ITALO CALVINO (1923-1985)
Calvino nasce a Cuba nel 1923 e muore a Siena nel 1985; i luoghi di nascita e di morte, in realtà,
non sono dettati da esigenze particolari, ma un po’ dal caso: i genitori, infatti, erano entrambi bota-
nici e si trovavano a Cuba perché dirigevano uno dei più importanti orti botanici del mondo. Poco
dopo torneranno nella loro città natale, Sanremo. Muore per un ictus cerebrale a Siena durante una
vacanza, anche se la sua ultima dimora era in verità a Roma. Lasciò incompiuta l’ultima sua opera,
Lezioni americane, una serie di lezioni che avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard.
Calvino era un uomo molto timido e riservato, e proprio la sua riservatezza caratteriale è uno dei
motivi per cui ha sempre preferito la cosiddetta misura breve rispetto alla misura lunga, cioè scri-
vere romanzi non troppo estesi dal punto di vista della tipologia di narrazione, ma a prediligere una
forma di romanzo più asciutta; quella che lui definiva, appunto, “romanzo breve”. La sua insicurezza,
tra l’altro, lo spingeva a tornare quasi ossessivamente sulle cose che scriveva e a farne numerose
stesure, come dichiarato in un’intervista: “ogni cosa che scrivo è molto lavorata, cioè faccio varie
stesure. Ci sono delle cose che mi vengono di getto e che così come vengono restano, ma più
spesso scrivo e correggo, scrivo e correggo, e a un certo punto non capisco più niente di quello
che ho scritto in una pagina, perché la prima stesura la faccio a mano, sempre. Faccio tante corre-
zioni, scritte piccole, sempre più piccole, inserisco degli altri pezzi con una scrittura piccolissima, e
alla fine devo prendere una lente per capire quello che ho scritto. Poi copio a mano, copio a mac-
china, poi magari rileggendo mi domando se alcune parti trasmettono qualcosa o no, e allora sento
il bisogno di farlo ancora e di capire qual è il punto per cui dare a questa storia un ritmo, un movi-
mento, una tensione; che cosa devo metterci davvero dentro per renderlo piacevole a me e al
pubblico”. L’aspetto caratteriale si trasferisce anche nella sua modalità di scrittura, in quest’ansia di
scrivere qualcosa che sia sostanzialmente perfetto e in una misura mai eccessiva, come La giornata
d’uno scrutatore che, appunto, si definisce un “romanzo breve”.
L’altro aspetto caratteriale della personalità di Calvino è l’amore per la grande città e sul suo ruolo,
cioè quanto la sua struttura rappresentasse la società contemporanea e fosse proprio il luogo che
meglio di altri poteva racchiudere dentro di sé tutti gli elementi tipici del mondo contemporaneo.
Ogni città ha una sua anima, una sua funzione, un suo modo di rappresentarsi e di essere rappre-
sentata dagli altri; le città, quindi, non sono tutte uguali. Ci sono state una serie di città importanti
nella sua vita: Torino, New York, Parigi, Roma.
Dopo il ritorno dei suoi genitori a Sanremo, Calvino fa le sue prime esperienze di vita: frequenta il
liceo, si iscrive inizialmente alla facoltà di giurisprudenza, parteciperà alla Resistenza e, nel 1945,
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appena finita la guerra, si trasferisce a Torino per riprendere gli studi e per cominciare una vita
nuova. Torino rappresenta non solo la grande svolta, cioè quella di iscriversi all’università e conse-
guire una laurea in lettere, materia che davvero interessava a lui, ma anche il primo passo all’interno
del mondo del lavoro, cioè quello presso la casa editrice Einaudi: Calvino ci lavorerà dapprima
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come dipendente per l’Ufficio stampa , e poi a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta come con-
sulente, perché la sua fama di scrittore era diventata tale per cui non aveva più tempo di occuparsi
dei libri degli altri. Fonderà, all’interno della casa editrice, una collana molto innovativa chiamata
Cento pagine, che aveva come predilezione la pubblicazione di tutti quei testi che erano caratteriz-
zati da una forma breve e che tendenzialmente non superavano le cento pagine. La collana ebbe
la forza di far capire che la qualità e l’essenza di un testo narrativo non dipendono dal suo numero
di pagine, ma dalla densità con cui quelle pagine sono state scritte. Il rapporto con Einaudi è stato
un rapporto molto proficuo perché Calvino ha pubblicato tutti i suoi testi presso questo editore e,
proprio tramite questo, ha conosciuto uno degli scrittori per lui più importanti nella sua personale
formazione di scrittore e di intellettuale, Cesare Pavese: i due hanno vissuto un’amicizia molto in-
tensa e molto profonda, fino alla morte suicida dello scrittore. Calvino racconta che qualunque cosa
lui scrivesse, prima doveva leggerla Pavese e poi solamente dopo la sua lettura e il suo giudizio
poteva pensare a un’eventuale pubblicazione; gli unici suggerimenti che lui reputava utili e che
seguiva alla lettera erano, dunque, quelli del suo amico. Fu tanto il dolore di non aver capito, attra-
verso tutti quegli accenni che aveva lasciato nei suoi libri e durante le discussioni quotidiane, che
Pavese stesse per suicidarsi. Questa fu, per Calvino, l’amicizia più importante e anche quella che lo
ha spinto maggiormente, insieme a Elio Vittorini - che aveva già conosciuto prima durante i viaggi
a Milano - a dedicarsi alla letteratura.
