La politica
La politica non ha un'unica definizione: la grande varietà di risposte riflette le difficoltà di caratterizzare una realtà così multiforme e sfuggente e la diversità di visioni degli studiosi sulla materia. Per un cittadino comune la politica è uno spettacolo che entra tutti i giorni in casa attraverso i media, ricco di interviste, dibattiti e polemiche. Il cittadino partecipa alla vita politica solo al momento delle elezioni e la politica viene vista sempre più spesso con estraneità e distacco.
Che cosa è la politica in una prospettiva empirica?
Per capirlo bisogna rispondere alle seguenti domande: chi sono i politici? Quali sono le modalità tipiche di questa attività? Esistono luoghi privilegiati della politica? E quali sono i suoi obiettivi?
Chi?
Gli attori principali della politica sono i cd. professionisti a tempo pieno, eletti e uomini di partito, che vivono di e per la politica. Vi sono però anche altre figure con un passato "non politico" (avvocati, imprenditori, giornalisti, militari). Questi soggetti non sono solo "politici", ma si collocano tra politica ed economia, o cultura, o società. Per una lunghissima epoca storica anche le famiglie sono state gli attori principali della politica (sovrani, aristocratici) e ancora oggi certe "dinastie democratiche" (Bush, Gandhi, Berlinguer) hanno un ruolo politico non trascurabile, nonostante si pensi alle famiglie moderne come staccate (quasi) completamente dalla politica. La politica non è il terreno esclusivo di attori la cui identità è unicamente politica, ma si presta ad "incursioni" di soggetti esterni che, talvolta, assumono un posto centrale (banchieri nel Medioevo, ufficiali nei regimi militari). Riferirsi al chi non è di aiuto nella definizione della politica se non nel senso di chiarimento di alcune ambiguità della politica (politica democratica, autoritaria, teocratica). Nonostante ciò, la politica è una sfera distinta dalle altre.
Come?
La politica si distingue dalle altre realtà per il modo e i criteri dell'agire dei suoi attori: viene adottato un modus operandi non violento e basato sul dialogo. La contrapposizione tra modo politico (pacifico) e modo militare (coercitivo) è vera nell'esperienza democratica, ma non trova corrispondenza in altre esperienze (basti pensare a colpi di stato e regimi militari) caratterizzate dalla violenza. La guerra è da considerarsi infatti come una modalità estrema di manifestazione della politica. Esistono quindi due modi di fare politica, uno pacifico e l'altro violento. Il potere è una condizione ovvia degli attori politici e occupa una posizione di rilievo, ma non è ciò che caratterizza unicamente la politica. Inoltre, anche la partecipazione e la solidarietà sono modalità importanti di fare politica. La politica assorbe comportamenti provenienti da diversi ambiti, come l'utilizzo di elementi religiosi (incoronazione pontificia del re), di un certo tipo di abbigliamento (sansculottes della Rivoluzione francese, le camicie nere e brune del nazifascismo), della gestualità (pugno chiuso). Certe modalità di azione non caratterizzano tutta la politica, ma individuano una particolare politica rispetto ad altre (quella democratica rispetto a quella autoritaria, quella contemporanea rispetto a quella moderna).
Dove?
Il termine politica rinvia alla polis, ovvero la città, fulcro della vita nella Grecia antica. Si tratta di un ambiente ben definito nel quale si colloca la politica, che si ritrova nel regno, nell'impero, nella nazione. Questa sembra essere la differenza con le altre sfere umane (la sfera economica può andare ben oltre i confini e la religione va oltre l'appartenenza al gruppo). Il carattere collettivo, riferito a uno specifico ambito di svolgimento, relativamente delimitato, ha portato ad associare la politica allo Stato. Le unità politiche sono assai differenziate, rispetto allo spazio (macro-unità come USA, Cina, Russia e micro-unità come S. Marino, Lussemburgo), alla dimensione demografica e così via. Associando la politica alla comunità nazionale, l'entità politica sarebbe caratterizzata da cultura, etnia e lingua comune che distinguerebbero italiani da francesi e spagnoli. Le cd. identità nazionali non appaiono così ovvie come potevano sembrare qualche tempo fa; si rivelano comunità artificiali e dunque non possono costituire una base sicura su cui fondare l'essenza della politica: se la lingua è caratteristica fondamentale dell'identità nazionale, come è possibile che vi siano due Stati diversi che parlano la stessa lingua (Germania e Austria) o Stati multilinguistici (Svizzera)? Infine, esistono entità politiche non definite in termini di identità nazionale, come l'Impero asburgico, ricco di popoli e culture diverse. In altri casi, un elemento religioso costituisce il fondamento dell'aggregazione politica (Belgio, Pakistan). La politica è sempre legata a una collettività, ma la definizione di questa non è scontata né naturale. Si parla di ubiquità della politica: può esistere politica senza uno Stato o al di fuori di esso, come un'associazione.
