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Luigi Pirandello: biografia e influenze culturali

Luigi Pirandello nacque a Girgenti - l'attuale Agrigento - nel 1867. I genitori, Stefano e Caterina, furono spinti dalle stesse idee politiche: entrambi garibaldini, si conobbero nelle file dell'esercito di Garibaldi; ebbero dunque una fede politica indirizzata verso l'unificazione nazionale. L'avvio ideologico di Pirandello fu segnato da due genitori d'animo e di spirito garibaldino, nonostante a un certo punto della sua vita, come tanti altri intellettuali, prenderà la tessera del partito fascista, forse per costrizione.

La sua infanzia e la sua educazione si svilupparono tra Girgenti e Palermo; proprio queste due città rimasero i due poli siciliani fondamentali all'interno della sua biografia, tanto che anche quando non descrive o non dà un nome al paese o ai luoghi in cui ambienta le sue opere narrative - che siano novelle o romanzi - è facile capire se siamo nella campagna intorno ad Agrigento, oppure nella città di Palermo o dintorni. L'esclusa, per esempio, è ambientata per tutta la prima parte in un paese non meglio identificato, non troppo lontano presumibilmente da Palermo, mentre la seconda parte è a Palermo, che non solo viene nominata, ma in parte anche descritta in alcuni luoghi.

Educazione e primi anni

Sin da bambino, Pirandello dimostra una particolare predilezione per gli studi di tipo letterario, ma siccome il padre era proprietario di importanti zolfare - attività tipica della Sicilia del tempo -, decide di indirizzare il figlio, nonostante la particolare attitudine verso le materie umanistiche, a un istituto tecnico industriale. Pirandello cercherà in ogni modo di svincolarsi, e in seguito a un primo lieve dissesto economico approfitterà del trasferimento e della necessità di cambiare scuola per iscriversi, con l'aiuto della madre e dello zio materno, al secondo anno di liceo classico. Da quel momento non lascerà più gli studi umanistici, tanto che quando deciderà di iscriversi all'università, lo farà a Roma alla facoltà di lettere, sempre contravvenendo ai desideri del padre. Proprio con il padre avrà un rapporto d'amore e d'odio: i due erano molto diversi e spesso facevano fatica a capirsi; rimarrà comunque, nella sua biografia, uno dei punti - insieme alla madre – più sicuri della propria esistenza.

Pirandello ha avuto - com'era d'altronde tipico nelle famiglie benestanti del tempo - una governante a cui era legatissimo, una donna siciliana (si cercavano sempre donne del posto) che passava il tempo a raccontargli non le tipiche fiabe che si raccontano ai bambini, ma o i miti antichi della classicità greca che, in effetti, sono strutturati come delle specie di favole, o le fiabe della tradizione più interna della Sicilia, che sono spesso e volentieri fiabe violente, dove il sangue, la morte e le divinità diverse da quelle della religione cristiana, la sparizione, i rapimenti dei bambini e la tragedia albergano in maniera profonda. Tutto ciò si rifletterà sull'arte di Pirandello: all'interno della sua produzione letteraria, infatti, è facile assistere a elementi tragici, quasi da tragedia classica antica.

Identità e prime pubblicazioni

Si definisce “figlio del caos”, perché la villa in cui nasce si chiama cavusu (in siciliano caos): nelle sue memorie racconta – anche se non è vero - di essere nato durante una notte di eclisse; probabilmente l'eclisse ci fu veramente, ma in questo modo ammantava la sua origine sotto il segno di un evento astrologico e astronomico particolare. Le notti in cui non c'è la luce della luna sono un'altra delle caratteristiche della sua narrativa, in modo particolare nelle novelle.

Finito il liceo classico, si trasferisce a Roma e si iscrive alla facoltà di lettere, inizialmente ospite di uno zio, poi il padre deciderà di aiutarlo - nonostante sia contrario - inviandogli una somma di denaro che gli permetterà di vivere da solo e proseguire gli studi. Pirandello non si laurea a Roma a causa di una lite piuttosto forte con il preside della facoltà, perché non era d'accordo su alcuni metodi educativi e perché riteneva che il preside fosse stato corrotto da una serie di studenti. Il suo professore di letteratura italiana, tuttavia, che aveva una vera e propria passione per Pirandello, lo aiuta a trasferirsi all'università di Bonn, motivo per il quale Pirandello conoscerà il tedesco. A Bonn vivrà per circa due anni e mezzo, dove si laureò con una tesi che ha a che fare con le peculiarità siagrafiche, sonore, lessicali del dialetto di Agrigento.

