Le competenze dell'insegnante
Insegnante professionista e non missionario
La prospettiva cattolica ha sottolineato molto la figura di insegnante come missionario. L’insegnante però deve essere professionale, laico e apolitico. Questo rappresenta un “atteggiamento” che un insegnante deve avere, non una competenza. Come presupposto di fondo ci deve essere l’amore verso gli alunni e l’insegnamento. Per essere un buon insegnante però non basta amare i bambini, si deve invece saper agire efficacemente per il loro successo.
- Competenze relazionali- comunicative (competenze empatiche comprese) (è da escludere l’aspetto sentimentale dell’insegnante, il che non significa avere un approccio razionale ma significa essere professionali) relazioni sia con i bambini che con gli altri insegnanti, si deve saper utilizzare un lessico specifico, sia dal punto di vista delle parole che semantico;
- Competenze organizzative;
- Aspetto contenutistico;
- Competenze per la valutazione;
- Competenze metodologiche;
- Competenze linguistiche;
- Competenze psico-pedagogiche;
- Competenze tecniche;
- Competenze programmatorie e progettuali;
NB il feedback è uno strumento di autovalutazione che deve essere restituito nel più breve tempo possibile, altrimenti perde di efficacia. Dopo settimane un alunno non ricorderà più il lavoro svolto.
Indice
- Dalla programmazione educativa e didattica alla progettazione curricolare (pagina 2)
- La valutazione degli apprendimenti in ambito scolastico (pagina 20)
- La scuola in Europa (pagina 39)
- L’insegnante di scuola primaria (pagina 49)
- Innovative European Approaches for In-service and Pre-service English Language Teachers in Primary Education: Theory and Practice (pagina 57)
Dalla programmazione educativa e didattica alla progettazione curricolare
Questo testo parla dei passaggi che si sono avuti alla fine degli anni '90 nel sistema scolastico italiano: dal programma al curricolo.
- Dalla programmazione (educativa e didattica) alla progettazione curricolare.
- Prima del 1999 la scuola era caratterizzata dal programma e dalla programmazione e dopo il '99 dal curricolo e dalla progettazione curricolare.
Cosa era il programma?
Il pedagogista Frabboni nel 1994 scrive un testo intitolato “Le 10 parole della didattica” in cui esprime quali siano le caratteristiche fondamentali che deve avere un insegnante esperto. Tra queste 10 parole c'era la parola “programma” = il manifesto culturale-nazionale scritto dal legislatore che esplicita contenuti e obiettivi dell'insegnamento. In sostanza il programma era un documento nazionale, scritto da delle commissioni decretate dal ministero composte da esperti, dirigenti scolastici, docenti, rappresentanti dei genitori ed esperti che insieme decidevano quali dovevano essere i programmi per le varie materie (oggi “discipline”), gli ultimi programmi per la scuola primaria sono del 1985. Nella scuola dell'infanzia non esistevano i programmi, ma c'erano gli orientamenti (gli ultimi sono del 1991) perché non era possibile fissare dei programmi per loro. Il programma aveva due caratteristiche: era unico (in tutta Italia) e prescrittivo (doveva essere realizzato tutto). Il programma era prescrittivo per gli obiettivi e i contenuti che prevedeva al suo interno.
Obiettivi: conoscenze che un bambino deve acquisire durante la scuola dell'infanzia e primaria. Contenuti: argomenti e tematiche che devono essere affrontate e che sono strettamente legati agli obiettivi. Gli obiettivi e i contenuti non erano delle proposte, gli insegnanti non avevano la possibilità di fare delle scelte; erano prescrittivi e dovevano essere affrontati. Gli insegnanti erano considerati come dei funzionari pubblici/dipendenti statali che dovevano attuare le leggi dello stato. Lo stato dava il mandato ai suoi funzionari della scuola di impegnarsi a trasmettere alle giovani generazioni tutto il sapere codificato nelle diverse discipline fino a quel momento. L’idea della cultura era sommativa.
