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Teoria generale del diritto

La bilancia come simbolo della giustizia: significato ed esempi

La bilancia viene utilizzata come simbolo della giustizia e può essere rappresentata con una croce, formata da un asse verticale e da un asse orizzontale. Il primo sta a rappresentare la dimensione della verticalità, dalla terra al cielo, facendo riferimento a un’idea di giustizia come valore. La bilancia funziona se tende verso l’alto. Il secondo fa riferimento alla dimensione intersoggettiva, umana. Quando succede qualcosa nel diritto si squilibrano i piatti, la giustizia serve per riportare equilibrio nelle prestazioni, controbilanciandole.

La bilancia viene utilizzata come simbolo della giustizia già nei tempi più antichi, la prima rappresentazione infatti risale agli Egizi. La dea Ma’at è una dea a forma di bilancia che esprimeva il giudizio dell’oltretomba, pesando le colpe dei morti: da un lato della bilancia, pesava il cuore del morto appesantito delle sue colpe e sull’altro lato, pesava una piuma di struzzo. Per essere considerata un’anima pura, il cuore non doveva pesare più della piuma. Gli Egizi credevano che senza l’ordine di Maat ci sarebbe stato ancora il caos primordiale ed era dunque una necessità per il faraone applicare e far applicare la legge per consentire il mantenimento dell’equilibrio cosmico.

Ritroviamo poi la bilancia e l’idea di pesare fisicamente le colpe anche in India e nell’Occidente, con l’ordalia della bilancia, dove per ordalia s’intende il giudizio di Dio, una delle forme più primitive di processo in cui interviene Dio. Dal 1600 fino al 1700 c’erano bilance di questo tipo in Germania o in Olanda (in particolare nella città di Oudewater) e venivano utilizzate nei processi contro le streghe, per verificare se una persona era o meno una strega. La presunta strega veniva denudata e il suo peso doveva corrispondere alle tabelle ufficiali. Se pesava meno, significava che era una strega, poiché poteva volare.

Ancora, la bilancia era un elemento importante nella pratica giuridica del diritto romano. Nei gesti per aes et libram (con rame e bilancia), ovvero gli atti del diritto civile romano più solenni, si pesava il bronzo o altro metallo. La bilancia è dunque sì un simbolo della giustizia, ma anche uno strumento della pratica.

Ritroviamo la bilancia anche su alcune monete risalenti al I secolo a.C; su una moneta del 47 a.C vi è rappresentata una cornucopia, simbolo dell’abbondanza, al centro della bilancia, da cui poi partono i due bracci, a significare che dove c’è giustizia c’è prosperità. Ed è grazie alle monete romane le quali fissavano immagini in modo irreversibile, che verso il 22/23 a.C nacque il concetto dell’aequitas augusti, dell’equità dell’imperatore. È un simbolo nato lì che si afferma in tutta l’Europa attraverso la diffusione delle monete romane.

Andando avanti nei secoli, ritroviamo la bilancia anche nella Cappella degli Scrovegni di Padova, realizzato da Giotto (1305); qui un cartiglio riporta alcune frasi simboliche della giustizia rappresentata. La Giustizia regge i piatti della bilancia: in quello a sinistra, vi è un angelo che incorona un giusto, in quello a destra un altro angelo con la spada sguainata punisce il malfattore (reprimi i vizi). Sempre nella medesima cappella, Giotto raffigura anche L’Ingiustizia, la quale risulta molto più visibilmente armata della giustizia. Si basa sulla forza più che sulla misura.

Infine, ricordiamo due moderne rappresentazioni della bilancia. Quella di Allora e Calzadilla, i quali raffigurano una bilancia in equilibrio precario su una montagna di schiuma, proprio a voler significare come la giustizia non sia più tale se non ha un equilibrio di orizzontalità e verticalità al contempo. La seconda, di Lars Calmar, “The survival of the fattest” in cui una persona grassa viene posta sulle spalle di una magra; vuole fare tutto per aiutarla, tranne scendere dalle sue spalle. Vuole rappresentare la disequilibrata distribuzione delle risorse nel mondo.

La spada come simbolo della giustizia: significato ed esempi

La spada viene utilizzata come simbolo della giustizia e può essere rappresentata con una croce, formata da un asse verticale e da un asse orizzontale più piccolo (impugnatura della spada), a forma di spada appunto. È perfettamente simmetrica, tagliente da entrambi i lati. La spada rimanda alla capacità di dare effettività alla giustizia, forza che la giustizia deve avere per far rispettare i propri giudizi e mantenere l’ordine.