Durante il soggiorno in Germania, instaura una relazione amorosa con Jenny, una giovane brillante del luogo, nonostante fosse fidanzato, in Sicilia, con la cugina di primo grado. Nel momento in cui si allontana da Bonn, nonostante uno scambio epistolare, è ben consapevole che questa storia non avrebbe portato al matrimonio, anche perché sposarsi con una tedesca sarebbe stato troppo per la famiglia.

Nel periodo tedesco, oltre a frequentare Jenny, incomincia la sua attività di scrittore, e in particolare di poeta, scrivendo un bel numero di poesie in italiano, raccogliendole anche in volumetti e pubblicandoli perlopiù in ambito tedesco. Alla fine dell'Ottocento in Europa, le due lingue di cultura erano il francese e l'italiano; in Germania, in particolare, la lingua e la cultura italiana erano particolarmente conosciute e studiate, preferite al francese per via della rivalità nata ai tempi di Napoleone e fortificatasi per tutto l'Ottocento e che aveva determinato una scarsa passione dei francesi nello studiare il tedesco e dei tedeschi nello studiare il francese. I maggiori filosofi del tempo, a cominciare da Nietzsche, i maggiori scrittori del tempo, a partire da Thomas Mann e così via, sono tutti grandi stimatori della lingua italiana, ma non solo, la conoscono e la sanno perfettamente. Per cui Pirandello, nonostante sapesse il tedesco, sceglie di scrivere e di pubblicare in italiano perché sa che poteva contare su un discreto numero di lettori, cioè tutti quei lettori acculturati che però studiavano e conoscevano la lingua italiana.

Ritorno in Italia e matrimonio

Dopo la laurea si ferma ancora per un po' a Bonn, ma poi decide di rientrare, passando di nuovo per Roma e arrivando in Sicilia. Proprio in Sicilia prende consapevolezza che il suo soggiorno a Bonn si è concluso, e che sta per iniziare una nuova fase della sua esistenza. Tornato in Italia, infatti, incontrerà quella che davvero diventerà nel giro di pochissimo tempo sua moglie, Antonietta Portulano. Il matrimonio ha un peso determinante nella biografia di Pirandello per moltissimi motivi, ma soprattutto perché gli dà quella stabilità affettiva che lui aveva sempre cercato e la possibilità di crearsi quella famiglia che desiderava.

Nel giro di sei anni nascono i tre figli: Stefano, che prende il nome del padre, sarà il suo braccio destro nelle attività più intellettuali; Lietta, la figlia più amata ma anche quella che gli darà più dispiaceri; Fausto, l'ultimogenito, che diventerà un pittore piuttosto importante. Stefano sarà davvero importante perché nell'ultima fase di vita del padre lo aiuterà a stendere i lavori, li copierà, li batterà a macchina; seguirà dunque il lavoro di scrittura del padre, tanto che quando Pirandello morirà e lascerà incompiuto l'ultimo dramma, I giganti della montagna, sarà proprio il figlio a completarla secondo, in parte gli abbozzi che aveva lasciato il padre, in parte le lunghe chiacchierate mentre il padre scriveva l'opera.

La moglie appartiene a una famiglia abbastanza benestante, e porta in dote, come si usava al tempo, una serie di zolfare, che si aggiungono quindi a quelle di proprietà della famiglia Pirandello, e che passeranno sotto la gestione economica e finanziaria del padre. Pirandello non si interesserà mai a questa attività imprenditoriale, ma anzi si è sempre tenuto lontano, anche se nel corso degli anni aveva fatto finta, ogni tanto, di dare una mano al padre per farlo contento, ma senza nessun tipo di slancio emotivo. A un certo punto il padre, per una serie di cattivi investimenti, ridurrà tutta la famiglia sul lastrico, ma soprattutto perderà tutte le zolfare che la moglie di Luigi aveva portato in dote.

