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- Analisi conoscitiva. Il percorso che deve essere seguito è il tipico percorso definibile

dal generale al particolare. E quindi in prima analisi devono essere individuate le

linee generali, gli obiettivi e i dati del piano, in seconda analisi ci si può concentrare

sugli obiettivi parziali funzionali al raggiungimento degli obiettivi generali.

Si tratta in genere del contenuto più tecnico del piano: le previsioni di andamento

delle principali variabili economiche, patrimoniali e finanziarie.

Inoltre l’attestatore deve valutare il fatto che quanto descritto dal piano sia

comprensibile da tutti i soggetti a cui è rivolto e che quindi le determinanti analitiche

e le variabili economiche siano esaurientemente specificate.

- Analisi valutativa. La terza fase è quella che deve supportare il giudizio di fattibilità.

In questa fase il professionista deve partire dai dati analitici per poi spostarsi sui

dati parziali e infine su quelli generali.

Ai fini della valutazione è necessario che l’attestatore adotti uno schema logico che

valga a supportare la serietà e l’attendibilità delle sue conclusioni.

È quindi utile qualificare tutti i dati del piano in: impossibili, possibili o probabili e poi

in base a questi giudizi giudicare a livello complessivo il piano.

Infine il giudizio di attestazione quale che sia deve essere un giudizio positivo, in modo

incondizionato, l’attestatore deve dichiarare il proprio convincimento che è più probabile

piuttosto che meno probabile che il piano raggiunga gli obiettivi assegnati senza che

questo sia sospeso al verificarsi di particolari condizioni.

Il leveraged buyout e i finanziamenti strutturati: natura e crisi.

Prima di parlare dell’operazione di leveraged buyout facciamo un breve excursus storico sulle

principali tipologie di finanziamenti alle imprese.

Si distingue tra:

Finanziamenti a breve termine.

- Finanziamenti a CCN: ad esempio fido concesso per l’anticipo alle fatture (è l’operazione

sostanzialmente più rilevante in questo ambito).

- Prestiti non garantiti: finanziamenti di vario tipo che non sono soggetti a nessuna garanzia,

l’impresa non deve fornire alcun bene a garanzia rispetto al finanziamento.

Ad esempio lo scoperto di conto corrente.

Finanziamenti a medio/lungo termine. Generalmente richiede la concessione di garanzie da parte

della società.

- Finanza a fini generici d’impresa: (GCP) finalizzati a creare nuovi investimenti e nuovo

business per l’impresa.

- Finanza strutturata: finanza straordinaria ritagliata alle esigenze dell’impresa del momento

(fra di questi rientra il leveraged buyout).

Altre tipologie.

- Fra cui il leasing, il factoring, il noleggio etc.

FINANZA STRUTTURATA.

Tipologie di finanziamenti strutturati, la finanza strutturata si distingue in due categorie:

1. Cash flow based:

- Leveraged buy-outs,

- Finanziamenti infrastrutturali. (project financing)

2. Asset based.

- Finanziamenti immobiliari (Real Estate),

- Finanziamenti navali (shipping). 38

La differenza fra le due tipologie riguarda la stima di un perito dell’asset, e la concessione del

prestito avviene sulla base di questa stima.

Ma di fatto nella concessione di un prestito bisogna tenere conto di quanto qualunque bene

rilevante sia a servizio della generazione dei flussi di cassa dell’impresa stessa.

Quindi la generazione dei flussi di cassa va valutata in entrambi i casi, del resto il prestito verrà

rimborsato tramite i flussi di cassa prodotti dall’impresa.

Il leveraged buyout.

Si tratta di un finanziamento alle imprese particolarmente complesso.

Definizione: Per leveraged buyout intendiamo qualunque operazione di acquisizione di una

società, di un ramo di azienda, di una divisione organizzativa o, semplicemente, di un talune

attività (che denomineremo target) realizzata utilizzando l’indebitamento per finanziare un’ampia

porzione del prezzo di acquisto; la parte rimanente del prezzo medesimo viene quindi coperta da

capitale proprio (o equity) contribuito da un investitore denominato sponsor.

Due elementi importanti per la realizzazione di un’operazione di leveraged buyout sono quindi:

- Un’acquisizione di un ramo o di un’azienda,

- Un elemento molto elevato di indebitamento con il quale coprire la maggior parte del

prezzo.

Perché è conveniente un’operazione di questo tipo?

Dal tempo iniziale di investimento al tempo finale di disinvestimento ci si trova con un’azienda che

ha lo stresso valore ma con una parte dei flussi di cassa utilizzata per rimborsare il debito.

Quindi nel periodo di investimento i flussi di cassa andranno a rimborsare mano a mano il debito,

con la conseguenza che al momento del disinvestimento l’azienda avendo un attivo di pari valore

ma avendo nel tempo rimborsato il debito si troverà con un equity maggiore rispetto

all’investimento iniziale.

A questo punto l’investitore cederà l’azienda.

Caratteristiche dell’azienda target (azienda oggetto di investimento):

- Significativa generazione di cassa, questa caratteristica è la principale perché la società

deve essere in grado di rimborsare un indebitamento particolarmente rilevante.

Le aziende di moda si prestano particolarmente per via degli elevati margini.

- Posizioni di mercato forti e difendibili.

- Opportunità di crescita e sviluppo.

- Potenziale incremento dell’efficienza: per gli investitori che amano creare maggiore

efficienza all’interno dell’azienda.

- Bassa necessità di investimenti in conto capitale.

- Capienza degli attivi patrimoniali.

- Validità del management team.

I settori più sottoposti da sempre al leveraged buyout sono le aziende consumer e le aziende

industriali.

Le prime per via dei loro margini rilevanti e le seconde per via della forte posizione sul mercato.

Gli altri settori su cui si è focalizzata l’attenzione sono le materie prime, il settore finanziario e i

settori tecnologico e dei media.

Il settore del retail e del food e nonché il settore dei servizi commerciali hanno avuto i leveraged

buyout maggiori in termini di dimensioni.

Attori principali di un LBO:

- Gli investitori in capitale proprio (limited partners): soggetti che investono il proprio capitale

all’interno di un fondo di private equity che avvia il processo di investimento.

- Financial sponsors: sono le entità che raccolgono il capitale dai limited partners all’interno

di un fondo di private equity oer investirlo poi in Leveraged buyouts e transazioni affini. 39

Le persone più rilevanti dei financial sponsor sono anche dei limited partners in quanto se i

soggetti che prendono le decisioni di investimento sono anche soggetti che hanno immesso

proprio capitale all’interno del fondo si viene a creare maggiore fiducia e si riesce a

raccogliere una maggiore quantità di capitali da investire.

- Le banche: fornisce l’indebitamento necessario per l’acquisizione e viene remunerata

attraverso un tasso di interesse e tramite anche delle commissioni per il processo di

ristrutturazione del deal.

- Altri investitori di debito:

investitori in bonds ad alto rendimento,

investitori in debito mezzanino,

investitori in CLO (collateralized loan obligations): che acquistano prestiti di operazione di

leverage buyout e poi le rivendono al mercato tramite obbligazioni.

Un po' come avveniva in America, dove la crisi è scoppiata a seguito di queste operazioni:

banche vendevano a società pacchetti di mutui subprime che rivendevano tramite

obbligazioni CLO.

Possiamo riassumere l’operazione con questo grafico:

Tipologie di LBO:

- Aziende target quotate ed aziende a capitale privato.

Quando viene effettuato un leveraged buyout su un’azienda quotata, il capitale viene quasi

totalmente acquistato dall’investitore che comporta il togliere la società dalla quotazione.

Non sempre questo avviene: talvolta la società rimane quotata come il caso di pagine

gialle.

- Tipologie di indebitamento: flussi di cassa e valori patrimoniali: si distingue quindi fra cash

flow base e asset based.

- Ruolo e assetto del management.

MBO si utilizza il management interno già in possesso delle informazioni necessarie,

MBI si utilizza un management esterno con l’idea di efficientare i procedimenti.

- Un’azienda può essere sottoposta più volte a leveraged buyout. 40

ESEMPIO:

Beta azienda non molto indebitata, ben patrimonializzata con un ROE particolarmente alto: 16,8%.

Stato patrimoniale di Beta (target) prima dell'acquisizione.

Attività Passività

Immobili 2500 Patrimonio netto 3000

Magazzino 1200 Debiti verso 1500

banche

Crediti 500

Liquidità 300

Totale 4500 Totale 4500

Conto economico di Beta (target) prima dell'acquisizione

Ricavi di vendita 2.500

Costi di (1.200)

produzione

Reddito operativo 1.300

Ammortamenti (200)

EBIT 1.100

Interessi (90)

Utile lordo 1.010

Imposte (505)

Utile netto 505

ROE= €3.000/€505= 16,8%

Newco: società che contiene solo cassa. (alfa).

Stato patrimoniale di Alfa (newco) prima dell'acquisizione

Attività Passività

Banca c/c 3200 Patrimonio netto 800

Debito Senior 1600

Debito Subordinato 800

Totale 3200 Totale 3200

Si compra beta e poi si fonde con alfa.

Nel passivo compaiono il PN e i debiti della società alfa sommati ai debiti della società beta.

All’attivo viene iscritto un avviamento dovuto al fatto che il prezzo pagato è generalmente più alto,

aspetto che comporta la creazione di un avviamento.

Stato patrimoniale di Alfa dopo la fusione con Beta (combined)

Attività Passività

Immobili 2500 Patrimonio netto 800

Magazzino 1200 Debito Senior 3100

Crediti 500 Debito Subordinato 800

Liquidità 300

Avviamento 200

Totale 4700 Totale 4700

Nel conto economico aumentano fortemente gli interessi, si riducono le imposte e si arriva ad un

utile netto minore.

Il ROE aumenta fortemente per via della forte riduzione del capitale investito.

Un utile più piccolo messo in proporzione da maggiori rendimenti: gli investitori con piccole quote

di capitali riescono a ricevere rendimenti molto elevati.

Conto economico di Alfa dopo la fusione con Beta

Ricavi di vendita 2.500

Costi di produzione (1.200)

Reddito operativo 1.300 41

Ammortamenti (210)

EBIT 1.090

Interessi (356)

Utile lordo 734

Imposte (367)

Utile netto 367

ROE= €367/€800= 45,9%

IL DISINVESTIMENTO O EXIT.

L’investitore per monetizzare il proprio investimento deve vendere la società.

Esistono varie tipologie di exit:

- Vendita della target: generalmente ad acquirenti industriali, è la soluzione adottata nella

maggior parte dei casi, con l’obiettivo di liquidare l’investimento in poco tempo.

- Portare la target in borsa: IPO.

Quotando l’impresa si riesce inizialmente a disinvestire solo una piccola parte e poi le

azioni vengono vendute poco alla volta per evitare di provocare una caduta del prezzo

dell’azione con conseguenze di minor guadagno per l’investitore.

- Ricapitalizzazioni e dividendi: ci si rimborsa con il dividendo prima del vero e proprio

disinvestimento finale: l’azienda target, una volta parzialmente esdebitata, emette nuovi

strumenti di indebitamento così da raccogliere la cassa necessaria per pagare un dividendo

straordinario.

Il legislatore nel corso degli anni ha affrontato il problema del leveraged buyout: art. 2501 bis:

procedura peculiare.

Non ha aperto però alla possibilità di indebitare un’impresa per ottenere per gli investitori dei

dividendi, quindi questa ultima ipotesi di disinvestimento in Italia non si applica.

Il calcolo del rendimento dell’investitore: TIR o IRR.

Sommatoria dei flussi di cassa scontati del tasso di interesse.

Se la somma è uguagliata a zero ed esplicitata per il tasso r ci dà il rendimento.

Si parte quindi dall’investimento iniziale con segno negativo e poi i vari dividendi pagati durante gli

anni nonché il disinvestimento finale attualizzati al tempo zero.

Il rendimento target di un investitore di leveraged buyout è attorno al 20/25%.

Quello che succede all’interno di un fondo è che alcuni investimenti si rilevano molto fruttuosi pari

al 40% talvolta però minori o in negativo con una media quindi attorno al 20%.

Quindi in un’operazione di leveraged buyout quello che si cerca di fare è rimborsare il debito da

una parte e massimizzare il valore dell’azienda dall’altra.

Il vantaggio della valorizzazione dell’impresa va infatti ad equity e non a debito.

TREND STORICI.

LEVERAGED BUYOUT PER ANNO. 42

Dal grafico notiamo che i tassi di default sono correlati agli spread che le obbligazioni pagano dai

titoli di stato per via dell’aumento del rischio.

2001: crisi scoppio della bolla della new economy.

TASSI DI INTERESSE E DEFAULTS

Il picco al rialzo dei leverage buyout è da confrontare con i bassi costi di indebitamento e quindi il

basso rischio di default nel 2007.

Quindi laddove vi è capitale disponibile a tassi più bassi si acquistano più aziende tramite LBO. 43

Quindi l’andamento generale dell’economica influenza la quantità di operazioni realizzate.

DEBT/EBITDA 1997 – 2012.

L’ultimo grafico mostra fino a quanto veniva spinta la leva finanziaria, si presenta ancora una volta

la correlazione con l’andamento del mercato.

I PRINCIPALI FATTORI DI INSUCCESSO DI UN LBO.

- Fattori di natura economico - industriale:

riduzione della domanda: (esempio pagine gialle). O ad esempio settore aereo che dipende

molto dal carburante e dal suo prezzo.

Nonché crisi settoriali.

- Fattori di carattere finanziario.

La struttura dei costi e dei ricavi e l’efficienza operativa può avere effetti positivi (leva

operativa).

Imprese con un’elevata leva operativa generalmente sono caratterizzate da costi fissi molto

elevati, uno shock sulla quantità di ricavi si riverbera in maniera negativa sui margini e sulla

redditività.

Leva operativa: margine di primo livello/margine di secondo livello dove la differenza tra i

due margini è data dai costi fissi. (costo del personale e ammortamenti).

