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La teologia morale e la ricerca della felicità

La teologia morale ha a che fare con la ricerca della felicità. Solo l’uomo ha quella cosa che noi chiamiamo “libertà” che può portarlo ad essere disumano. La libertà comporta anche fatica, la difficoltà della scelta è tipica per l’essere umano. La morale è una scienza del senso della nostra libertà, è il luogo in cui l’uomo viene incoraggiato, confortato a dare il meglio. La teologia morale contribuisce a liberare le strade che permettono all’uomo di vivere autenticamente. La fede spinge l’uomo a dare il meglio. È fondamentale l’ottica con cui guardare la libertà. La fede è la luce che permette di vedere la bellezza della vita e a darne un senso.

Bonhoeffer e l'etica

Bonhoeffer, è un pastore protestante, autore dell’opera Etica. Egli si chiede cos’è l’etica, arriva ad affermare che non è un semplice insieme di norme. Egli, durante il nazionalsocialismo, si rifugia in un primo periodo negli USA, poi rientra in Germania, qui verrà più volte incarcerato e infine ucciso. Dal carcere scriverà delle lettere, poi pubblicate nel testo Resistenza e resa, lettere e appunti dal carcere.

L'uomo e la gestione della libertà

L’uomo è libero, ma egli non sa come gestire questa libertà. L’etica non è un insieme di precetti e regole. La definizione di etica di Bonhoeffer, nasce dalla riflessione di un uomo che si impegna nella difesa dell’uomo. La sua forza l’ha attinta dal vangelo.

L’anima della teologia è la Bibbia. Il Concilio Vaticano II rappresenta una rivoluzione del rapporto Chiesa-mondo e una svolta nella teologia morale. Prima vi era una concezione giuridica dell’uomo, la morale era costituita da precetti da seguire. Dopo il Concilio viene riconosciuto il fondamento morale della persona, viene riscoperto un nuovo modo di leggere la Bibbia. Emerge la categoria della storicità: prima si sottolineava esclusivamente l’aspetto mistico a scapito dell’umanità. Dopo viene rimesso al centro la persona di Gesù e la sua umanità.

Il moralismo e la percezione della morale

Come si è arrivati al moralismo? Cioè alla cattiva fama della morale? Parlare di morale non significa parlare di leggi che si impongono agli uomini. Al centro della morale c’è la persona, una relazione che trasforma, che rende liberi. Il moralismo è una impostazione presente ancora oggi, dietro a questa tendenza c’è l’immagine distorta di Gesù, visto come un padrone, imperatore, un sovrano a cui bisogna pagare un tributo per tenerlo buono. Il moralismo nasce quando si perde di vista il Vangelo, dal greco “buona novella” (vd. Marco “Inizio del Vangelo di Gesù, della bella notizia…”, oppure vd. Luca “vi annuncio una grande gioia…”).

Non possiamo ridurre il tutto ad una dottrina. Prima di tutto si tratta di un evento, di un fatto, di una storia. Solo il cristianesimo dice che Dio si è fatto uomo. Vi è un capovolgimento direzionale: non è l’uomo a sforzarsi di raggiungere Dio, ma Dio che va dall’uomo. È un fatto storico che non può essere ridotto a una dottrina, ridurre il Vangelo alla morale è sbagliato. Prima della morale c’è altro, questa ricopre solo il secondo posto.

La conversione e il cambiamento

Alla base di una sana morale c’è un capovolgimento che possiamo cogliere nella storia, già dei primi cristiani. S. Paolo da giovane vive una svolta radicale, incontrando Gesù, incontro che avviene per le strade di Damasco, Paolo sta perseguitando dei cristiani, vive una conversione, non intesa in senso religioso, egli rimane ad essere ebreo, ma cambia la sua mentalità. Prima i pagani erano per lui gentaccia, adesso va incontro a tutti. Pietro rinnegherà Gesù pur avendo tentato di seguirlo, non puoi seguire Gesù “da lontano”, non puoi stare con Gesù e stare con sé. Il nucleo della verità cristiana emerge qui: Pietro darà la sua vita per Gesù, dopo che questo avrà dato la propria.

Stare con Gesù richiede rinunciare a se stessi. Ciò non significa rinunciare alla corporeità dell’esistenza, cioè alla vita concreta. Questo è un fraintendimento della parola di Gesù che deriva dall’uso di una mentalità sbagliata:

  • Dualista: divisione netta tra corpo e anima, visione che deriva dal platonismo;
  • Unilateralmente apocalittica: la vita terrena va sopportata in vista di una vita eterna;

Si parla in realtà di stile di vita, l’uomo deve rinunciare ai valori distruttivi, ciò che porterebbe l’uomo a un processo disumanizzante. Per esempio, all’idolatria che porta l’uomo a mettere al posto di Dio qualcos’altro.

