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Riassunto esame Archeologia classica romana, prof. Pavolini

Riassunto di Archeologia classica romana per l'esame del professor Pavolini. Gli argomenti trattati sono: la produzione della ceramica campana, prima della fine della seconda guerra punica: alcuni esempi, la standardizzazione e la semplificazione della produzione.

Esame di Archeologia classica romana docente Prof. C. Pavolini

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ESTRATTO DOCUMENTO

Quando diciamo artigianato ceramico dobbiamo precisare a cosa ci riferiamo.

produzione di ceramica legata all'autoconsumo della villa: la manodopera è la stessa che

– risiede nella villa. Le ville che hanno forni per tegole e mattoni sono numerose ma quelle in

cui si fabbrica ceramica da cucina o da mensa sono inferiori.

produzione proveniente da officine specializzate con diffusione regionale

– produzione di sigillata, cioè ceramica fine a diffusione interregionale: Grenier ad

– esempio distingueva tra officine urbane e quelle dislocate in campagna, nel caso della Gallia

a parte due sole eccezioni (Lione e Treviri) tutte le altre sono dislocate. Inoltre dobbiamo

anche ricordare che spesso, in Gallia, siamo costretti a parlare di vicus e non di città vere e

proprie. Il vicus gallo-romano è un villaggio che vive dello sfruttamento di un territorio ma

non solo in senso agricolo, può raccogliere ceramisti ma più in generale artigiani magari

perché abbondano certe materie prime o perché gli scambi sono facilitati dalla presenza del

mare o di un fiume. Per quanto riguarda la sigillata l'importante è che ci siano banchi di

argille calcaree, acqua, legna e vie di comunicazione. Soprattutto di legname perché per

alimentare i forni ne serviva una quantità enorme. Inoltre ricordiamo che il legno si taglia in

autunno e si trasporta in inverno, quando non si cuoceva, quindi non si può escludere che

qualcuno d'estate si dedicasse alla ceramica e d'inverno facesse il boscaiolo.

Ovviamente dobbiamo anche chiederci se si tratta di lavoratori indipendenti o no. Secondo il

Grenier i lavoratori italici erano per lo più schiavi, quelli della Gallia invece, uomini liberi

che lavoravano in modo comunitario, mettendo in comune le attrezzature e gli strumenti.

Sfatiamo qualche mito: la presenza di lavoro servile anche in Gallia è attestata, la libertà di

movimento dei ceramisti non significa assenza assoluta di vincoli, infatti il terreno sul quale

costruire i forni, ad esempio, era probabile che appartenesse a qualcuno.

Entriamo nel campo delle ipotesi: forse i ceramisti acquistavano il terreno sul quale volevano

stabilirsi e/o le cave da sfruttare, ma non tutti i ceramisti hanno lavorato nello stesso periodo storico,

inoltre non tutti i proprietari di sarebbero privati di una parte della loro terra e, infine, non tutti i

ceramisti avevano questa possibilità economica. Se i ceramisti avessero comprato la terra, anche

unendosi in consorzi, sarebbero stati sedentari, invece così non è perché riscontriamo una forte

mobilità (non sono ceramisti itineranti ma era diffusa l'abitudine di trasferirsi altrove).

Quindi possiamo ipotizzare che i ceramisti, individuato un sito soddisfacente, lo prendessero in

affitto, la tipologia più probabile di contratto è quello di locatio-conductio (il ceramista paga il

proprietario per l'uso dei beni ma resta padrone del prodotto finito).

Almeno in occasione della cottura i ceramisti si consorziavano, questo è certo, anche perché la

cottura richiede una certa esperienza tecnica. Vi era un mastro fornaio che garantiva la riuscita del

prodotto e veniva di conseguenza pagato, con una sorta di locatio operis faciundi.

Dobbiamo anche ricordare che il vicus conservava comunque una vocazione agricola: si potrebbe

ipotizzare che gli stessi ceramisti lavorassero anche la terra o che lo facessero, magari, altri membri

delle loro famiglie.

Conclusioni

La maggiore vitalità dell'artigianato gallico si spiega quindi con la maggiore rispondenza al livello

di sviluppo delle forze produttive in un contesto caratterizzato da una forte integrazione tra lavoro

rurale e non, e da un'incidenza marginale del modo di produzione schiavistico.

