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Seconda parte del corso: gestione della crisi d'impresa

La crisi d'impresa e la ristrutturazione

La ricerca e il mantenimento dell’equilibrio economico nel lungo periodo dell’azienda, condizione prima per la sopravvivenza e lo sviluppo della vita dell’unità produttiva, comportano continue trasformazioni di strutture, di processi e di combinazioni produttive, necessarie per adeguare il sistema aziendale alla costante evoluzione del sistema in cui esso si trova inserito. L’accertamento della sussistenza di tale presupposto deve essere compiuto sistematicamente durante l’esercizio e soprattutto in sede di redazione di bilancio di esercizio. I soggetti a cui in primis spetta la verifica della sussistenza del going concern sono sicuramente gli amministratori, spetta poi naturalmente anche al collegio sindacale la verifica della continuità aziendale. La crisi d'impresa non è altro che uno stadio di vita dell’impresa stessa.

Le condizioni di continuità nell’attuale contesto socio-economico

Il presupposto della continuità aziendale è un principio dell’economicità aziendale identificabile nell’attitudine dell’impresa a perdurare nel tempo. L’argomento della continuità aziendale risulta di stretta attualità considerando il protrarsi di una lunga crisi dei mercati finanziari e dell’economia reale, con le incertezze che ne discendono sulla naturale attitudine dell’azienda a perdurare nel tempo. Oltre che una naturale vocazione dell’impresa ad operare nel tempo, il presupposto della continuità aziendale costituisce un principio generale di redazione del bilancio secondo valori di funzionamento. La valutazione delle voci di bilancio deve essere fatta nella prospettiva della continuità aziendale.

Il periodo di crisi degli ultimi anni ha fatto emergere una sempre maggiore attenzione su questa caratteristica dell’impresa, in particolare i soggetti interessati alla verifica della continuità aziendale sono sicuramente i soci, gli amministratori a cui compete la gestione, i creditori e i debitori in termini di rischio della controparte, i finanziatori in termini di rimborso del prestito. A questi soggetti si aggiungono l’amministrazione finanziaria e l’autorità di vigilanza. È molto importante tenere in considerazione le performance negative dell’impresa, infatti declino e crisi non si manifestano in modo repentino ma, in genere, sono annunciati da fenomeni sintomatici di decadenza e di squilibrio.

Generalmente se vi è un peggioramento degli indicatori, ci si sta spostando nell’area del disequilibrio, bisogna allora intervenire per risolvere la situazione. Uno strumento molto utile è l’ISA 570 che abbiamo già visto. Questo documento è un riferimento molto importante che ha il professionista nella valutazione della continuità aziendale. Nel principio ISA 570 vi sono delle informazioni fondamentali di cui si deve tenere conto per valutare la situazione dell’impresa. (parametri fondamentali per verificare la continuità dell’impresa).

  • Situazione di deficit patrimoniale: si va a valutare l’equilibrio patrimoniale con relazione semestrale. Attenzione che vi può essere una responsabilità di amministratori e sindaci per le operazioni effettuate senza equilibrio patrimoniale.
  • Capitale circolante netto negativo: nella riclassificazione finanziaria vi sono anche le partite finanziarie, mentre nella riclassificazione funzionale il CCN non risente delle partite finanziarie perché rientrano nella PFN. Un CCN negativo in una riclassificazione finanziaria è molto più grave che non con la riclassificazione funzionale in quanto sono ricomprese anche le partite finanziarie (salvo che nella grande distribuzione dove di fatto non si formano crediti).
  • Questa seconda verifica svolta dal collegio sindacale è volta a verificare se l’impresa riesce ad onorare sempre i propri impegni. Se non si riesce a far fronte ai propri debiti allora piano di ristrutturazione del debito. Se non vi sono prospettive di rinnovo delle linee di fido allora bisogna contattare l’amministratore delegato al fine di definire una linea di comportamento per far fronte a questa criticità.

Come sopperire a questa futura carenza di liquidità.

