Il concetto di ordine nel pensiero di Leibniz
Secondo Leibniz, esiste un ordine del mondo che non è geometricamente determinato né necessario, ma spontaneamente organizzato e libero. Si tratta dunque di un ordine contingente risultante da una scelta. Leibniz presenta Dio come colui che ha scelto tra i vari ordini possibili dell'universo il migliore. Questo ordine salvaguarda sia la libertà divina che quella umana.
Verità di ragione e verità di fatto
Per spiegare come sia possibile un ordine contingente, Leibniz chiarisce che ordine non significa necessario. La necessità appartiene solo al mondo della logica e non a quello reale. Da qui nasce la distinzione leibniziana tra verità di ragione e verità di fatto. Le verità di ragione sono necessarie, ma riguardano il mondo della logica e non della realtà. Sono identiche e fondate sui principi di identità e non-contraddizione. Queste verità non derivano dall'esperienza, ma sono innate.
Leibniz si oppone a Locke affermando che le idee innate non sono subito chiare e distinte, cioè pienamente consapevoli, ma confuse e oscure. Sono possibilità che diventano attuali con l'esperienza, pur non derivando da essa. L'anima ricava da se stessa le idee, ma esse sono solo in potenza. Diventano atto mediante l'esperienza.
Leibniz replica all'assioma diffuso tra i filosofi: "nulla si trova nell'anima che non derivi dai sensi", dicendo che questo assioma può anche essere vero, ma bisogna dire che l'anima dispone per conto suo di categorie come l'essere, la sostanza, ecc., che non possono derivare dall'esperienza. Leibniz replica dicendo: "Nulla vi è nell'intelletto che non sia stato nel senso, fatta eccezione per l'intelletto stesso", il che vuol dire che l'anima contiene in sé nozioni innate tra cui se stessa: l'anima è innata a se stessa.
Le verità di fatto, invece, sono contingenti e riguardano la realtà. Queste verità non sono fondate sui principi di identità e non-contraddizione, quindi è possibile il loro contrario. Sono fondate sul principio di ragion sufficiente, che indica che nulla si verifica senza una ragione sufficiente: senza che vi sia una ragione che basti a spiegare perché la cosa è accaduta.
Il principio di ragion sufficiente
Quando ci si chiederà perché Dio ha scelto questo mondo, si dirà che la ragion sufficiente di questa scelta sarà che questo mondo è il migliore di tutti i mondi possibili e Dio doveva fare questa scelta. Il "doveva" non implica necessità, ma il fatto che Dio ha scelto liberamente in modo conforme alla sua natura. Il principio di ragion sufficiente implica la causa finale: se Dio ha creato questo mondo perché è il migliore, egli ha agito in vista di uno scopo.
Il principio di ragion sufficiente conduce Leibniz a formulare il concetto centrale della sua metafisica: quello di sostanza individuale. Una verità di ragione è quella nella quale il soggetto e il predicato sono identici, mentre in una verità di fatto soggetto e predicato sono diversi, il che significa che il soggetto deve contenere la ragion sufficiente dei suoi predicati. Trattandosi di una verità di fatto, il soggetto è qualcosa di reale che Leibniz chiama sostanza individuale. Solo Dio conosce tutte le ragion sufficienti, mentre l'uomo è costretto a ricavarle dall'esperienza.
La legge della continuità
Leibniz formula la legge della continuità: il principio che la natura non fa mai salti. Si deve ammettere che per passare dal piccolo al grande o viceversa bisogna passare attraverso infiniti intermedi. Leibniz cessò di vedere nell'estensione e nel movimento, che erano gli elementi della fisica cartesiana, gli elementi originari del mondo fisico e vede che l'elemento originario è la forza. La forza non è soltanto il principio fisico del reale, ma anche quello metafisico. A differenza di Cartesio, Leibniz ritiene che la materia abbia anche un carattere spirituale. Tutto in Leibniz è spirito, tutto contiene una forza viva. Quindi l'elemento costitutivo delle cose è di natura spirituale e non meccanica.
Il concetto di monade
Per estendere al mondo fisico il suo concetto dell'ordine contingente, Leibniz introduce il concetto di monade. La monade è un atomo spirituale, una sostanza semplice, senza parti quindi inestesa e indivisibile. È eterna: può crearla o annullarla soltanto Dio. Ogni monade è diversa dall'altra: non vi sono in natura due esseri perfettamente uguali, cioè che non siano caratterizzati da una differenza interiore. Leibniz insiste su questo principio che egli chiama "identità degli indiscernibili".
Le monadi non possono influenzarsi a vicenda, sussistono come mondi chiusi, privi "di porte e finestre", quindi nulla può entrare o uscire da esse. Le altre monadi sono presenti alle altre monadi soltanto in modo ideale, cioè sotto forma di rappresentazione. Ogni monade si rappresenta l'altra e dire che la monade è un centro attivo di rappresentazioni significa dire che la monade è costituita a somiglianza della nostra anima e consta quindi della percezione.
Dalla percezione si differenzia l'appercezione, che è la consapevolezza di percepire, ma questa capacità appartiene alle monadi più elevate, ossia alle anime in senso stretto. Le monadi formano una gerarchia al cui vertice c'è Dio e poi seguono le monadi create. Anche la materia è formata di monadi, quindi tutto l'universo è un aggregato di sostanze spirituali.
Le monadi sono dunque perfettamente chiuse in se stesse e quindi non vi è la possibilità di comunicare direttamente l'una con l'altra. Ma visto che l'universo è formato da monadi e ogni singola monade è un aspetto del mondo, Leibniz si pone il problema dell'accordo reciproco tra esse. Il problema dell'accordo reciproco fra le monadi può essere risolto ipotizzando un'influenza reciproca tra esse, come ad esempio due orologi che si influenzano a vicenda. È una soluzione tipicamente cartesiana. Si può ipotizzare un intervento dall'esterno, come ad esempio si ipotizza l'intervento continuo di un orologiaio. È una soluzione di stampo occasionalista.
E poi c'è la soluzione leibniziana: si ipotizza un'armonia prestabilita, ossia un accordo predisposto da Dio sin dall'inizio, come ad esempio due orologi costruiti in maniera da garantire una perfetta sincronia. Questo porta Leibniz a concepire un innatismo totale.