C'è solo un caso di centro ceramico il cui sviluppo non sembra dipendere dalla campagna: quello di

Tabernae Renanae (Rheinzabern). Qui, verso il 50, si installano fornaci militari che producevano

tegole e mattoni. Dopo Domiziano, essendosi spinto in avanti in limes, l'esercito trasferisce le

fornaci e alcuni ceramisti occupano gli impianti abbandonati producendo ceramica da mensa.

Tutte le officine in Gallia declinano tra fine II e inizi III. Ci sono cause di ordine militare e politico

ma forse non è un caso che coincida con la fine delle ville: dipende dal venir meno della

manodopera ausilaria o si deve legare alla riduzione delle esportazioni dei prodotti delle ville di cui

la ceramica era merce d'accompagno?

Alla crisi sopravvisse solo Argonne, caratterizzata da un'economia chiusa su se stessa.

LA PRODUZIONE CERAMICA DI ETA' MEDIO E TARDO IMPERIALE: TERRA

SIGILLATA CHIARA E CERAMICA DA CUCINA (D. Gandolfi)

Per sigillata chiara africana d'intende l'insieme di quei materiali ceramici di produzione africana

che si utilizzano come fossili conduttori dei livelli stratigrafici di età medio e tardo imperiale e la

cui produzione va dalla prima età flavia sino al VII sec inoltrato e alla conquista araba delle

province nordafricane dell'Impero.

S.C.A: i tipi (fine I-III sec dc)

La produzione della sigillata chiara A è stata distinta in tipi diversi denominati A1, A1/2 e A2. La

prima è la più antica (tra fine I e la metà II dc) caratterizzata da argilla arancione o color mattone,

consistenza granulosa con inclusi di piccole e medie dimensioni (quarzo e mica) che producono in

fase di cottura un aspetto a buccia d'arancia. La vernice è fine e brillante e ricopre tutta la superficie

del vaso (a eccezione delle forme chiuse e di quelle che prevedono il coperchio) e in certi casi

appare vetrosa. Prevalgono i tipi delle coppe a diametro ridotto (14-20 cm) a pareti carenate, con

piede ad anello marcato. Le prime forme di questo tipo sono legate agli ultimi prodotti

dell'artigianato gallico e tardoitalico.

La seconda metà del II segna la massima espansione della produzione in A con la conquista dei

mercati del mediterraneo occidentale e a questo periodo si data la A1/2 che presente caratteristiche

di argilla simili ma la vernice è più opaca e compaiono nuove forme.

La A2 è la più scadente delle produzioni e caratterizza il III sec, la vernice tende a diventare più

sottile e a volte rosata, la superficie è ruvida.

I centri di produzione della sigillata A sono localizzati in Tunisia settentrionale e centrale.

Sigillata chiara A/D (fine II – prima metà III dc)

inizialmente è indistinta dalla A e viene chiamata così perché presenta caratteristiche affini alla

sigillata chiara A alla C e alla D.

Sono di solito vasi di grande dimensioni con vernice densa e brillante ma che tende a sfaldarsi,

l'argilla è ruvida ma compatta e di color mattone. Questa produzione imita le forme più tarde della A

ma anticipa alcune della C. le forme ora sono per lo più aperte, il piede ad anello della produzione

in A si atrofizza sempre più dando vita, nelle produzioni in C e D, al cosiddetto falso piede o pseudo

piede (fondo lievemente rialzato).

L'area di produzione è la Tunisia, in un momento storico in cui inizia una massiccia esportazione di

merci quali olio, grano, frutta secca, metalli, mosaici, avori in tutto l'impero.

Sigillata chiara C (inizi III, metà- seconda metà V dc)

riconosciuta per la prima volta dal Lamboglia si distingue dai precedenti per l'uso di argille più fini,

più depurate, vernici più liquide e lisce, pareti sottili (3-4mm) e risonanza metallica. Ci sono diversi

tipi, il più antico C1 è datato prima metà del III dc, presenta argilla assai fine e vernice di colore

arancione scuro, sottile e brillante, la superficie è liscia.

La C2 compare alla metà del III, anch'essa è composta da un'argilla fine, superficie liscia e vernice

sottile e opaca, l'argilla tende ad essere più lamellare e a scheggiarsi, la vernice assume toni più

rosati e non ricopre interamente la parete esterna. La C2 termina di essere prodotta intorno al

320-330 dc.