L’altra città importante è New York: il primo viaggio risale al 1959, mentre l’ultimo nel 1983. Calvino
dirà che New York è la città che più in assoluto gli è rimasta nel cuore, quella che ha sentito più
vicino a sé rispetto a tutte le altre, tanto che ricorda che c’è stato un momento della sua vita in cui,
un po’ sulla falsa riga di Stendhal, avrebbe voluto aggiungere alla sua tomba, dopo il nome, new-
yorkese. Secondo Calvino, New York aveva la forma geometrica della città ideale, perché aveva
una suddivisione degli spazi cristallina, modernissima, senza una reale profondità storica, emblema
della modernità e quindi sempre in divenire. L’idea di una città che guarda sempre al proprio futuro
1 Ufficio che si occupa di presentare e pubblicizzare verso l’esterno i libri che vengono prodotti all’interno della
casa editrice. Lavorava soprattutto alla creazione della IV di copertina e dei cosiddetti soffietti, quelle strisce di
carta che vengono messe sulla copertina del libro quando ha raggiunto un numero di vendite o ha vinto alcuni
premi, e che necessitano di frasi a effetto per attirare l’attenzione dei futuri lettori. 2
e mai al proprio passato era quello che lo colpiva in modo particolare e che lo spingeva a dire che
era la città che lui percepiva come più padroneggiabile e conoscibile di tutte. Calvino è stato un
autore sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, tanto che nella sua vita di scrittore ci sono dei
periodi intensivi di scrittura e periodi in cui fa delle soste, come se cercasse il modo e il momento
migliore per rappresentare una storia. Non è lo scrittore, quindi, che si adagia sulle forme del suo
successo, neanche quando, negli anni Cinquanta, raggiunge una fama stratosferica con la trilogia
dei Nostri antenati. Avrebbe potuto, quindi, adagiarsi a questa forma di scrittura storico-fantastica,
e invece sente il bisogno di cambiare. Forse il motivo per cui amava tanto New York era questo suo
modo di essere.
L’altra città importante è Parigi, dove vivrà per ben sette anni e per cui lascerà l’Italia, da cui non
sentiva più di avere particolari stimoli letterari. L’incontro con Parigi fu molto fortunato sotto tanti
punti di vista: qui conoscerà sua moglie, Esther Judith Singer, parigina d’azione con origini argen-
tine e russe, compagna di tutta la sua vita e da cui avrà la figlia Giovanna; e sempre qui entrerà in
contatto con l’avanguardia più interessante dell’Europa degli anni Cinquanta e Sessanta: l’Oulipo,
un gruppo di intellettuali - di cui i più significativi sono Perec e Queneau - che lo aprono a un modo
di fare letteratura combinatorio, fantasmagorico, complesso, articolato ed enumerativo che lui non
aveva mai preso in considerazione e in che qualche modo segnerà parte della produzione letteraria
degli anni Settanta. Una produzione, tra l’altro, legata anche all’attività di traduttore dal francese
all’italiano e in modo particolare di Les fleurs bleues, opera molto complessa di Queneau. La de-
scrizione che Calvino dà di Parigi è molto interessante, dicendo che la città è come un’enciclopedia,
e come tale va consultata: Parigi ha una stratificazione di storia così condensata e massiccia che è
possibile per qualunque argomento ed elemento che fa parte di quella città costruire una sorta di
storia articolata su più piani. Parigi rappresenta per la Francia, dunque, la memoria collettiva, come
se fosse il grande museo all’aperto della storia francese che va assaporato strada per strada.
