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Studi strategici

14 aprile

Esame frequentanti: 29 giugno, 14:30 - 21 luglio, 14:30

Ricevimento: venerdì dalle 15:00 alle 18:00, dalla fine del corso il martedì

Introduzione

Branca delle relazioni internazionali; il ricorso militare effettivo o minacciato è rimasto persistente e pervasivo anche dopo la fine della Guerra Fredda, anche se si pensava fosse uno spartiacque: si credeva che fossero state rimosse le cause di conflitto ideologico a livello internazionale ma non è stato così. Il sistema dei due blocchi bloccava l'azione degli Stati; dall'altra parte con la caduta dei blocchi gli Stati hanno avuto meno remore a far ricorso alla forza, ad esempio gli USA hanno intrapreso missioni militari in larga scala negli ultimi 20-25 anni con no fly zone, campagne di bombardamento punitive in Iraq, attacchi aerei mirati con droni e forze speciali anche con Paesi con cui non sono formalmente in guerra. Ci sono poi anche i casi di minaccia della forza: USA-Iran sul programma nucleare da parte dell'Iran (presunto o effettivo) ad esempio. Viene meno il controllo capillare delle due superpotenze dando nuovi spazi di autonomia anche agli attori minori, che hanno potuto fare guerra nell'indifferenza del resto del mondo (es. Africa sub-sahariana).

Le relazioni internazionali illustrano il potenziale di conflitto che in generale allinea il sistema internazionale proprio per il modo in cui questo è organizzato; tutt'oggi è un'arena anarchica, manca un'autorità che calmi le controversie tra autori e capace di imporsi. In un sistema anarchico, per paura di intervento di altri attori nei propri interessi, gli Stati devono badare a se stessi in vista di possibili conflitti. Soprattutto le teorie realiste insegnano che gli Stati sono strutturalmente precari e il ricorso alla forza militare è l'estrema ratio per promuovere i propri interessi in certi casi. A causa dell'insicurezza sistemica sono sottoposti all'imperativo della sospettosità, arrivando così al balance of power; solo l'equilibrio di potenza è garanzia solida di sicurezza e la guerra può essere ancora oggi uno strumento dell'equilibrio di potenza e della politica di balance of power.

L'intera storia internazionale è anche un'interminabile successione di conflitti sulla definizione degli assetti di potere; le principali guerre che hanno periodicamente sconvolto il sistema internazionale moderno sono state innanzitutto guerre per l'equilibrio di potenza, come la Guerra dei Trent'Anni, la guerra spagnola, le guerre napoleoniche, le due guerre mondiali, la Guerra Fredda (a rendere minacciosa una superpotenza agli occhi dell'altra era il potere) con collisioni indirette tra le due superpotenze (Vietnam, Afghanistan, guerre per procura). Ancora oggi le cose non sono cambiate: il sistema ha preponderanza americana con tentativi da parte delle altre potenze di riequilibrare la sua potenza e il suo allargamento di influenza.

Ci sono condizioni che possono attenuare in parte la sospettosità e il conflitto sistemici, come le istituzioni internazionali o il regime politico, l'omogeneità culturale; questi fattori però non li estinguono del tutto e questo tanto basta a rinnovare la natura competitiva della politica internazionale. La guerra è e resta strumento della politica estera e di sicurezza degli Stati.

Il corso

Il corso si sofferma su come vengono combattute le guerre, su metodi operativi, logiche strategiche; si cerca di esaminare l'evoluzione e le trasformazioni sia dal lato della prassi militare (come viene fatta la guerra nella pratica) sia dal lato della teoria strategica (riflessione strategica, idee e dottrine sul modo migliore, ossia più proficuo, di utilizzare la forza) per far emergere la relazione molto stretta e le reciproche influenze tra le due dimensioni di azione e pensiero. Il modo in cui le guerre sono state e vengono concretamente combattute, a volte anche inaspettato, tende ad ispirare in seguito le idee sulla guerra; da qui si può influenzare la prassi bellica e guidare la pratica militare strategica.

Nessuno si aspettava la guerra mondiale così come è stata (guerra di trincea) e quell'esperienza ha poi alimentato la riflessione militare e strategica negli anni '20 e '30; a sua volta la riflessione ha condizionato fortemente la seconda guerra mondiale che è stata molto diversa rispetto alla prima sul piano di impiego della forza militare. Il modo di fare la guerra di Napoleone è diventato punto di riferimento per il pensiero strategico successivo nell'Ottocento, lasciando un marchio profondo sul modo di combattere nel corso dello stesso secolo; le guerre di unificazione della Germania derivano dai codici strategici messi a punto dalla riflessione post-napoleonica.