Nella C1 e C2 prevalgono forme aperte, soprattutto i grandi piatti che arrivano anche a 40 cm di

diametro, oltre a larghe scodelle. Troviamo anche forme chiuse, coppe e tazze forse influenzate dai

contemporanei prodotti in metallo.

Dai primi anni del IV sino alla metà del V si data la produzione C3 in argilla meno depurata e a

pareti più spesse, vernice più scura e opaca che ricopre solo l'interno dei vasi e la parte superiore

dell'orlo. In C3 troviamo soprattutto 5 tipi di scodelle con decorazione a rotella all'interno e 4 tipi di

coppette. Gli epigoni delle fabbriche di C, individuate in Tunisia centrale, sono i tipi C4 e C5. Il

primo è datato tardo IV-V dc è un'imitazione molto scadente dei modelli precedenti, con un'argilla

molto grezza, vernice arancione o rosa più o meno brillante, la C5 ha un'argilla simile ai tipi in A,

fessurata e scagliosa, con vernice fine e sottile e si distinguono in essa 3 tipi di scodelle e una

coppa. La fine di questa produzione è della seconda metà del V dc.

Sigillata chiara D (inizi IV- metà VII dc)

E' l'ultima delle produzioni di sigillata chiara. Vernice stesa solo all'interno del recipiente sino

all'orlo esterno e dal 320-330 dc compare una decorazione a stampo generalmente sul fondo. È

probabile che sia stata prodotta nelle stesse officine della sc..A. La produzione di tipo D1 nella sua

fase iniziale (IV-V) riprende soprattutto la produzione della A2, presenta argilla simile a quella

della A, granulosa, arancione-mattone e pareti che tendono a inspessirsi, la vernice di colore

arancione (ma spesso rossastra o rosata) tende a ricoprire solo la parte interna ed è poco brillante.

Nella seconda fase (fine V-metà VII dc) si ripresenta la “buccia d'arancia” individuata nell'A1.

Il tipo D2 presenta una vernice densa e brillante simile a quella delle A/D e della tarda C1, tendente

a sfaldarsi, l'argilla è granulosa.

Al IV-V si attribuiscono larghe scodelle senza piede o con piede atrofizzato con decorazione a

rotella al suo interno.

L'area di produzione è nella Tunisia del nord. Il massimo della diffusione si deve collocare tra

metà del IV e metà del V dc quando i prodotti sono documentati sulle coste del mediterraneo, sulla

costa atlantica, nell'Europa continentale e sul Mar Nero. Subisce un collasso dopo l'invasione

vandala del nord Africa, ma è anche abbastanza normale dato che dopo l'invasione di queste turpi

popolazioni collassa tutto e, anzi, segna la fine del mondo tardoantico occidentale.

Sigillata chiara C/E (secondo quarto III – terzo quarto IV)

Sono 3 forme antecedenti della successiva produzione E della Tunisia meridionale, esportata anche

in Italia. L'argilla è di buona qualità, vernice opaca o leggermente brillante, tendente al marrone, e

infine della presenza di impronte di erba o paglia sul fondo, anteriori alla verniciatura.

Sigillata chiara E ( metà IV-metà V)

Prodotta nella fascia costiera della Tunisia meridionale, scarsamente esportata è strettamente legata

alla produzione D di cui riprende alcune forme.

La decorazione della sigillata chiara africana

Le decorazioni presentano meno problemi di altri tipi di prodotti ceramici (gallici o ispanici o

aretini).

La sigillata A si caratterizza per l'uso molto raro di decorazione a rilievo e quindi per una minore

difficoltà di lavorazione. Il tipo più diffuso è quello a rotella, a motivi aghiformi, sotto l'orlo.

Abbiamo anche la decorazione a matrice: è una tipologia legata ai prodotti italici e gallici e

rimanda al mondo culturale urbano con motivi di scene dionisiache, rappresentazioni marine,

soggetti di genere, maschere. Questa decorazione è più diffusa sui vassoi la cui produzione appare

in Spagna e Italia ma non in Africa, il che fa ipotizzare una produzione su committenza legata ad un

utente amante della tradizione occidentale. Rare le decorazioni a stampo e alla barbotina.