La quarta e ultima città, anche a livello di tempo, è Roma: ci si trasferisce nel 1980 ed è la città che
ha lasciato da un certo punto di vista meno tracce, sia nel suo essere sia nelle sue opere, anche se
le ultime sono tutte composte a Roma. Di Roma dirà che è la città della confusione, anche da un
punto di vista estetico, con la sua costruzione disordinata e con epoche che si sovrappongono una
sopra l’altra. In questo caos, la cosa che non si riusciva mai a percepire era il silenzio che, invece,
per lui era fondamentale in quanto spazio dentro il quale scrivere e costruire le sue storie.
L’importanza della città è centrale nelle opere di Calvino, tanto che La giornata d’uno scrutatore si
chiude proprio con questo termine, città. 3
Che ruolo ha avuto Calvino nella letteratura straniera? Calvino è uno degli autori più tradotti nel
mondo. La fama arriva in parte dai suoi viaggi, grazie ai quali è entrato in contatto con vari ambienti
culturali delle città più significative del mondo, e dal fatto che è un autore poliedrico, cioè difficile
da inserire in una definizione univoca di genere letterario perché spesso e volentieri i suoi romanzi
sono tutti diversi tra di loro. Forse proprio questa sua caratteristica di mettersi in gioco e di non
fermarsi al genere letterario che per primo gli aveva dato successo – il fantastico – ma la sua volontà
di guardare avanti, aprirsi a forme di scrittura diverse, il suo stile apparentemente semplice ma che
invece presenta le sue complessità, è quella che è piaciuta di più agli intellettuali e ai lettori stranieri.
Un ulteriore pezzo di fama arriverà grazie alle Lezioni americane, una serie di lezioni intorno al
concetto di letteratura che Calvino avrebbe dovuto tenere all’Università di Harvard: queste hanno
rappresentato un tassello davvero importante nella conoscenza di questo autore all’estero e sono
state il volano delle traduzioni di tutte le sue opere e della mole di saggi, libri e interventi scritti
intorno alla sua figura. Calvino piaceva anche per il suo aspetto umano: era un uomo che, nono-
stante il successo e la fama, era rimasto semplice, di poche parole, non amava particolarmente le
interviste perché lo mettevano a nudo. Nessun come Calvino, nonostante il periodo che va dagli
anni Cinquanta agli anni Ottanta fosse ricco di scrittori come Pasolini, Moravia, Gadda, ha avuto la
sua stessa passione dell’estero e la voglia di farsi promotore della cultura italiana. Infine, sono pia-
ciute le sue opere, sempre un passo avanti rispetto alla tradizione letteraria italiana: la trilogia dei
Nostri antenati, per esempio, rappresenta qualcosa di nuovo nel panorama; non che non ci fossero
mai stati racconti fantastici (Buzzati, Benni, Landolfi), però la costruzione di una trilogia che ruotasse
attorno a personaggi così forti era una novità. Così come sarà una novità quella di scrivere testi che
sembrano nati per bambini – Marcovaldo – ed essere invece testi di profonda riflessione sulla so-
cietà contemporanea, o testi come La giornata d’uno scrutatore, che sono estremamente difficili da
collocare dentro a un genere letterario precostituito. L’opera di Calvino è prismatica, fatta di molte
facce diverse e difficili da separare tra di loro, ma che nel loro insieme costituiscono un prisma, una
forma geometrica complessa ma compatta.
Per Calvino, la militanza politica inizia quando decide, tra il 1943 e il 1944, di partecipare come
partigiano alla lotta contro le truppe nazi-fasciste. I partigiani non erano necessariamente connotati
politicamente, ma anzi, la grande forza della lotta partigiana è stata quella di mettere tutti sullo
stesso piano e di fare collaborare tutti a un unico scopo, che si fosse comunista, socialistico, demo-
cristiano o che si fosse solamente antifascista o antinazista. La sua esperienza partigiana emerge
all’interno del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, in modo particolare attraverso uno
dei personaggi che viene introdotto verso la metà dell’opera, il capitano Kim; infatti, il capitano del
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suo raggruppamento di partigiani aveva preso il nome di battaglia Kim . L’esperienza della guerra
partigiana è stata importante - Calvino l’ha sottolineata numerose volte anche nelle sue interviste e
nelle sue memorie -, tanto da spingerlo a dedicarle il suo primo romanzo. Il sentiero dei nidi di ragno
è un romanzo particolare: rientra nella linea neorealista, ma è anche un romanzo già pienamente
calviniano, dove l’elemento fantastico e favoloso entrano prepotentemente, e dove tra l’altro la lotta
partigiana non viene guardata con gli occhi degli adulti, come fa la maggior parte degli scrittori, ma
attraverso gli occhi deformanti di un ragazzino che guarda la guerra senza neanche capire bene di
che cosa si stia parlando e che attraversa quest’esperienza con la leggerezza e l’inconsapevolezza
tipica dei ragazzi.
