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un battistero per l'iniziazione cristiana. Tale ambiente era l'unico decorato (con scene dell'Antico e del Nuovo

Testamento), a riprova che era il cuore dell'edificio. La chiesa si è potuta conservare nei millenni poiché venne

coperta da un bastione realizzato per la difesa della città dall'attacco dei Persiani, che sfondarono le linee

difensive nel 256.

MURA AURELIANE

Architettura militare. Mura Aureliane: circuito difficile da realizzare, perché si trattava di distruggere o

integrare strutture già esistenti, perché il tracciato percorre zone abitate; serie di porte, varchi principali nelle

mura: porta flaminia, porta salaria, porta nomentana (attuale porta pia), porta remestina, porta tiburtina,

porta latina, porta appia, porta ardeatina, porta ostiense, porta portense, porta aurelia (che è doppia,

collegata al mausoleo di Adriano); queste porte passavano sulle rispettive vie; poi vi sono le custevve, porte

minori.

Primo tracciato realizzato con cammino di ronda aperto e merli, e torri rettangolari (270-275); rialzamento

successivo, con copertura del cammino di ronda, con feritoie (finestre arciere).

Due fasi edilizie: una si riferisce ad Aureliano, la seconda fase si attribuisce a Onorio (5 secolo).

Le mura, in questo contesto, si intendono come edifici veri e propri, perché i soldati circolano all'interno, in

forme articolate e raffinate.

- porta maggiore: localizzata in un punto focale;

- porta ostiense: importante perché sulla via che portava al mare, vicino alla piramide cestia (struttura funeraria

di età augustea, attraversata dalle mura e quindi utilizzata come mezzo di difesa perché poteva incutere

timore);

- porta appia: considerata la più importante per la via che attraversava, realizzata in due archi per l'entrata e

l'uscita;

Le mura ebbero una straordinaria continuità d'uso, da Aureliano in poi, potremmo dire al 1870, anno della

breccia di Porta Pia.

Le torri, innalzate e chiuse da Onorio, vengono utilizzate come luogo di difesa, perché vi stavano gli arcieri e le

ronde di guardia. In alcuni casi, elementi strutturali, complessi, edifici, sono stati rotti per costruire le mura

(come la villa dei Severi e il loro piccolo anfiteatro, che viene chiuso ed incluso nelle mura; anche i castra

pretoria, la caserma della guardia pretoriana, viene inclusa nelle mura).

Esigenza di includere una zona nevralgica, il Campo Marzio (luogo in cui si concentravano gli edifici dello

spettacolo, teatri, edifici sfarzosi, terme, Pantheon): al cambiamento della città, nel 5 secolo, diventerà una zona

abitata, restando sempre viva. Importante è anche il mausoleo di Adriano, utilizzato dai Severi per le loro

sepolture (vedi Castel Sant'Angelo).

Importanza della strada che si riverbera sulle mura, quindi a strada importante abbiamo una porta; le porte sono

strutturate, tradizionalmente, in maniera duplice, cioè a castelletto-cavedio, con doppio flusso che entrava ed

usciva, quindi con due porte a creare una sorta di piazzale, nel quale potevano sostar i viaggiatori e i

commercianti che così non interrompevano il flusso di chi entrava e/o usciva: esigenza di forte controllo, per

maggiore difesa, indispensabile ma anche punto di debolezza delle mura.

Le Mura aureliane sono una cinta muraria costruita tra il 270 ed il 275 dall'imperatore Aureliano per difendere

Roma, capitale dell'impero, da eventuali attacchi dei barbari. In quel periodo (270-275 d.C.) la città si era

sviluppata ben oltre le vecchie Mura serviane (che circondavano solamente i sette colli), costruite nel VI secolo

a.C., durante l'età repubblicana, protetta da parecchi secoli di espansione dello Stato; ma la nuova minaccia,

rappresentata dalle tribù barbare che fluivano alla frontiera germanica, non poteva essere controllata dall'impero,

che versava allora nella difficile crisi del III secolo.

Inizialmente Roma si considerava immune da ogni pericolo: secoli di tranquillità facevano ritenere impensabile

che un nemico potesse violare il sacro suolo dell'Urbe.

La costruzione delle mura iniziò probabilmente nel 271 e si concluse entro quattro anni, anche se la definitiva

rifinitura avvenne verso il 279, sotto l'imperatore Probo. Il progetto era improntato alla massima velocità di

realizzazione e semplicità strutturale, oltre, ovviamente, ad una garanzia di protezione e sicurezza. Queste

caratteristiche fanno pensare che un ruolo non secondario, almeno nella progettazione, sia stato rivestito da

esperti militari. Ai tempi di Massenzio risalgono alcuni interventi di riassesto e rinforzo del muro, oltre alla

predisposizione, in funzione anti-costantiniana, di un fossato che però fu forse terminato proprio da Costantino.

Il tracciato originario seguiva per buona parte il confine daziario di Roma, che non era una struttura fisica

preesistente, ma semplicemente una linea ideale, identificata da pietre (dette appunto “daziarie”) sistemate,

verso il 175, una per ogni via principale di accesso alla città, nel punto in cui, convenzionalmente, erano posti

gli “uffici di dogana”. Le mura Aureliane ribadivano pertanto un confine commerciale già esistente e tre di

queste pietre sono state rinvenute murate o interrate nei pressi di altrettante porte (la Salaria, la Flaminia e

l'Asinaria).

Per dare maggior rapidità all'edificazione diverse squadre lavorarono contemporaneamente su tratti separati, e

per motivi economici e militari molte costruzioni precedenti furono incluse nei quasi 19 km di perimetro delle

mura. Fra queste, l'Anfiteatro Castrense, la Piramide Cestia, due o forse tre lati del Castro Pretorio, di cui furono

murate altrettante porte, e diversi tratti di vari acquedotti vennero inglobati nella struttura muraria.

L'intera struttura si componeva di 378 tratti di muro merlato intervallati ogni 30 metri da 381 torri a pianta

rettangolare e da 14 porte principali, oltre a diverse altre porte e passaggi secondari, 116 servizi igienici e

numerosissime feritoie. Solo ai lati delle porte si trovavano torri cilindriche, ma è dubbio se fossero inizialmente

così o se la forma a pianta circolare sia frutto del restauro realizzato da Onorio.

Ogni torre fu provvista di finestre laterali che potessero assicurare un raggio d'azione lungo tutto il tratto di

muro fino alla torre successiva, sia su un lato che sull'altro. In tempi successivi alcune finestre ballistarie furono

murate (ogni torre aveva, generalmente, una finestra per lato e due frontali), sostituite da semplici feritoie, e le

baliste furono sistemate solo nei punti strategicamente più importanti.

Le porte, in numero di 18, erano generalmente di tre tipi, a seconda dell'importanza che all'epoca rivestivano le

strade che da esse si dipartivano: le più importanti si componevano di due arcate gemelle, avevano una

pavimentazione in travertino ed erano affiancate da due torri cilindriche; una sola arcata avevano quelle porte a

cui si riconosceva un'importanza secondaria, con pavimentazione in opus latericium, attico in travertino e due

torri cilindriche; al terzo tipo appartenevano porte costituite da una semplice arcata ed affiancate dalle comuni

torri quadrangolari. Fa eccezione a questa classificazione la Porta Prenestina-Labicana (oggi Porta Maggiore)

che, sebbene appartenesse, come importanza, al III tipo, fu però aperta inglobando l'arco a due fornici costruito

dall'imperatore Claudio nel 52 come facente parte dell'acquedotto Claudio. Ancora al III tipo dovrebbe

appartenere la Porta Settimiana, ma i numerosi restauri e rifacimenti non consentono alcuna certezza sulla sua

struttura originale. Altre porte erano considerate solo secondarie.

C'era poi tutta una serie di passaggi (difficilmente quantificabili a causa dei numerosi interventi di

ristrutturazione e modifica), le posterule (o postierle), come la Porta Ardeatina: delle semplici aperture nel muro

con un paio di metri di luce, la cui difesa consisteva in una rientranza del muro stesso, a formare un piccolo

bastione. Alcuni di questi passaggi si aprivano verso il fiume, nel lungo tratto di mura erette sulla sponda

sinistra del Tevere all'incirca dall'attuale Ponte Regina Margherita fino a Ponte Sisto, in corrispondenza di

piccoli scali per le merci; il più importante si trovava nei pressi della "Torre dell'Annona", diventata poi "Tor di

Nona".

Ai tempi di Onorio ed Alarico l'influenza della chiesa era già diventata predominante, tant'è che da allora si

assistette, un po' alla volta, ad una sorta di “cristianizzazione” delle porte, nel senso che i nomi (che prima

derivavano dalla via che da ciascuna porta usciva) cambiarono riferendosi a chiese e tombe di Santi che

attraverso di esse erano raggiungibili. Era, tra l'altro, il segno di un decadimento di importanza di molte strade

consolari.

Il fenomeno non coinvolse però tutte le porte; alcune conservarono il loro nome originario, sia perché le

rispettive strade erano cadute in abbandono (porta Latina, Metronia e Clausa) o per un calo demografico

dell'area circostante (porta Settimiana) o per la permanenza dell'importanza della loro caratteristica (Porta

Portuense e Salaria, sotto cui ancora passava l'antichissima “via del sale”). In qualche caso il nome

“cristianizzato” venne col tempo ulteriormente cambiato, come per la porta Nomentana, divenuta di

Sant'Agnese e poi, dopo la metà del Cinquecento, porta Pia, ricostruita poco distante dalla sua posizione

originaria.

Porta Flaminia – (I-II tipo) poi diventata Porta del Popolo; da qui inizia la Via Flaminia;

Porta Salaria - (II tipo) da qui inizia la Via Salaria;

Porta Nomentana - (II tipo) da qui iniziava la vecchia Via Nomentana; ora chiusa e sostituita a un centinaio di

metri di distanza da Porta Pia, dove inizia la nuova Via Nomentana;

Porta Tiburtina - (III tipo) poi chiamata Porta San Lorenzo; da qui iniziava la via Tiburtina (ora chiamata Via

Tiburtina Antica); la moderna Via Tiburtina inizia poco più avanti;

Porta Asinaria - (III tipo) da qui iniziava la vecchia Via Asinaria, da cui poi partiva la Via Tuscolana. Ora la

porta è inutilizzata e si trova accanto alla nuova Porta San Giovanni – aperta nel XVI secolo; da qui parte la Via

Appia Nuova;

Porta Latina - (II tipo), da qui inizia la Via Latina;

Porta Appia - (I tipo), da qui iniziava la Via Appia Antica, ora Porta San Sebastiano;

Porta Ardeatina – probabilmente una semplice posterula;

Porta Ostiensis - (I tipo) ora Porta San Paolo accanto alla Piramide Cestia; da qui inizia la Via Ostiense;

Porta Portuensis - (I tipo) da qui iniziava la Via Portuense; con la costruzione delle Mura gianicolensi fu

abbattuta e sostituita, qualche centinaio di metri più a nord, dalla Porta Portese;

Porta Aurelia - (III tipo) da qui inizia la Via Aurelia; con la costruzione delle Mura gianicolensi fu ricostruita e

denominata Porta San Pancrazio;

Porta Settimiana - (III tipo?) successivamente inglobata all'interno delle Mura gianicolensi cessò la sua funzione

di bastione;

OSTI ANTICA – MITREI

L'insulae è stata chiamato Caseggiato delle due scale, perché in mezzo contiene due scale di servizio.

Costruzione di una strada costiera, all'epoca di Settimio, da Anzio a Postum, altro porto ampliato da Traiano.

Le ville lungo la costa vengono ampliate. All'interno del caseggiato vengono situate botteghe, che non sappiamo

cosa vendessero: importante è la scoperta di un mosaico, situato in base all'ingresso, quindi pensato per i clienti

che vi entravano.

Nel cortile, troviamo un edificio in opera listata, con due file di blocchetti di pietra alternati da filari di laterizi:

caupona del Dio Pan. Aula rettangolare principale; struttura a L che serviva a mescere e preparare il vino,

offerto sia alla gente che passava lì davanti, sì a chi entrava (vicino ad una fontanella, quindi veniva offerta

anche acqua); ritrovamento di una cantina; nella zona ad L vi erano anche dei banconi e la cucina: zona tutta

pavimentata a mosaico, e quella non pavimentata ospitava i banconi. Nel mosaico troviamo la raffigurazione del

dio Pan, con mani legate, che rimanda al mito della lotta, tra l'animale (Pan) e il dio gentile (Eros).

Nella caupona si instaurerà una setta del culto di Mitra: mitraismo ridotto di seguaci, perché sopraggiunge il

cristianesimo, che presto prenderà il controllo.

Affresco: imitazione dei marmi, tecnica che ebbe molto successo (marmorizzazione).

La cantina della caupona, seminterrato, al di sotto di un pavimento fine in marmo, viene rialzato dalla setta

mitraica, per poi realizzare un pavimento con pezzi di reimpiego in marmo (Mitreo dei marmi colorati), messi

per realizzare campiture quadrate o rettangolari. Ambiente a collo di bottiglia, con nicchia e podio utilizzato per

il banchetto, pozzo rituale, angolo con pianta sacra; ingresso in una soglia dove è rappresentato un sole; da

questa soglia si camminava su una passerella che conduceva al fondo, verso la nicchia (dove si sedeva il Pater e

stava la statua dedicata a Mitra); hanno rialzato per riuscire a realizzare il pozzo (in generale, preferivano

costruire in sottoelevato), zona che ha ceduto. Negli affreschi similmarmorei, è stata trovata una nave (graffito)

fatta dai mitraici, navicium isidis (navi portati in processione in onore della dea Iside).

