Esegesi delle fonti – prof. Cuniberti
Fonti letterarie arcaiche
Il problema di raccontare il passato attanagliava sovente i Greci, perché ad esempio non disponevano di nessuna fonte risalente all’Età Oscura (periodo tanto ignoto a noi quanto più a loro). Il senso di smarrimento era forte e i dati in loro possesso veramente pochi: sappiamo prevalentemente che erano stati due secoli di immigrazioni di nuove genti e nuove tribù (definito quasi come uno “stillicidio”). A questo punto ogni poleis comincia a sperimentare forme proprie di autogoverno, ed emerge la voglia di raccontare il passato, cercando ognuno una propria risposta. Ogni storiografo greco si sentiva autorizzato di proporre una propria versione dei fatti, cosa nata dal forte senso di smarrimento da cui partivano.
L’esegesi delle fonti nasce da un altro tipo di osservazione, basandosi su una metodologia diversa, prendendo in considerazione solo ciò che è documentato (cioè più veritiero). Il racconto storico può giungere alla verità (aletheia) basandosi sulla certezza di dati metodologicamente fondati (anche non necessariamente del tutto veri), senza svelarne però la fonte.
Ecateo fu il primo storiografo della storia greca. Anche egli era afflitto dal senso di smarrimento e di inferiorità nei confronti delle altre civiltà millenarie (egizia e persiana), tutte realtà monocratiche e quindi documentate con cronache annuali. Le uniche fonti greche erano, invece, quelle mitografiche: i poemi omerici sono infatti gli unici reperti che ci raccontano l’Età Oscura. L’Iliade e l’Odissea sono molto importanti perché ci svelano alcuni aspetti relativi alla gestione di diverse tematiche all’interno delle primissime forme comunitarie (l’esercito come pre-polis).
Parlando dell’Iliade però va specificato che, dal momento che tratta della rabbia di Achille nel penultimo anno di guerra troiana, non si tratta di un vero e proprio racconto storico. Nell’ultima parte di conflitto, l’esercito acheo, guidato da Agamennone, continuava ad avere successo su quello troiano. Dopo una battaglia traggono in prigionia diverse donne troiane (la donna non era affatto la parte più pregiata dei bottini, infatti veniva dopo gli ori e le altre ricchezze in genere). Agamennone sceglie Criseide, figlia del sacerdote troiano Criseo, devoto ad Apollo. Attiratosi le ire del dio, l’esercito acheo comincia ad andare incontro alla malasorte e così Agamennone è costretto a lasciare libera Criseide, scegliendo così Briseida, altra figlia di Criseo, già scelta però da Achille, il quale si arrabbia moltissimo e si oppone. Agamennone continua con la sua decisione ed Achille si ritrova con un fortissimo dissidio interno, non sapendo se sguainare la spada o calmarsi. Quando sembra per optare per la prima decisione, ecco che Atena scende dal cielo e ferma Achille (Atena, dea, può manifestarsi direttamente ad Achille perché semidio), presentandosi come inviata di Era (“che tutti abbraccia”) e suggerendogli piuttosto di sfogarsi a parole, insultandolo quanto voglia. Il suo intento è di stroncare la lite sul nascere, aspettando come risarcimento i doni che Agamennone gli farà. Achille infatti stava ricattando il suo re dicendo di non voler combattere più. Vediamo così che da una lite personale tra i due, a rimetterci sarebbe stata l’intera fazione achea, dal momento che il solo guerriero rappresentava l’invincibilità del suo esercito. A questo punto entra in gioco Odisseo, noto per la sua proverbiale astuzia, che cerca ogni modo per venire fuori da questa situazione di stallo, potenzialmente pericolosissima per tutti. In questo modo cerca di convincere Agamennone a fare qualche dono prezioso ad Achille, il quale li rifiuterà sistematicamente sino a che non morirà il suo giovane amico e compagno Patroclo, motivo che lo farà tornare a combattere, ma solo per vendetta. Questo fatto decreterà di nuovo il ritorno al successo per l’esercito acheo.