Effetto leva finanziaria: riguarda la struttura di capitale dell’impresa.

- Fattori di carattere manageriale.

- La frode.

Leva finanziaria e performance.

Il rallentamento del fatturato provoca uno scarico: si produce di meno ma si incassano i crediti

dell’esercizio precedente: quindi si ha un aumento della cassa.

L’impresa subisce uno shock sulle vendite e quindi si trova con un ROE minore e con un indice di

rimborso del debito minore.

In caso di LBO:

aumentano fortemente gli interessi per via del debito.

A parità di azienda la leva finanziaria influisce in maniera drammatica sulla redditività dell’impresa.

44

Quindi a parità di shock, l’impresa con una struttura più indebitata è sicuramente più assoggettata

ai rischi che ne potrebbero derivare.

STRUMENTI DI MONITORAGGIO:

Come fa chi investe in una società tramite lo strumento del LBO a monitorare la situazione?

Informazioni finanziarie annuali e informazioni finanziarie interim permettono di calcolare tutta una

serie di indici: covenants finanziari: leverage, interest cover (rapporto tra interessi da pagare ed

ebitda), fixed charge cover (rapporta la cassa generata dall’azienda a servizio del debito con gli

interessi e il capitale che l’azienda deve rimborsare nell’esercizio) e gearing (indici che rapportano

le quantità di indebitamento agli indici di redditività).

Se non si rispettano determinati covenants finanziari presenti nel contratto di finanziamento

stipulato con la banca si tratta di un vero e proprio inadempimento del contratto: generalmente la

banca vuole ottenere nuove rassicurazioni, come ad esempio l’immissione di nuovo equity.

Analisi finanziaria (alcuni indici):

- Indici di indebitamento:

senior/junior leverage, (cash flow based).

loan to value (rapporto tra valore bene e prestito). Asset based.

- Indici di patrimonializzazione: indebitamento vs capitale proprio.

- Indici di liquidità: flusso di cassa vs quota di capitale e di interessi ancora da rimborsare.

Gli indici di loan to value spesso richiedono due perizie di due esperti delle due parti.

Gli eventi di default:

Azioni eventi o circostanze che riconoscono al finanziatore il diritto al rimborso prima della sua

scadenza naturale.

Lo scopo è quello di proteggere il finanziatore nei casi in cui vi è evidenza dell’incapacità del

borrower a rimborsare il finanziamento.

Consente al lender di aggredire le garanzie o in generale di sedersi ad un tavolo di trattativa con

una posizione di forza.

il peso del potere contrattuale si sposta vero il debitore.

Default ed evidenze storiche: le informazioni si ottengono incrociando le informazioni derivanti dai

rating e le informazioni in termini di default.

La scala di rating si divide in investment grade e non speculative grade separate da BBB-.

Generalmente le imprese AAA sono le imprese energetiche naturalmente insieme ad alcuni stati.

Fino a qualche anno fa le banche europee avevano la AAA.

Quasi tutte le aziende automobilistiche hanno rating che attorno a BB.

Un’impresa soggetta a LBO si troverà nel gradino BB.

I CORPORATE DEFAULTS. 45

La differenza fra il livello di default in anni di crescita economica è più basso ma non di molto

rispetto a quello che è il tasso in situazione di crisi economica. (per le obbligazioni investement

grade).

Vi è invece una forte enfatizzazione nel caso di speculative grade nei periodi di crisi.

Questo perché le imprese sono mediamente più rischiose ma anche più indebitate e al ridursi dei

ricavi ci si trova con un indebitamento sulle spalle non più sostenibile.

La crisi produce una riduzione del fatturato e quindi riduce i margini dell’impresa, soltanto che le

imprese con maggiore indebitamento devono pagare più cassa per sostenere gli interessi è per

questo che hanno minore margine per far fronte alla crisi e meno tempo per trattare con i propri

creditori un piano di risanamento.

I fattori critici nell’analisi della crisi:

- Identificazione/isolamento delle cause industriali e delle cause finanziarie.

L’azienda ha un valore maggiore o minore rispetto a quello dell’impresa?

L’equity è quindi maggiore o minore di zero.

- Azioni di turnaround industriale che permettono all’impresa di tornare alla normale

redditività.

In particolare si può sostituire il gruppo dirigente (interim management: manager che

svolgono il compito di intervenire solo in situazioni di crisi d’impresa).

- Nuova struttura del capitale: fabbisogno di nuovi mezzi e analisi della struttura di capitale

sostenibile.

Grafico: 46

in caso di crisi esiste la necessità talvolta di inserire nuova finanza nell’impresa.

La nuova finanza si trova ad impiegare un posto prioritario: ad essere in cima, la nuova finanza

inserita in un’impresa in crisi ha diritto al rimborso per prima.

L’inserimento di nuova finanza a parità di valore dell’impresa va ad erodere l’equity, talvolta può

anche accedere che l’equity si azzeri o che il debito può essere convertito in uno strumento di

capitale proprio.

Strumenti finanziari partecipativi: creati dal legislatore per far fronte alla conversione

dell’indebitamento in strutture ibride.

A livello generale le principali procedure le possiamo rappresentare in tre gruppi:

- Procedure interamente extragiudiziali o workouts.

Accordi di ristrutturazione negoziati bilateralmente tra i debitori e i creditori al di là di qualunque

processo fallimentare.

Il debitore può procedere richiedendo un’estensione temporale dei propri termini e delle proprie

scadenze di pagamento, approccio molto diffuso nei leveraged buyouts attraverso accordi

modificativi dei contratti di finanziamento originari detti di amend and extend.

- Procedure parzialmente extragiudiziali:

il risultato della negoziazione viene portato in tribunale: lo scopo è quello di abbreviare il

procedimento e ottenere il consenso dei creditori immediato.

Questo tipo di procedura è molto utilizzato nel mondo angolosassone e in particolare negli USA.

Un accordo simile è quello sancito dall’art. 182 – bis della legge fallimentare.

- Procedure giudiziali.

Il debitore si rivolge ad una corte fallimentare direttamente alla corte fallimentare attraverso una

procedura di ammissione detta in gergo filing.

Il filing implica la trasmissione al tribunale di una serie di informazioni rilevanti sullo stato della

società.

La procedura è una procedura più complessa e più burocratica.

Nel frattempo il business prosegue sotto la guida del management precedente nell’attesa del

compimento di tutti i passaggi della procedura fino al voto da parte di ciascuna delle classi dei

creditori.

In Italia vi è la procedura del fallimento. 47

Cram down: insieme delle azioni con le quali il debitore e i suoi azionisti impongono ai creditori

finanziari un piano di ristrutturazione ad essi sfavorevole o non condiviso indipendentemente dal

loro dissenso.

Questo strumento passa nella quasi totalità dei casi attraverso l’utilizzo di procedure di carattere

giudiziale o parzialmente giudiziale, che danno al debitore tutti i benefici tipici dell’automatic stay,

forzando anche i creditori ad attenersi a tempistiche legalmente sancite per organizzare il proprio

consenso.

La legge limita questo utilizzo ad un concetto di minoranza e maggioranza: se vi è una

maggioranza di creditori favorevoli al piano vi può essere una minoranza di creditori sfavorevoli.

Per evitare la minoranza dissenziente e molto attiva di fermare l’operazione di ristrutturazione da

parte dell’impresa la legge ha previsto questa possibilità di cram down.

La maggioranza può vincere attraverso il voto ed imporre al dissenziente il piano.

Automatic stay: situazione di pausa del diritto dei creditori imposta ai creditori stessi nel momento

in cui è avviata una procedura da parte dei debitori.

Questo meccanismo serve al debitore per avere un po’ di tempo per organizzarsi e per

organizzare una proposta di ristrutturazione da sottoporre poi ai creditori. (concordato in bianco).

Una volta ottenuto un consenso maggioritario dei creditori si può attraverso il cram down

approvare il piano.

LEZIONE GENERALE SULLA CRISI.

1. Genesi dello stato di crisi

Luglio 2007: crisi dei mutui sub-prime.

Il mutuo sub-prime è un mutuo che è concesso ad un soggetto che non ha merito creditizio.

Per merito creditizio si intende la capacità di un soggetto di rimborsare un debito.

Era terminata al tempo la platea di soggetti con merito creditizio, era stato erogato allora un

finanziamento ad altissimo rischio: finanziamento ninja: il soggetto non aveva reddito né assets da

mettere a disposizione per il rimborso. Il soggetto aveva solo un immobile.

L’assets al trascorrere del tempo visto il mercato in crescita si apprezzava.

Se il soggetto non riusciva a rimborsare la banca questa non aveva alcun problema a rientrare

della somma vista la costante crescita del mercato immobiliare.

Dal 2000 al 2007 il tasso di crescita del mercato immobiliare era molto alto.

Il problema è sorto quando il mercato è crollato: vi era talmente tanta offerta che la domanda non

bastava e il prezzo di conseguenza è crollato.

Broker: mette in contatto creditore e debitore: percentuale sulla base dell’erogazione del mutuo.

Banca è il creditore, questa è costretta ad accantonare un certo accantonamento per ogni credito

rischioso concesso.

Cartolarizzazione: strumento di monetizzazione degli assets nell’attivo.

Consiste nel cedere ad un veicolo una serie di crediti che ho nei confronti di un debitore. Questo

veicolo emette delle note che poi piazza sul mercato concedendo anche un rendimento.

La banca vende questo pacchetto di crediti all’80%, il veicolo emette note al 100% che danno un

rendimento che viene finanziato tramite il rimborso dei soggetti.

Questi pacchetti devono avere un rating: le società di rating utilizzano un metodo statistico per il

calcolo del rating: ipotizziamo un 50% che non riesca a rimborsare il credito, il 30% riesce a

rimborsare il credito.

Quindi su 100 soggetti altamente rischiosi, su questi soggetti vu sarà una parte non rischiosa AAA.

Questo strumento rende poco vista la tripla AAA.

In questo settore esistono poi dei meccanismi definiti di rafforzamento del merito creditizio:

sottoscrivendo dei credit default swap.

Questi strumenti hanno incominciato a circolare con effetto moltiplicativo, quando il soggetto non

pagava si escuteva l’ipoteca, solo che sul mercato non si riusciva a vendere e le controparti non

erano più in grado di rimborsare.

Quindi i fondi di pensione a bassissimo rischio si trovavano con titoli inutili e anche le banche si

trovavano piene di questi titoli.

Il problema si è poi esteso a livello globale.

2008: fallimento di Lehman Brothers. 48

Nell banche Italiane non vi era la presenza di questi titoli, ma vi erano però crediti magari concessi

troppo superficialmente da parte delle banche.

Definizione di crisi d’impresa: è legata al ciclo di vita dell’impresa: fase di declino delle

performance economiche e patrimoniali.

Esistono tre tipi di equilibri in un’azienda:

- Patrimoniale: composizione delle fonti di finanziamento: equilibrio fra le due fonti.

- Economico: capacità di un’impresa di generare ricavi tali che coprano i costi e realizzino un

margine.

- Finanziario: è necessaria cassa per far fronte ai disequilibri finanziari che si vengono a

creare per via del ciclo del circolante.

Si parla di crisi d’impresa quando non sussistono questi tre requisiti.

La soluzione della crisi è però differente in base a quella che è causa della crisi stessa.

La differenza tra equilibrio economico e gli altri due è che questi possono essere raggiunti tramite

accordi contrattuali con i creditori o tramite aumenti di capitale di un terzo.

Se un debitore rinuncia ad un credito questo ha un effetto patrimoniale: si stralcia il debito che

comporta un maggior valore a conto economico e quindi un aumento del patrimonio: non genera

cassa.

È però necessario che il business dell’impresa sia un business sostenibile.

È quindi fondamentale distinguere fra i tre disequilibri.

Naturalmente l’equilibrio più complesso da risollevare è quello economico che richiede particolari

sforzi.

IBR: è una new diligence che deve supportare un piano di ristrutturazione in affiancamento a

quella che è l’asseverazione (attestatore).

L’IBR nasce nel mercato Anglosassone sostanzialmente al posto dell’attestatore che non è

previsto in questo mondo.

L’attestatore è quello che deve dichiarare l’attendibilità dei dati e la fattibilità del piano.

L’IBR è un prodotto di consulenza che di fatto si pone lo stesso obiettivo: dare un confort ai

creditori sul fatto che i dati di partenza siano corretti e le previsioni del piano siano fattibili.

Vi è però una grossa differenza: l’IBR non è obbligatoria per legge ma sono le società che

decidono per optare per l’IBR.

Inoltre le responsabilità dei soggetti della società di consulenza è solo civile: fissano un cap in

termini di multiplo delle fee pagate come danno massimo pagato in caso di giudizio errato.

Inoltre la relazione dell’attestatore può essere letta da tutti, tutti hanno l’accesso (i creditori),

mentre per l’IBR sono le banche che richiedono alla società a sue spese di effettuare lo stesso e

quindi i risultati saranno consultabili solo da lei.

Questa attività è concessa generalmente dalle big four.

In sostanza si tratta quindi di un doppione del piano di attestamento, tuttavia questo non è

consultabile da tutti i creditori.

La struttura di un IBR è sostanzialmente abbastanza simile a quella di un piano di attestamento.

Adjusted ebitda: è l’ebitda che tiene conto solo della gestione caratteristica dell’impresa.

La stessa cosa si può fare per la PFN: la si depura da tutti gli aspetti che non vi rientrano.

Nettizzazione dell’ebitda e della PFN sono quindi due operazioni che si vanno a svolgere nella due

diligence e quindi anche nell’IBR.

Revocati nel momento in cui un soggetto entra in crisi vige il principio di parcondicium creditorium:

i soggetti devono essere trattati tutti nello stesso modo, il che vuol dire che eventuali accordi per la

restituzione del debito con un solo creditore è soggetto a revocatoria.

La crisi d’impresa si gestisce sempre per cassa: è poi naturalmente necessaria anche una visione

di medio lungo periodo.