  • Se i creditori cambiano politica o sono grandi imprese che impongono una determinata dilazione nel pagarci. Verificare cosa accade in questa situazione.
  • Flussi di cassa negativi: capire quale causa. Si utilizza un prospetto redatto secondo l’OIC10 che permette di comprendere a che area di gestione deriva la perdita.
  • Consistenti perdite operative: gli ammortamenti non sono sostenibili: lo sfruttamento dei propri assets non è sufficiente ad avere un rendimento positivo. (se EBITDA positivo). Potremmo anche essere obbligati a svalutare gli assets.
  • Difficoltà di pagamento dividendi arretrati.
  • Incapacità di pagare i debiti alla scadenza (equilibrio monetario).
  • Incapacità di rispettare le clausole contrattuali dei prestiti: con eventuali penalità ad opera del creditore.
  • Incapacità di ottenere finanziamenti per effettuare investimenti (nel futuro prossimo si risentirà di questo aspetto).

Gestionali

  • Problema di carattere operativo: l'assetto organizzativo deve essere efficiente, se viene a mancare una persona strategica tutto l’assetto rallenta il che vuol dire il non rispetto del budget economico e quindi un peggioramento dell’economicità.
  • Scarsità nell’approvvigionamento di forniture importanti. Impatto immediato sul conto economico.

Altri

  • Manca l’equilibrio patrimoniale.
  • Attività di verifica del collegio sindacale di verifica delle cause e monitoraggio dei contenziosi in corso.
  • Modifiche di leggi o regolamenti che potrebbero influenzare negativamente l’impresa: si deve effettuare una simulazione delle possibili conseguenze che si potrebbero avere sull’impresa.

Recentemente è stata posta in essere un’indagine che ha evidenziato tre principali caratteristiche che contraddistinguono un sistema di governance in grado di garantire continuità di buona gestione dell’impresa:

  • Presenza della figura di un leader o di un piccolo team coeso.
  • Trasparenza informativa e dialettica costruttiva: attitudine a comunicare all’interno e all’esterno dell’impresa i risultati e la strategia aziendale.
  • Presidio costante dell’equilibrio economico e finanziario.

Ristrutturazione d’azienda

Corporate recovery: operazioni di ristrutturazione aziendale di imprese in situazione di crisi, si tratta di operazioni di salvataggio di singole aziende o di gruppi industriali, conseguenti ad un comportamento manageriale che ha perseguito strategie inadatte e dannose per l’impresa; in questo caso quindi le cause della crisi di impresa vengono definite interne e sono individuabili nell’inadeguatezza strategica e nell’incompetenza del management, nella mancanza d’innovazione, in strutture poco flessibili in processi non efficienti, in prodotti non più competitivi e così via.

Se la criticità invece deriva dal funzionamento aziendale, si parla allora di malfunzionamento e gli interventi in questo senso sono finalizzati alla risoluzione di problematiche che impattano sull’efficacia del funzionamento dell’operatività aziendale. Le operazioni di corporate restructuring sono invece operazioni di riorganizzazioni aziendali al fine di rafforzare quello che è il posizionamento competitivo dell’impresa. Vi sono poi invece cause di crisi definite esterne: in sostanza la crisi del settore in cui l’azienda opera.

La crisi aziendale si manifesta tipicamente secondo diversi stadi:

  • Il primo stadio generalmente presenta degli squilibri / inefficienze che si vengono a creare all’interno dell’impresa, all’interno della stessa non si riesce a gestire il volume ottimo per l’impresa. Prima si verificano le inefficienze che poi a loro volta si tradurranno in squilibri: i primi squilibri sono economici e monetari, poi si andrà ad intaccare invece l’equilibrio finanziario e quello strutturale. I primi effetti dello squilibrio si possono comunque notare in quella che è la gestione monetaria.
  • Naturalmente gli squilibri comportano perdite economiche che se non risolte subito possono portare ad un’erosione del patrimonio netto.
  • Lo stadio successivo è la crisi: che si differenzia dal dissesto in quanto la situazione può ancora essere salvata e il fallimento non è definitivo. Distinta dalla crisi è l’insolvenza, in questo stadio il soggetto non riesce a far fronte alle proprie obbligazioni in maniera regolare.
  • L’ultimo stadio è il dissesto fase dove le passività sono maggiori delle attività della società. In questa fase si modificano quelli che sono gli interessi dei soci nella società: l’interesse non è più infatti quello della gestione il più profittevole possibile della società allo scopo di conseguire un dividendo ma diventa quello di monetizzare nel minor tempo possibile il proprio investimento tutelano però anche gli interessi degli altri creditori.