Tutto questo ha dei grossi punti in comune con la gestione della lite in ambito cittadino. Se nell’esercito l’ostinazione di Achille poteva portare ad un ribaltamento delle sorti in favore dei Troiani, ugualmente l’esito poteva essere drastico nelle poleis. All’interno di queste regnava infatti la paura di potersi smembrare da un momento all’altro, e così tutti cercavano di rimanere uniti per un bene comune chiaramente delineato. Il tema della lite è ricorrente nell’Iliade, come a sottolineare un aspetto assai importante anche nel contesto cittadino. L’esempio della corsa con i carri è un’altra vicenda che ripercorre la stessa trama.
Menelao, fratello di Agamennone e anziano dell’esercito, sta sfidando Antioco, giovane rampante, insieme ad altri corridori, in una gara sui carri. Lo scontro tra i due avviene quando si sta per decretare il secondo posto, dal momento che il primo è già stato assegnato. Quando i due arrivano in una strettoia capiscono che solo un carro alla volta potrà passare, decretando di fatto chi sarà il secondo arrivato. Menelao, sicuro che la sua anzianità costringerà Antioco a farlo passare, scopre invece che il giovane è più intenzionato che mai a superarlo e a non lasciarlo passare nella strettoia per primo. Il risultato sarà che proprio Menelao dovrà cedere il posto ad Antioco. Al momento della premiazione il fratello del re mette su una scenata in cui esorta Antioco a giurare su cosa ha appena fatto in gara. In questo caso la disputa era stata osservata da moltissimi spettatori presenti all’evento, ed erano tutti dalla parte di Menelao, in quanto più potente del giovane avversario. In questo caso Antioco dovette essere estremamente conciliante dal momento che mentire sotto giuramento (e con un’audience così ampia che lo poteva screditare anche ingiustamente, ma per interesse, in qualsiasi momento) gli sarebbe valsa l’estromissione dall’esercito e dalla società. Questo era un fatto gravissimo perché significava che nessuno avrebbe più voluto intrattenere rapporti di amicizia, lavorativi o quant’altro con lui, decretando la sua nuova condizione da eremita. Antioco così decide di dare ragione a Menelao, cui regala anche il suo cavallo (regalo assai più importante di una donna).
Il tema della lite ricorre anche sulla celebre descrizione dello scudo di Achille. Forgiato da Vulcano, il dio divide la parte esterna dello scudo in due grandi aree: su un emisfero disegna una scena di matrimonio (che rappresenta l’oikos, importantissimo per i greci, che sta alla base della famiglia e della polis), mentre sull’altro c’è di nuovo un esempio di lite. Qui è raffigurata una contesa in piazza, dove una persona sta riscattando un morto da un’altra. Quest’ultima sostiene che non ha ricevuto ancora nessun compenso e così decidono di andare da un giudice. Anche la gente che assiste è divisa a favore dell’uno o dell’altro. Il fatto che si recano dal giudice ci conferma l’esistenza di un ordine collegiale giuridico, e in più sappiamo che al giudice che emetteva la sentenza più giusta andavano due talenti d’oro (considerando che con un talento si otteneva un trireme, la somma era considerevolmente alta).
Il tema della lite e della relativa gestione si ripropone anche nell’altro poema omerico per eccellenza, l’Odissea. Il racconto infatti non si apre con Odiseo che peregrina alla ricerca di Itaca, ma con un problema giuridico piuttosto grave che affligge la patria dell’eroe acheo. Qui i Proci (che deriva da procoi, i pretendenti) insidiavano Penelope affinché scegliesse tra di loro il nuovo successore al trono. La regina, in una situazione politica abbastanza compromettente, avrebbe dovuto abbandonare l’oikos del marito scomparso e tornare dalla propria famiglia di provenienza, dove il padre le avrebbe assegnato un nuovo marito e dunque un nuovo oikos. Costui, sino al raggiungimento dell’età maggiore del figlio di lei Telemaco, avrebbe regnato come tutore del piccolo, decidendosi poi sul da fare. Penelope in questo modo decide di tirarla per le lunghe sino