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Tutti questi trattati tra poleis non erano mai paritari, specie se una

delle poleis stipulanti era una città egemone, come nel caso di Atene;

oltretutto i vantaggi erano ovviamente a favore dell’egemone, tranne

quando quest’ultimo perderà notevolmente potere tanto da diminuire le

pretese fino a stabilire contratti paritari con gli alleati.

Tra le epigrafi giuridiche giunte sino a noi, solo due sono quelle leggibili

per la maggior parte del testo. La prima tratta della legge draconiana

sull’omicidio. Su questa epigrafe è ben visibile il nome del proponente.

Va ricordato che questa è l’unica legge draconiana di cui ci sia giunta

una traccia materiale, dal momento che l’arcaico legislatore mai mise

per scritte le sue norme. Atene classica conservò queste sue leggi,

tenendone ancora alcune in vigore, proprio come quella sull’omicidio.

L’epigrafe in questione reca un prescritto (la parte che sta in alto) con i

nomi ben visibili del segretario, dell’arconte Diocle e la frase simbolica

“decisione del consiglio dell’assemblea”. Il prescritto era comune a tutte

le tavole giuridiche. Si trattava di un decreto probuleumatico

(passato davanti alla boulé). Diometos era il segretario, mentre correva

la pritania affidata alla tribù degli Acamantis. Nel testo viene anche

sottolineato il luogo dove verrà affissa la tavola, ovvero dinnanzi alla

costruzione del basileus. Come nel caso del corpus di Gortina, i

magistrati ateniesi cercarono di prevedere tutti i casi giudiziari possibili.

Dal testo di questa legge draconiana si può percepire quanto Dracone

fosse meno progressista di quanto la tradizione ce lo tramanda. Il

suo tentativo di non normare l’omicidio premeditato lascia intendere

come egli decidesse lasciare alle famiglie il diritto di risolvere le faide.

Come pena all’omicidio in genere veniva assegnato l’esilio, in luogo

della pena capitale: va sottolineato come i Greci preferissero evitare in

ogni modo la condanna a morte, scegliendo piuttosto il più eticamente

corretto esilio. Emblematico è il caso di Socrate.

Come abbiamo visto la scrittura e la monete consentirono ed

amplificarono la democratizzazione della società. Se la moneta

favoriva i commerci ed allargava i loro raggi d’azione, la scrittura

permetteva la pubblicazione delle leggi e vincolava i magistrati a

decidere in base a leggi scritte inviolabili (senza agire dunque a

discrezione della persona), così come era possibile stendere resoconti

delle operazioni giuridiche.

Ad Atene infatti tutte le magistrature erano sottoposte a valutazioni

d’ingresso (dokimasia), processo che certificava i requisiti

necessari per entrare in un determinato organo giuridico.

Sostanzialmente il requisito principale era quello di essere cittadino

ateniese, la cui verifica era resa alquanto difficoltosa per l’assenza di

anagrafi pubblici.

Le cause si dividevano in civili (dicoi) e penali (grafai). Il tradimento era

punito sul piano patrimoniale, non etico.

[18]

Nel V secolo, in Atene si dibatté a lungo su chi dovesse essere

considerato cittadino vero e proprio. Questa riflessione nacque in

base al fatto che c’erano troppi diritti da garantire da parte

dell’autorità. Dopo aver perso la guerra, i tributi degli alleati non

arrivavano più nella polis attica, e questi erano necessari per la quasi

totalità delle attività cittadine, soprattutto per pagare la forza lavoro. Se

una città era potente attraeva nuovi mercati e commercianti, che

pagavano le tasse. Ai commercianti più abili, che garantivano

notevole vantaggio alla polis, veniva concessa la cittadinanza, in

cambio di una tassa. Tutti costoro che versavano in questa situazione di

“acquisti” per la polis erano detti metoikoi. Col passare del tempo, essi

aumentarono di numero sempre più sino a che i loro figli nascevano

nella polis stessa, ma non potevano comunque avere gli stessi diritti

giuridici di un vero ateniese. Fino dall’antichità la consuetudine era che,

per essere ateniesi, si dovesse avere almeno un genitore con lo status di

polites (ovvero maschio adulto con diritto giuridico). Quando Pericle

salì al comando, stabilì che era necessario avere entrambi i genitori

ateniesi, dunque entrambi astoi (dove l’astos è il maschio adulto

senza particolari diritti politici e l’asté la donna adulta). Per un polites

che volesse il proprio figlio con lo stesso status sociale era arduo trovare

ora una donna ateniese, dal momento che la popolazione si era

contaminata con i metoikoi, allargandosi moltissimo. Questa legge favorì

la classe media ateniese dal momento che le loro figlie potevano andare

in sposa agli aristocratici, costretti ad accettare il salto di classe in

mancanza di donne aristocratiche.

L’unica stele pervenutaci intatta è quella contro la tirannide,

risalente al 336 a.C., incentrata sulla figura di Filippo II di Macedonia,

che stava dominando su tutta la Grecia, anche se Atene non accettava

la sua autorità. La legge stabilisce che, quando si è certi che una

persona aspiri a posizioni tiranniche dannose per la società

democratica, si ha la “licenza di uccidere”. Va ricordato però che

apparentemente la legge non venne mai applicata, o almeno non

possediamo fonti che lo possano testimoniare.

Questa legge fu fatta passare durante la penultima pritania, la 9ª. La

decima e ultima pritania era l’unica in tutto l’anno greco in cui si

sapeva, per esclusione, quale tribù avrebbe comandato la città. Quando

una legge formulata da una tribù non veniva ratificata in tempo entra la

propria pritania, passava alla tribù successiva, che veniva sorteggiata al

fine di impedire qualsiasi forma di broglio.

Gli Ateniesi a riguardo tenevano due posizioni ben divise. Tuttavia si

votò al fine di far passare la legge che permettesse l’uccisione di un

elemento aspirante alla tirannia. Vengono così riprodotte due

identiche tavole giuridiche, una da collocare nell’Aeropago

(l’organo costituito da tutti gli ex-arconti, e dunque dagli esponenti delle

classi sociali più alte, sicuramente più a favore dell’oligarchia e di una

tirannide pro-Filippo) e una da apporre nell’assemblea (l’organo più

[19]

democratico, come per ricordare che uccidere un aspirante tiranno era

cosa lecita).

Un aspetto molto importante di Atene era la totale fiducia nei

confronti della legge, caratteristica nata in seguito al colpo di stato

del 411 e del 403. Negli anni successivi agli avvenimenti che avevano

destabilizzato la polis, i magistrati di Atene si adoperarono per

revisionare l’intero corpus giuridico già allora esistente.

Le orazioni giuridiche spesso riportano frammenti di leggi di cui

noi oggi non sapremmo altrimenti nulla. L’oratore Andocide scrisse la

sua opera Sui misteri sotto forma di arringa, in cui egli stesso si

difende dalle accuse mossegli in quanto affiliato al clan di Alcibiade. In

quest’orazione Andocide fa appunto riferimento alle leggi della riforma

successiva al 403. I “misteri” cui fa riferimento il titolo sono quei misfatti

come l’evirazione delle statue delle Erme. Questo fu un fatto che

scandalizzò l’intera popolazione ateniese, che li intese come chiaro

segnale di sciagura, all’alba della spedizione in Sicilia, rivelatasi poi una

disfatta totale. Le Erme erano statuette sacre poste nei crocicchi delle

vie ateniesi, che riportavano le fattezze facciali del dio Eros così come i

suoi attributi virili. In questo clima di alta tensione, in cui tutti si

denunciavano vicendevolmente, scoppiarono scandali su scandali,

innescando indagini a catena. Il successivo scandalo fu quello della

profanazione dei misteri eleusini (antichissimi riti misterici, d’origine

micenea, che rappresentavano il ratto di Persefone) da parte di

Alcibiade. Com’è oggi noto, questo scandalo fu architettato in parte dai

sostenitori della classe politica dominante, che aggredivano le più

giovani leve accusandole di essere empi e dissacranti nei confronti dei

più vecchi e delle tradizioni. Che Alcibiade desse festini nelle sue

proprietà era cosa risaputa, ma il fatto della profanazione dei riti sacri

era qualcosa di ben più vergognoso, anche considerando la particolare

origine di Alcibiade stesso (preso in consegna da Pericle, suo zio, in

tenera età ed iniziato sin da giovane a questi culti misterici). Andocide,

essendo amico dello stratego, venne accusato di complicità e quindi

arrestato, assieme a suo padre. L’oratore, per aver salva la sua vita così

come quella del genitore, si rese protagonista di uno dei primi casi di

pentitismo, lasciando una lista con i nomi di coloro che avevano

partecipato alla profanazione. Così facendo se ne andò in esilio, ma

come lui anche gli altri profanatori, che riuscirono a scamparla. Ai

magistrati ateniesi andò comunque bene questa situazione, perché

comunque si era risolto il problema con l’allontanamento dei sacrileghi.

Quando in futuro cercherà di rientrare in città, Andocide si ritroverà

nuovamente in una situazione ambigua in quanto, per propiziarsi il

governo, aveva fatto un dono importante, peccato che fosse stato

ricevuto dagli oligarchici appena saliti al potere, a scapito dei

democratici avversi ad Andocide. Quand’egli, che era all’oscuro del

nuovo cambio di potere, essendo sicuro che il dono avrebbe fatto il

proprio dovere, tentò di rientrare venne fermato dai democratici, che in

[20]

effetti non avevano mai ricevuto nulla. Una volta rientrato si ritrova

citato in tribunale per una causa inerente l’oikos. Appena ritornato in

Atene, Andocide si ritrovò, assieme al fratello, ad essere tutore di due

sorelle, il cui padre morendo aveva lasciato loro notevoli ricchezze.