Perché?
La politica persegue una grande varietà di obiettivi. Appare difficile individuare un fine preminente proprio della politica. Secondo alcuni esiste un fine minimo della politica, ovvero l'ordine interno (la convivenza pacifica) contro la violenza, a sua volta mezzo per il raggiungimento di altri fini. Un determinato ambito territoriale viene definito un'entità politica primaria se ad essa spetta la responsabilità dell'ordine pacifico (per questo motivo il Monferrato, la Borgogna o la Cornovaglia sono oggi realtà politiche derivate e di secondo livello, a differenza dell'Italia, della Francia e dell'Inghilterra). La politica risponde al problema della violenza organizzando una collettività e costituendo un'autorità che si assume la responsabilità. La politica crea così una potente forma di coesione e di identità collettiva e allo stesso tempo una separazione verso l'esterno, verso gli stranieri, ovvero coloro che non fanno parte della comunità (noi contro loro). La politica divide infine la realtà in rapporti interni (coesione) e rapporti esterni (distinzione, ostilità). L'ordine è un fine intermedio in vista di altri obiettivi e nella presa di decisioni diverse.
Gli uomini come esseri politici
Tutto inizia dal filosofo greco Aristotele, che affermò "l'uomo è un animale politico". Secondo il suo pensiero, l'uomo ha bisogno di associarsi, ha l'impulso naturale di vivere con gli altri ed è per questo politico/sociale. Svolgeva quindi un ruolo fondamentale la comunità politica (l'aggregato più ampio), di carattere pubblico (non privato come la famiglia). La comunità risulterebbe infatti essere anteriore alla famiglia (ragionamento logico, non storico): associandosi si formano i gruppi (sfera pubblica, con piena condivisione di beni, figli, donne) e solo successivamente le famiglie (sfera privata - "la mia donna, i miei figli, la mia casa"). L'individuo è tale in quanto esiste la comunità, lo stare insieme nella polis e condivide con gli altri regole, principi, valori e l'etica (ciò che è più o meno giusto, non ci sarebbe etica se non ci fosse la comunità - l'uomo solo non ha bisogno di regole). Il collettivo (che Aristotele chiama politico) è ciò che ci caratterizza: viviamo, litighiamo, facciamo progetti, ci difendiamo insieme.
Thomas Hobbes, filosofo inglese, smontò la visione aristotelica e fu portatore della concezione individualistica e utilitaristica dell'uomo. Secondo Hobbes, l'uomo si rivela un essere asociale, non politico. L'uomo è infatti caratterizzato da sentimenti poco diffusi nel mondo animale, come la competizione, l'invidia, l'odio, la vendetta. Mentre nella visione aristotelica si trova un bene comune conseguibile, ovvero la protezione dalle minacce, nella visione di Hobbes prevalgono i beni e interessi privati (mercato come allocazione di beni privati) senza alcun bene comune. Secondo Hobbes, il linguaggio può essere usato in due modi: per esprimere le proprie opinioni e preferenze (il vero) oppure per esprimere un pensiero diverso da quello reale (il falso) con lo scopo di manipolare gli altri. Si crea così una situazione costante di incertezza e sfiducia negli altri. Hobbes non nega il ragionamento di Aristotele (per il quale gli uomini sono politici per natura), ma sottolinea che l'essere politico è una costruzione artificiale che nasce da un accordo sulla base di considerazioni individualistiche, sulla convenienza; si parla di contratto sociale. La conclusione è la stessa di Aristotele, l'uomo è politico, ma artificialmente.