È spesso raffigurata accanto alla bilancia e, come questa, è una figura simmetrica. Questa convergenza dei due simboli è rappresentata in un’illustrazione dell’Hypnerotamachia Poliphili (1499), dove si vede chiaramente come la simmetria caratterizza entrambi i simboli. Tutto ciò rimanda all’equilibrio e all’equità che persegue la giustizia, ma in generale questa simmetria fa riferimento a un’idea di armonia e ordine che si allarga dal piano giuridico a quello cosmico.

Ritroviamo la spada, ad esempio, nel dipinto di Pieter Paul Rubens, “Allegoria della giustizia” (1625); o ancora nella Stanza della Signatura, di Raffaello Sanzio (1508), dove la giustizia impugna nella mano destra la spada e nella sinistra la bilancia e in cui ne viene descritta la finalità su un cartiglio “Dare a ciascuno il suo”. È presente affiancata alla bilancia anche nel Palazzo di governo di Brescia, sull'arca di Sant’Agostino nella chiesa di San Pietro in ciel d’oro (Pavia) e anche in una raffigurazione di Saddam Hussein, ministro della giustizia in Baghdad.

La benda come simbolo della giustizia: significato ed esempi

La benda come simbolo della giustizia, secondo Ernst von Möller, appare per la prima volta in una rappresentazione di Albrecht Durer (1493) e in Sebastian Brant (1494). Inizialmente è un simbolo che esprime un significato negativo: viene infatti rappresentato un folle (persona che indossa il cappello che veniva messo ai folli) che benda la giustizia (raffigurata sempre con la spada in mano e accanto a una bilancia), a significare che la giustizia sferra i suoi colpi a caso.

Tuttavia, già a partire dal 1531, quindi pochi decenni dopo la comparsa di questo simbolo, la benda assume un significato positivo: valore dell’imparzialità, a indicare che la giustizia non si lascia guidare dalle condizioni e dal volto di chi giudica. Ne abbiamo un primo riscontro nella Fontana della Giustizia, di Hans Gieng (Berna) del 1543. La bilancia, la spada e la benda sono tre attributi della giustizia presenti in tutto il mondo nei tribunali e sono ormai radicati nella cultura popolare (rappresentati congiuntamente in un album dei Metallica del 1988).

Altri simboli di minore importanza della giustizia

  • Lo sguardo di Dio (nella mitologia di vari popoli, la giustizia viene consegnata dagli dei).
  • Il fascio dei littori (fasce unite in cui dentro vi è un’ascia, i littori lo portavano per amministrare velocemente la giustizia; pronta a punire il colpevole. Hans Krumper, Giustizia, 1600).
  • La gru (animale dal sonno debole; vigilanza).
  • Lo struzzo (assimila e digerisce ogni cosa, fa propri anche gli elementi più estranei, si pensava potesse mangiare anche i metalli; pazienza).
  • Cornucopia.
  • Ulivo.
  • Penna (attributo delle professioni giuridiche, una volta i giuristi erano gli unici a usare le penne).
  • Libro.

La giustizia e la concordia in Ambrogio Lorenzetti

Nell’Allegoria del Buon Governo dipinta da Lorenzetti (1337) viene rappresentato il signore della città circondato dalle sette virtù. Quella che primeggia su tutte le altre e in qualche modo viene rappresentata come la sposa del sovrano è la Giustizia, la quale consente il buon governo. È al centro di un asse verticale, al di sopra di questa vi è la sapienza che deve sempre guidare la giustizia, al di sotto vi è la Concordia, come esito della giustizia.

È inoltre al centro di un asse orizzontale che rappresenta i due profili della Giustizia (per i quali Lorenzetti si ispira alle concezioni filosofiche di Aristotele): da un lato, la giustizia distributiva, quella che punisce i colpevoli (ha infatti in mano la spada e sta tagliando la testa a una persona), dall’altro la giustizia commutativa che ha a che fare con gli scambi, con le transazioni civili. La giustizia non ha solo ruolo di proteggere i giusti e punire i colpevoli, ma produce anche benessere per la città, la concordia.

