Tabula Peutingeriana
Capacità di autorappresentarsi, geograficamente parlando: Tabula Peutingeriana. Da Peutinger, tedesco del 1300, che l'aveva iniziata (processo di riscoperta dell'antico). Comprendeva tutto il mondo tardoantico, fino all'India, che i romani conoscevano tramite rapporti commerciali (avorio; soprattutto tramite il Mar Rosso). È ispirata ad un'originale più antico.
Ravenna, seconda città più importante dopo Roma, era raffigurata con mura a volo d'uccello. Itineraria romana, con descrizione pittorica del mondo antico: raffigurazione dei percorsi con evidenza delle città più o meno importanti (disegnate in maniera diversa in base alla loro funzione o importanza). La Tavola Peutingeriana è una copia del XII-XIII secolo di un'antica carta romana che mostrava le vie militari dell'Impero. È attualmente conservata presso la Hofbibliothek di Vienna, in Austria.
La Tavola è composta da 11 pergamene riunite in una striscia di 680 x 33 centimetri. Mostra 200.000 km di strade, ma anche la posizione di città, mari, fiumi, foreste, catene montuose. Non è una proiezione cartografica, quindi il formato non permette una rappresentazione realistica dei paesaggi né delle distanze. La carta va piuttosto considerata come una rappresentazione topologica, una sorta di diagramma come quello di una metropolitana, che permetteva di muoversi facilmente da un punto ad un altro e di conoscere le distanze fra le tappe, ma non voleva offrire una rappresentazione fedele della realtà.
La Tabula è probabilmente basata sulla carta del mondo preparata da Marco Vipsanio Agrippa (64 a.C. - 12 a.C.), amico e genero dell'imperatore Augusto e, tra l'altro, costruttore del primo Pantheon, in seguito ricostruito totalmente da Adriano nel 123. Si pensa che la sua redazione fosse finalizzata ad illustrare il cursus publicus (cioè la rete viaria pubblica sulla quale si svolgeva il traffico dell'impero, dotata di stazioni di posta e servizi a distanze regolari, che era stata appunto riordinata da Augusto). Dopo la morte dell'imperatore, la carta fu incisa nel marmo e posta sotto il Porticus Vipsaniae, non lontano dall'Ara Pacis, lungo la Via Flaminia.
La Tabula mostra tutto l'Impero romano, il Vicino Oriente e l'India, indicando il Gange e Sri Lanka (Insula Taprobane). Vi è menzionata anche la Cina. Vi sono indicate circa 555 città e altre 3.500 particolarità geografiche, come i fari e i santuari importanti, spesso illustrati da una piccola figura. Le città sono rappresentate da due case, le città sede dell'Impero - Roma, Costantinopoli, Antiochia - sono segnalate da un medaglione. Vi sono inoltre indicate le distanze, sia pure con minore o maggior precisione.
Il primo foglio rappresenta l'est delle Isole britanniche, i Paesi Bassi, il Belgio, una parte della Francia e l'ovest del Marocco. L'assenza della penisola iberica lascia supporre che un dodicesimo foglio, oggi mancante, rappresentasse la Spagna, il Portogallo e la parte occidentale delle isole britanniche.
Forma urbis marmorea
Collocata all'interno del tempio Pacis, collocato al centro di Roma; mappa di Roma marmorea dell'epoca di Settimio Severo; è incredibilmente precisa e dettagliata. È una pianta della città di Roma antica incisa su lastre di marmo, risalente all'epoca di Settimio Severo. Realizzata tra il 203 e il 211, era collocata in una delle aule del Tempio della Pace.
La pianta misurava in origine circa 13 m in altezza per 18 di larghezza (pari a ∼ 43 x 61 piedi romani) e si componeva di circa 150 lastre rettangolari di marmo, non tutte di uguali dimensioni, disposte su undici file. Il disegno della pianta fu inciso sulle lastre dopo che queste ultime erano state fissate sul muro mediante grappe di sostegno e malta.
Le lastre fungevano da rivestimento parietale di una delle sale disposte all'angolo meridionale del Tempio della Pace. Il fatto che l'ambiente immediatamente adiacente sia stato riutilizzato (intorno all'anno 530) per la Basilica dei Santi Cosma e Damiano ha permesso la conservazione della parete su cui erano applicate, pur con rimaneggiamenti legati alla storia edilizia della chiesa. Sulla parete della Forma sono tuttora visibili i fori utilizzati per le grappe di fissaggio della pianta.