Quando la ragazza affidata al fratello dell’oratore muore, la fanciulla

amministrata da Andocide si ritrovò ad ereditare tutte le ricchezze

dell’intera famiglia. Presa di mira da un potente aristocratico per la sua

ricchezza, Andocide viene messo nuovamente sotto accusa per i misteri

eleusini, così da destituirlo dal ruolo di tutore della ragazza, ottenendo

strada libera per metter le mani sull’ereditiera. La difesa esposta

nell’orazione è incentrata proprio su questa causa. Oltretutto Andocide

sostiene che era stato ingannato per quanto riguarda alla supplica fatta

ad Eleusi, accusato di averla inoltrata nel periodo sbagliato. Per

difendersi fa riferimento ad una vecchia legge anteriore alla revisione

del 403, che dunque non doveva più essere presa in considerazione.

Anche se categorizzata come giuridica, l’orazione non espone l’intero

corpus giuridico all’indomani della riforma, ma ne illustra soltanto alcuni

casi. L’orazione affronta la tematica di come si legifera, ma anche di

come non si può applicare una legge che non è stata scritta

precedentemente, oppure che non può essere applicata ad personam.

Ribadisce inoltre che nessun decreto può essere più importante di una

legge.

Nell’orazione Contro Alcibiade, ritenuta di Andocide ma comunemente

definita spuria, l’autore spiega la figura contraddittoria di Alcibiade.

Sin da bambino, egli avrebbe contribuito più o meno direttamente al

cambiamento radicale di Atene. Essendo stato educato da Socrate,

Alcibiade rafforzò la sua già spregiudicata presuntuosità tanto da

diventare quasi “intoccabile”. Tutti gli Ateniesi si sarebbero così fatti

ingannare dai suoi tratti democratici, anche se Alcibiade in verità

aspirava certamente a successi personali. Tanto per comprendere la

figura di Alcibiade basti pensare che egli, da giovane, picchiò un

vecchio per strada (cfr. scontro generazionale). Pericle, tutore del

giovane, inviò Alcibiade a chiedere scusa al vecchio, che però rimase

ammaliato dalla sua abilità oratoria (frutto di Socrate) sino a tal punto di

concedergli la figlia in matrimonio. L’astuto Alcibiade chiese una prima

volta la dote al vecchio, e poi una seconda volta ai suoi coniati, dopo

che il loro vecchio padre era morto. La moglie, anni dopo, scappò di

casa cercando di raggiungere la casa dell’arconte, secondo l’antica (e

unica) usanza che prevedesse l’abbandono dell’oikos da parte della

donna. Tuttavia Alcibiade inviò i suoi compagni a recuperarla, e così essi

fecero prima che ella potesse giungere a chiedere asilo all’arconte.

Secondo la tradizione, Socrate sarebbe l’unico a non rimanere

ammaliato dalla figura di Alcibiade.

Dal momento che l’aspetto giuridico rappresenta certamente una

peculiarità importante della democrazia Ateniese, ci si chiede se le

leggi venissero veramente osservate, comportandosi in maniera

[21]

così attenta da non violarle mai. La risposta è che assolutamente non si

osservavano così in maniera rispettosa, anche perché sennò non si

sarebbero succeduti due colpi di stato in così poco tempo.

All’indomani della guerra del Peloponneso, i sofisti misero in dubbio il

concetto stesso di legge, chiedendosi appunto cosa fosse una legge

e se ne si potesse discutere la validità. Due correnti di pensiero si

originarono da questo dibattito: la prima, sostenendo che gli dei non

esistessero, affermavano dunque che non esistessero leggi divine,

mentre l’altra corrente (quella maggiore) tentava di slegare l’ambito

giuridico da quello religioso. Dalla loro parte si ergeva salda la tesi

che, nonostante gli dei fossero i medesimi da polis a polis, le leggi non

erano le stesse. La risposta che ne conseguiva era che appunto

religione e diritto fossero ambiti ben separati. L’unica cosa

comune nelle varie poleis era l’uomo. Con il parallelo avanzamento

degli studi anatomici condotti indistintamente su greci e barbari, si

scoprì che l’essere umano era anatomicamente uguale, iniziando così a

valorizzarlo come individuo e non soltanto come demos. Si arriverà così

agli anni 40-30 del V secolo, che segneranno l’epoca di una grande

divaricazione sociale (cfr. Le nuvole di Aristofane). Cosa ne scaturirà

sarà il ribaltamento dei valori tradizionali della vecchia

generazione.

Le nuvole sono un’opera teatrale del commediografo Aristofane,

caratterizzata dalla forte satira diretta ai retori dell’epoca. La trama

affronta il tema delle contestazioni mosse da un figlio verso il padre

(cfr. l’esempio del gallo giovane verso il vecchio) che, esasperato dai

creditori del figlio che lo hanno citato in giudizio, si rivolge a Socrate al

fine di iniziar loro alla retorica affinché potessero difendersi in tribunale.

La critica che intende muovere Aristofane a figure come Socrate è che

essi condizionavano addirittura la legge, riuscendo ad imbonire un

magistrato grazie alla loro innegabile abilità oratoria. L’opera fu

concepita per gareggiare ad un concorso, in cui però arrivò ultima,

allestito in onore delle grandi Dionisie (grande festa dove accorrevano

anche gli alleati che pagavano i tributi nell’occasione, cui si affiancava la

più piccola festività delle Lenee), originatesi sulla base di più antiche

usanze popolari.

Anche Democrito analizzò il rapporto complesso tra l’uomo e la

legge. Nel caso di Socrate il rapporto fu ancora più particolare in quanto

egli si rifiutò di scappare in esilio, anche a costo di avere la vita salva.

Per Socrate, anche se il motivo d’accusa era ingiusto, esso era nato in

seguito a regolare procedimento legislativo, e dunque andava rispettato

(cfr. legge procedurale).

Antifonte, sofista sconosciuto ai medievali perché reperito solo in

epoca posteriore, scrisse l’opera Sulla verità. Alcuni storici tendono a

[22]

distinguerlo dall’Antifonte retore, oratore e politico ateniese (nonché

ideatore del colpo di stato oligarchico del 411), proprio sulla base di sue

certe dichiarazioni inerenti la non-differenza tra uomo greco e barbaro,

ritenute “straordinarie” per un greco del V secolo (o comunque inadatte

per un oligarca). La sua opera si apre analizzando il nesso tra verità e

giustizia, sostenendo che bisogna osservare le leggi solo se esse

giocano a proprio vantaggio. Se siamo in presenza di testimoni che

potrebbero comprometterlo, un individuo è consigliabile che segua le

leggi, ma in loro assenza è lecito che segua solamente le leggi

naturali: infatti, mentre le leggi umane sono qualcosa di

concordato, quelle naturali derivano solo dall’esigenza fisica

dell’individuo, e sono in tal senso native. Se qualcuno trasgredisce le

leggi, ma nessuno lo scopre, è esente da biasimo o pena. Antifonte

sostiene però che se si “violentano” oltre misura le leggi naturali, non si

offende solo l’opinione pubblica, ma pure la verità stessa. Le leggi delle

poleis vengono inquadrate come limitazioni della natura umana.

Ipocriti sono coloro che dicono di seguire la legge, ma che poi la

trasgrediscono; Antifonte invece ammette il suo pensiero e sa di essere

sincero.

In un altro frammento di Antifonte, il sofista mette in evidenza che il

vero problema della società sta nel fatto che si rispetta chi è nobile

d’origine, ma non chi è di “natali oscuri”. Antifonte sosteneva invece

l’uguaglianza degli uomini su base naturale, prima affermazione di

questo genere nella storia dell’umanità.

Anche Tucidide nella sua opera storiografica parlò del colpo di stato del

411, organizzato dalla nuova generazione che, fin da quando era nata,

aveva vissuto in una città in condizione di guerra perpetua. Essi furono i

primi a capire che il più forte prevaricava sul più debole (stesso

esempio di Atene con i suoi alleati-sottoposti). Se la “legge” veniva

applicata verso l’esterno, poteva essere anche applicata all’interno: se

prima i soprusi dovevano sopportarli gli alleati, ora erano gli stessi

concittadini a patirli. Non importava se questi dovessero soffrire, in

quanto ognuno guardava alla propria salvezza. Tucidide illustra come la

guerra fosse maestra di tutte le violenze.

Il drammaturgo Eschilo nelle sue Supplici raccontò di Danao e delle

sue cinquanta figlie, che scappavano dagli altrettanti figli di Egitto, loro

zio. Danao cerca rifugio nella madrepatria ma, in quanto discendente di

Io, condannata da Era, nessuno lo accoglieva. Soltanto Pelasgo, re di

Argo, accolse Danao e tutta la sua prole. Il fuggitivo chiese al re che il

problema fosse discusso in assemblea. Quando arrivarono gli araldi egizi

Pelasgo si oppose alla loro richiesta, decretando lo scoppiò del conflitto

armato. Quando Eschilo descrive la fase di delibera dell’assemblea

utilizza un lessico particolarmente tecnico e, pur essendo un poeta

raffinato, ma pur sempre vicino alla mentalità Antifonte, si chiede come

mai Danao si rifiutasse di sistemare le figlie, secondo la tradizione

[23]

greca. Pelasgo garantì alle donne il diritto di asilo (asylos=diritto di

rappresaglia), per la prima volta nella storia. In tal caso Eschilo ci vuol

dire che chiunque subisca un danno da un cittadino di un’altra polis può

andare a reclamare qualcosa come risarcimento, anche se questo gesto

non è normato da leggi specifiche. Allo stesso modo non si può fare un

matrimonio se questo si basa sul ratto della sposa. Entrambe le

contestazioni sono importanti punti centrali della società giuridica greca.

Eschilo identifica nei brotoi tutti gli esseri viventi su cui ricade il diritto

di rappresaglia.

