La ricostruzione
Alla fine della guerra, lo stato dell'economia italiana era disastroso e l'apparato produttivo era distrutto. C'era carenza di materie prime, vennero distrutti molti macchinari e ciò portò a licenziamenti e disoccupazione. L'agricoltura, che rappresentava il settore principale, risentiva delle devastazioni subite; per quanto riguarda le vie di comunicazione, ferrovie e porti furono distrutti. Il debito pubblico era gigantesco e la lira italiana era caratterizzata da svalutazione e inflazione.
Soltanto il partito unitario della Cgil (socialisti, comunisti e cattolici) riuscì a fare inserire nei contratti di lavoro la scala mobile: un meccanismo che adeguava automaticamente i salari all'aumento dei prezzi, garantendone il potere d'acquisto.
Il nuovo sistema istituzionale
Era quindi necessario dotare l'Italia di un nuovo sistema istituzionale che funzionasse. La ricostruzione politica e istituzionale non poteva consistere in un ritorno al passato poiché non si poteva tornare al regime fascista e neanche alla monarchia prefascista. Era necessario costruire uno stato nuovo e democratico basato sui principi delle democrazie occidentali.
I partiti politici
I soggetti che si assunsero il difficile compito di tale ricostruzione furono i partiti politici e soprattutto i grandi partiti di massa: Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Socialista Italiano.
La Democrazia Cristiana
Dopo la liberazione, i partiti antifascisti governavano l'Italia. La Democrazia Cristiana (Dc), erede del partito di Don Luigi Sturzo, era guidata da De Gasperi. Essa rifiutava la lotta di classe ed era a favore dei ceti sociali inferiori secondo la dottrina sociale cattolica. Essa è divisa in due orientamenti: quello cattolico-democratico legato agli operai e contadini poveri; quello cattolico-moderato nel quale si riconoscevano i sostenitori del fascismo.
I partiti della sinistra
I partiti della sinistra si presentarono con un blocco in grado di competere alla pari con la Dc. Il Partito Socialista Italiano (Psi), guidato da Nenni, voleva avere riforme economiche come la riforma agraria e ampliare le autonomie locali. Esso era caratterizzato da diverse divisioni interne per cui non aveva un grande appoggio.
Il Partito Comunista Italiano (Pc), rafforzato rispetto al dopoguerra poiché aveva contribuito alla liberazione e aveva ottenuto così molto consenso da parte della classe operaia e dai ceti artigiani. Il leader Togliatti non voleva la rivoluzione comunista come in Russia ma una “democrazia progressiva” che garantisse la libertà. Promuoveva riforme per ridurre le ingiustizie sociali.
Partiti d'élite
Il Partito d'Azione e quello liberale non erano partiti di massa ma d'élite. Il primo venne fondato nel 1942 e aveva partecipato alla Resistenza dando vita alla brigata partigiana Giustizia e Libertà. Esso era il riferimento politico di intellettuali e di esponenti.
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