Nell'ambiente che contiene la statua di Pan, è stato trovato un altro graffito, contenente il nome CONCORDIUS,

insieme alla parola INVICTUM DEO MITRA MAGNO KRONO (divinità opposto al dio sole, raffigurato con

testa di leone). Nella stessa sala sono stati trovati simboli matraici (M A, una sopra all'altra). Presenza di un

tridente, che sicuramente aveva un significato simbolico, da cui si generano spirali, quindi vivo, fonte di vita.

Ritrovamento di un oggetto, pensato come manico di un sistro, oggetto del culto mitraico (confronto con un

mosaico proprio di questo culto).

Mitreo di Santa Prisca: rilievo mitraico in fondo alla sala, sale intorno che servivano per il rito di iniziazione (i

livelli erano sette; fingevano la propria morte con vari trucchi e messe in scena, per dare questa idea di

rinascita). Gli adepti erano travestiti, non potevano entrare ed essere riconosciuti.

Durante i banchetti, venivano somministrate droghe (fiore del ginepro), che avevano un significato religioso.

Mitreo delle sette porte: mosaico rappresentante porte sul davanti

Mitreo delle terme di Mitra: lungo corridoio con in fondo una statua raffigurante Mitra mentre uccide il toro

Mitreo Felicissimo: dal nome del dedicante; ingresso non in asse in modo che chi entrava non poteva vedere la

sala principale; lungo corridoio con mosaico che riporta i sette gradi di iniziazione

Mitreo dei marmi colorati

MITRAISMO E CRISTIANESIMO

Mitraismo: culto proveniente dall'Asia minore, di discendenza iranica, mondo lontano da cui si ritiene

provenga Mitra; divinità romanizzata, con caratteristiche asiatiche-persiane, ma plasmato alla romana. Il

Mitraismo è una religione misterica, non aperta a tutti (adepti, iniziati, superando prove selettive), definita setta,

caratterizzati da esigenze che si ripetono fissamente nei decenni e nei vari gruppi.

Dai romani, viene messa in ridicolo, beffeggiata, per ridurla a macchietta, perché era la grande concorrente del

cristianesimo. Il cristianesimo aveva un elemento di forza, cioè era più aperto, concepiva l'apertura ai due sessi

(Mitraismo riservato agli uomini), con meno esigenze, staccato dai luoghi perché quello che contava era la

comunità (ecclesia), mentre nel Mitraismo vi era il bisogno di determinati luoghi per il culto. Altri elementi

sono in comune: nascita nella grotta, salvazione del mondo tramite il proprio sacrificio, mito della creazione e

dell'eucarestia; percorsi paralleli di due religioni che nascevano con esigenze simili.

Mitreo: edifici che devono contenere la rappresentazione del dio Mitra che uccide il toro bianco (affonda il

coltello guardando dall'altra parte), con cane, corvo che assiste, scorpione che si fionda sul toro, leone

accovacciato, serpente il suo significato è legato alla terra, due figure (cautes e cautorates, uno ha una fiaccola

verso l'alto, l'altro verso il basso, identificati come la stella del mattina e della sera): riproduzione del cielo.

Nelle panche laterali avveniva il banchetto. Sono spesso costruiti all'interno di edifici già esistenti, spesso

sotterranei (come quello di Ostia, al di sotto delle terme del Mitra).

Il Mitreo più interessante è quello di Felicissimo, dove nel mosaico della sala centrale viene raffigurato il

percorso del fedele, i gradi da percorrere, che culminano del Pater (il titolo del cristianesimo, Papa, è stato

asportato dal Mitraismo, pater patrum).

Il dio scende in terra, banchetta insieme a Sole, poi torna in cielo: divino, inviato, che rigenera il mondo, legato

al culto solare a cui troviamo dediche, così come al tempo, Kronos (figura inquietante, con testa di leone avvolto

nelle spire di serpente, corpo umano, in mano chiavi, come se avesse in mano le sorti della vita).

Anche a Roma troviamo vari Mitrei. A S.Maria Capuavetere troviamo un affresco che raffigura la solita scena,

solo che in questo caso il dio ha in mano un arco, .

Come poteva svolgersi il rito: non bastava l'aula nella quale si effettuava il banchetto, si doveva banchettare

nelle orme di Mitra e Sole.

Nello scavo della Cripta Balbi è stato individuato un Mitreo; Mitra sembra essere associato a Perseo, in un

rilievo, che uccide senza guardare; lucerna con immagine solare.

Mitreo delle sette porte, ad Ostia: mosaico che raggiunge le panche in cui si banchettava.

Molti di questi Mitrei furono distrutti alla fine del 4 secolo, dai cristiani.

I gradi del culto sono sette: occorreva una sala in cui fare le iniziazioni, dove avveniva una sorta di battesimo

per entrare nella comunità; grazie al mosaico di Felicissimo, conosciamo ognuno dei gradi:

corax, il corvo, con simboleggiato Mercurio

lifus, lo sposo, cielo di Venere, con lucerna

lines, il soldato, con elmo ed asta, allusione a Marte

leo, il leone, con oggetto cultuale e simbolo che richiama il culto di Iside, il sistro, e il fulmine, segno distintivo

di Zeus-Giove

perses, il persiano, spada rituale, cielo della Luna

eliotropus, l'auriga, cielo del Sole, con torcia e corona radiata, oltre ad una frusta

pater, con coltello sacrificale e berretto frigio, assimilabile con Saturno

Infine, iscrizione dedicatoria: felicissimus ex voto fecit; non viene riportato il nome del pavimentario ma il

committente, forse il Pater, che fece un voto a Mitra. All'ingresso, vengono raffigurati due berretti (riferimento a

Casto e Polluce), che era laterale, nascondendo così i gradi ai non prescelti; importante è la presenza di un

pozzo, che conteneva l'acqua sacra (tipo la nostra fonte battesimale).

Oltre all'aula cultuale, vi erano altri ambienti legati al culto: come la stanza destinata alle prove.

Cristianesimo: non è facile parlare di cristianesimo prima del 4 secolo, perché è un culto impalpabile

archeologicamente, anche se caso eccezionale fu quello in Siria, di una città ellenistica e poi romana (reticolo di

strade perpendicolari con isolati rettangolari), città contesa tra persiani e romani, e dai primi conquistata: verso

le mura, vi è la Domus ecclesie, strutturata con cortile centrale, piano superiore, ambienti che si sviluppano

intorno al cortile; casa di privati che una volta a settimana ospita credenti come lui, per condividere questa

nuova religione, il cristianesimo.

Questa religione segna l'irruzione della storia nella religione, grazie alla materializzazione di Dio sulla terra:

forza e novità di questa religione.

Questa Domus è passata di proprietà alla comunità, arredata quindi come volevano loro, secondo l'idea di

accumulare beni, caratteristica delle comunità cristiane; osserviamo in uno di questi ambienti una struttura,

realizzata per il rito dell'iniziazione, il battesimo: bacino d'acqua, pareti decorate con affreschi del culto cristiano

(le tre Marie al sepolcro, ad esempio).

I cristiani si uniscono nelle Domus ecclesie, perché era una religione invisibile, fino ai primi del 4 secolo,

comincia poi un cammino, prima incerto poi definito, dentro schemi fissi (mentre il Mitraismo era già

standardizzato, anche se alla fine modificò gli spazi, visto che le persone diminuirono).

AREA ARCHEOLOGICA DI SAN SEBASTIANO – ROMA

La basilica di San Sebastiano fuori le mura è un luogo di culto cattolico di Roma, sulla via Appia Antica.

Faceva parte delle sette chiese visitate dai pellegrini in occasione del Giubileo.

La chiesa fu costruita nel IV secolo, sul luogo dove, secondo la tradizione, erano state trasferite nel 258 le

reliquie degli apostoli Pietro e Paolo per salvarle dalle persecuzioni. Ritornate in seguito nelle loro sedi

originarie (in Vaticano e sulla via Ostiense), nelle sottostanti catacombe agli inizi del IV secolo fu sepolto il

martire romano Sebastiano: sopra le catacombe l'imperatore Costantino fece costruire, nella prima metà del IV

secolo, una grande basilica, che inizialmente fu dedicata alla memoria apostolorum, e che in seguito assunse il

nome attuale.

La chiesa ricevette l'attributo ad catacumbas per le catacombe di san Sebastiano, sulle quali venne costruita,

mentre l'attributo fuori le mura è in riferimento al fatto che la chiesa si trova al di fuori delle Mura aureliane e

serviva a distinguerla dalla chiesa di San Sebastiano al Palatino.

Costantino fece costruire la primitiva basilica secondo il modello circiforme a tre navate e preceduta da un

grande atrio quadrangolare, modello riscontrabile anche nelle altre basiliche fatte erigere dall'imperatore a

Sant'Agnese sulla via Nomentana e a San Lorenzo sulla via Tiburtina. Parti di questa basilica furono utilizzate

per la ricostruzione del XVII secolo: in particolare il nuovo edificio occupò l'antica navata centrale.

Il sito originariamente denominato "ad catacumbas" ossia, secondo la spiegazione più diffusa, "presso

l'avvallamento", per la presenza di antiche cave di pozzolana. Per estensione questo toponimo è stato poi

assunto, ad indicare i cimiteri sotterranei cristiani, noti oggi come catacombe. Come spesso accadeva

nell'antichità, la cava venne riadattata e adibita dai cristiani in cimitero, in cui venivano sepolti soprattutto

schiavi e liberti, dalle sepolture assai modeste. La comunità cristiana, dato l'ingente numero dei propri membri e

la scelta dell'inumazione, continuarono l'escavazione della catacomba, a motivo degli spazi necessari e dell'

elevato costo dei terreni suburbani.

Percorrendo le gallerie della catacomba si possono notare la grande varietà delle tombe e delle decorazioni. Si

possono facilmente trovare tombe molte decorate e lavorate, accanto ad altre in semplice muratura. Ogni tomba

ebbe il suo piccolo contrassegno per essere riconosciuta. Spesso un oggetto o un semplice frammento: una

lucerna, una moneta, un fondo di coppa, un monile, un giocattolo di un bambino. In molti casi, un nome

tracciato in rosso sulle tegole, o un graffito sulla calce di chiusura, ci ha tramandato la memoria del defunto; un

evento fondamentale per lo sviluppo e la notorietà della catacomba fu la deposizione del corpo del martire

Sebastiano.

La venerazione dei fedeli per questo testimone di Dio, provocò mutamenti profondi all'interno della catacomba.

I posti, vicini alla tomba venerata, vennero sempre più ricercati. Vennero effettuati lavori di abbellimento e di

ampliamento degli ambienti preesistenti; si creò così una rete densissima.

Visitando le catacombe, si viene a contatto con suggestive tracce del Cristianesimo dei primi secoli e si può, per

così dire, toccare con mano la fede che animava quelle antiche comunità cristiane. Percorrendo le gallerie, si

scorgono non pochi segni dell'iconografia della fede: il pesce, simbolo del Cristo; l’ancora, immagine della

speranza; la colomba, rappresentazione dell'anima credente e, accanto ai nomi, sui sepolcri, frequentissimo

l'augurio "In Cristo". Sono altrettante testimonianze del fervore spirituale che animava le prime generazioni

cristiane.

I primi cristiani tracciavano sulle lapidi, che preservavano le spoglie dei loro cari defunti, i simboli che

esprimevano la loro fede. Il simbolo era un disegno che spesso voleva riassume il senso di un intero discorso,

rivela e nasconde, parla a chi sa leggerlo. Quando un cristiano veniva a pregare sulla tomba dei suoi cari era

richiamato, proprio da quei simboli, ai sacramenti che aveva ricevuto ed alle principali verità della sua fede.

Il simbolo più usato era IL PESCE: in greco ICHTHYS, disponendo in verticale le lettere che compongono

questa parola si dà origine ad un acrostico: Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore I: IESOUS -(Gesù), CH:

CHRISTOS -(Cristo), TH: THEOU -(di Dio), Y: UIOS -(Figlio), S: SOTER -(Salvatore)

- IL MONOGRAMMA DI CRISTO: è composto da due lettere dell'alfabeto greco, la X (chi) e la P (ro),

intrecciate insieme . Sono le prime due lettere della parola greca Xristòs, cioè Cristo.-

- L' ANCORA: il significato fondamentale è la speranza nella promessa della vita futura. Si legge nella Lettera

agli Ebrei (6, 19) : "Tale speranza (nel compimento delle promesse fatte da Dio) è come l'ancora della nostra

vita; è sicura e robusta, e, attraverso il velo del tempio celeste, penetra fino al santuario di Dio".

- LA COLOMBA: con il ramoscello d'ulivo nel becco: simbolo che proviene dalla salvezza apportata dall'arca

di Noè e conseguentemente immagine dell'anima nella pace divina.

GRUPPO DEI TETRARCHI – VENEZIA

Monumenti da ricordare legati alla tetrarchia: a Venezia, città altomedievale, vediamo un elemento tardoantico:

statua in porfido rosso, posta sulla Chiesa di S.Marco dal 1200, dopo i vari saccheggi giunti a Venezia e che i

cittadini utilizzano nelle costruzioni; manifesto politico della tetrarchia, perché sono raffigurati i quattro

tetrarchi nel gesto di abbracciarsi e salutarsi, in abiti militari e spada, tipica dei soldati di cavalleria

(impugnatura a testa d'aquila), distinguibili solo per un dettaglio, la barba (che rappresenta l'augusto), con in

testa un berretto (che diventerà molto di moda, disegnato per l'esercito), raffigurati su basamento. Questi

monumenti erano diffusi in epoca romana, perché ufficializzavano il potere dell'imperatore.

