Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

terra), sono i beni immobili ma anche quelli mobili, per esempio le scorte di tessuti, i cereali, gli

schiavi, che sono un tratto caratteristico di questa realtà socio-economia. Gli stessi membri della

famiglia e i beni, la dote della moglie è dentro all’ο κος . È tutto quello che indicheremo con il

termine “ο σία ”, cioè ricchezza nel suo complesso.

A partire da questa realtà, si può seguire il processo graduale ma inesorabile di frammentazione, di

articolazione. Sin da questa fase così antica, la città greca ammette come pratica che regola la

trasmissione ereditaria, quella secondo la quale tutti i figli devono avere una parte uguale di ο κος

.

Tutti devono avere la stessa parte dell’ ο κος ed è una pratica coerente con la regola che vige

all'interno dell'esercito al termine di una vittoria. La spartizione del bottino deve avvenire secondo

criteri egualitari. Tutti hanno contribuito alla vittoria e perciò devono ricevere la parte di γέρας, di

bottino che spetta loro. Il bottino, cioè ciò che spetta a qualcuno. Il processo di frammentazione

degli ο κοι , spiega la storia politica successiva, cioè il fatto che se un numero sempre crescente di

persone ha accesso agli ο κος

, rivendica il diritto di esercitare quei privilegi che sono inizialmente

riservati a possessori di ο κοι più grandi. Un’ultima cosa sui poemi omerici ha a che fare con il tipo

di etica, con il senso comune che si riconosce in queste comunità emergenti rispetto al concetto di

onore, di privilegio, che è anche politico ma non solo. È un etica fortemente individualista, nel

senso che l'onore politico dentro la comunità si conquista innanzitutto in battaglia, ma è un’etica

ancora individualista: è il singolo combattente che si guadagna il proprio ruolo in base ai meriti

guadagnati durante la battaglia dentro la comunità.

ἰ ὶ ἰ

O κισμός κα συνο κισμός

Gli storici antichi, se ci spostiamo ad un tipo diverso di documentazione letteraria, interpretano la

fase dell’emergenza della πόλις a partire da due modelli esplicativi, interpretativi fondamentali:

ἰ ἰ

uno è quello dell’ο κισμός e l’altro quello del συνο κισμός

.

Possiamo tradurre questi termini come fondazione e come sinecismo.

La fondazione si può rappresentare come un atto insediativo ben circoscritto nello spazio e nel

tempo, che corrisponde ad una scelta politica, e che è spesso preceduto dalla consultazione di un

oracolo e che è seguito dall’attuazione di un “piano regolatore”, cioè si decide il luogo in cui deve

nascere una città. Purtroppo non è spiegato dalle fonti storiche che fanno ricorso questo termine.

Nel sesto libro dell’Odissea c’è un passo che può essere utilizzato, si fa riferimento ad un ecista

(ο κιστής

), cioè a un fondatore dicendo:

"Egli innalzò un muro attorno alla città e costruì le case ed eresse i templi degli dei e

spartì la terra".

Questo dà l'idea di un progetto che prevede innanzitutto la chiusura all'interno delle mura

dell'insediamento e la spartizione della terra. Si ritiene che il modello di insediamento più vicino,

più assimilabile a quello previsto dall’ ο κισμός , sia la pratica coloniale, cioè l'insediamento che in

aree prima non abitate da greci, le pratiche che si seguono nella spartizione della terra tra i coloni.

Quindi terre che devono avere la stessa dimensione, la stessa qualità e devono essere assegnate

secondo criteri egualitari ai membri della nascente comunità politica.

Se vogliamo comparare la frase dei poemi omerici a quanto ci dice l’archeologia, i tratti che

sembrano maggiormente ricorrere a spiegare l’emergenza della città, che nasce da un atto unico,

secondo il processo dell’ ο κισμός , sono:

La presenza in loco di una tomba, spesso risalente ai secoli oscuri, o all’epoca micenea. Si

1. sceglie un luogo nel quale qualcuno, una famiglia, un γένος dell’aristocrazia fondiaria

dominante, può rivendicare di avere avuto avi, eroi importanti ai quali collegare la scelta di

stabilire una nuova comunità;

La posizione strategica, la difendibilità del sito;

2. L’istituzione di un culto largamente praticato, da mettere in relazione con il punto 1. Con

3. l'esistenza di una tomba.

Συνο κισμός è un modello alternativo che spiega l’insegnamento e che fa riferimento al fatto che

più insediamenti preesistenti, si siano fusi insieme per dare origine ad un insediamento più esteso,

a una città. Villaggi che prima non erano una città, mettendosi insieme, danno origine ad una città.

È evidentemente un processo diverso dal primo, che è capace di spiegare le realtà politiche

successive, nelle quali non c’è l’assegnazione egualitaria della terra. Laddove le regole 20

dell’organizzazione sociale sembrano più disordinate, anche in rapporto all’accesso alle risorse

primarie, ossia alla terra, il processo dello συνο κισμός sembra il modello interpretativo più

plausibile.

Una bella frase che spiega la città, nel libro di Lorenzo Bracesi dice:

“Nell'VIII secolo, la città assume l’aspetto di una costruzione artificiale dove il potere

dell’aristocrazia non si esercita per mezzo del solo peso della competizione

economica o per mezzo del solo valore guerriero, ma richiede l’invenzione di tipo

istituzionale”.

È chiaro che la città non è solo insediamento chiuso da mura, il tempio per gli dei, acropoli, né

agorà; ma è l’idea che quel tipo di struttura sia stato deciso collettivamente. È la risoluzione politica

che è all’origine dell’insediamento stesso che spiega la città. Questa è la dimensione politica della

città.

Una comunità nella quale per una costruzione artificiale che è politica, perché sono i greci a

inventare una politica, si decide che un certo numero di persone, certamente i più potenti, che

hanno un certo ruolo in guerra, che hanno determinate condizioni economico-sociali, devono

esercitare delle funzioni politiche, che però sono poste sotto il controllo di una comunità più estesa,

sin dalle pratiche attestate nei poemi omerici, riconosce la continuità dello sviluppo di queste

pratiche. Quindi non parliamo di una città che ha determinate caratteristiche nella fase

dell’emergenza e poi ne assume delle altre in un’epoca successiva. Il tema della continuità si può

anche analizzare in rapporto a ciò che precede. Da metà dell’VIII secolo noi non conosciamo una

forma politica che coerentemente rappresentata nelle fasi storiche successive, a partire da queste

premesse, c’è un δ μος , una collettività che è consapevole del suo ruolo, che è autonoma.

Come spiegare il passaggio che ha segnato l’origine di questa nuova forma politica?

La difficoltà è capire, e purtroppo il processo non è raccontabile, perché non riconosciamo le fasi

intermedie, ma solo l’esito che noi fotografiamo in modo chiaro, grazie all’archeologia, ai poemi

omerici, a quello che ci dicono gli storici in modo abbastanza chiaro. Abbiamo dei dati certi rispetto

all’esito del processo; ma cosa è successo prima?

È difficile stabilirlo e ci sono modelli interpretativi differenti, e se ne possono rievocare

principalmente due:

• DE SANCTIS: L’idea che questo tipo di organizzazione politica comunitaria sia nata nella

Ionia, costa occidentale dell’Asia minore, e sia stata poi importata nella Grecia del

continente delle isole. Il laboratorio di questa nuova idea politica dei rapporti tra i cittadini,

sarebbe stata la realtà coloniale determinata al termine della migrazione ionica. Quindi nei

secoli oscuri, dopo la fine della civiltà micenea, in un area non interessata da questa realtà

palazziale, si sarebbe determinato un modo nuovo di concepire sia i rapporti politici

all’interno della comunità, sia il problema di regolare le forme dell’accesso alle risorse

primarie del territorio, la terra e il prodotto agricolo. Quindi una creazione davvero

autonoma, non sono i greci del continente ma i coloni della Ionia ad aver inventato questo

tipo di organizzazione politica.

• DOMENICO MUSTI: L’idea che questo tipo di organizzazione politica, così riconoscibile a

metà dell’VIII secolo, sia stato il prodotto della contaminazione di culture greche nel

continente alla fine della civiltà micenea. Sarebbero stati i Dori, popolo invasore, a portare

nella Grecia del continente, e poi nelle isole e altrove, questo tipo di organizzazione

politica. Musti ritiene che, non credendo all'idea di un laboratorio politico esterno e così

lontano nella Ionia, sia difficile spiegare a partire dalla decapitazione di una realtà politica

preesistente, quella dei palazzi micenei, l’emergenza, la nascita di un nuovo corpo. Insiste

sull’impossibilità di spiegare una realtà politica così diversa da quella micenea al partire dal

crollo della civiltà. C’è qualcosa tra la fine della civiltà micenea e l’emergenza della città e

questo qualcosa è l’apporto della cultura dorica.

• Una terza via meno schierata ma che tenta di dare una soluzione all'enigma del fenomeno

poleo-genetico, a partire dai dati in nostro possesso sulla fine della civiltà micenea,

riconosce la possibile collaborazione di figure che avrebbero avuto la forza di sopravvivere

al crollo della civiltà micenea, persone meno coinvolte in quel tipo di organizzazione politica

21

destinata al crollo per una serie di problemi già ricordati, e più capaci di sopravvivere nei

secoli successivi. Piccole comunità guidate dai funzionari meno coinvolti col potere

palazziale e più vicini al δ μος in una fase lunga di gestazione della polis che si colloca nei

secoli oscuri e di cui riconosciamo l’esito solo a metà dell’VIII secolo. Questo è uno schema

molto semplice, quasi difficile da rifiutare, perché può essere accolto ma anche spiegato

all’interno della teoria di Musti, che poi ritiene però che quella forma politica avrebbe dato

un altro elemento, un altro gruppo etnico e non si sarebbe determinato per ragioni

endogene all’interno delle Grecia continentale.

Queste solo delle soluzioni riguardanti il tema dell’origine della πόλις.

Appartenenza alla comunità

Un ultimo dato da ricordare in questo contesto è il fatto che emerga in questa fase tra metà dell'VIII

e VII secolo, un’idea nuova di appartenenza alla comunità, il termine che sarà indicativamente

utilizzato alla dine del VII secolo, per la prima volta, per indicare questo concetto di appartenenza è

quello di πολιτεία, che ragionevolmente si genera in questa fase. Appartenere ad una città

significa cittadinanza.

Morris, che è l’autore degli studi più recenti e autorevoli sul tema dell’origine della città

(principalmente lui si concentra sulla città di Atene, ma questo modello si può adattare a tutte le

città), riconosce l’emergenza di questo concetto di appartenenza a partire da come sono cambiate

le pratiche funerarie alla fine dell'VIII secolo. Tra la metà del IX e del VII, tra la metà per 750 e il

650 a.C., si assiste ad un aumento notevolissimo del numero delle tombe degli ateniesi, sepolti

dentro le mura della città piuttosto che fuori.

Come interpreta, dal punto di vista storico, un archeologo questo fenomeno? Come un processo di

inclusione nella comunità politica di membri che prima erano esclusi e che pretendono di essere

sepolti dentro alle mura della città. Questo è un tratto tipico della storia politica successiva,

dell’Atene antidemocratica. Nel IV secolo quando un cittadino ateniese vuole dimostrare di essere

un cittadino legittimo, laddove qualcuno abbia messo in dubbio la veridicità del suo stato giuridico,

ricorda il luogo della sepoltura dei suoi parenti. Questo processo, secondo Morris, è l’idea che si

possa riconoscere in questa maggiore inclusione di membri della collettività, il processo di nascita,

di emergenza, di una città stato, cioè di una comunità politica relativamente estesa che accoglie

come membri della comunità quelli che risiedono dentro alle mura.

Quello che abbiamo detto sull’origine della πόλις, deve combinarsi con altre considerazioni che si

riferiscono a due processi storici distinti:

- il fenomeno della genesi dello stato oplitico;

- il fenomeno della colonizzazione.

Lo stato oplitico

Che si intende per stato oplitico?

La definizione di oplitismo si riferisce a quel fenomeno che interessa l’ambito militare, ma che si

riverbera sugli assetti politici ed sociali delle comunità, quel fenomeno tale per cui si sostituisce alle

tradizionali pratiche di combattimento (quelle attestate nei poemi omerici in cui sono forti i cavalieri

e i soldati, che esprimono individualmente il proprio valore, la propria ρετή

, dunque l’onore in

guerra), si sostituisce a questo tipo di forma di combattimento e di etica sociale, un modello di

combattimento in cui si coinvolgono più persone. Il combattimento non è più a cavallo ma su terra,

ed è affidato il ruolo di difendere la città a truppe di fanti armati in modo pesante. Perché

conoscere questo fenomeno per spiegare l’emergenza della πόλις?

Considerate i due modi collaterali di arrivare ad intendere il processo di genesi della città, in

aggiunta alle cose già dette. Uno dei saggi più belli che spiegano la genesi dello stato oplitico, è un

saggio dello storico che ha maggiormente studiato Sparta e quindi gli opliti, Paul Cartledge, il quale

fa riferimento al fatto che l’esigenza primaria che spiega il cambiamento introdotto nelle tecniche di

combattimento fu di assicurare la difesa dei confini della πόλις. Quando la città si definisce, a

partire dal fatto che viene chiusa all’interno di mura, si generano una serie di guerre di confine che

servono alle città più forti per rubare qualcosa dal territorio vicino e per difendere il proprio

territorio, (guerra di attacco e di difesa contestualmente, che non può fondarsi sull'esiguo apporto

di pochi e forti combattenti, ma che non sono capaci di difendere il territorio. Solo truppe capaci di

muoversi rapidamente e a piedi potevano assicurare una difesa adeguata. Queste guerre di

confine, sono combattimenti serrati di truppe schierate in schiere ordinate, dette falangi, capaci di

22

dare profondità all'esercito e capaci di resistere meglio all'impatto dell'attacco nemico e armati in

modo pesante, con un’armatura capace di proteggere il loro corpo in maniera più efficace dei

combattenti a cavallo, e dotati di un nuovo tipo di arma di difesa, cioè lo scudo rotondo, l' πλον

,

di grandi dimensioni, rotondo, con una doppia impugnatura e tenuto dal singolo soldato in modo da

proteggere metà del proprio corpo e metà del corpo del compagno. Erano soldati protetti

efficacemente, non immediatamente colpiti solo se il compagno manteneva la posizione, restare

dentro la ζάξις, cioè dentro la schiera era fondamentale. È chiaro che questo tipo di esigenza

militare genera molto rapidamente un’etica di solidarietà, comunità che è facilmente immaginabile

perché quelli che resistono agli attacchi sono capaci di difendere la città e sono capaci di

guadagnare nuovi territori, rivendicano il diritto di essere cittadini migliori, più autentici. In questa

fase ad essere capaci di procurarsi l’armatura sono solo quelli che godono di un determinata

condizione economica. È bene dirlo perché spesso, quando si fa riferimento all’emergere dello

stato oplitico, cioè uno stato in cui i cittadini sono anche gli opliti, si ritiene che questo tipo di

condizione fosse esteta a tutta la comunità politica, in realtà è giusto distinguere in questa fase tra

il ceto oplitica e il ceto sub-oplitico.

Chi è il cittadino oplita? Chi è il sub oplita, il residente (non cittadino) sub-oplita?

Noi abbiamo dei dati che Aristotele conserva riferiti ad Atene. Lui parla di una πολιτεία, che è in

vigore negli anni intorno al 630 a.C., gli anni in cui Atene ha certamente lo stato oplitico ben

definito, perché sono gli anni in cui Atene è impegnata nella guerra per il possesso del Sigeo

contro Lesbo e quando Alceo fa riferimento parla di opliti ateniesi. Il cittadino oplita è chi ha la

terra, non è l’aristocrazia fondiaria ma è una porzione più estesa di comunità di cittadini in

possesso cioè di quei mezzi che gli permettono di procurarsi l’armatura, che non è messa a

disposizione dallo Stato. Chi può procurarsi lo scudo, l’elmo, è oplita e quindi cittadino nel senso

più autentico della parola. Dovete considerare che questo nesso tra cittadino e proprietario terriero

è già molto forte. Il cittadino è quello che ha maggiore interesse nei confronti dello Stato perché ha

dei beni che non possono lasciare la città-stato, cioè le terre. Chi ha le terre fino all'ultimo vorrà

difendere la città perché lì sono i suoi beni. D’altra parte c’è una realtà molto estesa che

corrisponde alla popolazione residente, non è schiava, che non hanno la terra e sono sub-opliti.

Non possono militare come opliti e non hanno la cittadinanza, non hanno alcun diritto. In questa

fase la cittadinanza e quindi le funzioni sono una prerogativa di un gruppo ampio di cittadini che

non coincide con tutti gli ateniesi residenti nella πόλις. È una questione controversa perché

secondo alcuni i Teti (θ τες) avevano diritto di accedere alle assemblee pubbliche, ma poiché

dobbiamo fondarci su una ricostruzione di Aristotele scritta molti secoli dopo, possiamo credere

che sia stato più o meno affidabile. Dobbiamo immaginare l’esigenza di stati oplitici in cui c’è una

realtà sub oplitica, salvo in un caso che chiameremo lo stato oplitico perfetto, lo stato spartano.

Esso non ammette che dentro la comunità ci siano se non cittadini oplitici. La diseguaglianza non

si ammette all’interno della comunità politica, e se qualcuno non ha la terra Sparta gliela procura.

Quali sono le tappe della rivoluzione dello stato oplitico perfetto spartano?

Sappiamo che Sparta subisce, ad opera di Argo, in particolare ad opera del re Fidone, nel 669 a.C.

in una località detta Isie, una clamorosa sconfitta, e siccome Sparta non è abituata a subire

sconfitte (è già una città capace di estendere il suo controllo politico agli stati limitrofi del

Peloponneso) mette a frutto la lezione, mutua dall'esercito argivo la nuova tecnica di

combattimento, quella oplitica. Secondo le fonti antiche, il primo modello di comportamento oplitico

in battaglia, ce ne parla Pausania, è la battaglia di Isie. Noi sappiamo che in occasione della

successiva guerra contro i Messeni, (Sparta aveva già combattuto una guerra con loro nell’VIII

secolo, nel tentativo di sottrarre le terre dei Messeni al trono degli indigeni e di guadagnare nuove

terre da assegnare ai cittadini di Sparta) Sparta ha già adottato la tecnica oplitica. Il passaggio

dovette essere molto rapido. Si datano nel 650 a.C., da parte degli archeologi, una serie di reperti

rinvenuti nel santuario di Artemide Ortia, che conserva appunto statuette con l'immagine dell’oplita.

Atene arriva un po’ più tardi a questo modello di organizzazione politica che riguarda anche

l’assetto militare. Nel 630 a.C. Aristotele ci dice che c’è una πολιτεία di tipo oplitico ad Atene, tanto

che lui dice “solo quelli che hanno la terra, che combattono possono essere cittadini” e Alceo

riferisce l’impegno militare di Atene per la conquista del promontorio del Sigeo, fa riferimento

all'oplite ateniese. Entro la fine del VII secolo la realtà oplitica pare compiuta e perfettamente

definita nelle due maggiori πόλεις, Sparta e Atene. 23

La colonizzazione

Quelli che hanno il lotto di terra e che si possono permettere di combattere come opliti, non sono

poi quelli che lavorano la terra. Quindi la terra va lavorata da altri. Come risolvere il problema? Gli

Spartiati ordinarono ai messeni di dare il prodotto dei raccolti a loro, e di tenere solo quello che

serve per far si che sopravvivessero. Ad Atene la situazione per certi versi è simile. I cittadini in

quel periodo non lavorano la loro terra, lo fanno i sub-opliti, oppure lo fanno i piccoli proprietari che

nel tempo si sono indebitati e sono stati incapaci di pagare il proprio debito e quindi sono decaduti

in una condizione di dipendenza.

Introduciamo il fenomeno della colonizzazione. Abituatevi a distinguere il processo che interessa la

Grecia continentale, insulare, ionica nel periodo che va dalla metà dell’VIII secolo alla metà del VI,

dal primo movimento migratorio riguardante gli anni 1900, i secoli oscuri. Abbiamo parlato in quel

caso di una migrazione ionica, espressione che identifica il carattere del movimento, che è una

migrazione, non è una colonizzazione regolata da precise idee su come si deve procedere, una

volta arrivati nel territorio, ma è una migrazione piuttosto disordinata. Parliamo di un movimento più

organizzato che risponde a due esigenze:

Soddisfare il bisogno di avere più terre, a disposizione di maggior numero di aspiranti cittadini;

1. Rispondere ad esigenze di tipo commerciale che sono al tempo stesso premessa e

2. conseguenza del processo di colonizzazione stessa.