Da una generazione all'altra la guerra può diventare quasi irriconoscibile: le guerre limitate non somigliano per niente alle guerre illimitate napoleoniche, le guerre totali del primo XX secolo non hanno niente a che fare con le guerre napoleoniche; anche guardando le guerre più recenti si notano i cambiamenti. Si vuole ricostruire la trasformazione della morfologia della guerra, all'evoluzione della pratica militare e contestualmente si studieranno i grandi maestri del pensiero militare che hanno riflettuto su guerra e strategia e le cui idee sono diventate fattore storico.

Diritto ed etica sono fattori vincolanti e interessa in che misura tendono ad orientare il modo in cui combattere.

Libri

  • “Guerra e strategia nell'età contemporanea” → Antologia
  • “Della guerra” (cap.1, 2 e 8 o edizione ridotta)
  • “Paride o il futuro della guerra”
  • “Il dominio dell'aria” → Saggio

15 aprile

“La guerra è scontro di volontà deciso da una prova di forza” (Clausewitz): ci sono almeno due volontà contrapposte e c'è una prova di forza chiamata a dirimere la contesa. Ci sono diversi modi in cui è possibile impiegare la forza a disposizione per far prevalere la propria volontà su quella dell'altro; ad esempio l'intervento militare condotto dalla Nato contro la Federazione jugoslava sulla questione del Kosovo: nel 1999 l'Alleanza Atlantica voleva costringere il governo di Belgrado a interrompere la politica di punizione e di pulizia etnica degli albanesi (la minoranza albanese voleva l'autonomia, ma Belgrado temeva che si sarebbe arrivati alla secessione), quindi gli USA e l'Europa devono intervenire nella politica di pulizia etnica che rischia di destabilizzare il contesto europeo anche per il possibile intervento dell'Albania, della Macedonia, della Grecia e Turchia e con ripercussioni quindi sulla NATO. L'obiettivo di porre fine alla crisi poteva essere perseguito in diversi modi per quanto riguarda l'impiego delle forze militari:

  • La NATO avrebbe potuto invadere la Jugoslavia con l'obiettivo di distruggere la maggior parte delle forze militari di Belgrado per occupare la capitale serbo-jugoslava, centro decisionale, e imporre la pace desiderata (strategia di Napoleone; strategia americana simile in Iraq)
  • La NATO avrebbe potuto optare per un'invasione terrestre ma limitata al Kosovo, epicentro della crisi in corso, con l'obiettivo militare di estromettere le forze militari di sicurezza di Belgrado responsabili della pulizia etnica, respingendo gli eventuali tentativi di Belgrado di riconquistare la regione invasa. Sarebbe stata una posizione di forza relativa con cui provare a negoziare un accordo duraturo sotto la minaccia di prolungare l'occupazione e magari di non restituire il territorio a Belgrado (Russia nel 2008 nel Caucaso)
  • La NATO avrebbe potuto decidere di astenersi da un'occupazione totale o parziale, ma usando la forza con un'altra logica come ad esempio per infliggere un danno economico intollerabile alla Serbia; manipolando il calcolo costi-benefici, avrebbe potuto provare a spingere l'avversario a cedere alle richieste dell'Alleanza Atlantica (caso di coercizione). Si può usare la forza militare per combattere una guerra economica, imponendo magari un isolamento economico dato che la Jugoslavia confinava con Paesi membri o allineati con la NATO (es. USA e coalizione internazionale nel '91 in Iraq come primo tentativo all'invasione del Kuwait)
  • La NATO avrebbe potuto usare armi aeree per colpire impianti e infrastrutture preziose per l'altra parte (sempre nella dimensione dell'intervento nella logica costi-benefici; es. Vietnam con l'amministrazione Johnson per distruggere la base industriale nord-vietnamita)
  • La NATO avrebbe potuto usare l'arma aerea per combattere una guerra psicologica: si può usare il bombardamento aereo specialmente per spaventare la popolazione civile e spingerla a chiedere al proprio governo di porre fine alle ostilità (Douhet sostiene questa opzione: in guerra bisogna bombardare le città con l'idea di colpire i civili, non le forze militari dell'avversario perché i civili sono l'anello debole di un sistema strategico; questa strategia era più umana perché permetteva di ridurre i tempi della guerra. Es. seconda guerra mondiale o bombe atomiche sul Giappone, versione estrema di questa logica terroristica chiamata moral bombing; logica simile a quella del terrorismo)
  • La NATO avrebbe potuto minare il morale della popolazione con metodi più indiretti come il ricorso ad un inasprimento delle condizioni di vita quotidiana della popolazione spingendola a fare pressioni sul proprio governo per far sì che accetti di arrendersi
  • La NATO avrebbe potuto usare le forze aeree per eliminare i massimi esponenti del regime su Belgrado per favorire un cambio della linea politica (es. regimi molto accentrati, con un singolo leader che ha in mano il decision making); si può così determinare la paralisi del sistema politico e strategico o la fine della determinazione del Paese a continuare la lotta (es. 1991 gli USA in Iraq provarono con i bombardamenti ad eliminare Saddam Hussein). È stata teorizzata la dottrina di bombardamento aereo di decapitazione
  • La NATO avrebbe potuto usare le forze aeree con l'idea di aiutare e sostenere le operazioni militari del movimento di insorgenza locale (UCK) contro le forze militari e para-militari di Belgrado in Kosovo; l'obiettivo era colpire bersagli militari non mandando però i propri uomini direttamente (es. Libia 2011 per eliminare Gheddafi o in Afghanistan nel 2001 con l'Alleanza del Nord in guerra contro i Talebani, per questo si parla ancora oggi di dominio afghano)