Questi effetti positivi si possono infatti vedere negli “Effetti del buon governo”, un altro affresco facente parte di questo ciclo, in cui si osserva la vitalità della città, in cui non solo le botteghe e i lavoratori sono in piena attività, ma vi è anche il divertimento (persone che danzano) e il benessere che caratterizza anche la campagna. All’opposto, il cattivo governo è quello privo di giustizia, in cui il male è presente, regnano i vizi e non le virtù, c’è violenza, rivolte e disordine.

Eugène Delacroix, Le naufrage de Don Juan (1840)

Eugène Delacroix è un pittore romantico che per questo dipinto s’ispira all’opera del romantico inglese Lord Byron. Viene rappresentata la scena drammatica di un naufragio e di queste persone su una zattera che sono ormai rimaste senza cibo e acqua. Essi capiscono che per sopravvivere devono mangiare uno di loro e si aprono così due prospettive: la prima, equivale alla legge del più forte e prevede che si uccida e si mangi il più debole; la seconda (che poi è l’opzione che prevale) prevede di mettersi d’accordo e scegliere l’individuo di cui cibarsi tirando dei dadi.

In questo modo, si supera la forza in nome di una procedura condivisa da tutti. Non è dunque un atto di forza, bensì una soluzione rispetto a cui tutti sono d’accordo e questo è significativo dal punto di vista del diritto poiché il diritto ha sempre a che fare con il prevalere di una regola rispetto alla forza.

L'importanza di Athena per la comprensione del diritto

Athena è la dea che ha istituito il giusto processo, basato su contraddittorio e terzietà del giudice, superando la vendetta e marcando così il passaggio tra pre-diritto e diritto. È la dea che combatte preferendo l’intelligenza alla violenza; l’associazione di Atena all’intelligenza è dovuta anche all’etimologia del suo nome (infatti in greco théu noésis: pensiero di Dio).

È una divinità civilizzatrice che ha accompagnato gli uomini verso forme superiori di cultura: infatti, fu lei a favorire la costruzione della prima nave che abbia solcato i mari (Argo), su cui salirono Giasone e i suoi compagni. È anche la dea della tessitura, l’arte di collegare con abilità e pazienza, della relazione.

Diritto come regola della convivenza nella societas perfecta

Il diritto è regola di convivenza nella societas perfecta secondo la prospettiva di Aristotele, filosofo greco del IV sec a.C, e di Tommaso d’Aquino, XII sec. È una componente della dimensione sociale dell’uomo, divenuta di fondamentale importanza nel momento in cui l’uomo ha iniziato a convivere con altri uomini (non diretti familiari) e si è reso necessario porre delle regole per assicurare la pace.

Il diritto è quindi innanzitutto (1) regola di convivenza, dal momento che esso non si declina in un solo profilo, quello penale (diritto della notte), di protezione e difesa dalla paura, ma è anche e maggiormente un diritto di progettazione (diritto del giorno), che favorisce le relazioni e le transazioni fra gli uomini. È regola di convivenza nella (2) societas perfecta, per tale intendendosi l’ambito che garantisce la pienezza della vita di ogni uomo. Non è perfetta perché ideale e assomma a sé tutte le qualità positive, ma perché è completa, autosufficiente.

Secondo Aristotele, la polìs sorge per rendere possibile la vita e sussiste per produrre le condizioni di una vita buona; ogni uomo per natura deve vivere una polis, altrimenti è bestia o dio. Secondo Tommaso, sempre sulla stessa linea di pensiero, in una società perfetta si può trovare tutto ciò di cui ha bisogno la vita umana e solo in essa si può perseguire una felicità comune.

Diritto e modernità

Ad un certo punto della storia, nella modernità, la societas perfecta viene identificata con lo Stato nazionale centralizzato che assorbe le società feudali ed è chiuso alle altre societas. Dal punto di vista giuridico, la modernità si manifesta nella riduzione delle fonti del diritto alla sola legge dello Stato, caratterizzata dall’attributo dell’astrattezza e della generalità, la quale si distingue soprattutto dalle anteriori fonti del diritto, la consuetudine e la scienza giuridica.

La modernità ha determinato tre grandi cambiamenti di paradigma: (1) dal pluralismo sociale al monismo dello Stato che diventa l’unica fonte del diritto (in Europa continentale, non in Inghilterra); (2) dal diritto come oggetto di conoscenza (infatti prima, il giurista cercava la norma migliore da un punto di vista conoscitivo) al diritto come prodotto di un atto di volontà (i giuristi danno opinioni e commenti alle norme); (3) dal diritto elaborato da giuristi e maestri al diritto come monopolio del potere politico (prima lo Stato si occupava solo del sistema tributario e dell’ordine sociale).