Da una parte ci sono colonie che sembrano nate dal bisogno di esportare merci dalla madrepatria

in altri mercati, dall’altra queste esigenze sembrano generate dall’insediamento coloniale ma poi si

generano nuovi interessi economici, quindi anche quelli commerciali.

Noi rifletteremo su questo tema a partire sia dai due modelli interpretativi che sono conservati dalle

fonti antiche, l’esigenza di distinguere tra colonia di popolamento ( ποικια ) e colonia commerciale

( μπόριον ). Colonia di insediamento che prevede un insediamento ordinato secondo certe regole

di coloni in un nuovo territorio e colonia di insediamento che prioritariamente risponde ad esigenze

di tipo commerciale.

Lezione 19/11/2014

Consideriamo il tema della colonizzazione, fenomeno che insieme all’oplitismo, cioè alla

rivoluzione oplitica, concorre a definire la forma della città-stato, la forma politica della città nel

modo che abbiamo ieri raccontato, cioè nella forma di uno stato oplitico nella quale una massa più

estesa di membri nella comunità civica esercita i diritti politici in virtù del fatto di combattere per la

città e di avere un appezzamento di terra.

Il periodo della colonizzazione si colloca fra la metà dell’VIII secolo e la metà del VI secolo. È detta

anche seconda colonizzazione, espressione che sottolinea la differenza tra questo movimento di

migrazione greca e il primo grande movimento di migrazione, che abbiamo anche chiamato

migrazione ionica, che si colloca invece nei secoli oscuri.

I coloni greci fra la metà dell’VIII e la metà del VI secolo raggiunsero aree molto diverse e molto

distanti dalla Grecia del continente, alla ricerca in parte di nuovi territori di nuovi territori nei quali

insediarsi, più o meno stabilmente,quindi la ricerca di terre che producessero cereali, quindi

spesso è la carestia la fame che muove i coloni, o alla ricerca di nuovi porti e sbocchi per i traffici

di merci prodotte invece dalla madre patria.

Le direzioni seguite dai coloni nel corso di questi due secoli sono dei movimenti verso:

- ovest si sposta verso la Sicilia, l’Italia meridionale, la costa meridionale della Francia e

orientale della Spagna;

- nord, Tracia, penisola Calcidica, parte dell’Europa che si affaccia sul mar Nero;

- sud, supera Creta, riguarda i Greci delle isole Cicladi e interessa l’Africa del nord;

le citta della costa Ionica dell’Asia Minore, che si sottraggono al controllo dei satrapi Persiani,

spostandosi verso nord e quindi cercano nel mar Nero nuovi insediamenti più liberi nei quali i

traffici possano essere svolti senza dover pagare il dazio ai persiani.

Il contesto nel quale si colloca questo fenomeno è quello che coincide con l’età della rinascenza,

quella nella quale le città cominciano ad avere una forma definita, quella nella quale le città vivono

la rivoluzione oplitica ed è anche quella che conosce la reintroduzione del sistema di scrittura in

Grecia. Le prime scritte in alfabeto greco si datano a metà dell’VIII secolo.

Le ragioni che avrebbero mosso i coloni (quelli che tecnicamente si chiamo gli agenti economici

della colonizzazione), cioè le motivazioni che spingono i coloni a lasciare la patria per cercare altri

24

luoghi nei quali insediarsi. La ricerca ne considera due in particolare, che poi coincidono in larga

parte con le categorie interpretative usate dagli storici antichi, che pure parlano di due

fondamentali modelli di insediamento, ad esempio Erodoto. Si parla di:

apoikia ( ποικια): le colonie di popolamento;

emporion ( μπόριον): centro commerciale, la città che nasce dall’insediamento di un certo numero

di cittadini spesso di origine etnica diversa a fini prevalentemente commerciali. Quindi si cerca di

vendere nuove merci o di fare da tramite per il passaggio di merci che da aree non greche arrivano

verso la Grecia del continente.

La distinzione tra le due, che sembrano avere in mente le fonti antiche, ad esempio quando

Erodoto parla di ποικια ha in mente una colonia fondata a seguito di una deliberazione collettiva

che si fissa nel tempo, cioè c’è una decisione della città che decide che una parte dei suoi cittadini

può/deve andare a cercare nuove terre oltremare; si fonda in un giorno ben preciso, di cui rimane

traccia nelle ricostruzione degli storici, a seguito delle indicazioni fornite da un oracolo, che è

tradizionalmente l’Apollo Delfico, cioè la pizia del santuario di Apollo a Delfi. Si passa dunque per

un atto pubblico, e questo è molto importante, come vedremo nel caso di Cirene, dove si fa proprio

riferimento a un dogma, a una decisione collettiva dell’assemblea e la colonia che viene dedotta in

questa maniera ha caratteristiche ben precise: i suoi cittadini sono cittadini solo della colonia,

cessano di esserlo nella madre patria, la città si dotta di nuove leggi, ha una politica interna ed

estera autonoma, salvo mantenere rapporti forti con la madre patria, che ad esempio possono

essere rappresentati con l’obbligo di ricevere degli ispettori che dalla madre patria una volta

all’anno verificano quali siano le condizioni di quelli che erano i loro cittadini in origine e che ora

sono diventati cittadini di una seconda comunità. Ma il tratto distintivo dell’ ποικια è l’ autonomia

politica e la sovranità politica e territoriale che esprime questo nuovo insediamento. Un altro tratto

distintivo è il fatto che i suoi cittadini siano omogenei dal punto di vista etico, cioè vengono di solito

da un'unica città.

Seleziona luoghi scarsamente abitati, che quindi si prestano ad essere rioccupati dai coloni (dico

rioccupati perché era difficilissimo trovare aree deserte. Si trattava sempre di misurare il vantaggio

di questo nuovo insediamento a partire dalla possibilità di contrastare le genti precedentemente

insediate con minore o maggiore facilità).

Viceversa l’ μπόριον non risponde all’esigenza di traslocare una certa massa di popolazione da

un punto all’altro della Grecia a seguito di una decisione politica collettiva, in un dato momento

storico, con il preciso fine di garantirsi istituzioni, leggi, condizioni diciamo sociali del tutto nuove e

autonome, viceversa assolve al compito di offrire un insediamento sicuro a genti greche spesso

provenienti da aree diverse delle Grecia che vogliano trovare altrove un luogo dove poter trafficare

i proprio traffici in maniera più conveniente. Spesso in questo caso la scelta ricade su luoghi molto

vicini al mare, facilmente difendibili e che erano diciamo in una posizione strategica dal punto di

vista commerciale.

Come vedremo nel caso di Cirene ad opera dei Terensi, le fonti letterarie come Erodoto e anche le

fonti epigrafiche, come il caso dell’iscrizione che leggeremo oggi, fanno riferimento a una certa

difficoltà dell’insediamento. Erodoto ci dice con versioni diverse che i coloni provenienti da Tera,

prima di insediarsi stabilmente a Cirene hanno dovuto lottare per 7 anni. È chiaro che si trattava di

forse di insediamento non sempre facili, non sempre rapide perché quest’evidenza è molto

presente nel racconto degli antichi. Ed è in un certo modo nell’iscrizione che leggeremo laddove si

dice, nel momento in cui i coloni stanno per partire, «badate voi potete provare ad insediarvi

stabilmente per un certo numero di anni, solo se non riuscirete a prevalere sugli indigeni» quello

che dico io non è esattamente nelle righe del testo ma questo è il senso «a questo punto sarete

legittimati a rientrare senza incorrere nelle sanzioni, nelle quali incorrono tutti quelli che non

vogliono partire».

Quindi è chiaro che la difficoltà è molto chiara, molto ben presente nella fase dell’organizzazione

della partenza dei coloni perché tutte le fonti la sottolineano.

Se consideriamo il primo agente economico, cioè la ricerca di nuove terre, che cosa ci dicono i

dati? Abbiamo dei dati piuttosto coerenti quando ci muoviamo tra l’ambito strettamente letterario,

quindi delle fonti scritte come il racconto degli storici, oppure di teorici come Aristotele, oppure di

poeti come Esiodo e Solone e i dati dell’archeologia. 25

Ad esempio, intorno al 700 a.C., Esiodo, nelle “Opere e i Giorni”, poi Solone nelle sue elegie e poi

Aristotele nella “Politica”, coerentemente testimoniano di una situazione di disagio, tipica della fine

dell’VIII secolo a.C., che avrebbe interessato in maniera abbastanza diffusa la Grecia e che

avrebbe avuto come origine principale la penuria di terre coltivabili. Le terre a disposizione dei

cittadini erano poche, non erano sufficienti, o rovesciando il problema, erano troppi i cittadini che

avrebbero dovuto coltivarle. Quest’ultimo dato è chiaramente rivelato dall’evidenza archeologia.

Infatti l’archeologia ci dice che almeno in Attica, tra il VII e il VI secolo, si assiste ad una

sestuplicazione del numero delle tombe dentro alle mura cittadine. È un dato che diciamo, viene

considerato in maniera non proprio univoca, nel senso che aumentano tanto le tombe perché,

secondo la teoria di Morris, che abbiamo illustrato ieri, sono più esclusi che sono riusciti ad entrare

dentro la città in un senso politico ma anche fisico, quindi si sono garantiti la sepoltura dentro le

mura, o c’è un aumento oggettivo del numero delle persone, e quindi anche dei morti. L’idea che si

sia stato un incremento demografico è largamente accettata e potrebbe spiegare in generale,

meno rispetto al caso ateniese, la situazione nella quale si colloca il fenomeno della

colonizzazione. Il caso Ateniese è l’eccezione che conferma la regola. Atene prova a risolvere in

modo diverso, rispetto alla gran parte della città della Grecia, il problema di soddisfare la richiesta

di terre. A lungo non riesce a farlo, tanto che si genera una forte contrapposizione tra i molti che

non hanno una terra e i pochi che detengono il controllo della terra. Tuttavia la soluzione rispetto a

questa contrapposizione che dobbiamo immaginare largamente rappresentata nella realtà delle

πόλεις greche, riceve una soluzione politica, che sono appunto le riforme di Solone. È una

soluzione che, dal punto di vista dell’autonomia, rispetto al punto di vista generale, può essere

assimilata a quella spartana, perché anche Sparta non fa parte del movimento di colonizzazione,

non entra direttamente, si limita a fondare una colonia, la cui fondazioni è peraltro dubbia, Taranto,

a metà dell’VIII secolo, ma in gran parte rimane dentro la Lacconia. I suoi cittadini quindi

soddisfano il bisogno di terre, come abbiamo detto ieri, attraverso quella colonizzazione interna

che consente la conquista prima e l’occupazione della Messenia poi, tra la fine dell’VIII secolo e la

fine del VII, in occasione di quelle che abbiamo definito le prime due guerre messeniche.

Per altro è interessante la testimonianza di Esiodo, perché mi consente di fare un collegamento

con le cose dette ieri. Esiodo nelle Opere e i Giorni, dal verso 376 in poi, riflette sull’opportunità di

lasciare le proprie terre a un solo figlio, anziché frammentarlo tra tutti i figli aventi diritto, che è

evidentemente un modo di prospettare la soluzione a quel problema che già, evidentemente, era

importante e che già conoscevano i greci, ossia che una eccessiva frammentazione degli οίκοι

possa generare dei disordini e delle difficoltà di ordine sociale. Nel senso che si riduce il potere dei

contadini, che divenendo sempre più piccoli contadini, anziché grandi latifondisti, incorrono in

quella serie di vicende che poi sono ampiamente testimoniate in Attica alla fine del VII secolo.

Cosa ricordare di questo fenomeno, oltre le due ragioni che muovono i coloni, le fonti che ce ne

parlano e quali sono le città più attivi? Se Atene e Sparta restano un po’ fuori da questo

movimento, tra le prime città fondatrici di colonie troviamo Corinto, Megara, l’intera area dell’Acaia,

le città di Calcide ed Eretria (nell’isola dell’Eubea) [questo per quanto riguarda la Grecia

continentale, meridionale, centrale].

Sono attivi i coloni dell’isoletta di Tera (che è una delle Cicladi), e in un secondo momento alcune

città della costa ionica, quali Focea e Mileto, che si muovono però verso nord, colonizzano l’area

intorno al mar Nero.

Già in questa prima fase (nel corso della seconda metà dell’VIII secolo, negli anni 740/730/720), è

chiaro che i due agenti economici si sovrappongono e sono quasi indistinguibili, ad esempio, se da

una parte è chiaro che in Sicilia si cerca il grano, quindi si cerano le terre (e questo spiega la

fondazione di Nasso, Lentini, Catania, Siracusa e così via), dall’altra parte è chiaro che questa

rotta viene seguita dai corinzi, dai megaresi e dai calcidesi nell’isola dell’Eubea, anche per seguire

la cosiddetta via dei metalli e via dell’Ambra. Cioè le vie attraverso le quali si arrivava a quelle aree

dell’Italia meridionale non sottoposta al controllo degli Etruschi, ad esempio vicino a Napoli e

Ischia, e la via dell’Ambra che giungeva dal nord-Europa. Erano evidentemente transiti così battuti

e tra l’altro il cui controllo era evidentemente importante e decisivo per garantire maggiori entrate

ai Greci, che valeva la pena provare ad insediarsi stabilmente lungo queste rotte.

Non è sempre facile distinguere quale motivazione abbia pesato di più, in alcuni casi è evidente la

ragione commerciale, pensiamo a una colonia che si chiama proprio Eμπόριον. Dal’altra parte in

26

altri casi non è chiaro se per esempio l’esigenza commerciale possa intervenire a spiegare l’origine

di una colonia o sia stata una conseguenza dell’insediamento in una zona felice, dal punto di vista

della posizione, quindi della possibilità di entrare dentro a certi traffici commerciali, e quindi sia

stato uno sviluppo ulteriore e successivo dell’insediamento, che magari all’origine aveva ragioni

differenti.

La posizione che sembra più plausibile è quella che verifica di volta in volta e anche in ragione

dell’epoca storica quale sia stata la ragione fondamentale. Dunque non c’è una ragione assoluta

che spiega tutte le fondazioni e spesso all’interno di una stessa fondazione le due ragioni

interagiscono e a volte si spiegano nella maniera più plausibile a partire dalla cronologia. Quindi

c’è un insediamento che all’inizio assolve a certe funzioni e poi ne intervengono altre.

Spesso si riconoscono all’interno di questo grande periodo di due secoli una sorta di duplice fase.

C’è questo primo momento, che è quello di cui vi ho più o meno raccontato, che interessa la Sicilia

e l’Italia meridionale e c’è poi un secondo momento che sembra caratterizzare il settimo secolo,

nel quale città prima attive solo nell’Italia meridionale e nella Sicilia, cercano altre sedi, oppure

coloni di altre aree, come ad esempio i coloni di Tera, cercano di spostarsi nel nord Africa.

A noi interessa dire per quest’ultima parte (per la seconda metà del VII secolo), che avviene in

questa fase la fondazione di Cirene (poiché abbiamo il documento che la registra e la racconta) e

perché Corinto lascia le sedi abituali e dirige i suoi interessi verso la Grecia nord-occidentale e

colonizza un’area che ci tornerà utile conoscere quando studieremo le vicende precedenti alla

guerra del Peloponneso, cioè luoghi come Ambracia ed Epidamno.

Sparta resta fuori perché soddisfa per lo più la richiesta di nuove terre con le terre messeniche,

circa 9'000 lotti furono messi a diposizione degli spartiati. I messeni erano una popolazione greca,

prima autonoma, diventa una popolazione asservita agli spartani, ma rimane la traccia nella

memoria di una fonte storica come Antioco, rievocata da Tucidide, di una colonizzazione un po’

particolare: Sparta fonda Taranto con i cittadini non spartani ma partheni, cioè figli nati dall’unione

di donne spartane con Iloti, in una fase storica nella quale gli spartiati erano lontani perché

impegnati a combattere le guerre messeniche. La fondazione di Taranto da parte di Sparta è una

di quelle questioni che rimane poco chiarita ancora oggi.

I dettagli che le fonti conservano rispetto all’organizzazione rispetto alla procedura che

porta alla deduzione di una colonia.

Ci sono una serie di tappe fisse da seguire. Secondo Tucidide sia la data che il luogo dovevano

essere contenuti implicitamente nell’oracolo del dio Apollo, che doveva, con la sua profezia, dare

indicazioni rispetto al luogo, ma anche rispetto al momento più opportuno. Tanto che le difficoltà

dell’insediamento dei Teresi a Cirene, probabilmente dovute al fatto che gli abitanti di Cirene non

erano molto contenti del nuovo arrivo, si spiegano, nel resoconto di Erodoto, come la difficoltà dei

coloni di comprendere l’oracolo nella pizia.

Il numero dei coloni andava dai 100 ai 200 per lo più di sesso maschile, e la lottizzazione del

territorio, secondo la distribuzione più o meno egualitaria delle terre (κλ ρος= lotto di terra).

Un secondo problema, che non abbiamo modo di approfondire, è quello relativo alla stratificazione

sociale dei coloni, perché quello che noi sappiamo che nel momento dell’insediamento le

condizioni che venivano garantite a tutti i coloni erano di una parità assoluta. Una città che fonda

una nuova idea di cittadinanza nel luogo e si emancipa da quella precedente, che da a tutti la

terra, che da a tutti la πολιτεία, cioè appunto il diritto di esprimersi in assemblea, quindi la

cittadinanza, è una colonia che sostanzialmente garantisce l’uguaglianza ai suoi cittadini. È un

nuovo insediamento nel quale si parte da zero. Non c’è più l’origine familiare che può fare la

differenza. D’altra parte, per chi segue lo studio di un insediamento coloniale nei secoli, verifica

che poi la stratificazione sociale sembra riprendere alcuni meccanismi proprio della madre patria

(nel senso che i primi coloni tendono a prevale rispetto a quelli che arrivano dopo e quindi hanno

maggiori diritti. Ovviamente ad avere pochi diritti sono quelli indigeni che spesso vengono poi

utilizzati, come mano d’opera per la lavorazione della terra, dai coloni stessi . Dunque possiamo

notare come l’uguaglianza non regni sovrana).

Un’idea del tipo di esigenze che erano alle origini di queste tipo di movimento (lasciare tutto e

spesso non tornare) ce la da un’iscrizione, che registra, sembra, in maniera fedele (anche se si

tratta di una copia del IV secolo a.C., i termini del giuramento pronunciato dai coloni di Tera, prima

27

di partire alla volta del nord Africa, cioè di Cirene, e dunque prima di scendere più a sud, nel 630

a.C.

Questo documento è importante perché è molto suggestivo leggere con le parole dei greci che tipo

di realtà è quella che accoglie la colonizzazione, cioè in quale contesto si colloca questo

fenomeno. (vedi dispensa p.14- Giuramento dei Coloni). Una versione alternativa a quella che si

conserva su pietra, è quella di Erodoto, che conserva nelle Storie le due versioni, quella degli

abitanti di Cirene e quella degli abitanti di Tera. È indicativo che ci siano dei motivi comuni: la

consultazione del dio Apollo a Delfi, le difficoltà di interpretare il responso correttamente e quindi i

tempi che sono intercorsi dal momento in cui si lascia l’isola di Tera e il momento in cui si arriva a

Cirene, con una lungo sosta pari 7 anni nell’isola di Creta, ora perché in una versione i coloni non

hanno capito dove devono andare, ora perché bloccati da una tempesta si fermano a Creta dove

trovano rifugio. È chiaro che il giuramento su pietra è per noi la testimonianza più affidabile, perché

con un linguaggio più scarno del racconto di Erodoto, ci fa conoscere il tipo di condizioni sociali

vissute in una comunità greca alla fine del VII secolo, ma anche il grado di maturità raggiunto a

livello istituzionale e di senso civico da comunità greche, alla fine del VII secolo.

È un assemblea a decidere che i coloni devono lasciare Tera per andare a Cirene. Apollo ha

spontaneamente sollecitato Batto [che è il terense a cui è affidato il compito di guidare la

spedizione (ha il ruolo di ο κιστής, cioè di fondatore, che in italiano si dice ecista)] ed i terensi a

colonizzare Cirene e quindi c’è una profezia che sostanzialmente sembra precedere questa

decisione. Si utilizza questo modo forse per convincere la popolazione che c’è un esigenza

superiore che spinge a compiere questa colonizzazione.

Indica la maturità istituzionale, cioè c’è un’assemblea che può ascriversi in diritto di decidere per

tutti i terensi e che ribadisce la forza di questa decisione, e c’è un criterio per decidere chi deve

partire che è fondato su principi egalitari. Quindi non ci saranno famiglie che devono mandare più

uomini e altre che non devono mandarne: ogni famiglia deve dare il suo contributo. Deve essere

scelto da ogni famiglia un ragazzo che sia ancora giovane). Tutti gli altri terensi liberi che lo

vogliano, possono partire.