Antonietta è una donna di grandi sentimenti, e il loro matrimonio è, fino a un certo punto, un matrimonio molto felice, ma purtroppo è anche una donna fragile di nervi, e alterna periodi di depressione a periodi di normale esistenza. La depressione è tenuta sotto controllo dal marito, che insieme a lei e ai bambini conduce una vita famigliare molto semplice; fino a un certo punto sembra quindi che la vita famigliare possa essere sostanzialmente normale pur tra questi alti e bassi. La perdita della sua dote da parte del suocero, l'idea di essere diventata povera, lei che veniva da una famiglia benestante, e di non avere una sua personale sicurezza economica oltre a quella che le garantiva il marito, scatena dentro di lei una crisi profonda da cui non si riprenderà più. La malattia, infatti, diventerà sempre più invasiva nella vita di Antonietta e della famiglia, fino a quando Pirandello si vedrà costretto a ricoverare la moglie in una clinica specializzata in malattie mentali perché non è più possibile tenerla in casa.

Un episodio tragico, poi, spingerà Pirandello a prendere questa decisione: la moglie, tra i tre figli, sceglie la figlia femmina, Lietta, come oggetto su cui scaricare tutte le sue tensioni nervose. Lietta, anche lei una ragazza fragile, resiste al contraccolpo di questa madre ossessiva e onnipresente, che le controlla la vita e che la costringe a fare cose che lei non vorrebbe fare. Fino a un certo momento, quando disperata dall'incapacità della madre a capire quello che le sta facendo, tenta il suicidio. Un suicidio, appunto, solo tentato, che Lietta compie anche per scuotere la coscienza del padre che, ovviamente, ne uscirà molto scosso. Ci vorrà ancora un po' di tempo, ma alla fine arriverà alla convinzione che Antonietta non può più vivere in casa con loro, ma deve essere affidata alle cure di qualcuno che forse sarà in grado di aiutarla; in verità, quella forma di depressione, trasformata in pazzia, non la lascerà più.

Temi ricorrenti e produzione letteraria

I personaggi femminili di Pirandello spesso e volentieri sono dei personaggi dolenti, cioè dei personaggi che hanno un fondo dentro l'anima di dolore, di tragedia, di disperazione; si può pensare che molto di tutto questo venga, da un lato, dalla figura di Antonietta e, dall'altro, dal dolore vissuto stando accanto a una donna che lui amava ma che vedeva allontanarsi da sé e dalla famiglia, e che non era in grado di conservare la lucidità di una persona normale. Il tema della pazzia, inoltre, è un altro di quei temi che accompagna la produzione artistica e letteraria di Pirandello, e questo deriva dal fatto che lui ha convissuto per anni con una donna che era sostanzialmente pazza. Una delle opere più importanti di Pirandello, Enrico IV, è tutto incentrato sulla pazzia e sul rapporto che esiste tra il voler essere sani e l'essere pazzi. La sua esperienza di vita, quindi, entra prepotentemente a far parte della sua opera, e nell'Esclusa c'è un personaggio che, quando Marta si è ormai trasferita a Palermo e ha iniziato la sua attività di insegnante, rappresenta il più folle. La pazzia, tra le varie edizioni del romanzo, è stata progressivamente acuita da Pirandello, segno evidente della sua presa di consapevolezza con il tema.

Prima che la moglie venga ricoverata, la vita famigliare e professionale di Pirandello gode di un periodo di grande fortuna e di felicità: comincia, grazie soprattutto a Capuana, a entrare dentro ai circoli intellettuali più importanti di Roma; viene quindi accolto nell'ambiente di questa città che si è conquistata un suo posto all'interno della cultura italiana, comincia a collaborare con molte delle riviste letterarie più significative del tempo - tra cui quella che durerà per tutta la vita con Il Corriere della Sera - e comincia a scrivere.

Contemporaneamente alla stesura dell'Esclusa - presumibilmente nel 1892 - inizia anche la stesura delle sue prime novelle; pian piano, nella mente di Pirandello, si avvia l'idea di scrivere tante novelle quanti sono i giorni dell'anno, tanto che poi troverà il titolo Novelle per un anno. L'idea è proprio quella di creare un insieme di testi da leggere uno al giorno: alcuni, però, sono molto veloci; altri, invece, sono più lunghi e richiedono da parte del lettore un impegno maggiore.

