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Storia economica - Appunti Appunti scolastici Premium

Appunti di Storia economica che contengono il materiale trattato a lezione e le risposte alle possibili domande che può chiedere il professor Vecchi durante lo scritto e l'interrelazione:
1. L’economia pre-industriale

2. Il modello di Malthus

3. La rivoluzione industriale inglese e lo “sviluppo economico moderno”.

4. La prima... Vedi di più

Esame di Storia economica docente Prof. G. Vecchi

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ESTRATTO DOCUMENTO

LE FONDAMENTA DELLʼ”ECCEZIONALISMO” EUROPEO

! Gli storici hanno discusso a lungo alla ricerca delle cause dellʼ”eccezionalismo”

europeo, ovvero delle caratteristiche peculiari della civiltà europea che lʼhanno resa più

adatta di altre a promuovere lo sviluppo economico moderno. Secondo Rostow la base

sarebbe lʼaccumulo di conoscenze sperimentali scaturito dallʼapplicazione sistematica

della scienza e della tecnologia ai problemi della produzione e del trasporto di beni. In

questo senso lo sviluppo moderno è visto come inscindibilmente legato alla “rivoluzione

scientifica”.

Eʼ fuori di dubbio che soltanto a partire dalla seconda metà dellʼOttocento lʼimpiego

sistematico della ricerca scientifica per finalità economiche, attraverso più stretti rapporti

fra imprese e università e la creazione di laboratori di ricerca da parte delle grandi

imprese, si è affermato su larga scala. Esso si è inoltre concentrato in pochi grandi paesi,

come gli USA e la Germania, che da allora hanno mantenuto una posizione incontrastata

di leadership tecnologica nel confronti del resto del mondo industrializzato. La fine del XIX

secolo, con la diffusione della ricerca applicata ha in effetti segnato una svolta decisiva

verso lʼapplicazione di criteri scientifici alla produzione di invenzioni e innovazioni. Da

allora i legami organici tra ricerca scientifica e applicazioni industriali - facilitati

dallʼincremento degli investimenti delle grandi imprese in attività di ricerca e anche, in

taluni casi, dalle ricerche finanziate dai governi per attività militari - sono divenuti un tratto

essenziale dello sviluppo economico moderno.

Tra le istituzioni destinate a favorire lʼemergere dello SEM vengono incluse abitualmente

anche quelle scaturite dalla cosiddetta “rivoluzione finanziaria” dellʼepoca tardomedievale

e della prima età moderna. Il concetto designa lʼinnovazione nelle pratiche di affari e negli

istituti di commercio sorte in Italia e successivamente in Olanda e Inghilterra.

LA GRANDE DIVERGENZA TRA EUROPA E ASIA

! Perchè dalla metà del XVIII secolo in avanti il cambiamento tecnologico (sia

invenzioni che innovazioni) ha assunto in Europa un ritmo senza precedenti? Una prima

risposta è stata attribuita a fattori quali lʼaumento della popolazione, lʼaccresciuta domanda

di beni o la disponibilità di risorse naturali. Le indagini hanno però sfatato questʼipotesi.

Altri storici hanno allora ipotizzato che il mutamento tecnologico sia il frutto di un processo

cumulativo di “ricadute” da un settore allʼaltro (es. la necessità di migliorare le tecniche di

estrazione del carbone avrebbe incentivato lʼinnovazione della meccanica idraulica).

Questa teoria che vede il progresso tecnologico come condizionato prevalentemente dalla

sua storia è detta path dependency che però, se da un altro descrive bene il “sentiero”,

non spiega perchè alcune nazioni lʼabbiano intrapreso molto meglio che altre. Sulla scorta

di queste osservazioni, gli storici sono giunti a condividere in larga misura lʼidea che la

principale fonte della capacità di innovare risieda nei meccanismi sociali, culturali e politici

che incentivano la produzione di invenzioni e di innovazioni. Le ragioni della “creatività

tecnologica” di una società vanno dunque ricercate più sul versante dellʼofferta che non su

quello della domanda.

! Può essere interessante osservare la parabola della Cina imperiale che fino al 1400

aveva un sostanziale vantaggio tecnologico rispetto allʼEuropa: nonostante questo non è

riuscita ad imboccare il sentiero dello sviluppo economico moderno. La Cina, intorno al

1750, godeva ancora di una crescita economica di tipo smithiano, basata sulla

colonizzazione interna e sullo sviluppo del commercio, mentre il conservatorismo

tecnologico finì per precludere ogni possibilità di una crescita di tipo schumpeteriano.