a che il figlio non fosse maggiorenne, e dunque legittimo erede dell’oikos paterno. Anche qui assistiamo all’intervento della dea Atena, che però non si manifesta direttamente ma sotto mentite spoglie, in quanto Telemaco non è di discendenza divina. Così Atena gli si presenta come un vecchio pellegrino e gli chiede come mai fosse tanto disperato (questo comportamento di interferenza con gli umani va contro i dettami di Zeus stesso, ma sovente le dee se ne fanno beffe ed intervengono comunque, sottolineando l’aspetto “eversivo” e difficilmente addomesticabile delle donne). Gli suggerisce di chiamare l’assemblea ad Itaca, durante la quale il consiglio troverà plausibilmente una soluzione. In caso contrario Telemaco sarà autorizzato a partire per ritrovare il padre (che quindi, indirettamente, gli svela che è ancora vivo dopo tutti questi anni). Telemaco decide di ascoltare i consigli del vecchio-dea e così convoca l’assemblea. Persino i cittadini più anziani (con una forma di iperbole) dicono di non ricordarsi più a cosa serva tale usanza, e quindi sospettano di un attacco dall’esterno. Tutti i maschi adulti si radunano e Telemaco rivela che è stato lui l’organizzatore, ma fin da subito, esposto il problema, l’assemblea (per ovvi motivi di tornaconto personale: molti di quei maschi o erano i padri o i proci stessi) si ritiene infastidita da un giovane così pretenzioso e decidono di non aiutarlo. Quando finalmente Odisseo ritorna ad Itaca scoppia una guerra civile, in cui il re ammazza tutti i pretendenti fino a che non si manifesta di nuovo Atena, che lo ferma ed invita a porre fine alla lite, ricompensandolo con una promessa divina (ad esempio fortuna per i suoi mercati e per le sue terre) ed imponendo a tutti di dimenticare l’accaduto.
Nell’Iliade l’intervento divino arriva prima dell’irreparabile (Achille che uccide il re Agamennone), mentre nell’Odissea giunge un attimo prima della dissoluzione totale.
La comunità poleica deve porre grande attenzione al fenomeno delle liti e della loro gestione, anche solo per l’istinto di autoconservazione. L’utilità di questi due documenti mitografici (perché ricordiamo che trattano di argomenti storici verosimili ma comunque romanzati su figure mitiche o semidivine) è quella di fornire alla comunità una valida chiave di lettura per l’ambito giuridico.
Il sentire di appartenere ad una comunità differente da tutte le altre, la necessità di autogovernarsi, in sostanza il sentire comune della sorte della polis, porta a capire che la gestione della lite fosse fondamentale e se non si provava a gestirla assieme (anche se partiva da cause private) poteva portare ad un danno irreparabile per la comunità intera.
Il dotarsi di strumenti per gestire la lite osserva due fasi: nella prima fase la lite tra due oligoi è dannosa per la società, ma con un semplice meccanismo (il dono per placare la lite) si può risolvere il tutto. La seconda fase è invece assai più complicata perché il problema sorge tra due persone di ordine giuridico diverso, ad esempio tra un aristocratico ed un mercante (figura che nel corso di quegli anni si stava arricchendo sempre più sino ad avere patrimoni non molto dissimili dai nobili). Come abbiamo visto, Atena suggerisce la rinuncia alla lite in favore di doni degli dei, non meglio specificati. Se la disputa avviene tra un mercante ed un aristocratico, e la giustizia è amministrata dal ceto di appartenenza di quest’ultimo, la sconfitta per il commerciante sarà sicura. Anche se Atena invitava ad aspettare i doni divini, i mercanti erano dubbiosi di questo fatto, perché tra di loro non vigeva la solidarietà elitaria che era in essere tra gli aristocratici, i quali nelle difficoltà potevano farsi doni reciproci per risollevarsi da un mesto evento. Il fatto di essersi arricchiti sino al pari degli aristocratici non era ancora un fattore di totale privilegio, bensì di grande rischio, almeno a che non fossero già entrati commercianti (o comunque appartenenti al ceto degli “arricchiti”) nelle strutture giuridiche.