Messaggio che vuole trasmettere: i tetrarchi vogliono trasmettere l'idea che fossero uno solo, come cloni della

stessa idea di potere, in perfetta armonia, amicizia, intesa, che fa sì che non ci possano essere lotte fratricide

(come c'erano durante il periodo dell'anarchia militare). Questo complesso doveva essere disposto su colonne,

posti su basamenti a metà altezza: provengono dal sacco di Costantinopoli, cosa provata da un pezzo di colonna

trovata proprio a Costantinopoli, pezzo mancante di questo complesso veneziano.

BASE DEI DECENNALI – FORO ROMANO

Si tratta di un basamento di una colonna onoraria scolpita su quattro facce. Probabilmente in origine la colonna

si collocava dietro i rostri insieme ad altre quattro colonne. Di queste quattro colonne due sicuramente

presentavano delle basi con iscrizioni che furono scoperte nel Rinascimento, ma poi furono perdute. In una si

ricordava il ventesimo anniversario degli imperatori e nell'altre il ventesimo anniversario degli Augusti.

Quest'ultima probabilmente era quella centrale e sosteneva la statua di Giove, mentre le altre sostenevano quelle

degli imperatori e dei cesari

DATAZIONE E STORIA: Periodo di Diocleziano (285-305 d.C.)

DESCRIZIONE: Sacrificio del toro e dell'ariete e del maiale

Nelle vicinanze dell'Arco di Settimio Severo, su un basamento moderno in mattoni, è situata la base di una

colonna onoraria conosciuta come la Base dei Decennali in ricordo del decimo anniversario del potere dei

Cesari per quanto riguarda la Tetrarchia (303 d.C.).

Il lato del basamento rivolto verso la Curia Giulia rappresenta due Vittorie alate che sostengono uno scudo dove

è presente un'iscrizione dedicata ai dieci anni di regno dei Cesari (Cesarum decennalia feliciter). Sul lato Est,

rivolto in direzione dell'Arco di Tito, è rappresentata una processione di senatori. Sul lato Ovest, verso l'Arco di

Settimio Severo, sono presenti un toro, una pecora e un maiale da sacrificare, accompagnati da inservienti e da

un personaggio con la toga. Sul lato meridionale, rivolto verso la Basilica Giulia, è rappresentato Cesare come

protagonista dell'intera scena: è situato al centro e davanti a un altare nell'atto di fare una libagione, mentre una

Vittoria vola per incoronarlo. Nella scena sono presenti anche un inserviente, un sacerdote con copricapo a

punta (il flamen martialis), una Figura nuda con la testa protetta da un elmo (Marte) e un personaggio togato e

con la barba che molto probabilmente rappresenta Augusto. Dietro a Cesare si trova un personaggio con toga

(che dovrebbe impersonificare il Senato), insieme alla dea Roma seduta e la testa radiata del dio Sole.

PALAZZO DI DIOCLEZIANO – SPALATO

Il Palazzo di Diocleziano, situato a Spalato (Croazia), è un imponente complesso architettonico fatto edificare

dall'imperatore Diocleziano, molto probabilmente fra il 293 ed il 305, allo scopo di farne la propria dimora. Il

palazzo con le sue mura coincide col nucleo originario del centro storico della città.

Costruisce la propria abitazione, una villa marittima, perché uno dei lati affacciava direttamente sul mare, tanto

che barche potevano attraccare ed accedere alla villa dal mare. Questa villa raccoglie in se tante cose: un

acquedotto, creato solo per questo complesso; struttura perfettamente squadrata data dalle mura, le cui

proporzioni sono quelle di una città; porta con doppio ingresso; abbiamo un miraggio di città (concezione

sempre affine alle ville, vista come microcomunità), in questo caso l'idea è enormemente accentuata; all'interno,

vi abitavano tutte le persone della corte; presenza di una struttura urbanistica, una specie di piazza porticata, un

foro, che introduce al cuore del complesso, dove l'imperatore riceveva i suoi ospiti e viveva (oggi conosciamo le

cantine, impronta del piano superiore, oggi non conservato); assimilazione della struttura dei castra, dove il

cuore è la sede del comando dell'unità militare, i principia (assetto a T, che ritroviamo nel complesso palazziale

di Diocleziano).

Villa con altri concetti ed idee. È solo apparentemente una città: all'interno troviamo due settori, uno religioso

con templi e uno funerario col suo mausoleo (concezione nuova della tomba dell'imperatore, ottagonale con

nicchie interne, portico che lo circonda, imponente).

Nel settore di rappresentanza è insistente la presenza di stanze absidate, simbolo del potere, importanti

successivamente nell'ideologia dei cristiani; verso mare vi era una galleria porticata, per vedere il mare senza

bagnarsi; l'ingresso era monumentale, divenendo un topos architettonico in riferimento al palazzo imperiale,

detto frontone siriaco: tetrastila, con timpano arcuato perché al centro vi è un arco ribassato (scelta

architettonica ardita, concepita come ingresso per una struttura a pianta circolare, come il Pantheon, che era di

pertinenza propria dell'imperatore).

Questa struttura venne scelta dai vescovi per essere la cattedrale della città.

Il mausoleo era come un prisma, forma importante che influenzerà la forma di molti mausolei imperiali

successivi, che avranno una pianta centrale, anche se di forma circolare. All'interno della cupola, i fregi sono

conservati, con anello perfettamente circolare, due piani di colonne a discendere.

I blocchi in pietra dell'acquedotto vengono da una cava di fronte alla costa, detta di Brazza; struttura realizzata

in opera quadrata.

In Diocleziano quindi rimane la vita militare, sua matrice, per questo vediamo questo richiamo al castro:

richiamo al ruolo della tetrarchia. Non vuole veramente sparire, chiudere col potere, cosa che si evince anche

dalla posizione del complesso sul mare: lui scruta, guarda verso il mediterraneo, per verifica il procedere delle

cose. Purtroppo, le cose non andranno come lui aveva previsto.

Il palazzo, una sorta di grande villa fortificata, si presentava come una struttura autonoma, cittadella dedicata

alla figura sacra dell'imperatore, per il quale esisteva già un mausoleo, destinata quindi ad ospitarlo in eterno.

Strutturata con la pianta tipica degli accampamenti militari romani: due strade perpendicolari, il cardo ed il

decumanus, che si intersecano e dalle quali si dipartono numerose vie trasversali perpendicolari a scacchiera,

aveva una forma leggermente trapezoidale (il lato sud era leggermente irregolare per il declivio del terreno verso

il mare), con un lato affacciato sul mare e quattro poderose torri quadrate agli angoli.

In origine, la sua cinta muraria in opus quadratum, alta 18 m e spessa 2 m, misurava 215,50 m per 175–181 m.

In queste mura si aprono tuttora vari torrioni quadrati e quattro porte, affiancate da torri a base ottagonale: la

Porta Aurea (a nord), la Porta Argentea (ad est), la Porta Ferrea (ad ovest) e la Porta Aenea o bronzea, sul mare

a sud. Le poderose mura furono una sorta di novità rispetto alle ville romane dei secoli precedenti e si resero

necessarie per via degli eventi turbolenti della storia romana dell'epoca.

La Porta Aurea è inquadrata da edicolette pensili e sormontata da archetti su colonnine pensili (oggi delle

colonne restano solo le mensole di base e i capitelli). Le altre due porte (Argentea e Ferrea) hanno decorazione

più semplice. Ciascuna era dotata di controporta e cortile d'armi. Da qui partivano le vie colonnate che

dividevano il complesso in quattro riquadri principali: i due a nord ospitavano caserme, servizi e giardini (poco

conosciuti, organizzati su peristili centrali e con file di stanzette lungo le mura), mentre la parte meridionale, ove

si sono conservate più consistenti vestigia monumentali, ospitava il quartiere imperiale.

Dalla prosecuzione colonnata della strada nord-sud si poteva giungere al portico detto "peristilio", con quattro

colonne sostenenti un archivolto a serliana. Attraverso il peristilio verso sud si accedeva a un vano a base

circolare coperto da cupola e poi ad un vano rettangolare con colonne che faceva da vestibolo d'accesso agli

appartamenti privati dell'imperatore, disposti sul lato lungo il mare, sul quale si affacciavano con un loggiato a

semicolonne che inquadravano gli archi; alle estremità e al centro si trovavano tre serliane. Il peristilio è uno

degli ambienti meglio conservati tutt'oggi, e pare che avesse la funzione di scenografia per le cerimonie ufficiali

alle quali partecipava come protagonista l'imperatore. Dal peristilio infatti si accedeva ad est e ad ovest ad

ambienti di culto:

- A ovest erano presenti due edifici rotondi, di uso sconosciuto, ed un tempio tetrastilo probabilmente dedicato

a Giove, del quale restano ancora oggi delle rovine, poi trasformato in battistero (il pronao è però perduto);

- A est si ergeva l'edificio a base ottagonale del mausoleo imperiale (tomba di eccezionale monumentalità

destinata all'imperatore), cinto da una serie di colonne (peristasi) e coperto a cupola, all'esterno protetta da un

tetto piramidale; in seguito il mausoleo venne trasformato in cattedrale, permettendone la sopravvivenza.

L'appartamento privato era diviso in due metà simmetriche, divise dalla prosecuzione sotterranea della via

colonnata. Si conoscono nella parte occidentale le sostruzioni verso il mare e una basilica privata, affiancata da

una doppia fila di stanze a pianta centrale, oltre a un complesso termale. La metà orientale del palazzo è

conosciuta in maniera scarsa e lacunosa.

MAUSOLEO IMPERIALE DI ROMULIANA – SERBIA

Gamzigrad (la latina Felix Romuliana) è una città della Serbia situata a sud del Danubi. Nei pressi dei bagni

termali di Gamzigrad si trovano le rovine dell'Impero romano che compongono il complesso di "Felix

Romuliana", uno dei più importanti siti europei dell'epoca tardo romana. I primi esploratori credevano che le

vecchie rovine fossero un campo militare romano, a causa delle dimensioni delle torri. Altri scavi fatti a partire

dal 1953 dimostrarono che fu, in effetti, un palazzo imperiale. Venne creato da uno dei tetrarchi, Galerio, che

adottò figlio e genero di Diocleziano. Galerio fece iniziare il lavori nel 298, dopo la vittoria sui Parti che gli

valse ammirazione e gloria, per segnalare il suo luogo di nascita.

Prese il nome di Felix Romuliana in memoria della madre di Galerio, Romula, sacerdotessa di un culto pagano.

Questo complesso di templi e palazzi divenne luogo di culto della madre nonché villa lussuosa in cui Galerio

visse gli ultimi anni della sua vita.

Gli scavi nella fortezza hanno portato alla luce i resti di un palazzo con mosaici, bagni e porte impressionanti.

Tra le importanti scoperte si possono citare ritratti di regnanti su pietre purpuree egiziane e monete che

permettono di datare il complesso.

Fra i tratti della cinta finora scoperti è da ricordare soprattutto la porta occidentale, fiancheggiata da torri

ottagonali e da una parte del muro di recinzione occidentale con una torre quadrangolare e un porticato. Le

fortificazioni più tarde sono decisamente più monumentali. Le mura avevano uno spessore di m 3,65 ed erano

rafforzate da venti torri poligonali sporgenti, dal diametro di m 22,80. Sono state ritrovate anche porte

monumentali, con facciate contraddistinte da una ricca decorazione architettonica di cui facevano parte pilastri

con raffigurazioni a rilievo dei tetrarchi entro medaglioni. All'interno delle mura l'area più importante era

destinata a due templi.

- Il settore Ν comprendeva un tempio su basamento, prostilo tetrastilo, delle dimensioni di m 16,5 X 10,5, con

una cripta cruciforme sotto la cella. Probabilmente esso era dedicato a Cibele oppure a Libero e Libera.

L'altro tempio si trovava nella parte centrale del settore S: se ne è conservato soltanto il basamento, alto m 4,

che contiene una doppia cripta. Le sculture rinvenute nei suoi pressi (parte di una statua imperiale colossale e

le statue di Giove e di Ercole) sembrano indicare che la cella era riservata al culto dei tetrarchi, i quali si

identificavano con Giove e con Ercole.

Notevoli dimensioni hanno i palazzi del settore N.

- Il palazzo nel quartiere NE, che occupava c.a 3.000 m2, aveva una pianta piuttosto semplice, costituita da un

peristilio di m 32 X 18 al centro, circondato da ambienti di varia estensione e di diversa destinazione. Molto

più complessa è la pianta del palazzo nel quartiere NO, esteso su un'area di c.a 4.000 m2 e consistente in

quattro grandi sale, in una stanza ottagonale, in due peristili e in una piccola terma. Tutti i pavimenti erano a

mosaico con motivi policromi geometrici e figurati, p.es. un labirinto, scene di caccia e un Dioniso che tiene

in mano un calice, mentre le pareti erano decorate con rivestimenti in pietra di vari colori, affreschi e stucchi.

Mosaici di alta qualità e rivestimenti parietali in pietre pregiate sono stati ritrovati anche nel quartiere SO. Dal

momento che anche tutti gli altri edifici avevano un carattere di rappresentanza, si può supporre che R. fosse in

realtà un gigantesco palazzo, paragonabile sotto questo aspetto al palazzo di Diocleziano a Spalato, e che sia

stata costruita da Galerio per dar lustro al suo regno e costituire lo scenario della propria apoteosi.

ARCO DI GALERIO – SALONICCO

Vittoria contro i persiani, da parte di Diocleziano e Galerio: quest'ultimo eresse un arco in memoria di questa

vittoria nella città di Tessaloniche, attuale Salonicco, sede dei tetrarchi.

Alle città interessate dalla tetrarchia, gli imperatori diedero una forma innovativa con l'inserzione di grandi

complessi palazziali, all'interno delle mura, quartieri veri e propri che riflettevano il potere dell'imperatore: archi

trionfali, ippodromi, terme.