L'uso della decorazione a rilievo applicato nelle officine della A inizia forse in età antonina e dura

fino alla metà del III dc e i motivi sono legati al gusto locale, sono motivi geometrici, vegetali,

animali, umani e sono gli stessi che troviamo nella produzione a rilievo applicato alla sigillata

chiara C1 e C2 e A/C.

La massima diffusione di questo tipo di decorazione si verifica nella C e in qualche tipo di C1 e C2

ma anche nella C1/2 detta anche “ceramica di El Aouja” in forme soprattutto chiuse. Questa

produzione è abbondante in Tunisia ed è esportata in Italia e Spagna in quantità limitata a causa

anche della predominanza di forme chiuse che sono meno idonee al trasporto.

A questo primo stile della decorazione a rilievo nella s.c.C segue un secondo stile, il cui inizio è da

collocare agli inizi del IV dc e che perdura sino alla metà del successivo. La seconda fase della

decorazione a rilievo applicato è molto esportata e arriva in Turchia, Grecia, Portogallo, Austria, ex

Jugoslavia. Predominano le forme aperte con massima diffusione delle scodelle prive di piede. A

partire dal IV dc prevalgono invece composizioni vere e proprie con motivi ancora tratti dal mondo

del teatro, mitologia, scene di supplizi spesso adattate dai due testamenti o da soggetti mitriaci.

Si determina così un ritorno alla decorazione a matrice, data la predilezione per la composizione di

scene vere e proprie, soprattutto su grandi vasi, i missoria, dove compaiono le raffigurazioni delle

province e cicli biblico-cristiani.

Nella produzione C troviamo raramente la decorazione a rotella e quella a tacche rialzate e i primi

esempi di decorazione a stampo.

Per la sigillata chiara D:

a rilievo: è rara (rinvenuta in esemplari a Ventimiglia databili fine IV inizi Vdc)

– a rotella: è frequente. Le rotellature più fini dette a piumaggi compaiono sui vasi a listelli

– più sottili, se invece la parete è più spessa la decorazione è ottenuta asportando porzioni di

argilla.

A nervature a incavo o a perle aggettanti: legate alla diffusione di prodotti pregiati in

– metallo. Nella nervatura a incavo abbiamo forme ovali o diagonali sulla parete esterna del

vaso; in quella a perlinature o a dentellature sporgenti sono disposte sugli orli delle coppe e

della patere larghe, sia continue che alternate a spazi liberi.

A stampo: è il tipo più tipico della D, ricorre dal 320 dc circa fino almeno a tutto il VI dc.

– Questo tipo di decorazione dimostra la piena autonomia dei ceramisti africani rispetto a

quelli italici e gallici e si diffonde sulla ceramica fine da mensa, sui vasi di ceramica comune

e sulle lucerne. Ricorreva sporadica già sulla A specie in forme chiuse e piattini tra fine I –

prima metà II dc, e su alcuni prodotti A/D. Nella D ricorre soprattutto sui fondi delle grandi

patere e sulle coppe. Hayes distingue tre fasi.

1) 320-460 → motivi geometrici e vegetali uniti spesso in modo da formare motivi complessi

nei quali domina il tipo della stella formata da motivi a palmetta.

2) 450-550 → appaiono simboli cristiani come la croce o piccoli animali con significati

liturgici

3) 500-590 → simbologia cristiana con croci gemmate, apostoli, santi, oranti.

Cenni storico-economici

La prima produzione di s.c.africana è la A databile a partire dall'età flavia, la sua esportazione

diventa massiccia nell'età di Traiano e Adriano e si impone definitivamente tra metà II e metà III

dc. Questa fu una conseguenza dell'imporsi delle province africane come cardine economico e

produttivo dell'impero. Era trasportata sulle grandi navi commerciali, le naves onerariae, quale

merce parassita dei grandi contenitori usati per esportare i principali prodotti agricoli delle province

africane, infatti l'inizio della produzione in A coincide con l'inizio dell'esportazione dell'olio

africano (usato come combustibile) in anfore tripolitane e tunisine. Segue una riorganizzazione

dello sfruttamento delle risorse agricole e il nord Africa diventa l'asse economico dell'Impero.