La pianta è redatta nella scala 1:240 ed è orientata, diversamente dagli usi moderni, con il sud-est in alto. È rappresentato in dettaglio il piano terra di tutti gli edifici, compresi colonnati e scale interne. Le dimensioni di alcuni monumenti erano però redatte in scala maggiore; questi dovevano avere prevalentemente funzione orientativa.
La datazione della pianta è posteriore al 203, data della costruzione del Settizonio, rappresentato su uno dei frammenti, e anteriore al 211, anno della morte di Settimio Severo: questi viene infatti citato come regnante, insieme al figlio maggiore Caracalla nell'iscrizione incisa su un gruppo di frammenti (SEVERI ET[AN]TONINI AV[GG] NN [...], ossia "di Severo e Antonino, nostri augusti"; l'iscrizione, come di consueto sulla pianta marmorea, è al genitivo: non si tratta, come erroneamente riportato, di una dedica). La mancanza dell'altro figlio di Settimio Severo, Geta, associato al trono nel 209, fa propendere per una datazione anteriore a tale data.
La pianta fu probabilmente eseguita in occasione della ricostruzione di alcuni settori del Tempio della Pace danneggiati da un incendio nel 192. È possibile che la pianta severiana sostituisca una pianta più antica, dell'epoca di Vespasiano, il costruttore del complesso monumentale.
La forma era probabilmente connessa con la pianta catastale ufficiale di Roma redatta su papiro, forse conservata nella medesima sala. Quest'ultima pianta, più facilmente aggiornabile, doveva riportare anche i dati riguardanti la proprietà degli edifici, oltre che le loro misure. Attualmente si conservano 1.186 frammenti delle lastre, che coprono circa il 10-15% del totale della superficie. Furono rinvenuti a più riprese, a partire dal primo ritrovamento del 1562, talvolta anche in luoghi non corrispondenti all'originaria collocazione. Alcuni dei frammenti ritrovati nel XVI secolo andarono perduti prima del loro trasferimento ai Musei Capitolini, tuttavia di alcuni di essi possediamo vari disegni rinascimentali.
Uno dei contributi più recenti allo studio della Forma Urbis permette di stimare il contenuto metrico della pianta marmorea tramite l'analisi del rapporto tra le strutture riprodotte sulla Forma e la topografia reale, utilizzando tecniche geomatiche per verificare la posizione relativa dei frammenti. Dallo studio si confermano le ipotesi di una scala globale unica in tutte le direzioni (~246) ma di una diversa dimensione di rappresentazione degli edifici maggiori; nel caso del Teatro di Marcello, l'applicazione del metodo proposto ha portato alla formulazione di una ipotesi di ricollocazione di alcuni frammenti al fine di ricostruire una scala uniforme sulla relativa lastra.
Terme di Caracalla
Altro monumento dell'epoca severiana sono le terme di Caracalla, presso la via Appia, segno di un mondo che si sta esplicando al meglio di se stesso, perché viene dimostrata la capacità dell'impero di estendere il senso di benessere a tutti i cittadini: le terme erano il mezzo unico e più diretto. Idea di stare bene, anche nelle condizioni stressanti della vita urbana. Esistevano solo ospedali per il mondo militare, ma per la gente comune non c'erano: vi erano solo medici e, appunto, le terme, luoghi di benessere e guarigione/prevenzione.
Elementi dell'impianto termale: idea degli spazi dedicati agli spogliatoi, poi altri servizi, come il frigidarium, tepidarium, percorso libero dedicato alle proprie esigenze, stanze dedicate ai massaggi, palestre (peristili, zone all'aperto in cui poter passeggiare), fino ad arrivare al culmine, nel calidarium (posto in una stanza a cupola), poi si ridiscendeva, arrivando ad una piscina di acqua fredda: struttura perfettamente speculare, perché una zona era dedicata alle donne e una agli uomini (a parte alcune stanze dedicate ad entrambi, anche se non si incontravano mai per differente orario di entrata).
Vennero chiamate anche terme Antoniniane. Il tutto funzionava con l'acqua dell'acquedotto, realizzate appositamente per il complesso. La struttura è inserita in uno spazio verde, pubblico, con recinto per evidenziare il ruolo delle terme, centri multimediali del benessere, dove ci si curava, si socializzava (presenza di uno stadio per spettacoli sportivi), si acquisivano conoscenze (biblioteche, sale di riunione, di lettura), si commerciava/comprava (botteghe e negozi), erano considerate dei 'musei', perché venivano allestite con oggetti di pregio, statue, decorate con mosaici, affreschi (gusto dell'estetica).