Michelangelo e la teologia del corpo

Michelangelo ha dipinto la Cappella Sistina durante gli anni della Riforma, e le sue immagini sono state trasmesse anche in Europa —> scandalo nel vedere una cappella con più di 300 corpi nudi nella cappella del Papa. Il Concilio di Trento fa coprire le immagini più scandalose fino a che Giovanni Paolo II ha fatto ripulire la cappella: conosceva bene questa teologia del corpo —> l’uomo è un tutt’uno col suo corpo, non è separato dall’anima (no visione dualistica).

Questa cosa possiamo constatarla dalla vita di Gesù: Gesù ha goduto della vita, gli piaceva andare alle feste (era visto come beone), non si distaccava dalle cose corporee ma sapeva gestirle (non era un’asceta).

Morte e resurrezione di Gesù

Parliamo ora della morte e resurrezione di Gesù, che è il fondamento della morale e getta luce anche su tutto il suo stile di vita:

  • Come mai la passione di Gesù interessa?

Anche al tempo di Gesù tra i testimoni oculari degli eventi della sua passione c’era una grande varietà di persone che per vari motivi erano interessati:

  • I soddisfatti: coloro che vedono Gesù come un criminale e sono contenti che sia morto
  • I perplessi (Pilato)
  • I passanti (Cireneo, che aiuta Gesù a portare la croce)
  • La madre Maria —> gli uomini di oggi perché sono ancora interessati a questo evento?

La motivazione di voler far ricordo di una persona importante e rievocare la sua morte è troppo debole: in realtà ci sono altre motivazioni: avvertiamo che la sofferenza e il dolore di Gesù sono assolutamente umani e allo stesso tempo capiamo che è un dolore diverso dal solito.

È una morte talmente diversa da sfociare nella resurrezione (anche se tuttavia ciò non deve farci percepire la morte come un passaggio secondario: la morte è un passo indimenticabile). Questo evento non riguarda solo Gesù ma anche tutti gli uomini: “Gesù è morto per noi uomini e per la nostra salvezza” : significa forse che è morto solo per causa dell’uomo? Oppure significa “al nostro posto”, come sostituzione di un colpevole? O che si tratta di un pagamento per un riscatto? Una riparazione di un’offesa fatta a Dio? —> Che cos’è dunque la salvezza?

Dire che salvezza significa il “perdono dei peccati” non è sufficiente: la salvezza prima di tutto va intesa come possibilità per l’uomo di partecipare alla stessa vita di Gesù, alla sua relazione con il Padre, possibilità di amare come Gesù ha amato, di avere il suo stesso stile di vita. Questo è l’intento principale di Dio e inevitabilmente bisogna fare i conti con il peccato che proprio per vivere una vita come Gesù va sconfitto.

La serietà del peccato

—> Bisogna prendere sul serio il peccato ma non per questo metterlo al centro. Gesù di fronte alle false accuse durante la passione tace, non si difende davanti alle autorità romana. E questa cosa ovviamente stupisce tutti, anche i più indifferenti. Tuttavia il suo silenzio è eloquente, dice tante cose. (*Versetto di Marco 14,61 + versetto di Matteo 26: sono concordi nel dire che le accuse sono false!) Anche Pilato non rimane indifferente a questo silenzio (“non senti quante testimonianze portano contro di te?” ma Gesù non gli rispose neanche una parola tanto che il governatore rimase assai stupito). Perché Gesù che comunque era un grande oratore non parla? È una questione di giustizia.

Il mistero pasquale

Che cos’è la “salvezza”? Il mistero pasquale è l’apice della vita di Gesù ed è il fondamento della morale cristiana. La persona di Gesù e il mistero della sua vita. Mettiamo in luce alcuni concetti fondamentali:

  • L'uomo e la sua libertà: La libertà dell’uomo è scalfita dal peccato. La natura dell’uomo non è essenzialmente cattiva, anzi, è buona, ma scalfita dal peccato. Il peccato in realtà non è umano, c’è, ma l’uomo vive secondo la logica naturale che è diversa da quella del peccato e del male, è la logica buona di Dio.
  • La nostra è una vita di peccati per poi partecipare alla vita di Dio.
  • La morte di Gesù non è causa del peccato dell’uomo perché il nostro Dio non è qualcuno che deve essere placato con il sangue versato.