L'importanza dell'olio determina un nuovo impulso nella produzione ceramica: si esauriscono infatti

le fabbriche di A e nascono quelle di A/D e della C (localizzate forse nella Bizacena perché si

verifica una flessione delle zone costiere a vantaggio delle zone sud) e inizia in questo momento la

fabbricazione di lucerne (230-240 dc) per la conservazioni di essenze e profumi.

Con la C2 le coste del mediterraneo e del mar nero vengono invase, la funzionalità della forma

viene perfezionata, prevalgono i vasi piatti e larghi più facilmente esportabili.

All'inizio del II o forse già alla fine del III dc le fabbriche della A riprendono la loro attività con la

s.c. D che richiama certo aspetti della produzione passata ma risente del cambiamento del gusto e

della moda. Nelle decorazioni predomina il tema cristiano. Queste officine lavorano fino al VII dc.

L'arrivo dei vandali non interrompe del tutto la loro attività ma i prodotti non vengono più esportati

in oriente (mercato ormai conquistato dalle più economiche ceramiche pergamene, cipriote ed

egiziane). Continua ad essere esportata nel mediterraneo occidentale fino al VII, quando si verifica

la conquista araba e la fine del mondo tardoantico e l'inizio del medioevo.

Ceramica da cucina africana

è un vasellame destinato ad uso domestico, prodotto da fabbriche simili a quelle della sigillata

chiara che non rientra, però, nella produzione di ceramica comune locale.

L'argilla è leggermente granulosa, di colore arancio-rosa. Sia gli orli che la parete esterna dei tegami

ha il tipico annerimento dovuto al processo di cottura per sovrapposizione, quindi si anneriva solo

la parte che sporgeva. Sono l'unico esempio di massicce esportazione di ceramica da cucina in tutto

l'ambito della cucina romana.

Piatti-coperchio ad orlo annerito: diametro di 18-40 cm. Esistono esemplari con piede ad

– anello alto e basso che ne determinano la funzione di piatti, altri con presa a disco sono

coperchi. Dalla fine del I sec (quando inizia la produzione) fino alla fine del IV-inizi V

(quando l'esportazione diminuisce probabilmente a causa dell'invasione vandala) abbiamo

un progressivo ingrossamento dell'orlo. Solitamente il quarzo o la mica producono nella

parte esterna piccole fessure.

Tegami a patina cerignola: diametro che oscilla anche qui tra 18-40 cm. L'orlo è bifido, la

– parete verticale e fortemente scanalata all'interno e all'esterno vediamo la caratteristica

patina cerignola. All'interno è spesso ingobbiata, più raramente ha una vernice come quella

di A2.

Terra sigillata chiara A a strisce: nome dato da Lamboglia, oggi si usa anche “ceramica da

– cucina polita a bande” ed è prodotta in 3 forme di tegami. Ha delle bande grigio scure

all'esterno e all'interno vernice di tipo A2 a volte anche brillante. È datata II - inizi IV dc.

Area di produzione probabile Tunisia del nord, regione attorno a Cartagine.

LE ANFORE TRA TARDOANTICO E MEDIOEVO

(L.Villa)

NB: guardare le immagini per capire meglio la forma delle anfore

Contenitori di origine italica

La tradizione produttiva e commerciale italica sembra interrompersi tra fine del II e inizio del III

lasciando il posto a prodotti provinciali (spagnoli e africani) che si andavano affermando dal I.

Una contrazione dei commerci è provata ma questo non significa una estinzione della produzione

agricola, si verifica piuttosto un cambiamento vistoso nelle strutture della produzione, con una

tendenza marcata all'autarchia e alla regionalizzazione della distribuzione delle risorse agricole.

Questi cambiamenti strutturali sono legati a nuove forme di occupazione della terra e di

organizzazione dell'attività produttiva ma non è nulla di catastrofico. Nel medio e nel tardo impero,

per esempio, sembrano ancora commercializzate tipologie di vini molto pregiati come quello

dell'ager Falernus.

Le produzioni dell'ager Falernus di media età imperiale

Nella baia di Napoli si è attestata recentemente una produzione anforica legata all'a.F.: sono anfore

morfologicamente derivate dalla Dressel 2-5 con orlo ad anello, ansa a sezione ovale impostata su

un collo alto e un corpo cilindrico con un puntale solido. Sono datate al II-III sec con un

prolungamento della circolazione fino al IV. Era prodotta in diverse regioni della Campania e della

Calabria. Era un vino molto pregiato quindi destinato, forse, ad un'elite di consumatori.