Si fa riferimento alle difficoltà che ci saranno sicuramente durante la fondazione. Se riusciranno a

fondare la colonia riceveranno, una volta andati nella nuova terra, la cittadinanza e un lotto di terra

e verranno raggiunti da altri coloni, che avranno gli stessi privilegi (πολιτεία = cittadinanza, il

complesso delle prerogative che sono riconosciute ai cittadini).

Se i coloni guidati da Batto non riescono a fondare la colonia e l’arrivo di altri terensi non cambia la

situazione, dopo 5 anni di tentativi possono tornare nella madre patria senza avere paura,

riacquisendo la cittadinanza e i loro beni.

Chi non è disposto a partire, può ricevere la pena di morte, la confisca dei beni poiché non

risponde al bisogno della città. Chi accoglie chiunque sia colpevole di questo reato, subirà la

stessa punizione.

Cirene = ποικια = terra da colonizzare.

La parte finale di questo brano sembra quasi una maledizione, un anatema che deve colpire quelli

che non siano disposti a partire e dunque chi rompe il giuramento. Plasmarono delle figurine di

cera e le bruciarono, augurando a chi non mantiene questo giuramento la stessa sorte.

Quest’opera è conservata nel SUPPLEMENTUM EPIGRAPHICUM GRAECUM (SEG), volume 9,

numero 4.

A partire da questo giuramento si possono recuperare varie informazioni. I tempi dell’insediamento

sono molto lunghi e difficili.

Lasciando le dinamiche connesse alla colonizzazione, vediamo la realtà che affrontano i legislatori,

le istituzioni politiche già operanti nelle due città della Grecia che sono rimaste fuori da questo

movimento: Sparta e Atene, che sono due modelli di stato oplitico molto differenti.

Sparta è lo stato oplitico perfetto, perché fa coincidere perfettamente la classe dei guerrieri con la

comunità dei cittadini e non ammette gradi di cittadinanza, mentre Atene risolve in modo diverso,

ammettendo due livelli di cittadinanza, una piena e una di grado inferiore, il problema di garantire

l’accesso di tutti i cittadini a una serie di diritti, a una serie di prerogative a prescindere dalla

condizione della proprietà terriera.

Modello spartano 28

Il modello spartano è più difficile da conoscere rispetto a quello ateniese, perché Sparta è stata un

mito al tempo in cui le fonti scrivevano, e come ogni oggetto di una mitizzazione, è poi difficilmente

riconoscibile nei suoi tratti autentici dallo storico, che fa fatica perché il modello istituzionale

spartano, è un modello elogiato, riconosciuto come il più valido nella riflessione per esempio di

Aristotele, nella Politica, di Senofonte, nelle Costituzione degli Spartani, che è il trattatello che

usiamo di più per conoscere le condizioni politiche di Sparta.

Quindi non sappiamo quanto in questa descrizione diciamo ideale, si possa poi calare nella storia

concreta. Cioè è vero che il modello spartano è nato così come il modello poi descritto già nell’VIII

secolo. Il fatto che per i greci, Sparta è stato il modello di stabile immutabile, cioè quello che nasce

in un modo e poi si cristallizza in quella forma e non conosce evoluzioni, né interruzioni nei poteri,

nel corso di tutta la sua storia, dalle origini (dalla fondazione dello stato spartano ad opera di

Licurgo nell’VIII secolo) sino alla sua fine (nel III secolo, quando perde l’autonomia). Sparta ha

conosciuto una storia così stabile a livello istituzionale, che è difficilissimo capire quando siano

state istituite determinate funzioni e con quale scopo.

Riconosciamo una serie di autori utili a definire la Sparta delle origini, che poi rimane tale anche

dopo: Erodoto (nel primo libro delle storie), alcuni cenni di Tucidide (nel primo libro della sua

Guerra del Peloponneso, che racconta la storia della crescita del potere spartano prima di arrivare

allo scontro con Atene), e poi Senofonte (autore de La costituzione degli Spartani – nella quale ci

da indicazioni sull’organizzazione sociale). Nessuno di questi storici riflette sul tema della origini di

Sparta, perché nasce già come un modello munito di ogni particola dal punto di vista istituzionale e

non si modifica.

In un certo senso, i poeti arcaici (come Tirteo di Alcmare) ci aiutano a riconoscere qualcosa delle

origini, come i motivi all’origine delle guerre messeniche, quale fosse l’etica guerriera. È

ragionevole che una seconda fonte è quella di Aristotele, che scrisse la Costituzione degli Spartani

ma non ci rimane niente, forse fu utilizzata da Plutarco quando scrive la biografia di Licurgo. La

scuola di Aristotele, nel IV secolo, con i suoi allievi, ha realizzato ben 158 costituzioni. Sono andate

tutte perse, tranne la Costituzione degli Ateniesi, che è stata rinvenuta su un papiro, scoperto nel

1891 nel British Museum di Londra.

Come nasce Sparta?

È sempre l’idea del ritorno dei discendenti di Eracle che dopo la guerra di Troia avrebbero ripreso

possesso dei loro territori nel Peloponneso e in particolare due di essi, Euriste e Procle, tornano a

Sparta per dare origine alle due dinastie regnanti, quella degli Agiadi e quella degli Euripontidi.

Le origini si datano intorno all’anno 1000, nel senso che l’archeologia rivela chiaramente la fase

delle origini. È una città che nasce non per fondazione diretta, non per Φύσις, non per ο κισμός ma

per συνο κισμός, (fusione cioè di villaggi pre-esistenti, detti con termine dorico appunto

συνο κισμός , sinecismo, i villagi che erano detti “OBAI”).

Nei primi secoli (IX-VIII secolo) la comunità di Sparta avrebbe conosciuto un assetto istituzionale

non dissimile da quello delle altre città greche: poteva contare sull’esistenza di un’assemblea

popolare, chiamata απέλλα, le cui funzioni dovrebbero essere le stesse rievocate nel libro 18

dell’Iliade. Il popolo è sovrano decide, salvo che sono pochi a muovere delle proposte di azione

politica.

L’unica peculiarità dello stato spartano fin dalle origini, che la distingue dalle altre città nascenti, è

l’istituto della διαρχία, che vuol dire duplice monarchia.

Erodoto (nel sesto libro delle storie) ci dice quali fossero le loro principali funzioni:

Presiedevano a tutti i culti religiosi, quindi funzioni religiose; erano i sacerdoti di Zeus;

Capi dell’esercito;

Membri permanenti a vita nel consiglio degli anziani (detti γέροντες, 28 + 2 re),

Esercitavano il potere giuridico in determinate materie, soprattutto il diritto familiare;

Avevano il controllo delle terre più fertili della Lacconia.

I due Re sono i soli a non dover essere sottoposti al sistema educativo durissimo, che invece

spettava a tutti gli altri spartani.

La fase dell’espansione e della formazione dello stato Spartano, ci dicono testimonianze

archeologiche e altri dati storici, si compie entro la fine del VII secolo.

Si conclude quando tutti gli spartani hanno una serie di terre in Messenia, quindi spostandosi verso

il Peloponneso occidentale. 29

Alcuni dati, che sono le liste dei vincitori olimpici che valgono meglio di altri dati per chiarire il totale

assorbimento da parte di spartani della popolazione messenica. La assoggettano, tolgono ai

messeni l’autonomia e i messeni scompaiono come popolo greco dalla storia. Tra il 776 a.C. e il

736 a.C. ci sono 7 messeni tra i vincitori olimpici; nel periodo successivo solo 1; dal 720 a.C.

nessuno.

La condizione dei messeni fu quella di contadini asserviti, lasciati in loco per lavorare la terra. La

loro condizione è rievocata in alcuni frammenti di Tirteo (il 6 e il 7).

A documentarci sulle istituzioni di Sparta è la biografia scritta da Plutarco di Cheronea su Licurgo,

che si definisce Μεγάλη ήτρα (è la lettera della legge che decide quali funzioni debbano essere

svolte da un’istituzione in quali fasi, con quali tempi, con quali modalità. La parola Rhetra vuol dire

legge. È la legge che diventa tale dopo l’approvazione dell’assemblea popolare, la leggere

ratificata dal voto dei cittadini, legge della comunità). La rhetra ci parla delle generalità delle

istituzioni spartane che sono:

la DIARKIA (διαρχία)(erano tali per nascita);

GHEROSIA (γερουσία), il consiglio dei gheronti (γέροντες);

APELLA (Απέλλα) (aperta a tutti i maschi adulti).

Non si parla del

l’EFORATO, (consiglio di 5 efori, ispettori, controllori  hanno il dovere di vigilare sui Re) perché

sicuramente son stati creati successivamente.

Si diventava γέροντες, secondo quanto dice Aristotele nella Politica (libro II, cap 9), dopo aver

raggiunto i 60 anni di età, attraverso un sistema di selezione interessante: in sostanza l’apella

doveva esprimersi rispetto alla qualità morale e civica dei candidati applaudendo. Un numero di

spartani in un locale che non coincideva con quello dove era riunita l’απέλλα, doveva apprezzare

attraverso l’ascolto di questa manifestazione plateale del consiglio, quali fossero i candidati

preferiti dalla comunità. Tutto il sistema educativo spartano, l’etica civica si Sparta, si fonda

sull’idea della moralità.

Senofonte (nella Costituzione degli spartani) ci da la misura di quanto fosse necessario

subordinare l’individuo alla collettività:

per esempio, ciascun cittadino spartano era autorizzato e incoraggiato ad intervenire

nell’educazione di bambini e ragazzi anche se non si trattava di un membro della sua famiglia.

Questi bambini facevano parte di una collettività sino all’età adulta, venivano controllati ed educati

dalla collettività.

Tra la gherosia e l’απέλλα c’era un interazione di poteri di questo tipo, la gherosia doveva decidere

l’ordine del giorno (il προβούλευμα), è la decisione preliminare che viene proposta al consiglio

ristretto e che viene posta alla decisione del consiglio allargato. La gherosia aveva una funzione

PROBULEUTICA.

L’apella poi doveva valutarlo e votarlo. I membri della gherosia non erano sottoposti al controllo

pubblico da parte dell’apella (EUTHYNEIN = il controllo che di solito esercita l’assemblea allargata

sui magistrati al fine del loro mandato).

L’apella si riuniva una volta al mese, all’aperto (prevalentemente) e il suo nome si lega o all’origine

del nome di apollo, o al significato del verbo APPELLARSI (chiamare).

Gli φορος erano sottoposti al controllo dell’απέλλα.

Lezione 20/11/2014

Concludiamo oggi con la considerazione del modello spartano e consideriamo invece il modello

ateniese, in particolare le riforme di Solone. Ieri abbiamo definito e dato i diversi nomi alle

istituzioni politiche spartane:

Διαρχία - i due re comandano l’esercito in battaglia;

Γερουσία - esercita la funzione probuleumatica, stabiliscono l’ordine del giorno che poi si

ratifica all’interno dell’ Απέλλα;

Απέλλα;

Eforato - è un consiglio di istituzione successiva non contemplato nella Grande Rhetra (Μεγάλη

ήτρα) e che vigila sul fatto che i re agiscano nel rispetto della finalità della loro azione politica,

ovvero fare il bene della comunità.

Rispetto a quest’articolazione politica, riconosciamo un assetto sociale abbastanza semplificato

non così articolato. 30

Gli Spartiati

Parliamo di:

1. ὅ

SPARTIATI = definiti anche μοιοι , che significa uguali, simili, per condizione civica, nel

senso che a tutti sono conosciuti gli stessi diritti all’interno della città di Sparta, quindi

hanno il diritto e il dovere prestare servizio nell'esercito cittadino, possono partecipare

all'απέλλα e possono essere scelti per la γερουσία. L’educazione alla quale erano

sottoposti è detta γωγή , che è un modello educativo fondato sul principio delle classi di

età dai 6 ai 12 anni e dai 12 ai 20 anni, periodo in cui i bambini veniva accompagnati all’età

adulta attraverso una serie di esercitazioni, riti come i banchetti comuni, dove si imparava

l’atteggiamento che uno spartiato doveva avere sia in guerra che all’interno della città.

C'erano delle pratiche che ci raccontano le fonti, tipo Senofonte nella “Costituzione degli

Spartani” o Platone sulla costituzione delle leggi. Pratiche in virtù delle quali, ad esempio,

un giovane spartiato nella seconda delle classi di età (dai 12 ai 20 anni) doveva essere

allenato attraverso la κρυπτεία, che era una pratica crudele e che si seguiva alla

dichiarazione formale di guerra agli Iloti. Tutti i contadini, mantenuti in una condizione di

asservimento dagli spartiati, dovevano vedere rinnovato il riconoscimento formale di questa

condizione da parte di Sparta, che da parte degli efori ribadiva l'importanza di mantenere

militarmente il controllo sugli Iloti. Una dimensione in cui si esprimeva questo rapporto di

subordinazione totale degli Iloti agli spartani era nella pratica della κρυπτεία, che

prevedeva che per alcuni giorni i giovani spartani dovevano darsi alla caccia dell'Ilota,

dovevano dimostrare di essere in grado di catturare e uccidere un Ilota. Questa pratica non

sappiamo se fosse realmente attestata, però questa è rievocata anche a livello simbolico

per ribadire la superiorità degli uni sugli altri. Rientrava poi il principio della dieta in cui ci si

doveva astenere da certi cibi nel caso delle donne o ci si doveva accontentare di un pasto

frugale da parte degli uomini per consentire una salute migliore: un corpo meno appesantito

dal cibo, consentiva un migliore equilibrio e un migliore movimento.

A questo principio potevano derogare solo i re che avevano più libertà. Il numero degli Iloti

si misura pari a 10.000 unità, e si tratta di un numero sempre troppo basso di cittadini di

pieni diritti. I Greci parlavano di λιγανθρωπία , cioè di pochi uomini, di un numero

inadeguato di uomini, a cui si cercherà di fare fronte in modo i diversi: dall'idea di

ammettere la possibilità per la donna di congiungersi a più uomini per aumentare il numero

di nati, alle pratiche della diarchia che cercherà di attuare tra IV e III secolo di affrancare un

certo numero di Iloti. Perché? Perché il sistema spartano si forma su una sorta di modello

di apartheid, si parla di mantenere in uno stato di subordinazione giuridica, un numero di

Iloti numerosissimo militarmente, cioè gli spartiati devono essere capaci, ora indebolendo il

numero degli Iloti, ora aumentando il numero, di garantire che questo rapporto di

subordinazione possa essere mantenuto nel tempo.

Anche quando, a seguito di battaglie combattute contro Atene nella guerra del

Peloponneso, si fanno stragi di spartiati, per Sparta è un problema gravissimo.

2. PERIECI (dieci volte il numero degli spartiti), vivono una condizione giuridica differente

godono della libertà fisica, non sono schiavi, ma non hanno la libertà politica e sappiamo

pochissimo della loro libertà giuridica. La libertà è un concetto che si declina in molti modi,

c'è l'aspetto giuridico (tutela della propria persona), politico (libertà di votazione), fisico

(libertà dal rischio di essere fatto schiavo). La libertà fisica era assicurata, quella politica no,

quella giuridica è dubbia, cioè non sappiamo quali fossero i suoi confini. A volte potevano

essere arruolati nell’esercito degli spartiati forse a significare che ci fosse una maggiore

vicinanza rispetto al gruppo dominante. La definizione di Perieci ha a che fare con la loro

condizione originaria, infatti il significato della parola περίοικοι è “coloro che abitano

intorno”, quindi si tratta di popolazioni limitrofe inizialmente autonome, e poi attratte nella

sfera d'influenza spartana e mantenuti in uno stato di libertà, non assimilabile a quello degli

Iloti.

3. ILOTI, il numero maggiore di persone, non abbiamo il numero preciso però possiamo

pensare a centinai di migliaia di Iloti, perché le fonti non parlavano di loro. Potevano avere

due origini: possono essere gli indigeni sottomessi e poi asserviti, gli Iloti più vicini agli

spartani, gli Iloti Laconi o Iloti Messeni. Queste due categorie condividono la stessa 31

condizione: sono tenuti in una condizione di schiavitù, obbligati a lavorare le terre, non

godono della libertà né fisica né giuridica e anzi, attraverso la pratica della κρυπτεία, sono

mantenuti in uno stato di soggezione anche a livello di propaganda, cioè sono inferiori e

meritano di stare nello stato di soggezione nel quale li hanno ridotti gli spartani nell’VIII e

VII secolo, almeno in Messenia.

Il tipo di mobilità sociale che si può immaginare in questa struttura articolata è minimo, nel senso

che sappiamo che in periodi di grande necessità si è arrivati a integrare tra gli spartiati di pieni

diritti i perieci, ma in casi di grande necessità anche gli Iloti, cioè gli schiavi che venivano affrancati

e se prestanti fisicamente potevano essere impiegati nell'esercito cittadino. Per il resto possiamo

immaginare che l'articolazione fosse rigida, salvo casi di necessità.

La prospettiva di godere della libertà a patto di prestare il servizio militare è una prospettiva che si

riconosce anche in altre πόλεις, ad esempio Atene propone ai Meteci, cioè agli stranieri e poi agli

schiavi la naturalizzazione in cambio dell'impegno a combattere in difesa della città. Quindi il

meccanismo che prevede la naturalizzazione come remunerazione di un servizio militare

importante, è una pratica largamente diffusa e non riguarda solo Sparta. Nel caso del gruppo degli

spartiati, sebbene Sparta rappresenta il modello oplitico perfetto, perché fa coincidere il gruppo dei

cittadini con quello dei combattenti e almeno teoricamente non ammette gradi di cittadinanza (uno

è cittadino e resta tale) a meno che il cittadino non commetta errori, per esempio quando viene

meno al rispetto delle pratiche, allo stare in battaglia al proprio posto, al seguire il modello

educativo, nel caso in cui ci fossero delle inadempienze da questo punto di vista non si era

spartiati degni di quelle prerogative, allora si ricadeva in una serie di condizioni inferiori che ci

descrive nella “Costituzione degli Spartani” di Senofonte:

• Inferiori, quelli che non avevano rispettato le regole all’interno dei banchetti collettivi;

• Tremanti, quelli che avevano abbandonato l’esercito in battaglia temendo la morte;

• Motaci, una categoria a se perché corrispondono ad uno statuto giuridico inferiore ma non

si riconosce una vera responsabilità, perché che erano figli di unioni illegittime, che non

erano quelle generate fuori dal matrimonio ma quelle nate da unioni con individui di statuto

inferiore, o perieci o iloti. ῆ

Quando gli Iloti venivano affrancati diventavano nuovi componenti del δ μος . Le condizioni

rispettivamente attribuite per legge agli spartiati che avessero sbagliato qualcosa, si legano a

condizioni diverse e a problemi diversi.

Noi seguiremo, nel corso delle lezioni, l'espansione dello stato spartano tra VI e VII secolo, la

costituzione di una federazione di stati interna al Peloponneso, nella quale faranno parte degli stati

ben disposti ad allearsi con Sparta nella quale vi è la lega peloponnesiaca , che è un blocco da

cui restano fuori pochi stati, come Argo, che poi nel V secolo si contrapporrà alla lega delio-attica

guidata da Atene. A quel punto capiremo meglio le differenze tra le due leghe.

Che tipo di soluzioni adotta Atene in questa stessa fase tra VII e VI secolo per articolare in modo

stabile la sua società?

Modello oplitico ateniese

Bisogna dire che la città di Atene, che ha un passato miceneo, aveva tre piccoli centri attivi nell'Età

del Bronzo: Eleusi, Thorikos e Maratona.

Atene passa indenne attraverso la fase della distruzione della civiltà micenea. In quei secoli in cui

si assiste ad un regresso dal punto di vista materiale e politica negli altri centri della Grecia, Atene

conosce una fase di relativo sviluppo, uno sviluppo economico che si manifesta attraverso il suo

ruolo e la sua presenza nei principali traffici commerciali che riguardano la Grecia e che le

consente di conoscere una fase delle origini relativamente pacifica. Se si immagina che Sparta sia

nata dall'incontro violento tra i dori e le popolazioni pre-doriche e la forzata unione dei villaggi

preesistenti, Atene avrebbe conosciuto sempre un processo di sinecismo ma pacifico. L'unico che

ci racconta, con la pretesa di dare una ricostruzione storica di questa fase, è Aristotele nei primi

capitoli della costituzione degli ateniesi, θηναίων πολιτεία (cioè il modo in cui gli ateniesi

vedono lo stato, definiscono l'idea di giustizia e istituiscono un sistema giudiziario coerente), che ci

racconta di una fase monarchica che interessa i secoli X, IX e VIII , verosimilmente una

ricostruzione inaffidabile dal punto di vista storico ma, per la fase che segue all'uscita dei secoli

oscuri, parla di un collegio di arconti a vita (681 a.C.) che esercitano diverse funzioni. Gli arconti

sono 9: 32

ἄ ρχων πολέμαρχος ,guidava l’esercito in battaglia

ἄ ρχων βασιλεύς , presiedeva i riti religiosi

ἐ ἄ

πώνυμος ρχων , dava il nome all’anno in corso  inizia ad avere questo ruolo quando

l'arcontato passa da vitalizio ad annuale.

