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Appunti relativi alla sola parte spiegata dal professore a lezione, ovvero fino alle guerre macedoniche basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Thornton dell’università degli Studi La Sapienza - Uniroma1. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia romana docente Prof. J. Thornton

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ESTRATTO DOCUMENTO

un piano concordato andò esule a Gabii, lamentando l'insopportabile durezza del padre

verso di lui [accusato di stragi contro i figli, i senatori, i nemici e gli alleati]. A loro era

realmente gradita la venuta di Sesto, e speravano che in breve la guerra col suo aiuto si

sarebbe trasferita dalle porte di Gabii fin sotto le mura di Roma.

Da allora in poi fu ammesso ai pubblici consigli, e circa la guerra più volte intervenne a

farsene sostenitore, attribuendosi su questo punto una particolare competenza, in quanto

conosceva le forze di entrambi i popoli. Così incitava a poco a poco i capi dei Gabini alla

ripresa delle ostilità, e con i giovani più animosi andava a fare saccheggi e scorrerie. La loro

fallace fiducia in lui andava crescendo, finché lo scelsero a dirigere la guerra. Perciò, quando

vide di essere sufficientemente forte per poter assumere qualsiasi iniziativa, mandò uno dei

suoi fidi a Roma per domandare al padre che cosa gli ordinasse di fare. A questo messaggero

il re non diede alcuna risposta verbale, ma quasi meditabondo si recò nel giardino e

passeggiando in silenzio si narra che troncasse con un bastone le teste dei papaveri. Il messo,

stancatosi di interrogare e di attendere vanamente risposta, ritornò a Gabii; riferì quel che

aveva detto e quel che aveva visto. Sesto, come ebbe compreso che cosa volesse il padre e

che cosa gli ordinasse col silenzioso enigma, tolse di mezzo i cittadini più in vista della città,

alcuni accusandoli davanti al popolo, per altri profittando dell'odio popolare che si erano

attirato. Molti furono uccisi e altri lasciarono la città, e i beni degli assenti furono spartiti così

come quelli uccisi. Ne seguivano donativi e distribuzioni della preda , e così la gioia del

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guadagno personale faceva perdere la sensazione dei pubblici mali, finché privi di guida e di

sostegno la città di Gabii fu consegnata senza lotta nelle mani del re di Roma.

Dopo la consegna di Gabii, Tarquinio fece la pace col popolo degli Equi e rinnovò il

trattato con gli Etruschi. Quindi si rivolse alle cose della città: prima di tutto voleva lasciare a

ricordo del suo regno e del suo nome un tempio Giove sul monte Tarpeo: il padre l'aveva

promesso in voto e il figlio l'avrebbe portato a compimento. Affinché quell'area appartenesse

tutta a Giove ordinò di sconsacrare i numerosi tempietti che quivi il re Tazio durante la

battaglia contro Romolo aveva promesso in voto. Si racconta che all'inizio di quest'opera gli

dei diedero segno della loro volontà, annunciando la grandezza di tanto impero.

Tutto intento alla costruzione dei tempio, Tarquinio fatti chiamare degli artigiani

dall'Etruria, non solo ricorse per questa spesa al pubblico erario, ma impose pure delle

prestazioni d'opera alla plebe. Pur essendo questo un non piccolo gravame che si

aggiungeva al servizio militare, la plebe si sottomise di buon animo ad edificare con le sue

mani i templi degli dei. Dopo aver tenuta occupata la plebe in queste fatiche, inviò dei coloni

a Signia ed a Circei."

Lucio Giunio Bruto, aiutato da Publio Valerio Publicola, cacciò il tiranno. La leggenda vuole

che il figlio del re Lucio Tarquinio, Sesto, avesse violentato Lucrezia , moglie di Collatino, un suo

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lontano parente, e che la donna si fosse suicidata per la vergogna, incitando il padre, il marito, Bruto

e Publicola alla vendetta. Essi ordirono una congiura, sollevarono il popolo e chiusero le porte di

Roma al tiranno che stava tornando dalla guerra. I figli di Bruto, avendo il padre liberato Roma da

Tarquinio, cospirarono a favore di quest'ultimo e vennero uccisi dal padre.

come un tiranno greco, topos.

6 Vedi anche la vicenda di Appio Claudio.

Topos della violenza sessuale come simbolo di iniquità anche politica.

7

Le istituzioni repubblicane

L'inizio della era repubblicana si colloca nel 509: il nuovo patto sociale repubblicano fu

sancito da un giuramento di libertà fra la società repubblicana e gli dèi, e prevedeva che i Romani

dignitas,

fossero guidati da coloro che acquisivano che derivava dalla ricchezza, dal valore militare e

dignitas

dal prestigio familiare. I patrizi aggiunsero, dopo qualche tempo, che la loro era un diritto

ereditario per ricoprire la carica suprema di console.

regnum, res publica,

Il ereditario e personale, fu sostituito dalla parola con cui erano designati

tutti i fattori pubblici che creavano l'aggregazione sociale: i magistrati, cioè due consoli e due

questori, i sacerdoti, i comizi, la legge, gli auspici, i templi, gli spazi per l'attività politica (il Foro) e

publicus. honores

per le esercitazioni militari (il Campo Marzio), l'ager Le cariche erano e pertanto

rivestite a titolo gratuito dagli esponenti della classe di governo, ma essendo a struttura piramidale

c'era una forte competizione (da 6 pretori venivano eletti 2 consoli ogni anno, ogni 5 anni da 10

consoli venivano eletti 2 censori). populus,

Per la sua natura il popolo romano aveva due espressioni, il che poteva riunirsi in

assemblea (comitia), e il Senato, un Consiglio di cittadini particolarmente illustri che, in età

Senatus

repubblicana sarà composto, prima di tutto, da ex magistrati. I Romani erano dunque

populusque Romanus, abbreviato SPQR. I cittadini erano suddivisi in tre tribù, Tizi, Ramni e Luceri, e

curie. curia Quirites,

raggruppati per Da viene il termine che designava in modo solenne e

arcaizzante i cittadini romani.

La magistratura

"Erano dunque tre gli elementi dominanti nella costituzione; ogni cosa in

[Polibio VI, 11-18]

particolare era stata disposta e veniva regolata per mezzo loro in modo così equo e

opportuno che nessuno, nemmeno tra i nativi, avrebbe potuto dire con sicurezza se il

sistema politico nel suo insieme fosse aristocratico, democratico o monarchico. A fissate lo

sguardo sull'autorità dei consoli, infatti, esso ci sarebbe apparso senz'altro monarchico e

regale; a fissarlo su quella del Senato, invece, aristocratico; se invece uno avesse considerato

l'autorità del popolo, sarebbe sembrato chiaramente democratico."

consoli

I erano i magistrati più importanti, eletti annualmente ed eponimi, esercitavano le

funzioni di giudici, comandanti dell'esercito e presidenti delle assemblee. Essi comunicavano con gli

dèi, a nome del popolo, attraverso il rito degli auspici. I due consoli potevano mobilitare due legioni

composte di 3.000 fanti e 300 cavalieri ciascuna. I soldati erano obbligati ad ubbidire loro, prestando

il giuramento militare. Entro il pomerio il potere dei consoli era limitato dalla possibilità di appellarsi

al giudizio dei comizi popolari, fuori dal pomerio il potere consolare era di tipo militare e pressoché

assoluto. Alla fine del mandato i magistrati potevano ricandidarsi, o anche essere chiamati a render

conto davanti al Senato o al popolo.

"I consoli, prima di far uscire le legioni per una spedizione militare, quando

[Polibio VI, 11-18]

si trovano a Roma esercitano la loro autorità su tutti gli affari pubblici. Tutti gli altri

magistrati, infatti, a eccezione dei tribuni, sono subordinati e obbediscono a loro, e sono loro

a introdurre le ambascerie presso il Senato. Oltre a quanto si è già detto, sono loro a proporre

le deliberazioni urgenti e a curare per intero l'esecuzione dei decreti. Per di più, tocca a loro

curare tutte le questioni relative agli affari pubblici, che debbono essere trattate con i

intervento dei popolo; convocare le assemblee; proporre i decreti; dirigere l'esecuzione delle

decisioni dei più. Ancora, hanno un autorità quasi assoluta nei preparativi di guerra e, in

generale, nella condotta sul campo. Hanno infatti facoltà di dare ai contingenti alleati le

disposizioni che ritengono opportune, di nominare i tribuni militari, arruolare i soldati e

scegliere quelli idonei. Sul campo hanno l'autorità di infliggere punizioni a chi vogliono, tra i

loro subordinati. Sono anche autorizzati a spendere, del denaro pubblico, le cifre che

stabiliscono: un questore li accompagna ed esegue prontamente ogni loro ordine.

Quando il console parte con l'esercito, apparentemente dispone dei pieni poteri per

realizzare i suoi piani, ma ha bisogno anche del popolo e del Senato, senza i quali non è in

grado di condurre a termine le operazioni. È chiaro, infatti, che alle legioni debbono essere

spediti costanti rifornimenti, sicché i disegni dei capi restano senza effetto se il Senato cerca

deliberatamente di ostacolarli e di impedirne l'attuazione.

Ma sopratutto, i consoli, nel deporre la carica, debbono sottoporre al popolo il resoconto

del loro operato. Così, non è mai prudente per i consoli tenere in scarsa considerazione il

favore del Senato e quello dei popolo."

Littori

12 scortavano ogni console, portavano un fascio di verghe con una scure, con cui erano

praetores.

impartite le pene sentenziate dal console stesso. Anticamente essi erano detti

questori

Due coadiuvavano i consoli nell'esercizio della giustizia ed erano incaricati anche di

aerarium,

gestire la cassa di denaro pubblico, detta per conto del senato. La questura fu creata nel

quaestores

447 e legata all'amministrazione del tesoro pubblico, per cui i titolari furono denominati

aerarii. Costoro si occupavano anche della vendita ai privati, in lotti di 50 iugeri, di quella particolare

ager quaestorius.

categoria di terreni nota appunto come Nel 421 il numero dei questori fu portato a

quattro, e già nel 409 tre dei quattro questori erano plebei. patres conscripti

Senato: istituito da Romolo con 100 senatori patrizi, in seguito 300 e detti

(comprendenti sia i senatori patrizi che un gruppo aggiunto in seguito di cittadini abbienti). Fino alla

metà del V secolo furono i consoli a stabilire la composizione del Senato. I consoli avevano per tutta

Patres.

la vita il diritto a far parte dei

In origine il senato era convocato dal re nel modo che preferiva, così anche i consoli e i tribuni

consolari sceglievano di consultare quelli che gli erano più vicini. Forse nel V-VI secolo era meno

istituzionalizzato, più instabile, forse occasionale e senza regole precise su chi dovesse parteciparvi,

lex tribunicia Obulnia

poi con la [318] fu stabilito che fossero i censori a scegliere i migliori cittadini

di ogni estrazione, attribuendo meno potere ai consoli rispetto al senato. I senatori erano scelti dai

censori ogni 5 anni, e da questi potevano essere cancellati dalle liste se ritenuti disonorevoli o per

preterites senatores,

contrasti politici, erano quindi detti cosa in seguito divenne motivo di vergogna.