I percorsi possibili o obbligati delle terme sono stati molto studiati dagli archeologi. Spesso, le terme erano la sommatoria di tanti nuclei, che insieme formavano un edificio imponente. Il riscaldamento che gestiva le varie aree e l'acqua era ad aria. Le terme erano spesso centro di distribuzione delle acque per la città. I capitelli sono di particolare pregio, con sculture, figurati.
Le Terme di Caracalla (in latino: Thermae Caracallae) o Antoniniane (dal nome della dinastia degli Antonini) costituiscono uno dei più grandiosi esempi di terme imperiali di Roma, essendo ancora conservate per gran parte della loro struttura e libere da edifici moderni. Furono volute dall'imperatore Caracalla sull'Aventino, tra il 212 e il 217 d.C, come dimostrano i bolli laterizi, in un'area nei pressi del Circo Massimo, costruito dal re Tarquinio Prisco.
Queste terme erano le più sontuose della capitale dell'Impero romano, benché destinate all'uso di massa del popolino dei vicini quartieri popolari della XII Regio, mentre le classi sociali più altolocate erano solite frequentare le terme di Agrippa, quelle di Nerone o soprattutto le terme di Traiano sull'Esquilino.
Le terme di Caracalla furono superate in grandezza solo da quelle, successive, di Diocleziano; tuttavia le rovine delle terme di Caracalla sono l'esempio più integro di grandi terme imperiali, libero da superfetazioni di epoca successiva. La pianta del complesso è ispirata al modello delle eleganti terme di Traiano sull'Esquilino, che diventerà il prototipo delle terme imperiali romane: vasto recinto quadrangolare adibito a servizi vari e corpo centrale propriamente balneare.
Le Terme di Caracalla potevano accogliere più di 1.500 persone. Nella sua più ampia estensione, recinto compreso, l'edificio misurava 337x328 metri (comprendendo le esedre anche 400 metri), e il solo corpo centrale 220x114 metri, con la sola stanza del calidarium che arrivava a 140 metri. L'orientamento non era centrato sugli assi, ma come nelle Terme di Traiano sfruttava al meglio l'esposizione solare, ponendo il calidarium sul lato sud e sporgente come un avancorpo.
Il recinto esterno era costituito da un portico, del quale si conservano scarsissimi resti. Dalla parte est (lato attuale viale delle Terme di Caracalla) una serie di concamerazioni (celle comunicanti tra loro) disposte su due piani sostenevano il terrapieno sul quale sorgeva il complesso.
Ai due lati del recinto, verso nord e sud, due grandiose esedre simmetriche contenevano ciascuna una sala absidata, preceduta da colonnato, probabilmente una palestra all'aperto, da cui si accedeva a due ambienti minori di forma diversa: uno verso ovest a forma di basilica absidata riscaldata con ipocausto ed un altro verso est ottagonale, probabilmente un ninfeo per godere il fresco.
Verso ovest, il terreno era sostenuto da due piani di 64 celle comunicanti tra loro; al centro di questo lato si apriva un'esedra schiacciata, munita di gradinate, che nascondeva le enormi cisterne, poste in una doppia fila di ambienti e con una capacità massima di 80.000 litri. Ai lati di essa vi erano due sale absidate adibite a biblioteche, delle quali si conserva solo quella di destra. Una passeggiata sopraelevata seguiva il recinto sul lato interno ed era probabilmente porticata.
Lo spazio compreso tra il recinto ed il corpo centrale era occupato dalle aree verdi del grande stadio. Il corpo centrale era un blocco di ambienti a pianta diversa, di pianta più o meno rettangolare con l'avancorpo a forma rotonda che sporgeva sul lato sud-ovest: sale più importanti lungo l'asse centrale e le altre disposte simmetricamente.
L'accesso avveniva tramite quattro porte, che immettevano in un ambiente laterale, oppure in uno dei due ambienti a fianco della grande piscina, la natatio, divisi da essa tramite un portico con quattro colonne. Qui iniziava il percorso del bagno, con gli esercizi sportivi di vario genere, che potevano svolgersi sia all'aperto che al riparo. Il percorso poteva essere compiuto su ciascuno dei lati, specularmente identici.