Anfore a fondo piatto di media età imperiale

Altra testimonianza di continuità tra II e III legata al vino italico è offerta da contenitori di

dimensioni ridotte e dal fondo piatto, provenienti dall'area romagnola-emiliana e umbro-etrusca.

Le anfore della Valle del Tevere non sembrano, invece, superare il II e hanno distribuzione molto

limitata. Un'attività produttiva si riconosce anche in Sicilia orientale, a Naxos, dove è stata scoperta

una fornace che produceva anfore a partire dal II e forse fino al V.

Produzione anforica centro-italica: l'anfora di Empoli

A partire dalla fine del II si produce l'anfora di Empoli lungo la valle dell'Arno anche questa legata

alla commercializzazione del vino. La sua fortuna tra IV e metà del V permette inoltre di

confermare la stabilità produttiva e agricola della Tuscia in questo periodo.

Produzioni anforiche tardoantiche nel Bruttium

L'anfora conosciuta come Keay LII/agorà M234 circola tra IV e V e forse fino al VI. Classificare la

forma non è facile (tav 2, 3-7) ma la produzione è probabilmente calabra. È un'anfora attestata non

solo in Italia ma in più punti del Mediterraneo occidentale e orientale confermando la vitalità della

regione nel tardoantico e quindi anche l'attitudine all'esportazione. Dal IV sec infatti la terra viene

riorganizzata e sfruttata secondo la struttura del grande latifondo, forse su modello africano. Il

latifondo tardoantico è molto vitale perché concentra nel proprio territorio molte produzioni diverse,

alcune legate anche all'autoconsumo, ma spesso destinate anche all'esportazione come

l'allevamento, il taglio del legname, la produzione di pece. Anche nel VI il Bruttium mantiene una

buona vitalità economica anche se il baricentro si sposta, probabilmente, verso le campagne

tutt'altro che abbandonate: le grandi ville che erano state il cuore del latifondo dei secoli passati

perdono la loro funzione residenziale. Un fattore fondamentale da ricordare per spiegare la

continuità e la stabilità dell'organizzazione della struttura agricola è la Chiesa, che già dal V

organizza il Patrimonium Sancti Petri introno alle massae di Silana, Tropeiana e Nicoterana. Questo

processo di aggregazione favorito e profuso dalla Chiesa ha senza dubbio favorito la coltivazione di

prodotti finalizzati all'esportazione, in stretto rapporto con Roma che era un vero e proprio mercato

preferenziale delle merci calabre. È stato infatti trovato un bollo con un chrismon tra alpha e omega

su un'ansa proveniente dalla Schola Praeconum, una testimonianza del legame tra la produzione di

anfore e il patrimonium ecclesiastico. Un altro bollo trovato a Roma, sul Celio, presenta invece un

candelabro a sette braccia, e qualcuno ha supposto che potessero contenere prodotti kosher, del

resto l'area nei pressi di Bova Marina sappiamo fosse un centro di smistamento e raccolta delle

merci, e questo dato ceramico potrebbe far pensare all'esistenza di mercanti ebrei o di comunità

ebraiche legate alle attività commerciali del tempo.

Produzione anforica in Sicilia nel periodo tardoantico

Nelle fornaci di Naxos sopra menzionate vengono prodotte anfore anche nelle fasi finali della vita

dell'officina (tra IV e V) che mostrano legami con quelle calabre, tanto da ipotizzare un polo di

produzione gravitante sullo Stretto. Anfore assimilabili a quelle di Naxos si riscontrano anche a

Siracusa.

Le anfore rinvenute in contesti tardoantichi di Napoli

In contesti di fine V inizio VI negli scavi di Carminello ai Mannesi (Napoli) sono stati trovati 2 tipi

di contenitori (tav.3, 4-5) di provenienza locale, la cui produzione continua anche fino agli inizi del

VII con distribuzione limitata al territorio di Napoli. Morfologicamente si avvicinano molto a quelli

della famiglia Keay LII e un altro raffronto, più probabile, va stabilito con altri contenitori di

provenienza calabra (tav. 3, 1-3) considerati i naturali continuatori nel VI della forma KLII.