+ 6 ρχοντες θεσμοτεται , da τίθημι, sono quelli che stabiliscono i θέσμιοι, cioè le norme, che

poi diventano νόμοι. Essi sono quelli che non solo le definiscono ma anche quelli che le fanno

rispettare, membri di un consiglio con competenze giudiziarie.

Nel VII secolo la città è già consapevole del fatto che sia opportuno far ruotare le cariche. Noi

conosciamo l'esistenza, grazie ad Aristotele, sia di un collegio di arconti sia del fatto che questi

arconti, una volta terminato l’anno di carica, entravano a far parte di un consiglio detto Άρειος

Πάγος . È un consiglio che ha sede nella collina di Ares. Questo consiglio avrebbe vigilato sul

buon governo della città, che si evolve nella storia di Atene dalle origini sino al IV secolo.

Che tipo di società esprime quella forma politica?

È una società nella quale pochi, i cosiddetti bennati, di origini migliori delle altre, mantengono il

privilegio di accedere a queste cariche. Almeno all'inizio del VII secolo sono solo poche famiglie

aristocratiche ad esprimere i rappresentati che possono essere selezionati come arconti. È

l'areopago, secondo Aristotele, a selezionare nuovi arconti di anno in anno. Solo i più ricchi e di

nobile origine possono diventare arconti.

Sappiamo meno del ruolo dell'assemblea.

Successivamente grazie alle riforme di Solone, il criterio di selezione si sposta dall’origine alla

ricchezza. È ragionevole che ci fosse un'assemblea più allargata di cittadini nel VII secolo, ma le

informazioni le riceviamo solo per l'ultima fase. Aristotele dice che intorno al 620 a.C., potevano

avere la cittadinanza, potevano essere cittadini (πολίται) quelli che avevano una sostanza

sufficiente a consentire loro di procurarsi l’armatura oplitica: i cittadini guerrieri (πολίται πλίται ).

Certamente in quella fase solo i πολίται πλίται possono partecipare all'assemblea e si può

parlare di una diversificazione tra chi accede all'arcontato e chi è semplicemente cittadino. È per

questa ultima fase che segna la fine del VII secolo che abbiamo le maggiori informazioni, non solo

grazie ad Aristotele ma anche alla situazione sociale determinata in Attica fa esplicito riferimento

Solone nelle sue elegie.

Lui disegna un quadro di profonda contrapposizione sociale tra chi ha pochissimo o nulla e chi ha

molto, identifica i responsabili di questa crisi, di questa στάσις, e li identifica nei più ricchi, quelli

che possono molto per le loro sostanze. Insieme alle leggi di Solone dobbiamo considerare come

terza fonte la biografia di Solone scritta da Plutarco, il quale sembra aver utilizzato gli scritti di

Aristotele ma anche le elegie di Solone. Infatti ci fornisce alcuni dati che si è procurato, attraverso

un'interpretazione delle fonti, autonomamente, che non troviamo in Aristotele. Sul dato che c'è una

profonda crisi sociale che nasce da una crisi a livello agrario ce lo dicono coerentemente sia

Aristotele che Plutarco nella vita di Solone, e le loro due testimonianze sono riportate nella pagina

della dispensa numero 15.

La prima testimonianza è di Aristotele nella costituzione degli ateniesi II, 2. La seconda di Plutarco

nella vita di Solone XIII,4. Sostanzialmente il tenore delle testimonianze è lo stesso, cioè si registra

una situazione di grande povertà e dall'altro il fatto che una serie di ateniesi è precipitata in una

condizione di povertà che ha tolto la libertà fisica, il cuore delle riforme di Solone è rappresentato

dalla volontà di definire in maniera chiara i concetti della libertà fisica, politica e giuridica.

Cosa dicono le due fonti?

Aristotele ci dice:

"E i poveri, i loro figli e le loro mogli erano servì dei ricchi (si fa riferimento ad una

condizione di tutti i piccoli contadini che non erano capaci di garantirsi la

sussistenza, non si parla di cittadini mediamente poveri ma di cittadini che erano

divenuti servi dei ricchi perché la condizione che c'era inizialmente era quella di una

dipendenza tollerabile ma che era diventata tale da stritolarli. Quindi l'incapacità di

mantenere il rispetto delle regole di questo rapporto tra piccoli contadini e grandi

latifondisti li aveva condotti nella condizione degli schiavi. Solone ci dice che questi

cittadini impoveriti erano anche esuli a vita, cacciati dalla patria). Ed erano chiamati

"ἑκτημόροι" o "pelati" (i primi erano quelli della stessa parte, i secondi erano 33

clienti). Questi lavoravano i campi dei ricchi per un fitto stabilito, tutta la terra era

nelle mani di pochi e se non consegnavano il fitto, essi diventavano insieme con i

loro figli schiavi".

Qui si fa riferimento alla situazione in maniera da tracciare l'evoluzione, i poveri sono servi dei

ricchi perché erano in una condizione di ektemorato o nella condizione dei pelati, poi però incapaci

di versare quanto dovevano, sono diventati addirittura schiavi. Simile la testimonianza di Plutarco.

La diversità della sua testimonianza si può dovere al fatto che forse il biografo ha voluto variare un

po' la fonte aristotelica e lo ha fatto o banalmente in modo sciatto oppure perché ha voluto dare

una ricostruzione diversa.

Lui dice:

"Tutta la gente del popolo era indebitata coi ricchi (lui distingue tra due condizioni):

o coltivavano la terra pagando la sesta parte del raccolto (questi venivano chiamati

ἑκτημόροι o pelati), o prendevano denaro in prestito con la garanzia dei loro corpi

ed erano alla mercé dei loro creditori, alcuni facendo gli schiavi in patria, mentre

altri erano venduti all'estero". ἑκτημόροι

Mentre Aristotele traccia lo scadimento di una condizione (da a schiavi), Plutarco

ἑκτημόροι

riconosce due condizioni diverse, ci sono gli e i pelati ma non sono necessariamente

gli schiavi per debiti. Forse Aristotele è più affidabile. Dobbiamo fare i conti con una situazione di

estremo disagio che riguarda un gran numero di persone. A questa situazione fa riferimento

Solone nelle sue elegie, identificando sia le ragioni cioè gente impoverita che deve lasciare la sua

casa, sia le soluzioni, cioè che tipo di costruzione politica Solone elabora per risolvere la

situazione. Considerate che si ripensa politicamente il ruolo di ciascun cittadino all'interno della

città secondo forme che vedremo meglio la prossima volta.

Vi anticipo le fonti: la Vita di Solone scritta da Plutarco, quello che ci dicono Erodoto e Tucidide,

pochissimo di Solone, che per loro esiste come uomo saggio non tanto quanto uomo politico e le

Elegie di Solone che citeremo a più riprese e identificheremo il carattere della sua azione in ambito

agrario, politico istituzionale e in particolare quello giudiziario, cioè come riforma il sistema

giudiziario Solone inventando, secondo Aristotele, il tribunale popolare e affidando per la prima

volta a tutti i cittadini il diritto di giudicare dei processi.

Lezione 25/11/2014

L’ultima volta ci siamo lasciati facendo cenno al carattere della crisi agraria che Solone ha

affrontato nel primo anno del suo mandato come arconte, 594-593. Abbiamo letto le testimonianze

che di quella crisi conservano la “Costituzione degli Ateniesi” aristotelica e la “Vita di Solone”,

scritta da Plutarco di Cheronea, che è l’unica che si preoccupa di fornire un’evoluzione delle

istituzioni politiche di Atene, dalle origini sino alla fine del IV secolo.

Tornando alla crisi agraria, le fonti principali sono appunto la “Costituzione degli ateniesi”, la

biografia plutarchea e alcuni dei frammenti delle elegie di Solone, che fanno riferimento a una

situazione di indebitamento o asservimento vissuto da una grande parte degli ateniesi, situazione

rispetto alla quale Solone ha sentito il dovere di intervenire. La scelta di Solone come arconte ha

all’origine la volontà di queste parti contrapposte, i ricchi e i poveri, di risolvere la situazione, tanto

è vero che la sua figura si presenta come quella di mediatore, di ALACTEèS.

Gli interventi che Solone adotta per risolvere il problema

Vediamo in che modo la politica si inventa una soluzione, che non è quella che potremo

banalmente immaginare ma anche la più difficile da realizzare, ridistribuire la terra a chi non ce

l’ha, in una situazione in cui ci sono pochi che detengono tutto e che hanno di conseguenza

asservito i molti che non hanno niente, la soluzione che più facilmente si immagina che possa

riequilibrare la situazione, è quella di ridare la terra. Tanto è vero che uno dei motti del popolo

ῆ ῆ ἀ

(δ μος) è γ ς ναδασμός (ghes anadasmòs), distribuzione della terra, è rivendicazione del

δ μος ma non è la risposta di Solone. Bisogna pensare che, da parte di un magistrato cui viene

affidato il compito di mediare, un’assunzione come quella della distribuzione della terra non

sarebbe apparsa come una posizione mediana, ma come una troppo proiettata verso le esigenze

e le istanze del δ μος . Deve togliere dove c’è troppo, dare dove c’è poco, ma senza ribaltare 34

completamente i ruoli. Lui non vuole negare ai ricchi una parte dei privilegi che è giusto che siano

dati ai ricchi, ma dall’altra parte non vuole lasciare gli ateniesi nella condizione di servitù in cui si

trovano. ῆ

Importante è sottolineare che con il termine δ μος gli antichi intendevano il significato principale di

popolazione, popolo nel suo insieme, insieme della cittadinanza, quando si parla di δ μος si parla

di popolazione che ha dei diritti, cioè riconosciuta come meritevole di un luogo politico. Sebbene

δ μος ha un significato collettivo, spesso e volentieri le fonti, a cominciare da Solone, si

riferiscono al δ μος come la maggioranza non ricca e non aristocratica della popolazione

cittadina. Quindi ha due sfumature di significato. Gli aristocratici si chiamano γαθό ι (migliori,

cioè quelli che hanno una migliore condizione economica).

Da questo momento in poi, quando gli uomini politici si preoccupano di fare riforme che siano

demotiche (δημοτική). Δημοτική: favorevoli al δ μος , adottano di norma, riforme che siano

favorevoli ai più poveri del δ μος.

Solone nelle sue elegie rivendica la responsabilità, con orgoglio, la scelta di aver adottato

provvedimenti favorevoli al δ μος .

Cominciamo con le riforme che intervengono unicamente sul piano economico.

Σεισάχθεια, o scuotimento dei pesi: il peso non è altro che il debito che grava sulla terra e che

spesso è all’origine dell’asservimento della persona. Se quel debito non viene pagato, decade da

una condizione di libertà a una condizione di schiavitù. Scuotere i pesi significa “farli cadere”,

“annullarli”.

Effetti dello scuotimento dei pesi: (livelli di intervento)

1. Liberazione delle persone asservite: chi è stato venduto come schiavo, o è decaduto in

una condizione di asservimento, ritrova la sua libertà. A Solone si riconosce l’invenzione

della prima idea di tutela della persona fisica, cioè per la prima volta il cittadino vede

garantiti formalmente i suoi diritti a non essere ridotto a una condizione di schiavitù.

Nessuno può attentare alla libertà fisica di un ateniese.

2. Si libera chi era servo in patria, ma si fanno ritornare anche quelli che erano stati

venduti come schiavi fuori, gli AGOGHIMOI. Questo secondo intervento viene ricordato

nei manuali come una cancellazione delle condanne per τιμία , combinate prima della sua

elezione come arconte. Chi era condannato all’ τιμία era privato di tutti gli onori. Essere

senza (ἀ privativo) onore (τιμία). Venivano portati in patria riconoscendo tutti quei diritti che

gli erano stati tolti prima.

A questi due interventi se ne accompagnano altri due, che completano l’intervento di Solone.

3. Liberazione della terra, se io ho perduto il diritto di lavorare la mia terra, perché sono

decaduto in una condizione di schiavitù, sono stato anche venduto all’estero, Solone mi

consente di tornare, di vedere cancellato il mio debito, di ritrovare la condizione di libertà e

di vedere la mia terra liberata, quindi che può tornare il mio possesso. A tutti i livelli quindi,

si cancella la situazione precedente.

4. Si vieta per il futuro, la possibilità di dare come pegno per un debito, in garanzia, la

propria persona. Dunque non solo libera quelli che sono stati asserviti, ma impedisce per

il futuro che si possa determinare una situazione del genere. Nessuno dal 594-593 a.C.

può dare un prestito o chiederlo, identificando la persona fisica come possibile garanzia.

(divieto di dare come pegno, la propria persona).

Atene può fare a meno di andare oltre mare alla ricerca di terre, per risolvere i propri problemi per

la povertà di terre, cioè della STENOCODIA, della povertà di terre, e tenta di dare una soluzione

politica a questi conflitti.

È un provvedimento che si capisce piuttosto facilmente, e bisogna considerare tutte le implicazioni

appunto, a livello giuridico, a livello socio-economico, liberazione della terra. Lui dice proprio in

un’elegia “ho tolto i cippi di confine dalla terra, che prima era asservita e io l’ho liberata.” I cippi di

confine sono detti anche ροι (cippi ipotecari appunto). Cioè erano delle lastre di pietra che messe

al confine tra una terra e l’altra registravano i termini giuridici della situazione di quella terra.

Togliere i cippi voleva dire dare la libertà alla terra. Tutta l’azione di Solone è spesso definita con il

termine μεσότης, che vuol dire misura, centro, cioè trovare un equilibrio armonico tra le cose. È un

concetto molto utile a capire l’esperienza culturale dei greci. Solone nell’elegia 7, dice “io sono 35

stato nel mezzo, come un cippo di pietra, cioè ho cercato di mantenermi saldo fra le diverse

richieste che giungevano dalla parte dei poveri e dalla parte dei ricchi e cercando di adottare di

volta in volta la soluzione più equilibrata, perché l’ σότης , cioè l’uguaglianza non genera guerra”. Il

concetto di σότης indica l’uguaglianza, ma l’uguaglianza che nasce dall’equilibrio, quindi non è

l’uguaglianza aritmetica, ma un’uguaglianza che in base alle necessità di ciascuno, riconosco

quello che gli spetta, dunque si fonda sul merito.

Riforme sul piano politico

Queste completano questo quadro ma ci fanno vedere che idea ha Solone dell’equità.

Solone dopo aver risolto la soluzione degli ateniesi asserviti si trova con un certo numero di

cittadini, che è aumentato per via delle altre riforme. Per essere Ateniese, era necessario avere

padre Ateniese.

A che cosa si aveva diritto una volta che si era Ateniese? Diritti fondamentali dei cittadini dopo

Solone

• Diritto a non essere più asservito, quindi la libertà fisica;

• Libertà giuridica, dal 594 a.C. qualsiasi Ateniese che ritenga di avere subito un danno,

che poteva essere anche una condanna ingiusta da parte di magistrato, o ancora qualsiasi

Ateniese che avesse ravvisato il danno subito da un altro cittadino, ha il diritto e il dovere di

intervenire e di segnalarlo. Questo diritto si chiama diritto dell’ βούλομενος, che significa

“chiunque lo voglia”. Quando Aristotele ce ne parla, ci dice che è tra i provvedimenti

DEMOTIKOTATA, che vuol dire “trai i più demotici in assoluto”, cioè tra i più favorevoli al

δ μος in assoluto. Per la prima volta si afferma il principio che la legge deve vale come

limitazione del potere.

• Libertà politica: per i Greci il concetto di libertà si declina sempre in queste tre forme:

Diritto di approvare o respingere con il voto le linee della condotta

 politica proposte dalla classe dirigente, perché ci sono diritti che esercitano

tutti e diritti che hanno solo persone specifiche;

Solone riconosce quattro grandi classi censitarie:

1. PENTAKOSIOMEDIMNI, vuol dire quelli dei 500 medimni, cioè quelli

che producono con la loro proprietà almeno 500 medimni di grano (o altri

cereali) all’anno; solo loro possono accedere all’arcontato;

2. ἱ ῖ

HIPPEIS , ππέ ς vuol dire cavalieri, si riferisce al fatto che la

seconda classe censitaria era rappresentata da quelli che potevano

permettersi di mantenere un cavallo, corrisponde a 300 medimni;

3. ZEUGITI, ζευγῖαι, ceto degli opliti, ceto di chi poteva permettersi

un’armatura, l’etimologia di questa parola farebbe rifermento al giorno

dell’aratro, utilizzato per la coltivazione della proprietà di media

estensione, che era tipica di questa fascia censitaria, ζε γον ; i medimni

prodotti erano 200 = ceto oplitico;

4. ῆ

TETI, θ τες più numerosi il cui reddito era minore di 200 medimni, o

proprio senza proprietà = nulla tenenti, quelli che sono sotto le tre fasce

censitarie. ῆ

La grande rivoluzione politica di Solone è che per la prima volta ai θ τες si riconosco i

diritti fondamentali dei cittadini. I θ τες ricevono per la prima volta dei diritti.

Dove si esprimono? Vediamo come a questa articolazione socio-economica, corrisponde

un’articolazione politico-istituzionale, cioè ci sono dei luoghi nei quali i rappresentati delle

varie fasce censitarie possono esprimere i propri diritti. L’arcontato era accessibile solo da i

pentakosiomedimni e ora gli arconti vengono eletti tramite sorteggio.

Le nuove istituzioni: • Βουλή, o consiglio ristretto (dal verbo βούλομαι, discuto,

delibero) dei 400, partiamo di un consiglio di 400 membri,

probabilmente la composizione numerica si deve all’articolazione

del territorio dell’Attica- all’epoca di Solone, l’Attica era divisa in

quattro tribù territoriali, l’idea è che Solone avesse voluto attingere

ad ogni aria, ad ogni distretto del territorio dell’Attica, chiedendo a

36

ciascun distretto di mandare 100 membri; questo consiglio, aveva

la funzione probouleutica, il consiglio definisce l’ordine del

giorno (προβούλευμα); si discute se avesse anche funzioni

giudiziarie.

• ἐ

κκλησία , o assemblea popolare. È quella alla quale possono

partecipare tutti, anche i θ τες. Qui si discute l’ordine del giorno

del consiglio, lo si approva, lo si rigetta, si interviene nel merito

delle proposte. Secondo alcune fonti, soprattutto oratori del IV

secolo, sarebbe stata l’ κκλησία a decidere sui diritti individuali

(- può condannare l’ τιμία ); può togliere i diritti di cittadinanza

ma anche concederli: la naturalizzazione degli stranieri. Plutarco,

nella “Vita di Solone”, ci dice che fu un provvedimento che lui

chiama νόμος τόν δημοποίητος, cioè legge sui cittadini

naturalizzati, a permettere che la cittadinanza di Atene venisse

concessa a tutti quelli che si trovavano a vivere ad Atene per due

ragioni fondamentali: 1. Si sono trasferiti stabilmente in città con

la propria famiglia per lavorare; 2. Sono stati condannati all’esilio

a vita in altre città greche (= rifugiati politici). Il numero dei

partecipanti è di circa 6'000, perché quando si trattava di decidere

cose realmente rilevanti, la parte rappresentativa del tutto

richiesta è sempre pari a 6'000. S’immagina allora che questo

fosse un numero capace di identificare ciò.

• ἠ

λιαία, o eliea, o tribunale popolare. È quello aperto anche ai

θ τες. È considerato certo che tutti i cittadini di Atene, anche i

θ τες potessero esprimere quella che si chiama funzione

giurisdizionale, ossia esprimersi col voto anche rispetto alle

materie giudiziarie (condanna). Secondo Aristotele, la democrazia

nasce quando si riconosce a tutti il diritto di essere parte della

giuria popolare. Si discute sul luogo. Siamo certi che l’eliea fosse

già un istituto a sé? O si riuniva all’interno dell’ecclesia durante

sedute giudiziarie?

Vediamo di capire la rilevanza di questa funzione giurisdizionale

facendo riferimento al atre considerazioni che dobbiamo alla

ricostruzione di Aristotele.

