tutto perché sono in materiale diverso, in marmo e secondo alcuni si tratta di un marmo di

importazione dal Proconneso, mentre secondo altri si tratta di un marmo locale. 26

Questo implica una domanda, ovvero chi sono gli

esecutori di queste statue, sono scultori locali o

micrasiatici? Alcuni hanno posto un contatto con l'attica.

Si tratta del gruppo più cospicuo di sculture in marmo a

Palmira ed esse si distinguono dalle altre anche per la

tipologia: vi sono due togati, con la toga contabulata che

è tipica dal III sec d.C. e i togati a Palmira sono rarissimi;

inoltre le sculture hanno il retro lavorato in modo molto

sommario; il primo togato ha sulla sinistra un altare,

mentre a destra ha una fascia di rotoli ed è stato datato al

250­275 d.C.

Il secondo togato (prima metà del III sec d.C.) tiene in

mano probabilmente i ritratti dei suoi antenati (togato

barberini); poi abbiamo tre figure femminili: la prima ha

una tunica e il mantello ed è nella tipologia della

pudicizia, la seconda e la terza hanno delle durezze nel

panneggio (l'ultima è l'unica del gruppo ad essere lavorata

nella parte posteriore). Queste sculture sono di una qualità

molto provinciale, però dobbiamo considerarle nel

contesto di Palmira; rispetto alle matrone romane hanno

un carattere provinciale, però dobbiamo guardare anche

alle statue funerarie, la cui resa è molto più sommaria,

infatti fanno parte di una produzione corrente.

Abbiamo poi una testa frammentaria con una pettinatura ondulata tipica delle siriane e ricci sulla

fronte che richiamano Cornelia Caula che per pochi mesi è stata moglie di Elagabalo; infine

abbiamo un ritratto maschile frammentario (oggi è sparito), che doveva presentare un inserto sulla

calotta, che doveva prevedere una delle tiare orientali. 27

Il gruppo è stato interpretato

come un gruppo ufficiale che doveva essere in un edificio pubblico, infatti siamo nelle vicinanze di

quella che doveva essere una basilica, dove spesso erano esposti gruppi della famiglia imperiale;

questo gruppo è stato interpretato o come appartenente alla famiglia imperiale o relativo alla

famiglia del governatore provinciale, però una legge orientale vietava di fare rappresentare il

governatore provinciale mentre era in carica; in più non sono state trovate tracce epigrafiche

nell'agorà.

Quindi l'ipotesi è stata quella della rappresentazione di membri di una famiglia che avesse avuto

accesso alla cittadinanza e al senato romano; nelle epigrafi vi erano riferimenti alla famiglia

severiana, ma sulle mensole, dove si trovavano le statue in bronzo.

Per questo gruppo è stata proposta una famiglia locale così importante da avere avuto la

cittadinanza romana e accesso al senato romano e quindi è stato proposto che si tratti della famiglia

di Settimio Odenato, marito di Zenobia; egli, nel 260 d.C. aveva sconfitto Shapur e aveva assunto il

titolo di Corrector totius orientis e anche quello di Re dei Re.

È stata proposta la famiglia di Odenato anche perché dovrebbe essere stato il nonno di Odenato, che

si chiamava anch'egli Odenato, ad aver avuto la cittadinanza romana da Settimio Severo e questo è

vero perché la famiglia porta il nomen di Settimio; quindi il nonno di Odenato deve avere fatto

qualcosa per Settimio Severo e aver ottenuto la cittadinanza: sappiamo che Settimio Severo, prima

di diventare imperatore, aveva dovuto combattere con Pescennio Nigro, governatore della Siria e

Settimio Severo punì duramente le città siriane che si erano schierate contro di lui e a Palmira la

maggior parte delle famiglie aristocratiche si erano schierate con Settimio Severo, tra cui senz'altro

la famiglia del nonno di Odenato che quindi ha avuto l'onore di avere la cittadinanza romana e il

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in archeologia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher veroavalon84 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia delle province romane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Grassi Maria Teresa.

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