Le anfore di Miseno

nel castrum di Miseno è stata trovata una fornace che era in funzione, forse, ancora all'inizio del

VII, producendo un'anfora piccola, della quale la funzione non si conosce approfonditamente, una

forma simile è stata trovata a Pozzuoli (tav. 3, 6).

La distribuzione di quest'anfora piccola è legata all'ambito tirrenico centro-meridionale.

Le anfore di Otranto

All'inizio del VII c'era un'officina che produceva anfore e ceramica comune, esemplari di questa

produzione sono stati ritrovati in un relitto, quello di Ugento, che fa pensare ad un commercio via

mare a media o lunga distanza.

Non abbiamo altre informazioni quindi restano teorie.

(salto a p. 387)

Contenitori di origine africana

Il Nordafrica si afferma, dalla fine del II, come il vero erede dell'egemonia commerciale italica nel

Mediterraneo, contribuendo a spostare verso sud il baricentro del sistema economico e produttivo. Il

ruolo svolto da Roma come centro di attrazione di merci provenienti dalle province è indiscusso.

L'affermazione di questi commerci fu senza dubbio favorito dalla struttura produttiva in cui erano

organizzati i territori africani, fondati sul colonato. La razionalizzazione di essi, infatti, permise

l'affermarsi d una produzione maggiore e con minore dispendio di energie. Dall'esistenza di un

surplus agricolo da mettere in commercio nasce la necessità di creare contenitori adatti. Le anfore

erano destinate a contenere olio, olive e salsa di pesce, mentre per il grano si ipotizzano altre

soluzioni. La tradizione artigianale in Africa si mantiene vitale fino al VII.

La Zeugitana e la Bizacena

Dall'inizio del II ma più frequentemente dal III, cominciano a circolare anfore prodotte nella Tunisia

centrale, a Leptis Minor e Hadrumetum: l'anfora definita Africana I (o africana piccola) che si

diffonde almeno fino al IV. (tav. 7, 1)

Altre tipologie di contenitori sono l'Africana II (o grande) che si può suddividere in 4 sottotipi.

Africana Grande A e B: datazione tra fine II e metà del IV, distribuzione limitata, collegata alla

diffusione dell'olio o delle olive e dei prodotti a base di pesce.

Africana Grande C: più diffusa, circola tra III e IV.

Africana Grande D: circola nel III e IV ma arriva anche al V, ha un orlo a fascia piena e presenta

un gradino all'attacco con il collo.

[le Africane grandi: tav. 7, 2-5]

Grazie al forte impulso che subisce commercio africano del IV sono realizzate anche altre tipologie

di contenitori, per esempio quello cilindrico di medie dimensioni (tav. 7, 6-8), tipico dell'età tardo

imperale che deriva dal tipo Africano grande. La forma cilindrica termina in un puntale pieno e

spesso alto, le varianti riguardano gli orli, le anse sono a orecchia e si impostano sul collo cilindrico,

la spalla è stretta.

La diffusione è capillare e raggiunge anche la parte interna di alcune regioni del Mediterraneo.

Dall'inizio del V si registra una certa contrazione della sua diffusione non in risposta ad una

contrazione dei traffici commerciali africani ma piuttosto perché questo modello viene sostituito da

altre tipologie, per esempio gli spathia (tav. 7, 9-10) che hanno dimensioni minori, corpo

affusolato, distribuiti molto ampiamente fino al VII.

Un'altra classe è quella dei contenitori cilindrici di grandi dimensioni della tarda età imperiale, a

testimonianza della prolungata commercializzazione dei prodotti africani, infatti sono prodotti dal V

e diffusi fino all'inizio del VII. Hanno una maggiore capacità, l'orlo è leggermente diverso dal

contenitore cilindrico di medie dimensioni e le varianti sono diverse (tav. 7, 13-16). il corpo è

sempre cilindrico e le anse a orecchie s'innestano sul collo e sulla spalla.

Le officine vengono spostate subito dopo l'invasione vandala (che avviene nella prima metà del V)

dalle coste verso l'interno (infatti i cilindri di grandi dimensioni sono stati prodotti all'interno

contrariamente a quelli di medie dimensioni), un dato che potrebbe far pensare ad un generale

collasso delle strutture economiche nordafricane, o per lo meno ad una loro forte contrazione. Non è

così, infatti subito dopo l'invasione abbiamo le testimonianze archeologiche di un generale riassetto

delle strutture produttive che si concretizza nella creazione dei contenitori cilindrici di grandi

dimensioni. La crisi avverrà dopo: si registra un calo alla fine del V che diventa sempre più evidente

all'inizio del VI. I contenitori africani si trovano ancora abbondantemente negli strati del V-VI sec.