In tutto il mistero pasquale che è il preludio della salvezza, la cosa più interessante è il silenzio di Gesù davanti alle false accuse: cosa c’è dietro a questo silenzio? Prendiamo in considerazione alcuni testi biblici dai quali si capisce che questo mistero è il centro del messaggio cristiano. Sia nel Vangelo di Marco che in quello di Matteo si sottolinea il fatto che Gesù stia in silenzio. Entrambi evidenziano che, pur cercando testimoni per accusare Gesù, i farisei non ne trovano e prendono come accusa la distruzione del tempio di Gerusalemme (che deve essere intesa non in senso materiale ma in senso spirituale, il tempio è lui stesso, Gesù, che dopo 3 giorni è risorto).

Sia davanti alle accuse dei falsi testimoni che davanti alle autorità politiche (Pilato) Gesù rimane in silenzio. Perché Gesù non parla? Rinunciare a difendersi può avere diversi significati:

  • Rassegnazione, stanchezza, delusione
  • Sentirsi superiore, non vuole abbassarsi a discutere

Certamente Gesù non lo faceva per questi motivi! Gesù sta in silenzio come uno che osserva e mantiene intatta la sua dignità, anche dopo esser stato umiliato; insincerità dei giudici, fingono un interrogatorio tanto, ma Gesù sa già che lo condanneranno. Lui riconosce che è inutile parlare: il silenzio del giusto che pone la sua fiducia totalmente in Dio. Gesù è il giusto che soffre perché la verità viene calpestata. È un silenzio che esprime dignità, fiducia in Dio, ma che dice molto più di ogni altra parola.

Nel Vangelo di Giovanni [19,9] di fronte a Pilato, Gesù viene interrogato e gli viene chiesto: “di dove sei?”. Gesù non dà nessuna risposta. La domanda è ancora più profonda, riguarda il mistero più profondo di Gesù, egli tace. La domanda turba profondamente Pilato. O perché tutto è stato già detto, o perché Pilato deve cercare la risposta, oppure perché ogni uomo deve cercare personalmente la risposta, da dove viene Gesù, non si può delegare a qualcun altro.

Il contesto giudiziario al tempo di Gesù

Qual è il pensiero riguardo al ristabilimento della giustizia? Secondo la Bibbia sono due:

  1. Rib: la lite giudiziaria - Colui che ha subito una ingiustizia va dal colpevole direttamente e lo accusa, la finalità di questo processo è la riconciliazione. Accusarlo per far sì che la sua colpa sia perdonata. Lo accuso perché miro a perdonarlo, l’ho già perdonato ma voglio che lui riconosca la sua colpa. 1 Libro di Samuele [18,20] - Va ed ammoniscilo tra te e lui solo. La Bibbia presenta sempre il rib, soprattutto nel rapporto di Dio con il popolo. Gesù è il rib in persona, accusa non per condannare ma per perdonare. In modo tale che l’uomo si riconosca bisognoso di perdono.
  2. Mishpat: il vero e proprio giudizio. (quella che abbiamo anche nei nostri ordinamenti: colui che ha ricevuto un’ingiustizia, va dal giudice e questo stabilirà la pena che l’ingiusto dovrà pagare). Questa è considerata una modalità secondaria.

Quindi torniamo al fatto che Gesù si sente condannato ingiustamente. Ecco allora che i due sistemi si incrociano. Il rib di Dio, l’offerta di perdono, coinvolto in un processo nel quale vale la legge del mispat, dell’accusa. Quindi qual è l’unico modo per salvarsi? Dichiararsi innocente e quindi accusare i falsi testimoni, ma non sarebbe stata nella logica del rib, sarebbe stato un giudizio non di perdono ma di accusa. Dietro al silenzio di Gesù c’è il desiderio di far desistere il giudice far sì che gli altri non morissero, tace per amore dell’uomo. Il silenzio è scelto per amore, capovolge la situazione. Gesù non è un uomo che gli altri vogliono uccidere, ma colui che decide di dare la vita per gli altri, addirittura per coloro che lo stanno uccidendo.

Con il suo silenzio rischia e rischia di brutto, di morire senza essere capito, uno stupido, un debole che non si sa difendere.