Dietro l'idea del programma c'era l'idea dell'insegnante trasmettitore di informazioni e depositario della cultura, del sapere e l'idea che gli alunni al termine della lezione avessero tutti le stesse conoscenze e lo stesso livello di cultura. Si tendeva, quindi, a standardizzare gli alunni. Questo modello di scuola ha alle sue spalle le filosofie neo-idealiste di Hegel; il neo-idealismo italiano riprende Hegel e lo attualizza al contesto italiano. Uno dei filosofi italiani e ministro che riprese Hegel contestualizzandolo nel nostro paese fu Gentile. I programmi del 1923 hanno alle spalle un imprinting neo-idealista molto forte. Per Gentile, infatti, per essere un buon insegnante è necessario essere dotti, sapienti e conoscere bene la propria disciplina (avere un bagaglio di informazioni il più ampio possibile). Gentile sottovalutava il fatto che è necessario essere esperti nell'uso di strategie di comunicazione e di trasmissione delle informazioni per sviluppare l'apprendimento nei bambini, che hanno infatti necessità diverse.
(Il programma era un testo culturale perché risentiva di tutte le influenze politiche e culturali del momento storico nel quale si sviluppava; ci sono stati infatti in passato programmi fortemente cattolici, fascisti, programmi ispirati a Bruner, alle intelligenze multiple di Gardner ecc. In tempi più recenti avevano preso il sopravvento programmi meno influenzati dalla politica e concentrati di più sulla pedagogia. Dal 2007 in poi autori come Morin e Ceruti hanno avuto un’incidenza molto forte per la scrittura delle indicazioni nazionali.)
La crisi del programma
Questo modello inizia ad entrare in crisi con la contestazione del 1968, iniziata nelle fabbriche e diffusa poi nella cultura e nelle scuole di ogni livello. La scuola viene fortemente attaccata e criticata in quanto luogo che, attraverso la cultura, contribuiva a emarginare le classi più povere. La scuola non era pensata per tutti ma soltanto per coloro che erano economicamente più avvantaggiati; i ceti meno abbienti non trovavano nella scuola uno strumento di riscatto. La situazione classista della società si ripresenta nella scuola. La disposizione dei bambini nelle classi rispecchiava, infatti, la condizione sociale: davanti i benestanti e dietro le classi più povere.
La contestazione del '68 nella scuola attacca l'egemonia del programma, quindi un documento uguale per tutti che non tiene conto del fatto che gli alunni non hanno le stesse preconoscenze. Quindi fornendo la stessa lezione per tutti si avvantaggiava soltanto coloro che venivano da situazioni più avvantaggiate. Questo andava contro anche quanto espresso nell’articolo 3 della costituzione italiana che riconosce pari dignità e opportunità a tutti i cittadini, da qui infatti partono anche le contestazioni di Don Milani. Quindi si capisce che la scuola equa non è quella che standardizza l’apprendimento, ma quella che differenzia e personalizza l’offerta formativa in base alle preconoscenze; infatti nel 1977 esce la legge 517 che riguarda l'inserimento e l'integrazione dei disabili. Le scuole rispondono a questa critica affiancando al programma la programmazione educativa e didattica, la quale non sostituisce il programma.
Che cosa era la programmazione educativa e didattica?
La programmazione (secondo la definizione di Frabboni): Articolazione a livello di scuola del manifesto culturale nazionale (cioè il programma). Articolare il programma a livello di scuola significa dare la possibilità ai docenti di operare delle scelte sugli obiettivi e sui contenuti prioritari da affrontare e proporli ai bambini, mentre in passato, quando c’era solo il programma tutti i contenuti erano prioritari. La programmazione dà agli insegnanti la possibilità di operare delle scelte, li rende più autonomi. Da trasmettitore enciclopedico del sapere diventa dotato di spirito di iniziativa. La programmazione è soprattutto un atto intenzionale, infatti vuol dire prevedere in precedenza quello che farò dopo. Pianificare un intervento in precedenza secondo il cognitivismo e il costruttivismo è un valore aggiunto. Altri modelli di natura spiritualistica invece dicono che la programmazione limiti la spontaneità, la natura e l’immaginazione dell’alunno.
Progettare non significa limitare la spontaneità, un insegnante deve sempre accogliere le esigenze e le necessità dell’alunno e farle diventare oggetto di attività didattica. Un insegnante, come qualsiasi altra figura professionale deve progettare il suo intervento; se ci sono proposte devono comunque essere ben accolte. La programmazione didattica diventa intorno agli anni '60-'70 una delle competenze caratterizzanti della figura del docente. Negli anni '70 si inizia a pensare che non basti solo saper insegnare e stare in classe, si devono avere delle competenze programmatorie. L’insegnante si trova a lavorare infatti con un gruppo molto eterogeneo, non su un campione, quindi deve sviluppare più programmazioni per rispettare le varie esigenze.