Perciò si dice che anzichè la “rivoluzione industriale” la Cina abbia vissuto la “rivoluzione

industriosa”. Gli storici individuano le cause di questa divaricazione in fattori

prevalentemente politici: lʼinnovazione tecnologica cinese era fortemente dipendente

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dallʼintervento statale ma lʼavvento della dinastia Ming (1368-1644) avrebbe prodotto una

involuzione di tipo reazionario, destinata a trasformare la Cina in un impero sottoposto a

un sempre più stretto controllo burocratico, dominato dalla preoccupazione di mantenere

lʼordine sociale esistente e ostile allʼinnovazione e al cambiamento. Eʼ provato infatti come

un mutamento tecnologico sistematico ed efficace sia favorito da un sistema pluralistico

nel quale le autorità pubbliche rinuncino al controllo diretto sul processo di innovazione e

lascino a un gran numero di inventori di condurre le loro sperimentazioni e ricerche. Il caso

più noto di resistenza alle innovazioni è quello delle corporazioni di mestiere, che in

numerosi casi si opposero con successo ai nuovi sistemi di produzione ottenendo

lʼintervento delle autorità a loro difesa e ritardando così la diffusione delle innovazioni.

LE CONSEGUENZE DELLA GRANDE DIVERGENZA

Nella prima metà dellʼOttocento il processo di industrializzazione si era già esteso alla

maggior parte del continente europeo, agli USA, alla Russia e al Giappone grazie al ruolo

fondamentale di spirito di emulazione e competizione politica tra nazioni. Lʼespansione

internazionale dei paesi economicamente e tecnologicamente avanzati ha però inglobato

nel meccanismo dello sviluppo economico moderno anche i cosiddetti paesi del Terzo

Mondo, sia attraverso lʼintensificazione dei commerci che attraverso le conquiste politico-

militari. Lʼepoca economica moderna comporta così anche la creazione di un sistema

economico mondiale integrato.

Sottosviluppo:! designa i paesi caratterizzati dallʼ”assenza di sviluppo”, ovvero da

! ! ! basso reddito pro capite, scarsa industrializzazione, larga prevalenza

! ! ! dellʼagricoltura sulla produzione nazionale e sulla struttura

! ! ! dellʼoccupazione, incapacità di utilizzare a pieno le potenzialità del

! ! ! capitale, del lavoro e delle risorse naturali disponibili, povertà diffusa.

! ! ! Non significa assenza di crescita, ma crescita insufficiente ad

! ! ! accorciare il gap con i paesi sviluppati.

! Quali le cause di questa “grande divergenza”? Allo stato delle attuali conoscenze,

gli storici tendono a ritenere improbabile che la risposta sia da ricercare in una sorta di

divario originario di reddito per spiegare il primato europeo, ritenendo più utile cercare tra

le tendenze affermatesi nel corso dellʼepoca economica moderna. Un elemento di

indubbio peso è stata, da questo punto di vista, la crescente divergenza manifestata dai

paesi sviluppati e da quelli del Terzo Mondo sul piano demografico: le dinamiche della

popolazione mondiale infatti mostrano come nel corso del XIX secolo la popolazione

dellʼEuropa Occidentale e del Nord America sia cresciuta molto più rapidamente di quella

delle regioni arretrate dellʼAsia e dellʼAfrica. Nel caso degli USA le ondate migratorie in

fuga dallʼEuropa giocarono un ruolo preponderante portarono la popolazione ad

aumentare tra il 4,3% e il 5,4%. Per capirne le proporzioni si ricorda la regola del 70:

Regola del 70:! Numero di anni per raddoppiare la popolazione =

! ! ! 70/(tasso annuale di crescita)

N.B.! La regola del 70 funziona con ogni tipo di incognita, quindi con la stessa regola si

! può anche stimare il tasso di crescita del reddito.

N.B.2! Se il tasso è del 2% si fa 70/2 non 70/0,02!!!

Il XX secolo segna invece una drammatica inversione di tendenza: sono stati infatti i paesi

in via di sviluppo a far registrare un impressionante aumento di popolazione a causa della

caduta drastica dei tassi di mortalità, grazie al miglioramento dellʼalimentazione e alla

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diffusione di nuove pratiche sanitarie. Questo aumento rappresenta però un ostacolo allo

sviluppo economico, in quanto un così rapido ampliamento di forza lavoro in economie

agricole in genere per oltre il 75% producono un peggioramento del rapporto fra terra e

lavoratori trasformando queste nazioni da esportatrici a importatrici per riuscire a sfamare

tutti.