In presenza di una causa di scioglimento della società sarà inoltre diversa la gestione stessa della società: il cod. civ. prevede infatti che gli amministratori debbano gestire la società in maniera vincolata: questa gestione degli amministratori sarà vincolata alla conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale. In questa ipotesi verranno meno anche i normali criteri di redazione del bilancio: il criterio di valutazione delle attività non sarà più il costo storico bensì il valore di realizzo dei crediti. Mentre per le passività il criterio di valutazione sarà il valore di estinzione dei debiti.

La crisi porta necessariamente dei costi presso l’impresa. I costi possono essere di due tipi:

  • Diretti: spese per il legale (per gli accordi che ci aiuta a stipulare con banche e fornitori), spese per l’advisor (ovvero per il consulente dell’impresa che predisponga un piano di risanamento), spese derivanti dall’esternalizzazione dei servizi e quindi anche spese in termini di cassa integrazione e altri costi giurislavoristici.
  • Indiretti: oneri costituiti da mancati ricavi e dai minori profitti dovuti alla percezione da parte dei clienti dello stato di crisi dell’impresa e dalla loro eventuale decisione di non volere acquistare prodotti o servizi da una società dal futuro incerto.

Le principali cause endogene della crisi possono essere:

  • L’indebitamento: eccessiva dipendenza dal sistema bancario.
  • La cultura finanziaria: carenze conoscitive del rischio finanziario connesso a determinate operazioni (ad esempio operazioni in valuta, derivati speculativi, investimenti non valutati in modo coerente con la logica economico aziendale).
  • La logica imprenditoriale: mancanza di managerializzazione dell’impresa.
  • Gli errori nella diversificazione: mancanza di competenze per gestire le scelte di diversificazione.

Il fatto che il mondo sia in continuo mutamento non esiste una ricetta unica per gestire la società con successo, è sicuramente regolare con precisione la combinazione prodotto mercato tecnologia, le risorse umane e le variabili esogene. Il fronteggiamento della crisi avviene comunque sempre secondo il seguente schema:

  1. Disponibilità di informazioni idonee: le informazioni raccolte dal consulente della crisi sono fondamentali e sono dirette a identificare le cause della crisi tramite solitamente lo studio storico dei bilanci degli esercizi precedenti.
  2. Identificazione e valutazione dei sintomi di crisi.
  3. Preparazione di un progetto di intervento/cambiamento: questo business plan dovrà recepire e prevedere delle azioni che risolvano le cause che hanno portato l’impresa in crisi.
  4. Raggiungimento dei consensi necessari: bisogna interpellare i creditori al fine di ricevere i loro consensi.
  5. Applicazione del progetto.

Vi è comunque sempre la presenza di un rischio di esecuzione che permea il progetto e che richiede che l’applicazione dello stesso sia continuamente monitorata tramite generalmente gli stessi strumenti con cui si monitora l’economicità dell’impresa.

Le ristrutturazioni aziendali

Innanzitutto dobbiamo dire che la crisi di impresa la possiamo suddividere in due parti: la parte della crisi reversibile e la parte della crisi irreversibile. Noi tratteremo in particolare il mondo della crisi reversibile. La crisi è scoppiata nel mondo a partire dal 2007 negli USA a partire dal settore dei mutui subprime e quindi dal settore immobiliare. In particolare tra i principali driver della crisi possiamo annoverare l’eccessivo leverage di molte imprese causato principalmente da:

  • Errate valutazioni sul rischio di un elevato indebitamento,
  • Maggiore facilità nell’ottenere capitale di debito,
  • Accumulo di acquisition debt dovuto a M&A effettuati a prezzi troppo elevati rispetto al vero valore dell’azienda.