In Catalogna, Lione, Arles, Marsiglia, Porto Torres, alcuni siti sloveni e lombardi, ma i mercati

orientali vengono abbandonati del tutto quindi questo ci fa pensare che gli scambi proseguono su

rotte ben precise e in relazione alla fornitura di alcuni centri urbani o postazioni strategicamente

rilevanti.

In seguito alla riconquista bizantina non si verifica affatto una rinnovata espansione dei commerci

né della produzione, e nel VII, dopo la conquista araba, i commerci su vasta scala s'interrompono.

La conquista araba rappresenta il colpo di grazia inferto ad una struttura già notevolmente

indebolita e in continuo declino.

Regione tripolitana

La circolazione dei prodotti di questa regione è precoce ma non va oltre il V.

Troviamo tre tipologie forse associate a momenti diversi.

Anfora tripolitana I: orlo a doppio gradino, corpo cilindrico che termina con un puntale

– piccolo (tav. 8, 8) inizia ad essere prodotta tra fine I ac e termina nel I dc.

A. tripolitana II: (Tav. 8, 9) orlo a doppio gradino, anse a maniglia, corpo cilindrico.

– Diffusione attestata tra II e III, inizia ad essere prodotta nel I.

A. tripolitana III: dalla fine del II al IV. Orlo a doppio gradino, con collo tronco-conico e

– corpo cilindrico, piccolo puntale conico.

Servivano per trasportare l'olio.

Ricordiamo anche l'esistenza d altri contenitori diffusi dopo il IV su scala regionale. Tra questi c'è

un piccolo contenitore dal fondo piatto e dal corpo a trottola, forse adibito al trasporto del vino.

Regione mauretana

circola, dalla fine del II, un'anfora per il vino chiaramente derivata dai recipienti a fondo piatto

gallico. Nel III si registra una sua evoluzione morfologica che si attesta fino al V (tav. 8, 12-13).

Contenitori di origine egeo-orientale

L'area interessata è molto vasta perché comprende la regione egea, turca, estro-pontica, siriaco-

palestinese ed egizia, quindi parliamo solo del quadro generale.

Dal IV-V appare evidente la diffusione di anfore di questa provenienza in molti siti del

Mediterraneo, dovuta probabilmente alla stabilità economica delle aree orientali legata alla

fondazione di Costantinopoli e alla riorganizzazione della produzione agricola e dell'organizzazione

commerciale. A Roma le anfore e-o si diffondono soprattutto nel corso del V superando a volte, per

quantità, quelle africane, e la persistenza vale anche per il secolo successivo.

(NB: ho saltato circa due tre pagine di esempi, 399-401)

Esempi di contenitori egeo-orientali:

Anfora Late Roman 1 (tav. 9, 1-2)

E' una delle forme più attestate nel mondo mediterraneo dal V fino al VII, l'area di origine riguarda

siti lungo la costa della Siria e della Cilicia e forse anche Cipro e Rodi. Presenta due varianti

principali: una ha il collo stretto e spalla ampia, l'altra collo più largo e anse con sviluppo più

ampio. Entrambe hanno pareti con fitte costolature. Servivano per l'olio o il vino.

Anfora Late Roman II e contenitori globulari (tav. 9, 3-5)

La forma ha un corpo globulare che termina con un bottoncino, spalle ampie e anse con sezione

ellittica. Orlo alto e svasato, rigonfio. Solcature a pettine che ricoprono la parte superiore del corpo,

leggermente ondulate. Diffuse nell'egeo orientale e regione istro-pontica danubiana, in occidente si

diffonde dal V. non si sa di preciso cosa contenesse, forse olio o forse lenticchie, come testimonia

un graffito su un esemplare pervenuto in un relitto in prossimità delle coste turche. Ma è anche

probabile che le merci fossero diversificate a seconda dell'occasione e delle disponibilità.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali (Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali e di Agraria)
SSD:
Università: Tuscia - Unitus
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher melaverde99 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia classica romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tuscia - Unitus o del prof Pavolini Carlo.

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