Col passare dei tempo e con l'aumento dei numero delle magistrature, vi ebbero accesso tutti coloro

che avevano ricoperto una carica pubblica importante.

"Il Senato, da parte sua, esercita la sua autorità in primo luogo sull'erario:

[Polibio VI, 11-18]

esso controlla infatti tutte le entrate e, analogamente, le uscite. I questori, infatti, non

possono fare alcuna spesa per esigenze particolari senza i decreti del Senato, ad eccezione

delle spese destinate ai consoli. La spesa di gran lunga più importante e gravosa di tutte è

quella che i censori fanno ogni cinque anni per restaurare o costruire opere pubbliche: il

Senato esercita il suo controllo, e da esso viene la concessione ai censori. Nello stesso modo,

di tutti i reati commessi in Italia che richiedono un'inchiesta pubblica (intendo dire, per

esempio, tradimenti, congiure, venefici, omicidi) si occupa il Senato. Se un privato o una

città in Italia ha bisogno di un arbitrato o magari di una censura, o di soccorso, o di

sorveglianza, di tutto ciò si occupa il Senato. Per di più, se bisogna inviare un'ambasceria a

qualcuno fuori d'Italia o per un'opera di pacificazione, o per avanzare richieste, o magari per

dare ordini o sottomissioni, o per dichiarare guerra, esso vi provvede. Allo stesso modo, è il

Senato a stabilire come si debbano trattare tutte le ambascerie che giungono a Roma e quale

risposta si debba dare loro. In nessuna di queste faccende interviene il popolo.

Per giunta, dipende dal Senato la realizzazione o la mancata realizzazione dei progetti e

dei piani dei generali: esso, infatti, ha l'autorità di mandare come sostituto un altro generale,

dopo un periodo di un anno, o di confermare quello che è in carica. Per di più, questo

consesso ha il potere di esaltare e amplificare i successi dei comandanti o, al contrario, di

oscurarli e minimizzarli: quelli che presso di loro sono chiamati trionfi, per mezzo dei quali i

generali offrono allo sguardo dei concittadini l'immagine concreta delle imprese realizzate,

non possono infatti essere allestiti come si conviene, e talvolta neppure essere celebrati in

assoluto, se il consesso non dà il suo assenso e non fornisce i fondi per realizzarli.

Il Senato, a sua volta, che dispone di un potere così grande, in primo luogo negli affari

pubblici è costretto a tener conto della moltitudine e a prendere in considerazione il popolo,

e non può portare a termine le principali e più importanti inchieste sui reati commessi contro

lo stato, ai quali si applica la pena di morte, né punirli, se il popolo non ratifica la sua

deliberazione preliminare."

Censori: nel 443 a.C. fu introdotta la censura, che in origine nacque per alleviare i consoli di

alcuni compiti amministrativi, come il censimento dei cittadini e la relativa registrazione dei beni

patrimoniali di ciascuno al fine dell'inquadramento nella centuria giusta, che i patrizi pensarono di

riservare solo per sé. I censori, in numero di due, ogni cinque anni facevano un censimento e

Lustrum,

celebravano il cioè la purificazione del popolo, ripartito in 5 classi censitane. Essi

risiedevano nella villa pubblica in Campo Marzio, dove ricevevano uno alla volta tutti i Romani, e ne

verificavano il diritto di cittadinanza, il censo, la residenza e il rango sociale per i successivi 5 anni.

sine imperio.

Magistratura superiore aperta alla plebe solo nel 339 e tuttavia Le sue competenze

lex Ovinia

erano state ampliate con una (anteriore al 312), che le aveva contento il diritto di redigere

senatorium, senatus)

l'album eleggendo i senatori (lectio per il lustro successivo, con l'autorità di

nota censoria.

escluderne coloro che si fossero macchiati di indegnità, attraverso la La censura

res publica, regimen morum.

divenne così la più alta autorità morale della spettandole il controllo del

Tra le incombenze dei censori rientrava anche la tradizionale purificazione dei campi, della

città e del popolo tutto (Lustrum), che avveniva ogni cinque anni, donde il termine lustro. Era

sine collega.

obbligatoria l'abdicazione per il censore che per un qualunque motivo si fosse ritrovato

magistrati curuli, sella curulis,

Erano dunque insigniti della la sedia d'avorio che contraddistingueva

questa categoria di magistrati, e venivano eletti ogni cinque anni, durata che circa nel 434-433 una

lex Aemilia de censura minuendo abbassò a diciotto mesi. Anche il censore, come il dittatore, non era

obbligato dal potere superiore dei tribuni e molto spesso carica era rivestita da ex consoli o ex

cursus honorum

pretori, quasi a coronamento e suggello di un particolarmente prestigioso.

publicus

Altre importanti mansioni erano legate alla locazione dell'ager e, in età successiva alle

grandi conquiste transmarine, all'appalto delle entrate pubbliche.

"Essendo, infatti, molti i lavori che vengono appaltati dai censori in tutta

[Polibio VI, 11-18]

l'Italia per il restauro o la costruzione di opere pubbliche, tutto quello che ho detto viene

regolato dalla massa, e quasi tutti, si può dire, sono interessati agli appalti e ai guadagni che

ne derivano; alcuni, infatti, prendono essi stessi gli appalti dai censori, altri si associano a

questi, altri fanno da garanti per gli appaltatori, altri danno i loro beni al tesoro pubblico per

questo. Su tutte queste attività esercita il suo controllo il consesso dei senatori; può, infatti,

concedere del tempio, alleviare le condizioni dopo un incidente e, in caso di impossibilità,

rescindere del tutto il contratto di appalto."

Tra le attività del censore c'erano anche le gare di appalto per i lavori pubblici e inoltre per la

riscossione delle imposte: infatti Roma non aveva un sistema proprio di riscossione, ma si affidava a

8

societates publicanorum,

società private con regime giuridico speciale, le che si impegnavano per 5

anni a riscuotere le tasse. In tal modo lo stato si risparmiava l'obbligo di mantenere uffici e si

assicurava entrate fisse (a parte oscillazioni dei prodotti agricoli) e a date certe. I pubblicani,

equites,

proprietari delle società, erano quasi sempre dovendo garantire con il proprio patrimonio,

quindi scelti su base censitaria, mentre ai senatori e ai loro discendenti era proibito stipulare contratti

pubblici; la sede giuridica era quasi sempre a Roma, e riscuotevano tramite uffici diffusi

capillarmente sul territorio, impiegando schiavi o liberti, talvolta armati (custodes) per il recupero

crediti, la somma che si erano impegnati a versare con l'aggiunta delle spese di gestione della società

e dei profitti personali: per questo motivo le tasse erano alte, e spesso nascevano contenziosi in cui i

provinciali si appellavano al senato contro le esazioni eccessive o indebite . Dalle testimonianze

9

risulta che il senato si pronunciava spesso a favore dei provinciali, ma forse il dato è

sovrarappresentato , mentre i magistrati locali erano più spesso conniventi, ma potevano essere citati

10

in giudizio dai provinciali per appropriazione indebita .

11

Dittatore: magistratura straordinaria che durava in carica per il tempo necessario

all'espletamento del suo compito, in ogni caso mai più di sei mesi, qualora non fosse possibile

eleggere i consoli o se mancano perché in guerra, o per funzioni sacre, o se ci fosse bisogno di un

La di Gaio Gracco [123] per l'appalto della riscossione in Asia, provincia di recente [167] costituzione, dà inizio

lex de provincia Asia

8 a questa pratica di appalti, segnando una netta cesura con il sistema precedente.

Anche Cicerone ne parla, difendendone gli interessi, ma allo stesso tempo illustra le possibilità di abusi, che perfino in Italia erano

9 diventati peggiori delle tasse, mentre nelle province lontane era ancora più difficile difendersi.

Strabone riferisce di una statua dorata nel santuario di Artemide ad Efeso dedicata al geografo Artemidoro, che rappresentò la

10 città in senato per una contesa con i pubblicani, ottenendo che le attività di pesca fossero attribuite al santuario per la divinità e

quindi non fossero tassate.

Vedi processo a Verre, governatore della Sicilia.

11 rei gerunda causa,

potere forte in situazione di emergenza: ad esempio per la guerra. Era detto anche

magister populi, veniva nominato da uno dei due consoli, e aveva sotto di sé un collaboratore per il

magister equitum.

comando della cavalleria e altre funzioni minori, detto Aveva poteri assoluti e

sfuggiva – unico magistrato insieme ai censore – all'intercessio dei tribuni della plebe. I segni esteriori

imperium

del suo vedevano la cumulazione dei littori dei due consoli.

Un'altra carica di durata assai limitata, l'unica che peraltro i senatori patrizi riuscirono a

interrex,

mantenere come esclusivo privilegio dinanzi alle rivendicazioni della plebe, era quella di

nominato per soli cinque giorni in caso di scomparsa violenta dei due consoli col solo compito di far

eleggere i nuovi e trasmettere loro gli auspici. tribuni militari con

In alcuni anni della metà del V secolo non vengono eletti i consoli ma dei

militi consolari potestate tribuni,

potestà consolare, i in numero variabile da 3 a 6, per garantire ai

plebei poteri simili ai consoli in situazioni particolari, ad esempio in guerra.

Triumviri: magistrati che avevano il compito di distribuire la terra in lotti, tramite assegnazione

viritane

di colonie oppure (individuali).

Le istituzioni plebee

Plebs pletus,

(dal greco massa): cittadini meno abbienti organizzati a difesa dei propri diritti,

con le proprie istituzioni parallele a quelle dei patrizi.

"È lecito domandarsi quale sia mai la parte lasciata al popolo nel sistema

[Polibio VI, 11-18]

politico. Ebbene, anche al popolo viene lasciala una parte, e assai rilevante. Solo il popolo,

infatti, in questa costituzione, ha il controllo degli onori e delle pene, le sole cose dalle quali

sono tenuti uniti gli imperi, gli stati e, in una parola, tutta la vita degli uomini. II popolo,

dunque, spesso giudica una causa che prevede sanzioni in denaro, quando l'ammenda per il

reato sia considerevole, e soprattutto giudica coloro che hanno ricoperto cariche importanti;

è solo a giudicare le cause capitali. Riguardo a quest'uso, avviene presso di loro una cosa

degna di lode e di menzione. A coloro che vengono giudicati in una causa capitale, infatti,

appena vengono condannati, il costume vigente presso di loro concede la facoltà di

allontanarsi apertamente se resta anche una sola tribù, tra quelle che emanano il giudizio, a

non aver ancora votato, condannandosi all'esilio volontario. Gli esuli sono al sicuro nelle

città di Napoli, Preneste e Tivoli, e nelle altre con le quali hanno patti giurati. Per di più, il

popolo assegna le cariche a chi ne è degno. Esso esercita la sua autorità anche

sull'approvazione delle leggi e - l'aspetto più importante - è il popolo a decidere della pace e

della guerra. Per giunta, riguardo a un alleanza, a un trattato di pace e alla conclusione di

patti, è il popolo a ratificare e rendere operante o meno ciascuno di questi atti."