In un tale ordinamento giuridico, il pluralismo ha avuto un effetto dirompente, inizialmente come pluralismo sociale e in seguito, nella tarda modernità, si manifesta anche nei valori e nelle culture. Siamo oggi nell’età della decodificazione in cui il codice ha ancora un ruolo significativo, ma è integrato da innumerevoli leggi speciali e internazionali. Si assiste oggi a una perdita di solidità della modernità: da strutture più stabili a più precarie (modernità liquida).

Il concetto di “narrazione” (o “metanarrazione”)

Jean-Francois Lyotard, in La condition postmoderne, analizza lo stato della cultura dopo le trasformazioni subite da scienza, letteratura, arti dalla fine del XIX secolo e le mette in relazione con la crisi delle narrazioni. “Narrazioni”, in termini sociologici, sono tutti i discorsi di legittimazione, in cui i grandi valori giustificano scelte politiche e giuridiche. “Metanarrazione” è un'idea astratta che si ritiene essere una spiegazione onnicomprensiva dell'esperienza storica o della conoscenza. Metanarrazione è la storia presupposta da una narrazione.

Secondo Lyotard, nel postmodernismo si sviluppa un sempre maggior scetticismo nei confronti delle metanarrazioni, contenenti qualche verità trascendentale o universale. Già in origine la scienza è in conflitto con le narrazioni poiché, se misurate col suo metro (ovvero la ricerca del vero), tutte risultano favole. Tuttavia, la scienza per legittimare le sue regole di gioco, costruisce un discorso di legittimazione del proprio statuto, chiamato filosofia (metadiscorso che però ricorre ad espedienti narrativi).

Da questo risulta come, legittimando il sapere attraverso una meta-narrazione che implica una filosofia della storia, si è portati a interrogarsi sulle istituzioni che governano il legame sociale. In tal modo, la giustizia diventa il referente di una grande narrazione allo stesso titolo della verità.

La definizione di “postmoderno” data da Lyotard ed il suo significato

Lyotard definisce quindi “postmoderna” l’incredulità dei confronti delle narrazioni (che in termini sociologici sono tutti i discorsi di legittimazione, i grandi valori che giustificano scelte politiche e giuridiche). Un passaggio d’epoca avviene quando le persone non credono più alle narrazioni dell’epoca precedente; il sapere cambia statuto quando le società entrano nell’età postindustriale e le cultura in quella postmoderna, evoluzione che è iniziata dagli anni 50 e la cui rapidità varia da paese a paese.

Gli Stati, le istituzioni, le tradizioni perdono così il loro ruolo di centralizzazione, in quest’epoca caratterizzata dalla complessità. Secondo Lyotard, nel postmodernismo si sviluppa un sempre maggior scetticismo nei confronti delle metanarrazioni, contenenti qualche verità trascendentale o universale. Questo proprio a causa della complessità della società, in cui gli stati-nazione, i partiti, le istituzioni e le antiche tradizioni hanno perso il loro potere di centralizzazione.

L’impero e i tre livelli della configurazione del potere globale secondo Michael Hardt e Antonio Negri

La nuova costituzione del potere globale ha l’apparenza di un disordinato complesso di controlli e organismi rappresentativi, ma se analizziamo come le configurazioni di questo potere sono espresse dalle sue diverse organizzazioni, è possibile riconoscere una struttura piramidale a tre piani. (1) Al vertice della piramide c’è il superpotere degli Stati Uniti, che esercitano l’egemonia sull’uso globale della forza. Al di sotto, c’è un gruppo di stati nazione che controllano i principali strumenti monetari globali tramite i quali regolano gli scambi internazionali. Al di sotto ancora c’è un complesso eterogeneo di associazioni con potere culturale e biopolitico di portata globale.

(2) Al secondo livello, posto al di sotto del comando unificato mondiale, vi è la struttura che distribuisce il comando su tutta la superficie mondiale ed è costituita, in primo luogo, dalle reti delle multinazionali che operano sul mercato mondiale, distribuendo capitali, merci, tecnologie e costituendo una vasta rete di comunicazioni; a questo livello, vi è anche il complesso degli stati-nazione che agiscono come organiz...

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Scienze giuridiche IUS/09 Istituzioni di diritto pubblico

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