I decreti delegati
I decreti delegati del 1974 istituzionalizzano la programmazione educativa e didattica come compiti specifici del docente. Questi decreti sono talmente importanti che vanno a modificare l’orario di servizio dei docenti, al quale ancora oggi facciamo riferimento. Per gli insegnanti di primaria è previsto un orario di servizio settimanale di 24 ore: di cui 22 ore di insegnamento in classe e 2 ore di programmazione. Gli studenti stanno a scuola 40 ore settimanali, quindi avrà bisogno di due insegnanti in presenza, che svolgeranno un totale di 44 ore. Nelle ore in più l’insegnante si occuperà o delle sostituzioni o di attività di supporto.
Nelle 2 ore di programmazione insieme ai colleghi delle stesse classi si programma ciò che verrà affrontato nella settimana successiva. Un docente della scuola dell’infanzia svolge 25 ore di servizio (25 ore tutte in classe), e la scuola dell’infanzia dura fino al 30 di giugno, ha quindi un calendario più ampio. Le 2 ore di programmazione sono in più, così come nella scuola secondaria di primo grado.
Programmazione didattica
La programmazione didattica viene fatta ogni settimana per la settimana successiva per quanto riguarda le discipline che mi sono state affidate dal dirigente scolastico per quella determinata classe. I decreti delegati, in particolare il decreto 416 istituiva la programmazione didattica e quella educativa per tutte le scuole.
La programmazione educativa veniva affidata al collegio dei docenti. Quella didattica al singolo insegnante o al team docenti, quando nella stessa classe lavoravano più docenti. Questo perché i decreti delegati introdussero anche un’altra trasformazione: dicendo che in ambito scolastico le decisioni che hanno a che fare con la didattica e l’insegnamento non le prendono i singoli docenti, sono tutte prese in maniera collegiale (a maggioranza o all’unanimità).
Programmazione educativa
È un documento scritto che veniva affisso all’albo e reso pubblico, dove venivano definite le priorità educative che quella scuola sceglieva per i propri bambini. Una programmazione educativa si strutturava in 3 parti:
- Struttura sociale: che prevedeva
- Descrizione del contesto sociale: prevedeva una descrizione del contesto sociale e culturale in cui era ubicata la scuola.
- Descrizione delle caratteristiche della popolazione studentesca: indicava quanti alunni italiani, quanti stranieri, i background socio-economici delle famiglie degli alunni, il livello economico delle famiglie, le professioni dei genitori, i livelli di istruzione dei genitori, ecc.
- Struttura culturale: indica quali sono
- Finalità educative generali da sviluppare negli alunni (riguardano la crescita umana dell’alunno).
- Obiettivi generali delle singole classi previsti all’interno della singola disciplina e decisi a livello collegiale con altri insegnanti.
- Tutti i progetti educativi.
- Struttura funzionale: dava conto degli aspetti organizzativi
- Organizzazione degli orari (orario scolastico, come sono suddivise le 40 ore settimanali, orario di servizio dei docenti, orario delle attività didattiche).
- Organizzazione degli spazi (se ci sono laboratori per svolgere alcune attività, palestra ecc.).
- Organizzazione dei sussidi e delle risorse (PC, LIM, ecc.) a disposizione della scuola e come queste vengono utilizzate.
La programmazione educativa veniva fatta i primi di settembre. Solitamente il collegio dei docenti eleggeva una propria commissione con i rappresentanti delle varie discipline, proponeva una programmazione educativa che successivamente veniva discussa con tutti, approvata con il collegio docenti e poi deliberata prima dell’arrivo dei bambini. La parte degli obiettivi generali, inseriti nella struttura culturale, essendo molto dettagliata, veniva sviluppata a parte con la programmazione didattica tutte le settimane nelle due ore previste nell’orario di servizio dell’insegnante. Il legame quindi tra i due tipi di programmazione è molto forte.