A Tessaloniche vediamo la costruzione di un circo, di una rotonda (tempio di Galerio, o forse edificio funerario

anche se all'interno delle mura), e un arco tetrastilo (quindi con tre pilastri, per far passare doppie strade al di

sotto), archi molto diffusi in questo periodo. La rotonda passa vicino ad un'importante strada, l'ignazia, che

arrivava fino a Bisanzio (via consolare). Il circo era fondamentale, perché luogo di incontro tra l'imperatore e le

masse, edifico dello spettacolo molto importante che soppianterà l'anfiteatro.

Arco

quattro registri sovrapposti separati da fregi, squamati o con girali d'acanto; raffigurazioni di propaganda

imperiale, con immagini spezzettate, usati per celebrare i successi degli imperatori.

Fregio: esplicazione visiva del concetto di tetrarchia: i due augusti in trono su due dei-mari (Oceano e Tetis)

con due vittorie che li incoronano, raffigurate in modo simmetrico, e i cesari che li affiancano come fossero i

secondi quindi non in trono. Scena di sacrificio, legata alla tradizione romana, che va rispettata e riconosciuto:

modo arcano del rapportarsi al divino. Scena che racconta un episodio tipico del modo di governare introdotto

dalla tarda antichità e il decentramento: imperatore scortato dalla cavalleria, sul carro, partito da una porta delle

mura: raffigurazione dell'adventus, cioè la giunta dell'imperatore in una determinata città, accolto dalla gente

che lo aspetta con le braccia alzate per salutarlo (sono in festa)

Quando parliamo di palazzo non dobbiamo mai pensare ad un edifico puro e semplice, come lo avremo nel

basso medioevo, ma è un intero quartiere di rappresentanza, con edifici di grande valore strutturale (forma

ottagonale, tetti dorati) tali da rappresentare architettonicamente l'imperatore (creati soprattutto in luoghi dove

l'imperatore capitava meno, perché lo simboleggiavano e lo facevano sentire vicino, presente).

BASILICA E VILLA DI MASSENZIO – ROMA

L'impero di Massenzio finirà con la battaglia di Ponte Milvio del 312: però, nel frattempo, farà opere grandiose,

per rivalutare e rilanciare la città:

- interventi sul foro romano, con la costruzione di una basilica (che prenderà il suo nome), con possibili volte

decorate a cassettoni, elemento decorativo e strutturale, perché alleggerisce la struttura (volte a botte e

crociera); edificio diviso in sette settori, con grande aula che fa da raccordo di aule minori, per permettere lo

svolgimento di processi ed attività legate al foro separatamente e contemporaneamente; atrio a forcipe con

due absidi all'estremità; esedra aggiunta da Costantino per inserire una sua statua in trono; grandi finestrini

davano un senso di luminosità alla struttura; presenza di un terrazzino. Come nel caso delle mura, che erano

vere e proprie strutture abitate, anche questo complesso aveva questa particolarità: le mura erano talmente

spesse che dentro vi costruivano, infatti sono presenti scale a chiocciola percorribili per la manutenzione ed

arrivare sul tetto (calpestabili, superfici piane, realizzate con tegole e coppi che proteggevano il punto di

innesto tra due tegole, oltre che per incastrare le tegole sottostanti). Questo monumento venne poi delineato

da Costantino.

- opere nel suburbio: in imitazione dei severi, crea una sua residenza lungo la via Appia, insieme ad un circo

privato: villa da una parte, in zona collinare; circo con in alzato gli elementi costitutivi (carceres, da dove

partivano i cavalli, che poi giravano intorno alla spina, arrivando alle mete dove avveniva la svolta; nella

tribuna iudicum stava la giuria; l'imperatore raggiungeva la sua posizione senza essere visto); mausoleo di

Romolo, suo figlio (segno del suo attaccamento alla tradizione), simile al Pantheon utilizzato come modello

architettonico, con portico rettangolare, connesso alla strada cosicché tutti potessero vederlo.

ARCO DI COSTANTINO

L'arco di Costantino è un arco trionfale a tre fornici (con un passaggio centrale affiancato da due passaggi

laterali più piccoli), situato a Roma, a breve distanza dal Colosseo. Oltre alla notevole importanza storica come

monumento, l'Arco può essere considerato come un vero e proprio museo di scultura romana ufficiale,

straordinario per ricchezza e importanza. Le dimensioni generali del prospetto sono di 21 m di altezza, 25,9

metri di larghezza e 7,4 m di profondità.

L'arco fu dedicato dal senato per commemorare la vittoria di Costantino I contro Massenzio nella battaglia di

Ponte Milvio (28 ottobre del 312) e inaugurato ufficialmente il 25 luglio del 315 (nei decennalia dell'imperatore,

cioè l'anniversario dei dieci anni di potere) o nel 325 (vicennalia). La collocazione, tra il Palatino e il Celio, era

sull'antico percorso dei trionfi.

L'arco è uno dei tre archi trionfali sopravvissuti a Roma, in via dei Fori imperiali: gli altri due sono l'arco di Tito

(81-90 circa) e l'arco di Settimio Severo (202-203). L'arco, come anche quello di Tito, è quasi del tutto ignorato

dalle fonti letterarie antiche e le informazioni che si conoscono derivano in gran parte dalla lunga iscrizione di

dedica, ripetuta su ciascuna faccia principale dell'attico.

All'epoca della costruzione dell'arco, Costantino non aveva ancora "ufficializzato" la simpatia verso il

Cristianesimo, nonostante la tradizione agiografica dell'apparizione della Croce durante la battaglia di Ponte

Milvio. Nonostante la discussa frase INSTINCTU DIVINITATIS ("per ispirazione divina") sull'iscrizione, è

verosimile che all'epoca Costantino mantenesse perlomeno una certa equidistanza tra le religioni, anche per

ragioni di interesse politico.

Tra i rilievi dell'arco sono infatti presenti scene di sacrificio a diverse divinità pagane (nei tondi adrianei) e busti

di divinità sono presenti anche nei passaggi laterali, mentre altre divinità pagane erano raffigurate sulle chiavi

dell'arco. Significativamente però, tra i pannelli riciclati da un monumento dell'epoca di Marco Aurelio, vennero

tralasciati nel reimpiego proprio quelli che si riferiscono al trionfo e al sacrificio capitolino (che oggi sono ai

Musei Capitolini), raffiguranti quindi la più alta cerimonia della religione di Stato pagana. Lo schema

decorativo dei rilievi si può riassumere in breve così:

- Nella parte più alta (l'"attico") al centro dei lati maggiori compare un'ampia iscrizione, affiancata da coppie di

rilievi dell'epoca di Marco Aurelio, mentre sui lati minori sono collocate lastre pertinenti ad un fregio di

epoca traianea (di cui altre lastre si trovano nel passaggio del fornice maggiore). In corrispondenza delle

sottostanti colonne sono presenti sculture a tutto tondo dei Daci, in marmo pavonazzetto, sempre di età

traianea.

- Al livello inferiore, sui lati principali, sopra i due fornici minori, sono collocate coppie di tondi risalenti

all'epoca di Adriano, un tempo incorniciati da lastre di porfido. Sui lati minori allo stesso livello la serie dei

tondi adrianei è completata con altri due tondi realizzati in epoca costantiniana.

- Al di sotto dei tondi, è presente un lungo fregio a bassorilievo, scolpito sui blocchi in epoca costantiniana,

che prosegue sia sui lati lunghi che su quelli corti.

- Altri bassorilievi si trovano al di sopra degli archi (Vittorie e Fiumi) e sui plinti delle colonne.

I rilievi riutilizzati richiamano le figure dei "buoni imperatori" del II secolo (Traiano, Adriano e Marco Aurelio),

a cui viene così assimilata la figura di Costantino a fini propagandistici: all'imperatore, impegnato a stabilire la

legittimità della sua successione di fronte allo sconfitto Massenzio (tetrarca al pari di Costantino). Massenzio era

stato dopotutto ben voluto a Roma, perché aveva esercitato il suo potere proprio dall'antica capitale, per questo

Costantino si propose ideologicamente come il ripristinatore dell'epoca felice del II secolo d.C.

L'uso di materiale di recupero di monumenti antichi, che divenne abituale a partire proprio da questi anni, è

probabile che fosse dettata, almeno nella scelta di cosa apporre sull'arco, secondo valori più simbolici che

pratici: si presero "citazioni" degli altri imperatori molto amati, le cui teste vennero rilavorate per dare loro le

sembianze di Costantino, che si proponeva quindi come loro diretto erede. Nello scolpire le nuove teste (oggi in

gran parte sostituite nei restauri settecenteschi, con alcune lacune come nei pannelli aureliani) alcune vennero

dotate del nimbus (l'antenato dell'aureola), come mostrano alcune tracce superstiti, a simboleggiare l'enfasi

posta sulla maiestas imperiale (più tardi sarebbe diventato un simbolo di santità cristiana). Può darsi che nei

quattro tondi adrianei con scene di sacrificio le teste raffigurassero anche Licinio o Costanzo Cloro.

I rilievi si dispongono, insieme a quelli appositamente eseguiti all'epoca, in modo simmetrico sulle due facciate

(nord e sud) e sui due lati corti (est ed ovest) dell'arco. Come tipico negli archi romani decorati da rilievi, sulla

facciata esterna (a sud) prevalgono scene di guerra, mentre sulla facciata interna (a nord), rivolta verso la città,

scene di pace.

Sull'arco sono reimpiegate in tutto otto lastre di un unico grande fregio di circa 3 m di altezza con scene di

battaglia, in marmo pentelico (greco): coppie di lastre contigue compongono i quattro pannelli a rilievo,

collocati sulle pareti laterali del fornice centrale e sui lati corti dell'attico. Il fregio raffigurava le gesta

dell'imperatore Traiano durante le campagne di conquista della Dacia (102-107) e forse proveniva dal Foro di

Traiano.

PALAZZO IMPERIALE DI MILANO

Il palazzo imperiale romano di Milano era un'antica struttura costruita al tempo dell'Augusto Massimiano (dopo

il 291 circa) quando fece di Mediolanum la propria capitale dell'Impero romano d'Occidente.

Massimiano abbellì la città con vari monumenti. Una parte considerevole della città (quella occidentale, una

vera e propria città nella città) fu riservata al palazzo imperiale, che era residenza dell'imperatore e della corte, e

che comprendeva palazzi di rappresentanza e amministrativi. Come di consuetudine i palazzi avevano un

accesso diretto al circo, in modo che l'imperatore potesse recarvisi senza uscire per strada.

Il palazzo imperiale romano di Mediolanum, sulla base delle indagini archeologiche, degli indizi topografici e

toponomastici, è da collocarsi tra l'attuale Porta Vercellina e Porta Ticinese, tra il Circo e gli assi viari principali

del decumano massimo (S.Maria alla Porta e S.Maria Fulcorina) ed il cardo massimo (Via Torino). Le

imponenti murature del Palazzo imperiale sono state rinvenute sia in via Brisa, sia in piazza Mentana. È stato,

infine, ipotizzato che al Palazzo fossero, poi, collegati degli impianti termali messi in luce in via S.Maria della

Valle (non molto distante da via Bagnera) nei pressi della chiesa di San Giorgio al Palazzo.

Dell'impianto di via Brisa è possibile riconoscere nelle strutture di fondazione, oggi all'aperto, un impianto

termale che sembra riferirsi al nucleo più a nord del Palazzo, quale settore di rappresentanza, dove

evidentemente l'Augusto riceveva dignitari o principi/re nemici venuti a fargli visita. Si è inoltre ipotizzato che

l'edificio di via Brisa, si affacciasse in origine su un'ampia esedra ad emiciclo, che a sua volta era prospiciente la

via che correva lungo il vicino Circo, ad Ovest.

SAN GIOVANNI IN LATERANO – ROMA

Tra le più grandi cattedrali d’Italia. La Sacrosanta Cattedrale Papale Arcibasilica Romana Maggiore del

Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista al Laterano, Madre e Capo di tutte le Chiese

della Città e del Mondo è la cattedrale della diocesi di Roma.

È la prima delle quattro basiliche papali maggiori e la più antica e importante basilica d'Occidente. Sita sul colle

del Celio, la basilica e il vasto complesso circostante (comprendente il Palazzo Pontificio del Laterano, il

Palazzo dei Canonici, il Pontificio Seminario Romano Maggiore e la Pontificia Università Lateranense) godono

dei privilegi di extraterritorialità riconosciuti dallo Stato italiano alla Santa Sede che pertanto ne ha la piena ed

esclusiva giurisdizione.

La basilica sorse nel IV secolo nella zona allora nota come Horti Laterani, un antico possedimento fondiario

della famiglia dei Laterani confiscato ed entrato a far parte delle proprietà imperiali al tempo di Nerone. Nel 161

Marco Aurelio costruì un palazzo nella zona. Alla fine del II secolo Settimio Severo fece costruire su una parte

del fondo una fortificazione (i Castra Nova equitum singularium); successivamente gli Horti ritornarono di

proprietà della famiglia Laterani.

Il terreno e il palazzo che vi sorgeva pervennero all'imperatore Costantino quando questi sposò nel 307 la sua

seconda moglie, Fausta, figlia dell'ex-imperatore Massimiano e sorella dell'usurpatore Massenzio. La residenza

era dunque nota, a quell'epoca, con il nome di Domus Faustae e Costantino ne disponeva come proprietà

personale quando vinse Massenzio alla battaglia di Ponte Milvio, nel 312.