È quindi necessario che oltre alla liquidazione di magazzino, alla dismissione di assets venga

erogata nuova finanza.

Esiste un altro reato che si chiama erogazione abusiva del credito: reato in cui incorre un istituto

bancario. La ratio di questa norma è che se una banca prolunga lo stato di crisi dell’impresa

erogandogli capitale di fatto sta aggravando lo stato di crisi della società stessa. 49

Quindi la banca risulta responsabile dell’extra buco che si va a creare.

È per questo che spesso non si può risolvere la crisi creditore con società in crisi perché:

- Par condicio creditorium,

- Concessione abusiva del credito.

Advisor industriale supporta insieme al management la costruzione di CE, SP e rendiconto

finanziario per financing (prima della manovra finanziaria). A livello di CE ci si forma all’ebitda.

A livello di SP ci si ferma al CIN, perché debito ed equity saranno oggetto della manovra

finanziaria.

Il rendiconto finanziario si ferma invece al free cash flow to debt.

A questo punto subentra l’advisor finanziario: questo ha a disposizione un tot. Di debito

accumulato, dall’altra parte si hanno i flussi di cassa a servizio del debito. Le possibilità sono

quattro:

- Write off: esdebitazione: rinunciare ad un tot. Di debito.

- Riscadenziamento: dei termini di scadenza del debito.

- Nuove risorse finanziarie sotto forma di equity o tramite refinancing.

- Debt for debt ecxange: cambiamento della forma tecnica di finanziamento.

Un modo per arginare il flusso di cassa è la decanalizzazione del circolante (con riflessi

penali).

Anticipo fattura presso la banca ma poi ricevo il pagamento dal creditore su un altro conto

corrente, in modo tale che la fattura che si dovrebbe autoliquidarsi non lo fa. Il conto

corrente non si chiuderà quindi mai perché ho decanalizzato il pagamento.

Quando si apre però un tavolo delle trattative ci si trova con grossi conti scoperti: si risolve

il problema allora modificando questa forma di finanziamento con un’altra forma di

finanziamento.

Ruolo fondamentale dell’advisor finanziario quello della negoziazione, fa da interfaccia tra

borrower e lender.

Altri soggetti che partecipano alla risoluzione della crisi sono:

- l’attestatore.

- I legali: sia lato societario che lato lender è fondamentale.

Tutti questi soggetti sono pagati dall’impresa.

Un altro tema fondamentale è quello che: vi deve essere una necessaria separazione tra azionista

e società: lo scopo della ristrutturazione dell’azienda non è quello di mantenere il valore per

l’azionista ma è quello di salvaguardare l’impresa e la sua continuità.

Spesso questa separazione non viene fondamentalmente compresa.

Caratteristiche dell’imprenditore: alta propensione al rischio e sempre ottimismo.

Queste situazioni in caso di crisi d’impresa sono molto pericolose.

LA FATTIBILITA’ GIURIDICA DEL PIANO PROPOSTO DAL DEBITORE NEL

CONCORDATO PREVENTIVO.

Sentenza n° 1521/2013. Diatriba sui limiti al sindacato del giudice in sede di ammissione e

omologa sul requisito della fattibilità.

Sin dalle prime applicazioni pratiche della disciplina del nuovo concordato preventivo, si

sono create due correnti interpretative diverse che muovo da diverse ricostruzioni della

natura di quella procedura minore:

- Coloro che, anche in base a delle indicazioni fornite dal legislatore stesso, hanno

ritenuto che il dichiarato rafforzamento della natura negoziale degli istituti di

composizione della crisi comportasse una riduzione drastica del potere di intervento

degli organi giudiziali;

- Coloro che, ribadita la natura processuale del concordato e sottolineando la

valenza coercitiva dell’accordo omologato rispetto ai diritti delle minoranze, riteneva

50

necessario un intervento del Tribunale ad impedire l’abuso dello strumento

concordatario.

Era soprattutto con riguardo al giudizio di omologa che sorgeva un dissidio tra la posizione

di chi riteneva che in assenza di opposizione dei creditori il concordato approvato con le

maggioranze previste dovesse semplicemente essere omologato, escludendo che il

tribunale potesse addentrarsi in valutazioni sulla fattibilità del piano concordatario, e la tesi

più rigida che teorizzava invece la necessità di un controllo giudiziario: il tribunale oltre a

verificare eventuali irregolarità della procedura deve verificare anche la fattibilità del

concordato, ovvero la sua attitudine a realizzare il risultato promesso ai creditori.

La seconda tesi è stata sicuramente maggiormente accolta dalla giurisprudenza ma anche

dalla dottrina tanto che ci si è posti un altro interrogativo che ha causato una spaccatura

tra le pronunce: il fatto che oltre al controllo di fattibilità il tribunale potesse effettuare

anche un controllo di fattibilità economica: ovvero della concreta realizzabilità.

A tale questione ha dato una risposta la sentenza delle sezioni unite n° 1521 del 2013 che

ha individuato una netta distinzione tra due diversi aspetti della fattibilità: un profilo

economico attinente alla convenienza della soluzione concordataria, rimesso alla

valutazione e all’approvazione dei creditori, e un profilo di fattibilità giuridica sul quale si

dovrebbe esercitare sin dalla fase di omologa un sindacato giurisdizionale.

Tramite questa sentenza, quindi, la corte giunge a negare la possibilità che il giudice

possa considerare come oggetto di censura una ipotetica carenza di fattibilità economica.

Alla pronuncia citata ne sono seguite altre che hanno richiamato quella precedente

uniformandosi e riprendendone il principio.

Un primo concetto è quello di causa: sentenza 21901/2013 che ha sancito che la proposta

per essere ammissibile deve perseguire la causa concreta della procedura, consistente

nel superamento della crisi attraverso il soddisfacimento dei creditori.

Ulteriori sentenza hanno poi stabilito che quando il controllo avvenga d’ufficio ad opera del

tribunale questo non potrà svolgere un’analisi in merito alla concreta realizzabilità degli

obiettivi economici fissati dal debitore con la proposta, analisi che spetta al creditore,

l’intervento giurisdizionale dovrà limitarsi a sanzionare i casi in cui sia oggettivamente

impossibile conseguire il risultato promesso ai creditori.

Viceversa è stato stabilito che il controllo del tribunale potrà estendersi anche ai profili di

fattibilità economica quando vi sia sollecitazione di un creditore che proponga opposizione

all’omologa.

NATURA NEGOZIALE DEL CONCORDATO.

Muovendo dall’approccio interpretativo suggerito dalla suprema corte, e quindi

enfatizzando la natura negoziale all’istituto del concordato, si potrebbe ipotizzare

un’applicazione più estesa di principi tratti dal diritto dei contratti; ci si propone ora di

verificare se e con quali effetti si possano utilizzare più in generale i principi in materia

contrattuale per censurare il difetto di fattibilità giuridica.

- Impossibilità dell’oggetto: l’esempio più tipico di impossibilità giuridica dell’oggetto è

costituito dall’offerta di beni di cui il debitore non può disporre, vuoi perché non di

sua proprietà, vuoi perché gli sia vietato in forza di specifiche disposizioni di legge.

Ma l’impossibilità dell’oggetto potrebbe riflettersi nella stessa causa del concordato:

ovvero nell’idoneità del piano concordatario ai fini del raggiungimento del

superamento della crisi. In questo caso il piano dovrà essere palesemente non

realizzabile e non si deve trattare di un dubbio valutativo.

Il piano infine potrebbe anche presentarsi palesemente incompleto, incoerente

ovvero incompatibile con la situazione di fatto.

- Contrarietà a norme imperative e rispetto delle cause di prelazione. 51

L’oggetto deve essere lecito: l’esecuzione del contenuto pattizio dell’accordo tra le

parti non deve andare a violare norme imperative.

In particolare non possono ritenersi ammissibili tutte le proposte concordatarie che

non prevedano il pagamento integrale di tutti i crediti assistiti da privilegio sino a

quelli di grado pari a quelli per IVA e ritenute, non falcidiabili ex lege, non senza

tener conto dell’ulteriore limite alla falcidiabilità dei crediti tributari e previdenziali.

- Indeterminatezza dell’oggetto e rapporto con l’assenza di una attestazione.

Il tribunale può riscontrare la violazione del principio di determinatezza quando la

proposta di concordato non preveda in modo esaustivo le modalità di soluzione

della crisi e in particolare la proposta che ometta di specificare sia la percentuale,

sia i temi di realizzo dell’operazione.

- Illiceità della causa e motivi illeciti.

il meccanismo del concordato può essere utilizzato anche dal debitore che abbia

compiuto atti dispersivi o di mala gestio per rimediare alla situazione di insolvenza

da sé creata a spese del ceto creditorio. La disclosure spontaneamente attuata dal

debitore in merito a ipotetici atti di frode compiuti prima di accedere alla procedura

ne esclude la sanzionabilità.

- La fattispecie del concordato di gruppo. In Italia è sconosciuta ancora una prassi di

questo tipo, in ogni caso è vietato il passaggio di denaro da una società all’altra del

gruppo.

Il confine tra convenienza e fattibilità in relazione all’informativa dei creditori: funzione e

valutazione della relazione ex art. 161 L.F.

Il tribunale e la suprema corte sembrano muoversi tramite le loro sentenze sul considerare

che, se la proposta sia inidonea a soddisfare in qualche misura i diversi crediti

rappresentati, il tribunale stesso possa statuire che debba arrestarsi la procedura di

concordato per dar luogo al fallimento anche a seguito di risoluzione.

Di contro, poiché la vocazione contrattualistica del concordato induce a dubitare che spetti

al giudice di censurare come irrisorio qualunque soddisfo che sia superiore allo zero,

spettando tale decisione ai creditori sotto il profilo della convenienza, parimenti, non

parrebbe corretto affermare tout court che sia venuta meno la causa del concordato che è

come specifica la sentenza 1521 la soluzione della crisi e non il soddisfo dei creditori. E

quindi si tende a negare l’omologa laddove si tratti di sindacare nel merito l’attitudine del

piano a far conseguire un qualche soddisfo ai creditori.

Sindacati di fattibilità giuridica e concordato in bianco.

Il concordato in bianco, definito anche concordato in riserva, è quel concordato che

permette al debitore di anticipare l’avvio della procedura di concordato preventivo con il

deposito di una domanda con riserva di depositare in un termine fissato il piano e la

proposta definitiva.

In questo caso, visto che la proposta verrà integrata successivamente si ritiene che il

controllo iniziale debba essere solamente un controllo di tipo formale che si limiti alla

verifica della competenza e della sussistenza dei requisiti di fattibilità e nonché della

completezza della documentazione prevista. 52

L’AFFITTO DI AZIENDA.

L’affitto d’azienda è regolato dall’art. 2562 del CC, che rinvia all’art. 2561 (l’usufrutto d’azienda):

“L' usufruttuario dell'azienda deve esercitarla sotto la ditta che la contraddistingue.

Egli deve gestire l'azienda senza modificarne la destinazione e in modo da conservare l'efficienza

dell'organizzazione e degli impianti e le normali dotazioni di scorte.

Se non adempie tale obbligo o cessa arbitrariamente dalla gestione dell'azienda, si applica l'art.

1015.

La differenza tra le consistenze d'inventario all'inizio e al termine dell'usufrutto è regolata in

danaro, sulla base dei valori correnti al termine dell'usufrutto”.

Si tratta quindi di un articolo molto sintetico che dà delle indicazioni ma che non permette di capire

nello specifico la disciplina dell’affitto di azienda.

Nel codice vi sono poi altre specifiche disposizioni che trattano l’affitto d’azienda.

Il termine affitto sotto-intende utilizzare un bene che è di proprietà di un altro, il che prevede degli

obblighi di mantenimento dell’azienda, stessa in cambio di un canone.

Quindi oggetto di affitto è un’azienda o un ramo d’azienda.

Ciò che distingue un ramo d’azienda da un insieme di beni accorpati è l’avviamento.

Ma quindi come si fa a capire se si è di fronte ad un’azienda o ad un insieme di beni?

L’avviamento, la sinergia tra i beni si manifesta nella capacità dell’azienda di produrre reddito in via

autonoma, vi devono essere fattori minimali presupposto per la formazione di un reddito affinché

un insieme di beni venga definito come azienda.

Per quale motivo prendere in affitto un’azienda?

È un’attività prodromica all’acquisto dell’azienda stessa: solitamente infatti all’interno del contratto

oltre al diritto di utilizzo del bene per il periodo stabilito si ha anche un diritto di prelazione o un

prezzo prestabilito in caso l’affittuario voglia acquistare l’azienda stessa.

L’affitto d’azienda può essere uno strumento utile anche in caso di crisi d’azienda: tutto ciò che non

è afferente al business principale viene ceduto, solo che i soggetti non sono sempre interessati ad

acquistare subito l’azienda anche per via del grosso lavoro che si deve svolgere tramite due

diligence ed esperti per valutare l’azienda stessa.

Si procede allora all’affitto tramite il quale si incomincia anche a conoscere l’azienda stessa e poi si

può decidere di acquistarla alla scadenza del termine.

A fronte dell’affitto dell’azienda, l’affittuario paga un canone periodico al proprietario.

Ma è anche importante il conguaglio, ovvero la differenza tra le consistenze d’inventario all’inizio e

al termine dell’usufrutto, questa differenza è regolata in denaro sulla base dei valori correnti al

termine dell’usufrutto.

Diversi profili di rischio in capo al locatore e all’affittuario. 53

Quando le parti interessate all’operazione si incontrano, la prima attività è quella di elencare le

attività e le passività che contraddistinguono l’azienda che è oggetto di affitto: le parti decidono

cosa inserire in questa azienda che viene data in affitto.

L’importante è che queste attività e passività inserite siano afferenti all’attività principale che svolge

l’azienda stessa.

Si svolge quindi quello che è un inventario analitico: attività e passività.