Solone dice “io ho dato al popolo, il γέραϛ che gli spettava”,

ϛ

γέρα termine che nei poemi omerici identifica la quota di bottino,

che doveva essere identica per tutti.

Quali sono i diritti che si possono esprimere in sede giudiziaria:

- ὁ βούλομενος, possibilità per chiunque lo voglia di intentare una causa;

- tutti hanno diritto di essere giudici popolari, nell’Eliea ogni cittadino ateniese può esprimersi

rispetto alle dispute che riguardano la cittadinanza;

Si discute invece se quello che dice Aristotele su questi temi sia credibile o meno, ossia se in

questa fase i giurati popolari (nell’eliea) esercitassero le loro competenze anche in materia di

ε σαγγελία, procedura giudiziaria, che colpiva chi attentava alla sicurezza dello Stato.

Secondo Aristotele questa procedura fu introdotta per la prima volta da Solone. Sempre

secondo Aristotele, per la salvaguardia dello stato, dovevano interagire il δ μος e l’ Άρειος

Πάγος, cioè il consiglio composto dagli ex arconti usciti di carica, un consiglio molto

rappresentativo delle migliori famiglie dell’Attica. Anche in questo caso Solone dovrebbe aver

agito nel senso della misura, nel senso che prevede che rispetto a questa materia così

complessa, le due forze politiche (la cittadinanza e un consiglio molto ristretto) che dovevano

vigilare sulla sicurezza dello Stato. In che modo? Questa è la spartizione dei poteri più

plausibile: Il δ μος può segnalare che l’attività di un ateniese, di un magistrato rischia di

compromettere la sicurezza dello Stato e dunque si segnala l’abuso, ma è l’ Άρειος Πάγος a

verificarne la legittimità dell’accusa. Quindi c’è una sorta di fase istruttoria che dovrebbe

precedere il processo vero è proprio, nel corso della quale si verifica la legittimità dell’accusa.

37

ὁ ἰ

Tutti i cittadini ( βούλομενος ) sono invitati a ε σαγγέλλεν, cioè a farsi avanti. Lo Stato si

impegnava a sanzionare l’eventuale colpevole. A questo consiglio si riconosce il ruolo di φύλαξ

ῆ ϛ

τ ς πολιτεία , che vuol dire guardiano della costituzione. L’equilibrio dei poteri si può

riconoscere senza difficoltà.

La gran parte delle riflessioni che noi possiamo fare si devono ad Aristotele e Plutarco e,

purtroppo, né Erodoto né Tucidide si preoccupano di fare riferimenti all’azione di Solone. Per

Erodoto è frequente il riferimento a Solone ma come saggio, come uomo sapiente, non come

uomo politico; per Tucidide non esiste quasi, nel suo resoconto non si fa riferimento alle sue

riforme. Questo a lungo ha gettato discredito sulla ricostruzione che fa Aristotele nel IV secolo. Se i

grandi storici non hanno mai detto nulla sull’opera di Solone, perché dovremmo credere ad

Aristotele? È da dire che anche gli studi di tipo giuridico sono quelli che spiegano la storia del

processo attico nella maniera più affidabile, proprio a partire dalla costituzione di Aristotele.

Solone resta arconte un anno e decide, a seguito della reazione di malcontento diffusa tra i ceti

abbienti per via del riconoscimento dei diritti ai Teti, di andare in esilio. Del resto Solone è un

saggio e decide, cessato il suo mandato, di impegnarsi in altro. Quindi lascia il suo mandato, e si

scatenano vari interessi contrapposti che sono tali da rendere impossibile per alcuni la selezione di

quelli che devono concorrere alla magistratura arcontale. Dunque si genera una fase di disordine

politico. Aristotele ci dice quali sono i termini di questa contrapposizione: certamente i ricchi non

sono contenti di queste riforme, d’altra parte ci sono interessi forti che sono legati al territorio, cioè

si sono determinate in alcune fasce territoriali dell’Attica dei rapporti forti di clientela, che possono

essere anche riconosciuti a livello di linea politica.

1. Paralia, Παραλία, è la zona della costa, rappresentate degli interessi politici ed economici

di questa zona è Megacle. Possiamo riconosce un orientamento politico di tipo moderato;

2. Mesògaia, Μεσόγαια, è la terra di mezzo, la terra interna. La διακρία fa parte della

mesògaia, cioè la zona della montagna vera è propria. Il leader rappresentativo di questa

fascia territoriale è Pisistrato, che ha un orientamento politico democratico;

3. ἄ

Pedion, Πεδίον, accoglie dentro di se la zona dell’ στυ, la zona cittadina. Il leader politico

è Licurgo e ha un orientamento aristocratico, oligarchico.

Lezione 26/11/2014

Consideriamo oggi la fase della tirannide di Pisistrato e la successiva riforma delle istituzioni

democratiche ad opera di Clistene di Atene, così completiamo la trattazione relativa al VI secolo e

domani iniziamo con i primi decenni del V secolo. Quali sono le fonti che ci documentano sulla

fase della tirannide?

È una fase abbastanza estesa cronologicamente che, a considerare anche i primi tentativi di salire

al potere di Pisistrato, inizia nel 561 a.C. e si conclude nel 526 a.C. Quindi è un periodo piuttosto

ampio che però è scarsamente documentato, nel senso che possediamo per quel periodo come

documentazione diretta, cioè contemporanea agli eventi, soltanto poche iscrizioni dedicatorie e poi

dobbiamo fare riferimento ai resoconti di Erodoto (piuttosto ricco), di Tucicide e di Aristotele nella

“ θηναίων πολιτεία ”, il quale tra l’altro è l’unico che racconta la fase della prima ascesa, cioè il

contesto storico nel quale si colloca il tentativo di Pisistrato di diventare tiranno di Atene per la

prima volta e quindi a questa testimonianza relativamente tarda, poiché risale alle fine del IV

secolo a.C. Aristotele, rispetto all’ascesa di Pisistrato, parte da quella tripartizione territoriale

dell’Attica (della Παραλία, della Μεσόγαια - includente la διακρία - e del Πεδίον – includente

dell’ στυ ). Aristotele, capitolo 13 paragrafo 4:

“Vi erano allora tre fazioni, una dei Parali (che sono gli abitanti della costa), di cui

era a capo Meracle, figlio di Alcmeone, i quali ritenevano di dover soprattutto

seguire un’organizzazione statale di tipo moderato; un’altra di coloro che abitavano

nella pianura (Pedion o Asty), i quali sostenevano un governo oligarchico, il loro

capo era Licurgo; la terza infine era quella dei diakri (siccome noi abbiamo detto ieri

la Diakria fa parte della mesogaia), alla testa di questi c’era Pisistrato che sembrava

essere il più democratico.”

Con questa schematica ricostruzione, Aristotele dà conto di una serie di processi storici rilevanti:

da un lato l’esistenza di clientele tra grandi γένη e persone di stato sociale inferiore, che 38

dipendevano da quelle famiglie aristocratiche in tutti e tre le fasce territoriali, l’esistenza di interessi

economici molto caratterizzanti per la zona territoriale, attività commerciali e artigianali nella zona

costiera, piccoli contadini e più in generale i θ τες, che abitavano la zona meno fertile e meno

felice perché lontana dal mare, quella interna, di cui era leader Pisistrato, e infine proprietari di lotti

fondiari più estesi, e quindi con interessi legati alla proprietà fondiaria di certe dimensioni, quindi il

latifondo, fautori di un progetto politico di rinnovamento di tipo oligarchico che quindi

sostanzialmente voleva far arretrare la costituzione così come riformata da Solone allo Stato

precedente (- quindi cancellare l’allargamento dei diritti a tutti i cittadini di Atene, rigettare l’idea di

un tribunale popolare come l’Eliea, che consentisse a tutti di esercitare la funzione giurisdizionale

etc.). Tra l’altro, da conto un po’ del malessere sociale che la riforma di Solone aveva lasciato

irrisolto in qualche misura, quello che dice Aristotele nelle righe successive, nel paragrafo 5, dove

si dice che “a dar man forte a Pisistrato, non c’erano solo questi democratici che abitavano nella

zona interna ma si erano aggiunti, spinti dalla povertà, quelli che erano stati privati dei loro crediti

da Solone, e quelli che non erano puri per nascita, spinti dalla paura (φόβος)”. A un certo punto, ci

dice sempre Aristotele “Pisistrato, che sembrava il più democratico, dopo essersi ferito da solo,

convinse il popolo che tali ferite gli erano state inferte dai suoi avversati e chiede che gli fosse

concessa una guardia del corpo, Aristione scrisse la proposta, avendo tenuto questo appoggio

divenne tiranno nell’anno dopo la redazione delle leggi di Solone (561 a.C.)”.

E’ importante sottolineare il modo in cui Aristotele da conto dell’ascesa di Pisistrato (e siamo nel

capitolo 14 della Costituzione degli Ateniesi) perché è del tutto coerente con quello che dice

Erodoto nel primo libro delle sue storie, capito 59, in cui Erodoto ci dice sostanzialmente che

Pisistrato sale al potere come tiranno, dopo che un’assemblea popolare ha preso questa

decisione. Quindi è molto importante riflettere, fin da questa prima fase del potere di Pisistrato,

sulle forme della lotta politica e sulle modalità attraverso le quali Pisistrato si garantisce l’appoggio

popolare.

Le fasi in cui Pisistrato riesce a salire al potere sono tre (solo Aristotele nella Costituzione degli

Ateniesi, da conto di tutti e tre:

1. 561 a.C.

2. 557 a.C.

3. 546 a.C. – più lunga che dura sino al 526 a.C., quando gli succedono i figli.

Nei primi casi invece parliamo di periodi molto brevi, 1 o 2 anni, in cui il potere è molto precario,

ma è interessante notare come diversamente si muovono le altre forze politiche rispetto all’ascesa

della tirannide. Nel primo caso, nel 561 a.C., è l’ecclesia popolare che ratifica una decisione,

secondo le fonti perché ingannato il popolo riunito in assemblea da questo racconto di Pisistrato,

che dice di essere in pericolo e di avere bisogno di una guardia del corpo popolare, che in qualche

modo, formalmente, sancisce che il popolo lo assume come leader. Erodoto ci da una notizia

coerente, quindi ci da modo di credere che quest’assemblea popolare si sia tenuta. Questo fatto ci

dice che 1. L’ascesa del tiranno si fonda su una decisione assunta dal popolo in assemblea, quindi

non è una presa del potere violenta; 2. Le istituzioni democratiche riformate da Solone erano

perfettamente operanti già nel 561 a.C. Quindi si tratta di una progressiva familiarizzazione da

parte degli Ateniesi con le proprie istituzioni democratiche, che continua e non si interrompe anche

nella fase della tirannide. Anzi è indicativo il fatto che gli storici antichi, sia Tucidide che Erodoto,

sottolineino più volte che Pisistrato non ha mai voluto modificare le istituzioni formate da Solone.

Quindi lui non interviene né sul consiglio, né sull’areopago, né sull’ecclesia, né sull’eliea; le lascia

tutte vitali e operanti, tant’è vero che Aristotele ha bisogno di dire che di nome si chiamava

tirannide ma di fatto era la solita democrazia, salvo che si era intervenuti su alcuni aspetti

istituzionali.

L’aspetto che forse è più evidente, anche che ci interessa sottolineare di più e ci aiuta a capire le

forme di lotta politica utilizzate dal tiranno Pisistrato e poi dai suoi figli, è il fatto che l’arcontato

abbia cessato di essere selezionato per sorteggio, ma sia tornato ad essere elettivo, e ad eleggere

gli arconti era Pisistrato. Lo dimostrano quelle poche iscrizioni votive che vi dicevo prima, perché

ricordano sempre tra gli arconti, i rappresentanti dei γένη più importanti dell’Attica e che erano

legati da rapporti di amicizia con il tiranno. Quindi si tratta veramente di arconti che lui sceglie

perché sostengano la sua linea politica, la sua linea di governo. Sono operanti con Pisistrato: il

consiglio dei 400, l’Eliea, il consiglio degli arconti e l’ecclesia. Questo esperimento dura 39

pochissimo e come dice Solone che è in esilio in quegli anni, l’ecclesia ha commesso un errore

appoggiando l’ascesa di un tiranno. Di fatto, come ci dice Aristotele, per la seconda fase, a rende

possibile il suo ritorno ad Atene e al potere, è il legame forte proprio con la famiglia di Megacles

l’Alcmeonide. Secondo le fonti sarebbe stata un precisa strategia di Megacles quella di stringere

rapporti familiari con Pisistrato (tanto che una sua figlia sarebbe divenuta la seconda moglie di

Pisistrato) con la speranza che i suoi eredi potessero restare stabilmente al potere. I dissidi dopo

questo accordo, sembrano motivati dal fatto che Pisistrato volesse portare al potere i figli avuti dal

precedente matrimonio, portano il γένος di Megacles ad allontanarsi e Pisistrato si trova

nuovamente costretto a lasciare l’Attica, sino al 546 a.C. Pisistrato cerca di legare con altre

famiglie aristocratiche dell’Attica e si prepara grazie a una serie di iniziative economiche felici, lo

sfruttamento di giacimenti minerari che gli consentono di arricchirsi ulteriormente e quindi di

arruolare un forse esercito di mercenari, a ritornare nel 546 a.C., a capo di un esercito capace di

avere la meglio sulle milizie cittadine, e a governare per un ventennio circa. Anche in questo caso

facciamo un po’ fatica a comprendere quali fossero i rapporti effettivi di Pisistrato con il γένος di

Megacles e degli Alcmeonidi in generale, perché vediamo che nell’arco di questo ventennio nel

quale ufficialmente la famiglia di Megacles si sarebbe allontanata da Pisistrato, in realtà uno degli

appartenenti di questa famiglia, Clistene, è tra gli arconti. Siccome sappiamo che gli arconti era

cooptati da Pisistrato, c’è motivo di credere che in realtà le alleanze continuassero e che fosse

stata la propaganda politica successiva a rappresentare il terzo tentativo di Pisistrato di salire al

potere come un tentativo unicamente violento che non potesse contare più sul sostegno delle

famiglie aristocratiche di Atene. In realtà, probabilmente, ci fu un’alleanza e un sostegno interno

alla città, che facilitò la sua ascesa.

Come si comporta in questo periodo più lungo e più stabile? Il carattere dell’azione politica di

Pisistrato è riconoscibile soprattutto in questa ultima e terza fase, più lunga e meglio documentata.

Ci sono alcune riforme politiche degne di nota: a parte la riforma relativa all’arcontato, una

seconda riforma interviene in ambito giudiziario: viene infatti istituito un organo che doveva agire

insieme all’Eliea, un collegio δικαστάι κατά DEMOUS, che vuol dire giudici itineranti attraverso i

demi, cioè attraverso i villaggi dell’Attica, ovvero si parla di un collegio di giudici che a differenza

dei giurati popolari, che sono i membri dell’eliea, avrebbero circolato nell’Attica, soprattutto

spostandosi dalla città verso le campagne per evitare che le dispute tra i contadini dovessero

necessariamente essere risolte dal tribunale cittadino, sia dall’Eliea, quindi per arrivare prima a

una risoluzione dei conflitti probabilmente non troppo impegnativi in loco. Sono giudici che si

spostano laddove c’è il problema e lo risolvono senza che si debba arrivare ad un pubblico

processo.

Non c’è nessun tentativo da parte delle fonti antiche di dare una spiegazione dell’istituzione di

questo collegio, quindi fatichiamo un po’ ad interne il senso. Ad esempio c’è chi ha ipotizzato che

comunque si debba leggere in questa nuova istituzione il tentativo di Pisistrato di diminuire i poteri

del tribunale cittadino, l’eliea, ma è molto difficile fornire un’interpretazione coerente e ci dobbiamo

accontentare del fatto che le fonti sottolineano questa nuova istituzione giuridica, in Attica, appunto

il collegio dei giudici itineranti. Sempre da collegare all’ambito agrario, è la decisione di Pisistrato di

istituire un prelievo sul prodotto agricolo del latifondo, la così detta DETRATE, che vuol dire

decima, decima sul prodotto agricolo, che secondo le fonti sarebbe stata prelevata per sostenere

le attività agricole dei piccoli contadini; sarebbe stata un prelievo sulle rendite fondiarie consistenti,

ma non sappiamo quali, se sono quelle delle prime fasce censitarie o anche quelle delle seconde,

però certamente destinato alle fasce più deboli della popolazione. In questo senso la politica

economica di Pisistrato sembrerebbe muoversi sullo stesso solco tracciato da Solone, che aveva

voluto agire migliorando le condizioni del δ μος e facendo anche quel qualcosa in più che Solone

si era rifiutato di fare, perché Solone non solo di era rifiutato di procedere a una nuova ripartizione

della terra, ma non aveva neanche voluto tassare il latifondo. Si era semplicemente limitato a

togliere le ipoteche sulla terra ipotecata e a cancellare la schiavitù. Però non era voluto intervenire

con quella che le fonti chiamano la ισομέρια, cioè un’eguale distribuzione della terra tra i cittadini.

Non si arriva a ridistribuire la terra in parti uguali, Solone fa qualcosa per appoggiare i piccoli

contadini, nel senso che cancella i loro debiti e la schiavitù, non procede però alla ridistribuzione

della proprietà. Quindi un disagio economico resta e Pisistrato fa un passo in più di nuovo, 40

ritenendo opportuno tassare la proprietà con un prelievo sul prodotto agricolo per favorire le

condizioni per chi aveva lotti di terra più piccoli.

Il tratto che sembra caratterizzare maggiormente la politica di Pisistrato nell’ultimo ventennio, sono

una serie di interventi che migliorano le vie della comunicazione in Attica, soprattutto che collegano

meglio i DEMI della campagna con la città, si riconducono all’azione di Pisistrato, sia la decisione

ἀ ῶ

di costruire nuove strade, la costruzione del primo acquedotto dell’Attica, l’istituzione degli γ νες

drammatici (cioè delle gare che dovevano portare la cittadinanza ateniese a scegliere ora la

migliore tragedia, ora la migliore commedia). Pisistrato non ereditò la sete istituzionale che aveva

voluto Solone, lui favorisce il fatto che gli Ateniesi possano familiarizzare con quelle istituzioni, non

ne mette di nuove che possano sconvolgere la città, ma fa si che quelle istituzioni continuino ad

operare, lo facciano secondo modalità sempre più fluide e quindi i cittadini si fanno sempre più

partecipi della vita politica. L’ecclesia continua ad operare, come la βουλή, e l’Άρειος Πάγος. La

politica culturale, la costruzione per esempio dell’”altare dei 12 dei”, per la prima volta sembrano

tutti interventi che vanno in questa stessa direzione e soprattutto in questa direzione vanno alcune

pratiche, riconducibili all’azione di Pisistrato, da una parte una politica di naturalizzazione molto

coerente con quella di Solone (anche se in questo caso sembra che ad essere beneficati dalla

prospettiva di ottenere la cittadinanza di Atene, non fossero esuli politici o commercianti, ma

mercenari) e poi avere introdotto in Attica alcuni culti di divinità di confine (come il culto di Dioniso)

che dovevano favorire l’omologazione all’interno della comunità civica, cioè culti che erano capaci

di stemperare anziché rafforzare le differenze tra i cittadini, in rapporto alle origini, in rapporto alla

condizione sociale, invece dovevano favorire l’omologazione, il mescolamento.

Solone fa da questo punto di vista un pezzo di strada, con la naturalizzazione, Pisistrato ne fa un

altro pezzo e poi nel 510 a.C. si arriva ad un momento nel quale questa naturalizzazione

determina il problema sociale gravissimo, cioè c’è una parte della comunità che non vuole

mantenere all’interno del corpo civico i naturalizzati e i loro discendenti, e si arriva a proporre

quello che Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi chiama il DIAPSEFISMOS, che è uno

scrutinio sulle liste dei cittadini, un controllo che ha per oggetto l’origine familiare dei cittadini, per

riconoscere quelli che Aristotele chiama di origine “non pura”. Si tratta di un provvedimento che si

propone alla fine del V secolo, quindi una volta che Pisistrato è morto e dopo che i suoi figli hanno

guidato la città per alcuni anni dal 526 al 512 a.C., che i rappresentanti di quella fazione

rappresentata da Licurgo, chiedono per potere espellere tutti quelli che erano entrati nella città ad

opera della naturalizzazione di Solone e poi di Pisistrato. È interessante riflettere su questo

provvedimento, prima di vedere come si muove Clistene, in che modo risolve questa situazione ,

per rendersi conto di quale sia stata la politica della πόλις di Atene nel corso del VI secolo rispetto

al tema della cittadinanza.