Teoria della dipendenza

neomarxista:!! ! La dinamica dello sviluppo nei paesi occidentali non solo ha

! ! ! ! convissuto con il sottosviluppo, ma ha anche “creato” il

! ! ! ! sottosviluppo stesso, asservendo le economie dei paesi asiatici,

! ! ! ! africani e latino-americani alle necessità delle economie dei

! ! ! ! paesi sviluppati. Secondo questa teoria sarebbe stata proprio la

! ! ! ! penetrazione del capitalismo nelle regioni del Terzo Mondo a

! ! ! ! produrre il sottosviluppo.

Teoria del “sistema-mondo”:! un “centro” gravitante intorno allo spazio economico

! ! ! ! ! atlantico, allʼinterno del quale il “cuore” si è

! ! ! ! ! successivamente spostato dalla Spagna allʼOlanda

! ! ! ! ! nellʼepoca del capitalismo mercantile ed da UK agli USA

! ! ! ! ! in quella del capitalismo industriale; una “semiperiferia”

! ! ! ! ! costituita dallʼEuropa Orientale e dalla Russia

! ! ! ! ! specializzate nella produzione di eccedenze agricole

! ! ! ! ! destinate al centro, per poi industrializzarsi ed emergere

! ! ! ! ! come “centro alternativo” di un sistema socialista e infine

! ! ! ! ! un “periferia” costituita dal Terzo Mondo, inglobato e reso

! ! ! ! ! periferico a partire dalla fine del XIX secolo.

Le ipotesi del sistema-mondo non reggono però allʼanalisi quantitativa: il ruolo svolto dalle

materie prime del Terzo Mondo nello sviluppo industriale risulta assolutamente marginale

almeno fino al secondo dopoguerra; analogamente il ruolo svolto dalle colonie e dal Terzo

Mondo come sbocchi commerciali per la produzione industriale dei paesi sviluppati è

rimasto sempre marginale. Eʼimportante però sottolineare come lʼespansione massiccia

delle colture per lʼesportazione sia stata disastrosa per molte economie sottosviluppate,

legandone i destini allʼandamento dei prezzi internazionali di una sola merce e

sacrificando le coltivazioni destinate allʼalimentazione della popolazione locale. In altri casi

lʼafflusso di beni industriali dai paesi sviluppati sfociò in processi di deindustrializzazione

su vasta scala (es. industria tessile indiana spazzata via dalle importazioni di manufatti di

cotone inglese). LʼAmerica Latina evitò un destino analogo grazie allʼindipendenza politica

e al protezionismo.

Appendice - CURVA DI KUZNETS

TRASFORMAZIONI STRUTTURALI:! - DELLA STRUTTURA DELLʼECONOMIA

! ! ! ! ! ! 1) dal lato dellʼofferta

! ! ! ! ! ! 2) dal lato della domanda (eff. redd. eff. sost.)

! ! ! ! ! ! - SOCIALI!

" " " " " " 1) Urbanizzazione

" " " " " " 2) Distribuzione del reddito

Proprio di distribuzione del reddito si occupa la curva di Kuznets, ipotizzando lʼandamento

della disuguaglianza nel tempo. 11 Allʼinizio della crescita è necessario

che la disuguaglianza aumenti

perchè sono solo i ricchi a

risparmiare, favorendo

lʼaccumulazione di capitale e, di

conseguenza, lʼaumento della

crescita. Quando i benefici della

crescita si diffondono la

disuguaglianza diminuisce.

Una possibile misura di

disuguaglianza consiste nel

prendere il reddito totale delle n

persone più ricche e dividendolo per

il reddito totale della popolazione.

Crescita implica un declino nella

posizione relativa di un gruppo

rispetto a un altro (non tutti sono

contenti) almeno momentaneo.

Kuznets intuisce che questo

processo così affascinante è però

intrinsecamente legato al conflitto. Questo pone sotto tensione la tenuta di una società,

come se per avere crescita bisogni andare incontro a una specie di RIVOLUZIONE

CONTROLLATA tra i diversi gruppi economici e sociali della nazione.