La secessione dell’Aventino finì con una riconciliazione, che prevedeva la creazione del

tribunato della plebe [493]. Questa magistratura della plebe, originariamente a carattere illegale e

rivoluzionario, era volta a difendere i diritti politici e civili dei plebei. I loro poteri erano circoscritti

all'area entro mille passi dalla cerchia urbana. I tribuni della plebe, prima 2, poi 5, poi 10 [457], a

lex sacrata

cui viene assegnato il potere tramite una con cui i cittadini giurano di difenderli con la

sine imperio,

forza, seppure avevano tre poteri principali:

• auxilium: la capacità di difendere un cittadino che si fosse posto sotto la sua

protezione, e per tale motivo la sua casa doveva restare aperta notte e giorno, né egli poteva

lasciare Roma,

coercitio:

• il diritto di far rispettare la propria volontà, anche con multe e

imprigionamenti,

intercessio:

• diritto di veto alle decisioni degli altri magistrati se queste fossero risultate

dannose per la plebe [459]

ius agendi cum plebe: concilium plebis,

• lo rendeva l'autorità competente a riunire il

l'assemblea della plebe.

"Se qualcuno, infatti, propone una legge che o sottrae al Senato una parte

[Polibio VI, 11-18]

degli autorità di cui gode secondo le consuetudini, o abolisce i privilegi e gli onori dei suoi

membri, o addirittura ne riduce i patrimoni, il popolo ha l'autorità di introdurre o meno

tutte le misure di questo genere. E la cosa principale è che, se uno solo dei tribuni si oppone,

il Senato non solo non può mettere in atto alcuna decisione, ma neppure, in assoluto, tenere

consiglio e riunirsi (i tribuni sono sempre tenuti a eseguire le decisioni del popolo e a

uniformarsi soprattutto alla sua volontà).

Allo stesso modo il popolo è a sua volta legato da obblighi al Senato, e deve tenerlo in

considerazione, nella sfera pubblica come in quella privata."

Con la fine della prima secessione fu messo in atto un nuovo patto sociale, il quale si basava

sul giuramento della plebe di proteggere i propri tribuni e garantirne, anche con azioni violente, la

sacrata) coniuratio

libertà di azione, il giuramento (lex si configurava come una (congiura), che

garantiva i diritti dei plebei. Una tale situazione introdusse valide garanzie per i cittadini

economicamente e politicamente deboli, ma determinò una conflittualità di lunga durata.

edili,

La plebe eleggeva anche gli istituiti, secondo la tradizione, nel 493 in connessione alle

prime secessioni plebee. In origine custodivano gli archivi della plebe nel tempio di Cerere

acta senatus,

sull'Aventino e, secondo la tradizione, a partire dal 449 anche gli nell'esigenza di

creare degli archivi che costituissero una memoria tangibile delle decisioni prese dai due ordini. Nel

edili curuli.

366 istituì due Tra i loro compiti si annoveravano pure l'approvvigionamento di Roma, il

controllo dei mercati, sorvegliavano la correttezza dell'uso di suolo pubblico e avevano una

Ludi Romani,

supervisione sui templi, organizzavano i giochi pubblici, i la festività principale, con il

ricavato delle multe che infliggevano. comizi tributi,

I tribuni venivano eletti da una nuova assemblea: i in cui il voto era portato tribù

per tribù, che erano 35, e dunque comprendeva tutti i cittadini residenti nel territorio romano ed

avevano un carattere democratico, al di là della propria situazione patrimoniale. Questi comizi

eleggevano gli edili e, dal 447, anche i questori. Ad essi ci si poteva appellare contro multe e

ammende. Questa assemblea varò molte norme, ma i patrizi talora non le riconobbero.

comizi curiati

In epoca arcaica a Roma il popolo si riuniva nei e votava curia per curia.

Ciascuna curia aveva a disposizione delle terre pubbliche. Derivavano il nome dalla suddivisione dei

cittadini in trenta curie, dieci per ognuna delle tre tribù etniche (Tities, Ramnes, Luceres) in cui

Romolo, secondo la tradizione, avrebbe diviso la popolazione della Roma delle origini. In età storica

si riunivano per convalidare procedure civili di minore importanza, come le adozioni e le eredità, e

curiata de imperio).

sopra tutto per votare la legge di delega dell'autorità ad un magistrato (lex

Durante la tarda repubblica i cittadini persero il senso di appartenenza alle varie curie, per cui

invalse l'uso di tarsi rappresentare in questa assemblea da trenta littori.

comizi centuriati,

Nella prima metà del V secolo furono concepiti i che sostituivano quasi

totalmente i comizi curiati, comprendendo tutti i cittadini, ma garantendo ai ricchi un ruolo

preminente nelle decisioni. Le decisioni più importanti, in particolare il conferimento del potere ai

consoli neo-eletti e ai pretori, e le questioni di pace e di guerra erano infatti convalidate anche da

leggi emesse dalle curie. I comizi centuriati furono concepiti

"perché non prevalesse la maggioranza numerica".

[Cicerone, De republica II, 39]

Infatti fu escogitato un sistema perché il voto dei ricchi e degli anziani contasse di più di quello

dei poveri e dei giovani: ogni centuria non conteneva 100 uomini, ma un numero variabile di coloro

che avevano diritto ad esservi inquadrati, e quelle per i ricchi erano numerose, anche se composte da

pochi votanti, mentre quelle dei poveri erano meno e molto affollate. Poiché tra le prime centurie era

estratta quella chiamata a votare per prima (praerogativa), il cui pronunciamento era determinante

humiles

nell'orientare il risultato finale, si comprende come gli non avessero alcun modo di far

sentire la propria voce nei comizi centuriati, che eleggevano i magistrati superiori (consoli, pretori,

censori), votavano le leggi costituzionali, dichiaravano la guerra, e vi si ricorreva in appello contro

provocatio ad populum.

una pena capitale in base all'istituto della

Concilium plebis: concilio presieduto da un tribuno in cui vengono eletti i magistrati plebei e si

propongono e si fanno approvare progetti di legge, in origine valide solo per il popolo (plebisciti) poi

lex Hortensia lex Publilia

assumono lo stesso valore delle leggi con la del 287 (già nel 339 una lo

richiedeva ma probabilmente non venne applicata), che garantisce anche il potere di iniziativa per

presentare proposte di legge (rogationes), inizialmente in concordia con il senato, poi dalla legge

agraria di Tiberio Gracco anche in contrasto. Ogni cittadino vota all'interno della propria tribù, poi i

voti di tutte le tribù vengono contati [dal 471].

Contio: assemblea non votante della plebe, convocata da un magistrato che parla al popolo per

esporre il proprio progetto di legge e indirizzarne il voto.

Comizi tributi Comizi centuriati Comizi curiati

Concilium plebis

Unità di voto 35 tribù: 4 urbane, 31 193 centurie: 18 di 35 tribù: 4 urbane, 31 30 curie, 10 per

equites,

rustiche 170 di 5 centurie rustiche ciascuna delle tre tribù

pedites,

senza armi etniche

Cittadini Aperti a tutti i cittadini Aperti a tutti i cittadini Aperti a tutti i cittadini Il popolo; alla fine della

presenti repubblica un littore

rappresenta una curia

Magistrato Console, pretore, edile Console, pretore, [prima Tribuno della plebe, edile Console, pretore o

che presiede curule per del 201] dittatore o della plebe (senza auspici) (con

pontifex maximus

l'amministrazione della interré (con auspici) auspici)

giustizia (con auspici)

Elezioni Edili curuli, questori, Consoli, pretori, censori Tribuni della plebe, edili –

tribuni militari, della plebe, alcuni

magistrati speciali magistrati speciali

Legislazione di ogni tipo Inizialmente il principale Legislazione di ogni tipo, Votano la

Rogationes lex curiata

legislative organo legislativo; [dopo per la maggior parte che conferma

il 218] raramente proposta dai tribuni della l'imperium dei

utilizzato tranne che per plebe; plebisciti, con magistrati; confermano

dichiarazioni di guerra, validità di legge dal 287 le adozioni e alcuni

confermare potere dei testamenti (alla

censori, Legge sul ritorno presenza del pontifex

di Cicerone [57] maximus)

Per i crimini di stato Per le accuse capitali; nel I Per i crimini di stato –

Rogationes

giudiziarie passibili di ammenda sec. limitati alle accuse di passibili di ammenda;

(alto giudizi frequenti davanti ai

perduellio

tradimento) tributi, soprattutto prima

dell'istituzione dei

tribunali permanenti

Luogo di Per le elezioni alla fine Fuori dal quasi Per le elezioni alla fine

pomerium, Comitium

riunione della repubblica in sempre in Campo Marzio della repubblica in (Campidoglio)

Campo Marzio; per la Campo Marzio; per la

legislazione e legislazione e

l'amministrazione della l'amministrazione della

giustizia al Foro o in giustizia al Foro o in

Campidoglio Campidoglio

La legislazione

proposte di legge

Le potevano essere avanzate solo dal console che presiedeva i comizi, e li

convocava in modo vincolante, come capo dell'esercito. Nei comizi tributi le proposte erano

plebiscita.

avanzate dal tribuno della plebe e, se approvate, prendevano il nome di Soltanto i consoli

avevano il diritto di convocare i comizi centuriati, e i tribuni o gli edili della plebe quelli tributi, e di

parlare al popolo, o alla plebe. Fino a Silla e poi dopo il 70 a.C. a proporre le leggi per farle

concilia plebis

approvare dal popolo nei sono i tribuni, spesso incaricati dal senato, mentre i consoli

non possono interrogare il popolo se non su questioni di guerra. I votanti erano incolonnati nella loro

saepta.

unità di voto entro lunghe transenne, dette I cittadini deponevano in un urna una tavoletta

rogas,

con scritto V (uti "come tu proponi"), oppure A (antiquo, "tutto resti invariato"), ma essendo il

voto palese era facile controllarne la libertà.

Le leggi dovevano però ottenere l'approvazione del senato prima di essere varate. Essa era detta

auctoritas senatus auctoritas Patres

o perché era sentita come un completamento da parte di un

organo depositario di saggezza e di maggiore capacità di ottenere il favore divino. In epoca antica i

Patres erano propriamente gli ex consoli, che già avevano avuto il diritto a prendere gli auspici per il

popolo romano, cioè a comunicare con gli dèi. Il Senato spesso si rifiutò di concedere la sua

auctoritas plebiscita.

alle deliberazioni della plebe, cioè ai Il Senato infatti si rivelò l'organo

costituzionale cui faceva riferimento l'aristocrazia, la quale era costituita dal patriziato.