Storiografia

4.

Sin dalla sua nascita la storiografia nasce con la pretesa di raccontare

il passato. Questo racconto non è solo utile perché parla di eventi

passanti, più o meno lontani che siano, ma perché i temi che si

affrontano si rispecchiano nei fatti attuali. La storiografia, che

nacque all’interno dell’insediamento urbano della polis, si è così

attestata come fonte centrale per la ricerca degli storici.

Il primo storiografo greco antico fu Ecateo di Mileto, risalente al V

secolo. Già sul suo nome ci si può soffermare in quanto Ecateo non si fa

accompagnare dal patronimico ma da un nome topografico, quasi

come se dimostrasse l’orgoglio di appartenenza verso la sua polis.

Trattandosi di un autore la cui opera ci è pervenuta solo in parte, è stato

inserito da Felix Jacoby nella sua opera monumentale Frammenti di

storia greca (abbr. FR.GR.HIST.), raccolta di tutti gli autori incompleti

della tradizione letteraria greca. In quest’opera Ecateo si colloca al

primo posto, dato che è l’autore più antico finora pervenuto. Allo

storiografo di Alicarnasso Jacoby assegnò il numero 1 al fine di ordinare

la sua opera, suddividendola in frammenti, cui affiancò moltissime

semplici citazioni.

Ecateo nella sua opera, come vedremo, esordisce subito con un incipit

deciso atto a sminuire il valore della tradizione mitografica greca,

mettendo in evidenza il nome dell’autore stesso (posto tra le prime

parole, in posizione strategica se si pensa che l’opera fu verosimilmente

scritta su rotolo), il quale si mette nella condizione di raccontare la

propria versione dei fatti storici. Questa collocazione strategica del

nome dell’autore si rifà alla tradizione persiana in cui era il re ha

rendicontare gli eventi dell’anno appena trascorso, che venivano poi

trasposti nelle cronache annuali del regno. Qua invece è Ecateo a

raccontare i fatti “come a me sembrano veri”, come se chiunque che ne

avesse la potenzialità intellettuale potesse farlo, anche un qualsiasi

cittadino. Anche se l’estratto presenta una contraddizione (la verità è

assoluta, ma qui è a sua discrezione), Ecateo sostiene in tutta certezza

che il materiale e le informazioni che riguardano il passato sono ora

inadeguati. Questo fatto è amplificato dalla sensazione di disagio che

[24]

Ecateo trasmette in quanto non disponeva di notizie del passato,

specie se si pensa alle cronache egizie o persiane contemporanee.

Ecateo viaggiò molto per acquisire tutte le sue conoscenze, sino a

diventare un saggio cui tutti (inclusi i tiranni di Mileto) chiedevano

consiglio. Il viaggio in Egitto fu “traumatico” per Ecateo che lì subì lo

shock di una cultura che poteva annoverare rendiconti annuali che

andavano indietro di centinaia di generazioni di faraoni o sacerdoti.

Erodoto di Alicarnasso, altro grande storiografo dell’antichità, nella

sua opera esordisce in maniera simile a Ecateo. La sua peculiarità è di

definire meglio il mestiere dello storiografo, parlando per la prima

volta di ricerca o metodologia. Anche se motivato affinché gli eventi

umani non svaniscano nel tempo, Erodoto tratta esclusivamente le

gesta più memorabili delle popolazioni greche o barbariche.

Essendo un ricercatore oltre che storiografo, Erodoto fa speculazione

intellettuale in quanto vuole giungere alla aitia (=causa). Nella sua

opera storiografica è la guerra ad avere il ruolo di protagonista, com’è

del resto in tutta la storia occidentale sino ai giorni nostri.

Tucidide, arconte oltre che storiografo di Atene, ritiene opportuno non

iniziare con alcun incipit. L’ateniese ha ben presente la lezione di Ecateo

(“i fatti come a me paiono veri”) ed inoltre vuole addirittura essere più

rigoroso di Erodoto, sia nel metodo che nella ricerca. Per questo

Tucidide sostiene di aver ascoltato diverse testimonianze prima di

giungere all’effettivo momento della stesura dei fatti storici. Altro

elemento saliente della storiografia tucididea è la totale eliminazione

della componente fantastica, rappresentata dal mito. L’intento

dell’autore non è quello che la sua opera piaccia al pubblico, ma che

piuttosto sia utile: difatti la sintassi sarà molto più complessa e meno

fruibile dal punto di vista dell’ascoltatore (le opere erano a quei tempi

discusse in pubblico). L’intento di Tucidide è quello di scrivere un’opera

che abbia valore eterno, denotando una certa lungimiranza

nell’affermazione.

Aspetto centrale è il rapporto utile-giusto: secondo Tucidide è meglio

l’utile nei confronti di un singolo (o della comunità) che l’eticamente

giusto. L’utile è il motore della storia, che se riletta può servire per il

futuro. Caratteristica che balza agli occhi di Tucidide è l’alone di

rimprovero diretto verso la sua stessa Atene.

Aristotele invece non accettò mai di trattare di storia in quanto non gli

interessava per niente. Gli unici episodi in cui parla di eventi storici,

come quelli inerenti ad Alcibiade, è perché la storia, secondo l’autore, è

il raccontare esclusivamente dei fatti personali di grandi protagonisti.

L’opera in questione è la Poetica.

Evolvendosi la storiografia incappò nel grave problema del rapporto

con il potere. Che rapporto deve avere lo storiografo con chi sta al

[25]

potere? Il poeta Luciano di Samosata (II secolo d.C., successivo all’età

ellenistica) sostiene che lo scrittore deve essere senza timore o

vergogna, così come senza sovrano o patria: non deve insomma

temere i giudizi della critica. Luciano sottolinea come l’autore deve

essere distaccato anche dalla patria: anche se Ecateo e Erodoto

erano entrambi identificati con un patronimico, essi preferirono

distaccarsene scegliendo di viaggiare oppure, per altri motivi, di esiliarsi

volontariamente.

Per ricercare incipit sulla falsariga di quelli storiografici degli autori

appena citati, dobbiamo risalire all’Odissea omerica, in cui il proemio

s’incaricava di esporre di eventi appartenenti al passato.

Tuttavia la vera ricerca storiografica mette le sue radici nel lavoro dei

sofisti presocratici che sostenevano che “gli dei non avevano mai

svelato nulla di propria intenzione, bensì era l’uomo che doveva fare

ricerca con metodo”.

Ecateo

Ecateo di Mileto (550-476) fu un logografo greco antico, autore delle

Genealogie, opera a carattere storico-geografico compilata in seguito

ai lunghi viaggi che Ecateo fece in tutto l’ecumene. Nell’opera Ecateo

parla alla terza persona e si prefigge di raccontare i fatti storici del

passato basandosi sulle relazioni genealogiche. Il metodo

tuttavia si rivela complicato ed impreciso, dal momento che le

generazioni non sono uguali per tutti, ma anche perché persisteva il

problema della mancanza di fonti riguardanti gli anni bui. Da dove

poteva dunque iniziare a raccontare la storia? L’unico fatto storico

convenzionato ai suoi tempi era la guerra di Troia, cui seguì il ritorno

degli eroi di guerra e l’inizio delle grandi aristocrazie loro discendenti

(verso il 1,000 a.C.).

A differenza di Tucidide che cercherà di evitare ogni approccio con la

mitografia (anzi cerca di renderla ridicola), Ecateo estrapola dal mito

qualcosa che potrebbe sembrare verosimile. Un chiaro esempio è

la descrizione di Capo Tenaro, nel Peloponneso. Secondo la tradizione

mitografica in quel punto sarebbe situata l’entrata per l’Ade, presieduta

da un malefico cane con la testa di serpente, Cerbero. Quando Ecateo

descrive questa zona cerca di estrarre dal mito una componente

veritiera: il cane a testa di serpente sarebbe stato probabilmente un

serpente vero, per di più velenoso, che “introduceva” al regno dei morti

chiunque venisse morso. La metafora mitologica sarebbe così solamente

una versione decisamente più “romanzata” della versione naturale del

fatto. Anche lo scrittore Pausania, autore di una periegesi, si sarebbe

rifatto a questa teoria di Ecateo, in cui analizzava metodologicamente il

Peloponneso. Il tentativo di Ecateo era dunque quello di razionalizzare

il mito al fine di trovare una spiegazione verosimile. Tuttavia non

avrebbe potuto negare del tutto il mito di Cerbero e dell’Ade perché

[26]

altrimenti, come conseguenza, avrebbe anche negato il mito di Eracle e

di tutti i suoi figli, sconfessando così la discendenza divina delle grandi

aristocrazie greche.

Ecateo scrisse anche una Periegesis (Il giro della Terra), a carattere

etnografico, in cui descrisse zone dell’Europa e dell’Asia, allora

conosciute. Caratteristico è il suffisso “-ka” al fondo dei nomi topografici

per indicare il neutro plurale che significa “cose della…”, come nel caso

di Persika, Aegyptika e Lydika.

Il problema dell’ordinare cronologicamente i fatti storici fu per Ecateo un

problema non indifferente, che lo portò a sfruttare un metodo

decisamente impervio. Ellanico di Mitilene scrisse l’opera Le

sacerdotesse di Era ad Argo in cui ordinò la successione delle

sacerdotesse affinché venisse poi esposto pubblicamente, così da

redigere un elenco cronologico completo che andava indietro di

almeno duecento anni.

Ippia di Elide, matematico ed astronomo, suggerì invece come ordine

cronologico comune la successione delle Olimpiadi, fatto che

certamente riguardava tutti i Greci.

Carone di Lampsaco scrisse Periplo dei mari al di là delle Colonne

d’Eracle, in cui per primo parlò della ktisis (=fondazione) della sua città

Lampsaco, così come fu il primo a redigere un’opera col titolo esemplare

di Hellenikà.