Si tratta di un secolo che si caratterizza per una condizione di accoglienza, tolleranza. Certamente

c’era bisogno di accrescere le fila dei cittadini, non a caso Solone adotta quella serie di

provvedimenti che riportano in patria gli esuli, che restituisce la cittadinanza a chi l’aveva perduta e

quindi addirittura si naturalizzano cittadini stranieri. Quindi è chiaro che la città ha bisogno di

cittadini. Alla fine del secolo questa cittadinanza così composita, così eterogenea, sembra

esplodere: ci sono conflitti sociali forti, c’è la paura di quelli che sono stati naturalizzati e ci sono

due mozioni possibili rispetto alla soluzione di questo problema politico, una è rappresentata,

sostenuta da questo protagonista politico della fazione di Licurgo che si chiama Isagora, e la

seconda posizione è rappresentata da Clistene. Si può dire che sul finire del secolo, esaurita la

fase della tirannide di Pisistrato, una tirannide pacifica che non ha sconvolto l’aspetto istituzionale

e che si è svolta nel segno della continuità con l’azione politica di Solone, quindi si sono adottati

provvedimenti che hanno ulteriormente rafforzato le prerogative dei cittadini più deboli, anche con

la politica culturale, anche con il rafforzamento di certi culti a discapito di altri, si arriva a un

momento in cui queste tensioni sociali esplodono e c’è bisogno di una soluzione politica più forte.

La riforma di Clistene è una soluzione politica ed è interessante perché, a differenza dell’azione di

Solone prima e di Pisistrato poi, è una soluzione che si segnala per il carattere fortemente

razionale e artificioso, cioè è un’idea, un’invenzione politica che risolve i problemi sociali. L’esito di

questo controllo, anche se poi per intenderlo bene, occorre che comprendiamo la riforma anche a

partire dalla carta: Isagora propone che questo controllo abbia una finalità esclusiva, quindi si

devono controllare i cittadini per riconoscere quelli che non sono puri per origine, per γένος; 41

Clistene invece propone di fare un controllo destinato a riconoscere quelli che si meritano di

restare cittadini, che significa non agire su un’indagine di tipo familiare, ma semmai escludere

quelli che si sono macchiati di altri reati.

Lo scopo è garantire una piena inclusione della cittadinanza agli stranieri. Nell'esito di questo

controllo, Clistene ha fatto cittadini molti stranieri, molti meteci che lavoravano duramente. Alla fine

la seconda opzione prevalse. Lui voleva dare una maggiore dignità e una formalizzazione alla

procedura di naturalizzazione precedente, salvo poter escludere quelli che non si meritavano, non

in rapporto alle origini, ma in rapporto alla loro condotta fisica, di restare nel corpo dei cittadini.

Come comprendere la riforma di Clistene?

Link che vi consiglio di consultare per scaricare la mappa utile per comprendere la riforma di

Solone. http.skidmore.edu/academics/classico/courses/2003fall/hI201/Traili3.jpg o scrivete parole

chiave come trail-reorganization-attica-map.

Ricordate la tripartizione fatta ieri e ripetuta oggi delle tre fasce: la costa, la zona interna e la città o

pianura che sono divise. L'emergenza a proposito della cittadinanza segnala una divisione interna

alla polis che ha a che fare con gli orientamenti politici, con le idee sulla cittadinanza e con una

contrapposizione di interessi economici. Dopo tutte le riforme del VI secolo, che hanno infondo

rinnovato l'idea di città, la città si è dovuta adattare a nuove istituzioni, ad un numero di cittadini

aumentato, e quindi è chiaro che c'è bisogno di intervenire per dare ordine a questo nuovo assetto

politico, dare dignità formale a forze sociali che solo da poco sono entrate dentro alla città, dal

punto di vista della cittadinanza attiva, che possono votare in assemblea e nei tribunali popolari e

c'è bisogno di farlo ripensando sia all'organizzazione territoriale, nel senso non che la si modifichi

ma la si deve trasformare in forma nuova in senso politico, pensare ad una nuova idea che

fotografa la realtà esistente dal punto di vista della divisione dei ceti sociali, interri economici ma in

qualche modo la corregge politicamente. Clistene vuole arrivare a determinare due cose, due sono

le parole chiave della riforma di Clistene, usiamo prima quella antica: la mescolanza, c'è una

divisione di ceti, di interessi economici e politici da superare, si deve arrivare a mescolare, a

rendere omogenea la cittadinanza. C'è la parola che usano gli studiosi moderni che è una perifrasi,

cioè l'ampliamento e stabilizzazione delle funzioni politiche dei cittadini, cioè allargare

ulteriormente ma anche stabilizzare le funzioni politiche dei cittadini.

Significa che si devono creare nuovi spazi che favoriscano l'aggregazione dei cittadini e la

manifestazione del loro ruolo di cittadini e da una parte devono essere anche ampliate. La

categoria usata dagli antichi mescolanza è quella che ci aiuta meglio a capire la carta. La carta

dell'archeologo Tray cerca di ritrovare tutti i luoghi, tutti i demi nei quali era distribuita la

popolazione dell'Attica, non riesce a farlo per tutti, non sappiamo neanche certamente quanti

fossero i demi, i villaggi dell'Attica. C'è questa tripartizione (città, pianura e costa) e ci sono i demi.

I demi sono i villaggi, i luoghi in cui la popolazione si aggregava, quando c'era un insediamento

superiore al clan familiare. Le fonti antiche si dividono rispetto alla loro quantificazione. Erodoto ci

dice che erano 100, Strabone dice 170, secondo gli scavi lui è riuscito ad identificarne 140. Questo

è il dato che noi storici preferiamo utilizzare. Ve lo dico perché ora comincia una raffica,

un'inondazione di cifre che rischia di confondere le idee. Per questo vi dico di lavorare sulla carta e

tutto sarà chiaro. Immaginiamo questa regione con questa divisione che esiste. All'interno di

queste tre fasce ci sono i demi, i villaggi, dislocati in ognuna delle fasce, in un numero superiore

alle tre fasce che non ha senso provare ad immaginare quanti fossero i demi della pianura, quanti

della zona interna e quanti della città. Sono insediamenti rurali, alcuni più vicini alla città, altri più

esterni e questi devono restare come tali. Clan, piccoli gruppi di famiglie, a volte più piccoli. Come

superare la divisione nelle tre fasce, come fare si che questi demi possano partecipare in una

maniera più coesa alla vita politica? Come stabilizzare le funzioni politiche che i cittadini hanno già

ricevuto abbondantemente da Solone e da Pisistrato?

Le tribù

Clistene deve riorganizzare le istituzioni politiche preesistenti e dare una nuova soluzione a questa

divisione. Come lo fa? Lui politicamente immagina di sovrapporre a questa tripartizione reale una

nuova divisione. Il numero che meglio ci aiuta a comprendere riforma di Clistene è il numero 10.

Vediamo perché. Partiamo dall'esistente: tre fasce territoriali, circa 140 demi. Dal punto di vista

politico l'Attica era organizzata in 4 tribù territoriali prima di Clistene. Clistene decide di fare tabula

42

rasa e ne ripensa 10. Lui decide che questa regione deve essere pensata attraverso 10 tribù

territoriali. Lo dico coscientemente, nel senso che la tribù territoriale è un'entità politica, non ha una

corrispondenza fisica. Le tribù sono 10, avrebbero preso nomi di eroi dell'Attica. Il numero di 100

sarebbe stata l'estrazione da parte della pizia sacerdotessa delfica e dieci nomi furono estratti.

Questi 10 nomi diedero poi i nomi alle tribù:

1. Ereteide

2. Aigeide

3. Pandioinide

4. Leontide

5. Akamantide

6. Oineide

7. Kekropide

8. Ipotondide

9. Aiantide

10. Antiochide

Queste dieci tribù sono delle unità politiche ma dal punto di vista territoriale sono formate

dall'unione di una parte che è nella costa, di una nella zona interna, e una nella zona cittadina. A

creare ogni tribù concorrono i tre distretti territoriali. Ognuno per la decima parte, perché ogni tribù

sarà diversa dalle altre. Ogni tribù si forma di un pezzetto di costa, di una zona interna a est o a

ovest e poi di una zona della città. Queste tre parti faranno una tribù, fino alla decima. Per fare

questo politicamente Clistene ha bisogno di organizzare ognuna delle tre fasce territoriali,

immaginarle divise in 10 distretti, le trittie, che vuol dire terzo, terza parte. Questo termine vale

anche ad indicare le dieci parti di ogni terza parte. Riassumiamo. La città, l'interno e la costa

verranno divise in 10 parti ciascuna e le chiamiamo sempre trittie, sia quando si riferisce questa

divisione di terzi ai tre distretti che comprendono queste 10 divisioni interne, sia quando parliamo

complessivamente di queste trenta trittie. Trittie si riferisce al fatto che sono terze parti che

concorrono alla fondazione di una tribù che si fa di tre parti. Quindi 10 tribù. ciascuna delle tre

fasce dieci suddivisioni interne e ogni terzo di queste parti forma la tribù. Perché vi dicevo che il

numero 10 ci aiuta? Perché Clistene organizza politicamente la divisione stessa dell'anno del

calendario attraverso il numero 10. Quindi ci serve a capire il funzionamento di tutte le istituzioni.

Quindi 10 sono le tribù, ogni tribù elegge uno stratega, quindi saranno 10 strateghi, invia mille

opliti, quindi saranno 10.000 opliti dell'esercito cittadino.

Lui riforma il consiglio solonico, la boulè di cui abbiamo parlato ieri, ora l'idea e diversa, ogni tribù

darà 50 consiglieri per un totale di 500 consiglieri, quindi il consiglio di Clistene è quello dei 500,

βουλή dei 500. Qui capiamo meglio l'idea di mescolanza. Perché la mescolanza? Ogni tribù deve

dare 50 consiglieri, cioè 50 cittadini che partecipino al consiglio. Questa volta non ci sono più

discriminazioni di tipo censitorio, quindi non si dividono, ma tutti i cittadini sono chiamati a

partecipare alla βουλή. Si tratta solo di capire in che modo si possano mescolare gli interessi

economici tra i cittadini che erano inizialmente collocati nel territorio, ma c'è un momento politico in

cui devono stare insieme, il consiglio. Come farli stare insieme? Clistene divide l'anno lunare in 10

fasi, πρυτάνεις (prittanie). Questa suddivisione dell'anno si deve combinare. Perché questa

divisione dell'anno? Questa divisione dell'anno si deve combinare con l'attività della βουλή dei 500

in questo modo. Ognuna delle dieci tribù, per ognuna delle dieci parti dell'anno, dovrà svolgere le

funzioni di presidenza del consiglio. Saranno i 50 consiglieri di quella tribù che per quella decima

parte dell'anno saranno i presidenti degli altri 450. Ogni tribù, per una decima parte dell'anno, ha i

presidenti della βουλή, i suoi consiglieri. Come vengono mescolati i consiglieri? Se è vero che

ogni tribù si forma di tre parti dell'Attica, l'ereteide ha un'ereteide costiera, una interna e una

cittadina, e lì dentro ci sono demi che possono essere cinque o sei a seconda della originaria

posizione della popolazione del territorio, non si cambia nulla rispetto a questo, semplicemente di

deve fare in modo che questi tre terzi complessivamente concorrano a mandare 50 cittadini a fare i

presidenti del consiglio. Per arrivare a 50 la prima cosa lampante è che questi tre terzi non

contribuiscono con lo stesso numero di consiglieri.

Non sempre quando lavorerete sulla carta li trovate tutti e 50, arriverete a 47 o 48. Il dato del quale

vi dovete fidare è questo: la tribù nel suo insieme dava 50 consiglieri al consiglio clistemico. Come

riconoscere il numero di bouleuti che ogni demo poteva esprimere? È chiaro che il numero di 43

BOULETI dipendeva dalla popolazione. Un demo molto numeroso poteva dare più bouleuti, un

demo piccolo no. Sono quei numeri che trovate nei cerchietti nella carta 17, quello si chiama quota

bouleutica, ovvero numero dei bouleuti o consiglieri che ogni demo può dare alla città. Come

leggere la carta? Come ha fatto l'archeologo a farci capire la situazione? Quello che ci aiuta a

capire lo troviamo in quella precedente, la carta 16, dovete vedere sotto la sua legenda. In questo

quadratino ci sono i criteri da seguire per interpretarla. C'è scritto: quando si parla di trittie della

città sono indicate nella carta con il numero romano minuscolo, quando si parla della costa è

maiuscolo, quando si tratta della zona interna c'è il numero arabo. Per esempio: vogliamo cercare

una tribù, la 5, quella della costa (c'è un cinque romano maiuscolo), in basso, risalite e trovate il

numero arabo 5 e siamo nel terzo della quinta tribù della zona montagnosa e poi arrivate nella città

e trovate il 5 che è un numero romano minuscolo (v). A questo punto dovete vedere tutti quei

cerchietti uniti tra loro da linee. Quei numeri vanno sommati e vi renderete che sommando tutti

quei cinque arrivate più o meno ad un numero pari a 50. Come si procedeva alla scelta di questi

consiglieri? Sembra che si partisse da una base che era la candidatura volontaria e che poi si

intervenisse con l'estrazione. Quindi si doveva essere disponibili a fare i bouleuti anche perché era

un impegno che occupava tutto l'anno, quindi un anno in cui non si lavorava la terra, non si

lavorava e poi si procedeva col sorteggio in modo che si raggiungesse la quota bouleutica, che era

quella decisa dalla città in base alle dimensioni del demo.

Questi 50 bouleuti lavoravano per un anno, avevano a disposizione una serie di edifici che la città

realizza per loro e li trovate nella pagina 19. Il consiglio si riuniva nel bouleuterion, che in italiano

è detto consiglio dei 500. avevano a disposizione la tholos, l'edificio in cui tutti i bouleuti avevano a

disposizione il pasto pagato dalla polis. Il consiglio richiedeva molto impegno, si riuniva tutti i giorni,

tranne i giorni nefasti. Aveva la funzione pro bouleutica, doveva scrivere il προβούλευμα, l'ordine

del giorno poi discusso dall' κκλησία. Era l'organo più competente in materia legislativa, era

dentro al consiglio che si proponevano testi delle leggi. Si decideva se si dovesse mettere

all'ordine del giorno ogni materia concernente i diritti individuali dei cittadini di Atene. Quando si

arrivava alla risoluzione definitiva, il decreto recitava questa formula "è parso opportuno al

ῆ ἐ

consiglio ed è parso opportuno al δ μος riunito nell' κκλησία ". Quindi ci sono state due

assemblee ma quella più importante, anche nell'ordine di tempo è quella dell' κκλησία . Qual è il

rapporto tra le due assemblee? κκλησία si riuniva quattro volte per πρυτανεία, quindi una volta

ogni otto-nove giorni. La πρυτανεία aveva una durata di 35-36 giorni. Clistene introduce una

nuova procedura.

L'ostracismo ἐ ἐ

L'ostracismo era una procedura decisa dall' κκλησία secondo la quale, con i voti del l' κκλησία

(6000) si poteva mandare in esilio per dieci anni un cittadino di Atene che si fosse reso colpevole o

solo sospetto di volere agire contro la costituzione democratica. Clistene, dopo aver fatto la

riforma, la blinda perché mette a disposizione del popolo questo strumento. L'ostracismo prende

questo nome perché fa riferimento all' στρακον, che è la parola greca che indica il pezzo di

coccio di un vaso, ed è il coccio che veniva utilizzato per scrivere il nome dell'ateniese da mandare

in esilio. Si ritiene che almeno all'inizio i cocci venissero fatti circolare in assemblea con il nome già

scritto perché molti erano analfabeti e non sarebbero stati in grado di copiarlo. Altri ritengono che

non sia vero. È certo che su questi nomi si registrasse il nome e il patronimico o il demotico (quindi

il nome del padre o del demo di provenienza) del cittadino da esiliare.

Capiamo più questa mescolanza. Per Clistene non si deve fare più riferimento alle origini familiari

per indicare il cittadino, ciò che non deve mancare è il suo δ μος , che chiameremo demotico, ogni

cittadino si identifica con demotico. Questo significa fare tabula rasa del problema delle origini

familiari. Secondo Aristotele questo atteggiamento avrebbe reso inutile l'indagine sulle origini dei

cittadini. La formalizzazione di una procedura di naturalizzazione si definisce in questo modo: ogni

cittadino sarà iscritto nella tribù e nel demo, in modo da avere un'idea della sua collocazione nel

territorio, che serve poco a valutare il ruolo del cittadino, perché il suo ruolo sarà mescolato a

quello di cittadini di un altro territorio. C'è uno storico americano Hober, tra i più grandi storici della

democrazia ateniese, che ha scritto sul Boston Globe un articolo per far intendere con una

terminologia che si riferisce al network, il fatto che ogni dieci parti dell'anno, 50 persone che prima

abitando in zone molto lontane fra loro, non avevano alcuna possibilità di incontrarsi, avrebbero 44

comunque convissuto dentro al consiglio e si sarebbero determinati scambi nuovi, parentele

nuove. L'idea della mescolanza la si ricava proprio quando proviamo ad immaginare queste

istituzioni politiche nella loro operatività concreta.

Lezione 27/11/2014

Ieri abbiamo considerato in che modo la riforma politica di Clistene ha permesso attraverso

l’invenzione di un nuovo consiglio, quello dei 500 e anche di pensare le regole relativamente alla

cittadinanza, questa riforma ha permesso attraverso questi strumenti di rimescolare nella fase in

cui i cittadini ateniesi avevano in città i diritti politici, rimescolare e azzerare le differenze. Sono

stata un po’ rapida rispetto all’illustrazione delle regole, che in qualche misura consentono di

comprendere in che modo è collegata l’attività del consiglio e il ruolo delle tribù alla divisione

dell’anno. Ieri abbiamo detto che l’anno, che era ad Atene calcolato sulle fasi lunari, ed era pari

quindi a 350 giorni, veniva organizzato in πρυτάνεις (pritanie), anche nel caso di questo termine

“πρυτανεία” (pritania), dobbiamo abituarci a riconoscere due ordini di significato, non soltanto

uno. Πρυτανεία è la decima parte dell’anno, che prende il nome quindi di anno pritanico, perché

misurato secondo πρυτάνεις e non secondo mesi, detto anche anno amministrativo o anno

conciliare. Tutte queste definizioni si riferiscono come è evidente alla stessa cosa, cioè è una

divisione dell’anno funzionale a ordinare, secondo questo numero dieci, le attività del consiglio.

Conciliare perché è l’anno del consiglio, amministrativo perché è riferito a una scansione del

tempo che tiene conto della funzione che quel consiglio esercita, quindi una funzione burocratica o

amministrativa del governo, o pritanico perché appunto diviso in πρυτάνεις. Dal’altra parte le

fonti, e i moderni, indicano che con questo stesso termine, “Πρυτανεία”, si intenda l’esercizio della

funzione di presidenza, quindi la chiamiamo “la presidenza” di volta in volta assegnata a ciascuna

delle 10 tribù. Le tribù sono 10, ed è importante ricordarle nel loro ordine perché la rotazione

dell’ordine delle tribù non è un organismo banale, aveva una certa importanza rispetto al

funzionamento amministrativo della πόλις.

In che misura la funzione di presidenza poteva essere assegnata a ciascuna delle tribù ogni anno

pritanico?

Secondo questa regola, il primo turno era estratto per sorteggio e poi si procedeva a rotazione. Se

ad essere estratta era la tribù 2, poi si procedeva con la 3, la 4, etc. A esercitare queste funzioni di

presidenza erano i 50 (buleuti) di un’unica tribù, messi insieme dalle varie parti dell’Attica. Nella

fase dell’esercizio di quella funzione, quindi per una decima parte dell’anno, qui 50 consiglieri,

prendevano oltre al nome base di consiglieri, anche il nome di πρυτάνεις , cioè di presidenti del

consiglio della tribù. La πρυτανεία è l’unità di misura. ma indica anche le funzioni di presidenza e i

consiglieri che per una decima parte dell’anno sono anche presidenti del consiglio dei 500.