Un tempo gli uomini erano davvero come immaginati da Hobbes, il mondo era basato sulla competizione, l'egoismo, le bugie e i raggiri. Valeva la legge del più forte e non c'erano diritti. Poi ci si rese conto che non si poteva più andare avanti così. La soluzione finale fu la creazione di un ordine politico in cui qualcuno fosse investito del titolo di garante dell'ordine e della sicurezza di tutti. Nacque così lo Stato moderno, con il compito di dirimere i conflitti, limitare l'uso della forza (riservata solo al sovrano), tutelare la vita e la proprietà privata. Gli uomini si sottomettono allo Stato in cambio di sicurezza (vita) e benessere (proprietà privata). Quando lo Stato non soddisfa più le esigenze degli uomini, esso viene sovvertito e si può arrivare addirittura al tirannicidio (assassinio del re) per tradimento (vedi glorious revolution in Inghilterra). Hobbes distinse tra stato naturale (conflitto, egoismo, asocialità) e stato sociale (comunità per il proprio tornaconto personale e salvaguardarsi). Questo non è il ritorno allo stato naturale, ma allo stato civile (artificiale). Oggi viviamo con questi principi, con diritti e tutele.
Definizioni di politica
Ci sono tante definizioni di politica, ciascuna diversa e altrettanto importante rispetto alle altre. Non esiste un'unica definizione corretta e non ne basta solo una per definire la politica. Le definizioni sono come delle segnaletiche che indirizzano lo sguardo verso uno specifico punto di vista e portano talvolta su strade diverse.
- La politica è quell'insieme di attività che hanno luogo all'interno delle istituzioni politiche - G. Sartori. Si tratta di una definizione ristretta (perché restringe il campo dei contenuti), e sintetica (perché è molto breve). Questa definizione presenta però il difetto di essere una definizione tautologica (ripetitiva), ciò che doveva essere spiegato viene ripetuto. Non viene spiegato cosa rende politiche le istituzioni. È una definizione che identifica il fenomeno in base al luogo in cui si svolge (Parlamento, Governo), niente di più.
- La politica è quell'attività che riguarda la gestione della collettività responsabile dell'ordine pacifico – manuale di G. Cotta. Si tratta di una definizione altrettanto breve e sintetica, ma allargata (non è ristretta perché si riferisce ad attività relative alla gestione dell'ordine pubblico, non si parla di istituzioni formali). Quello che viene preso in considerazione è qui il modo di operare, ovvero la logica di agire. Questa definizione sottolinea che, indipendentemente dal luogo e dai contesti, si è di fronte alla politica quando si parla di gestire l'ordine pubblico per il bene comune della collettività. È però riduttivo associare l'ordine pacifico alla politica perché è come se non ci fosse politica in presenza di un conflitto. È una definizione vaga perché la collettività e la gestione sono termini troppo generici. Non si riesce a capire bene che cosa sia davvero la politica. È infine una definizione normativo-ideale (dover essere più che essere).
- La politica è l'insieme di attività, svolte da uno o più soggetti individuali o collettivi, caratterizzate da comando, potere e conflitto, ma anche da partecipazione, cooperazione e consenso inerenti al funzionamento della collettività umana alla quale compete la responsabilità primaria del controllo della violenza e della distribuzione al suo interno di costi e benefici, materiali e non - manuale di G. Cotta. Definizione larga (non ristretta, perché contempla una serie di punti), analitica (non sintetica) e articolata (lunga). Come la seconda definizione, si concentra sulla logica di azione (non i luoghi come la prima). La definizione evidenzia la presenza di due tipi di soggetti (o attori): quelli individuali (elettore, leader) e quelli collettivi (partito, sindacato). I soggetti svolgono attività di natura duplice (doppia logica d'azione): 1) comando, potere, conflitto (disaccordo); 2) partecipazione, cooperazione, consenso (accordo). È la politica ad avere la responsabilità primaria del controllo della violenza (collegata al conflitto), esclusa dalla seconda definizione, e della distribuzione le risorse, ovvero dei costi e benefici legati a ogni scelta presa, che possono essere materiali (economiche) oppure no (simboliche, aspetti non prettamente economici). Questa è anche una definizione riduttiva/riduzionista in quanto tende a ridurre il fenomeno rispetto a una sua (eventuale) complessità. Si parla della politica come solo insieme di attività (comportamenti), intendendola come ciò che si può effettivamente osservare. La politica è sì un insieme di attività, ma anche di idee, significati, cultura (senso delle cose), percezioni. Questa definizione si basa sul comportamentismo, basato su fenomeni empiricamente osservabili (come si comportano i soggetti).