BATTILOSSI - LʼEPOCA DELLA PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE,

1770-1870

INNOVAZIONI E SETTORI TRAINANTI

! Le “macroinvenzioni” fondamentali della prima rivoluzione industriale furono la

macchina a vapore e il filatoio meccanico. I mutamenti più significativi nella tecnologia e

nellʼorganizzazione della produzione si concentrarono a loro volta in due settori: lʼindustria

del cotone e quella del ferro.

! Le macchine a vapore, messe a punto da James Watt nel 1775, furono il primo

esempio di “tecnologia di portata generale” in quanto usate inizialmente per il pompaggio

dellʼacqua dalle miniere di carbone e successivamente diffuse a settori come la

manifattura tessile e lʼindustria del ferro. Questa tecnologia non si affermò però nè

rapidamente nè in modo incontrastato, a causa principalmente degli elevati costi di

introduzione e manutenzione. Viceversa il filatoio meccanico rappresentò lʼinnovazione

fondamentale per lo sviluppo di una produzione tessile di massa. Lʼintroduzione di vari tipi

di filatoi meccanici (tra il 1765 e il 1780) capaci di azionare fino a 100 fusi

contemporaneamente, permise di incrementare la produttività del lavoro in misura senza

precedenti, dato che un solo lavoratore era in grado di produrre un numero di filati che

cinquantʼanni prima avrebbe richiesto nel medesimo tempo ben cento filatori almeno.

La seconda metà del XVIII secolo vide lʼemergere di innovazioni tecnologiche dal profondo

impatto economico, anche se meno “rivoluzionarie”. Lʼindustria del ferro era già da

decenni basata su unʼorganizzazione capitalistica di larga scala. Il successivo

perfezionamento di persistenti tecniche, grazie alla sostituzione del carbone di legno con

carbon coke in speciali altiforni di fusione e, dal 1780, lʼintroduzione di grandi laminatoi

(per la trasformazione della ghisa in ferro lavorato), mossi dallʼenergia di macchine a

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vapore, consentirono ampi miglioramenti della produttività e una rapida diminuzione dei

prezzi del ferro.

! La convergenze tra la rivoluzione “energetica” consentita dal vapore e i

considerevoli progressi nella produzione del ferro trovò la sua massima espressione nel

settore dei trasporti. La diffusione dei battelli a vapore (1820-1850) rivoluzionò il sistema

dei trasporti fluviali (la diffusione per quelli marittimi fu più lenta). La macchina a vapore

ebbe comunque un impatto rivoluzionario nella diffusione delle ferrovie: locomotiva e

rotaie divennero lʼemblema della rivoluzione industriale del XIX secolo.

LʼORGANIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE

" La fabbrica può essere considerata con buona ragione il vero emblema della prima

rivoluzione industriale. Forme organizzative alternative si potevano ritrovare nellʼEuropa

del Sei-Settecento: artigianato urbano e industria a domicilio.

Artigianato urbano:! Produzione di manufatti svolta su piccola scala da artigiani che

! ! ! trasmettevano il mestiere attraverso lʼapprendistato e lʼaccesso

! ! ! (governato da regole rigorose) alle rispettive corporazioni di mestiere.

Industria a domicilio:! detta anche “industria rurale” o putting out system era tipica in

! ! ! ! particolare del settore tessile: mercanti-imprenditori

! ! ! ! decentravano le parti meno complesse della produzione a

! ! ! ! gruppi di lavoratori organizzati in piccoli laboratori familiari.

In questi due sistemi gli storici vedono una sorta di “protoindustrializzazione”.

! Tre fattori per spiegare lʼeffermazione delle fabbriche: vincoli tecnologici, incrementi

di efficienza e strategie di controllo sui lavoratori.

Vincoli tecnologici:! la necessità di disporre di unʼunica fonte di energia per azionare nuovi,

! ! ! ingombranti macchinari rappresentò un incentivo fondamentale alla

! ! ! prevalenza di opifici di grandi dimensioni.

Incrementi di efficienza:! La centralizzazione della produzione consentì di servire mercati

! ! ! ! in rapida espansione e un più efficace coordinamento delle

! ! ! ! varie fasi di lavorazione.

Controllo sui lavoratori:! Inoltre la centralizzazione della produzione in fabbrica consentì

! ! ! ! agli imprenditori di controllare e disciplinare più efficacemente i

! ! ! ! lavoratori, sia riducendo le appropriazioni di materie prime da

! ! ! ! parte delle famiglie che sorvegliando più da vicino lʼintensità e

! ! ! ! la regolarità del lavoro prestato nonchè la qualità dei manufatti

! ! ! ! prodotti.