La tradizione cristiana aulica fa risalire la vittoria a una visione premonitrice che nel motto In hoc signo vinces

avrebbe spinto l'Imperatore a dipingere il simbolo cristiano della croce sugli scudi dei propri soldati. Vittorioso,

Costantino avrebbe donato, in segno di gratitudine a Cristo, gli antichi terreni e la residenza dei Laterani al

vescovo di Roma, in una data incerta, ma associabile al papato di Milziade (310-314). Sul luogo degli antichi

castra venne edificata dunque la primitiva basilica, consacrata da Milziade al Redentore, all'indomani

dell'editto di Milano dell'anno 313 che legalizzava il Cristianesimo. Nella domus, divenuta sede papale, si tenne

in quello stesso anno il concilio con cui venne dichiarato eresia il donatismo.

La dedicazione ufficiale della basilica al Santissimo Salvatore fu compiuta però da papa Silvestro I nel 324, che

dichiarò la chiesa e l'annesso Palazzo del Laterano Domus Dei ("casa di Dio").

L'originale basilica era nota, per il suo splendore e per la sua importanza, con il nome di Basilica Aurea ed era

oggetto di continue e importanti donazioni da parte degli imperatori, dei papi e di altri benefattori, testimoniate

nel Liber Pontificalis. L'edificio era orientato secondo la direttrice est-ovest tipica delle basiliche paleocristiane,

con la facciata rivolta a oriente, cioè verso l'alba, e l'abside con l'altare rivolti a occidente, cioè verso il

tramonto.

La primitiva basilica aveva una forma oblunga e disponeva di cinque navate fortemente digradanti in altezza,

divise da colonne: la navata centrale era la più larga e più alta e si elevava sopra delle altre permettendo di aprire

luminose finestre nel cleristorio. Il soffitto era coperto a capriate, che probabilmente dovevano essere a vista.

Opposta alla facciata era presente un'unica abside dove venne posta la cattedra vescovile, in analogia con le

tribune allestite per le sedute solenni nelle basiliche civili. In fondo alle navate esisteva una navatella

trasversale, il primitivo transetto, nella quale prendevano posto durante la celebrazione il vescovo, sedendo in

centro, su un seggio rialzato, affiancato dai sacerdoti, disposti ai lati. Tra le navate e il transetto due possenti

colonne sostenevano un grande arco detto arco trionfale.

Tra la navata e la parte destinata all'altare venne posto il fastigium una grande struttura su quattro colonne che fu

l'antecedente di tutte le strutture simili (pergule, tramezzi, iconostasi, pontili, jubé) che in seguito

caratterizzarono le chiese sia in occidente sia in oriente. Le colonne in metallo dorato sorreggevano un frontone

con statue d'argento e lampade d'oro, come descritto nel Liber Pontificalis. Verso il centro della navata si

disponeva il lettore dei testi sacri, che doveva disporre di una struttura rialzata.

Già colpita nel 410 dal Sacco di Roma dei Visigoti di Alarico, nel 455 la basilica venne nuovamente

saccheggiata dai Vandali di Genserico, che la privarono di tutti i suoi tesori. La chiesa venne però restaurata e

riportata al suo originario splendore da papa Leone Magno attorno al 460, venendo poi ulteriormente arricchita

sotto il successore Ilario, il quale vi aggiunse tre oratori. In totale la basilica venne dunque a essere circondata

da sette oratori, in seguito parzialmente inglobati nell'edificio, da cui nacque in seguito la tradizione di dotare le

chiese di sette altari.

Poche tracce rimanenti degli edifici originali possono tuttora essere identificate nelle Mura aureliane, fuori Porta

San Giovanni e una grande parete decorata con pitture fu trovata nel XVIII secolo all'interno della basilica

stessa, dietro la cappella Lancellotti.

AULE TEODORIANE – BASILICA DI SANTA MARIA ASSUNTA – DI AQUILEIA

Fondati nel 313 dal vescovo Teodoro con il diretto appoggio dell'imperatore Costantino, gli edifici noti come

aule teodoriane (i cui resti sono ancora visitabili nella navata dell'edificio attuale e sotto le fondamenta del

campanile) costituiscono probabilmente il primo complesso pubblico di culto per i cristiani.

Le aule poggiavano su edifici romani (probabilmente vasti granai romani che di certo sorgevano nell'area presso

la basilica), di cui presumibilmente vennero riutilizzate le mura perimetrali.

Le due aule parallele (entrambe di circa 37x20 m) erano collegate tra loro da un vestibolo di 29x13 m, accanto

al quale si trovava il primo battistero. Entrambe le aule erano prive di abside, con sei colonne che sostenevano

un soffitto a cassettoni riccamente decorato e una pavimentazione costituita da uno straordinario complesso

musivo.

L'aula nord costituiva probabilmente la chiesa vera e propria, mentre quella sud (posta dove sorge l'attuale

basilica) era un luogo in cui i battezzati ricevevano l'istruzione cristiana e si preparavano all'ingresso nella

comunità.

La successiva fase della basilica risale alla metà del IV secolo, al tempo del vescovo Fortunaziano, con

l'ampliamento dell'aula nord (73x31 m) e la creazione di nuove sale. La grande basilica, divisa in tre navate da

ventotto colonne e priva di abside era collegata, attraverso il battistero, al catecumeneo e preceduta da un ampio

atrio (secondo uno schema riscontrabile anche nel contemporaneo complesso di Treviri).

Al vescovo Cromazio (388-407) si deve invece l'ampliamento dell'aula sud sino a 65x29 m (con la costruzione

dell'attuale facciata) e la costruzione di nuovi edifici, incluso l'attuale battistero. In questi anni si colloca il

periodo di massimo splendore del patriarcato di Aquileia (della stessa epoca è il grande complesso di

Monastero, sede di una numerosa comunità monastica femminile).

La basilica di Massenzio, edificata a partire dall'811, riutilizza l'aula sud del vecchio complesso, con l'aggiunta

di un breve transetto e la costruzione della cosiddetta chiesa dei Pagani tra la basilica ed il battistero.

 Mosaici

Le raffigurazioni principali del pavimento possono essere suddivise in quattro campate, partendo dall'entrata.

Nella prima compaiono vari ritratti di donatori, nodi ad ellissi incrociate detti di Salomone ed animali, nonché

l'inserzione più tarda di un pannello con la lotta tra il gallo e la tartaruga, contesa simbolica tra il bene ed il

male, presente anche nella Cripta degli scavi.

Nella seconda campata sono di particolare interesse i ritratti sia maschili che femminili racchiusi in medaglioni

clipeati, tra i quali vi sono anche le raffigurazioni delle stagioni. In questi ritratti assume un valore specifico la

linea in tessere nere, che accentua appositamente colori e lineamenti, ed il contrasto delle tinte usate nei volti e

nelle vesti. Secondo alcuni studiosi è possibile che nei principali ritratti siano da riconoscersi le effigi

dell'imperatore Costantino e di altri membri della famiglia imperiale, tra cui la madre Elena e, tra i giovani, i

quattro figli di Costantino stesso. L'Imperatore romano giunse più volte ad Aquileia tra il 313 ed il 333 d.C.; di

conseguenza, la città ottenne benefici e generosi finanziamenti. Sempre nella seconda campata è rappresentato

Gesù come Buon Pastore in un atteggiamento mediato dalla classicità pagana, con la pecora sulle spalle,

esattamente come il dio Mercurio del mondo greco-romano. Intorno, in riquadri ottagonali, vi sono pesci, un

cervo, una gazzella, vari uccelli posti su rami e cicogne.

Nella terza campata, dove a suo tempo si trovava l'altare, nel riquadro centrale si vede la scena allegorica di

Vittoria alata con corona e palma. Il significato è di notevole importanza per la primitiva chiesa cristiana, che

usciva vincitrice e di fatto diventava, dopo l'editto di Costantino, la principale religione dell'Impero romano.

Infine la quarta campata, che conclude il ciclo delle raffigurazioni, è costituita da un unico mirabile tappeto

musivo, che rappresenta un mare pescoso, con la storia di Giona, profeta ebraico, inviato da Dio per predicare

nella città di Ninive in Mesopotamia. Giona si era opposto ed era fuggito su una nave di Fenici; gettato in mare

dai marinai e poi inghiottito da un mostro marino, venne poi sputato dallo stesso mostro sui lidi della Palestina.

La vicenda di Giona è un motivo ricorrente nell'arte paleocristiana, perché strettamente connesso con la

risurrezione dei morti. Le immagini più interessanti sono:

Giona con le braccia alzate in atto di preghiera invoca Dio per salvare la nave e l'equipaggio dalla tempesta;

Giona tra le fauci del mostro marino, qui raffigurato come pistrice, animale fantastico della mitologia greco-

romana;

Giona viene sputato dal mostro;

Giona si riposa sotto un pergolato di viticci di zucca.

Tutto intorno, tra linee che indicano le onde marine, svariati pesci, polipi, molluschi ed anche anatre.

Quasi al centro del tappeto marino si vede l'epigrafe riferita al vescovo Teodoro, posta a compimento del

mosaico, dopo la scomparsa di Teodoro stesso. Sull'epigrafe si può leggere:

« O Teodoro felice, con l'aiuto di Dio onnipotente e del gregge a te affidato dal cielo, hai fatto tutto

sontuosamente e le hai dedicate gloriosamente »

Numerose altre immagini e allegorie cristiane sono presenti sui mosaici: il "pesce", cioè "Gesù Cristo Salvatore

figlio di Dio"; la pesca; l'uva; gli uccelli; la lotta tra il gallo e la tartaruga. Il gallo, che canta all'alba al sorgere

del sole, è ritenuto simbolo della luce di Cristo. La tartaruga è simbolo del male, del peccato a causa

dell'etimologia del termine che è dal greco tartarukos, "abitante del Tartaro". Frequenti sono pure le

raffigurazioni del già citato nodo di Salomone, simbolo di unione fra l'uomo e la sfera del divino.

AULA PALATINA – TREVIRI

La basilica palatina di Costantino, anche conosciuta col nome di Aula palatina è una basilica palatina romana

che si trova ad Augusta Treverorum (oggi Treviri, in Germania). All'epoca in cui fu costruita (IV secolo) era la

più vasta basilica ad unica aula coperta ed è anche l'unica del genere ad essere pervenuta integra fino ai giorni

nostri.

La basilica venne fatta costruire dall'imperatore romano Costantino I all'inizio del IV secolo ed inizialmente era

destinata a fungere da sala del trono. La grandezza e lo splendore della costruzione dovevano testimoniare il

potere dell'autorità imperiale nella travagliata regione germanica.

Non si conoscono le date di edificazione esatte, ma si è scoperto da scavi archeologici che le fondamenta

vennero costruite su edifici preesistenti (forse la sede del procuratore imperiale), e che l'aula non si trovava

isolata come lo è adesso, anzi faceva parte del quartiere del palazzo imperiale, con numerosi altri edifici.

Una novità fu la decorazione esterna con una serie di alte arcate cieche, nelle quali si aprono due livelli di

finestrato. Questo motivo, che rompe con la tradizione delle pareti lisce, è presente sulle due pareti laterali e

sull'abside. Vicino alle finestre si trovano anche tracce di decorazioni a stucco originarie. Anticamente vi

correvano intorno due ballatoi, che spezzavano il ritmo ascensionale delle lesene. Attorno all'edificio si

trovavano due bassi peristili a "U", che abbracciavano simmetricamente i lati dell'edificio.

Attraverso un nartece disposto trasversalmente (forse dotato di abside) si accedeva all'interno, a navata unica. La

sala vera e propria misurava 200x100 piedi romani, ovvero 58x29 metri, illuminata dalla doppia fila di finestre

ad arco e terminata dall'abside semicircolare dove riprendeva la stessa doppia fila di finestre, anche se queste

ultime hanno un'altezza e dimensione diverse, per via di raffinate correzioni ottiche. L'abside è inquadrata da un

poderoso arco trionfale, sul quale ha inizio una serie di nicchie semicircolari che proseguono lungo l'abside.

L'interno era decorato da marmi preziosi e da statue nelle nicchie. La spazialità nell'insieme è movimentata dalle

finestre e dalle nicchie, ma nel complesso prevale la sensazione del grandioso volume interno, poderoso e

immoto, con precisi rapporti di equilibrio.

Sia il pavimento che le pareti avevano un sistema di riscaldamento a ipocausti: sotto al pavimento, composto da

due livelli, esistevano quattro fornaci, dalle quali l'aria calda correva in un sistema di tubature nella muratura.

ANASTASIS

Santo sepolcro di Gerusalemme. La basilica del Santo Sepolcro, chiamata anche la chiesa della Resurrezione

(Anastasis in greco), è una chiesa cristiana di Gerusalemme, costruita sul luogo che la tradizione indica come

quello della crocifissione, unzione, sepoltura e resurrezione di Gesù.

Attualmente è ricompresa all'interno delle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, al termine della Via

Dolorosa, e ingloba sia quella che è ritenuta la «collina del Golgota», luogo della crocifissione, sia il sepolcro

scavato nella roccia, dove il Nuovo Testamento riferisce che Gesù fu sepolto.

La chiesa del Santo Sepolcro è una delle mete principali e irrinunciabili dei pellegrini che visitano la Terra

Santa, insieme alla Basilica dell'Annunciazione di Nazaret e alla Basilica della Natività di Betlemme. Ma, a

differenza di queste ultime, il Santo Sepolcro è l'unico luogo della cui esistenza si possiedono prove

archeologiche risalenti ad appena un centinaio d'anni dopo la morte di Gesù.

Il luogo del Santo sepolcro, originariamente la tomba vuota di Gesù, fu sempre oggetto di venerazione da parte

dei cristiani. La prova archeologica della sua esistenza risale al II secolo, ed è inconfutabile poiché viene da

fonte non cristiana.

Nel 135 l'esercito romano represse la lunga rivolta di Bar Kokhba (132–135). Per punire gli ebrei, l'imperatore

Adriano ordinò la distruzione di Gerusalemme, facendo radere al suolo anche i luoghi più sacri per gli ebrei.