Anche perché il concedente deve consegnare l’azienda e quindi tutti i beni inventariati, l’affittuario

deve controllare la presenza di tutti i beni in quanto ne diventa responsabile, li dovrà restituire a

termine del contratto.

Nell’inventario iniziale vi sarà anche l’elenco dei contratti già stipulati in precedenza dall’azienda.

Il concedente deve:

- Consegnare l’azienda,

- Cooperare per il trasferimento delle autorizzazioni amministrative.

L’affittuario deve:

- Condurre l’azienda con diligenza,

- Mantenere la destinazione dell’azienda,

- Esercitare l’attività sotto la ditta del concedente,

- Provvedere alla conservazione del patrimonio aziendale, nonché l’efficienza

dell’organizzazione e dei suoi impianti,

- Pagare il canone alle scadenze pattuite,

- Ottenere il consenso del locatore per un eventuale subaffitto,

- Sopportare le spese per la custodia o l’amministrazione,

- Restituire l’azienda nel suo complesso alla scadenza del contratto.

Nella procedura concorsuale generalmente i contratti sono di durata breve in quanto la società in

crisi ha bisogno di risorse per gestire lo squilibrio finanziario.

L’affitto d’azienda è quindi uno strumento che permette di salvare l’azienda stessa.

Il contratto quindi ha una determinata durata, tuttavia può essere interrotto per scadenza o come

abbiamo già detto quando in capo all’affittuario vi è un diritto di opzione che se esercitato permetta

allo stesso di acquistare l’azienda ad un prezzo pre – stabilito.

Il rischio in capo al concedente è che il canone non sia realizzato in quanto il nostro affittuario non

ha la capacità per far fronte all’effettivo indebitamento.

I diritti derivanti dal contratto per il concedente sono:

- Controllo sul bene azienda locato,

- Ricevere il canone.

I diritti derivanti dal contratto per il locatario sono:

- Percepire gli utili derivanti dall’attività d’impresa,

- Percepire l’eventuale conguaglio al termine della locazione.

Conguaglio.

L’affitto di azienda se arriva a scadenza prevede un conguaglio determinato confrontando le

consistenze da inventario all’inizio dell’azienda con quelle al termine.

L’inventario effettuato all’inizio richiede quindi oltre all’elenco dei beni anche di stabilirne il loro

valore.

La stessa cosa deve essere effettuata al termine dell’affitto dell’azienda.

Nella generalità dei casi si confronta il valore contabile degli assets e delle passività all’inizio

dell’affitto con quello degli assets e delle passività presenti alla fine dell’azienda.

Se un’azienda è fatta solo da immobilizzazioni materiali, rimanenze e crediti: crediti generalmente

sono cambiati, le immobilizzazioni sono sicuramente diminuite per ammortamento e potrebbero

essere aumentate per via di sostituzione di macchinari o per via di nuovi investimenti.

Potrebbe quindi capitare il realizzarsi di una differenza che potrebbe essere positiva o negativa.

Il conguaglio sarà a favore dell’affittuario o del proprietario a seconda della differenza.

: C = Vo – Vf.

In generale la relazione per la determinazione del conguaglio è così definita 54

I contratti talvolta possono essere più complessi: si può anche non fare riferimento solo ai beni.

Ad esempio il conguaglio potrà tenere conto anche dell’eventuale aumento o diminuzione

dell’avviamento dell’impresa.

Si dovrà tenere conto anche dell’effetto dovuto dalla differenza dell’avviamento.

Naturalmente l’avviamento deve essere valutato con metodologie omogenee sia a inizio che fine

dell’affitto.

L’AFFITTO DI AZIENDA.

La stima di un’azienda in affitto segue le normali logiche afferenti alla quantificazione del valore di

un’impresa.

La fattispecie assume particolare valore nell’ambito delle procedure di ristrutturazione del debito, e

in particolare nell’ambito di concordato preventivo e fallimento.

La stima di un’azienda in affitto a terzi pone il problema della base dati disponibile:

- I dati economici storici dell’impresa data in affitto potrebbero non essere significativi;

- Non ci sono in genere dati riguardanti la possibile evoluzione del business;

- Il locatore si riserva solitamente il diritto di ispezione, ma non facilmente si possono

ottenere dall’affittuario informazioni quantitative di dettaglio sulla gestione di quest’ultimo

dell’azienda.

Peraltro, è noto che aziende che devono effettuare un turnaround, se hanno ancora un goodwill,

dimostreranno valore solo al termine del processo di riorganizzazione/ristrutturazione. In tal caso la

stima dovrebbe basarsi su una capacità reddituale/finanziaria dell’impresa post ristrutturazione e

tenere conto dell’ammontare degli investimenti necessari per il rilancio.

Va tenuto conto che generalmente l’affitto di azienda nell’ambito delle procedure concorsuali

rappresenta un’operazione prodromica a una possibilmente celere cessione.

Sulla base di tali osservazioni, si deve rilevare come in queste circostanze il valore di capitale

economico dell’azienda potrebbe non essere distante dal suo valore di liquidazione. Fatta

ovviamente eccezione per i possibili residui valori intangibili quali ad esempio il marchio.

Le tipologie di contabilizzazione sono due (le vedremo meglio con le letture).

L’affittuario non essendo il proprietario dell’azienda dovrà tenere tutte le informazioni riguardanti: il

canone, l’ammortamento in particolare bisognerà tenere conto di tutti i valori da inventario in via

extracontabile tutto in nota integrativa.

Il mantenimento di queste informazioni sono la prova necessaria ai fini di dimostrare come si è

evoluta l’azienda nel corso dell’affitto.

Lettura n° 5: contabilizzazione in caso di affitto d’azienda per le rimanenze: è un problema molto

frequente nella prassi.

Allora si svolgeva la seguente operazione per semplificare la prassi: Il contratto d’affitto non

prevedeva nell’inventario le rimanenze dei beni e l’affittuario le comprava a consumo dall’affittuario

pagandole in modo che lo stesso ne diventasse proprietario e queste non rientrassero nel

conteggio del conguaglio.

Semplificando di conseguenza molto la procedura.

LA DETERMINAZIONE DEL CANONE D’AFFITTO.

Non vi è un accordo tra gli aziendalisti per la stima del canone di affitto. Seppur nella diversità delle

metodologie proposte dalla dottrina per arrivare alla determinazione del congruo canone di affitto,

vi è consenso unanime sul punto di partenza: il congruo canone di affitto dell’azienda deve essere

in funzione del valore economico dell’azienda affittata.

L’autorità giudiziaria in caso di procedure concorsuali vorrà verificare la congruità del canone

stabilito.

Come quantificare il canone? Cw = R X W

La formula di riferimento a cui la dottrina ha sempre fatto riferimento è questa: .

Cw è il congruo canone d’affitto,

R è il coefficiente da applicare al valore economico, 55

W è il valore del capitale economico dell’azienda affittata.

L’elemento principale sul quale la dottrina non ha una posizione comune è la modalità di

determinazione del coefficiente R, vediamo un’analisi delle principali posizioni che si sono

susseguite in dottrina.

Secondo Lacchini e trequartini: R è un coefficiente che rappresenta il tasso di congrua

 remunerazione del capitale investito nell’azienda locata e deve essere calcolato sommando

il tasso di rendimento dell’investimento risk-free e un premio per il rischio rappresentativo

del rischio economico d’impresa, che si determina con il CAPM: capital asset pricing model.

Nel caso in cui invece venga concesso in affitto solo l’attivo operativo dell’azienda, il tasso

congruo risulta pari al valore corrente dei beni dati in affitto e un tasso di remunerazione

corrispondente al WACC: weighted average cost of capital.

Secondo Chinetti: R è un tasso che si determina con il tasso Rf (risk free) sommato di un

 certo premio per il rischio. Il tasso che si utilizza in generale privo di rischio è il btp

decennale. Ma la scelta dei tassi deve essere coerente con la durata dell’investimento. E

quindi un titolo di stato che dura tre anni in quanto l’investimento di un affitto di azienda in

generale dura tre anni al quale si aggiunge un tasso del 10/20 %.

Questo premio del rischio viene individuato dallo studioso in base alla prassi da lui seguita.

Mechelli: concorda nel determinare il canone come prodotto tra il valore d’uso del

 patrimonio dell’azienda affittata e un tasso di congrua remunerazione dell’investimento

effettuato.

Il capitale economico dell’azienda viene determinato attualizzando i risultati attesi

dall’impiego di capitale dell’azienda o del ramo d’azienda oggetto del contratto d’affitto.

Il tasso di congrua remunerazione deve invece riflettere il rischio di default dell’affittuario

che dipenderà dalla sua situazione economico-finanziaria e dall’eventuale presenza di

garanzie che assistono il contratto, nonché dipenderà dal rischio di riduzione del valore

dell’avviamento relativo all’azienda oggetto di locazione.

Danovi: non dice nulla di nuovo, concorda sostanzialmente con gli altri autori sostenendo

 che si debba utilizzare il metodo patrimoniale, mentre per il coefficiente bisogna partire dal

concetto di redditività normale del settore per scendere a seconda delle ipotesi fino a zero.

Bavagnoli: invece porta qualcosa di nuovo: osserva che nella prassi di alcuni esperti

 nominati dai Tribunali si è osservata una certa diffusione di un approccio «atecnico», «per

cui il canone risulta dall’applicazione di una percentuale scelta a discrezione del perito al

valore dei cespiti costituenti il complesso aziendale, senza che siano fornite particolari

giustificazioni.

Secondo Bavagnoli «non si può prescindere dalla natura atipica e non standardizzata del

contratto»: infatti, al cambiare delle clausole pattuite tra i contraenti cambiano anche i profili

di convenienza economica delle parti e, di conseguenza, il canone che un ipotetico

investitore sarebbe disposto a pagare per prendere in affitto l’azienda» e che il potenziale

locatore sarebbe disposto a ricevere per concederla in affitto. È quindi inevitabile, al fine di

determinare un canone che possa dirsi "congruo", considerare le peculiarità dello specifico

contratto e i profili di convenienza che ne conseguono.

Alla luce di queste considerazioni Bavagnoli sostiene che l’affitto d’azienda lo possiamo

vedere anche da un altro punto di vista: il soggetto A vende al tempo to la sua azienda al

soggetto B e nel contempo concede un finanziamento all’affittuario pari al valore

dell’azienda venduta.

Il soggetto B prende gli utili e con la redditività dell’azienda paga il tasso di interesse del

finanziamento ricevuto. Al termine dell’affitto d’azienda il soggetto A si ricompra l’azienda

per una somma pari al debito che il soggetto B ha nei confronti del soggetto A.

Quindi ciò che rimane è che durante la durata dell’affitto A ha ricevuti dei proventi finanziari

dal soggetto B e il soggetto B ha pagato degli oneri finanziari al soggetto A e ha conseguito

dei ricavi.

Se rappresentiamo il contratto in questa maniera allora il canone è di fatto pari ad un onere

finanziario: un costo del debito facilmente quantificabile. 56

Alla luce di queste considerazioni e basandosi sull’assimilazione dell’operazione di affitto

d’azienda ad una doppia cessione con finanziamento garantito, l’Autore propone la

seguente formula per sintetizzare la modalità di calcolo del fair rent:

FR = W * (IBR – π) + rendita ΔW + MS.

FR = fair rent: congruo canone d’affitto dell’azienda.

W = valore economico dell’azienda a inizio affitto.

IBR = incremental borrowing rate dell’affittuario: nel momento in cui parte l’affitto l’IBR è il tasso di

interesse di mercato a cui l’affittuario potrebbe riceve un finanziamento da parti indipendenti

garantito dall’azienda affittata, avente durata pari al contratto di affitto e da rimborsare in una sola

soluzione alla scadenza.

Π = inflazione media attesa per la durata del contratto.

Rendita ΔW: rendita equivalente alla variazione attesa di valore alla fine del contratto, per la parte

non coperta dal conguaglio di fine affittanza. Si crea quando nel contratto abbiamo stabilito che il

conguaglio deve considerare l’incremento/decremento dell’avviamento.

Se questo incremento non è considerato allora anche nel fair rent non lo consideriamo.

MS: spese di manutenzione straordinaria: pagate dal proprietario e quindi devono essere

considerate all’interno del canone.

Infine Bavagnoli: considera il caso particolare dell’affitto di azienda in pendenza di una procedura

concorsuale (in particolare di fallimento). L’affitto assume in questa situazione caratteristiche

peculiari: generalmente non è previsto il conguaglio, tutte le spese di manutenzione (ordinaria e

straordinaria) sono a carico dell'affittuario, «il valore economico dell'azienda non dovrebbe essere

tanto distante dal valore di liquidazione, la variazione attesa dell'avviamento potrebbe essere non

significativa, anche in considerazione della breve durata dell’affitto il magazzino, i crediti e i debiti

non sono di norma trasferiti all'affittuario in base al contratto». Ciò premesso, la formula

precedente può essere modificata come segue

FR = W * IBR + AMM

Dove AMM indica l’ammortamento dei cespiti calcolato sul valore corrente degli stessi in base ad

aliquote espressive dell’effettiva obsolescenza economico-tecnica.

Tale addendo può approssimare adeguatamente la perdita di valore del complesso aziendale,

considerato che si può prescindere dall’avviamento.

Esempio numerico.

La Società (concedente) operava nell’ambito della produzione e commercializzazione di smalti,

vernici, pitture e solventi.

Nell’ottobre dell’anno T0 l’entità viene dichiarata fallita e il curatore nomina un esperto per la

valutazione dell’impresa e della congruità del canone di locazione dell’azienda.

Prima del Fallimento (31.05.T0) la Società aveva in affitto a terzi l’azienda, i cui dati patrimoniali

sono di seguito esposti. 57

58

LA VALUTAZIONE D’AZIENDA:

In considerazione della mancanza di una redditività storica (come testimoniato dai risultati

realizzati nel periodo T-4 – ottobre T0), nonché la sua composizione quali-quantitativa come

definita nel contratto di affitto, conduce all’individuazione del metodo patrimoniale quale unico

corretto e ragionevole approccio valutativo, per giungere all’identificazione del valore del ramo

d’azienda oggetto di analisi.