Il processo di industrializzazione va visto come “un mondo di possibilità” nel quale

produzione su larga scala e produzione flessibile, fabbrica umana o industria rurale non

solo hanno convissuto, ma si sono reciprocamente influenzate.

! Le imprese della prima rivoluzione industriale erano gestite da un imprenditore-

proprietario e un ristretto gruppo di collaboratori stipendiati. Lʼorganizzazione era semplice:

il proprietario era responsabile delle decisioni strategiche e di quelle direttamente

operative, nelle quali poteva avvalersi della collaborazione di personale specializzato. Le

fonti interne di finanziamento (patrimonio individuale e reinvestimento dei profitti

accumulati) erano sufficienti a sostenere lo sviluppo delle imprese industriali. I mercati

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creditizi e finanziari formali svolsero un ruolo sostanzialmente marginale nel finanziamento

dellʼaccumulazione del capitale: dʼaltra parte, in una fase di elevata incertezza sul rischio e

sul rendimento dei nuovi investimenti, è plausibile ipotizzare che che gli istituti di credito

fossero riluttanti a finanziare progetti industriali. Con lʼaffermazione della fabbrica si invertì

il rapporto tra capitale circolante, sino ad allora prevalente, e capitale fisso che emerse

con rapidità come il fattore di maggior peso.

IL SECOLO BRITANNICO

! Lʼaffermazione della Gran Bretagna come primo paese industriale viene

prevalentemente ricercata in elementi di tipo istituzionale, sociale e politico. La Gran

Bretagna infatti non era nè in possesso esclusivo di alcune risorse, nè vantava alla vigilia

della rivoluzione industriale un benessere economico nettamente superiore a quello di altri

paesi, nè raggiungeva livelli di istruzione tecnica e scientifica particolarmente

allʼavanguardia. Molte delle innovazioni protagoniste dello sviluppo economico inglese non

erano altro che ingegnosi adattamenti e miglioramenti di invenzioni straniere preesistenti.

Sembra che le fonti della supremazia britannica siano una superiore “creatività

tecnologica” riflesso di una società disposta a conferire influenza politica e più elevato

rango sociale ai “nuovi ricchi” provenienti dal commercio e dallʼindustria. In Gran Bretagna,

già dal XVII secolo, si tutelano i diritti di proprietà sulle innovazioni con una moderna

legislazione sui brevetti.

Per quale motivo lʼOlanda, leader tecnologico prima dellʼInghilterra, non seppe imporsi

sulla strada dellʼindustrializzazione?

Leapfrogging

(scavalcamento):! secondo tale teoria, il successo tecnologico tenderebbe a creare le

! ! ! basi per il suo stesso declino, a causa dei minori incentivi ad investire

! ! ! in R&S.

Gli storici concordano nel sottolineare il fatto che che lʼeconomia inglese già alla fine del

XVIII secolo era probabilmente fortemente integrata a livello nazionale grazie alla rete

capillare ed efficiente di trasporti interni costituita da canali e strade, mentre sul Continente

prevalevano ancora la frammentazione della rete dei trasporti, la separazione dei mercati

e le difficoltà di connessioni tra i diversi bacini fluviali. Inoltre in Gran Bretagna lʼazione del

governo e del parlamento consentì lʼabolizione della maggior parte delle norme

tradizionali, di tipo mercantilistico, che vincolavano le più diverse attività economiche.

Questa azione di deregolamentazione si rivelò fondamentale nellʼassecondare le forze

favorevoli al cambiamento. Da parte dellʼattività pubblica ci furono inoltre razionalizzazione

del sistema fiscale, costituzione del Board of Trade (una specie di ministero del commercio

estero), la riforma delle leggi per lʼassistenza ai poveri e la sanità pubblica, la

regolamentazione del lavoro in fabbrica. Al contrario negli stessi anni sul Continente si

assistette al rafforzamento della regolazione corporativa e mercantilistica e a un crescente

controllo dello Stato sulle attività di industria.

! Distinguiamo la leadership a livello internazionale della Gran Bretagna in due parti:

leadership tecnologica e leadership economica.

Leadership tecnologica:! fa riferimento alla creatività tecnologica e alla capacità di

! ! ! ! produrre innovazioni tecniche superiori in termini di efficienza.