Gerusalemme fu ricostruita come Aelia Capitolina, mentre sui luoghi sacri vennero eretti templi pagani. Uno

solo di questi fu costruito fuori dalle mura della città, in mezzo a un cimitero. Dal momento che mai un ebreo si

sarebbe recato a pregare in una zona funeraria, il luogo non poteva che essere, dunque, il punto principale di

ritrovo per i cristiani, cioè il luogo dove essi si ritrovavano per fare memoria di Gesù.

I romani ricoprirono il sito di terra; sopra vi fu edificato un Tempio dedicato a Venere.

Al Concilio di Nicea del 325, il vescovo di Gerusalemme, Macario, invitò l'imperatore Costantino a distruggere

i templi pagani nella Città Santa. Costantino ordinò che il luogo sacro venisse riportato alla luce (325-326) e

ordinò a Macario di costruire una chiesa su quel luogo. Venne costruita così la Basilica costantiniana.

Socrate Scolastico (nato nel 380), nella sua Storia Ecclesiastica dà una descrizione completa della scoperta che

enfatizza il ruolo esercitato negli scavi e nella costruzione del nuovo tempio dalla madre di Costantino I, Elena,

alla quale è attribuita anche la riscoperta della Vera croce.

La basilica di Costantino fu costruita attorno alla collina della crocifissione, ed era in realtà composta da tre

edifici collegati fra di loro e costruiti sopra tre differenti luoghi santi:

- una grande basilica (il martyrium; la più antica testimonianza su di esso si deve alla pellegrina cristiana

Egeria, che visitò l'area negli anni 380),

- un atrio chiuso colonnato (il triportico) costruito attorno alla tradizionale roccia del Calvario,

- una chiesa rotonda, chiamata Anástasis ("resurrezione"), che conteneva i resti della grotta che Elena e

Macario avevano identificato come luogo di sepoltura di Gesù.

L'anastasis e il martyrium vennero inaugurati il 14 settembre del 335, in occasione della festa dell'Esaltazione

della Croce. La roccia circostante venne scavata e la tomba venne inglobata in una struttura chiamata edicola (in

latino aediculum, piccolo edificio) o kouvoulkion (in greco, sacrario) al centro della rotonda. La cupola della

rotonda venne completata alla fine del IV secolo, sostituendo un deambulatorio che anticamente circondava il

Sepolcro.

COMPLESSO DI SANTA AGNESE – ROMA

Il complesso di Sant'Agnese fuori le mura sorge a Roma. Si parla di "complesso" in quanto il sito riunisce un

articolato ed ampio insieme di edifici cristiani di origine assai antica, ma costruiti e rimaneggiati in tempi

diversi:

- la catacomba di Sant'Agnese; necropoli romana del II secolo, con mausolei e colombari. Nel tempo vi

avevano trovato posto anche morti cristiani, in un settore di tombe ipogee: per questo la martire Agnese

venne sepolta in quel luogo, in prediolo suo, a quanto recita la tradizione, cioè in un terreno della sua

famiglia. La necropoli pagana, i cui terreni erano venuti in proprietà dell'imperatore, fu distrutta nel IV secolo

per fare spazio alla basilica costantiniana. Le catacombe cristiane, invece, vennero preservate e anzi, divenuto

il cristianesimo religione di Stato, divennero uno dei centri del culto dei martiri cristiani e delle relative

reliquie. La regione più antica delle catacombe cristiane (regio I, nella quale era collocata la tomba di

Agnese) fu scavata nel III secolo sul fianco della collina dove ora discende la via di Sant'Agnese, e si mostra

non particolarmente affollata. Nel IV secolo, crescendo il numero dei cristiani ed il loro desiderio di essere

sepolti il più vicino possibile a tombe di martiri, le tombe si infittirono e le catacombe si estesero alle

dimensioni oggi note.

- la basilica costantiniana (IV secolo), di cui oggi restano i ruderi con possenti mura; con San Giovanni in

Laterano e Santa Croce in Gerusalemme, quella di santa Costanza è una delle tre basiliche costantiniane, cioè

fatte costruire dalla famiglia imperiale in Roma. Non a caso, tali edifici furono eretti fuori le mura o sul loro

limitare, e su terreni di proprietà della famiglia imperiale. Dopo l'editto di Milano del 313 la politica di

cristianizzazione dell'impero procedette infatti non senza prudenza: non era interesse della casa imperiale

andare a scontri frontali con l'aristocrazia romana, ancora in gran parte seguace delle divinità tradizionali

anche se nel popolo il culto cristiano trovava diffusione crescente. La basilica lateranense e quella Sessoriana

avevano carattere esplicitamente cultuale, mentre quella di sant'Agnese, fatta edificare da Costanza (o

Costantina), figlia dell'imperatore, aveva una destinazione cimiteriale. Cimitero per cristiani, costruito in

luogo del precedente sepolcreto pagano presso la tomba della martire a cui pare che la principessa fosse

devota, la grande aula di cui sopravvivono i resti, ebbe il nome di basilica piuttosto per indicare uno spazio

destinato al pubblico che al culto, che all'epoca si svolgeva ancora soprattutto nelle domus ecclesiae.

Costruita a metà del IV secolo, secondo la testimonianza del Liber Pontificalis la basilica fu restaurata da

papa Simmaco all'inizio del VI secolo e probabilmente abbandonata già nel VII, quando papa Onorio I fece

costruire la chiesa sul sepolcro di Agnese.

- il mausoleo di Santa Costanza fu fatto erigere dalla figlia dell'imperatore Costantino (che in realtà si

chiamava Costantina; il nome Costanza e l'appellativo di santa provengono da confusioni successive) a metà

del IV secolo. La santificazione del nome, come in altri casi di edifici di origine e concezione romana

acquisiti dai cristiani nei primi secoli, ebbe come risultato la conservazione della struttura. La costruzione era

posta a fianco della basilica, con la cui navata sinistra era collegata. Si caratterizza per la pianta circolare, che

era frequentemente usata nei ninfei e in edifici termali, e che divenne caratteristica, nell'architettura

paleocristiana ed oltre, dei battisteri. Il vano centrale, coperto da una cupola, è circondato da un ambulacro

coperto da una volta a botte; un giro di colonne separa i due spazi, e 12 grandi finestre illuminano l'ambiente

centrale. A fronte della grande semplicità della struttura, la decorazione interna in mosaico era ricchissima.

Per le rappresentazioni di vendemmia e il sarcofago imperiale di porfido rosso che conteneva (ora ai Musei

Vaticani), il mausoleo fu interpretato come "tempio di Bacco".

- la basilica onoriana (VII secolo), ossia l'attuale basilica sulla via Nomentana, con l'annesso monastero.

L'attuale basilica di Sant'Agnese fuori le mura fu fatta costruire da papa Onorio I nella prima metà del VII

secolo al posto della ormai fatiscente basilica costantiniana (IV secolo). Mentre questa era costruita nei pressi

della tomba della martire Agnese, venerata nelle sottostanti catacombe, papa Onorio edificò la nuova basilica

direttamente sopra la tomba martiriale, ove in precedenza, fin dai tempi del grande imperatore, esisteva un

sacello cosiddetto ad corpus (ossia edificato sopra la tomba della martire cristiana, ed in parte seminterrato).

Papa Onorio realizzò una basilica semi-ipogea: l'accesso (oggi murato e visibile nella parte alta dell'attuale

facciata) introduceva direttamente sul matroneo e da qui si scendeva in basilica, il cui pavimento era al livello

della tomba della martire Agnese. Nel catino absidale vi è l'opera più preziosa e più antica dell'intera basilica:

un mosaico raffigurante Sant'Agnese e i papi Simmaco ed Onorio risalente al 625-638, che presenta le tre

figure isolate, altamente simboliche e immateriali, circondate da un abbagliante fondo oro, tipico esempio

dell'influenza bizantina nell'ambiente romano dell'epoca.

VILLA DEL CASALE

La villa del Casale è un edificio abitativo tardo antico, popolarmente definito villa nonostante non abbia i

caratteri della villa romana extraurbana quanto piuttosto del palazzo urbano nobiliare o imperiale, i cui resti

sono situati a circa quattro chilometri da Piazza Armerina, in Sicilia. Nei famosi mosaici della villa lavorarono

maestranze africane (e forse anche romane, come testimoniano alcuni motivi di derivazione sicuramente urbana)

per un insieme di circa 3500 m². Gli esami sulle murature hanno datato la villa e i mosaici stessi a una

successione di tempi che va all'incirca dal 320 al 370.

Tra i resti della villa si individuano quattro nuclei separati, posti sul declivio collinare e in leggera ascensione,

ciascuno di diverso orientamento assiale, ma strettamente connessi tra loro:

- ingresso monumentale a tre arcate con cortile a ferro di cavallo (ambienti 1-2); l'accesso alla residenza

avveniva attraverso un passaggio a tre archi, decorato da fontane e da pitture di carattere militare, che

richiama da vicino un arco trionfale. Da qui si poteva accedere al complesso termale e al complesso

residenziale. Il cortile a ferro di cavallo è circondato da colonne in marmo con capitelli ionici, al centro sono i

resti di una fontana quadrata. Dell'originaria pavimentazione si conserva lungo il lato nord del cortile un

lacerto di mosaico bicromo con decorazione a motivi vegetali e squame. Sul lato occidentale del cortile si

trovava una latrina. Dall'ingresso alcuni gradini conducono al vestibolo: al centro di un pavimento

geometrico è inserita una scena parzialmente conservata di adventus (ingresso cerimoniale) su due registri.

Nel registro superiore un uomo con corona di foglie sul capo e candelabro nella mano destra, fiancheggiato

da due giovani con ramoscelli in mano, sembra attendere l'arrivo di un ospite importante. Nel registro

inferiore alcuni giovanetti recitano o cantano con dittici aperti nelle mani. Gli studiosi vi hanno visto una

scena religiosa oppure un solenne benvenuto (salutatio) per l'ingresso del proprietario – di certo una

personalità di rilievo – nella sua casa.

- corpo centrale della villa, organizzato intorno ad una corte a peristilio quadrangolare, dotata di giardino con

vasca mistilinea al centro (ambienti 8-39); dal vestibolo si accede al peristilio: il mosaico presenta qui una

serie di ghirlande d'alloro includenti teste di animali di molte specie diverse (felini, antilopi, tori, capri

selvatici, cavalli, onagri, cervi, arieti, un elefante e uno struzzo). L'orientamento delle teste cambia in due

punti: in corrispondenza dell'ingresso dal vestibolo, e ai piedi della scala d'accesso al complesso della sala

absidata sul lato orientale. Questo cambiamento aveva probabilmente la funzione di enfatizzare i due itinerari

percorribili all'interno dell'edificio: quello privato, a sinistra dell'entrata, che conduceva alle stanze del lato

settentrionale, e quello pubblico, verso la sala absidata sul lato est e il nucleo del triclinio con peristilio

ovoidale. Al centro del peristilio si trovava una grande fontana: due vasche semicircolari con il lato curvo

rivolto simmetricamente al centro inquadravano una vasca di forma rettangolare allungata, che con due archi

sui lati maggiori delineavano una circonferenza centrale. In asse con il vestibolo, appena oltre il porticato del

peristilio, si trova un piccolo vano absidato, il "Sacello dei Lari", inquadrato da due colonne del peristilio e

con pavimento a mosaico geometrico. Il motivo presenta due quadrati intersecati, ornati da una treccia

semplice, che formano una losanga con foglia di edera al centro. La foglia di edera, simbolo dionisiaco e

motivo decorativo d'ascendenza sasanide, ricorre frequentemente in numerosi pavimenti della villa.

- grande trichora preceduta da un peristilio ovoidale circondato a sua volta da un altro gruppo di vani

(ambienti 47-55). Sia dal corridoio della '"Grande Caccia" e dall'appartamento padronale, sia dall'angolo sud-

occidentale del grande peristilio quadrangolare si accedeva ad un complesso unitario, costituito da un

peristilio a pilastri a pianta ovale tagliato ad una estremità da una sala con tre absidi (trichora). Sui due lati

del peristilio si affacciano gruppi di tre ambienti, con quelli laterali accessibili dal vano centrale, mentre sul

lato opposto alla sala con tre absidi, è presente un ninfeo (fontana) absidato. Si trattava probabilmente di un

triclinio monumentale adibito ai banchetti di rappresentanza. Il portico del peristilio era pavimentato con un

mosaico di girali d'acanto animate con busti di animali. Gli ambienti sui lati del peristilio sono decorati con

un mosaico di Eroti, nuovamente impegnati in attività di pesca (Eroti pescatori) nei vani meridionali, mentre

in quelli settentrionali sono, invece, impegnati nella vendemmia (Eroti vendemmianti): davanti ad una villa

rurale, due Eroti portano ceste piene di grappoli ai loro compagni intenti alla pigiatura dell'uva. Il pavimento

del contiguo ambiente laterale è interamente ricoperto da girali di tralci, grappoli e figurine di Eroti; al centro

si trova un medaglione con busto di figura maschile (forse personificazione dell'Autunno). Il mosaico di

questo vano ricorda molto da vicino quello con lo stesso soggetto della volta del corridoio anulare del

mausoleo di Costantina a Roma (attuale chiesa di Santa Costanza), eseguito pochi anni più tardi. Lo schema,

che ornava anche lo stesso sarcofago porfiretico della principessa figlia di Costantino, è molto diffuso nelle

regioni del Mar Mediterraneo orientale, dove permane fino all'avanzato VI secolo nei pavimenti delle chiese

giordane. La sala con tre absidi, una sala da pranzo (coenatio) invernale per i banchetti, era accessibile dal

peristilio mediante quattro gradini, tramite un ingresso con colonne in granito. Il mosaico del vano centrale,

non interamente conservato, raffigura le fatiche di Ercole. Nell'abside settentrionale (a sinistra) è raffigurato il

trionfo di Ercole accolto nell'Olimpo, in quella meridionale (a destra) il mito della nascita della vite con

Licurgo e Ambrosia, e in quella di fondo, ad est, una lotta di Ercole e dei Giganti. I passaggi verso le absidi

ospitavano scene delle metamorfosi, di cui rimangono quelle di Dafne in alloro, di Ciparisso in cipresso, di

Esione o di Andromeda e di Endimione in stelle. Il complesso delle figurazioni si riferisce all'apoteosi

eroica del semidio, che viene trasformato in dio in seguito alle sue imprese, un motivo spesso ripreso nella

propaganda imperiale come allusione alla divinizzazione dell'imperatore.