Anno Legge Principali norme introdotte

509 lex Valeria provocatio

493 i cittadini giurano di difendere i tribuni con la forza

lex sacrata

486 [proposta] legge agraria di Spurio Cassio spartizione dell'ager metà fra i Latini e metà fra la plebe

publicus

456 vendita di terreni sull'Aventino destinati alla costruzione di case

lex Icilia de Aventino publicando per i plebei

451 leggi delle XII Tavole eredità, schiavitù, furti, acquisizioni di proprietà

nexum,

449 leggi Valerie Orazie i plebisciti assumono lo stesso valore delle leggi, si

provocatio,

minaccia la a chi osi oltraggiare i magistrati plebei, i

sacertas

devono essere depositati in un archivio nel

senatus consulta

tempio di Cerere

434 carica di censore ridotta da 5 anni a 18 mesi

lex Aemilia de censura minuendo

366 leggi Liciniae Sestiae si apre anche ai plebei il consolato, istituzione della pretura,

abolizione del limite alla grandezza degli appezzamenti di

nexum,

terra 500 iugeri

359 uno dei censori deve essere plebeo

lex Publilia de censore plebeio creando

342 ambedue i consoli possono essere plebei

leges Genuciae

339 i plebisciti assumono lo stesso valore delle leggi

lex Publilia

326 abolizione del

lex Petelia nexum

318 i censori scelgono i migliori cittadini di ogni estrazione

lex tribunicia Obulnia

312 i censori devono redigere l'album

lex Ovinia senatorium

300 lex Valeria provocatio

300 il pontificato venne reso accessibile ai plebei

lex Ogulnia

293 l'auctoritas ridotta ad una mera formalità preliminare alle elezioni

lex Maenia patruum

287 i plebisciti assumono lo stesso valore delle leggi

lex Hortensia

275 responsabilità civile

lex Aquilia

197 lex Porcia provocatio

133 di Tiberio Gracco confisca e redistribuzione dell'ager in eccesso, limite a 500 iugeri

lex agraria di terra, 100 capi di bestiame grande e 500 capi di bestiame

piccolo, obbligo di impiego di un certo numero di cittadini liberi

anche solo in qualità di sorveglianti, vendita in piccoli lotti della

terra avanzata ai poveri

132 lex Sempronia provocatio

123 di Gaio Gracco appalto della riscossione tributi in Asia

lex de provincia Asia

Il patriziato

La tradizione sostiene che il patriziato fu creato da Romolo e che i primi patrizi furono i 100

senatori che costituivano il primissimo Senato, dai quali sarebbero discesi i patrizi. In realtà, le

funzioni di questa aristocrazia non emergono affatto in epoca regia, forse per un tentativo dei re di

limitarne i poteri, mentre si rivelano essere tipiche della repubblica.

La natura repubblicana del patriziato è ribadita dalla natura del rito dell'interregno con

Patrem.

l'auctoritas Quando entrambi i consoli erano morti si doveva trovare qualcuno che avesse il

diritto di presiedere le elezioni consolari, che necessitavano di un magistrato che aveva diritto a

prendere gli auspici. In tal caso eccezionale si individuavano 10 senatori patrizi ex-consoli, fra i quali

uno a turno provava a convocare i comizi e far nominare la nuova coppia di consoli, cui avrebbe

ad Patres redeunt",

ceduto il diritto agli auspici. In questo caso si diceva che "auspicio gli auspici

patres.

tornano ai Pater

Dunque in senso stretto era un ex-console patrizio, al quale gli auspici ritornavano,

proprio perché già era stato console. Con i re Tullio Ostilio e Tarquinio Prisco vennero ammesse al

Julii, gentes Albane minores

patriziato anche famiglie sabine ed etrusche, come i le e le cosiddette

gentes. In origine, secondo la storiografia, il patriziato era chiuso e la plebe ne era esclusa, poi sotto

clientes

Anco Marcio si espanse, forse anche per l'ammissione dei liberati con l'estinzione delle

gentes clientes.

da cui dipendevano. Il potere dei ricchi si rafforzò politicamente grazie ai Verso la

gentes

fine del V secolo risulta che alcune nobili e potenti fossero state ammesse nella cittadinanza,

soprattutto i Valerii e i Claudii.

La religione domestica, caratteristica dei patrizi, non era sviluppata in origine, mentre divenne

simbolo dei privilegi religiosi del patriziato, che rivendicava un rapporto esclusivo con la divinità,

monopolizzando il ruolo sacerdotale.

La teoria accettata dagli storici antichi è contraddetta da molti altri fattori. I nomi dei re di

Roma sono tipicamente plebei oppure non risultano far parte della nomenclatura patrizia. Inoltre, nel

primo trentennio dell'epoca repubblicana si incontrano parecchi nomi di consoli plebei.

gentes

L'appartenenza delle loro alla plebe è indicata dal esistenza di tribuni della plebe omonimi

considerato che nessun patrizio poteva accedere al tribunato della plebe. Dal 485 i nomi plebei

diventano molto più rari, per cui gli storici moderni hanno spesso ritenuto che il patriziato abbia

potuto definirsi e individuarsi nel giro di circa mezzo secolo, per poi chiudersi come casta. Gli autori

antichi narrano che nel 486 era stato console Spurio Cassio, plebeo, il quale avrebbe introdotto una

legge agraria in favore dei plebei e dei Latini, legge che assomiglia in modo evidente e sospetto alle

gens Cassia

leggi dei Gracchi, varate nel II secolo. La plebea non ricoprì la somma magistratura fino

al II secolo, mentre a Spurio Cassio sono attribuiti ben tre consolati. La società era più dinamica e

aperta a movimenti interni e integrazione di quanto possa apparire. Alcuni storici moderni ipotizzano

serrata del patriziato

la successiva al primo secolo della repubblica, in cui l'accesso alle magistrature

non era ancora esclusivo, seppure con lotte sociali, che arrivarono anche ad impedire i matrimoni

misti, mentre i non patrizi ricchi, pur potendo all'inizio diventare consoli, venivano accostati alla

plebe, esclusività che venne persa definitivamente con le leggi Licinie Sestie [366].

Le centurie

Le tribù erano organizzate in base al censo, la cui creazione è attribuita a Servio Tullio, che ha

diviso il popolo in classi con le centurie come sottodivisione. I cittadini erano inoltre divisi in gruppi

iuniores

di età, in modo che in ogni classe ci fosse lo stesso numero di (uomini tra 17 e 45 anni) e

seniores (uomini tra 46 e 60 anni di età). Sembra che questo avesse un particolare peso militare: gli

iuniores seniores

dovevano servire come fanteria d'assalto, i a difesa. Gli uomini di ogni classe erano

equipaggiati (a loro spese) con diversi tipi di armature e armi a seconda del loro posto nella

gerarchia. Il sistema delle centurie presupporrebbe una popolazione minima di 30.000 persone, che

metterebbe la Roma arcaica sullo stesso piano delle maggiori città etrusche. Le centurie erano anche

fondamentali unità di voto, ma nel modo in cui erano ripartite probabilmente era più facile per i

ricchi controllare l'esito delle votazioni.

Classe Proprietà Armatura difensiva Armi offensive Numero di Numero di Totale

(in assi) centurie centurie

iuniores seniores

100.000 40 40 80

I Elmo, scudo rotondo, Lancia, spada

schinieri, pettorale

II Elmo, scudo oblungo, Lancia, spada

75.000 10 10 20

schinieri

50.000 10 10 20

III Elmo, scudo oblungo Lancia, spada

25.000 10 10 20

IV Scudo oblungo Lancia, giavellotto

V – Fionda, pietre

11.000 15 15 30

Totale Fanteria: 170 18 Ingegneri: 2 Musicisti: 2 Proletari: 1

Equites: 193

La famiglia

Con la fine della monarchia di Tarquinio ciascun cittadino aveva parte della sovranità. Dopo la

pater familias

cacciata del re fu soprattutto il potere del a divenire più ampio. A lui era affidato il

familia

compito fondamentale di creare i nuovi cittadini. Per si intendevano non solo le persone, ma

pater familias, manus' pater

anche gli animali e le cose che sottostavano al che erano 'nella del per

tutta la vita, con il diritto del padre di giudicare e punire i figli e gli altri membri della famiglia non

solo per colpe domestiche, ma anche per reati d'ordine pubblico , avendo su tutta la propria

12

famiglia diritto di vita e di morte.

clientela

La era un istituzione arcaica, in cui il rito con cui essi entravano sotto la protezione e

Patronus

il controllo di un pater era l'adplicatio, consistente nel mettersi in ginocchio, piegarsi. e

clientes erano vincolati da reciproci obblighi, sanciti anche da leggi pubbliche. Sembra che le terre

private non fossero, alle origini, molto estese, e che, in particolare, fossero parcelle di terra dette

heredia, che passavano di padre in figlio come eredità, mentre molta parte delle terre spettava, in

epoca arcaica, alla gestione collettiva da parte delle curie. Esse potevano essere concesse in usufrutto

dai comizi curiati. I clienti potevano ottenere l'uso della terra attraverso la mediazione dei loro

possessio

patroni. Il sistema della precaria e dell'usufrutto coesistette con la proprietà privata molto a

lungo; il sistema della proprietà privata delle terre si generalizzò solo dopo l'epoca dei Gracchi.

A Roma si univa un prenome personale, di norma abbreviato ad uno gentilizio che passava di

cognomen.

padre in figlio ed era comune a varie famiglie. Col tempo si affermò anche l'uso dei i

liberti prendevano il nome dei loro ex padroni e in genere usavano il loro vecchio nome in funzione

cognomen,

di mentre i figli adottivi prendevano il nome gentilizio del padre adottivo e usavano come

cognomen un aggettivo derivante dal loro vecchio nome. Si diventava cittadini a tutti gli effetti

pater

quando il presentava pubblicamente il figlio nel Foro. Poi il nuovo cittadino era registrato nelle

liste civiche dal censore, che gli attribuiva i suoi diritti e i suoi doveri. Lo schiavo veniva liberato

manumissio,

quando e se il padrone lo voleva, attraverso la presentandolo come liberto al magistrato.

Le donne portavano solo il nome gentilizio, non potevano votare né accedere alle magistrature, e non

potevano agire in prima persona in ambito giuridico: per loro agivano il padre oppure il marito. Solo

confarreatio,

le Vestali avevano una capacità giuridica personale. Il matrimonio solenne era la tipico

coemptio.

delle famiglie patrizie, ed esisteva un matrimonio più semplice: la Entrambi i coniugi

potevano chiedere il divorzio rivolgendosi al magistrato.

I sacerdoti

In campo religioso avevano capacità di agire non solo i sacerdoti, ma anche i magistrati, il

flamines. pontifices,

popolo e il Senato. I più antichi sacerdozi erano quelli dei Poi c'erano i guidati

pontifex maximus,

dal esperti di diritto, sia religioso che civile, che registravano i prodigi, i nomi dei

pontifex maximus

consoli, le crisi alimentari e poche altre informazioni; il sceglieva le Vestali e

augures

controllava il loro comportamento. Gli erano un ristretto collegio di esperti

nell'interpretazione del volo degli uccelli e di prodigi, incaricati di inaugurare monumenti, e di

aruspices

bloccare, se necessario, le attività pubbliche per motivi religiosi. Gli invece erano esperti

etruschi, chiamati in casi eccezionali per dare la loro consulenza su prodigi e problemi religiosi. Una

duumviri, decemviri quindecemviri sacris

certa importanza aveva anche il collegio dei poi ed infine

faciundis, libri sibyllini,

incaricati talora dal Senato di consultare i sibillini, che contenevano oracoli e

profezie attribuiti alla Sibilla Cumana, che venivano consultati in caso di prodigi celesti, per trovare il

modo di placare l'ira divina.