Differenza tra programmazione educativa e didattica
La programmazione educativa è elaborata dal collegio docenti, quella didattica dal singolo insegnante o dal team docente. Nel 1974 c’era ancora l’insegnante unico, oppure due insegnanti (nel caso in cui l’organizzazione della classe sia a tempo pieno). Didattica: tutto ciò che riguarda l’insegnamento.
Punti più importanti della programmazione didattica
- Analisi della situazione iniziale: molto spesso le classi sono eterogenee, per questo si devono capire le preconoscenze iniziali. Questa analisi mi permette di avere un’analisi più approfondita degli alunni; non mi concentro solo sugli aspetti cognitivi, ma anche sulle dinamiche che caratterizzano la classe (dal punto di vista relazionale). Il sociogramma ad esempio ci permette di analizzare le relazioni all’interno della classe.
- Definizione degli obiettivi del percorso settimanale: vengono ripresi gli obiettivi generali inseriti nel secondo punto della programmazione educativa, e poi vengono individuati gli “obiettivi specifici” che riguardano le singole discipline. Obiettivi generali: sono obiettivi formativi, che riguardano la formazione personale, la crescita del bambino (es: sviluppare relazioni con i compagni). Obiettivi specifici: chiamati così nel 1974, oggi si chiamano “obiettivi di apprendimento”. Sono le conoscenze di abilità su cui si vuole lavorare in quella settimana.
- Scelta del contenuto, cioè tema sul quale si vuole lavorare.
- Scelta delle attività didattiche da fare con gli alunni (es: lezione frontale + esercitazione + gioco). Quando l’obiettivo è stato raggiunto si passa ad un altro più complesso.
- Scelta del metodo: Il metodo è la scelta sul “come” si intende operare per raggiungere un determinato obiettivo. Ci possono essere metodi più esperienziali (fare una ricerca sul campo), sperimentali, cooperativi (Cooperative Learning). Non esiste un metodo perfetto, la scelta del metodo si lega all’obiettivo che si intende sviluppare.
- Scelta degli strumenti didattici: cioè cosa utilizzo per realizzare le attività che ho programmato per i miei alunni (sussidi e ausili).
- Tempi: che sono correlati all’attività. Si deve fare una stima del tempo che mi consentirà di portare a termine il percorso.
- Quali prove di verifica somministrare: per vedere se hanno raggiunto l’obiettivo che mi ero posto. La prova deve essere valida, cioè deve servire a valutare l’obiettivo che ci eravamo prefissati.
- Stabilire i criteri di valutazione: che non deve essere fatto in maniera destrutturata, si devono definire dei criteri che possono essere qualitativi o quantitativi (quanto si attribuisce un punteggio). La priorità di un insegnante non è valutare per dare voti; la valutazione è uno strumento per l’apprendimento, non per l’insegnamento.
Quando le valutazioni sono carenti si deve lavorare per il miglioramento, in quanto i bambini sono ancora in fase di crescita, ed è molto probabile migliorare i risultati di apprendimento. Si deve sfruttare al massimo il livello di apprendimento. Gli esiti che si hanno ci danno una serie di informazioni; in particolare ci dicono se il percorso svolto ha funzionato o meno.
Riprogettazione
Nel caso in cui gli esiti non siano quelli attesi; si riprogetta, si prevedono attività di apprendimento fino al raggiungimento dell’obiettivo. Sicuramente in fase di riprogettazione non si dovrà riutilizzare lo stesso metodo risultato fallimentare in precedenza. Nel caso in cui ci siano livelli diversi si fa lavorare la classe in due gruppi: uno di consolidamento, uno di recupero.
Modalità per realizzare la programmazione didattica
La didattica non è una disciplina esatta e quantitativa, ma è comunque dimostrato che la programmazione è necessaria per garantire un maggiore apprendimento. Nel testo sono proposti 3 modelli di programmazione didattica, ma non è detto che se uso un modello non possa utilizzare anche gli altri (l’uno non esclude gli altri):
- Programmazione per obiettivi (modello comportamentista: fino agli anni '60). Gli esponenti di questo modello sono: Skinner e Watson. Watson conia la diade stimolo-risposta (l’insegnante dà uno stimolo e il bambino in base allo stimolo dato ci dà una sua risposta). Questa tesi in effetti risulta efficiente, infatti si pensa che tutti apprendano tramite un meccanismo di stimolo risposta. Più complesso è lo stim...
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