- complesso termale, con accesso dall'angolo nord-occidentale del peristilio quadrangolare (ambienti 40-46).

Direttamente dall'ingresso monumentale della villa si accedeva ad un complesso termale, che poteva dunque

essere frequentato anche da estranei e che ripete l'orientamento di un precedente edificio termale. Il primo

vano, dotato di banchine, e probabilmente utilizzato come spogliatoio (apodyterium) è decorato con un

mosaico pavimentale che raffigura la padrona di casa con i due figli fiancheggiata da ancelle. Da qui si passa

ad un atrio "a forcipe" (terminante in absidi alle due estremità) e decorato con il mosaico del Circo. Vi è

rappresentato il Circo Massimo di Roma, ricco di dettagli, con in corso una gara di quadrighe vinta dalla

fazione Prasina o dei "verdi". Questo corridoio era probabilmente utilizzato per gli esercizi ginnici al coperto.

Segue la tradizionale sequenza di ambienti termali romani, con frigidarium, tepidarium e calidarium.

Il frigidarium, una sala ottagonale con sei nicchie absidate sulle pareti, due delle quali utilizzate per gli

ingressi. A sud un piccolo vano quadrangolare con tre profonde nicchie-absidi e due sale-piscina (natationes):

a nord una piscina absidata a pianta basilicale e a sud una tricora. Il mosaico del vano centrale raffigura

ancora una scena di Eroti pescatori con figure di Nereidi, Tritoni e cavalli marini, la cui composizione si

adegua alla forma ottagonale dell'ambiente. Nelle nicchie absidate, utilizzate forse come spogliatoi, è

raffigurata la mutatio vestis (personaggi che si svestono o rivestono, aiutati da schiavi). Le pareti erano

rivestite di marmo. Segue un piccolo ambiente usato probabilmente per le frizioni, con un mosaico

raffigurante un massaggio (alepterion), da cui si accede ad una sala allungata con absidi alle estremità che

doveva essere il tepidarium, decorata con un mosaico raffigurante i giochi dello stadio (lampadedromia),

scarsamente conservato. Su uno dei lati lunghi si aprono tre ambienti riscaldati (due absidati e uno con vasca)

che dovevano costituire i calidaria.

Molte delle sale della residenza presentano il pavimento con mosaici figurati in tessere colorate. Le differenze

stilistiche fra i mosaici dei diversi nuclei sono molto evidenti. Questo, tuttavia, non indica necessariamente

un'esecuzione in tempi diversi, ma probabilmente maestranze differenti, che utilizzarono vari “album di

modelli”.

Ognuno dei quattro nuclei della villa è disposto secondo un proprio asse direzionale. Tuttavia tutti gli assi

convergono al centro della vasca del peristilio quadrangolare. Nonostante le apparenti asimmetrie planimetriche,

la villa sarebbe dunque il frutto di un progetto organico e unitario che, partendo dai modelli correnti nell'edilizia

privata del tempo (villa a peristilio con aula absidata e sala tricora), vi introdusse una serie di variazioni in grado

di conferire originalità e straordinaria monumentalità all'intero complesso. L'unità della costruzione è

testimoniata anche dalla funzionalità dei percorsi interni e della suddivisione tra parti pubbliche e private.

La funzione delle sale è quasi sempre suggerita da allusioni nei mosaici pavimentali. La divisione in tre nuclei

distinti, anche dal punto di vista degli assi, e materialmente divisi consentiva usi separati, senza il rischio di

confusioni o indiscrezioni. La successione vestibolo-corte-nartece-aula absidata, già in uso durante l'architettura

aulica del basso Impero (come la basilica Palatina di Costantino a Treviri), con una notevole intercambiabilità

verrà ripresa come impianto delle basiliche cristiane (antica basilica di San Pietro in Vaticano) e, più tardi, delle

moschee arabe.

- Altri mosaici. La successiva sala che si apre sul lato settentrionale del peristilio, forse una sala da pranzo

(coenatio) invernale, di maggiori dimensioni delle altre e con l'ingresso preceduto da due colonne, conserva il

mosaico pavimentale della "Piccola caccia". Sono raffigurate dodici scene disposte su quattro registri; nel

primo registro dall'alto, un cacciatore e i suoi cani all'inseguimento di una volpe; nel secondo registro, un

sacrificio a Diana, tra due uomini che portano sulle spalle un cinghiale legato e un terzo che porta una lepre;

nel terzo registro, due uomini che spiano alcuni volatili sulle foglie di un albero, una vasta scena con il

banchetto del proprietario con i suoi attendenti nel bosco, un cacciatore in atto di colpire una lepre col

venabulum; nel quarto registro la cattura di tre cervi con una rete e il drammatico abbattimento di un

cinghiale che ha ferito un uomo in una palude. Sono degne di nota le figure dei due servi nascosti dietro la

roccia: uno prova a colpire la bestia con un sasso, l'altro si tocca la fronte impaurito.

Quelle rappresentate sono vere e proprie scene di caccia (venatio), che dovevano far parte della vita quotidiana

del padrone della villa. Il sacrificio a Diana, propiziatorio del buon esito della caccia, richiama da vicino uno dei

tondi adrianei dell'arco di Costantino col medesimo soggetto. Le scene di caccia derivano dal repertorio tipico di

tutta l'area dell'Occidente Mediterraneo, e si dispongono intorno ai due episodi centrali del sacrificio e del

banchetto con ordine e simmetria. Lo schema compositivo sembra derivare dal repertorio nordafricano e

richiamano per lo stile i mosaici nella "Casa dei Cavalli" di Cartagine e, per le caratteristiche compositivo-

iconografiche, quelli in una villa di Ippona: è possibile che le maestranze provenissero dall'Africa Proconsolare

e in particolare dalla stessa Cartagine.

- Corridoio della "Grande Caccia". Dal lato di fondo orientale del peristilio si accede al corridoio sopraelevato

della "Grande Caccia" (65,93 m di lunghezza e 5 m di larghezza), con le estremità absidate. Su questo

corridoio, elemento di raccordo e separazione tra parte pubblica e privata, si aprivano la grande sala absidata

di rappresentanza e gli appartamenti padronali. L'importanza era sottolineata dal portico che si apre nella sua

parte centrale verso il peristilio e dalla leggera soprelevazione: vi accedevano due scale dai bracci nord e sud

del peristilio, e una terza centrale, di fronte all'ingresso della grande sala absidata. A dispetto del nome con

cui è conosciuto, il soggetto del mosaico pavimentale rappresenta una grande battuta di cattura, non caccia, di

bestie selvatiche per i giochi dell'anfiteatro a Roma: nessun animale viene infatti abbattuto e i cacciatori

usano le armi solo per difendersi. Le caratteristiche tecniche, unite all'analisi delle cesure evidenti sullo

sfondo del mosaico, hanno consentito di individuare 7 scene, eseguite da due gruppi distinti di mosaicisti. Le

prime tre scene sono realizzate con tessere quadrate di piccole dimensioni (5–6 mm), di forma molto

regolare, e con una certa quantità di faience; sono impiegate poche scaglie di pietra, e ci sono circa

venticinque colori diversi. Le scene restanti, nella metà sud del corridoio, sono realizzate con tessere un po'

grandi (6–8 mm), scaglie di pietra più frequenti e minor precisione nei dettagli; sono presenti quindici colori.

La differenza stilistica fra le due parti del corridoio è assai evidente. Mentre nella metà sud le figure sono

secche, schematiche e prive di volume, quelle della metà nord spiccano per la resa plastica e naturalistica dei

corpi delle belve e per i volumi dei panneggi in libero movimento. È possibile che la parte meridionale del

corridoio sia opera di maestranze più conservatrici, fedeli ai canoni stilistici del III secolo e ai modelli del

linguaggio figurativo occidentale, mentre nella parte settentrionale avrebbero lavorato mosaicisti più innovatori

e più vicini alla cultura figurativa del IV secolo, che avevano assorbito modelli elaborati in Grecia o in Asia

Minore e ancora vicini alla tradizione ellenistica. L'insieme rappresenta quindi una sorta di compendio su come

catturare ogni singola belva, ambientato in due continenti diversi e ad uso e consumo di un dux di una provincia

(i duces avevano infatti l'incarico di procurare le fiere per il circo), forse il proprietario stesso che è

probabilmente l'uomo maturo rappresentato nel continente di destra in atto di sovrintendere alla cattura con due

soldati. La struttura del mosaico è simmetrica, ma la zona destra è più sviluppata, sia perché le terre che

rappresenta sono più vaste (a giudicare dagli animali arrivano a includere zone nilotiche e arabiche), sia perché

venga collocato in posizione centrale il personaggio chiave del dominus coi soldati.

- Immediatamente contigui alle scale che portano al corridoio della "Grande Caccia" si aprono sul portico

meridionale del grande peristilio due ambienti di servizio, in origine pavimentati con motivi geometrici. In

un più tardo rifacimento l'ambiente più interno fu decorato con un mosaico noto come quello delle Fanciulle

in bikini, in cui su due registri si dispongono dieci fanciulle impegnate in esercizi atletici. Un ambiente

doppio, forse un cubicolo invernale, è decorato da un mosaico raffigurante un tetimimo.

CALENDARIO DEL 354

Il Cronografo del 354 (Chronographus anni 354) è un calendario illustrato per l'anno 354, accompagnato da altri

testi e illustrazioni, opera del calligrafo Furio Dionisio Filocalo, il cui nome è riportato nella dedica sulla prima

pagina del codice, offerto ad un aristocratico romano di fede cristiana di nome Valentino. Secondo gli studiosi il

Cronografo contiene documenti risalenti almeno al 336. La rilevanza storica del Cronografo deriva anche dal

fatto che in esso è contenuta la prima attestazione circa la celebrazione della festa del Natale il 25 dicembre del

Comprende:

336.

I - Dedica a Valentino

II - Le quattro città (raffigurazioni della Tyche (personificazione della "fortuna" della città) di Roma,

Alessandria d'Egitto Costantinopoli e Treviri).

III - Dedica imperiale e lista dei Natales Caesarum, giorni di nascita degli imperatori.

IV - I sette pianeti (allora conosciuti) con le loro leggende.

V - Effectus XII Signorum, i dodici segni dello Zodiaco.

VI - Calendario con testi e illustrazioni per i dodici mesi

VII - Ritratti dei consoli del 354, l'augusto Costanzo II e il cesare Costanzo Gallo.

VIII - Lista dei consoli dal 508 a.C. al 354.

IX - Ciclo della Pasqua per gli anni 312 - 358, con una continuazione (con errori) fino al 410.

X - Lista dei prefetti urbani di Roma dal 254, terminante con Memmio Vitrasio Orfito, che aveva assunto la

carica l'8 dicembre del 353.

XI - Deposizioni (sepolture) dei vescovi di Roma dal 255 alla morte di Giulio, nel 352.

XII . Deposizioni dei martiri.

XIII - Il Catalogus Liberianus, lista dei vescovi di Roma (papi), terminante con Liberio, in carica dal 352.

XIV - Regioni della città di Roma (Notitia) riferita agli anni 334 - 357.

XV - Liber generationis, cronaca del mondo dalla creazione al 334.

XVI Chronica Urbis Romae, cronaca della città di Roma dai re di Roma alla morte di Licinio nel 324.

XVII - Fasti Vindobonenses, aggiunta non appartenente al testo originale con la cronaca della città di Vienna dal

390 al 573-575.

SARCOFAGO DI GIUNIO BASSO

Il sarcofago di Giunio Basso (appartenuto a Giunio Basso, praefectus urbi morto nel 359 e figlio di Giunio

Annio Basso), uno dei più antichi sarcofagi con scene cristiane a noi pervenuti (con il sarcofago dogmatico) è

un capolavoro della scultura classicista cristiana del IV secolo. Oggi è conservato, nel Museo del Tesoro di San

Pietro, in Vaticano.

Del coperchio restano pochi resti, con una tabella contenente versi in distici in onore del defunto (alcuni

frammenti rinvenuti nel 1940), dove si parlava della sua vita; agli angoli si trovavano delle maschere che

fungevano da protomi angolari.

Il fronte della cassa ha un ricco corredo scultoreo ad altorilievo, con dieci scene organizzate in nicchie poste su

due ordini scanditi da colonnine: quello superiore presenta una finta trabeazione con architravi traforati, quello

inferiore timpani rettangolari e semicircolari (questi ultimi scolpiti come valve di conchiglia in scorcio). Tra le

nicchie, al di sotto della linea di demarcazione tra i due registri, sono inseriti dei piccoli agnelli, noti simboli

evangelici. Le colonnine sono tutte tortili, a eccezione delle quattro attorno alle nicchie centrali, che sono

istoriate con putti vendemmianti (il tema della vendemmia era legato all'Aldilà sin dai culti dionisiaci e proprio

in questo secolo il tema si caricò di significati cristiani, come nel sarcofago di Costantina).