Tale metodologia, infatti, identifica il valore del capitale di una realtà aziendale quale sommatoria

della valutazione analitica delle sue componenti patrimoniali, e può essere riassunta nella

seguente formula: W = K

dove i simboli hanno il seguente significato:

W rappresenta il valore del ramo aziendale;

K costituisce la somma dei valori teorici attuali (intesi nel senso di “valore di corrente utilizzo”) dei

beni materiali e immateriali che costituiscono il ramo aziendale, al netto dei debiti.

La valorizzazione dei cespiti è stata sviluppata tenendo conto dei seguenti elementi:

- La vita utile dei singoli cespiti: che è stata ridefinita e stimata fino all’anno di chiusura del

contratto.

- La vita utile residua dei singoli cespiti: sulla base della vita utile ridefinita.

- Il costo di acquisizione dei cespiti (costo storico): è stato comunque ritenuto espressivo del

relativo valore di corrente utilizzo.

Sulla base di questi elementi, si è proceduto a determinare il «valore di corrente utilizzo dei

cespiti», in ipotesi di continuità dell’attività del ramo aziendale, avendo riguardo alla seguente

relazione: 59

Valore di corrente utilizzo = Costo storico x (Vita utile residua / Vita utile complessiva)

Il valore che ne è derivato è risultato pari a Euro 32.530

Manca da valorizzare il marchio.

Importanza del marchio: si va a vedere i costi sostenuti per la registrazione e la formulazione del

marchio.

L’unico elemento è la fattura per la registrazione. Questo viene tramite gli indici istat rivalutato alla

moneta corrente. Si tiene quindi conto degli effetti dell’inflazione che si sono realizzati nel tempo.

Come si è già detto, un valore minimale relativo al canone di affitto di un ramo d’azienda, deve

essere individuato avendo riguardo alle quote di ammortamento dei beni ricompresi nel ramo di

azienda stesso. La remunerazione minimale per il concedente è invero quantomeno connessa al

“deperimento” subito dai beni utilizzati dall’affittuario, deperimento che viene misurato dalle quote

di ammortamento dei cespiti.

Nel caso di specie, tale livello minimale può essere individuato tenendo come riferimento i valori

delle due categorie di cespiti precedentemente individuati (beni materiali e marchio) e del periodo

di vita utile residua a essi attribuito, che si ricorda è connesso con la durata del contratto di affitto.

La quota di ammortamento dei cespiti materiali è pari a 5826,11 mentre quella del cespite

immateriale è pari a 154,36 con la conseguenza che la quota di ammortamento totale è pari a:

5980,47.

Tale valore minimale viene poi generalmente integrato per tener conto del riconoscimento, a favore

del concedente, di una remunerazione del capitale investito nell’azienda (che - si rammenta - , pur

rimanendo di proprietà del concedente, viene utilizzata dall’affittuario).

Nel caso di specie, si è ritenuto che un’adeguata stima di tale componente aggiuntiva possa

essere effettuata tenendo in considerazione:

- Il valore del ramo aziendale stimato pari ad Euro 13.600;

- un parametro finanziario di rendimento, identificato come Incremental Borrowing Rate

(IBR), basato su tassi finanziari di mercato. Dato che l’affittuario è una new co non si può

prendere la sua effettiva capacità di rimborso. Si utilizza un altro metodo: se andiamo sul

sito della banca d’Italia si trova una media del costo di un finanziamento diviso per settore

dell’Italia. Si prende allora questo dato statistico come stima del nostro IBR. 60

13.600 * 6% = 816. (componente aggiuntiva)

Il canone d’affitto era allineato a quello che era stato disposto inizialmente.

Lettura 1. Nota operativa n° 9/2016: l’affitto d’azienda: aspetti civilistici, contabili e

fiscali.

Come abbiamo già visto in precedenza, l’affitto d’azienda è un contratto disciplinato

dall’art. 2562 CC che si limita a rinviare alle disposizioni previste dall’art. 2561.

Oggetto del contratto di affitto d’azienda è l’azienda stessa così come definita dall’art.

2555: un complesso di beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa.

L’azienda si presenta come un’entità particolarmente complessa, caratterizzata

dall’eterogeneità dei suoi elementi, dalla diversa natura dei diritti che assicurano il

godimento dei beni aziendali e dalla presenza non solo di beni ma anche di servizi e diritti.

L’azienda viene trasferita tramite un contratto scritto il quale viene depositato presso il

registro delle imprese, a cura del Notaio rogante o autenticante, entro 30 giorni, salvo le

disposizioni specifiche riguardanti i singoli beni.

Gli altri articoli che disciplinano l’affitto d’azienda sono:

- art. 2558: garantisce al locatore dell’azienda il subentro a tutti i rapporti giuridici

precedentemente instaurati dall’affittante, vi è però la possibilità di escludere

espressamente il trasferimento di uno o più contratti e non si possono trasferire

contratti di carattere personale.

- 2112: il rapporto di lavoro continua con il cessionario/affittuario ed il lavoratore

conserva tutti i diritti che ne derivano.

- Art. 2559 e 2560: cessione dei crediti e debiti relativa all’affitto d’azienda.

- Art. 2558: regola la successione dei contratti: il terzo può recedere dal contratto

ceduto entro tre mesi per giusta causa.

Nell’affitto d’azienda non è estesa alcuna responsabilità nei confronti dell’affittuario per i

debiti non pagati dal concedente.

PROFILI FISCALI: per quanto concerne l’impatto fiscale sull’affitto d’azienda bisogna

distinguere tra:

- Locatore società o imprenditore che affitta un ramo d’azienda o non l’unica azienda:

i canoni di affitto saranno soggetti alla tassazione tramite art. 55 e seguenti del tuir.

- In caso di affitto di unica azienda da parte dell’imprenditore individuale, questo

vedrà i canoni di locazione rientrare nei redditi diversi e essere assoggettati ad irpef

e non ad irap.

Per colui che prende in affitto l’azienda la tassazione è quella dettata dalle disposizioni sul

reddito di impresa dettate da art. 55 e seguenti del tuir.

È da precisare che nell’affitto d’azienda la proprietà degli elementi patrimoniali relativa

all’azienda affittata resta in capo al locatore, mentre il conduttore assume la disponibilità e

non la proprietà dei beni. Pertanto esso prende in carico gli elementi patrimoniali

dell’azienda affittata in base agli stesi valori fiscali che gli stessi avevano in capo al

locatore.

La quota di ammortamento deducibile in ciascun periodo d’imposta dipende:

- Le aliquote di ammortamento previste in base alla tipologia di bene e attività svolta.

- Il costo originario del bene da ammortizzare. 61

Per questo è opportuno prendere visione del registro dei beni ammortizzabili del

concedente.

In assenza il legislatore stabilisce al comma 8 art. 102 del TUIR che si debba prendere

come presunzione il fatto che il bene sia già ammortizzato per una parte pari al 50% del

costo originario del bene.

L’operazione è soggetta all’applicazione dell’IVA salvo il caso in cui l’imprenditore dia in

affitto la sua unica azienda ed è inoltre soggetta alle imposte di registro in misura pari a

200 euro.

PROFILI CONTABILI.

Dal punto di vista contabile per l’affitto di azienda, la prima cosa da fare è procedere alla

redazione di un inventario iniziale dei beni redatto sia a valori contabili, sia a valori

correnti.

Lo scopo è quello di identificare tutti gli elementi attivi e passivi oggetto del contratto di

affitto e stimare il valore del capitale economico dell’azienda affittata in modo da poter

determinare, al termine dell’affitto, il conguaglio in denaro.

Con la stipula del contratto di affitto il locatore mantiene nello stato patrimoniale tutti gli

elementi attivi e passivi relativi all’azienda concessa in affitto e dovrà contabilizzare

periodicamente i canoni di affitto e le quote di ammortamento per competenza economica.

Al termine si dovranno identificare le rettifiche di fine affittanza: confrontare l’inventario

iniziale e finale a valori contabili: fondo ammortamento/imm. Materiali/crediti/debiti.

Bisognerà iscrivere un eventuale posta: rettifiche di fine affittanza.

Bisognerà poi iscrivere il credito e il ricavo come sopravvenienza attiva chiudendo le

rettifiche di fine affittanza. Questo rappresenta il conguaglio determinato come differenza

tra inventario iniziale a valori contabili e inventario finale a valori correnti.

L’affittuario invece dovrà contabilizzare tutte le normali operazioni di gestione della società,

con la registrazione degli incassi dei crediti e pagamento dei debiti del locatore e i canoni

d’affitto per competenza economica.

A fronte degli ammortamenti l’affittuario dovrà iscrivere un fondo che si presenta però

come fondo anomalo che non andrà in contropartita dell’attivo, ma rappresenta gli

accantonamenti effettuati dall’utilizzatore per reintegrare l’eventuale perdita di valore

subita dai beni aziendali durante il periodo di affitto e che dovrà essere reintegrata a

vantaggio del proprietario d’azienda.

L’affittuario deve anche rilevare le rettifiche di fine affittanza e il relativo conguaglio in

denaro.

Si precisa che con il D. LGS: 18 agosto 2015 sono stati abrogati i conti d’ordine e pertanto,

le informazioni relative all’affitto d’azienda, che precedentemente venivano indicate in

calce allo stato patrimoniale nei conti d’ordine, possono essere descritte in nota

integrativa.

Lettura n° 2: la gestione delle rimanenze nell’affitto d’azienda.

La gestione del magazzino rappresenta uno degli aspetti più complessi del contratto

d’affitto d’azienda. Il presente articolo si pone, pertanto, l’obiettivo di analizzare le principali

problematiche contabili e fiscali che si presentano quando nell’ambito di un contratto di

affitto d’azienda sono presenti rimanenze di merci.

Essendo destinate alla vendita od immesse nel processo produttivo, le merci presenti a

fine contratto saranno di tipologia diversa rispetto a quelle previste ad inizio contratto ed

altrettanto diversa sarà la composizione quantitativa finale rispetto a quella iniziale.

Nella pratica sono state elaborate tre modalità per gestire i beni di magazzino nell’affitto

d’azienda, le quali devono riflettersi nelle clausole contrattuali contenute nel contratto: 62

Liquidazione delle differenze inventariali di magazzino alla scadenza del contratto;

1) Liquidazione delle differenze tra consistenze iniziali e finali del magazzino a

2) intervalli periodici;

Esclusione delle scorte di magazzino dall’affitto d’azienda e gestione delle stesse

3) attraverso strumenti contrattuali.

La prima modalità prevede che la differenza tra consistenze iniziali e consistenze finali del

magazzino debba essere conguagliata in denaro. A tal fine si rende necessario al termine

del contratto ricalcolare l’inventario iniziale secondo i valori correnti.

La modalità di trattamento in esame è tuttavia poco utilizzata nella pratica in quanto

determina l’insorgere di una serie di problematiche prima di natura contabile poi fiscale.

Dal punto di vista contabile vi sono due teorie:

- Metodo della disponibilità: secondo questa teoria all’inizio dell’affitto, il conduttore

rileva a CE il valore attribuito alle rimanenze in sede di inventario iniziale anche se

queste restano di proprietà del concedente, iscrivendo in contropartita un debito

verso il concedente.

A fine affitto il valore delle rimanenze finali è portato in diminuzione dell’originario

debito verso il concedente. In caso il debito rimanga questo va a conguaglio.

- Metodo della proprietà: questo approccio prevede che le scorte di merci incluse nel

complesso produttivo trasferito in godimento permangono nel bilancio del

concedente, che ne rimane sul piano giuridico il legittimo proprietario, mentre il

conduttore iscrive le rimanenze nei conti d’ordine evidenziando in tal modo il debito

di restituzione degli stessi alla conclusione del contratto.

L’affittuario rileverà un accantonamento per differenze inventariali con contropartita

l’alimentazione del fondo accantonamento differenze di inventario quando

consumerà le scorte

Dal punto di vista fiscale il problema più delicato riguarda la deducibilità

dell’accantonamento, questo non è deducibile nell’anno in cui viene effettuato in quanto

seppur di competenza non viene oggettivamente determinata l’entità dello stesso. Questi

concorreranno alla formazione del reddito al termine del contratto d’affitto attraverso una

variazione in diminuzione.

Il discorso è diverso ai fini IRAP: l’accantonamento è deducibile esercizio per esercizio.

La seconda modalità non presenta particolari differenze rispetto a quanto sopra illustrato

se non l’obbligo di redigere inventari a scadenze prefissate al fine di determinare le

differenze tra consistenze inventariali iniziali e finali del singolo periodo.

La terza modalità prevede il vendere il magazzino all’affittuario prima della redazione del

contratto di affitto.

Sotto il profilo contabile e fiscale si producono gli stessi effetti di una normale

compravendita.

Lettura n° 3: la stima del congruo canone nell’affitto di azienda. Una diversa

prospettiva di analisi.

Abbiamo visto fino ad ora che, in estrema sintesi, le proposte metodologiche per la

definizione di un congruo canone d’affitto suggeriscono di procedere innanzitutto ad una

stima del capitale economico, o del valore d’uso, del complesso di beni oggetto del

contratto, determinando in termini monetari un canone da ritenersi congruo sula base di un

rendimento percentuale congruo sulle risorse che compongono l’azienda o un suo ramo, 63

tenuto conto degli specifici rischi che gravano sull’operazione nella prospettiva del

locatore.

In questo capitolo vedremo un altro metodo ai fini della stima di un congruo canone.

Quanto ai principali profili fiscali dell’affitto d’azienda, è da sottolineare in primis che per la

società e gli enti commerciali, così come per un imprenditore individuale che anche dopo

la stipulazione del contratto conservi la gestione di altre aziende, il canone percepito

costituisce reddito d’impresa e i costi o le spese sostenute per il suo conseguimento

risultano essere deducibili dal reddito imponibile. Se invece l’imprenditore individuale

concede in affitto l’unica azienda il canone non viene considerato reddito d’impresa bensì

reddito diverso.