Gli USA e gli alleati hanno scelto in Kosovo nel 1999 la forza aerea, non c'è stata invasione, ma con un mix di opzioni: l'aviazione è stata usata per appoggiare le forze dell'UCK ma anche per imporre un costo economico inaccettabile al Paese distruggendo bersagli economici; quando tutto questo non ha funzionato si è usata la forza aerea anche allo scopo di moral bombing in modo indiretto, distruggendo servizi e infrastrutture fondamentali (es. rete elettrica). La strategia a prevalenza aerea ha funzionato, in 80 giorni di bombardamenti è stata ottenuta la resa; è cominciata così la missione Peace keeping e si è arrivati all'indipendenza del Kosovo.

Ogni opzione presenta vantaggi e svantaggi: non tutte si adattano egualmente bene alla capacità militare di cui si dispone, le prospettive di efficacia e i rischi di inefficacia sono diversi e quindi anche la durata di intervento cambia; nel caso del Kosovo la volontà di fermare la pulizia etnica già in corso richiedeva tempi brevi e grande efficacia. La strategia di decapitazione della leadership politica è molto appetibile, ma resta un'opzione molto difficile, inaffidabile e dagli esiti incerti e richiede che si conosca il futuro leader e se sarà disposto alla collaborazione; se si commette un errore si può indurire la volontà di resistenza del leader.

Ognuna di queste opzioni strategiche prospetta costi e perdite diverse per arrivare al successo; l'invasione è la migliore ma è molto dispendiosa anche in caso di successo: ci saranno combattimenti in grande scala contro le forze nemiche che difenderanno il territorio, si suppone che l'esercito nemico sarà molto motivato in quanto vuole difendere il proprio territorio. La Nato era troppo più potente delle armate serbo-jugoslave ma sarà una vittoria costosa; le forze aeree hanno il vantaggio di minimizzare le perdite. Per la Nato è stata una guerra aerea a costo zero in termini di perdite; l'operazione terrestre in grande scala avrebbe avuto costi politici ingenti, radicalizzando l'opposizione alla Nato di altre grandi potenze come Russia e Cina. Nel '99 i bombardamenti hanno rovinato le relazioni con Mosca, che ha percepito l'intervento come espansionismo nell'Europa dell'Est; inoltre le Nazioni Unite non autorizzarono l'intervento da parte dell'Alleanza Atlantica, che consentì a quest'ultima di attutire le ripercussioni politiche e diplomatiche. La Nato avrebbe potuto adottare una strategia aerea terroristica ma questo avrebbe squalificato sul piano normativo e morale la potenza che l'avesse portata avanti. Fondamentale è l'importanza della posta in gioco; in Kosovo ci fu interesse ad usare la forza militare ma non fu così grande da giustificare l'esecuzione di un'operazione dispendiosa e su larga scala come sarebbe stata l'invasione del territorio serbo-jugoslavo.