Vedi la vicenda di Spurio Cassio e dei figli di Bruto che, avendo il padre liberato Roma da Tarquinio, cospirarono a favore di

12 quest'ultimo e vennero uccisi dal padre.

L'anno romano exactis),

A partire dalla cacciata dei re (regibus si calcolava la cronologia assoluta a partire dal

509, fondandosi sulla successione annuale delle coppie di consoli, che dava il nome all'anno. In tal

modo otteniamo una cronologia abbastanza precisa, anche se lo stesso Tito Livio sapeva che le

famiglie illustri e poi gli storici falsificarono talora gli elenchi dei magistrati e dei trionfi, per attribuirsi

Urbe condita),

maggiori glorie. Meno usato era il calcolo dalla fondazione di Roma (ab la cui data fu

fissata al 753 da Varrone.

L'anno romano aveva in origine 355 giorni, divisi in 12 mesi: marzo, maggio, luglio e ottobre

di 31 giorni, febbraio di 28 e gli altri di 29 giorni. L'anno iniziava il 1 marzo e i consoli entravano in

carica il 15 dello stesso mese. Ad anni alterni di aggiungevano 22 o 23 giorni, cioè il cosiddetto mese

Kalendae

intercalare. Per calcolare le date, si usavano tre giorni di riferimento: le (il 1 dei mese), delle

Nonae Idus

(il 5 del mese) e delle (il 13 del mese); nei mesi da 31 giorni None e Idi cadevano però il

Nundine:

7 e il 15. Ogni 8 giorni cadevano le giorni di mercato. I calendari indicavano alcuni giorni

nefasti,

dell'anno come per motivi religiosi, nei quali non era lecito riunire i comizi e svolgere

processi.

La questione sociale

Nello spazio di mezza generazione dalla fondazione della repubblica i ricchi acquisirono uno

strapotere intollerabile nei confronti dei poveri e un movimento democratico guidò le masse alla

clientes.

prima secessione. Il potere dei ricchi inoltre si rafforzò politicamente grazie ai Il conflitto tra

patrizi e plebei ha tra le sue cause portanti:

La questione dell'indebitamento

"Ma incombeva la minaccia della guerra coi Volsci, e la città in se stessa

[Livio II, 23-24]

discorde ardeva del reciproco odio fra patrizi e plebei, soprattutto a motivo della schiavitù

per debiti [nexum]. La libertà della plebe era più sicura in guerra che in pace, tra i nemici che

tra i cittadini. Questo malcontento che già spontaneamente andava crescendo divampò allo

spettacolo delle sofferente di un uomo. Si precipitò nel foro un vecchio con i segni di tutte le

sue sventure: le vesti erano logore e sordide, orribile l'aspetto del corpo consunto dal pallore

e dalla macilenza, inoltre la barba e i capelli incolti davano al volto un'apparenza selvaggia .

13

Ma pur in tanta deformità alcuni lo riconoscevano, dicevano che era stato centurione; egli

stesso ostentava sul petto le cicatrici, a testimonianza delle battaglie sostenute con onore .

14

Essendosi riunita intorno una gran folla, quasi a guisa di un'assemblea, e chiedendogli tutti

ragione di quell'aspetto deforme, il vecchio disse che mentre era alle armi nella guerra

sabina, poiché in seguito alle devastazioni della campagna non solo era andato perduto il

raccolto, ma gli era stata saccheggiata ogni cosa e imposto il tributo di guerra in un momento

per lui così critico, era stato costretto ad indebitarsi. Questo debito, moltiplicato dall'usura,

aveva spogliato dapprima del campo paterno ed avito, poi degli altri beni, ed infine il

creditore l'aveva costretto non alla schiavitù ma all'ergastolo e alle torture. Cosi dicendo

mostrò il dorso deturpato da recenti segni di frustate. A queste parole e a questa vista sorge

un grande clamore, che si propaga per tutta la città. I prigionieri per debiti, incatenati o liberi

dalle catene, da ogni parte irrompono fuori nelle strade implorano la protezione dei Quiriti.

Da ogni luogo accorrono spontaneamente nuovi rivoltosi, e numerosi gruppi per tutte le

strade corrono gridando verso il foro. I patrizi che per caso erano nel foro al sopraggiungere

di quella turba corsero un grave pericolo, e sicuramente si sarebbe venuti alle mani, se i

consoli Publio Servilio e Appio Claudio non fossero prontamente intervenuti a sedare il

La mancanza di cura del corpo è un atto a suscitare pietà per chi ne è afflitto e sdegno per il colpevole.

topos del lutto,

13 Ostentare le cicatrici è un che ha combattuto con onore: chi ne ha di più viene più facilmente ascoltato per

topos del buon soldato

14 autorità naturale, Vedi il caso di Caio Mario.

ex virtute nobilitas.

tumulto. I senatori, che il caso aveva fatto capitare davanti, furono radunati dai consoli: gli

altri la paura teneva lontani e il senato non poteva prendere alcuna deliberazione, mancando

il numero legale. Allora la folla cominciò a pensare che si volesse prenderla in giro. Già si era

vicini al punto che neppure l'autorità dei consoli sarebbe valsa a trattenere l'ira della folla,

quando i senatori finalmente affluiscono nella curia; ma non vi era accordo fra i senatori e

neppure fra gli stessi consoli: secondo Appio, uomo di natura impetuosa, arrestandone uno

o due gli altri si sarebbero calmati; Servilio invece, più incline a soluzioni concilianti,

pensava che fosse cosa più sicura e più facile convincere anziché piegare di forza gli animi.

In questo frangente giungono al galoppo dei cavalieri latini ad annunciare che i Volsci

marciano per attaccare Roma. La notizia produsse un effetto opposto nei patrizi e nei plebei:

la plebe esultava di gioia, diceva che gli dei facevano vendetta della prepotenza dei patrizi,

l'un l'altro si incoraggiavano a non arruolarsi." nexum,

A partire dalle guerre sannitiche l'indebitamento non implicò più il semplice grazie al

clientes,

quale i debitori diventavano ma la vera e propria schiavitù.

Manlio Capitolino, l'eroico difensore del Campidoglio ai tempo della prima

[Livio VI, 11-20]

invasione gallica, propose forse di ridurre o addirittura cancellare i debiti, accusando i senatori di

essersi accaparrati il tesoro gallico, ma si era poi limitato ad usare le proprie risorse per liberare i

concittadini dal rovinoso gravame dei debiti; ma si scontrò con I'ostilità tanto del senato che dei

tribuni della plebe, per cui l'eventualità di un regime personalistico era anche da costoro avvertito

adfectatio regni,

come un rischio: Manlio tu accusato di processato per tradimento e giustiziato.

Del problema dell'indebitamento probabilmente si occuparono anche le leggi Liciniae Sestiae

[367]. Durante tutto il IV secolo ci furono agitazioni per la questione dei debiti, finché nel 326 con

lex Petelia,

una preceduta da una vicenda di tentato stupro al quale seguì una rivolta popolare, venne

nexum.

abolito il

L'ammissione dei plebei alla magistratura

Per impedire le rivendicazioni della plebe i patrizi lanciano un'altra spedizione militare (contro

gli Equi, per la quale viene nominato un dittatore) per evitare di congedare l'esercito. In questa fase si

colloca la secessione della plebe.

"I senatori furono presi dal timore che, se fosse congedato l'esercito, di nuovo

[Livio II, 32-34]

avessero luogo riunioni segrete e complotti. Perciò, col pretesto di una nuova guerra da parte

degli Equi ordinarono di far uscire le legioni dalla città. Questo fatto affrettò la rivolta. Si

dice che dapprima abbiano pensato di uccidere i consoli, in modo da essere sciolti dal

giuramento ma resi edotti poi che con un delitto non si poteva in alcun modo estinguere un

obbligo religioso, si ritirarono sul monte Sacro, che si trova al di là del fiume Aniene; questa

versione è più diffusa dell'altra secondo cui la secessione sarebbe avvenuta sull'Aventino.

Grande era lo sgomento in città: la plebe abbandonata dai suoi uomini temeva violenze da

parte dei patrizi, i quali temevano la plebe rimasta in città. Che cosa sarebbe avvenuto se nel

frattempo fosse sorta una guerra esterna? Nessuna speranza davvero rimaneva se non nella

concordia dei cittadini: fu deciso dunque di mandare a trattare con la plebe Menino

Agrippa, uomo eloquente e caro al popolo, essendo di origine plebea. Questi, paragonando

la sedizione interna del corpo all'ira della plebe contro i patrizi, riuscì a piegare gli animi.

Cominciarono allora le trattative per il ritorno della concordia , e nei patti fu accordato

15

alla plebe di avere propri magistrati inviolabili, ai quali era riconosciuto il diritto di

intercedere in favore della plebe contro le decisioni dei consoli, e fu stabilito che nessun

patrizio potesse accedere a quella magistratura. Cosi furono nominati due tribuni della

plebe, Gaio Licinio e Lucio Albino. Essi scelsero tre colleghi, e risulta che fra questi vi era

Sicinio, promotore della rivolta."

Topos della concordia.

15 leggi Liciniae Sestiae

Con le [366] si apre anche ai plebei il consolato. Si parla quindi di una

homines novi:

nobilitas patrizio-plebea che è aperta anche agli basta avere un antenato console per

essere considerati nobili.

Il prezzo del grano

"Durante la secessione della plebe avevano assunto il consolato Spurio Cassio

[Livio II, 33-34]

e Postumio Cominio. Nello stesso anno morì Menino Agrippa, uomo egualmente caro per

tutta la sua vita sia ai patrizi che ai plebei, e dopo la secessione divenuto ancor più caro alla

plebei; la plebe provvide alle spese della sepoltura.

Furono successivamente nominati consoli Tito Geganio e Publio Minucio. In quell'anno,

mentre all'esterno non vi era alcuna minaccia di guerra e all'interno era stata composta la

discordia, un'altra calamità ancor più grave si abbatté sulla città, la carestia, essendo i campi

rimasti incolti durante la secessione della plebe, e poi la fame. I consoli avevano provveduto

mandando in varie parti emissari a comprare grano, non solo in Etruria, lungo il territorio

dei Volsci a Cuma, ma perfino in Sicilia; a tal punto l'ostilità dei popoli vicini aveva costretto

a ricorrere all'aiuto dei più lontani. [Solo] dall'Etruria giunse del grano, e con questo si poté

16

sfamare la plebe." "Poi sotto il consolato di Marco Minucio ed Aulo Sempronio fu trasportata

[Livio II, 34, 7 segg.]

una grande quantità di frumento dalla Sicilia, e fu discusso in senato a quale prezzo si

dovesse distribuire alla plebe. Tra i primi Marcio Coriolano, nemico del potere tribunizio,

disse: «Se vogliono il grano al vecchio prezzo, restituiscano gli antichi diritti ai patrizi.» Al

senato stesso parve troppo dura la proposta, e la plebe per poco non fu spinta

dall'indignazione a prendere le armi: si cercava ormai di farla capitolare per fame, se non

venivano consegnati i tribuni in catene a Gaio Marcio, se non gli veniva data la

soddisfazione di frustare la plebe romana: mentre usciva dalla curia l'avrebbero assalito, se i

tribuni molto opportunamente non lo avessero chiamato a comparire in senato. Allora le ire

si placarono. Ma la plebe era cosi ostile e minacciosa, che i patrizi si videro costretti a

scaricasi dell'odio con la pena di un solo. Tentarono dapprima di mandare a vuoto la cosa,

poi si fecero avanti tutti insieme, pregando la plebe di accordare loro almeno la grazia come

a un colpevole per un solo cittadino, ma non essendosi Coriolano presentato il giorno fissato

per il giudizio, il popolo perseverò nell'ira. Condannato in contumacia andò in esilio fra i

Volsci, già fin d'allora nutrendo fieri propositi ostili."