Nell’assumere la decisine di affittare un’azienda uno degli elementi fondamentali è

ovviamente sempre rappresentato dall’importo del canone che l’’affittuario sarà tenuto a

versare nel corso della durata del contratto. Di conseguenza risulta necessario per il

locatore stimare il canone che renda preferibile l’affitto dell’azienda rispetto alle alternative

disponibili.

Gli approcci suggeriti in passato nella letteratura economico-aziendale gli abbiamo già

trattati sopra.

DIVERSA PROSPETTIVA: L’AFFITTO D’AZIENDA COME ALTERNATIVA ALLA

GESTIONE DIRETTA.

Il potenziale locatore valuta l’affitto quale alternativa alla gestione diretta dell’azienda, per la durata

dell’ipotizzata locazione. A tal fine non si propone in realtà di individuare un canone “congruo”, che

costituisce un concetto finanziariamente indefinito, bensì un canone “minimo” di break even, una

soglia di indifferenza al di sopra della quale l’affitto dell’azienda risulta preferibile rispetto alla

gestione diretta.

Il canone di break even è ottenuto eguagliando il valore attuale dei canoni al valore attuale dei

flussi attesi dalla gestione diretta.

a) La stima dei flussi di cassa netti derivanti dalla gestione diretta avviene nel seguente modo:

VAGD(L) = Σ FtGD(L)/(1+KE(L))t

VA = valore attuale dei flussi di cassa netti ottenibili dalla gestione diretta del

GD(L)

locatore. Ft = flussi netti di cassa annui (anno t).

GD(L)

K = tasso di attualizzazione dei flussi attesi dalla gestione diretta.

E(L)

Il canone di break even sarà quindi stimato ricercando quella struttura di flussi di canoni

b) il cui valore attuale è pari al valore attuale dei flussi netti attesi derivanti dalla gestione

diretta del locatore:

VAAF(L) = Σ FtAF(L)/(1+KAF(L))t = VAGD(L)

VA = valore attuale dei canoni di affitto, netti di imposta, per il locatore.

AF(L)

Ft = canoni (anno t).

AF(L)

K = tasso di attualizzazione per il locatore dei canoni attesi.

AF(L)

Suona evidente che soltanto ove il locatore sia in grado di prezzare l’affitto in misura superiore

al canone di break even la locazione risulterà preferibile rispetto alla gestione di-retta, in

VAAF(L) > VAGD(L)

quanto:

Può domandarsi ora come possa verificarsi concretamente la condizione sopra ipotizzata che

denoti una convenienza dell’affitto d’azienda rispetto alla gestione diretta, tenuto conto che l’affitto

comporta in linea di principio una ripartizione tra locatore e affittuario della redditività ottenibile

dalla gestione. Tale risultato può in effetti riscontrarsi tipica-mente quando le capacità gestionali 64

dell’affittuario gli consentano di ottenere flussi superiori a quelli possibili per il locatore nel caso di

gestione diretta da parte di quest’ultimo e/o quando il tasso di attualizzazione applicabile dal

locatore (KE(L)) ai flussi di cassa derivanti dalla gestione diretta risulti superiore al tasso di

attualizzazione dei canoni attesi per lo stesso locatore (KAF(L)), ad esempio in relazione

all’elevata affidabilità sotto il profilo creditizio e gestionale riconosciuta all’affittuario. In presenza di

tali condizioni l’affitto d’azienda potrebbe configurarsi come l’opzione più conveniente per il

locatore, pur consentendo anche all’affittuario un’aspettativa di creazione di valore dalla gestione

dell’azienda. Anche nella prospettiva dell’affittuario la decisione è quindi guidata proprio dalla stima

della creazione di valore che potrebbe derivare dall’operazione. Egli individuerà un canone di

break even, da intendersi come canone “massimo” oltre il quale non sarebbe in grado di gestire

l’azienda in condizioni di equilibrio economico. A tal fine stimerà il valore attuale dei flussi netti,

anche di imposta, attesi dalla gestione dell’azienda in affitto, al netto ovviamente anche dei canoni

passivi. Il canone di break even è quello che eguaglia a zero il valore attuale netto:

VA(A) = Σ Ft(A)/(1+KE(A))

VA(A) = valore attuale dei flussi di cassa netti per l’affittuario ottenibili dalla gestione dell’azienda.

Ft(A) = flussi netti di cassa annui per l’affittuario (anno t).

KE(A)= tasso di attualizzazione per l’affittuario.

Alla luce delle considerazioni svolte si comprende che in Finanza il concetto di “congruo” canone in

realtà è essenzialmente privo di significato, come sarebbe priva di significato la nozione di congrua

redditività per un’impresa, o di congruo tasso di rendimento di un investimento, oppure di congruo

costo di un finanziamento, etc. Il criterio valutativo deve essere in grado di porre il soggetto nella

condizione di assumere una decisione dalla quale possa attendersi una creazione di valore,

pertanto dovrà condurre a stimare una so-glia oltre la quale quella decisione avrebbe l’effetto

opposto di distruggere valore. Quando la decisione attiene a scelte in alternativa tra loro, il criterio

deve permettere di stimare il vantaggio comparativo. Se poi si ritenesse che il concetto di

“congruità” rifletta proprio la nozione di “soglia”, allora più chiaramente si discuta di canone minimo

(per il locatore) o massimo (per l’affittuario) di break-even, al di sotto o al di sopra del quale,

rispettivamente, l’affitto di azienda, in termini comparativi, costituisce un’operazione

economicamente non conveniente.

Fin qui si è sviluppato un criterio valutativo utile nei casi in cui sussista, come di regola, una

effettiva alternativa tra gestione diretta e affitto dell’azienda. Ove vi siano invece ragioni che non

permettano una gestione diretta e si escluda, o non sia immediatamente praticabile, l’ipotesi della

cessione dell’azienda stessa, il criterio valutativo può soltanto porre a confronto eventuali diverse

alternative di affitto, differenziate rispetto alle caratteristiche, e quindi all’affidabilità sotto i profili

gestionali e finanziari, dei diversi potenziali affittuari. Ciò con i relativi effetti sui livelli del parametro

KAF(L), modulabile in riferimento alle possibili controparti. La scelta cadrà ovviamente

sull’alternativa che genera il più alto valore attuale, escludendosi anche in questo caso un profilo di

“congruità”.

Talvolta, anche nell’ambito di una consulenza tecnica giudiziaria, si è chiamati ad esprimersi ex-

post sulla congruità del canone dell’affitto d’azienda, quando per il locatore non sia risultata

praticabile la gestione diretta o non vi siano evidenze di una valutazione comparativa ex-ante da

parte del locatore stesso. Solo in tal caso, quindi non ai fini di una decisione finanziaria, può in

effetti ricercarsi propriamente una misura “congrua” (astratta, ma supportata da elementi di fatto)

per il canone di affitto dell’azienda, da confrontarsi con il canone contrattualmente definito. Ciò al

fine di poter escludere, ad esempio, una possibile consapevole sottovalutazione del canone da

parte di un locatore avviato verso una procedura concorsuale, ai danni dei suoi creditori e a

beneficio di soggetti terzi, eventualmente parti correlate. La prassi suggerisce in tali casi almeno

due possibili criteri di stima del canone “congruo”:

a) metodo della redditività attesa sul capitale economico;

b) metodo delle transazioni comparabili. 65

Lettura n° 4. La determinazione del congruo canone di locazione d’azienda nelle procedure

concorsuali.

In un’ottica fallimentare, l’affitto d’azienda rientra tra gli strumenti a disposizione degli organi della

procedura per la tutela del patrimonio di un’impresa insolvente.

A tal proposito, l’art. 79 l.f. prevede che “Il fallimento non è causa di scioglimento del contratto di

affitto d’azienda, ma entrambe le parti possono recedere entro sessanta giorni, corrispondendo

alla controparte un equo indennizzo, che, nel dissenso tra le parti, è determinato dal giudice

delegato, sentiti gli interessati. L’indennizzo dovuto dalla curatela è regolato dall’articolo 111, n. 1”.

Inoltre, l’articolo 104 bis l.f. stabilisce che “Anche prima della presentazione del programma di

liquidazione di cui all’articolo 104-ter su proposta del curatore, il giudice delegato, previo parere

favorevole del comitato dei creditori, autorizza l’affitto dell’azienda del fallito a terzi anche

limitatamente a specifici rami quando appaia utile al fine della più proficua vendita dell’azienda o di

parti della stessa”.

È naturale che nella fattispecie, il curatore dovrà tra l’altro verificare:

• la liquidità che può essere ricavata dall’affitto dell’azienda e dalla sua successiva cessione,

rispetto alle somme che si possono ricavare dalla immediata cessione unitaria della medesima

oppure di suoi rami;

• la liquidità che potrebbe derivare dalla dismissione dei singoli beni che costituiscono il complesso

aziendale;

• la valutazione delle garanzie prestate dal conduttore;

• gli effetti fiscali che potrebbero derivare dalla scelta dell’affitto piuttosto che dalla vendita;

• il livello occupazionale, e quindi una valutazione di carattere sociale, che si potrebbe preservare

non procedendo alla immediata vendita unitaria o mediante smembramento del complesso di beni.

In tale ottica, risulta fondamentale il ruolo del curatore per la corretta applicazione delle prescrizioni

previste dalla legge ed in particolare per la quantificazione del canone di affitto e la durata del

relativo contratto. È bene ribadire, infatti, che la scelta di idonei criteri per la quantificazione del

canone di affitto è rimessa al prudente apprezzamento del consulente che, come è noto, viene

nominato dal curatore fallimentare.

La determinazione del canone congruo nelle procedure concorsuali.

Il tema dell’affitto d’azienda nell’ambito delle procedure concorsuali è stato, negli ultimi anni,

oggetto di numerose trattazioni e approfondimenti dottrinali.

In astratto, il problema andrebbe affrontato valutando, in via preliminare, la convenienza tra affitto

e gestione diretta. In buona sostanza, si tratterebbe di quantificare un canone minimo di break

even che eguagli i benefici prodotti dalla gestione diretta rispetto alla locazione8.

Nella realtà, l’affitto è una scelta obbligata a causa delle notevoli difficoltà che potrebbero

incontrare il proprietario oppure il curatore nella conduzione strategico-gestionale dell’azienda. Con

particolare riferimento alla gestione diretta in caso di fallimento, va osservato che il curatore,

sovente, non dispone delle competenze necessarie a tal fine e, quindi, l’affitto può rappresentare

l’unica modalità di conservazione dei valori aziendali. In tale ambito, può accadere che:

- il contratto di affitto sia stato stipulato prima del fallimento talché il curatore ne debba

valutare la convenienza anche con riferimento al canone pattuito;

- il contratto di affitto non sia stato formalizzato prima del fallimento, ma il curatore ritenga

tale opzione obbligatoria per la conservazione del valore del complesso aziendale al fine di

una successiva alienazione. In tale situazione, il curatore deve procedere secondo le

modalità stabilite dall’art.107 l.f. per le vendite ossia in base a procedure competitive.

Pertanto, è necessario che richieda una stima a un esperto e pubblicizzi la proposta

d’affitto al fine di ottenere la massima informazione e partecipazione degli interessati.

In entrambe le situazioni prospettate, è necessario definire un canone economicamente adeguato

per la procedura.

Con riferimento al canone di affitto d’azienda, la dottrina ha proposto varie metodologie che

abbiamo già visto in precedenza. In sintesi, il tasso di rendimento impiegabile per quantificare il

canone di locazione può oscillare in un intervallo nel quale l’estremo inferiore è il tasso privo di 66

rischio, mentre l’estremo superiore è il costo del capitale che, per semplicità, può essere

determinato sulla base di dati medi settoriali.

Ciò premesso, da un punto di vista operativo, possiamo distinguere due situazioni:

- il proprietario si accolla esclusivamente il rischio di mancata riscossione dei canoni;

- il proprietario si accolla anche l’alea derivante da eventuali variazioni negative di valore

dell’azienda attribuibili a cattiva conduzione da parte dell’affittuario.

Nel primo caso, l’affitto di azienda è assimilabile a un’operazione di finanziamento nella quale il

capitale prestato è il valore dell’azienda e i canoni rappresentano la remunerazione periodica

assegnata al locatore. In altre parole, è come se il proprietario prestasse alla controparte una

somma di denaro (valore iniziale dell’azienda) e ricevesse una serie di remunerazioni periodiche

(canoni) e, a conclusione del periodo di riferimento, la restituzione del capitale (valore finale

dell’azienda). È evidente che tale situazione si verifica solamente se il capitale restituito (valore

finale azienda) equivale a quello prestato (valore iniziale azienda).

In tale situazione, la formula applicabile per determinare il canone è:

C = iW

Dove: C è il canone d’affitto

i è un tasso che riflette il rischio di inadempimento della controparte

W è il valore dell’azienda

Il saggio “i” può essere determinato facendo riferimento, in via preliminare, al costo medio del

debito dell’azienda oggetto del contratto d’affitto. Tale tasso può essere desunto dalla

documentazione bancaria disponibile oppure, in mancanza della stessa, tramite i dati di bilancio.

Quando si pattuisce che il contratto di affitto è seguito dalla vendita, il rendimento dell’investimento

finanziario dell’alienante può essere calcolato considerando:

- la durata dell’affitto;

- i canoni periodicamente pagati;

- il saldo del prezzo

- il valore dell’azienda che richiede un’apposita stima.

Se il proprietario si accolla anche l’alea derivante da eventuali variazioni negative di valore

dell’azienda attribuibili a cattiva gestione da parte del conduttore, l’affitto non può essere assimilato

a un’operazione di finanziamento in quanto il rischio è costituito da due componenti:

- un rischio di credito derivante dal possibile inadempimento della controparte;

- un’alea riconducibile alla cattiva conduzione dell’azienda da parte dell’affittuario.