Leadership economica:! è basata sulla capacità di raggiungere livelli di produttività

! ! ! ! superiori: dipende non solo dalla tecnologia utilizzata ma anche

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! ! ! ! dallʼorganizzazione della produzione e dalla combinazione dei

! ! ! ! fattori di produzione.

La superiorità tecnologica della Gran Bretagna era evidente: la conquista dei mercati

stranieri fu finalizzata grazie alla decisione del governo di vietare lʼesportazione dei

macchinari inglesi. Ma il fattore considerato prevalente per il raggiungimento di questa

leadership è considerato il divario rispetto alle altre nazioni in termini di produttività

(produttivity gap): lʼidea è che nel momento in cui unʼondata di innovazioni spiana la strada

a una rivoluzione industriale, il paese in grado di produrre la tecnologia di base e i modelli

organizzativi nei settori critici tende ad accumulare un “vantaggio relativo” rispetto agli altri;

soltanto dopo che questi si siano rivelati capaci di importare e adattare la tecnologia del

paese leader alle proprie specificità economiche e sociali o di elaborare soluzioni

alternative le distanze tra leader e inseguitori sono destinate a ridursi.

! Dal 1830 lʼemergere di moderne industrie sul Continente avviò un processo di

declino relativo e più marcata specializzazione (es. UK non esporta più prodotti finiti

dellʼindutria cotoniera ma filati semilavorati che venivano poi confezionati in Europa). Nello

stesso tempo la politica commerciale inglese si spostò verso il protezionismo cerealicolo

(Corn Laws, simbolo del protezionismo commerciale inglese post-Waterloo). La

supremazia internazionale inglese deve molto anche al dominio assoluto conquistato nei

trasporti navali commerciali e nei servizi ad essi collegati, come le assicurazioni marittime

e i servizi bancari. Le banche inglesi estesero la loro presenza in America e Asia

diventando le prime aziende multinazionali. Si intensificò la mobilità internazionale dei

capitali e lʼaffermazione di Londra come principale centro finanziario mondiale. Solo il

mercato del lavoro faticava ad internazionalizzarsi: il principale movimento internazionale

in questo settore era dovuto principalmente al traffico di schiavi gestito da mercanti inglesi

e francesi. La manodopera africana era impiegata, in condizioni disumane, nella

coltivazione delle piantagioni di canna da zucchero, caffè, tabacco, e successivamente

cotone. Il lavoro degli schiavi svolse un ruolo fondamentale nellʼambito dellʼeconomia

atlantica, consentendo il rapido sfruttamento delle aree coloniali, creando nuove

opportunità di investimento per i capitali inglesi e intensificando la domanda di manufatti

inglesi.

LE CARATTERISTICHE DELLA CRESCITA

! Le stime che sottolineano che la vera crescita del PIL in seguito alla prima

rivoluzione industriale si sia verificata solo dopo il 1830 sottolineano la lentezza con la

quale i mutamenti intervenuti nella tecnologia e nellʼorganizzazione produttiva tendono a

riflettersi nelle statistiche economiche aggregate. Per spiegare che, in unʼepoca di

cambiamento tanto radicale, la crescita economica e quella della produttività siano state

così lente scomponiamo lʼeconomia della Gran Bretagna in due settori fondamentali:

Settore tradizionale:! Modesta capcità innovativa, bassa produttività, lenta crescita

! ! ! ! dellʼintensità di capitale.

Settore “moderno”:! innovazioni tecnologiche, aumenti di produttività e accumulazione di

! ! ! capitale sotto forma di investimenti in capitale fisso come macchinari e

! ! ! impianti.

In definitiva il tasso di mutamento tecnologico fu assai diseguale e lʼaumento della

produttività rimase trascurabile in ampie zone dellʼeconomia britannica. Inoltre, il

potenziale tecnologico di alcune innovazioni potè dispiegarsi pienamente soltanto nel

lungo periodo, man mano che i nuovi macchinari divenivano meno costosi e più diffusi.

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Dʼaltra parte, le dimensioni relativamente ridotte delle fabbriche non consentivano il

raggiungimento di economie di scala particolarmente elevate. Infine la rivoluzione

industriale fu un fenomeno articolato nello spazio in maniera profondamente irregolare.