Mistero centrale della fede cristiana

Il mistero centrale della fede cristiana è quello della Pasqua, della morte e risurrezione di Gesù. Con la Pasqua capiamo che c’è un Dio che condivide con noi la vita, un Dio presente. Non si tratta di un Dio con la “bacchetta magica”, altrimenti vedremmo di lui solo la potenza, e non l’amore. Dio è lì, nel travaglio che l’uomo sperimenta tra bene e male, vita e morte. Una vita armoniosa e senza problemi sarebbe alienante per l’uomo! La vita è fatta anche di sofferenza, oltre che di bellezza e gioia. E Dio è proprio in tale vita quotidiana. Gesù ci indica la strada attraverso cui realizzarci pienamente: la strada del dono di sé, verso gli altri, senza ingrossare il proprio io. La povertà di oggi è la solitudine. La sapienza della croce non è la sapienza della mortificazione, ma quella del dono.

Chi è l'uomo?

Chi è l’uomo? Come mai l’uomo è grande e allo stesso tempo sperimenta la miseria? L’uomo valuta le sue scelte in base al bene e male. Ma cos’è bene? Dietro a questa parola ci sono criteri diversi, contraddittori. Certe scelte non possono essere fatte in base a un arbitrio casuale, sulla base del consenso della maggioranza. Bisogna ritrovare un punto di riferimento nel progetto di Dio. Le prime pagine della Bibbia ci parlano dell’uomo, del senso della vita, dell’esperienza tra bene e male, ci confermano che Dio ha un progetto per lui, che l’iniziativa è di Dio, non tutto dipende dall’uomo. Il racconto dei primi capitoli della Genesi è simbolico ed eziologico, ha l’obiettivo di dire le cause dell’origine dell’uomo, ma non ha la pretesa di spiegare scientificamente come sono andate le cose. Bisogna leggere il testo biblico con la domanda giusta, che non è: “come è iniziato il mondo?”, ma: “perché esistono l’uomo e il mondo? Qual è il progetto di Dio? Cosa dice questo testo a me/a noi? Cosa dice di me/di noi?” Qui troviamo il progetto di Dio, che ci può illuminare per compiere scelte nella vita.

La Bibbia già dall’inizio ci sorprende, troviamo due racconti della creazione, messi uno dopo l’altro. Sono racconti di due epoche diverse:

  1. È più giovane (587 a.C.), si tratta di un momento di difficoltà per il popolo di Israele, che viene deportato in Babilonia, è il tempo dell’esilio.
  2. Risale al 1000 a.C., al tempo di Salomone.

Nel primo, la creazione dell’uomo è posta alla fine, diversamente nel secondo è all’inizio. Tra i due testi ci sono differenze che sembrano smentirne la veridicità. In realtà ciò ci dice che la Bibbia non ha paura della diversità, anzi, questa aiuta a tenere larghi gli orizzonti. Il testo segue il ritmo della settimana, ci sono numerose ripetizioni (“era cosa buona”, “e fu sera, e fu mattina”...). Dio chiama a godere della bellezza del creato. Dio crea dicendo, facendo e separando (le acque dal suolo asciutto, i maschi dalle femmine, il giorno dalla notte..). perché una cosa possa esistere, deve essere diversa dall’altra. La diversità è fondamentale, costituzionale nel progetto di Dio.

I popoli contemporanei e circostanti al popolo di Israele parlano di dèi del bene e dei del male, il popolo di Israele invece, pur in un momento di difficoltà, non cede alla tentazione.. da Dio non viene male!

La diversità nel progetto di Dio

Non è necessariamente bene ciò attorno cui c’è consenso. Partiamo dai capitoli dal Primo al Quarto; parla del progetto di Dio simboleggiato dal giardino; nel Capitolo 4 la situazione è cambiata (con Caino e Abele). Per leggere un testo è necessario rivolgersi ad esso con la domanda giusta; nel primo racconto è emerso che la diversità è elemento costitutivo nel progetto di Dio. Dio crea, dicendo facendo, ma anche separando. Senza separazione “tutto sarebbe tutto e niente esisterebbe”.

Veniamo al secondo racconto della Genesi (2, 4b-25). Ci troviamo di fronte ad un testo che dice qualcosa riguardo le componenti strutturali della vita dell’uomo e che quindi riguardano gli uomini in qualsiasi epoca storica. Sono testi che parlano della creazione dell’uomo. Sono racconti a volte un po’ banalizzati, in realtà dietro a questi racconti ci sono le domande fondamentali dell’uomo, come la questione della sofferenza di un bambino, come comprendere la situazione precaria dell’uomo, come non sospettare dell’altro. La questione del lavoro e della fatica, come comprendere la distanza tra condizione attuale dell’uomo e il progetto di Dio. Noi uomini di oggi dinanzi a questi interrogativi risponderemmo con dei punti (premessa, ...).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martyxangel92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Varsalona Agnese.
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