Spurio Melio, nel 439 comprò grano in Etruria per rivenderlo a Roma a prezzi ribassati, e per

questo fu accusato di cercare potere personale.

La spartizione dell'Ager Publicus

"Furono poi eletti consoli Spurio Cassio [al terzo mandato] e Proculo Virginio

[Livio II, 41-42]

[486]. Fu conchiuso un trattato cogli Ernici, in virtù del quale venivano tolti loro due terzi del

territorio. Il console Cassio aveva intenzione di spartire quel terreno metà fra i Latini e metà

fra la plebe, oltre la parte di quell'agro pubblico che lamentava fosse tenuto in possesso da

privati. Questo provvedimento invero spaventava molti patrizi, che essendo i possessori

vedevano in pericolo la propria fortuna. Ma vi era nei patrizi anche una preoccupazione che

con le elargizioni il console si acquistasse un potere pericoloso per la libertà. Allora per la

prima volta fu proposta la legge agraria [da Spurio Cassio]. L'altro console si opponeva alle

elargizioni, con l'appoggio dei patrizi e col favore anche di una parte della plebe, che subito

aveva visto di mal occhio l'estendersi del beneficio dai cittadini romani agli alleati. Virginio

aveva già cominciato ad acquistale popolarità sconsigliando e contrastando la legge agraria;

allora entrambi i consoli andarono a gara nel blandire la plebe; Virginio diceva che avrebbe

acconsentito all'assegnazione delle terre, purché non andassero ad alcuno che non fosse

cittadino romano. Cassio, poiché con la sua proposta di legge agraria si era ingraziati bensì

Vedi la vicenda di Spurio Melio.

16 gli alleati, ma per ciò stesso era decaduto nella stima dei concittadini, per riacquistarne il

favore con un'altra concessione propose di rimborsare al popolo il prezzo pagato per il grano

siciliano; la plebe respinse la proposta, a tal punto era radicato negli animi dei cittadini il

sospetto del regno , che rifiutarono il dono di Cassio, quasi fossero nell'abbondanza. Che

17

Cassio appena uscito di carica sia stato condannato e giustiziato è cosa concordemente

attestata. Alcuni dicono che il padre fu il promotore della pena; istruito un processo

domestico, lo avrebbe fatto frustare e uccidere, e avrebbe offerto il patrimonio del figlio a

Cerere. Altri storici narrano, e la cosa mi sembra più attendibile, che Cassio fu citato in

giudizio dai questori Cesone Fabio e Lucio Valerio sotto l'accusa di alto tradimento, fu

condannato dal giudizio del popolo.

Non a lungo durò l'ira della plebe contro Cassio: l'attrattiva che la legge agraria esercitava

di per se stessa si insinuava negli animi, e il desiderio ne fu riacceso dalla grettezza dei

patrizi, che quell'anno vinti i Volsci e gli Equi defraudarono i soldati del bottino. Tutta la

preda tolta ai nemici il console Fabio la vendette a profitto del pubblico erario. L'operato del

console rese inviso alla plebe il nome dei Fabi; tuttavia i patrizi riuscirono a far eleggere

console Fabio con Lucio Emilio Cesone. La plebe in seguito a ciò divenne ancor più ostile, e

con la sedizione in patria attirò una guerra esterna. La guerra allora fece sospendere le

discordie intestine : i patrizi e la plebe concordi vinsero in una fortunata battaglia, sotto il

18

comando di Emilio, i Volsci e gli Equi che avevano ripreso le armi. Quell'anno fu consacrato

il tempio di Castore. Anche in quell'anno gli animi della plebe furono allettati dalla

seduzione della legge agraria. I tribuni della plebe cercavano di accrescere la popolarità del

loro potere con la legge popolare; i patrizi, pensando che nella massa vi già abbastanza ed

anche troppo furore pur senza il miraggio di un guadagno, paventavano le largizioni, come

incitamento alla turbolenza."

Sotto la specie economica, la contesa tra patrizi e plebei sarebbe simboleggiata dalle differenze

publicus:

nei modi di sfruttamento dell'ager i patrizi, che avrebbero lottato per l'accaparramento di

porzioni sempre più ampie di terra da sfruttare mediante forme di lavoro dipendente, basato sulla

manodopera di liberi senza terra, confluiti poi nella clientela del patriziato, e i plebei, che aspiravano

alla distribuzione dell'agro pubblico in lotti in proprietà privata.

tramite concessioni alla plebe, che si ritrova, oltre che nella vicenda di Spurio Cassio, anche in

Topos del tentativo di potere personale

17 • Manlio Capitolino, con la questione dell'indebitamento e riduzione in schiavitù per debiti all'inizio del VI secolo,

• Spurio Melio, che nel 439 aveva comprato grano in Etruria per rivenderlo a Roma a prezzi ribassati,

• Tiberio Gracco, che propose una legge agraria simile in cui le terre venivano concesse anche ai Latini,

• Gaio Gracco, per l'approvvigionamento del grano,

• e nell'orazione di Cicerone contro Rullo,

tanto da far ipotizzare una proiezione sul passato di tematiche più vicine agli autori.

interna contro i nemici esterni, che casualmente compaiono nei momenti di maggiori scontri sociali.

Topos della concordia

18

Dal Decemvirato alla Seconda Guerra Punica

Il Decemvirato legislativo e le sue conseguenze

Il decemvirato e le leggi delle XII tavole

L'autentico momento rivoluzionario nella lotta socio-politica tra gli ordini durante il V secolo è

decemvirato legislativo,

da più parti individuato nell'azione del sotto molte specie svolta risolutiva a

uno stato di tensione tra patriziato e plebe di cui, pur in questa fase piuttosto risalente, si vorrebbero

già individuare motivazioni economiche. La contrazione economica, vistosamente evidenziata dai

dato archeologico e successiva alla fine del periodo monarchico, dovette colpire in modo

drammatico i piccoli proprietari, gli artigiani, i commercianti, le cui attività in special modo

risultarono danneggiate dal declino degli scambi, testimoniato per la metà del V secolo dalla

pressoché totale scomparsa di ceramica attica a Roma (le importazioni riprenderanno solo alla fine

del secolo).

Se i risultati meramente politici di una legislazione mirante ad erodere le barriere tra i due

ordini diventavano strumento di autoaffermazione da parte dei plebei ricchi, d'altra parte gli

immediati risvolti economici di alcune conquiste alleviavano le condizioni del popolo minuto,

leggi delle XII Tavole

spesso vittima dell'arbitrio dei magistrati patrizi. La codificazione delle è

giustamente ascritta dalla stessa tradizione storiografica alla vicenda della lotta tra patriziato e plebe,

che si dice iniziata proprio al principio del V secolo, con la prima e più famosa tra le cinque

secessioni operate dalla plebe tra 494 e 287 a.C.

"In quell'anno [462] era tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa. Egli, pensando

[Livio III, 9-10]

che l'assenza dei consoli [in guerra contro i Volsci] offrisse un'occasione propizia per le

iniziative tribunizie, dopo aver attaccato per alcuni giorni presso la plebe la prepotenza dei

patrizi, si scagliava soprattutto contro il potere consolare, come eccessivo e intollerabile per

una città libera. Diceva che di fatto era quasi più duro del potere regio: invero avevano due

padroni invece di uno solo. Perché il loro arbitrio non durasse in eterno, egli avrebbe

presentata una proposta di legge perché fosse nominata una commissione di cinque membri

incaricata di definire le attribuzioni del potere consolare, e console non avrebbe più avuto

come legge il capriccio e l'arbitrio personale. In seguito alla presentazione di questa legge,

mentre i patrizi temevano di dover sottostare a quel giogo essendo assenti i consoli, il senato

fu convocato dal prefetto della città., Quinto Fabio, il quale si scagliò violentemente contro la

proposta e contro il suo autore. I tribuni allora fecero opera di persuasione presso Terentilio e

i consoli furono subito richiamati, in modo che la proposta, in apparenza soltanto differita, in

realtà fu abbandonata.

[Il console] Lucrezio ritornò con un grande bottino e con gloria ancor maggiore. Tutti

erano d'accordo al console spettava il trionfo; ma questo fu differito perché il tribuno aveva

presentata la sua proposta di legge, quale era cosa più importante da trattare. La questione

fu discussa per alcuni giorni sia in senato che all'assemblea popolare; infine il tribuno cedette

davanti all'autorità del console e desistette dall'azione.

L'anno seguente i nuovi consoli subirono nuovamente l'attacco della legge Terentilia,

proposta stavolta da tutto il collegio dei tribuni; erano consoli Publio Volumnio e Servio

Sulpicio. In quell'anno fu visto il cielo ardere, e la terra scossa da un forte tremore, fra gli

altri prodigi. I libri sibillini furono consultati dai duumviri preposti alle cose sacre; fa

predetto che da parte di on grappo di stranieri incombeva il pericolo di assalti e di stragi

sulle parti più elevate della città. Fra l'altro vi era il monito di astenersi dalle sedizioni: i

tribuni accusavano i patrizi di averlo inserito per ostacolare la legge Terentilia, e si andava

avvicinando un'aspra contesa.

Ecco che gli Ernici annunziarono che i Volsci e gli Equi stavano ricostituendo gli eserciti:

venne decretata la leva. Ai consoli fu ordinato di dividersi la condotta della guerra, in modo

che all'uno toccasse il fronte volsco, all’altro quello equo. I tribuni nel foro pubblicamente

gridavano che la guerra volsca era una commedia preparata ad arte, e che gli Ernici avevano

recitato una parte concordata. Ormai la libertà del popolo romano veniva neppure soffocata

con lotta aperta, ma veniva elusa con l'astuzia. La guerra veniva dichiarata agli Anziati 1

innocenti, ma in realtà era condotta contro la plebe, vendicandosi dei tribuni con l'esilio e la

relegazione dei cittadini. Dall'altra parte i consoli tenevano la leva. I tribuni accorrono colà e

subito ne nacque tumulto. Ad ogni riunione dell'assemblea popolare la rissa incominciava

quando i tribuni ordinavano popolo di lasciare libero lo spazio per il voto, in quanto i patrizi

si rifiutavano di allontanarsi."