Esiodo, poeta del VII secolo, ci ha lasciato due scritti: la Teogonia e Le opere e i giorni. In quest’ultimo lavoro, Esiodo stesso suggeriva al fratello Perse (apparentemente un debosciato) come ci si doveva comportare nella società moderna in cui loro si stavano muovendo, società che non aggradava per nulla Esiodo. La nuova generazione che stava pian piano prendendo potere, non aveva più nulla da spartire con la precedente, cui apparteneva Esiodo, basata sulla philia (=amicizia). Il poeta ammonisce duramente i giovani che da lì a poco non avranno più rispetto né per gli anziani né per gli dei, consacrando insomma il cosiddetto “diritto dei più forti”, dove il pudore non conterà più nulla. La giustizia (nike) sarà nelle mani dei più potenti, che la manipoleranno a piacimento. La giustizia sarà fatta dagli uomini e non più dalle divinità e questo sarà la causa della rovina della società per Esiodo, il quale ammonisce anche il linguaggio “tortuoso” dei sofisti. I capisaldi del pensiero aristotelico del pudore e del rispetto scompariranno, così come quelli dei clan aristocratici. Esiodo tuttavia parla al futuro, come se una possibilità di redenzione esistesse ancora. Racconta così una favola ai basileis che amministravano la giustizia. La favola era quella dell’usignolo e dello sparviero, che riassume la morale secondo la quale sarà il forte a prevalere sul debole.
Assistiamo così a come le cose si evolvevano rapidamente, specie in ambito giuridico, dai tempi di Omero a quelli di Esiodo.
Numismatica
La polis, che è il centro nevralgico della società greca, è il luogo da dove provengono le nostre fonti. La polis incarnava l’insieme dei cittadini, definiti appunto politai. Il ruolo di nucleo di identificazione gli è stato valso non solo perché i cittadini abitavano un suolo comune, ma perché condividevano tutti i valori fondanti della polis stessa. Quando tra più poleis venivano condivisi non solo fattori interni (come l’acropoli) ma piuttosto anche le divinità, così come le festività rurali, allora ecco che prendeva piede il fenomeno del sinecismo, che portò alla formazione dei primi centri urbani, partendo dall’aggregazione di semplici villaggi, anche assai eterogenei tra loro per urbanizzazione e popolazione.
Nella prima fase storica delle poleis furono gli aristoi (o oligoi) a condurre le redini dei centri abitativi, soprattutto perché disponevano di grandi quantitativi di risorse. Essendo una prerogativa dei più ricchi, fu soprattutto il ferro a determinare l’andamento della situazione, almeno sino a quando il suo uso non si allargò anche a quella parte della popolazione che si stava arricchendo sempre più, innescando in loro il desiderio di ottenere sempre più potere politico e giuridico.
Con il passare del tempo la polis aveva iniziato un processo di trasformazione graduale, in cui ebbero grande importanza il ferro, come già detto, e l’alfabetizzazione (e per metonimia la scrittura). L’uso dei metalli, specie quelli più pregiati (non necessariamente preziosi, o almeno in un primo momento), diventa più importante del valore stesso dell’oggetto creato (a. e.: il contadino crea un martello per uno scopo, ma poi possedendolo capisce che può essere utile anche ad altri, cosa che gli conferisce potere/lavoro, che va oltre al valore dell’oggetto stesso). L’antropologo Mauss definì il valore di questi oggetti come “talismanico” (che dona potere a chi lo detiene ed invidia a chi non ce l’ha). Il metallo prezioso (come l’oro, l’argento) sarà impiegato per costruire oggetti di valore, del tutto simili a quelli forgiati in metallo vile, però con l’unica differenza di non venire impiegati in alcun modo, in quanto hanno valenza solo come simbolo del potere.
Con questi oggetti preziosi si ha l’intuizione che, se scambiati, essi vadano bene anche per ottenere prestazioni o lavoro: si sviluppa così una primigenia nozione di ricchezza non più dipendente solo da possedimenti terrieri, ma giocata sugli oggetti simbolici di valore condiviso. Questi nuovi beni possono essere scambiati come doni (e questa è la prima forma da noi attestata). A seconda del dono prezioso un interlocutore si poteva porre al di sopra, ma anche al di sotto o sullo stesso piano, di colui al quale veniva destinato il dono. È da specificare che i doni non venivano fatti solo tra uomini, ma anche tra uomo e divinità, secondo la consuetudine comune che era meglio un dono piccolo ma pregiato di uno grande ma forgiato con metallo vile.
Il percorso, che ha portato l’oggetto d’uso comune (come un ferro per lo spiedo) a diventare oggetto simbolico (stesso oggetto forgiato con metallo prezioso), giungerà alla creazione della moneta (o segno), che null’altro è se non l’estrema simbolizzazione del concetto di valore di un oggetto. Le prime monete furono quelle a tondello di metallo con stampo impresso.
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