Erodoto

Erodoto di Alicarnasso fu il primo storiografo greco antico di cui

abbiamo un’opera completa. Erodoto nacque e visse ad Alicarnasso,

nell’Asia Minore, punto di contatto tra grecità e oriente. La città fu

notoriamente governata da tiranni, che erano però tributari ad Atene. La

condizione di Alicarnasso tuttavia era favorevole in quanto l’adesione

alla Lega delio-attica (454) come tributari anziché alleati militari era

assai meno dispendiosa di mantenere una propria flotta, col fatto che si

era comunque difesi dalle forze di Atene.

Erodoto iniziò fin da subito a viaggiare per tutto il mondo conosciuto,

giungendo ad Atene dove portò a compimento i suoi studi. Anche se il

suo status sociale nella città attica fu sempre quello di straniero, riuscì

comunque ad entrare nella schiera degli amici di Pericle. La terza città

importante nella sua vita fu Turi, in Magna Grecia, alla cui fondazione

partecipò in prima persona. Fondata in area sibarita, la sua creazione fu

voluta fortemente da Pericle che ideò una colonizzazione panellenica

in cui sarebbero confluite genti da diverse poleis. Convinto dalla

propaganda periclea, Erodoto partecipò alla fondazione ma rimase pochi

anni nella città, dal momento che scoppiò subito un conflitto tra Ateniesi

e tutti gli altri coloni. Visti i forti dissapori, gli Ateniesi lasciarono la città

dopo un lustro e ritornò ad Atene verso il 430, morendo dopo il 423.

[27]

Nella sua vita Erodoto fece molti viaggi, scappando da Alicarnasso, dove

la sua famiglia era entrata in contrasto con il tiranno regnante.

La sua opera principale sono le Storie, in cui rivela l’intento di

raccontare i fatti straordinari delle guerre persiane, scegliendo di

non parlare della guerra del Peloponneso, che tuttavia avrebbe vissuto.

Erodoto scrisse la sua opera durante la Pentecontetia e per lui il grande

evento dei greci furono le guerre persiane, a differenza del posteriore

Tucidide che invece metterà la guerra del Peloponneso in maggior

risalto.

L’Impero persiano di cui Erodoto avrebbe parlato nella sua opera era

una creazione abbastanza recente, nata circa un secolo prima, in

sostanza quando la dinastia Achemenide incominciò ad unificare un

vastissimo regno, che raggruppava tutto l’Oriente. La sconfinatezza

territoriale dei nemici era per Erodoto un enorme vanto, in quanto

sottolineava come i Greci avessero affrontato un avversario che

raggruppava tutto il resto del mondo fino ad allora conosciuto.

L’opera è costituita da nove libri. Nel primo libro Erodoto inizia l’opera

con un proemio caratterizzato da un grande salto temporale. Dai giorni

delle guerre persiane passa direttamente a Creso re di Lidia, in quanto

vuole risalire alle cause del conflitto che spinsero allo scontro le due

civiltà. In questa prima parte Erodoto, da greco, parla dei barbari. Un

grande excursus sulla regione anatolica della Lidia porta all’evidente

scontro tra due culture differenti: quella lidico-asiatica e quella

greca. Erodoto qua si inventa un incontro tra gli invitati di Creso, gli

intellettuali greci, e il re stesso. Fra le personalità sapienti greche vi è

anche Solone, legislatore di Atene arcaica. Erodoto fa muovere le sue

figure in un contesto (quello dell’oriente) estremamente dinamico, in cui

le conquiste si susseguono rapidamente (così prima furono i lidici, poi i

persiani). Senza porre distinzione tra greci e barbari, Erodoto fa così un

elenco di tutte le popolazioni che Creso aveva sottomesso, rendendo la

sua capitale Sardi un potente centro culturale. Verso questa città molti

intellettuali si dirigono alla corte del re, sottolineando come solo così,

ovvero viaggiando, un vero studioso avrebbe potuto acquisire le

conoscenze. Creso sin da subito vuole fare colpo sulle persone che

accorrevano alla sua corte, facendole aspettare giorni prima di riceverle,

mettendole a loro agio tra ricchezze sfrenate e beni di ogni tipo. La

connotazione del tesoro e della ricchezza diventa così uguale a quella

del potere. Quando fu il momento di ricevere Solone, che Creso già

conosceva per fama, il re gli chiese chi fosse l’uomo più felice al

mondo, sperando di ottenere la risposta desiderata: Creso, grazie alle

sue ricchezze sconfinate, pensava infatti di essere l’uomo di felice.

Solone però, rispondendo sinceramente, disse che ad Atene viveva un

uomo che visse a lungo tanto da vedere la sua prole rinnovarsi col

tempo, fino a che morì in battaglia contro i Megaresi per l’isola di

Salamina. Costui era per Solone il più felice, perché oltre ad aver visto i

frutti di una dinastia prospera e solida, era pure morto in battaglia

difendendo la sua polis. Creso infastidito, chiese così chi era il secondo

[28]

uomo al mondo. Solone scelse altri due sconosciuti di Argo, individui

straordinari per la loro forza fisica. Essi morirono dopo aver trascinato il

carro che trasportava la loro madre, che voleva andare alla festa delle

sacerdotesse del tempio di Argo, ma alla quale mancavano i buoi per

trascinare il suddetto carro. Entrambi gli esempi di Solone mettevano in

risalto il valore dell’importanza della comunità rispetto agli

interessi dei singoli. Dietro alle spiegazioni di Solone, che ricordiamo

essere genitore della democrazia, stava appunto l’ideologia

dell’isonomia. Al re ormai del tutto infastidito, Solone disse che la

felicità non poteva essere misurata quando si era ancora in vita.

Ponendo come limite estremo per la vita di un uomo i settant’anni,

dunque circa 25,000 giorni, Solone dice che finché si è in vita si può

osservare la fortuna, anche se questa può sempre variare. La fortuna

in vita può essere quella di vedere crescere i propri figli sani e forti, e

così allo stesso modo i nipoti e via dicendo, ma può anche essere quella

di morire per la propria comunità, o morire generalmente in battaglia.

Se quando un individuo muore, ed in quel momento si può ritenere

fortunato, ecco che si può dire che abbia vissuto una vita felice. Nella

visione di Creso la felicità non era come si finiva la vita, ma piuttosto

contavano l’inizio e il mentre: per lui valeva accumulare ricchezze da

trasmettere, assieme al potere, ai figli, così da garantire successione

alla sua stirpe. Erodoto giungerà all’epilogo di questa vicenda solo più

avanti, quando le parti si saranno invertite. La Lidia è ormai caduta nelle

mani degli Achemenidi e Ciro incarcera Creso per poi decidere di

mandarlo al rogo. Erodoto, da greco, non affronta le motivazioni di tale

gesto, dal momento che ipotizza possa essere quello del sacrificio dopo

una vittoria, così come ricompensa ad un voto effettuato prima della

battaglia. Erodoto è straniero alle usanze dei persiani e dunque ne

tralascia la spiegazione. Quando Creso stava bruciando tra le fiamme

venne in mente la frase di Solone che “i vivi non sono i felici” e gli parve

detta dagli dei. In preda al dolore, e forse al risentimento, pronuncia tre

volte il nome di Solone, suscitando la curiosità di Ciro, che inviò degli

interpreti per capire il significato delle sue parole. Creso disse

all’interprete che avrebbe voluto che Solone fosse qui per dire a Ciro,

così a qualsiasi altro sovrano, le medesime parole che gli erano state

dette. Erodoto, che scrive dopo che gli eventi sono accaduti, sa che la

Lidia sarebbe caduta in mano persiana, così come pure i Persiani

sarebbero caduti in guerra con i Greci, come per dire che nulla è

immutabile. Quando gli interpreti dissero quelle parole a Ciro, egli capì il

senso di quell’affermazione e ordinò che il rogo venisse estinto,

temendo una punizione divina. Creso, vedendo che Ciro aveva afferrato

il senso della sua frase, intuì che il re volesse spegnere l’incendio e così,

piangendo, invocò Apollo affinché lo salvasse. Il fato volle che nuvole

comparirono in cielo e che la loro pioggia estinse il rogo. Una volta tratto

in salvo, Ciro chiese come mai Creso non si fosse sottomesso subito,

amichevolmente. Erodoto così spiega come Creso, morendo per la sua

patria, abbia evitato la “bella morte” per volere divino. Evidentemente

[29]

agli dei era piaciuto così, ma per Creso tuttavia, essendo un lido, la

“bella morte” poteva essere un’altra.

Il secondo libro parla del regno di Cambise, successore al trono di

Ciro. Con il nuovo Imperatore si arrivò alla conquista dell’Egitto nel

525, che dà modo a Erodoto di aprire un grande excursus

etnografico sulla regione. Cosa di più lo impressione è la storia

millenaria, documentata dagli annali dei sacerdoti e dei faraoni. La

storia egizia faceva evidentemente parte del patrimonio culturale dello

storico di Alicarnasso.

Nel terzo libro compare per la prima volta un luogo greco: l’isola di

Samo. Tuttavia il punto centrale su cui ruota il libro è il logos

tripolitikos che si tiene a corte di Dario, successore di Cambise. Logos

tripolitikos significa “discorso sulle tre forme di governo”, riguardo alle

quali Dario si interroga su quale fosse la migliore tra monarchia,

oligarchia o isonomia (ancora non si parla pienamente di democrazia).

L’ultimo capitolo del libro tratta invece dell’Impero persiano,

analizzandolo con termini tecnici.

Il quarto libro parla della Scizia e della Libia e dell’ultimo avamposto

persiano ad Occidente, Cirene.