Πρύτανις vuol dire in greco, primo, principe, quindi segnala il ruolo di presidenti per una decima

parte dell’anno. C’è da dire che all’interno di questi 50 BOULEUTI, un meccanismo ulteriore,

consentiva di arrivare alla nomina, nel 35 o 36 giorni che componevano la πρυτανεία, le funzioni

di un presidente, una sorta di presidente dello stato che era detto πιστάτης ; quindi era piuttosto

elevata la probabilità che nel corso della vita un cittadino ateniese, oltre ad essere il presidente del

consiglio dei 500, ovvero della βουλή, potesse anche diventare per un giorno presidente dei

presidenti. Simbolicamente era affidata quindi di giorno in giorno a una persona diversa la tutela

del tesoro della πόλις, quindi era il singolo πιστάτης , che a rotazione secondo il corso ei 35/36

giorni di una πρυτανεία, ricopriva questa massima carica e quindi aveva la massima

responsabilità, ma per una durata così limitata che evidentemente la democrazia di Atene non

rischiava davvero. Ovviamente non tutti i 50 potevano essere πιστάτης ma una buona parte. I 50

PRITANI, nell’esercizio diciamo delle loro funzioni di presidenti della βουλή decidevano: l’ordine

del giorno del consiglio; l’ordine del giorno che si sarebbe poi discusso in ecclesia. Anzi erano

sempre i πρυτάνεις a decidere le quattro sedute dell’ecclesia nel corso della πρυτανεία. Che

cosa avrebbe dovuto decidere la prima riunione dell’ecclesia, che era detta κύρια, cioè sovrana,

princincipale, e che cosa avrebbero dovuto decidere quelle successive, le altre tre. Sappiamo che

a partire dal IV secolo, e quindi non subito dopo l’istituzione della βουλή, ad opera di Clistene, si

elesse anche un γραμματεύς τ ς βουλής , segretario, quello che prendeva nota delle materie

discusse. Un esempio del tipo di attività che venivano affidate alla βουλή del 500, si legge nella

Costituzione degli Ateniesi, al capito 43 (vedi dispensa pag. 18). L’incipit di questo capitolo, dove si

45

dice “così dunque procedono per l’iscrizione delle liste dei cittadini” etc si riferisce al capitolo

precedente.

Che cosa si dice al 43, allora:

“tutti i magistrati ordinari sono sorteggiati tranne l’amministratore militare,

l’amministratore delle feste e delle fonti (qui si sta facendo riferimento al ruolo delle

cariche pubbliche di alcune magistrature, semplicemente perché poi sono oggetto di

un controllo nel consiglio, quindi si sta introducendo l’argomento). Questi funzionari

vengono eletti per alzata di mano e restano in carica per il periodo che intercorre tra

una PANATENAICA e l’altra (questo è un modo di riferirsi alla scansione del tempo

tipico degli scrittori di Atene, cioè fare riferimento alle feste panatenee,

Παναθήναια , che segnavano l’inizio dell’anno conciliare. Serve precisare questa

indicazione cronologica perché le feste panatenee o anche feste panatenaiche,

quindi celebrate in onore di Atena, che era la divinità che proteggeva la città di

Atene, si celebravano nel mese di Ecatambeone, cioè tra luglio e agosto, cioè

quando iniziava l’anno lunare, cioè l’anno amministrativo, o pritanico. Quindi è

normale che si faccia cominciare l’inizio del mandato di ogni magistrato con l’inizio

delle attività del consiglio che dovrà sorvegliare il suo mandato). Per alzata di mano

vengono assegnate anche tutte le cariche militari (quindi sempre cariche assegnate

e cariche elettive, quindi è importante fare questa distinzione perché all’epoca in cui

si scrive la Costituzione degli Ateniesi, a metà del IV secolo, ormai la gran parte

delle cariche veniva attribuita per sorteggio- non è questa la situazione che si

riconosce nel VI secolo, al tempo della riforma di Clistene, perché inizialmente le

cariche sembrano per lo più assegnate a partire da una candidatura volontaria,

quindi per votazione, ma nel IV secolo sono poche le cariche elettive, quindi

Aristotele si preoccupa di precisare). Il consiglio è sorteggiato (quindi siamo in una

fase in cui c’è soltanto il sorteggio) e comprende 500 membri, 50 per tribù. Ogni

tribù esercita a turno la pritania, secondo il sorteggio. Le prime quattro, a partire dal

numero sorteggiato, per 36 giorni ciascuna, le ultime sei per 35 giorni ciascuna.

L’anno infatti è regolato sul calendario lunare. I pritani in carica (i 50 consiglieri della

tribù pritaneggiante) mangiano insieme nella rotonda (quell’edificio circolare che ieri

vi ho fatto vedere nella pianta alla pagina 19, della όλος

) ricevendo un compenso

ϑ

dalla città (in realtà in questo caso ci si riferisce al fatto che soprattutto il vitto e

l’alloggio dei 50 consiglieri che per 36 giorni dovevano stare sempre in città, perché

essendo o presidenti avevano più obblighi degli altri 450, era garantito dallo stato -

ci sono dei reperti archeologici, provenienti dall’area della όλος , in cui si legge il

ϑ

termine greco δεμόσιον, su resti di cocci, cioè “oggetto pubblico”). Essi

prestabiliscono ciò che il consiglio deve trattare, l’ordine del giorno (προβούλευμα

o πρόγραμμα  la definizione delle materie da trattare da prima che siano oggetto

di decisione, o l’elenco delle cose di cui si deve trattare, il nostro programma),

prestabiliscono anche le assemblee (cioè decidono i giorni in cui queste si devono

riunire). Una di esse è la principale (naturalmente il termine in greco è κύρια), è

quella in cui si deve decidere per alzata di mano se confermare i magistrati, qualora

ritenga che essi governino bene (molto importante perché i magistrati erano

sottoposti a una serie di controlli, alcuni dentro al consiglio, ma altri dentro

all’ecclesia. Erano due quelli decisivi, il primo si teneva al consiglio ed era una sorta

di scrutinio preliminare, si chiamava δοκιμασία, che significa esame, cioè si valuta

la moralità di una persona, il fatto che sia una persona che si sia comportata

correttamente nei confronti della collettività, che sia o meno assidua nella

frequentazione dei culti, delle festa civiche e così via. È un esame preliminare,

quindi si valuta se una persona sia adatta o meno a ricoprire quell’incarico. Ma

quello più importante che in un certo momento dell’anno si svolge nell’ecclesia è

questo, si chiama EUTINA, si una più spesso il plurale, le EUTINAI, vuole dire gli

scrutini, ma si riferisce in particolare al resoconto da parte del magistrato, che

doveva mostrare in che misura avesse finanziariamente gestito il denaro pubblico.

Si tratta di due funzioni decisive che nella fase in cui Aristotele scrive, sono passate 46

interamente al δ μος , sia nel consiglio che nell’ecclesia, e che in una fase

precedente, prima che la città arrivasse a questo stato di democrazia così matura,

erano esercitate nell’areopago). (Poi ci dice un po’ di materie sulle quali decideva

l’ecclesia, ci dice che cosa doveva decidere i cittadini di Atene, e i vari problemi: di

approvvigionamento, difesa del territorio, sporgere denuncia per tradimento, si da la

lettura dei beni confiscati, cioè ogni cittadino viene informato di quali bene siano

stati confiscati e di chi sia stato sanzionato. La cosa interessante è che era

un’assemblea pubblica che doveva ascoltare e riconoscere quali testimonianze

erano state portate su una specifica materia. Le donne per ricevere il patrimonio

dovevano sposarsi, o con il parente più giovane e più prossimo del padre, o con una

figura scelta per questo scopo).

Il capitolo 43 riconosce un’altra serie di materia, a noi serve affacciarsi sull’attività

dell’ecclesia, sia per capire quale fosse l’ampiezza delle materie che dovevano essere

decise dagli ecclesiasti, sia per intendere il rapporto che passa tra le due assemblee. I

πρυτάνεις dunque stabiliscono l’ordine del giorno, convocano le riunioni sia del consiglio

che della ecclesia, secondo quelle regole che abbiamo visto (quotidianamente salvo i giorni

festivi e nefasti oppure quattro volte per πρυτανεία per l’ecclesia. Ho allegato un breve

pezzo di un decreto, anche se si riferisce a un periodo più tardo, giusto per darvi un’idea

più efficace e immediata del modo in cui alla fine di questa interazione tra consiglio ed

ecclesia si arriva ad assumere una decisione e a questo punto c’è la registrazione pubblica.

Decreto che concede, negli anni in cui la città di Atene è già dominata dai re macedoni, la

cittadinanza a uno straniero. È importante notare il prescritto del decreto, cioè la parte

iniziale in cui il decreto fornisce al lettore le fasi della decisione, i protagonisti della mozione

prima e poi dell’approvazione. Spesso un decreto pubblico si apriva con l’invocazione agli

dei; qui sono chiamati tutti per mettere la decisione sotto la protezione divina. Poi con una

didascalia molto essenziale, si dice qual è l’oggetto del decreto: DIRITTO DI

CITTADINANZA PER AIDETOS DI RODI, si è concessa la cittadinanza a questo AIDETOS

DI RODI. Si indica chi era il segretario, chi era l’arconte eponimo e si indica che siamo nella

4 πρυτανεία dell’anno e la tribù che esercita in quel periodo. Si forniscono una serie di

riferimenti che consentono al lettore, al cittadino di Atene, di capire in che momento

dell’anno fosse stata assunta questa decisione. Si dice anche che tipo di ecclesia che l’ha

presa (la kiria, quella sovrana). Questo decreto potrebbe fare da modello perché conserva

completo il prescritto, le formule complete e le ragioni che ovviamente in ogni decreto sono

diverse.

Quintultima riga “e al popolo passi la decisione del consiglio”  si ribadisce l’interazione tra

consiglio (dei 500) e popolo(ecclesia).

Quadro istituzionale che si definisce dopo la riforma di Clistene. Che tipo di assetto

istituzionale riconosciamo alla fine del VI secolo. Facciamo un quadro sintesi che vi

consente di apprezzare meglio l’evoluzione successiva, a cominciare da quella che si

determina nel corso e alla fine delle guerre greco persiane. Verifichiamo qual è la

situazione dopo la riforma. Abbiamo certamente operanti un consiglio (dei 500), un’ecclesia

(assemblea popolare), è ancora attivo il consiglio dell’areopago (le regole per l’elezione

degli arconti non sono state modificate, sono ancora le stesse decise da Pisistrato,

l’arcontato è elettivo) è ancora operante il tribunale popolare, l’eliea. Sulle funzioni

esercitate dall’eliea in questa fase, dopo la riforma di Clistene, gli storici discutono molto,

perché molti ipotizzano (senza prove) che lo sforzo di valorizzare il ruolo del consiglio, che

è insomma la creatura di Clistene, avesse forse condotto Clistene a impoverire l’eliea.

L’istituzione resta operante ma non abbiamo notizia di riforme che avrebbero riguardato

quest’istituzione. Sappiamo anche che, in piena continuità con quanto deciso da Solone e

mantenuto da Pisistrato, non si sono modificate le regole della cittadinanza, che viene

attribuita sulla base del criterio dell’ascendenza paterna e non ci sono limiti di naturalizzare

stranieri meritevoli della condizione di cittadinanza. Da qui si parte per capire ciò che

succede dopo, la storia di tre grandi conflitti:

1. Il conflitto greco-persiano, che oppone il grande impero persiano alla realtà delle

POLEIS; 47

2. La guerra del Peloponneso, tra i blocchi di Atene e i suoi alleati e Sparta e i suoi

alleati, ;

3. La guerra tra gli stati greci confederati e il re di Macedonia, Filippo e Alessandro.

Questi tre grandi conflitti saranno analizzati dalle ricadute istituzionali, della politica estera

di queste πόλεις.

Lezione 10/12/2014

Nelle prossime lezioni faremo una considerazione generale relativa ai tre grandi conflitti che hanno

visto contrapposti ora i greci, nel loro insieme all'impero persiano, ora schieramenti di greci

contrapposti tra loro, ora i greci al regno macedone nel corso del V e del IV secolo.

Sono tre grandi conflitti che scandiscono il V e il IV secolo che noi proveremo a ripercorrere da un

lato, rispetto agli eventi storici salienti, quali sono i problemi fondamentali da inquadrare e

comprendere, rispetto alla descrizione storica di queste grandi guerre, ma soprattutto li

considereremo nella prospettiva di intendere le ricadute istituzionali, quindi a livello di politica

interna, per le maggiori poleis, soprattutto per Atene, che devono essere collegate alla politica

estera bellicista di questi due secoli.

Il conflitto greco-persiano

Il primo di questi grandi conflitti è quello greco-persiano, che parte dal 499 al 479 a.C, che ha

contrapposto gli stati greci, la generalità degli stati greci, con poche eccezioni che scelsero di

mantenere nel corso di

questa guerra una posizione di neutralità, parliamo di città come Argo, o una posizione di

astensionismo mirante a favorire i persiani, come la città di Tebe e di alcune città della Tessaglia.

Fatte salve queste poche eccezioni, la generalità dei greci scelse di confederarsi in una prima

grande confederazione greca detta

lega panellenica per opporsi ai persiani.

Quali sono termini da tenere presenti per inquadrare il significato storico di questo conflitto?

Innanzitutto considerare che nella testimonianza delle fonti, soprattutto quelle letterarie (possiamo

contare per conoscere la storia delle guerre sul resoconto di Erodoto, su alcuni frammenti dello

storico Eforo e su pochi riferimenti che fa al cinquantennio che segue alle guerre, alla

testimonianza di Tucidide) la guerra è vissuta come uno scontro di civiltà, quindi mondi

fondamentalmente diversi, soprattutto rispetto al sistema politico scelto, alla diversa concezione

della libertà dei cittadini, dei rapporti tra soggetti e

governanti, che questi due mondi hanno espresso. Da un lato il grande impero territoriale come

l’impero persiano con una storia plurisecolare e che nel corso del VI secolo ha conosciuto una

profonda espansione, grazie alla politica dei grandi re persiani, Ciro, detto “il grande” prima, e

Cambise, un impero di enormi

dimensioni che si estende dalla Ionia, cioè dalla costa più occidentale dell'Asia, a nord sino al

Caucaso, a sud fino all'Egitto e ad est fino all'India, occupando quindi una gran parte dell’Asia e

che proprio per questa forte espansione del secolo è portato a scontrarsi con i greci dell'Asia,

quelli che si erano insediati sulla

costa ionica sin dalla prima migrazione ionica, al tempo dei secoli oscuri, e di nuovo nel corso

della

colonizzazione di epoca arcaica, tra l'VIII e il VI secolo a.C. Greci che, pur insediati ormai da

tempo in

Asia, mantengono dei rapporti piuttosto stretti sul piano culturale con i greci del continente, questo

farà la differenza rispetto a relazioni stabilite con la Persia. La Persia, date le dimensioni

dell'impero, ha necessità di organizzarsi in governatorati locali, detti satrapie, che curano gli

interessi del re persiano a livello locale, i loro governatori sono detti satrapi.

Che tipo di interessi devono curare?

Nei rapporti con i greci d'Asia, che sono i rapporti che a noi maggiormente interessano, sono

rapporti di natura commerciale. I greci stanziati nelle colonie greche sulla costa ionica dell'Asia

Minore sono chiamati a pagare un dazio sui traffici che passano per le zone controllate dai

persiani.

Queste esazioni verosimilmente tra la fine del VI secolo e gli inizi del V si sono fatte più pressanti,

forse più frequenti, così da indurre una ribellione che inizialmente sembra molto localizzata in

alcune aree della Ionia e che poi rapidamente si estende e coinvolge i greci del continente. Nel

48

momento in cui nasce il dissidio tra i greci d'Asia e l'impero persiano, è di natura economico e

commerciale. Quando si allarga e si dilata

venendo a toccare i greci del continente, che vengono coinvolti nel confitto, il conflitto si trasforma

e si

arricchisce di ragioni ideali che sono la lotta dei greci liberi che vogliono difendere la loro

autonomia contro i persiani che vogliono togliere questa libertà.

Nasce come conflitto di natura economica e diventa poi un conflitto di civiltà e idealità politiche.

Questo avrà un significato enorme rispetto alla propaganda greca che si diffonde dopo i primi

scontri e condiziona anche la ricostruzione delle fonti, per cui dobbiamo fare i conti con

un'interpretazione da parte degli storici greci che, per dare maggiore forza ad una lotta comune

nel

nome della libertà, mistificano i dati numerici, le forze dei persiani vengono aumentate

enormemente.

Avere consapevolezza del tipo di implicazioni che a livello di ideologia e propaganda si generano,

in

occasione di questo conflitto, ci consente di guardare, con maggiore consapevolezza critica, alla

ricostruzione delle fonti.

Il casus belli e Aristagora

L'episodio del casus belli è banale, si tratta di un'insurrezione che si genera a Nasso, una delle

Cicladi, e che determina l'esilio di alcune delle famiglie aristocratiche filo persiane e una sorta di

“colpo di stato” che

porta al potere i democratici.

Qual è la reazione dei persiani?

Inizialmente a mediare fra questa rivolta tutta greca e i persiani è un greco, il tiranno della città di

Mileto, una delle città più fortemente connotate, il tiranno Aristagora che coinvolge, nel tentativo di

sedare la

ribellione e di riportare in patria gli esuli oligarchici, il satrapo di Sardi, Artaferne.

Che succede?

Per ragioni non comprensibili, l'idea è che Aristagora abbia cambiato le carte in tavola e le sue

alleanze, molto rapidamente e senza una vera ragione, Aristagora decide di chiamare in causa i

greci del continente e di sostenere una rivolta comune greca contro i persiani. La reazione dei

greci del continente è eterogenea, non c'è un'adesione compatta alla causa, molti greci ignorano

la richiesta di aiuto, richiesta di forze, di

triremi. Sparta ad esempio rifiuta, pochi vogliono essere coinvolti in un conflitto che appare già

complesso, di cui si avverte la minaccia in termini di coinvolgimento di un certo numero di stati.

Solo due città, Atene ed Eretria, città dell'isola dell'Eubea, decidono di accogliere la richiesta di

aiuto e inviano rispettivamente 20 trireni e 5 trireni. Questo scatena una durissima reazione

persiana, che inizialmente si limita a sedare la rivolta in loco, punita Nasso (499), incendiata

Mileto (494), poi inizia la spedizione contro i greci rei di aver iniziato la rivolta.

Nel 492 la spedizione che è concepita dal re Dario ma di fatto affidata al comando dei suoi

generali,

soprattutto di Dati e Mardonio, comincia a seguire per via di terra e per via mare un itinerario che

è

considerato il più utile alla causa. Si decise, già in quella fase, e il figlio di Dario, Serse negli anni

80,

riproporrà lo stesso schema strategico, di cercare di guadagnare alla causa persiana e anti

ateniese, la

punizione degli ateniesi ribelli che hanno osato ribellarsi al gran re. Tutta la Grecia del nord molto

lontana di Atene che temeva la forza di una città già emergente, quindi i Tessali, i Tebani, i

Focidei, scendendo verso sud da nord si cerca di guadagnare alla causa una serie di stati. La

neutralità degli stati rimane nella

ricostruzione della testimonianza di Erodoto, come una macchia indelebile: si parla di un

atteggiamento 49

chiamato medismós, che vuol dire essere favorevole ai medi, ai persiani, traditori della causa

greca, causa greca che già in questa fase comincia ad essere rappresentata come causa

panellenica, cioè capace di unire tutti i greci. Sebbene Dario possa contare sull'adesione di una

parte degli stati della Grecia del nord,

medizanti, tra quelli che si compromettono in questa fase, accogliendo la richiesta dei persiani di

dare terre e acqua, assistere i soldati persiani, sono la città di Làrissa in Tessaglia e di Tebe,

entrambe città che in modi diversi, i re macedoni, Filippo prima e Alessandro poi, dovranno

gestire politicamente in rapporto a queste antiche colpe. Si sceglierà da un lato di perdonare gli

abitanti di Làrissa e di rafforzare il sentimento di

ostilità nei confronti dei tebani proprio nel nome del medismós. Quindi l'atteggiamento che

assumono le città greche segna i rapporti tra i greci e con i popoli non greci nel corso del V e IV

secolo, atteggiamenti molto rilevanti dal punto delle conseguenze che assumono. Aldilà di questi

iniziali successi che garantiscono

l'adesione di greci anomali perché neutrali, per Erodoto la neutralità era un’anomalia, essere

neutrale

significava non combattere, non scegliere, fare in modo che anche il peggiore potesse prevalere,

ci sono ragioni anche di ordine materiale che compromettono la spedizione.

Per quanto riguarda le forze persiane, che si muovevano sulle navi, le tempeste nella penisola

calcidica

avevano reso difficoltoso l'arrivo verso sud o meglio avevano decimato il numero dei persiani che

si

muovevano verso sud e verso la Grecia centrale, perché si dovevano punire prima gli abitanti di

Eretria, nell’Eubea, e poi gli abitanti di Atene.