"La necessità costrinse i patrizi ad accettare questa condizione: mossero soltanto

[Livio III, 30]

questa eccezione, che non dovessero più vedere rieletti gli stessi tribuni."

"L'anno seguente furono eletti consoli Marco Valerio e Spurio Virginio. In

[Livio III, 31-33]

patria e fuori regnò la calma: a causa di piogge eccessive si ebbe penuria di viveri. Fu

approvata una legge [Icilia] per riassegnazione dell'Aventino al popolo [lex Icilia de Aventino

publicando, 456 ], furono rieletti gli stessi tribuni della plebe. Questi l'anno seguente, sotto il

2

consolato di Tito Romilio e Gaio Veturio, in tutti i loro discorsi pubblici facevano

propaganda per la legge. Sopraggiunsero da Tuscolo dei messi in grande affanno ad

annunziare che gli Equi erano nel loro territorio. Ambedue i consoli usciti con l'esercito

trovarono il nemico nella sua solita sede, l'Algido. Qui si svolse una battaglia. Fu conquistato

un grande bottino: i consoli lo vendettero per rinsanguare l'erario esausto. Tuttavia questo

fatto riuscì odioso all'esercito , e offrì pretesto ai tribuni di accusare i consoli presso la plebe.

3

Perciò, appena usciti di carica, sotto il consolato di Spurio Tarpeio e Aulo Aternio, furono

citati in giudizio. Entrambi furono condannati, con grande indignazione dei patrizi, ad una

multa. Ma questa disgrazia dei consoli uscenti non intimidì i nuovi consoli.

I tribuni allora cominciarono a tenere una condotta più conciliante verso i patrizi: se le

leggi proposte dalla plebe non piacevano, consentissero almeno che fossero nominati in

comune dei legislatori tratti sia dalla plebe che dai patrizi, i quali stabilissero delle leggi

vantaggiose ad entrambe le parti e tali da rendere uguale per tutti la libertà. I patrizi non

respingevano l'idea. Fu mandata ad Atene un'ambasceria con l'incarico di trascrivere le

famose leggi di Solone .

4

L'anno trascorse non turbato da guerre esterne, e più tranquillo ancora il seguente, sotto

il consolato di Publio Curiazio e Sesto Quintilio; si abbatterono su Roma

contemporaneamente due gravi calamità: una carestia ed una pestilenza letale per gli uomini

e per il bestiame. Successivamente furono eletti consoli Gaio Menino e Publio Sestio

Capitolino. Neppure in quell'anno [451] vi furono guerre esterne, ma in patria sorsero delle

agitazioni: essendo tornati gli ambasciatori, i tribuni insistevano perché finalmente si desse

inizio alla redazione delle leggi. Fu deciso di nominare dei decemviri con potere senza

possibilità di appello [sine provocatione], e di non eleggere in quell'anno altri magistrati. Si

discusse a lungo se dovessero essere ammessi anche dei plebei, ma infine i tribuni cedettero

ai patrizi su questo punto, a patto che rimanessero in vigore la legge Icilia circa l'Aventino e

le altre leggi sacrali.

Dopo un felice inizio quella magistratura si sfrenò eccessivamente; perciò cadde

rapidamente, e si preferì ad affidare a due soli uomini il titolo e l'autorità di consoli. La

presidenza del collegio spettò ad Appio Claudio, col favore della plebe; egli

improvvisamente diventato fautore della plebe. Ciascuno dei decemviri amministrava la

giustizia al popolo ogni dieci giorni. Oltre ad agire in piena concordia fra di loro,

mantenevano una grande equità verso gli altri."

Il prodotto di questa prima commissione decemvirale furono dieci tavole, il cui contenuto

venne approvato dai comizi centuriati. Il contenuto delle leggi venne messo per iscritto su tavole di

bronzo o di legno, affisse nel Foro perché fossero a tutti visibili. Non ci sono giunte – la tradizione le

Anzio è qui presentata come colonia romana, ma storicamente era città volsca.

1 Legge con cui l'Aventino rimaneva fuori dal pomerio, che stabiliva la vendita di terreni su quel colle, destinati alla costruzione di

2 case per i plebei; sembrerebbe rimandare ad una vittoria della plebe, che reclamava il diritto di fruire di appezzamenti dell'agro

pubblico contro i patrizi allevatori desiderosi di sfruttarlo per il pascolo.

Problema dell'impiego del bottino: gli eserciti si aspettavano vantaggi concreti dalle guerre, quali la distribuzione del bottino, che li

3 induceva più facilmente a combattere; il bottino però doveva essere versato nell'erario tutto o in parte, in ogni caso provocando

il risentimento dei soldati.

[Cicerone, 2, 25, 64] riconosce la derivazione delle leggi delle XII tavole da quelle di Solone.

Leg.

4

vuole perite nell'incendio gallico del 390 –, ma moltissimi autori latini posteriori ci hanno

tramandato gran parte del loro contenuto.

Le leggi non erano una vera codificazione, ma si concentravano solo su alcune aree, come

nexum,

eredità, schiavitù, furti, acquisizioni di proprietà. Esse fissavano i principali diritti e doveri

nell'ambito dei diritto privato, concernenti la proprietà e la famiglia, entro la quale si introducevano

potestas pater familias,

limiti alla del compresa quella sui figli maschi adulti, ovvero il diritto di vita e

pecunium,

di morte e la proprietà dei loro beni (classificati anch'essi come i beni che si lasciavano

usum

accumulare agli schiavi), e maggiore libertà per la moglie in tema di matrimoniale. Le norme

severe per la salvaguardia dei raccolti, del bestiame e delle proprietà in genere ci restituiscono i tratti

essenziali di una società contadina arcaica, la cui ricchezza si fondava esclusivamente

sull'agricoltura, come si evince anche dalle festività, una società in cui permaneva la legge del

trans

taglione e la spietata severità nei confronti dei debitori insolventi, che potevano essere venduti

Tiberim o essere in condizione di dipendenza (clientes). Trattavano anche della schiavitù domestica,

ma non quella rurale, la schiavitù da guerra e la nascita da schiave (verna). I riferimenti all'aes

signatum fanno pensare ad un economia pre-monetaria, dove il metallo veniva pesato durante le

publicus,

transazioni per il suo valore intrinseco; nessuna menzione dell'ager questa categoria di

actiones,

terreni non poteva essere significativamente estesa. Le le formule verbali con cui si

conducevano le azioni giudiziarie, restavano esclusivo appannaggio dei pontefici patrizi. Inoltre, il

divieto di matrimonio tra patrizi e plebei sembra davvero l'estremo tentativo, da parte patrizia, di

formare una casta chiusa, forse per rispondere ai primi tentativi di fusione tra i ordini.

Ma poiché l'opera non era ancora terminata, l'anno successivo venne creata una seconda

commissione, del tutto rivoluzionata nei suoi componenti, tranne che per il capo, Appio Claudio , e

5

includente dei plebei . Questa commissione fu però iniqua, e inique furono pure le due ultime

6

tavole, che ribadivano la schiavitù per debiti e davano sanzione legale al divieto di matrimonio tra

patrizi e plebei . Si rese necessaria una nuova secessione plebea per scacciare i dieci commissari,

7 tyranni,

divenuti quasi dei poiché aspirarono a mantenersi al potere arbitrariamente anche nel 449.

Emblematica del comportamento dei decemviri della seconda commissione è la vicenda di Appio

Claudio, che insidiò la giovane plebea Virginia , figlia di

8

"Lucio Virginio, che era comandante di una centuria scelta sull'Algido, uomo

[Livio III, 44-49]

esemplare come cittadino e come soldato, e nello stesso modo giusto aveva educato i figli.

Virginia era promessa sposa al tribuno Lucio Icilio, uomo animoso e di provato valore nella

difesa della causa della plebe. Appio, pazzo di amore per questa fanciulla, già pronta per le

nozze e bellissima, tentò di adescarla col denaro e colle lusinghe, ma quando vide che ogni

via gli era preclusa dalla pudicizia, mentre la fanciulla si recava nel foro, un suo cliente le

pose le mani addosso, dicendola figlia di una sua schiava e ordinandole di seguirlo: se

rifiutava l'avrebbe trascinata via con la forza. Mentre la fanciulla era immobile per lo

stupore, alle grida della nutrice invocava l'aiuto dei cittadini accorse gente: i nomi popolari

del padre Virginio e del fidanzato Icilio correvano sulle bocche di tutti. I conoscenti per

simpatia, gli altri indignazione prendono le parti della vergine. Già la fanciulla era al sicuro

dalla violenza, quando colui che ne rivendicava la proprietà disse che vana era l'eccitazione

della folla: quindi chiama la fanciulla in giudizio. Appio rimanendo ostinato nel suo

proposito decretò che Virginia venisse aggiudicata a chi la richiedeva come schiava. Virginio

tendendo le mani verso Appio disse: «A Icilio, o Appio, non a te ho promessa la figlia, e per

le nozze, non per il disonore l'ho educata». Il decemviro era sceso nel foro con una scorta

armata, la folla si scostò alle minacce e la fanciulla rimase abbandonata in balia della

violenza. Allora Virginio, vedendosi privo di appoggio, preso un coltello disse: «O figlia,

La figura di Appio Claudio, con i suoi tratti tirannici, è considerata riflesso retrospettivo dell'odio suscitato dall'operato giudicato

5 demagogico, dell'omonimo censore dei 312.

Sarebbe del tutto inventata, stando al parere degli studiosi moderni, l'inclusione di elementi plebei nella seconda commissione,

6 anche perché solo i patrizi godevano del privilegio di trattare il diritto.

Legge abolita nel 445 dal tribuno Canuleio.

7 la libidine è caratteristica tipica del tiranno. Vedi anche la vicenda

Topos della violenza sessuale come simbolo di iniquità anche politica:

8 di Sesto Tarquinio.

nell'unico modo che mi è possibile io ti rendo la libertà» , poi trafigge la fanciulla nel petto.

9

Appio ordina di arrestare Virginio. La moltitudine si solleva, mossa sia dall'atrocità del

delitto e sia dalla speranza che questo sia il momento propizio per riconquistare la libertà."

"Il senato decretò che i decemviri immediatamente deponessero la carica, che il

[Livio III, 54]

pontefice massimo Quinto Furio presiedesse i comizi per rielezione dei tribuni della plebe, e

che nessuno venisse punito per la secessione. I comizi eleggono i tribuni della plebe: prima,

di tutti Ludo Virginio, poi Ludo Icilio e Publio Numitorio, zio di Virginia, i promotori della

secessione, [e altri]."

Il carattere epocale della riguadagnata libertà viene narrato quasi come una gara ad esprimere

maggiormente la gioia.