Il quinto libro mette in risalto in concetto di relativismo culturale,

esemplificato dal caso di Cambise divenuto pazzo che scherniva gli

usi e costumi delle altre genti. Erodoto sosteneva che i costumi greci

erano sì migliori, ma che per questo non si dovevano deridere gli altri. A

tal proposito Erodoto fa l’esempio dei cannibali indiani, i quali erano

soliti cibarsi di alcuni resti dei genitori morti. Quando questa usanza

viene ipoteticamente proposta ad un greco, egli non poté che rimanere

sdegnato. Allo stesso modo i cannibali indiani rimarranno inorriditi dalla

pratica della cremazione in voga in Grecia. Erodoto ci permette così di

capire che i costumi variano da luogo a luogo, da gente a gente, e che,

appoggiandosi al poeta Pindaro, la consuetudine è regina di tutte le

cose. Questa affermazione si rivelerà tuttavia molto felice perché la

frase di Pindaro, andata persa, è stata ritrovata su un esiguo frammento

di papiro e riporta l’esatto opposto di quanto aveva sostenuto Erodoto.

Questo ci permetterebbe di azzardare che lo storico abbia

strumentalizzato il poeta più famoso dei suoi tempi, Pindaro, al fine di

rendere favorevole la critica.

Il quinto capitolo affronta poi un lungo excursus sulle poleis di Atene

e Sparta, mettendo in evidenza il dualismo che è sempre stato in

essere tra le due più influenti città della Grecia. Atene aveva infatti

assunto un aspetto spregiudicato, non nutriva timore alcuno, mente

Sparta era rimasta coinvolta in una politica caratterizzata da un forte

immobilismo, che le impediva di mandare il proprio esercito lontano,

dato che temevano repentine insurrezioni dei peloponnesiaci sottomessi

(tra tutti i Messeni). Dopo la battaglia contro Megara, Atene si era

stabilizzata e doveva fronteggiare le due grandi punizioni punitive

organizzate dai Persiani, dirette contro i Greci che avevano aiutato gli

Ioni d’Asia. [30]

Nel sesto libro inizia il racconto delle guerre persiane, mentre nel 7°,

l’8° ed il 9° redigeranno un ordine cronologico dell’intera campagna

militare. Il sesto libro parla inoltre del nuovo Re e focalizza l’attenzione

sulle grandi battaglie combattute (Termopili, Maratona, Salamina).

L’ultimo atto del libro spetta alla battaglia di Capo Micale, atto finale ma

non conclusivo delle guerre persiane, dato che mai venne ufficializzato il

vincitore ed il vinto.

Tucidide

Tucidide, arconte ma anche storiografo di Atene, è lo storico antico più

apprezzato. Nacque verso il 460 a.C. e scrisse già quando era stratego,

coinvolto nella difesa di Anfipoli contro gli Spartani. Nella sua opera

principale, le Storie, numerosi sono i rimandi velati ad Erodoto

rispetto al quale sostiene di voler fare meglio. L’opera è costituita da

otto libri incentrati sulla guerra del Peloponneso, mentre una

piccola porzione del primo libro, detta Archaiologia (=discorso sugli

antichi), riporta un breve riassunto, molto stringato, grazie al quale

Tucidide vuole arrivare alle cause del conflitto odierno. In tutta

l’opera parlerà alla terza persona, per dare valore letterario alle vicende

che narra, manifestando orgoglio.

Tucidide decide di raccontare la storia in un’ottica completamente

slegata rispetto alla sua polis, anzi vuole addirittura ammonirla

per gli errori commessi, evidenziandone gli sbagli.

La guerra del Peloponneso è la guerra tra Atene e tutti i popoli

peloponnesiaci riuniti sotto l’egida di Sparta. La prima città che venne

attacca dagli Attici fu Corinto. Tucidide scrive così di una guerra in corso,

della quale immaginava già l’importanza e la portata storica dell’evento,

in quanto più volte la sottolinea come la guerra più importante per

la storia greca.

Le fazioni di cui Tucidide ci scrive sono entrambe all’apice della loro

forza, cosicché tutti i Greci si unirono ad una delle parti, anche quelli che

erano considerati per tradizione neutrali: ciò sottolinea come questo

fosse un fatto epocale per Greci e barbari, insomma per tutto quel

mondo fino ad allora conosciuto (dalla Magna Grecia sino alla Persia).

Tucidide sottolinea così l’importanza di questa guerra non solo perché

tratta di fatti importanti per l’umanità, ma perché dalla stesura del loro

racconto si possono trarre importanti spunti per l’umanità stessa, quasi

come se volesse attribuire alla sua opera un carattere “rieducativo”.

Tucidide raramente si volge indietro a guardare il passato e quando lo fa

è perché vuole ripercorrere la storia di Sparta, così come abbozzare due

notizie sulle guerre persiane. Importante è evidenziare anche la genesi

delle due leghe, la Delio-attica e quella del Peloponneso, incentrandosi

sulle differenze tributarie dei loro componenti.

[31]

Nel proemio dell’opera, che si colloca al paragrafo 20, critica Erodoto

per la sua caratteristica di inventare situazioni irreali (come nel caso

di Solone e Creso). Fa così tre esempi di cattiva ricerca storica da parte

dello storiografo di Alicarnasso: il primo esempio è quello di Aristogitone

e Armodio, i tirannicidi ateniesi che volevano mettere fine alla dinastia

pisistratide. Il loro piano fu quello di uccidere Ippia, figlio e successore di

Pisistrato, continuatore della politica paterna, coadiuvato dal fratello

Ipparco, che fu l’unico a rimanere ucciso dal loro tentativo estremo.

Erodoto, che ne parla a lungo dei tirannicidi, a differenza di Tucidide,

non svelerebbe la motivazione amorosa che starebbe alla base del

tentativo di colpo di stato: secondo lo storico ateniese Ipparco avrebbe

infatti insidiato Armodio, amante di Aristogitone. Gli altri due esempi in

cui critica Erodoto sono connessi a Sparta: lo storico di Alicarnasso

avrebbe sbagliato nel conferire ai diarchi ben due voti nell’assemblea,

quando invece ne potevano esprimere solo uno, così come quando parla

dei pitani, fantomatico reparto dell’esercito spartano.

L’aspetto critico di Tucidide si esprime anche quando sostiene che la

sua ricerca è stata difficile e faticosa, così da limitarsi a parlare

delle sole cose che conosce. Tutti i suoi predecessori non li definisce

storici, ma logografi o poeti, sottolineando il loro diletto piuttosto che

l’utilità.

Più volte fa uso del criterio di verosimiglianza, dichiarando onestà

ma andando contro ai suoi presupposti, in quanto criticò appunto

Erodoto per essersi inventato situazioni e dialoghi. Nel capitolo 23 del

primo libro si difende anche dalle accuse che facilmente gli sarebbero

state rivolte per l’essere stato eccessivamente stringato su un evento

dopotutto importantissimo per i Greci: le guerre persiane. Tucidide

risponde che fu una guerra di poco conto perché si risolve in poco

tempo, anche se nel corso dell’opera si contraddice su questa

definizione.

La guerra del Peloponneso, anche se la ritiene seminale per la storia dei

Greci, non fu nulla di glorioso in quanto si ammazzavano tra genti

greche. Il racconto degli anni di guerra è caratterizzato infatti da segni

nefasti terribili come le eclissi, i terremoti e la pestilenza che attaccò il

Pireo.

Tucidide giunge così a raccontare i motivi per cui scoppiò la guerra: il

primo motivo, più vero e profondo, era che Atene, nel momento di

massimo splendore, era così forte ed espansiva da non poter più

confinare pacificamente con i Peloponnesiaci. Altri motivi contingenti

potevano essere quello della crisi di Corcira, la presa di Potidea e la crisi

con Megara.

Una delle caratteristiche di Tucidide è il razionalismo che regna su

tutta l’opera, nella quale mai da spazio alla componente divina o al

caso. Tucidide è intenzionato a capire le ragioni vere, senza che su

di esse influisse il caso. Esemplare è il racconto della peste, da sempre

simbolo della collera divina. Nel suo voler fornire una guida (“se mi

leggerete eviterete un altro Pericle”), Tucidide vuole ricercare le vere

[32]

cause della peste, che rintraccerà in un epidemia proveniente

dall’Etiopia e dilagata in terra greca a causa dei mercanti. Gli Ateniesi,

che avevano perso l’intero Pireo, ormai contagiato, pensarono che fosse

un subdolo attacco dei Peloponnesiaci che avevano avvelenato le loro

scorte idriche. Tucidide sottolinea come nel Pireo non ci fossero però

fontane o altre cisterne per l’acqua pubblica. Una volta esploso il

contagio, Tucidide esamina accuratamente i sintomi (essendo stato

affetto) così da riconoscere la malattia in futuro. La peste sarà

determinante per la guerra stessa.

Tucidide cerca così di definire la democrazia periclea, in cui non si

sapeva se era il popolo a detenere la legittimità (come ci si

aspetterebbe dalla stessa definizione di democrazia) oppure se, in

effetti, era Pericle a comandare. Tucidide sembra essere propenso per la

seconda ipotesi, secondo cui il demos avrebbe riversato troppo potere

nelle mani del primo cittadino (definizione già di per sé in contrasto con

i criteri dell’isonomia). Una volta che il potere passò ai successori di

Pericle, questi tendevano a primeggiare e ciò dimostra come Tucidide

sapesse dei colpi di stato oligarchici del 411 e del 403. Criticò

aspramente anche gli errori per quanto riguarda la campagna

militare in Sicilia, ordinata ed architettata invece che dagli strateghi

dai politici stessi, con il chiaro intento di compiacere il demos. In quegli

anni di scandali e crisi cittadina, ciò che aveva suscitato scalpore (la

profanazione delle erme e dei misteri eleusini) viene sbrigata in poco

tempo da Tucidide, che sembra non darle troppa importanza. La

situazione per Atene stava precipitosamente cadendo in un baratro dal

momento che la discordia regnava e pure la flotta, punto di forza

massimo, era stata distrutta. In questo già instabile contesto Sparta

attaccava e premeva sempre più, sovvenzionata dall’amico e generale

achemenide Ciro. Gli stessi Ateniesi non riuscivano a capacitarsi di aver

perso quella guerra, oltre che aver impiegato trent’anni di fatiche e di

tempo. La leadership attica, alla fine del conflitto, attribuì tutte le

colpe a Pericle ma qua Tucidide si pone in sua difesa, in quanto

apprezzava la sua figura di uomo forte. Pericle, per lo storiografo,

avrebbe approntato bene l’intera campagna, salvo per poi morire nel

429, due anni dopo l’inizio delle ostilità.