In altre parole, il canone di locazione può essere stimato con riferimento alla seguente formula:

C = ( i+s) * W

Dove: C è il canone d’affitto

i è un tasso che riflette il rischio di inadempimento della controparte

s è una maggiorazione del saggio associata all’alea derivante da cattiva gestione

W è il valore dell’azienda.

Tuttavia, qualora l’affittuario avesse capacità strategiche e gestionali in grado di favorire un

accrescimento del valore aziendale, la componente s anziché essere positiva potrebbe essere

negativa ossia il canone di affitto potrebbe addirittura essere inferiore a quello determinabile in una

situazione di equivalenza a un’operazione di finanziamento.

LA LIQUIDAZIONE.

Per liquidazione si intende quella procedura che accompagna l’impresa alla sua cessazione.

Le società in bonis chiudono attraverso la procedura di liquidazione prevista dal codice civile.

La liquidazione può essere:

- Volontaria: decisa dai soci per fatti sopravvenuti.

- Giudiziale: imposta dall’esterno.

L’attuale configurazione delle norme civilistiche pone la seguente distinzione: l’emergere di una

delle cause di scioglimento rispetto allo scioglimento stesso. 67

Le cause di scioglimento sono previste esaustivamente dal CC, diventa fondamentale distinguere

le stesse rispetto agli effetti che esse comportano: scioglimento dell’impresa.

Quindi la cancellazione dal registro d’impresa è successiva all’emergere di una causa di

scioglimento.

Questa distinzione comporta una serie di conseguenze: la causa di scioglimento comporta una

serie di obblighi a delle persone che poi verranno sostituite da altri soggetti ulteriori che vedremo

fra poco.

L’emergere una causa di scioglimento non rappresenta di per sé l’estinzione di un’impresa, ma

provoca il cambio di prospettiva, un mutamento dello scopo del contratto: lo scopo della società

non è più quello di fare business, di esercitare in comune un’attività economica allo scopo di

dividerne gli utili, ma quello di realizzare il patrimonio sociale al fine di ripartirne il residuo attivo tra

i soci. L’obiettivo diventa non più lo scopo di lucro ma quello di realizzare il patrimonio aziendale e

dividere eventualmente tra i soci le somme da questo derivanti.

Muta l’oggetto del contratto sociale: non più dividere utili ma realizzare il patrimonio.

Quando la liquidazione si chiude con l’ultimo atto vi è l’effettiva e formale estinzione della società.

Le cause di scioglimento sono previste dall’art. 2484 del CC:

- Decorso del termine: la società è un contratto e quindi ha un suo termine e una sua durata

sempre ben definita.

Se il termine non viene prorogato il contratto si è concluso per decorso del termine.

- Conseguimento dell’oggetto sociale o sopravvenuta impossibilità di conseguirlo. (qualora

non intervenga una modifica statutaria che modifichi l’oggetto sociale).

- Impossibilità di funzionamento o continua inattività assembleare. Ad esempio due soci al

50% in continuo disaccordo non sanabile. L’assemblea come organo è incapace di

deliberare.

Il caso va accertato concretamente.

- Riduzione del capitale al di sotto del minimo, se l’assemblea non delibera una

ricapitalizzazione.

- Ipotesi previste dagli art. 2437 quater e 2473 (liquidazione socio receduto: ipotizzando che

il socio non ceda la propria partecipazione ma attivi la procedura di recesso che comporta

la riduzione del patrimonio. Se la riduzione del patrimonio è tale che questo scenda al di

sotto del minimo e non vi è un reintegro allora scatta la causa di scioglimento).

- Delibera assembleare.

- Altre cause previste dall’atto costitutivo o dallo statuto.

- Altre cause previste dalla legge: assoggettamento a procedura concorsuale.

Le prime 7 sono cause volontarie e l’ultima è una causa giudiziaria.

Tecnicamente la delibera di messa in liquidazione è una delibera che modifica i patti statutari e

quindi una delibera d tipo notarile che richiede le maggioranze assolute. A meno che lo statuto già

non prevedesse tutte quelle fattispecie richieste per l’attivazione della messa in liquidazione: quanti

liquidatori, il compenso e le procedure che devono seguire.

In presenza di queste previsioni la delibera può avvenire senza notaio.

La pubblicità legale: è necessaria per dare informativa agli stakeholder dell’impresa: ad esempio il

fornitore che dovesse venire a conoscenza potrebbe decidere di non fornire più le merci visto

l’aumento del rischio di controparte.

Nei primi 5 casi la causa di scioglimento viene accertata dall’amministratore, e la cessazione è

efficace alla data dell’iscrizione presso l’ufficio del registro delle imprese della dichiarazione con cui

gli amministratori ne accertano la causa.

Nell’ipotesi di delibera assembleare di scioglimento, alla data dell’iscrizione della relativa

deliberazione (soci).

Infine quando l’atto costitutivo o lo statuto prevedono altre cause di scioglimento, essi devono

determinare la competenza a deciderle od accertarle, e ad effettuare gli adempimenti pubblicitari.

(soci). 68

Quindi a seconda del soggetto che accerta la causa di scioglimento sorgeranno anche obblighi di

informativa verso i terzi:

- Amministratori: dichiarazione al registro delle imprese dell’accertamento di una causa di

scioglimento. Talvolta accanto al nome della società viene anche indicato: in scioglimento.

Se gli amministratori non adempiono sono direttamente responsabili per i danni causati alla

società e ai terzi.

- I soci danno informazione depositando la delibera.

- In caso di terzi: atto pubblico con il quale si dà informativa davanti al gip.

Gli amministratori devono senza indugio accertare il verificarsi di una causa di scioglimento e

procedere ai relativi adempimenti. Essi, in caso di ritardo od omissione, sono personalmente e

solidalmente responsabili per i danni subiti dalla società, dai soci, dai creditori sociali e dai terzi

(art. 2485, 1° c.).

Se gli amministratori non provvedono all’accertamento, i singoli soci o amministratori o i sindaci

possono chiedere che lo scioglimento sia accertato dal tribunale, il cui decreto deve essere iscritto

nel registro delle imprese (art. 2485, 2° c.).

Dopo lo scioglimento deve essere espressamente indicato negli atti e nella corrispondenza che la

società è in liquidazione (art. 2250, 3° c. e art. 2487-bis, 2° c.).

Effetti di scioglimento per gli amministratori: al verificarsi di una causa di scioglimento e fino al

momento della consegna dei libri sociali, gli amministratori conservano il potere di gestire la

società, ai soli fini

della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale.

Gli amministratori sono personalmente e solidalmente responsabili dei danni arrecati alla società,

ai soci, ai creditori sociali ed ai terzi, per atti od omissioni compiuti in violazione di quanto sopra.

La società si può dire ipoteticamente che segue tre fasi:

- Going concern: gli amministratori hanno tutto il potere gestorio e rispondono solo dei danni

per mala gestio.

- Entra una causa di scioglimento: gli amministratori hanno sempre il potere di gestire la

società, ma gli amministratori devono condurre la società limitandosi alla mera

conservazione del patrimonio della stessa.

- Quando la società entra in liquidazione gli amministratori devono prendere in mano tutti gli

aspetti presenti al momento della causa di scioglimento e darli ai liquidatori.

La riforma del diritto societario ha previsto però delle deroghe: si è prevista la possibilità di avere la

continuità anche solo su un determinato ramo d’azienda che funziona ancora correttamente. Gli

amministratori quindi possono compiere per quel ramo d’azienda operazioni tipo di fornitura al fine

di mandare avanti la gestione.

Vi è sempre il rischio di responsabilità da parte degli amministratori, ogni decisione impone sempre

una certa attenzione, infatti se ex-post si valuta la gestione come riduttrice del patrimonio a favore

dei creditori ne rispondono in prima persona gli amministratori.

Effetti scioglimenti altri organi.

Le disposizioni sulle decisioni dei soci, sulle assemblee e sugli organi amministrativi e di controllo

si applicano, in quanto compatibili anche durante la liquidazione, anzi l’ambito di applicabilità del

collegio sindacale si amplia.

Revoca dello stato di liquidazione:

La causa di scioglimento può essere eliminata in qualsiasi momento: ad esempio tramite un

aumento di capitale.

Allo stesso modo la liquidazione può essere revocata in qualsiasi momento sempre se la causa di

scioglimento è stata eliminata e sempre tramite la delibera dell’assemblea presa con le

maggioranze richieste per le modificazioni dell’atto costitutivo o dello statuto.

Vi è comunque un termine entro cui i terzi e generalmente i creditori possono opporre opposizione

alla delibera di revoca della liquidazione: solo passato questo termine (60 giorni) la revoca è

valida. 69

Il tribunale può decidere per la revoca immediata quando rileva che non possa sorgere danno per i

terzi o quando la società ha pagato tutti i debiti.

Fonti della norma:

I soggetti e gli atti di liquidazione.

- Amministratori: obbligo di convocare senza indugio l’assemblea per le opportune

deliberazioni.

- L’assemblea può prevedere la messa in liquidazione, tramite delibera assembleare che

modifica lo statuto e che nomina i liquidatori, i poteri, i compensi e le modalità pratiche per

macro aree per gestire la liquidazione.

Ad ex: l’azienda A viene liquidata in modo atomistico, l’azienda B che ha ancora invece un

avviamento deve essere liquidata nel suo complesso.

Il compito di definite a priori le modalità spettano ai soci.

- Liquidatori accettano l’incarico e depositano la loro carica.

- Amministratori: passaggio di consegne ai liquidatori: bisogna dare traccia formale del

passaggio.

Prima di questa riforma l’inventario veniva svolto dagli amministratori, ora gli amministratori

stampano la situazione economico patrimoniale di quella che è la situazione alla data di

scioglimento, poi fanno un vero e proprio bilancio con tutti i documenti obbligatori alla data

di liquidazione (rendiconto sulla gestione).

Le due date possono o no corrispondere.

Criteri di redazione e di valutazione: si utilizzano in tutti e due i casi i vecchi metodi di

valutazione con criteri di continuità. (il criterio di liquidazione scatta infatti dalla messa in

liquidazione, poi non spetta agli amministratori valutare il possibile valore di realizzo di un

asset ma spetterà ai liquidatori).

Di conseguenza i due documenti emessi dagli amministratori verranno redatti con il criterio

di valutazione della società in continuità.

- Liquidatori svolgono l’inventario: bilancio iniziale di liquidazione partono dai documenti

forniti dagli amministratori. È la stessa situazione aperta il giorno dopo fornita

dall’amministratore.

Poi valutano sulla base dei criteri di liquidazione, valutano i singoli assets passando da un

criterio di continuità (costo) e passeranno ad un criterio di possibile realizzo (mercato). 70

Il primo bilancio della liquidazione è il bilancio a fine esercizio dell’anno in cui è avvenuta la

messa in liquidazione redatto dai liquidatori.

Esempio che mostra i diversi documenti:

Possiamo notare i diversi documenti e il fatto che i liquidatori aprono la loro fase di liquidazione

tramite il bilancio iniziale, redatto in continuità: identico all’inventario fatto dagli amministratori.

Poi interverranno dopo le rettifiche di liquidazione.

I liquidatori dovranno:

- Redarre il primo di bilancio annuale di liquidazione.

- Redarre a fine anno bilancio intermedio di liquidazione.

- Alla fine della liquidazione: redazione e deposito bilancio finale e piano di riparto.

- Cancellazione società e deposito libri sociali.

Nomina dei liquidatori:

Gli amministratori, contestualmente all'accertamento della causa di scioglimento, devono

convocare l'assemblea dei soci perché deliberi, con le maggioranze previste per le modificazioni

dell'atto costitutivo o dello statuto, su:

1.il numero dei liquidatori e le regole di funzionamento del collegio in caso di pluralità di liquidatori;

2.la nomina dei liquidatori, con indicazione di quelli cui spetta la rappresentanza della società;

3.i criteri in base ai quali deve svolgersi la liquidazione;

4.i poteri dei liquidatori, con particolare riguardo alla cessione dell'azienda sociale, di rami di essa,

ovvero anche di singoli beni o diritti, o blocchi di essi;

5.gli atti necessari per la conservazione del valore dell'impresa, ivi compreso il suo esercizio

provvisorio, anche di singoli rami, in funzione del migliore realizzo.

Se gli amministratori omettono la convocazione il tribunale provvede su istanza di singoli soci o

amministratori ovvero dei sindaci e nel caso in cui l'assemblea non si costituisca/non deliberi,

adotta con decreto le relative decisioni. 71

La delibera assembleare deve essere iscritta nel registro delle imprese.

Poteri dei liquidatori: compiere tutti gli atti utili per la liquidazione della società, salvo diversa

disposizione statutaria.

In precedenza i liquidatori non potevano fare attività d’impresa. Nel senso non poteva neanche

intervenire in caso di riaccensione delle macchine per la loro dismissione.

Oggi è consentito compiere gli atti necessari per la conservazione del valore dell’impresa, ivi

compreso il suo esercizio provvisorio, anche di singoli rami in funzione del migliore realizzo.

Responsabilità dei liquidatori: debbono adempiere i loro doveri con la professionalità e diligenza

richieste dalla natura dell’incarico e la loro responsabilità per i danni derivanti dall’inosservanza di

tali doveri è disciplinata secondo le norme in tema di responsabilità degli amministratori.

Poteri e doveri dell’organo di controllo: l’organo di controllo ha piena operatività, compatibile con le

esigenze della liquidazione.

I poteri comprendono: chiedere al tribunale la revoca dei liquidatori (art. 2487), predisposizione

della relazione al bilancio annuale di liquidazione e obbligo di predisporre la relazione di

accompagno al bilancio finale di liquidazione (art. 2492).

Revoca dei liquidatori:

i liquidatori possono sempre essere revocati dall’assemblea, quando sussiste giusta causa anche

dal tribunale su istanza di soci, dei sindaci o del pubblico ministero. (art. 2487 comma 4).