L'esclusa è il romanzo su cui Pirandello lavorerà di più: la prima stesura risale, presumibilmente, al 1892-93; cerca subito un editore, ma non lo trova, forse perché è un romanzo particolare: non è un romanzo verista - contrariamente alla moda dell'epoca - e non è neppure un romanzo decadente; è quindi difficile da collocare in contorni precisi. Non riesce, dunque, a trovare un editore abbastanza coraggioso per poterlo pubblicare. Lo tiene comunque nel cassetto, lavorandoci sopra lo stesso. Nel 1901, riesce a fare la prima pubblicazione a puntate sulle pagine di una rivista romana, La tribuna. È dunque la prima pubblicazione completa, ma regolata, nell'arco di due mesi, dal fatto che non è un'edizione in volume, ma a puntate. Pirandello sceglie la pubblicazione a puntate un po' per costrizione del direttore della rivista, e poi perché in realtà non gli dispiace questo sistema (feuilleton) di scansioni in parti, tali per cui il lettore, proprio perché c'è un piccolo colpo di scena, è invogliato a comprare il numero successivo proprio per vedere come va avanti la storia. Nel 1908 uscirà la seconda edizione in volume e, nello stesso anno, pubblica due saggi, quelli più significativi all'interno della sua carriera di teorico della letteratura: Arte e scienza, e L'umorismo. Ci lavorerà ancora, fino all'ultima edizione, quella definitiva, che è quella del 1927. Seppur a fasi alterne, dunque, Pirandello ha lavorato a questo romanzo per trent'anni. Nessun romanzo ha avuto una tale sorte: tutti gli altri, infatti, li inizia molto presto, li abbandona e li riprende, ma nel momento in cui li riprende li pubblica subito. Qui c'è un costante lavoro, determinato anche dal fatto che, dal 1892 al 1927, cambia come scrittore: diventa, prima di tutto, Luigi Pirandello (nel 1892 non era ancora famoso), cioè il grande autore conosciuto oggi; presumibilmente, dunque, cerca quella perfezione ultima in un'opera che aveva significato tanto per lui, proprio perché l'avvio della sua attività di scrittore.

Come detto prima, l'attività di romanziere accanto a quella di novelliere durerà per tutta la vita: anche nel 1936, quando muore all'improvviso, stava scrivendo una serie di novelle che verranno poi raggruppate nell'ultimo volumetto, Ultima giornata. Scrivere novelle per Pirandello è fondamentale: il bacino da cui vengono quasi tutte le sue idee che poi metterà, in parte nei romanzi, in parte nei testi teatrali, sono proprio le novelle, che rappresentano quindi il cuore pulsante di tutta la sua attività. Spesso e volentieri, infatti, e soprattutto per il teatro, quello che Pirandello mette in scena deriva da una novella o dalla fusione di due novelle. Le novelle rappresentano un po' quel grande contenitore in cui Pirandello affonda le mani quando vuole mettere in scena qualcosa di particolare.

È difficile definire le novelle di Pirandello in poche parole, perché tocca generi molto diversi: dalle novelle di ambientazione verista - quindi paesana, contadina, quasi scritta in dialetto - a quelle ambientate a Roma, negli ambienti più alti della capitale, come quello della politica. L'attività di novelliere, dunque, è importantissima per lui, tanto che va avanti anche quando, nel 1926, chiude definitivamente l'attività di romanziere; nonostante, infatti, la fortuna che i romanzi avevano avuto nella sua vita, sente di non aver più niente da dare al genere romanzo. Uno, nessuno e centomila, non solo rappresenta il suo testamento letterario dal punto di vista del romanzo, ma rompe con molta della tradizione del romanzo ottocentesco e dei primi del Novecento, e segna, dal suo punto di vista, l'apice di quello che avrebbe potuto ottenere con quel genere letterario. Continuerà anche con la scrittura di opere teatrali, cominciata nel 1910, quando ormai era uno scrittore non solo conosciuto, ma anche con una discreta maturità.

Inserito nell'ambiente letterario romano, tre saranno gli editori importanti non solo nella vita di Pirandello, ma anche nella storia culturale italiana: i primi sono i fratelli Treves di Milano, considerati, almeno fino alla Prima guerra mondiale, gli editori di cultura più significativi d'Italia, tanto che pubblicare con loro significava diventare scrittori importanti; quando le cose cominciano ad andare male per i Treves – fratelli ebrei -, molti autori tendono a lasciarli perché non riescono più a garantire quella diffusione dei libri di un tempo, e migrano verso un editore di medio livello e grandezza: Bemporad, di Firenze, che pian piano si era conquistato un ruolo abbastanza significativo all'interno della storia editoriale italiana. Quasi tutti gli autori che hanno pubblicato con questa casa editrice, tuttavia, sono caratterizzati da periodi di grande amore e periodi di grande odio, dovuti forse a una difficoltà caratteriale del proprietario o di una cattiva gestione di autori così importanti. Pirandello troverà infine in Arnold...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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