Sulla base di ciò si rappresenta lʼeconomia britannica della prima rivoluzione industriale

sulla base di tre mutamenti strutturali: una crescente concentrazione settoriale e regionale

di processi di innovazione tecnologica rapidi e senza precedenti; unʼaccelerazione della

crescita realizzata da questi settori “emergenti” rispetto al resto dellʼeconomia;

lʼintensificazione dei meccanismi di interazione tra i settori emergenti e quelli tradizionali,

destinati a provocare il declino o la ristrutturazione e trasformazione di questi ultimi.

! Il dibattito sui “motori” della crescita tende a privilegiare i fattori schumpeteriani a

quelli smithiani.

Rivoluzione dei consumi

(post 1760):! ! ! Nel corso della prima rivoluzione industriale si sarebbe

! ! ! ! manifestata una dinamica di consumi senza precedenti, mossa

! ! ! ! non solo dalla disponibilità di redditi maggiori, ma anche

! ! ! ! dallʼemulazione sociale, dalla moda e dalla diffusione di nuove

! ! ! ! tecniche di commercializzazione (es. grandi magazzini) e

! ! ! ! propaganda commerciale.

La diretta rilevanza economica come stimolo allʼindustrializzazione delle nuove tendenze

in relazione ai modelli di consumo appare, allo stato attuale delle ricerche, comunque

limitata. Appare utile inoltre sottolineare come non siano stati i mercati esteri e/o i

possedimenti coloniali a fare (anche) da “motore” della crescita, ma sia stata semmai

lʼindustrializzazione a favorire lʼespansione di questi.

! Lʼindustrializzazione degli altri paesi (rispetto alla Gran Bretagna) può essere visto

come un processo di “emulazione” nei confronti dellʼInghilterra: i modelli nazionali di

industrializzazione scaturirono in realtà da un processo di adattamento alle fondamentali

specificità nazionali in termini di dotazioni di risorse e materie prime, strutture sociali e

istituzionali, mercati delle merci e dei fattori, tradizioni protoindustriali. In generale,

escludendo gli anni 1770-1815, il periodo fino al 1870 fece registrare ritmi di crescita

economica assai modesti in tutti i paesi europei per i quali disponiamo di stime attendibili.

Oggi possiamo ipotizzare con fondamento che le distanze tra la Gran Bretagna e i

principali second comers non fossero probabilmente tanto ampie, e che la leadership

britannica verso la fine dellʼepoca della prima rivoluzione industriale fosse meno netta di

quanto non siamo soliti pensare. Di fatto, in Europa in tale periodo il corso di

industrializzazione crebbe assai più lentamente delle grandi economie extraeuropee di

insediamento, come Stati Uniti, Canada e Australia, paesi la cui rapida crescita si basava

essenzialmente sullʼagricoltura e sullo sfruttamento delle risorse naturali.

LE TRASFORMAZIONI SOCIALI

Contrariamente a quanto ipotizzato inizialmente, le ricerche più recenti hanno dimostrato

come in molti casi le nuove fabbriche trovassero serie difficoltà nel reclutamento della

manodopera necessaria. I flussi migratori erano infatti modesti: in genere, la mobilità

territoriale dei lavoratori era limitata a un ambito regionale, spesso ristretta a poche decine

di miglia dal luogo di nascita, anche se spostamenti di più lunga distanza (soprattutto

verso Londra) divennero più diffusi nella prima metà del XIX secolo. In parte questo era

dovuto alle leggi che obbligavano a risiedere stabilmente nella propria parrocchia per

usufruire del sussidio di povertà. Inoltre, a parte i lavoratori irlandesi, lʼimmigrazione

dallʼestero fu scarsamente utile allʼindustrializzazione inglese. Per la maggior parte delle

famiglie contadine in cerca di fonti addizionali di reddito, lʼindustria a domicilio, basata

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largamente sul lavoro femminile, continuò a rappresentare una valida soluzione. Di

conseguenza, le nascenti fabbriche incontrarono non di rado strozzature nellʼofferta di

lavoro e dovettero adattarsi alle condizioni di un mercato nel quale il livello dei salari era

largamente influenzato dallʼindustria domestica; spesso le nuove imprese dovettero

pagare salari relativamente elevati per attrarre la manodopera necessaria.