Le scene nelle nicchie raffigurano episodi del Vecchio e Nuovo Testamento e sono composte con due o tre

personaggi ciascuna. Sicuramente dovevano esistere delle precise corrispondenze simboliche e allusive tra scena

e scena, in un preciso piano di simboli e richiami simbolici, che per alcuni versi ci sfuggono e che sono indice

dell'amore per le allegorie e le sottigliezze teologiche del tempo.

- Nel registro superiore le scene sono (da sinistra): Sacrificio di Isacco, Cattura di Pietro, Cristo in trono tra i

due principi degli apostoli (ai suoi piedi vi è una personificazione del cielo, forse Atlante e quindi la vittoria

del Cristo sopra il paganesimo), Cattura di Cristo o Consegna a Pilato, Pilato meditabondo

- Sotto i piedi delle cinque scene superiori, ve ne sono altre inserite fra gli archetti e i timpani, molto piccole e

quasi irriconoscibili, partendo da sinistra: I Tre Agnelli di fuoco che si riferiscono al Neofita, che professa la

propria fede (come i tre fanciulli nella fornace). L'Agnello che cava acqua dalla rupe, mentre un altro agnello

beve quell'acqua (Mosè fa scaturire l'acqua dalla roccia). L'Agnello che tocca i pani con una verga (la

moltiplicazione dei pani e dei pesci). Una colomba, e uno zampillo d'acqua sovrastante un Agnello (simbolo

del battesimo): l'agnello con il libro (verità di fede che veniva trasmesso ai catecumeni). Infine l'Agnello

davanti alla Tomba di Lazzaro, simbolo di Resurrezione.

- Nel registro inferiore le scene sono (da sinistra): Giobbe sul letamaio, Adamo ed Eva presso l'albero del

Peccato, Entrata di Cristo in Gerusalemme, Daniele tra i leoni (il personaggio principale è di restauro), San

Paolo condotto al supplizio

- Sui due lati laterali del sarcofago, vi sono degli angeli, che sono occupati in varie attività. Alcuni affermano

che sul lato destro ci sia la rappresentazione del pane eucaristico, con la mietitura del grano, mentre a sinistra

la simbologia del vino con la vendemmia. Altri invece sostengono che vi siano raffigurate le quattro stagioni

simbolo della resurrezione (ogni stagione è simbolo di nuova vita) A sinistra l'autunno, con gli amorini che

vendemmiano e poi pestano l'uva per ricavarne il mosto e quindi il vino. A destra invece, in alto la mietitura,

simbolo dell'estate, sotto le prime figure ricordano la caccia alla selvaggina, quindi l'inverno, ed infine di

seguito la primavera con il pavone e la frutta.

“CATACOMBA” DI VIA DINO COMPAGNI

L’ipogeo di via Dino Compagni è una catacomba di Roma, posta in via Dino Compagni, nelle vicinanze di via

Latina. Il cimitero è conosciuto anche col nome di catacomba della via Latina. L'ipogeo, di diritto privato, fu

scavato per ospitare le tombe di una o più famiglie imparentate tra loro, i cui membri non erano ancora tutti

passati alla fede cristiana: questo aspetto si evince dal fatto che la catacomba conserva molte pitture con soggetti

pagani, e non solo cristiani. La catacomba ebbe una vita breve, circa cinquant'anni, dagli inizi del IV secolo fin

verso il 350-360 d.C. Non si conosce il nome o i nomi delle famiglie lì sepolte.

La catacomba si sviluppa con una struttura molto semplice, su un solo livello: due gallerie parallele tra loro, e

distanti circa 18 metri, sono attraversate perpendicolarmente da un'altra galleria, che termina con una serie di

cubicoli e cripte, che sono le più interessanti dal punto di vista pittorico ed architettonico. Come detto, le pitture,

che ricoprono nella loro totalità le pareti dell'ipogeo, ritraggono scene con temi pagani, che si alternano ad altre

tratte dal repertorio cristiano, sia vetero che neotestamentario.

CHIESA DI SAN SIMPLICIANO – MILANO

La basilica di San Simpliciano è un importante luogo di culto cattolico di Milano che sorge nella via omonima.

Sul luogo dell'attuale chiesa sorgeva nel III secolo un cimitero pagano documentato da resti di marmi scoperti

nei dintorni. Nonostante non ci siano prove storiche certe al riguardo, si sostiene che fu sant'Ambrogio ad

iniziare la costruzione della "basilica Virginum", una delle quattro chiese poste strategicamente sulle quattro vie

principali di uscita dalla città, che ne determinarono il successivo assetto urbano. La basilica Virginum venne

terminata dal successore di Ambrogio, san Simpliciano che vi depose i corpi dei martiri dell'Anaunia (Martirio,

Sisinnio ed Alessandro) ed alla sua morte vi fu collocato il suo sepolcro. Un mattone con il sigillo di Agilulfo,

scoperto durante i restauri, indica che alcune riparazioni erano state eseguite tra il 590 e il 615.

L'interno della basilica è a sala: le tre navate, separate da quattro pilastri circolari in mattoni, sono di uguale

altezza, anche se le due navate laterali, come la centrale coperte con volta a crociera, appaiono più strette di

quella maggiore. Questa peculiarità della grande sala composta da tre navate di eguale altezza che fanno perno

sui pilastri della navata centrale creano un effetto luminoso distribuito assai peculiare, una soluzione analoga

verrà poi ripresa in tutt'altro contesto dal Gotico Catalano. In prossimità del presbiterio, sotto il tiburio

ottagonale e nella campata precedente, vi è l'innesto del transetto a due navate. Dalla porta sotto la cantoria di

sinistra, si accede al Sacello dei Martiri dell'Anaunia, basilichetta a croce latina con abside semicircolare,

minuscolo transetto e cupoletta; la piccola costruzione potrebbe risalire al IV secolo. Le navate sono illuminate

da sei grandi monofore a tutto sesto con vetrate policrome moderne.

GRUPPO EPISCOPALE DI GINEVRA

La diocesi fu eretta nel IV secolo; l'antica cattedrale ed il battistero, riportati alla luce da scavi archeologici,

risalgono alla seconda metà del secolo. Primo vescovo accertato è Isaac, vissuto attorno al 400 e menzionato in

uno scritto di Eucherio di Lione. Dal 450 divenne suffraganea dell'arcidiocesi di Vienne. Le guerre tra i principi

borgognoni portarono devastazioni nella diocesi e alla distruzione dell'antica cattedrale (circa 515).

GRUPPO EPISCOPALE DI BARCELONA

MISSORIUM DI TEODOSIO

Graziano, figlio di Valentiano I, decide di scegliere un generale e farlo entrare nella dinastia, assegnandogli un

ruolo all'interno dell'impero, appunto Teodosio. La sua figura diventerà sempre più importante, divenendo il

Dominus della situazione e del quadro politico.

Missorium di Teodosio: pezzo all'Accademia di Storia di Madrid, trovato in Spagna ("al mendralejo").

Oggetto che rappresenta la ricchezza della persona, rappresentando la vittoria sul campo e a livello politico.

Come è strutturato: grande piatto (piatti di lancizione; spesso donati dall'imperatore a qualche fedelissimo o

premi in funzione di servigi come funzionari dentro le file dell'apparato dello stato; donato quindi a qualche

fidato spagnolo, e lui stesso lo era), forma aperta, fondo con piede (forma imparentata con la terra sigillata

africana; la ceramica quindi è in continua ricerca di modelli alti, come l'argenteria); il disegno occupa i due terzi

della superficie, con rappresentazione architettonica in cui avviene una rappresentazione di figure, una al centro

e altri laterali; struttura architettonica legata all'idea del palazzo, frontone siriaco che si inarca nella parte

centrale, con tetto ben raffigurato, decorato raffinatamente con pelte (scudo a mezzaluna, delle amazzoni, che

diviene motivo decorativo nel mondo romano); quattro colonne con capitelli corinzi; scena centrale, poco

leggibile perché fratturato: funzionario che riceve un riconoscimento, un incarico pubblico, tramite rotoli,

rappresentato più piccolo del personaggio centrale perché identifica i ruoli, infatti quello seduto più grande è

l'imperatore, Teodosio (proiettato in dimensione divina, con limbus circolare sulla testa, a mo di aurea, con

diadema e abiti raffinati, fibula che regge il mantello sulla spalla destra, trono con grosso cuscino, e piedi

appoggiati su un suppedanio, sgabello per i piedi che innalza ancor più la figura); ai suoi fianchi stanno due

personaggi con incarichi imperiali, visto che hanno il limbo e in mano hanno un globo, segno distintivo della

figura imperiali, forse Valentiniano II e Arcadio (suo figlio); altri personaggi sono le guardie imperiali, con

scudo e vestiti con la corazza, i cui colori corrispondono ad una precisa posizione nello schieramento

dell'esercito.

È una specie di moneta gigante, ingrandita, perché osserviamo una linea che separa un'altra scena, una zona a

lunetta (stessa funzione propagandistica, anche se in luoghi e circoli diversi): tema della t?, con cornucopia,

amorini alati, assistenti di Venere (compaiono anche nel frontone; sono amorini che stanno volando e che

vengono fotografati nel momento in cui si dirigono verso l'imperatore? Non lo sappiamo. Portano doni, a mani

velate, coperte, perché non ci si presentava mai all'imperatore a mani nude, perché era una scortesia: rituale

preciso nel presentarsi all'imperatore, recepito anche nel mondo religioso-cristiano).

È presente una iscrizione: DN (dominus noster, signore nostro) THEODOSIUS PERPETUUS AUGUSTUS

(per sempre Augusto); viene poi esplicitato il motivo della realizzazione dell'oggetto: OB (causale, in ragione

dei) DIEM FELICISSIMUM X (anniversario di 10 anno di potere di Teodosio).

BASILICA DI SAN PAOLO – ROMA

Chiesa di San Paolo fuori mura: nel suburbio di Roma, alto transetto, presbiterio sopraelevato, con struttura

principale a cinque navate (distrutta nel 1800 da un incendio, quindi venne ricostruita); struttura tra le più

imponenti tra quelle post Teodosio; una iscrizione rimanda all'apostolo Paolo, da qui il nome della chiesa.

La Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura è una delle quattro basiliche papali di Roma, la seconda più

grande dopo quella di San Pietro in Vaticano.

Sorge lungo la via Ostiense, nell'omonimo quartiere, vicino alla riva sinistra del Tevere, a circa 2 km fuori dalle

mura aureliane (da cui il suo nome) uscendo dalla Porta San Paolo. Si erge sul luogo che la tradizione indica

come quello della sepoltura dell'apostolo Paolo (a circa 3 km dal luogo - detto "Tre Fontane" - in cui subì il

martirio e fu decapitato); la tomba del santo si trova sotto l'altare papale. Per questo, nel corso dei secoli, è stata

sempre meta di pellegrinaggi. Fin dall'VIII secolo la cura della liturgia e della lampada votiva sulla tomba

dell'apostolo è stata affidata ai monaci benedettini dell'annessa abbazia di San Paolo fuori le Mura.

È in quest'area sepolcrale che, come qualsiasi condannato a morte, la tradizione afferma che Paolo di Tarso sia

stato sepolto, dopo aver subito il martirio. Come per il sepolcro di Pietro anche quello di Paolo divenne

immediatamente oggetto di venerazione per la nutrita comunità cristiana di Roma che relativamente presto

eresse, sulle tombe dei due, dei piccoli monumenti funerari.

Il luogo, meta di pellegrinaggi ininterrotti dal I secolo, venne monumentalizzato, come testimoniato dal Liber

Pontificalis, dall'imperatore Costantino I, con la creazione di una piccola basilica, di cui si conserva solo la

curva dell'abside, visibile nei pressi dell'altare centrale della basilica attuale ed orientato in direzione opposta

all'attuale. Doveva trattarsi di un piccolo edificio probabilmente a tre navate, che ospitava in prossimità

dell'abside la tomba di Paolo, ornata da una croce dorata.

La basilica di Costantino venne consacrata il 18 novembre 324 durante il pontificato di Silvestro I, e si inserisce

nella serie di basiliche costruite dall'imperatore dentro ma soprattutto fuori della città, ed è la seconda

fondazione costantiniana in ordine di tempo, dopo la cattedrale dedicata al Santo Salvatore (l'attuale basilica di

San Giovanni in Laterano).

La basilica di San Paolo costantiniana risultò nel tempo inadeguata per la folla dei pellegrini che vi si recavano;

essa era molto più piccola rispetto alla coeva basilica di San Pietro. Venne quindi ricostruita completamente

sotto il regno congiunto degli imperatori Teodosio I, Graziano e Valentiniano II (391), e tale struttura rimarrà

sostanzialmente intatta fino al disastroso incendio del 1823. La costruzione venne affidata a Ciriade professor

mechanicus che costruì un edificio a cinque navate, con 80 colonne e un quadriportico che si differenziava dal

precedente, oltre che per le dimensioni anche per l'opposto orientamento dell'abside, che la basilica mantenne

anche dopo l'incendio del 1823. La basilica fu consacrata da papa Siricio nel 390 e venne completata sotto

l'imperatore Onorio nel 395.

Successive aggiunte, come l'arco trionfale retto da colonne monumentali e lo splendido mosaico che lo

decorava, sono attribuibili rispettivamente ai restauri compiuti da Galla Placidia e agli interventi di papa Leone

I. Quest'ultimo fece realizzare i tondi con i ritratti papali che correvano sopra le arcate della navata centrale;

alcuni di essi, sopravvissuti all'incendio, sono conservati nella Raccolta De Rossi, nell'attiguo monastero,

insieme ad altri restaurati nel corso dei secoli. Nel programma musivo leoniano erano comprese anche scene


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Floh

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Floh di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia della tarda antichità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof David Max Victor.

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