Finita la guerra Calvino entra in contatto con un gruppo di intellettuali che ha principalmente istanza
a Torino, dove ha deciso di trasferirsi per continuare gli studi, città quasi “naturale” per chi viene
dalla Liguria. A Milano, però, incontra Vittorini, uno dei grandi intellettuali di sinistra dell’epoca (an-
che se alla fine della guerra aveva deciso di abbandonare qualsiasi attività politica) e uno dei più
importanti operatori culturali che l’Italia sia prebellica che postbellica abbia avuto. A Torino, invece,
entrerà in contatto con Einaudi, una casa editrice di sinistra, che in quegli anni vuol dire prevalen-
temente appartenente al partito comunista, anche grazie alla guida solida e potente di Palmiro To-
gliatti (il partito socialista, infatti, stava attraverso una crisi identitaria profonda). La conoscenza con
Cesare Pavese e con tutto il gruppo di intellettuali che lavora o gira attorno alla casa editrice Einaudi
lo porta sempre di più verso l’adesione - un po’ forzata in mancanza di altri partiti - al partito comu-
nista.
I primi anni sono quelli del grande innamoramento per il partito comunista e per l’attività politica:
pur partecipando attivamente alle riunioni, prendendo parte alle discussioni politiche intorno al
ruolo dell’intellettuale e della cultura sulle pagine dell’Unità con cui comincia a collaborare abba-
stanza presto, e frequentando i circoli comunisti e culturali più significativi e importanti, la sua è
sempre stata un’attività politica periferica. Nell’autunno del 1951, compie un lungo viaggio su richie-
sta del giornale L’unità in Polonia, Ungheria e Russia; da questo viaggio, molto importante per me-
glio mettere a fuoco la sua militanza politica, ne uscirà Il diario di un comunista, che verrà pubblicato
a puntate proprio a partire dal gennaio del 1952 sulle pagine del giornale. Il rapporto con il comuni-
smo sembra tutto sommato semplice all’inizio: si riconosce nell’idea di una società di massa, dove
tutti dovrebbero essere uguali e tutti i ruoli sociali diversificati delle persone – sociali, economici –
2 Tutti i partigiani avevano un nome di battaglia e si conoscevano spesso e volentieri solo attraverso di esso; ciò
permetteva, se catturati, di non rivelare la vera identità di chi combatteva insieme a loro. 5
sono visti come fondamentali per il progresso e per la costituzione di una società; in quell’idea di
intellettuale organico, quindi di un uomo di cultura che aderisce ideologicamente a un pensiero e
che cerca di farlo conoscere all’interno della società; ma soprattutto a quell’idea che il comunismo
inizialmente aveva avuto dell’importanza fondamentale dell’intellettuale all’interno della costitu-
zione di una società moderna: la cultura, la formazione, la scuola, l’università, erano considerati
infatti luoghi importanti non solo per la discussione politica ma anche per l’avanzamento sociale e
il progresso economico. La storia, tuttavia, ha insegnato che non sempre la cultura riesce a conqui-
stare un ruolo così primario all’interno della vita politica e della società, e Calvino pian piano si rende
conto che esiste una sorta di, come la chiama lui, schizofrenia tra quello che si propagandava e tra
quello che realmente si faceva all’interno del partito. Comincia a rendersi conto, cioè, che tutti quei
proclami attorno al ruolo centrale dell’intellettuale, dell’uomo di cultura, dello scrittore, del forma-
tore, del pedagogo, dell’insegnante, sono in realtà più parole che fatti effettivi. Inoltre, il viaggio nei
paesi sovietici gli aveva mostrato una vita fatta di regole e di obblighi imposti dal regime totalitarista
di Stalin, tanto che il resoconto del viaggio finirà per descrivere più la vita quotidiana dei russi che
la vita politica; comincia, dunque, a percepire un dissidio l
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