Strategia

La strategia è il ponte tra la politica e la forza militare, può essere pensata e definita come anello di collegamento. Non contempla un uso della forza militare fine a se stesso ma in vista di un obiettivo politico che è una pace migliore almeno dal proprio punto di vista; è l'arte di usare la forza militare per conseguire l'obiettivo politico. Significa elaborare un piano d'azione finalizzato ad un certo obiettivo; si mettono a punto i mezzi e l'idea su come impiegare, coordinare e integrare i mezzi a disposizione nel modo più fruttuoso possibile per conseguire lo scopo.

In campo militare la strategia si occupa del piano generale di impiego della forza militare per piegare la volontà politica dell'avversario; sulla base dell'obiettivo politico, fissato dal governo, sulla base dell'importanza e sulla base delle risorse a disposizione, la strategia deve rispondere a diverse domande: che risorse usare, dove e quando impiegarle e quale meccanismo di costrizione impiegare.

La strategia è chiamata a tradurre un obiettivo politico in obiettivi militari; Clausewitz distingue tra ziel (=scopo politico, esogeno rispetto alla strategia, fissato dalla politica secondo autonome riflessioni; è l'obiettivo DELLA guerra: cosa si vuole ottenere impiegando la propria forza militare in guerra?) e zweck (=obiettivo militare, bersagli contro cui impiego la forza militare scegliendo gli strumenti che ritengo adatti a conseguire la vittoria; è l'obiettivo NELLA guerra: qual è il bersaglio, come colpisco il nemico e lo costringo alla resa?).

I comandi militari sono subordinati alla decisione politica e devono metterne in pratica le indicazioni, ma la politica non si limita a stabilire che ci sarà una guerra e con quali obiettivi lasciando alla leadership militare esecuzione e pianificazione senza interferire: la politica si riserva l'ultima parola durante tutta la preparazione e la conduzione della guerra. È difficile che in guerra ci siano scelte strategiche operative puramente militari e tecniche. Ad esempio nel 1940 Hitler, contro il parere dei suoi comandanti che erano riusciti a penetrare in profondità nel territorio francese, non volle spingere fino in fondo l'attacco sulla Manica contro il corpo di spedizione britannico perché ancora sperava di spingere l'Inghilterra ad un'alleanza e non voleva inimicarsela definitivamente; si è trattato di una mossa diplomatica all'interno della guerra. Anche Bush senior si rifiutò di occupare la capitale irachena anche se i piani operativi erano già pronti, temeva che un Paese come l'Iraq con un leader che accentrava tutto il potere sarebbe imploso in quanto molto eterogeneo. Gli attacchi americani con i droni in Pakistan hanno creato tensioni tra i due governi negli ultimi anni ed è necessario considerare sul piano politico se ne valga la pena.

Sotto la pressione degli eventi o a volte per la debolezza del potere politico la struttura gerarchica può ribaltarsi in favore dei comandi militari; le conseguenze tendono ad essere molto gravi. Ad esempio nel 1914 la decisione tedesca di ignorare la neutralità del Belgio ebbe effetti collaterali devastanti per la Germania perché eliminò ogni possibilità di tenere fuori dal conflitto l'Inghilterra; o il lancio della guerra sottomarina tedesca fece cadere il rapporto con gli USA accelerandone l'ingresso nel conflitto stesso.

Nello spettro della strategia si tende a ricomprendere sia l'impiego sia la minaccia dell'uso della forza; quindi si comprende anche la diplomazia della violenza (Thomas Schelling). Si distingue tra uso effettivo e uso virtuale (minaccia) della forza; la diplomazia della violenza è un campo intermedio: non c'è pace ma la violenza è solo minacciata e ancora trattenuta, quindi non è ancora guerra in senso stretto. Nell'ambito della diplomazia della violenza si distingue tra deterrenza (minaccia persuasiva, l'obiettivo è negativo e serve a spingere qualcuno ad astenersi dal fare qualcosa) e compellenza (minaccia coercitiva, l'obiettivo è positivo e si cerca di spingere qualcuno a fare qualcosa).

C'è consenso tra esperti sul fatto che la compellenza è un esercizio intrinsecamente più complicato e difficile della deterrenza: è più problematico, bisogna convincere qualcuno a rinunciare a qualcosa che ha già e quindi percepito come diritto acquisito. Durante la Guerra Fredda nei rapporti tra le due superpotenze la strategia si dovette concentrare più sulla dimensione...

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

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