"Nelle elezioni tenute dall'intero popolo furono poi proclamati consoli Lucio

[Livio III, 55]

Valerio e Marco Orazio, che subito presero possesso della carica [449]. Il loro consolato fu

favorevole alla plebe. Prima di tutto, essendo controversa la questione di diritto se i patrizi

erano tenuti o meno ad osservare le deliberazioni della plebe, i consoli fecero approvare dai

comizi centuriati una legge secondo cui le deliberazioni prese dalla plebe nei comizi tributi

vincolavano tutto il popolo , la qual legge offrì un'arma potentissima alle proposte dei

10

tribuni. Inoltre un'altra legge consolare, quella sul diritto di appello al popolo [provocatio ad

populum ], il più sicuro presidio della libertà, soppressa dal governo decemvirale, non solo

11

la ristabilirono, ma anche la garantirono per il futuro, istituendo una nuova legge secondo la

quale nessuno poteva nominare un magistrato con potere inappellabile; chi avesse nominato

un tale magistrato poteva legittimamente venire ucciso. Vollero che anche ai tribuni fosse di

nuovo riconosciuta l'inviolabilità. I giuristi sostengono che la legge non rendeva nessuno

inviolabile, ma che semplicemente colui il quale aveva recato offesa ad uno dei magistrati

predetti veniva considerato maledetto. Tutti questi provvedimenti furono approvati contro la

volontà dei patrizi, ma senza una loro aperta opposizione."

La questione del potere dei magistrati non venne quindi risolta, come auspicato, dalle leggi

populus

leggi Valerie Orazie,

delle XII tavole, ma dalle con le quali si sanciva la validità per tutto il

plebiscita, provocatio,

dei che avrebbero così acquisito forza di legge, si reintroduceva l'istituto della

sacertas

si minacciava la a chi avesse osato oltraggiare in qualche modo i magistrati plebei; infine i

senatus consulta dovevano essere depositati, a cura degli edili plebei, in un archivio speciale nel

tempio di Cerere.

Concordia ordinum e leggi Liciniae Sestiae

tribuni militari con potestà consolare,

Dal 444 al 367 si alternarono al governo consoli e che

avevano prerogative inferiori a quelle dei consoli (auspici inferiori, niente posti d'onore in senato, né

ius imaginarium laticlavium,

il o il diritto di portare il non potevano nemmeno nominare un dittatore

se non previo il parere degli àuguri, né celebrare il trionfo).

Immagine teatrale, il padre/maschera parla circondato dal popolo/coro, una coloritura drammatica atta a suscitare sdegno e

topos:

9 pietà nel pubblico, inserita da Livio con grande abilità artistica, o forse da fonte teatrale.

La legge Valeria-Orazia sulla validità per tutto il popolo delle deliberazioni dei comizi tributi viene da molti storici considerata

10 come un'anticipazione della del 339 e della ma l'esistenza di altri plebisciti aventi valore di legge anteriori

lex Publilia lex Hortensia,

al 339 dimostra che nella tradizione vi deve essere almeno qualcosa di vero, anche se è difficile precisare in quale misura la legge

Valeria-Orazia si differenziasse dalle precedenti.

Anche la legge Valeria-Orazia sulla è discussa, poiché la tradizione la assegnava già a Valerio Publicola nel 509. Una terza

provocatio

11 (di Valerio Corvo) sullo stesso argomento è del 300, e stabiliva sanzioni nei riguardi del magistrato che avesse fustigato

lex Valeria

o ucciso un cittadino senza concedergli il diritto di appello al popolo, mentre la precedente non indicava sanzioni. Rispetto al

contenuto, quella del 449 ristabilirebbe una preesistente (del 509), mentre quella del 300 entrerebbe maggiormente nei dettagli,

forse anche perché le precedenti erano cadute in disuso (come Tiberio Gracco avrebbe riproposto le leggi Licinie Sestie perché

in disuso). Secondo alcuni può essere però una proiezione successiva della volontà della Valeria di associare il proprio nome

gens

ad un certo tipo di politica, come sembrerebbe indicare il fatto che una delle fonti principali di Livio è l'annalista Valerio Anziate,

oltre che una duplicazione storica per l'espansione del passato, e ciò indicherebbe una certa ingenuità di Livio di fronte alle

problematiche riguardanti delle fonti, oppure la necessità di semplificare i dettagli giuridici. Inoltre anche una o più leggi Porcie

forse del 197, da attribuire all'iniziativa di Marco Porcio Catone, che inasprì le sanzioni contro i chi frusta o uccide un cittadino

stabilendo probabilmente la pena capitale, e una del 132 sono associate all'istituzione della

lex Sempronia provocatio.

"Dopo lunghi discorsi la discussione essendo degenerata in alterco, al tribuno

[Livio IV, 6-7]

che domandava perché un plebeo non dovesse diventare console fu risposto forse con verità,

ma certo poco opportunamente in quel momento di tensione, che nessun plebeo aveva il

diritto di auspicio, e perciò i decemviri avevano vietato i matrimoni misti, perché gli auspici

non fossero turbati nel caso di incerta discendenza. A queste parole l'indignazione della

plebe giunse al colmo.

Ma avendo Canuleio acquistata grande autorità grazie alla vittoria riportata sui patrizi e

al favore della plebe, gli altri tribuni incoraggiati alla lotta combattono per la loro proposta,

e pur facendosi più gravi ogni giorno le voci di guerra, impediscono la leva. I consoli, non

potendo far prendere alcuna deliberazione dal senato a causa del veto dei tribuni, riunivano

in casa a consiglio i capi patrizi. Sembrava che si dovesse di necessità lasciare la vittoria o ai

nemici o ai concittadini. Attraverso a queste discussioni si giunse alla decisione di concedere

che fossero eletti dei tribuni militari con potere consolare scelti indifferentemente fra i patrizi

e fra i plebei, ma di non mutare le norme per l'elezione dei consoli: di questa soluzione i

tribuni e la plebe furono contenti. L'esito di quelle elezioni dimostrò che diversa è la

disposizione degli animi quando lottano per la libertà e per l'onore, da quando le ire si sono

placate e giudicano a mente serena; infatti il popolo elesse tribuni tutti patrizi,

accontentandosi che fosse stata accolta la candidatura dei plebei.

Alcuni dicono che della nomina di tre tribuni militari, con poteri e insegne di consoli,

sarebbe stata causa la guerra coi Veienti, aggiuntasi a quella coi Volsci e cogli Equi e alla

ribellione di Ardea, poiché due soli consoli non bastavano a far fronte contemporaneamente

a tante guerre, e non fanno menzione della proposta di legge sulla nomina di consoli plebei.

Comunque la validità di quella magistratura per il momento non durò a lungo; infatti il

terzo mese dopo che erano entrati in carica, in seguito a decreto degli àuguri dovettero

deporre il potere per irregolarità nella nomina. I patrizi, si riunirono e nominarono un

interré. La controversia se si dovessero nominare dei consoli o dei tribuni militari fece

prolungare per parecchi giorni l'interregno. Ebbero la meglio i patrizi, perché la plebe

rinunciò a lottare inutilmente."

Alcuni sostengono inoltre che la creazione di tali tribuni consolari avrebbe aperto ai plebei

conscripti,

l'accesso al senato: per tale via andrebbe spiegata l'origine della categoria dei apparsa tra

il 409 e il 400, o piuttosto con l'accesso, avvenuto in quel periodo, dei plebei alla questura. Nel 443

venne istituita la censura, appannaggio dei patrizi.

Nel 351 la candidatura alla censura da parte di Caio Marcio Rutilo, che divenne il primo

dittatore plebeo nel 356,

"concordiam ordinum turbavit."

[Livio VII, 22, 7]

Nel 359 il dittatore Q. Publilio FiIone, colui che nel 327-326 sarà protagonista assoluto della

Neapolis, secundissimae plebi,

guerra contro promulgò tre leggi tra cui una che stabiliva che uno dei

Publilia de censore plebeio creando).

censori dovesse essere plebeo (lex

"A quel tempo sulla lama della spada si posero tutte le cose a cui ambiscono

[Livio VI, 35, 6]

con indomabile avidità gli essere umani: le proprietà fondiarie, il denaro, le alte cariche."

Nel 376 due tribuni la plebe, G. Licinio Stolone e L. Sestio Laterano, avanzarono tre proposte

di legge, con le quali affrontavano il problema dei debiti, quello dei limiti all'occupazione di agro

pubblico e infine quello dell'accesso dei plebei al consolato. Della terza la tradizione ci dice che

dinanzi all'ennesima serrata patrizia i due tribuni furono eletti ininterrottamente dieci anni e per ben

cinque anni, impedirono la regolare elezione dei magistrati esercitando il diritto di veto. Da notare

come in questa circostanza la comunità plebea risultò meglio organizzata e funzionante rispetto alla

leges Liciniae Sestiae

res publica patrizia. Nel 367 finalmente furono approvate le che consentivano

nexum

anche ai plebei l'accesso al consolato, l'istituzione della pretura, l'abolizione del e un limite

alla grandezza degli appezzamenti di terra. Lucio Sestio, uno dei promotori della riforma, venne

Fasti consolari,

eletto primo con sole plebeo. Tuttavia, scorrendo la lista dei risulta chiaro come i

patrizi siano riusciti per un certo tempo ad ammortizzare i risultati della legge: sono all'incirca sette

gli anni, tra il 355 e il 343, durante i quali entrambi i consoli furono patrizi.

edili curuli,

Nel 366 si decise che gli da poco istituiti, ad anni alterni fossero eletti tra le file dei

duoviri sacris

due ordini. Per quanto riguarda i collegi sacerdotali, già nel 368 il numero dei

faciundis, interpreti i Libri sibillini, tu portato a dieci, metà dei quali plebei, mentre il pontificato

lex Ogulnia

venne reso accessibile ai plebei con la del 300, insieme agli auguri. Nel 342 un

leges Genuciae,

plebiscito, una delle sancì che ambedue i consoli potessero essere plebei, cosa che

si sarebbe verificata però solo nel 172. Nel 337 si ebbe l'ammissione dei plebei alla pretura. L'unica

interrex.

carica rimasta esclusivo privilegio dei patrizi fu quella di

La conclusione dell'annoso conflitto si ebbe nel 287, allorché si verificò la quinta e ultima

secessione della plebe, le cui condizioni economiche si erano drammaticamente aggravate a seguito

delle lunghe guerre sannitiche, che avevano indirettamente contribuito ad inasprire il problema dei

lex Hortensia

debiti. Con la si diede definitiva sanzione a ciò che le fonti già attribuivano alle leggi

leges Publiliae Philonis plebiscita

Valerie-Orazie del 449 e alle del 339. I vennero equiparati alle

leges, finché che col tempo si perse il senso della differenza tra le due forme, se non per l'autorità

lex Maenia

proponente. La legge Ortensia era stata preceduta, poco dopo il 293, dalla con la quale

patruum concordia

l'auctoritas era ridotta ad una mera formalità preliminare alle elezioni. La

ordinum lex Genucia

era stata raggiunta. L'anziano Camillo, all'indomani della del 342, elevò un

tempio alla Concordia, a perenne memoria dell'avvenuta pacificazione tra le due forze politiche. Si

venne così a creare una nuova oligarchia patrizio-plebea, che si riconosceva in comuni interessi

politici e aveva alla propria base un uguale potere economico: si tratta di quella classe di governo

nobilitas,

definita una classe non meno esclusivista di quella che l'aveva preceduta.


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DETTAGLI
Esame: Storia romana
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze archeologiche
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bhagwati.mbb di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Thornton John.

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