Dalla stanza di ingresso, sul lato opposto dell'accesso alla natatio, si giungeva in uno dei due ambienti a base quadrata, forse un apodyterium, lo spogliatoio. Proseguendo verso il lato si arrivava a una delle grandi due palestre, poste simmetricamente lungo i lati brevi, con un cortile centrale (50x20 metri) chiuso su tre lati da un portico con colonne in giallo antico e copertura a volta. Oltre il portico delle palestre, sul lato interno, si apriva un emiciclo diviso da sei colonne, mentre il lato opposto, quello verso il recinto non colonnato, dava accesso a cinque ambienti, quello centrale con abside. Le grandi sale successive, sul lato sud-ovest, avevano forme e dimensioni varie (rettangolare, ellittica, quadrata, absidata), dotate di vasche. La stanza rettangolare, in particolare, caratterizzata da piccoli ingressi obliqui, che consentivano di evitare la dispersione del calore, era probabilmente il laconicum (bagno turco). Da qui si arrivava al calidarium, una grande sala circolare (solo in parte conservata) di 34 metri di diametro, con al centro una grande vasca circolare di acqua calda. La copertura era a cupola, sorretta da otto poderosi pilastri, dei quali restano in piedi solo quattro. Due file di finestroni ricevevano la luce solare dalla tarda mattinata fino al tramonto. Oltre alla vasca centrale si trovavano altre sei vasche lungo il perimetro, poste tra un pilone e l'altro.
Il calidarium, come già detto, si trovava sull'asse centrale, quindi era unico, come tepidarium, basilica e natatio. Il tepidarium era un ambiente più piccolo e temperato, a base circolare e tagliato ai lati con due vasche. La grande basilica centrale, misurante 58x24 metri aveva una forma a croce, coperta da tre grandi volte a crociera poggianti su otto pilastri fronteggiati da colonne di granito. Sui lati brevi si aprivano nicchie ellittiche con vasche dove doveva aver luogo il frigidarium. Nella nicchia verso la natatio si trovano oggi quattro grandi capitelli figurati con divinità.
Il bagno terminava nella natatio, la piscina all'aperto, decorato da quattro enormi colonne monolitiche in granito. La controfacciata qui presentava gruppi di nicchie a tre a tre sovrapposte su due piani, che contenevano statue.
Domus ecclesiae di Dura Europos
La domus ecclesiae (termine latino con il significato di "casa dell'assemblea" o "casa della chiesa") era un edificio privato, adattato alla necessità del culto, nella quale si radunavano i primi cristiani in epoca precedente all'editto costantiniano del 313. Nel corso del III secolo si ebbe una prima organizzazione della Chiesa cristiana. Alcune delle domus ecclesiae erano state donate alla Chiesa dai proprietari e divennero i cosiddetti tituli. Nel IV secolo Roma ne contava 25, probabilmente affiancati da altri luoghi di culto privati.
I luoghi di culto cristiani non si distinguevano architettonicamente dai normali edifici di abitazione, sebbene sia possibile che già prima del 312 fossero state costruite appositamente per il culto delle semplici sale. Sia le domus ecclesiae che i tituli prendevano generalmente il nome dal primitivo proprietario dell'edificio e lo conservarono anche con la costruzione di una vera e propria chiesa in epoca successiva: per esempio il titulus Clementis, in origine proprietà di un certo Clemens, divenne successivamente l'ecclesiae Clementis, o "chiesa di Clemente", e quindi l'attuale Basilica di San Clemente al Laterano.
L'identificazione come luoghi di culto delle abitazioni private che in diversi casi sono state rinvenute sotto le chiese successive (Santi Giovanni e Paolo o titulus Pammachii, Santa Cecilia in Trastevere o titulus Caeciliae, San Martino ai Monti o titulus Equitii) è tuttavia resa difficoltosa dalla mancanza di specifiche caratteristiche architettoniche e dall'uso di eventuali decorazioni già appartenenti al repertorio pagano, ma alle quali potrebbe essere stata dato un nuovo significato simbolico in senso cristiano.
Domus ecclesiae sono state rinvenute soprattutto nella parte orientale dell'Impero: di eccezionale importanza è quella di Dura Europos. La città, un crocevia di popoli e religioni diverse (religione ellenica, romana, ebraismo, mitraismo, cristianesimo), fu rasa al suolo nel 256 d.C. e mai più ricostruita. La città fu riscoperta dagli archeologi nel 1920; gli edifici religiosi sono tutti ben conservati.
La domus ecclesiae fu ritrovata non lontano dalla Porta di Palmira; grazie a un graffito, databile all'anno 232 può essere definita una delle chiese più antiche del mondo. L'edificio fa parte di una casa affacciata su una strada lastricata. Si tratta di una struttura a due piani, quello superiore probabilmente utilizzato come abitazione, articolata con una serie di sale intorno ad un cortile centrale. Al piano terra, di fianco all'atrio centrale, si trova una sala più piccola, che immette in un ambiente ancora più angusto. Gli archeologi hanno potuto ricostruire la funzione delle sale: la stanza più grande era la sala della comunità; la sala piccola era un ambiente intermedio che serviva per l'agape; l'ambiente angusto era un battistero per l'iniziazione cristiana.
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