Una serie di eventi favorevoli ai greci fanno si che le forze che si decide di schierare a Maratona,

forze

composte di opliti ateniesi e di pochi plachesi, gli abitanti della città Platea, in Beozia, ostile a

Tebe, che

accolgono la richiesta di aiuto degli ateniesi. A combattere nella pianura di Maratona sono opliti,

sono i proprietari terrieri membri della fascia terza fascia censitaritaria riconosciuta da Solone,

che fanno la

differenza nello scontro, nel senso che sono abili a combattere su terra, possono contare sulla

regia di uno stratega, il generale Milziade, e riescono in parte su terra e in parte sulle navi a

vincere i pochi persiani

arrivati a Maratona. L'idea che la battaglia si sia svolta in due fasi è spesso sottolineata dalle fonti

che l'hanno da li in poi costantemente rievocata. Da allora in poi i poeti e i monumenti funebri

rievocavano il sacrificio ateniese in nome di una causa comune, si sottolinea spesso che sono

stati monoi atenaioi, gli unici soli ateniesi a combattere, anche se c'erano i platesi, ma gli ateniesi

hanno voluto rievocare l'evento in

questa maniera esclusiva ed esclusivista. C'è in particolare Aristofane che nelle sue commedie fa

spesso riferimento alla battaglia di Maratona perché lui dice che “dal momento in cui a Maratona

gli ateniesi sono stati capaci di sconfiggere i persiani che hanno guadagnato quel trofeo, che ha

consentito loro di

rivendicare legittimamente l'impero”, cioè tutto quello che viene poi in termini di rapporti, la

costruzione dell'impero di Atene, si deve al sacrificio di Maratona. Aristofane dice che proprio gli

opliti ateniesi non solo combattono su terra contro i persiani ma li inseguono infilzandoli come

vespe, una volta che i persiani

tentano di risalire sulle navi e fuggire. Si spiega il fatto che la propaganda contemporanea cioè

quella che inizia dopo la battaglia di Maratona nel 490, rievocano il coraggio degli ateniesi abili su

terra e su mare. Si fa riferimento da una parte alla versatilità delle forze oplitiche degli ateniesi e

dall'altra si prefigura l'idea di una città che sta per investire molto sul mare, sta per coinvolgere le

sue forze militari anche in altri tipi di scontri, che non sono più quelli campali.

Questo è un fatto colto dalle fonti, soprattutto da uno degli osservatori più acuti, che è Aristotele

nella 50

Costituzione degli Ateniesi. È solo Aristotele a riconoscere immediatamente le ricadute politiche di

questa vittoria. Si sta parlando di un conflitto epocale, di battaglie anche coinvolgenti dal punto di

vista della

strategia.

Ad Aristotele cosa interessa?

Quello che succede due anni dopo a livello istituzionale. Lui dice che avere battuto i persiani,

avere potuto celebrare il demos Atene per il suo coraggio, ha significato due cose: (capitolo 23

della Costituzione degli Ateniesi) avere per la prima volta fatto ricorso all'ostracismo, e avere di

nuovo ottenuto che il collegio degli arconti fosse selezionato mediante il sorteggio. Si richiama

quella pratica soloniana che era stata sospesa sotto Pisistrato e sotto Clistene, che per la prima

volta, due anni dopo maratona, il demos è stato capace di riottenere. È interessante notare come

precocemente, in una forma quasi immediata, gli ateniesi siano stati capaci di spendere la

vittoria.

Forte, coraggioso seguire la propaganda che si sviluppa intorno alla battaglia di Maratona, è

veramente un percorso di studi molto appassionante. Ci si rende conto del fatto che

nell'immediato, un anno dopo

maratona, gli ateniesi costruiscono per la prima volta, il loro tesoro a Delfi, quindi c'è una capacità

di

legittimare il ruolo egemone che Atene sta per chiedere, nel nome di questo grande coraggio.

Quindi

migliori in battaglia, unici coraggiosi a schierarsi contro i persiani, noi meritiamo di essere gli

egemoni in Grecia. Di li a poco questo avverrà.

Dopo Maratona: la prima lega panellenica greca

Cosa succede dopo Maratona?

I superstiti persiani tornarono in Persia, ma né da una parte, né dall’altra ci si attendeva che la

cosa potesse finire. Sebbene Atene e Sardi ed Eretria fossero state minacciate e punite anche

dalle forze persiane nel 492, la spedizione punitiva, che deve organizzare il figlio di Dario, Serse

nel 486, appare di dimensioni

grandiose, dovrebbe essere capace di sedare ogni possibile nuova minaccia di greci d'Asia e dei

greci del continente e guadagnare anche alla causa persiana i pochi greci ribelli.

A questo punto il comando della spedizione passa a Serse, i generali sono gli stessi ma cambia

lo scenario politico ad Atene. A Milziade è succeduto Temistocle, che sarà lo stratega che

governa la seconda fase del conflitto. Il conflitto dura circa 20 anni, dal 499 al 479, quindi sino al

490 è gestito da Milziade, negli anni 80 da Temistocle.

Che si deve fare per garantire il successo della spedizione?

Da una parte si deve riproporre quella politica di richiesta di adesione degli stati greci neutrali o

addirittura filo persiani e dall'altra assicurare che le forze che dovranno giungere in Grecia

attraverso il mare, non

vengano decimate e quindi siano le stesse che partono dalla Persia. Dal 484 al 481, i persiani

scavano nella penisola calcidica una sorta di canale artificiale che avrebbe dovuto garantire una

navigazione più sicura e riparata. Dall'altra si guadagnano una causa, Tessali, Beoti o neutrali o

anti ateniesi, e a questo tipo di

organizzazione corrisponde un'adeguata reazione dei greci. I greci decidono di federarsi. Sparta

è una delle più riluttanti ma poi decide di entrare nella prima lega panellenica greca. Se

mettiamo insieme le fonti, esse sono: Erodoto, libro VII; Diodoro, libro XVII;Pausania, libro III.

Che cosa succede?

I delegati delle città della Grecia si riuniscono nell'Istmo di Corinto che viene considerato

l'elemento che congiunge la Grecia del nord e centrale con la Grecia del sud, la barriera non

superabile dei persiani che giungono da nord. Decidono una serie di cose che Erodoto cita e ha

registrato perfettamente. “I

confederati giurano – libro VII, cap, 131-132 – di sanzionare con una multa la decima sul prodotto

agricolo, quelle città che si siano sottomesse ai persiani senza esservi costrette”. Quindi chi

decide di medizare, 51

sappia che sarà punito a guerra finita con una multa, tra questi erano i Tebani e i Tessali, che non

avevano avuto alcun motivo per accogliere le richieste di aiuto dei persiani, se non la loro libera

scelta di non

difendere la causa della libertà dei greci, certamente non è neutralità ma tradimento.

Che cosa giurano? "Giurano di deporre le ostilità e le guerre che ci fossero state tra loro, ce

n’erano alcune in corso, e più grande di tutte quella fra ateniesi e gli egineti", quindi una guerra

commerciale. Si decide di stabilire una tregua generale in modo tale che tutte le forze ed energie

dei greci siano da convogliare in una causa comune. È la prima volta che la realtà, cos

fortemente autonomista dei greci, conosce un

esperimento di federazione che poi durerà pochissimo.

Decidono di inviare delle spie in Asia "per conoscere i fatti del re", quindi sapere che misure

Serse stesse adottando, con quali forze. Erodoto in realtà sui dati non sembra affidabilissimo

(5'000'000 di persiani pronti a partire appare inverosimile, forse 600.000 persiani contro 300'000

greci).

-Cap 145, libro VII – “Furono inviati gli ambasciatori ad Argo, a Creta, in Sicilia. (Argo è una città

neutrale, Creta e la Sicilia abbastanza periferiche). Lo scopo era "unire la stirpe greca",

(l'espressione è ellenikon, un'idea di grecità che politicamente non esiste ma esiste come idealità

politica, quindi c'è una civiltà che va difesa perché la minaccia tocca tutti). Considerato che

pericoli tremendi minacciavano tutti i greci senza distinzione". I contatti che si stabiliscono sono in

parte fruttuosi, Argo decide di restare neutrale e i

siracusani rispondono in maniera arrogante secondo Erodoto, dichiarano di essere disposti a

inviare aiuti solo a patto di assumere il comando delle forze greche. Senza risultato anche le

trattative con i cretesi.

Evidentemente ci furono astensioni, dall'idea che si temeva alla sanzione del persiani, soprattutto

per un’isola come quella di Creta, che era facilmente attaccabile. Erodoto ci dice che dopo il

primo consiglio se ne tiene un secondo in cui lui dice "gli stati greci disposti a combattere insieme

poterono finalmente

decidere la strategia da adottare contro l'esercito persiano, dove avrebbero guerreggiato".

In questa fase Platea fa un atto di coraggio, decide di mettere il territorio della città a disposizione

delle forze greche, infatti viene distrutta di li a poco, nel corso dello scontro contro i Persiani. Si

tratta di scelte che ebbero un peso enorme perché, per esempio, Alessandro Magno, appena

sconfitto l'impero persiano, vincitore della guerra contro Dario III, incendia la reggia che doveva

vendicare gli atti subiti dai greci al

tempo delle guerre greco-persiane, e 150 anni dopo dice che Platea si è sacrificata, allora e io

farò con una città, martire della libertà dei greci, quello che è giusto fare. Ringrazia i siciliani che

avevano mandato degli aiuti, nel nome dell'antica battaglia. È uno scontro epocale, non solo

perché la Grecia conosce una forma di unità politica, per quanto non destinata a durare, ma

proprio perché resta nella propaganda politica dei secoli successivi, come l'evento fondamentale

che legittima il ruolo di Atene come guida di tutti i greci.

La lega di Delo

Una volta uniti a Corinto, nel 481, ci sono i primi scontri, le battaglie di Tempe, di Salamina, delle

Termopili, di Platea, che dovete studiare.

Come si modifica la lega panellenica dopo l'ultima battaglia dei greci? Diventa la lega di Delo, la

lega

delio-attica e lega delica. La parola fa riferimento al luogo, Delo, l'isoletta delle Cicladi, nel quale

sarebbe stato custodito il tesoro federale che raccoglieva I tributi di tutti gli stati confederati, quelli

confederati

nella lega panellenica con altre adesioni e poi dovuto al fatto che lo stato egemone di questa lega

è Atene. È chiaro che Atene, dopo il successo di Maratona e di Salamina si vede riconosciuta

come città leader, città eghemòn. Secondo le regole della strategia greca il ruolo di stato

egemone doveva essere ottenuto

pacificamente. I greci esprimendo il loro consenso, l’ènuoia, tutti i greci vogliono riconoscere ad

Atene ciò che le spetta. Inizialmente gli stati greci, le città della costa ionica dell'Asia Minore, le

isolette, così 52

minacciate dalla vicinanza dei persiani avessero aderito molto volentieri a questa lega, che aveva

il fine di difendere i greci dalla minaccia persiana.

La lega si costituisce nel 478 e a far parte della lega entrano la gran parte delle regioni. Viene

organizzata in distretti, che rappresentano le aree nelle quali era più forte l'influenza di Atene:

5 Distretto insulare, che interessa l'Eubea e le Cicladi;

1 Distretto a nord detto tracico, rappresentato dalla Tracia e penisola Calcidica;

1 Distretto ionio e cario, rispettivamente da riferire alle due regioni della costa Ionica e dell'Asia

minore, dove ci sono tutte le città minacciate dai persiani e tutte le isolette più vicine alla costa

Ionica. Sono città che inizialmente vengono chiamate a versare un tributo relativamente

modesto, e che poteva essere

diversamente versato, nel senso che si poteva contribuire con un talento al tesoro federale, o con

un

trireme, con una nave. Questo a seconda della vocazione marittima di una città e della stessa

scelta. Va

sottolineato che questo tributo è destinato a crescere rapidamente, e che soprattutto nella guerra

del

Peloponneso, nel corso della seconda metà del V secolo, viene triplicato inizialmente con un

decreto del 424 e poi costantemente aumentato. Il tributo inizialmente è considerato un contributo

equo rispetto alla causa comune, che é difendere i greci dalla minaccia persiana. Ignoriamo quale

fosse la forma istituzionale della lega, precisamente, ma l'idea é che fosse mono camerale, che

avesse un solo consiglio federale, detto sinedrio, in cui prendevano posto i delegati degli stati

confederati e il numero variava a seconda della

popolazione della città, in misura direttamente proporzionale al numero di abitanti della città, e i

delegati dello stato egemone. Sappiamo che a differenza lega peloponnesiaca che considerava i

delegati dello stato spartano, obbligati ad ascoltare le richieste degli altri stati alleati, nel caso

della lega delio-attica, le

decisioni appaiono assunte sempre, sostanzialmente, dai delegati di Atene.

E' molto importante dire che il fine che si da formalmente la lega era quello di difendere i greci,

perché di fatto la politica estera ateniese, di li a poco, a gestire le sorti della politica greca, sarà

insieme a Temistocle, il figlio di Milziade, Cimone, segnavano che in realtà la minaccia persiana è

stata così ridimensionata, da essere quasi irrilevante, e questo non fa che accrescere i malumori

degli alleati. Questi appunto versano un tributo, fanno parte della lega e si assoggettano alle

regole che lo stato egemone impone, nel nome di una minaccia che sembra sempre minore e più

debole. L'atteggiamento che assume lo stato egemone verso gli alleati é descritto esemplarmente

nel primo libro della Storia della Guerra del Peloponneso di Tucidide, che ci fa capire

precisamente che cosa abbia voluto dire per Atene la crescita dell'impero, e quali fossero gli

atteggiamenti assunti dai politici ateniesi in rapporto alla minaccia persiana. Fin da subito Tucidide

riconosce una dicotomia interna alla politica di Atene, da una parte c'è chi, come Cimone, il figlio

di Milziade, che aveva vinto, a Maratona a contrastare i persiani, cioè a tentare con azioni che si

muovono in vari distretti della Grecia, a minacciare gli interessi dei persiani, é il fautore della

politica anti persiana, e questo sembra coerente con la costituzione della lega e con la sua

attività, dall'altra c'è una seconda linea, molto forte, rappresentata da Temistocle, che viceversa,

sembra soprattutto considerare all'interno della Grecia un nuovo nemico di Atene e degli stati

confederati, che è Sparta. Già la politica anti persiana viene indebolita dal fatto che se ne sta

generano un'altra di linea politica all'interno di Atene, che va in un'altra direzione. Temistocle é

convinto che siano gli spartani i prossimi nemici da affrontare e toglie forza, vigore alla politica

antipersiana, che viene perseguita solo da una parte della leadership ateniese, da Cimone, con

una serie di azioni che sono di successo inizialmente, ma che poi portano Cimone a perdere una

parte del suo consenso, e ad essere esiliato. A questo punto, le sorti della politica greca restano

nelle mani dei politici anti spartani.

Le fasi di questa crescita sono diversamente ricostruite da due testimoni. Innanzitutto Tucidide nel

primo libro e poi Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi.

Cosa ci dice Tucidide?

Tucidide ci racconta alcuni episodi che si datano negli anni 70, appena costituita la lega e negli

anni 60 del V secolo, quindi 471/68/64, episodi che testimoniano quale sia la direzione che vuole

53

dare alla politica estera di Atene, il politico Cimone. Inizialmente, Tucidide riflette sulla severità

delle sanzioni, nelle quali incorrono i confederati di Atene, in particolare si fa riferimento agli

abitanti di Nasso, quell'isoletta che si era ribellata nel 499, che era la vittima dei persiani, che ora

si rende conto che il nuovo tiranno di Atene é peggio dei persiani. Decide di voler forzatamente

uscire dalla lega. La sanzione che arriva é drastica e severissima. Sostanzialmente rappresenta

un paradigma dell'atteggiamento che la città egemone assume nei confronti di tutti i confederati

che minacciano di voler defezionare, uscire dalla lega, ossia:

1 la confisca della flotta;

1 la sanzione pecuniaria, una forte multa;

1 l'imposizione di un regime politico direttamente controllato da Atene, che è sempre democratico,

controllato appunto da una guarnigione militare ateniese. Significa di fatto perdere l'autonomia.

Ancora sono grandi successi di Cimone la conquista dell'isoletta di Eion, occupata dai pirati, che i

persiani consideravano funzionale al controllo dei propri traffici, e uno scontro campale sulla costa

ionica dell'Asia minore, uno degli ultimi scontri campali con le forze persiane nei pressi del fiume

Eurimedonte, che portano ad Atene un grande successo militare.

Uno degli ultimi perché i pochi scontri che seguono, uno nel 454, ad opera di Pericle, si rivelano

scaramuccie, sono tentativi di dimostrare agli alleati che la minaccia persiana é ancora viva, ma

dureranno pochissimo questa fase e infatti nel 449 si stipula la pace di Callia, dal nome

dell'ateniese che la ratifica, che sancisce per Persia la perdita del controllo sui greci d'Asia, e

ratifica il fatto che non esiste più la minaccia persiana in Grecia. Non è un caso che di li a poco

scoppierà la grande guerra del Peloponneso, questa volta perché gli schieramenti da una parte

degli alleati di Sparta, e dall'altra di Atene, non riconosco più ad Atene un ruolo legittimato, che di

fatto non ha più senso e si fatica a sopportare. Se lo sguardo di Tucidide é fissato sugli eventi

militari, come i successi di Cimone contro Nasso, presso il fiume Eurimedonte, nell'isoletta e così

via, c'è un altro sguardo, ugualmente molto attento a questo periodo storico, quello di Aristotele

che ci aiuta di volta in volta, a riconoscere cosa é cambiato nelle istituzioni di Atene in questa

fase. Se Atene da una parte accresce l'impero, e ne ha dei guadagni economici enormi che

Aristotele, non dico che quantifichi, ma li considera dal punto di vista delle conseguenze che si

hanno nel piano istituzionale, perché avere più soldi significa pagare più funzionari pubblici, avere

giurati, e pagare membri del consiglio, e questo fa si che la democrazia si rafforzi e che invece i

fautori di un governo oligarchico aristocratico siano messi ai margini della vita politica di Atene.

Cimone é convinto che gli sforzi di Atene debbano andare in un unica direzione, contro la Persia,

ed è assai meno favorevole ad identificare in Sparta un nemico, anzi cerca costantemente, nel

corso degli anni 70/60 un'alleanza con Sparta. L'evento che decide il suo destino é la scelta di

appoggiare, dopo il terremoto del 468 in Laconia, il tentativo insurrezionale dei Messeni, che

tentano di approfittare di questo stato di difficoltà degli spartani per riguadagnare l'autonomia.

Cimone, alla testa di truppe di opliti, arriva alle porte di Sparta, e dichiara di essere pronto ad

aiutarli per sedare la ribellione, e Sparta non si fida perché immagina sia una trappola, e che

quelle forze siano li contro di lei, e rifiuta l'aiuto e allontana le truppe ateniesi. Tornato in patria,

questo smacco politico così forte costa a Cimone la condanna da parte dell'ecclesia e la

condanna all'ostracismo, che lo allontana per dieci anni dalla vita politica di Atene. Questo fa si

che Temistocle, ormai vecchio e in disparte, ma soprattutto i suoi eredi politici, che sono Efialte e

Pericle, alla fine degli anni 60, assumano le redini della politica ateniese e soprattutto disegnino

un riordino delle istituzioni politiche di Atene, che peserà in maniera definitiva sulla storia politica

successiva.

Quali sono queste modifiche?

Aristotele le segue in un'evoluzione senza soluzione di continuità, dal tempo di Maratona, sino al

451, quando cambia la legge sulla cittadinanza, quasi un quarantennio che lui racconta in alcuni

capitoli in modo molto chiaro.

Comincia dal dopo Maratona, lo vediamo nel cap 22 paragrafi 3/5. ''Due anni dopo Maratona, dato

che il popolo era diventato ancora più audace, e l'audacia é tutta per quella vittoria, gli ateniesi per

la prima volta fecero ricorso alla legge dell'ostracismo, (legge di Clistene, formalmente in vigore

dal 508, sono passati 20 anni, atuata solo nel 488, messa nella mani del demos, che non aveva

mai avuto il coraggio di utilizzarla) che era stata stabilita per diffidenza nei confronti dei

potenti”(per la prima volta di applica e quindi i nemici della parità democratica, i nemici di quella

54


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

79

PESO

208.81 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filologie e letterature classiche e moderne
SSD:
Università: Cagliari - Unica
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher serenaadd1994 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cagliari - Unica o del prof Poddighe Elisabetta.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea in filologie e letterature classiche e moderne

Linguistica Mediterranea - Appunti
Appunto
Riassunto esame Letteratura latina 1, prof.ssa MariaTeresa Sblendorio, libro consigliato Letteratura latina di G. B. Conte
Appunto
Tesi, Ettore Fieramosca: analisi linguistica
Tesi
Storia romana 2 - Lucio Cornelio Silla
Appunto