- La politica è il governo dell'ostilità tra gli uomini - G. Nevola. Definizione facile e importante. La politica riguarda gli uomini (spesso ce lo dimentichiamo), dunque la politica riflette difetti e pregi di essi. La politica riguarda anche l'ostilità, quindi il conflitto. Mentre nella terza definizione si parla di controllo della violenza, qui si parla di governo delle ostilità (non soltanto la violenza, ma anche sentimenti di ostilità): il termine governo dà più l'idea di un processo continuo, che non finisce. La violenza e l'ostilità non possono essere eliminate, ma devono essere governate. È dunque una definizione breve, sintetica, densa (spessa di contenuti) basata sulla logica di azione.
Tradizione consensualista e tradizione conflittualista
Alla quarta definizione (Nevola), si associano due grandi tradizioni:
- La tradizione consensualista (o armonica), più legata all'elemento del governo. Tra gli autori di questa visione, si ricordano Aristotele, Hobbes, Easton, Habermas. Questa visione si basa sull'esistenza di un monopolio legittimo dell'uso della forza attribuito ad un unico soggetto, lo Stato, ed è per questo motivo che i conflitti non si sviluppano frequentemente e violentemente;
- Tradizione conflittualista, più legata all'elemento dell'ostilità. Di questa tradizione fanno parte autori come Marx e Schmitt.
Max Weber è l'espressione di entrambi i fronti. Egli esemplifica come le due tradizioni stiano insieme attraverso la formulazione dell’espressione “politeismo (pluralismo) dei valori”: traduzione mondana (per questioni propriamente terrene) in linguaggio secolare (laico) del politeismo degli dèi (trascendente, dell'aldilà). Persa la dimensione trascendente, rimangono i valori (pace, guerra, commercio) in contrapposizione alla visione monocratica (un solo dio) quindi in contrapposizione a una visione armonizzante. I valori del pluralismo, infatti, sono irriducibili, non si possono trovare accordi. Weber sviluppa anche il concetto di Stato come soggetto che incarna il monopolio dell'uso legittimo della forza (visione consensualista di Weber). Qui si ritrova l'esclusione del conflitto estremo (no violenza).
Le tre facce della politica
- Politics, il problema del potere e delle istituzioni. Con il termine politics si fa riferimento alla sfera del potere (natura, distribuzione, esercizio e limiti di questo), intesa come la capacità di influire sulle decisioni prese dagli individui. Il tema del regime politico si colloca al centro dello studio della politica fin dal tempo dei classici greci. In nessuna altra realtà i fenomeni di potere sono così centrali e critici come nella politica, perché il suo scopo è la creazione di una comunità pacifica. Lo studio del potere si può idealmente articolare su due piani fondamentali:
- L'analisi dei regimi politici, ovvero tutti quegli elementi (partiti, elezioni, libertà) che concorrono alla formazione di un regime democratico;
- Lo studio degli attori all'interno di questi (leader, partiti) e i processi che vi si svolgono (elezioni, proteste, crisi di governo).
- Questa distinzione ricalca parzialmente quella tra elementi di lunga durata (regimi) ed elementi variabili (attori e processi) della politica. Anche gli elementi variabili possono presentare una durata rimarchevole (il partito popolare pre-fascista torna con il nome di democrazia cristiana dopo la caduta del regime fascista). Per entrambi i livelli si può distinguere un approccio statico e di breve periodo e un approccio dinamico e di lungo periodo: per quel che riguarda il regime politico gli studi statici sono essenzialmente diretti a individuare le differenze tra i diversi regimi e a mettere a fuoco la struttura interna di ciascuno in un dato periodo.
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