La guerra tra poleis divenne così una guerra civile in cui regnava

solamente più il diritto del più forte. Tucidide analizza per prima la

stasis (=guerra civile) di Corcira in modo dettagliato ma anche

cruento, per sottolineare l’importanza che avrà nelle altre staseis future.

Ecco che per Tucidide l’utile diventa motore della storia, in cui la

guerra fa da maestra. Corcira diventa così un chiaro esempio

negativo per ammonire i Greci.

L’opera tucididea chiamata Guerra del Peloponneso consta di otto

libri (non è la suddivisione originaria ma è quella effettuata dagli

alessandrini). Infatti, in epoca più tarda, le opere venivano riscritte al

fine di completare la biblioteca alessandrina, spesso modificando la

[33]

ripartizione proprio per voler sfruttare meglio lo spazio sui rotoli di papiri

su cui venivano ricopiate. La scansione tucididea tuttavia prevedeva una

divisione per anni di guerra (Erodoto invece procedeva a excursi), per

estati o inverni, tipica delle battaglie greche. Sovente però l’anno

politico non corrispondeva a quello di Tucidide.

All’inizio dell’opera, dopo il proemio, si colloca l’archeologia (cc. 2-19)

con connessa descrizione della pentecontetia, che occupa interamente il

capitolo 1.

Dal libro II (capitolo 1) al libro V (capitolo 24) Tucidide racconta la

guerra peloponnesiaca fino alla conclusione della fase

archidamica. Apparentemente la guerra è conclusa con la pace del

421, ma le ostilità riprendono subito nel 419-418.

I contemporanei, come Tucidide stesso, vedevano le due guerre come

due eventi distaccati, arrivando sino alla spedizione di Sicilia. A tal

proposito infatti Tucidide inserisce un secondo proemio (cc. 25-83) che

racconta degli anni 421-416. Il libro V è una sorta di raccordo, che

arriva fino alla pace di Nicia.

I libri VI e VII affrontano il tema della spedizione in Sicilia, con

conseguente nuova archeologia per spiegare il motivo della disfatta

ateniese. Tucidide divide gli eventi in due fasi separate (antefatti 2-5 e

spedizione di Sicilia 6-7).

L’VIII libro parla della guerra deceleica. In questo punto Tucidide

elabora la teoria che tutte la guerre potessero essere collegate:

interviene così sul libro I, apportando una revisione (posteriore al

414-411). I due terzi del libro V e dell’VIII sono incompleti, mancando

addirittura dei dialoghi. L’VIII libro si ferma in modo netto, senza parlare

della battaglia di Egospotami né alludendo ai Trenta Tiranni ateniesi.

Perché questa cesura netta? La scarna biografia dell’autore qualche

informazione può darcela: le fonti sono concordi che sia morto

ammazzato. Anche se la tradizione è poco chiara (ucciso nel rientro a

Atene? Nel Peloponneso? Nel Chersoneso tracico? In Sicilia o Magna

Grecia?) si parla di una presunta morte occasionale, molto

probabilmente una rapina finita male, ma si ignora il posto e la data

precisa. Di Tucidide sappiamo poi che fu stratego nel 424-423 (dunque

doveva avere minimo trent’anni, più plausibilmente sui quaranta), fatto

che farebbe risalire la sua nascita attorno al 460-455, certamente ad

Atene e da famiglia benestante. Quando sarebbe morto? Molto

probabilmente ci farebbe supporre di una sua morte posteriore al 410,

dal momento che nell’VIII libro fa riferimento a Lica, autorevole membro

dell’esercito spartano, che criticò le città microasiatiche che si erano

ribellate al gran Re. Queste poleis si erano unite a Sparta per liberarsi

dal giogo ateniese e persiano. Tuttavia Sparta stava già trattando

[34]

segretamente con la Persia, cui promise le suddette città microasiatiche.

Lica sarebbe dunque stato doppiogiochista e quando morì nessuno volle

incaricarsi delle esequie. Tucidide parla dunque della sua morte,

posteriore al 410. Ciò ci fa ipotizzare che l’opera possa essere spuria.

Tucidide sapeva come era finita la guerra, ma come mai impiegò così

tanto tempo a finire la narrazione? Questo viene definito “mistero

tucidideo” dallo studio L. Canfora.

Come abbiamo già detto Tucidide fu stratego di Atene, incaricato di

salvare Anfipoli messa sotto attacco da Brasida. Tucidide racconta che

fu lui in persona a condurre le operazioni per salvare la polis alleata.

Secondo la realtà dei fatti Tucidide però sarebbe stato inviato per

salvare esclusivamente il porto di Eione (il porto della città), mentre

però i suoi colleghi strateghi avevano perso il controllo su Anfipoli

stessa. Conclusasi la campagna di Anfipoli si giunge in poco tempo alla

pace di Nicia, che chiude la fase archidamica. Fino a questo momento

Tucidide sostiene di aver condotto attivamente le operazioni e quindi

venendo esiliato per l’infausto tentativo di Anfipoli. L’esilio

sappiamo essere ventennale, che lo farebbe tornare ad Atene

attorno al 403 (l’anno del colpo di stato e dei tiranni).

Grazie all’esilio, che gli ha permesso di osservare i fatti

dall’esterno, si autentica l’opera di Tucidide, che non mostra mai

astio verso la patria, anche se parla male dei demagoghi che lo

hanno esiliato. Tucidide fu talmente esterno alle vicende ateniesi sin

tanto da ricevere addirittura informazioni dalle fila nemiche.

Particolare apprezzamento dall’autore è ricevuto da Antifonte di

Ramnunte e del suo colpo di stato del 411. Tucidide sostiene addirittura

di aver assistito al suo discorso in tribunale: ma come ha fatto se era in

esilio? C’era fisicamente o gli sono state riportate le parole?

Il racconto della guerra peloponnesiaca di Tucidide s’interrompe

bruscamente, anticipando la fine che doveva collocarsi attorno al

404, anno della fine della guerra stessa. Molto probabilmente già il

secondo proemio potrebbe essere una manipolazione della sua

opera: infatti sappiamo per certo che il punto in cui si chiude l’opera è

altresì l’inizio delle Ellenika di Senofonte. Secondo Canfora i primi

capitoli dell’opera senofontea sarebbero il resoconto conclusivo di

Tucidide, originariamente intesto a chiusura della sua opera.

Senofonte sarebbe stato infatti (almeno secondo la tradizione antica di

Marcellino) colui che pubblicò La guerra del Peloponneso, anche se

ancora incompiuta. Senofonte, onestamente, fece da editore per

quest’opera che ricordiamo non essere destinata al grande pubblico, per

poi addirittura continuarla in un grande ideale continuum degli eventi

storici.

L’onestà di Senofonte risiede nel fatto che non si approprio del lavoro

altrui, pubblicando La guerra del Peloponneso a nome di Tucidide.

[35]

Tuttavia sarebbe entrato in possesso degli appunti tucididei, che sfruttò

per iniziare le sue Ellenika, nella fattispecie dagli anni 410-404.

Secondo la cesura fatta dagli alessandrini potrebbero esserci così parti

di Tucidide nelle Ellenika e parti di Senofonte nelle Guerra del

Peloponneso. Questa tesi è comunque difficile perché ad esempio

Senofonte tira spesso in ballo gli dei, cosa che rifiutò sempre Tucidide.

Possiamo però suppore che gli appunti su cui lavorò all’inizio fossero

quelli tucididei.

Nel libro V, l’elemento di raccordo è possibile che fu redatto da

Senofonte? Qui il mistero è molto folto e si gioca sul fatto che entrambi

gli scrittori furono esiliati dalla patria.

Il dialogo dei Meli chiude l’opera di Tucidide, riportando la riflessione

sulla guerra. Il passo ci riporta alla fase in cui Atene pone grande

attenzione al controllo degli alleati. Tucidide fa riferimento a Cleone,

che ideò la violenta repressione dei mitilenesi. Cleone però venne

richiamato il giorno successivo alla presentazione della sua proposta:

assistiamo così ad una prima presa di coscienza dinnanzi alle

brutalità della guerra e della violenza. Tucidide sottolinea però come

la lega navale ateniese stesse andando a incattivirsi sempre più, fino a

diventare un arché spietato che non rispettava nemmeno gli alleati. La

legge del più forte, tanto acclamata dalla politica aggressiva ateniese,

porrà, secondo Tucidide, le basi per i due colpi di stato del 411 e del

403.

Senofonte

Senofonte, il terzo grande storico greco, fu autore di diverse opere.

Appartenente alla seconda classe soloniana, ricopri il ruolo di

cavaliere e con la sua categoria stabilì un intensissimo legame,

che perdurò per tutta la sua vita. Nato circa nel 430, di una generazione

più giovane di Tucidide, fu allievo di Socrate e compagno del poco più

vecchio Alcibiade.