Molte imprese si sono trovate quindi alle porte della crisi con un carico di debito sostenibile solo in condizioni di crescita economica sostenuta e di redditività operativa elevata. Non appena tali condizioni sono venute meno, il servizio del debito è divenuto impossibile per molte imprese. La realtà italiana inoltre presenta un mercato del lavoro rigido, che rende ancor più complesso per le imprese riuscire a sopportare il peso di riduzioni di fatturato.

È per questo che oggi vi sono parecchie società che attraversano una situazione di crisi, e che nel breve-medio periodo dovranno attraversare una fase di ristrutturazione per superarla. In Italia il contesto di riferimento ha visto:

  • Un sensibile aumento dei crediti deteriorati e delle sofferenze di conseguenza del sistema bancario: il credito deteriorato è la somma di tutte quelle posizioni che sono di difficile recupero da parte delle banche. Questo ha comportato tutta una serie ci contro misure da parte della banca: cartolarizzazione, accordi giudiziali ed extragiudiziali, cessione a fondi di debito, recupero del credito tramite soggetti interni od esterni alla banca.
  • Processi di ristrutturazione complessi e articolati, e soprattutto con un’elevata percentuale di piani non performanti che vedono la riapertura di un tavolo di crisi successivamente. Un aspetto che sicuramente influenza la negatività di questi piani è il fatto che per una serie di problematiche strutturali la ristrutturazione non è un processo tempestivo come dovrebbe essere.

Ad esempio l’approvazione di un processo di ristrutturazione può essere molto lunga e arrivare fino a 10/18 mesi. Un altro motivo è che spesso nella realtà Italiana l’impresa viene poi lasciata in mano allo stesso imprenditore che ha contribuito a generare la crisi ed è quindi difficile che lo stesso riesca a risolverla. Il contesto legislativo in tema di crisi si è fortemente modificato e continua la propria evoluzione, anche se in alcuni aspetti specifici risulta ancora parecchio inefficiente. In particolare il decreto Passera ha introdotto uno strumento di cui però le imprese Italiane hanno subito abusato: il concordato in bianco. Il concordato in bianco è un istituto giuridico previsto dalla normativa Italiana dove la società in crisi riconosce la propria crisi e chiede al tribunale un periodo di tempo per riuscire a creare un piano di risanamento nei confronti dei creditori.

Vi è una crescente pressione da parte degli organismi di vigilanza europea come lo dimostra la vigilanza non più ad opera di Banca d’Italia ma ad opera della BCE sulle 10 principali banche Italiane. Una particolare norma che è stata inserita è quella introdotta con gli accordi di Basilea: ogni banca deve accantonare come capitale minimo oltre a quanto previsto con le altre norme un capitale pari al 50% dei NPL. La banca è quindi incentivata ad avere meno bad debt al fine di potere utilizzare più risorse non vincolate per concedere nuovi finanziamenti. Questo ha dato nuove opportunità a soggetti sia Italiani che stranieri che hanno visto una forte emersione della propria attività e che operano nel settore dei non performing loan o di soggetti che acquistano imprese in crisi cercando di risanarle. In particolare si sono aperti degli spazi per due tipologie di operatori:

  • Soggetti che investono con l’obiettivo di gestire le imprese in crisi, e si distingue tra operatori che inseriscono nuovi capitali come capitali di rischio e operatori che contrattano nuovi finanziamenti dalle banche,
  • Soggetti che vanno dalle banche per acquistare i NPL ad esempio: Atlante.

La crisi d’impresa

Alcuni studiosi associano al termine crisi l’insolvenza, perciò un’impresa entra in crisi quando non è in grado di far fronte alle proprie obbligazioni. Altri aziendalisti invece ne parlano come momento conclusivo di un ciclo gestionale negativo. Sicuramente però il termine crisi coincide con quella situazione di non economicità: il settore di business non è più in grado di fornire la giusta remunerazione: EBITDA negativo. Viene utilizzato come indicatore l’EBITDA, in quanto questo permette di verificare la gestione core dell’azienda e nonché permette di vedere i flussi di cassa generati dall’impresa. La crisi di un’impresa è quindi dovuta a una crisi di liquidità ma anche ad una crisi di economicità.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucaf_94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecnica professionale progredito e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Franceschi Luca Francesco.
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