Passaggio di consegne da parte degli amministratori.

Avvenuta l’iscrizione della delibera assembleare gli amministratori cessano la loro carica e

consegnano ai liquidatori:

- Libri sociali,

- Situazione contabile aggiornata alla data di scioglimento (non è necessario che venga

approvata da nessuno),

- Rendiconto sulla gestione relativa al periodo successivo all’ultimo bilancio approvato (non

viene approvata da nessuno, ma in realtà i soci approvano il bilancio finale di gestione al

cui interno però vi sono tutti i documenti che abbiamo visto prima, quindi tutti i documenti

vengono di fatto approvati all’approvazione del primo bilancio di liquidazione. 72

L’inventario ha due funzioni:

- Ricognitiva: atto formale che serve come prova, dimostrazione delle consegne avvenute tra

amministratori e liquidatori,

- Estimativa: volta ad accertare in capo agli amministratori l’effettiva consistenza delle attività

e passività. (valutate al presumibile valore di realizzo le prime e le seconde al valore di

estinzione).

Il risultato finale dell’inventario sarà sostanzialmente quanto presente nel primo bilancio di

liquidazione.

Rettifiche: per cambio di valutazione e rettifiche legate ad accantonamenti per spese di

svalutazione. Accantono iscrivendo un fondo per onere futuri ma non a conto economico creo

infatti una riserva negativa.

Questo lo faccio perché inserisco subito nel patrimonio della liquidazione tutti gli effetti e saprò fin

da subito se la mia liquidazione finirà in bonis o no.

Se risulta un PN negativo convoca l’assemblea e si fa istanza per fallimento improprio.

DOCUMENTI CONTABILI DELLA LIQUIDAZIONE: (redatti dai liquidatori).

- Primo bilancio di liquidazione: primo bilancio dell’anno di liquidazione. Il primo bilancio sarà

composto da due colonne: la prima riguardante la prima fase di bilancio dell’esercizio prima

della data di deliberazione di liquidazione e poi dopo la data.

- Bilancio intermedio di liquidazione: bilancio redatto ogni anno successivo.

- Bilancio finale di liquidazione: bilancio che intercorre dalla prima data di liquidazione alla

fine della liquidazione.

Il bilancio considererà solo l’ultimo esercizio ma in nota integrativa si darà illustrazione

dell’andamento delle fasi di liquidazione nel tempo per arrivare a questa situazione finale.

BILANCI.

I liquidatori devono redigere il bilancio e presentarlo, alle scadenze previste per il bilancio di

esercizio della società, per l'approvazione all'assemblea o, nelle s.r.l., con decisione dei soci. Si 73

applicano, in quanto compatibili con la natura, le finalità e lo stato della liquidazione, le disposizioni

degli articoli 2423 e seguenti (art. 2490, 1° c.).

Nella relazione i liquidatori devono illustrare l'andamento, le prospettive, anche temporali, della

liquidazione, ed i principi e criteri adottati per realizzarla.

Nella nota integrativa i liquidatori devono indicare e motivare i criteri di valutazione adottati (art.

2490, 2° c.).

Nel primo bilancio successivo alla loro nomina i liquidatori devono indicare le variazioni nei criteri di

valutazione adottati rispetto all'ultimo bilancio approvato, e le ragioni e conseguenze di tali

variazioni (inventario). Al medesimo bilancio deve essere allegata la documentazione consegnata

dagli amministratori al momento del passaggio delle consegne, con le eventuali osservazioni dei

liquidatori (art. 2490, 3° c.).

Quando sia prevista una continuazione, anche parziale, dell'attività di impresa, le relative poste di

bilancio devono avere una indicazione separata: se il ramo A cessa la propria attività mentre il

ramo B ha ancora in sé un avviamento (il ramo B deve essere considerato come un patrimonio con

ancora una destinazione).

la relazione deve indicare le ragioni e le prospettive della continuazione; la nota integrativa deve

indicare e motivare i criteri di valutazione adottati (art. 2490, 4° c.).

Qualora per oltre tre anni consecutivi non venga depositato il bilancio, la società è cancellata

d'ufficio dal registro delle imprese (art. 2490, 5° c.). nella realtà dei fatti ciò non avviene mai.

L’inventario è il primo documento che utilizza i nuovi criteri di redazione.

Quindi in riassunto, quando siamo indecisi nel dire quali sono i criteri di redazione del bilancio, ci

possiamo ricordare che: gli amministratori utilizzano sempre criteri di continuità e i liquidatori

sempre criteri di liquidazione.

Primo bilancio di liquidazione.

Inventario: presunto valore di realizzo per le attività e di estinzione per le passività.

Bilancio d’esercizio art. 2490: presunto valore di realizzo per le attività e estinzione per le passività.

Fondo oneri di liquidazione. OIC 5: questo fondo deve accogliere tutti gli oneri che si prevede di

sostenere durante tutta la liquidazione al netto dei proventi stimati per lo stesso periodo.

Oneri: fitti passivi, canoni di liquidazione, compensi a professionisti e ai liquidatori, oneri finanziari,

spese accessorie etc.

Proventi: fitti attivi, interessi attivi, rimborsi di imposte, etc.

Lo scopo di tutti questi documenti è quello di permettere ai liquidatori di creare certi scenari in

modo da far comprendere ai soci se la liquidazione è possibile oppure no.

Questi strumenti consentono al liquidatore di fare una previsione: stimare fin da subito la cassa

derivante dalla vendita degli assets e soprattutto i costi che potrebbero derivare dalla intera

procedura di liquidazione, nonché i ricavi che potrebbero derivare dalla procedura.

Il costo è inserito in bilancio come oneri futuri.

Questo comporta che in bilancio ho già indicazione di come chiuderà la liquidazione sulla base

delle proiezioni che sto effettuando in questo momento.

Se la liquidazione non si chiuderà in bonis si hanno due ipotesi:

- Chiedere ai soci di mettere nuovi soldi,

- La liquidazione non può essere portata a termine: istanza di fallimento proprio.

Uno degli elementi fondamentali è quindi la previsione dei costi della procedura.

Nell’ambito del bilancio il liquidatore valuta essenzialmente due temi: l’accantonamento al fondo

oneri e le rettifiche dovute alla valutazione dei singoli assets per il cambio di prospettiva.

Sono quindi queste le due tematiche che incidono sul bilancio nel passaggio da una fase all’altra.

I criteri di valutazione sono essenzialmente:

1. Non possono essere iscritte spese di impianto, di pubblicità, di ricerca e sviluppo: queste

spese non possono più essere capitalizzate e devono essere stornate in quanto dietro a

queste non vi è alcun assets: il valore di presumibile valore di realizzo è zero. 74

2. Vanno iscritti, ancorché non presenti prima, beni immateriali suscettibili di autonomo

realizzo: ad ex. software di un’azienda va iscritto, know-how non brevettato o marchio non

registrato devono essere iscritti quando sono suscettibili di una possibile vendita, hanno

una presumibile valore di realizzo e una controparte disposta ad acquistarlo.

3. Va iscritto il fondo spese future relative alla fase liquidatoria;

4. I beni materiali vanno valutati al presunto valore di realizzo senza tenere conto del

precedente valore di iscrizione al costo storico. Se il valore è differente la differenza

presenterà una rettifica.

5. Il valore di presunto realizzo dei crediti probabilmente peggiora: va valutata sulla base

dell’effettiva esigibilità. Peggiora perché se il soggetto è fallito probabilmente non gli veniva

pagato il credito.

In questo caso naturalmente vengono eliminati valore del credito e fondo svalutazione.

6. Nel patrimonio netto vanno evidenziate le “rettifiche di liquidazione”: sono la contro partita

di tutte le rettifiche fatte fino ad esso. Ipotizziamo che assets valga 300 in meno, tale

rettifica rientra nella rettifica di liquidazione.

Questa posta naturalmente non è realizzata, si sta semplicemente rivalutando quanto

prima iscritto in bilancio allora entrerà nel patrimonio netto come riserva.

7. Minusvalenze e plusvalenze di realizzo vanno classificati fra i componenti straordinari, ora

in realtà questo criterio di valutazione è stato superato, tuttavia è utile in quanto ci permette

di capire che non si avranno più ricavi derivanti dalla gestione caratteristica ma si avranno

solo oneri e proventi diversi di gestione (nuova riclassificazione prevista).

8. Il primo bilancio infra-liquidazione comprende anche i componenti di reddito relativi

all’ultima frazione di anno di amministrazione ordinaria: siccome l’esercizio sociale è uno

solo anche se diviso in due idealmente e quindi questo bilancio accoglierà i numeri al suo

interno come somma dei due periodi prima e post delibera di liquidazione.

Sarà poi la nota integrativa a spiegare al lettore del bilancio all’interno della voce

l’ammontare prima e quello post data di delibera.

L’OIC prevede inoltre la fusione delle varie riserve del capitale sociale che diventa poi

capitale di liquidazione non è effettivamente possibile all’interno del bilancio.

9. In nota integrativa vanno esposti gli effetti della variazione dei criteri di valutazione.

Il BILANCIO iniziale di liquidazione, è una riapertura del rendiconto ricevuto dagli amministratori, è

un documento privo di conto economico, prevede l’eliminazione delle attività non monetizzabili, i

crediti devono essere valutati al presunto valore di realizzo e i debiti al valore di estinzione.

Tutti gli impegni futuri allocati nei conti d’ordine diventano un fondo rischi: un esempio è il leasing:

impegno debito futuro non ancora scaduto verso il concessionario: iscritto tra i debiti o se incerto

nei fondi oneri futuri. Quindi il cespite non ancora iscrivibile deve essere iscritto passando dai

diversi criteri di liquidazione.

In altre parole bisogna trasferire i conti d’ordine nei fondi rischi.

Esempio slides.

BILANCIO INIZIALE DI LIQUIDAZIONE. 75

Questo è l’inventario.

Andando a sommare tutto otteniamo la voce di rettifica globale.

RETTIFICHE DI LIQUIDAZIONE.

A questo punto si stimano gli oneri ipotetici che dovrò sostenere nella procedura:

FONDO PER COSTI ED ONERI DI LIQUIDAZIONE. 76

Il saldo è positivo quindi devo accantonare 1410 di onere futuro.

In avere avrò fondi per costi e oneri di liquidazione (passivo) e a conto economico dovrei avere

l’accantonamento tuttavia la contro partita di questo accantonamento è una riserva negativa di

patrimonio netto: riserva da rettifiche di liquidazione.

Quindi avrò una riserva negativa che si sommerà ad una riserva positiva che avevo già in P.N.

Rettifico quindi il patrimonio netto che mi si era formato precedentemente.

La contro partita non è economica perché non ho ancora realizzati e inoltre sto anche

accantonando costi per una durata maggiore dell’esercizio (inserendo l’accantonamento a conto

economico violerebbe il criterio di competenza).

Scrittura 1: riserva da rettifiche di liquidazione a fondi per costi ed oneri di liquidazione: 1.410,000.

La seconda scrittura è solo ideale: l’OIC chiede di condensare tutto in un'unica voce di patrimonio:

capitale netto di liquidazione: non avrò più tante voci come riserve, capitale sociale etc ma

un’unica voce.

Scrittura 2: capitale netto di liquidazione a riserva da rettifiche di liquidazione: 1.410,000.

Questo fondo si muoverà a secondo dei costi che effettivamente andrò a sostenere.

Hip. Costi consulenze stimati per 280, nel corso dell’esercizio io pago effettivamente 580.

Allora effettuerò le seguenti scritture:

scrittura 1: riserva da rettifiche di liquidazione a fondo costi e oneri di liquidazione: 280. Questa

voce è sostanzialmente il fondo visto prima solo che abbiamo sezionato solo una posta specifica

della macro classe.

Scrittura 2: consulenze professionali a debiti: 580.

Scrittura 3: Fondi rischi e oneri a utilizzo fondo (CE): 280.

Scrittura 4: Utilizzo fondo (CE) a consulenze professionali 280. 77

SCHEMA DI BILANCIO ANNUALE DI LIQUIDAZIONE (non di chiusura).

SCHEMA DI BILANCIO ANNUALE DI LIQUIDAZIONE (non di chiusura).

DISTRIBUZIONE SOMME.

DIVIETO

I liquidatori non possono ripartire tra i soci acconti sul risultato della liquidazione, salvo che dai

bilanci risulti che la ripartizione non incide sulla disponibilità di somme idonee alla integrale e

tempestiva soddisfazione dei creditori sociali; i liquidatori possono condizionare la ripartizione alla

prestazione da parte del socio di idonee garanzie (art. 2491, 2° c.).

I liquidatori sono personalmente e solidalmente responsabili per i danni cagionati ai creditori sociali

con la violazione delle disposizioni del comma precedente (art. 2491, 3° c.).

Se i fondi disponibili risultano insufficienti per il pagamento dei debiti sociali, i liquidatori possono

chiedere proporzionalmente ai soci i versamenti ancora dovuti (art. 2491, 1° c.).

Al termine della liquidazione, i liquidatori devono redigere il bilancio finale, indicando la parte

spettante a ciascun socio o azione nella divisione dell'attivo (art. 2492, 1° c.).

Il bilancio, sottoscritto dai liquidatori e accompagnato dalla relazione dei sindaci e del revisore

legale dei conti, è depositato presso l'ufficio del registro delle imprese (art. 2492, 2° c.).

Nei novanta giorni successivi, ogni socio può proporre reclamo davanti al tribunale in

contraddittorio dei liquidatori (art. 2492, 3° c.).

L’accettazione del pagamento da parte del socio prima dei 90 giorni è sostanzialmente

un’accettazione del bilancio anche senza che siano ancora scaduti i 90 giorni.

Il bilancio finale di liquidazione è composto da:

- Conto economico di periodo e conto economico relativo all’intera fase di liquidazione. 78


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e legislazione d'impresa (MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lucaf_94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecnica professionale progredito e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Franceschi Luca Francesco.

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