Senofonte nacque quando Atene era in piena guerra del

Peloponneso, ritrovandosi in una città militare. La sua giovane

generazione è quella che vive più di tutti il dramma della guerra e dei

colpi di stato. Anche se Senofonte fu simpatizzante oligarchico nella

sua gioventù, non si riconosce più quando la democrazia

moderata viene restaurata. Arriva così il momento per l’autore di

guardare al di fuori della propria polis e decide così di partecipare

alla spedizione di Ciro che voleva ottenere il trono persiano ai danni

del fratello Artaserse. Anche se non del tutto convinto (la spedizione gli

fu consigliata da un suo amico decisamente più trascinato dall’impresa)

Senofonte lascia Atene e non ritornerà mai più, combattendo prima

per Ciro e poi per gli spartani, nell’esercito peloponnesiaco, fatto

che gli costerà appunto l’esilio. [36]

Senofonte è dunque lo storico senza patria, che trova

nell’allontanamento dalla sua polis la ragione del suo scrivere. A

differenza degli attidografi (scrittori e cittadini ateniesi che

raccontavano cronache della propria città, senza doversi però

allontanare), saranno Senofonte e gli altri storiografi ad ottenere

maggior successo, proprio perché l’aver viaggiato li ha resi più obiettivi.

Senofonte diventò cittadino attorno agli anni della disfatta totale

ateniese. Non accettando questa situazione imposta dalle generazioni

precedenti, partecipa alla spedizione di Ciro e tratta questo

argomento nelle Anabasi. Nel corso di questa avventura il giovane

Senofonte ebbe particolare importanza, dal momento che indirizzò sulla

strada di casa il restante dell’esercito che era sopravvissuto alla

sfortunata spedizione. Infatti, dopo la morte dei comandanti, Senofonte

fu eletto guida (non sappiamo quanto fosse esclusivo questo

particolare) dei reduci, con lo scopo di trarli in salvo dalla penisola

anatolica. Il compito di Senofonte era quello di trovar loro una

sistemazione e lo fece quando giunsero sulle coste ioniche, stesso luogo

in cui era appena approdato l’esercito spartano. Folgorato

dall’efficienza e dalla potenza spartana, chiede di potersi unire

col suo manipolo all’esercito lacedemone, combattendo poi sotto

Agesilao. Costui divenne re sostituendo il cugino, ritenuto di essere

figliastro di Alcibiade (che era stato a Sparta quando il re Agide si

trovava a Decelea). Agesilao venne acclamato re anche se l’oracolo fu

critico per la sua zoppia. Essendo però stato scelto dall’esercito, e

dunque dagli spartiati, Agesilao era a tutti gli effetti un vero leader, per

il quale il popolo in armi spezzò la linea dinastica di successione.

Carismatico e sempre in prima linea, Agesilao comandò di persona

l’esercito in Asia Minore, accompagnato da Lisandro, suo consigliere.

L’incontro tra Senofonte ed Agesilao avvenne ad Efeso, dove il re

stabilì il proprio quartier militare che ammagliò Senofonte. Tuttavia

Agesilao venne richiamato in patria a causa di alcuni contrasti: gli

aristocratici spartani provavano una forte gelosia per la presa di

Agesilao sul popolo, così come sospettavano che in terra lontana egli

avrebbe potuto curare più del dovuto i propri interessi. Un altro motivo è

sicuramente rappresentato dall’oro che il Re aveva inviato in Grecia

(Atene, Corinto e Sparta stessa) affinché venissero manipolate le

decisioni dei governi: la Persia sperava che Agesilao fosse richiamato

così da dover abbandonare la campagna sul suolo anatolico.

Senofonte segue Agesilao nel ritorno in patria e combatte con lui

anche a Cheronea, dove gli ateniesi scoprono della militanza di

Senofonte tra le fila nemiche: decidono in questa occasione di

costringerlo all’esilio ventennale. Senofonte non sembra affatto risentire

della decisione, ma anzi si stabilisce addirittura a Sparta, fatto del

tutto eccezionale per uno xenos. Tuttavia risiede per poco tempo nella

città lacedemone, in concomitanza con il progressivo calare del feeling

con l’ambiente spartano. Quando i vertici politici di Sparta varieranno, a

[37]

Senofonte verrà imposto di trasferirsi fuori dai confini: gli spartani stessi

infatti gli doneranno un podere vicino ad Elis, dove Senofonte si darà

all’allevamento dei cavalli tanto amati. Durante il soggiorno nell’Elide,

Senofonte incomincia anche a comporre la sua opera storica,

almeno fino a che la regione non diventerà ostile a Sparta, fatto che lo

obbligherà a cambiare residenza. Nel 371, infatti, gli spartani vedranno

scipparsi l’egemonia da parte dei tebani, vittoriosi a Leuttra, che

innescheranno un processo che porterà alla rivolta di tutti quei popoli

(messeni, elidi) che Sparta aveva sempre sottomesso.

Espropriato dei suoi beni, Senofonte andrà a stabilirsi a Corinto,

dove presumibilmente morirà, anche se una tradizione secondaria

sostiene che l’autore troverà la morte nella natia Atene, poco tempo

dopo esservi rientrato. Di certo sappiamo che i suoi due figli, Grillo e

Diodoro, rientreranno ad Atene con piena cittadinanza (l’atinia fu

cancellata). Grillo addirittura comanderà l’esercito ateniese nella

battaglia di Mantinea, nel 362.

L’arco cronologico della sua opera maggiore, le Ellenika, ricoprono il

periodo di tempo che va dal colpo di stato del 411 sino alla

suddetta battaglia di Mantinea, del 362. Dopo di questa data, a

discrezione dell’autore, non ci sarà più nulla da raccontare in quanto

nessuno potrà dirsi saldamente egemone dei greci, dal momento che a

regnare sarà solo più la taraké (=confusione). Sa per certo che Filippo

II si stava affermando su questo mondo caotico.

Allievo di Socrate, raccontò la vita del maestro ma la sua

testimonianza fu considerata meno importante di quella dell’altro allievo

per eccellenza, Platone. Questo fatto fu sempre patito da Senofonte, e

fu dovuto alla più facile accessibilità degli scritti platonici.

Senofonte cercò di ritrarre il maestro sotto un profilo diverso da

quello giudiziario. Come Platone, partecipa anch’egli al processo del

maestro, anche se riporta parole ben diverse da quelle dell’altro

discepolo. Dal tema trarrà l’Apologia di Socrate, contraltare all’opera

di Platone, che sarà impostata sul modello dialogico. Senza mai

incontrarsi personalmente, sia Senofonte che Platone pubblicheranno

opere simili su Socrate, ma l’Apologia è molto discordante su come si

difese il maestro in tribunale.

Anche l’opera detta i Memorabili è dedicata al maestro Socrate, atta

ad esaltare i valori umani e benevoli della dottrina socratica. Il

Simposio, allo stesso modo, parla sempre del maestro, in particolare di

alcuni suoi dialoghi.

Tra le opere storiografiche più importanti invece si collocano le già citate

Anabasi e Ellenika. Considerate come opere monografiche ad interesse

personale, lo resero il primo autore ad essere pubblicato: le sue

opere, tuttavia, non saranno lette pubblicamente perché si tratta di uno

scrittore clandestino, fatto che certamente contribuì alla diffusione

delle sue opere, specie i libretti sulla cavalleria, sull’economia

cittadino-domestica e sul ruolo della donna (denotando una visione

[38]

tipicamente spartana), così come i profili biografici (l’encomio funebre

Agesilao, la Ciropedia e il Ierone) e la Costituzione di Sparta (dov’è

critico con la Sparta dei suoi tempi).

Come scrive la storia Senofonte? L’autore presenta una nuova

caratteristica rispetto a Tucidide: l’esigenza di scrivere e di

interrogarsi su chi sia il destinatario dell’opera. Tucidide, infatti,

scriveva agli ateniesi, ammonendoli perché essi avevano perso la

guerra. Ma Senofonte a chi poteva scrivere? All’autore non interessava

l’audience cittadina di Atene, bensì avrebbe preferito scrivere per gli

spartani, ma costoro erano decisamente poco avvezzi alla letteratura

(secondo Isocrate leggevano poco e solo ciò che ritenevano glorioso per

sé stessi). Il problema del destinatario si poteva anche intendere

nell’altro senso, nel quale Senofonte scriveva per un audience che

comunque doveva essere in grado di recepire i suoi strumenti linguistici.

Qualsiasi intellettuale dell’epoca si era formato nelle alte scuole

ateniesi, con un’istruzione fondamentalmente basata sulla retorica. Un

autore storiografico doveva così porsi nei confronti di un interlocutore

che sapesse recepire tutti gli strumenti di persuasione che era solita

utilizzare la retorica. Non va escluso il fatto che l’opera potesse essere

comunque destinata anche a chi non aveva una formazione alta.

Senofonte, affrontando l’arco dal 410 al 362, scrive sempre dei fatti che

sono accaduti, sfruttando spesso l’espediente delle interrogative

retoriche (strumento tipico della formazione socratica), tramite le quali

fa capire all’interlocutore quale sia la risposta esatta. Senofonte tende a

giocare con il suo interlocutore: pretende sempre di aver ragione, ma

allo stesso modo lascia che sia il lettore stesso a capirlo mentre legge la

sua opera.

Senofonte parla in prima e terza persona. Il primo caso è sfruttato

quando vuole spiegare cosa sta accadendo, mentre il secondo viene

utilizzato quando vuol fare trapassare il suo pensiero tramite i

personaggi.

Sovente racconta di fatti dove vuole chiaramente non far capire che

l’autore è pure protagonista dei fatti. Durante la narrazione più

volte gli si manifesta il problema di raccontare due fatti

cronologicamente sovrapposti, ma cerca pur sempre di far risultare più

facile la lettura agli occhi dell’interlocutore.

Il suo metodo storiografico è molto diverso da quello tucidideo,

certamente più affidabile. Senofonte è infatti troppo di parte (non

parla mai, ad esempio, di Pelopida ed Epaminonda, così come di Tebe).

Altra caratteristica saliente è che i fatti narrati sono quelli ai quali il

Senofonte protagonista è presente.

Nei libri I e II delle Ellenika, Senofonte affronta il periodo dei due colpi

di stato e del conseguente ripristino della democrazia, in quanto

si trova ancora ad Atene. [39]

Il libro III la narrazione passa direttamente ad Efeso, dove Senofonte è

presente con Agesilao. Della spedizione di Ciro accenna solo l’esistenza,

prendendo questa decisione in quanto un tale Temistogene di Siracusa

ne avrebbe già parlato (in verità è uno pseudonimo dello stesso

Senofonte, che affronta la vicenda della spedizione già nelle Anabasi,

ma non vuole autocitarsi). Come disse Plutarco, Senofonte fece della

sua vita un racconto, ma per acquisire credibilità agli occhi di chi

legge fa sempre finta che l’opera fosse stata scritta da un altro autore.

In questo caso Senofonte vuole esclusivamente raccontare di quando il

suo esercito si unì a quello spartano. E’ così il momento della vicenda di

Tissaferne e Tigrone, passo in cui non si riconosce direttamente il

ruolo di Senofonte. I reduci di Ciro esaltano il valore di Tigrone che

decise di attaccare Tissaferne, sottolineando come l’aggiunta di questo

manipolo fosse d’importanza centrale per l’esercito peloponnesiaco.

Questo è l’unico momento in cui compare Senofonte come protagonista

accreditato (cap. III, paragrafo 2, verso 6). Tigrone, accusato da Sparta

di maltrattare la componente peloponnesiaca dell’esercito, viene

sostituito da Vercellida. Gli efori, per valutarne l’operato, inviano degli

ispettori i quali accennano al “capo dell’esercito di Ciro”, che capo non è

per designazione ma per la sua leadership. L’elemento rappresentato

dai reduci di Ciro è decisivo affinché Tissaferne rinunci a combattere, in

quanto è soggiogato dal timore, pur disponendo di un esercito

maggiore. Senofonte loda apertamente Agesilao, spianando la strada al

lettore delle successive adulazioni di Sparta e della sua tradizione.

I libri IV e V trattano la guerra spartana contro la Persia, sino alla pace di

Antalcida (386), mentre gli ultimi due libri (VI e VII) parlano

dell’inesorabile declino di Sparta e della breve supremazia tebana sino a

Mantinea (362).

Senofonte vivendo questi eventi si è fatto un’idea dell’accaduto e

sostiene che la sua ricostruzione sia la più affine alla realtà, ma

lascia al lettore la possibilità di rielaborare il materiale. Secondo

l’autore più un’opera è retorica, meno sarebbe affidabile, anche se

permette al lettore di elaborare i dati esposti.

Senofonte vuole semplicemente trasmettere il proprio pensiero, del

quale è fortemente convinto, senza cercare di ingannare l’interlocutore.

Le idee esposte da Senofonte, dalla delusione per la democrazia e

per Atene (città nella quale non crede più), lo portano a diventare un

bellicista convinto. Questo percorso lo porta a trovare il senso della

propria vita, basato sul modello spartano (dato comune del resto tra

i socratici). Il mito di Sparta gli derivò dalle letture di Crizia (facente

parte del movimento del colpo di stato del 411), che scrisse delle varie

costituzioni poleiche. Senofonte volle così sperimentare il mito

stesso di Sparta, vivendovi addirittura per un breve periodo. Durante

la sua vita vedere decadere il mito di Sparta, giustificandolo però

asserendo che lo sbaglio non sta affatto nell’ideologia di Licurgo,

quanto nella sua materiale realizzazione.

[40]

Nella sua opera Senofonte fa sempre capire che i giudizi possono variare

col passare del tempo, di pari passo come si evolve il racconto: in

questo modo collega saldamente la storia con la sua esperienza

biografica.

Storiografia minore

Correnti storiografiche minori si attestano anche in Magna Grecia, dove

scrisse Antioco di Siracusa, letto da Tucidide.

Ione di Chio fu invece il precursore del genere letterario

autobiografico. Anche Stesimbroto di Taso scrisse un pamphlet

biografico intitolato Su Temistocle, Tucidide e Pericle. Questo filone

letterario però non otterrà grande successo almeno fino all’avvento

dell’età romana (specialmente con Plutarco).

Diversi correnti si andavano sviluppando nella storiografia: da quegli

scrittori come Tucidide e Senofonte che scrivevano di storia universale o

greca, a quegli attidografi che trattavano esclusivamente cronache

locali.

Ctesia di Cnido fu uno storiografo che seppe guardare oltre alla Grecia

stessa. Nato a Cnido, in Anatolia, da una famiglia di medici, il suo

metodo sarà simile a quello storico dei grandi storiografi.

Di lui abbiamo notizia anche nell’Anabasi di Senofonte: Ctesia era infatti

medico personale del re Artaserse II, che combatteva contro Ciro

per il trono. Ctesia lo seguì nella battaglia di Cunassa (401) e curò una

sua ferita. Tuttavia verso il 398-397 Ctesia lascerà la Persia dopo ben 15

anni di servizio alla corte del Re (fu medico dal 405), stabilendosi a

Cipro, presso Evagora di Conone, diventando rappresentante del Re per

i greci. Dopo di allora si rifugiò a Cnido per sfuggire alle accuse spartane

di collusione col Re.

La sua opera principale furono i Persika (costituita da XXIII libri, redatta

nel 393-392). I primi libri parlano dei predecessori dei persiani (Assiri e

Medi), poi iniziano le vicende propriamente persiane, con un’opera

parallela che sono gli Indika, prima opera greca ad affrontare l’India.

L’opera è poco tucididea, in quanto guarda spesso al fantastico,

sfruttando un linguaggio fantasioso. L’intento dell’opera era quello di

aprire il mondo esterno agli occhi dei greci, stimolando anche

imprese di conquista: quest’opera fu letta certamente da Giasone di

Fere prima ed Alessandro Magno poi, ai quali presento una Persia tanto

sconfinata quanto debole e frammentata sul piano territoriale.

Ctesia è certamente conosciuto dal filosofo Teodoro di Cirene e da Fozio.

In Atene le tendenze storiografiche guardavano alla storia locale,

sviluppando il fenomeno dell’attidografia, che si diffuse dopo la caduta

dell’arché ateniese. I suoi esponenti guardano all’interno di Atene,

sfruttando la ricca tradizione mitografica, dimenticandosi di

[41]

proposito dell’esterno che stava decadendo. Il detto “Atene, cultura e

coltura” si erge a loro motto in quanto secondo il mito, essendo gli

ateniesi autoctoni, essi insegnarono a tutti i greci, anche ai Dori (e

dunque agli spartani), tutto ciò che c’era da sapere.

Gli attidografi elaborarono anche teorie etniche (però infondate).

Ellanico di Lesbo scrisse della storia locale attica, ma è Androzione la

figura più importante. La sua opera Atthís è il chiaro esempio di

attidografia.

Anche la Costituzione degli ateniesi dello Pseudo Aristotele

potrebbe rientrare nei canoni dell’attidografia. Quest’opera fu rinvenuta

in Egitto ed oggi è conservata al British Museum di Londra. L’opera è

quasi completa (manca di una parte iniziale) e si divide in due parti: la

prima è puramente storica (dove si elogia Solone), mentre nella seconda

l’autore affresca l’assetto costituzionale ateniese, spiegando davvero

tutti gli aspetti tecnici. In alcune parti però l’autore si dimostra

incoerente, divincolandosi tra paragrafi filo-democratici e subito dopo

filo-oligarchici ma ciò si spiega adducendo il fatto che sia stato scritto

non dallo stesso Aristotele ma da un allievo della sua scuola (cosa assai

frequente).

Il racconto della storia locale si sviluppò anche in altre polis all’infuori di

Atene, ma sono tuttavia meno famose. Anche a Sparta certamente

qualche autore affrontò la storia locale, ma essendoci motivi politici

molto forti dietro, è probabile che le opere fossero parecchio di nicchia.

Gorgia da Leontini, filosofo presocratico, si recò con un’ambasceria ad

Atene nel 427. Qui diventò subito maestro di retorica, sconvolgendo il

mondo ateniese. Ma sarà con il retore Isocrate che il modello di Gorgia

diventerà a tutti gli effetti una scuola. Isocrate, oltre ad essere a capo di

uno studio di avvocati, possedeva anche una delle principali scuole

ateniesi, dove incominciarono a nascere quegli intellettuali che

sentivano la necessità di scrivere di storia. I due principali allievi furono

Eforo di Cuma e Teopompo di Chio, entrambi contemporanei (nati

nella seconda metà del IV secolo e morti attorno al 330). Anche se

ebbero una formazione isocratea diversa, fu Teopompo a conoscere

maggior successo.

Eforo di Cuma scrisse della storia locale di Cuma, basandosi sulle

stile di Omero, e scrive una Historiai, a carattere universale e

cronologico sul mondo dei greci. L’opera è importante ma l’autore è

poco considerato perché il suo stile è ritenuto più fiacco e noioso di

quello di Teopompo: la tradizione ce lo tramanda così come un allievo

di Isocrate non particolarmente dotato.

Eforo nacque a Cuma ma ben presto si dimostrò filoateniese,

postponendo la gloria della polis attica solo alla patria Cuma.

Nella sua opera storica Eforo rinuncia al mito, con l’unica iniziale

eccezione di quello degli Eraclidi, con cui comincia la sua scrittura. Molto

[42]


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Esegesi delle fonti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Cuniberti Gianluca.

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