! La manodopera delle fabbriche tessili era composta in larga misura da donne e

bambini, più facili da adattare alla disciplina di fabbrica e con livelli salariali inferiori a quelli

dei lavoratori maschi adulti (il lavoro minorile andò scemando dal 1830 grazie alle

regolamentazioni del governo inglese). Per questi motivi il ruolo sociale della donna mutò

profondamente. Comunque già nel XVIII secolo si era manifestato un mutamento profondo

nelle economie familiari, con il graduale spostamento del tempo di lavoro dalle attività

domestiche rivolte allʼautoconsumo alle attività rivolte al guadagno di un reddito monetario.

Questa cosiddetta rivoluzione industriosa è il riflesso di un più generale spostamento di

preferenze a favore dei beni di consumo quotidiano prodotti dal mercato. Lʼincremento

della specializzazione del lavoro può essere considerato come lʼaltra faccia del crescente

livello di commercializzazione dellʼeconomia: la necessità di procurarsi la moneta per

lʼacquisto di beni di consumo sul mercato spingeva le famiglie contadine a perseguire fonti

di reddito addizionali (impiego di donne e bambini in attività esterne alla famiglia). In

seguito la piena affermazione del processo di industrializzazione comportò una profonda

trasformazione: la manodopera industriale venne sempre più fornita da lavoratori maschi e

la presenza delle donne in fabbrica si ridusse, la partecipazione femminile al mercato del

lavoro si contrasse, lasciando emergere un nuovo modello di famiglia basato sul

capofamiglia maschio.

! Valutazione cambiamento standard di vita

Visione pessimistica:! effetti di sradicamento, disgregazione sociale e impoverimento

! ! ! ! provocati dal processo di industrializzazione su lavoratori

! ! ! ! strappati al piccolo artigianato e al mondo rurale, irregimentati

! ! ! ! nella disciplina di fabbrica, soggetti a condizioni di lavoro

! ! ! ! pesantissime e pericolose, e costretti a vivere in concentrazioni

! ! ! ! urbane di crescenti dimensioni in pessime condizioni igieniche

! ! ! ! e sanitarie.

Visione ottimistica:! si considera la rivoluzione industriale la via allʼemancipazione delle

! ! ! classi popolari dal destino di miseria al quale erano condannate:

! ! ! lʼindustrializzazione devʼessere considerata un fenomeno destinato a

! ! ! provocare un netto miglioramento del tenore di vita in termini di reddito

! ! ! disponibile, livello dei consumi, condizioni igieniche e abitative.

La più accreditata sembra la visione pessimistica: pare infatti che la transizione al sitema

di fabbrica abbia comportato un considerevole allungamento del tempo lavorativo,

lʼabolizione di innumerevoli festività religiose, la riduzione della disoccupazione stagionale

e lʼintensificazione dei ritmi di produzione anche attraverso il prolungamento del lavoro

notturno. Il governo inglese fu costretto dai ritmi eccessivi raggiunti a regolamentare la

giornata lavorativa in un massimo di 10 ore. Eʼ anche assodato che il lavoro di fabbrica

fosse molto più faticoso, insalubre e pericoloso di quello protoindustriale. Inoltre il

consumo alimentare pro capite rimase probabilmente invariato fino alla metà del XIX

secolo. In definitiva, se miglioramenti vi furono, questi iniziarono a manifestarsi solo verso

la fine del periodo qui considerato. 17

Appendice - IL MODELLO DI RICARDO

! Il modello di David Ricardo, ovvero la teoria dei vantaggi comparati, ci consente di

capire il perchè esplode il commercio internazionale: esso è infatti dovuto alla rimozione di

ostacoli naturali (i costi di trasporto elevati) e artificiali (i costi doganali). Quando, nel 1846,

lʼInghilterra decide improvvisamente di eliminare i dazi sul grano, la disoccupazione

aumenta nel settore primario e parte della perdita del settore agricolo viene assorbita dal

secondario. W non varia, P diminuisce e W/P (potere dʼacquisto) aumenta. Ricardo

afferma che che del commercio internazionale beneficiano tutti, anche i paesi non ancora

industrializzati.

Ipotesi

• Vi sono solo due paesi e due beni;

• Un solo fattore produttivo (Lavoro, L) che può liberamente spostarsi allʼinterno di ogni

economia, ma non è riallocabile fra le nazioni. Questo implica che il salario monetario sia

lo stesso tra i settori;

• Funzioni di produzione a coefficienti fissi: la produttività è costante e non cambia con la

scala produttiva;

• Le funzioni di produzione sono diverse tra beni e tra paesi;

• Non vi sono costi di trasporto;

• Concorrenza perfetta su tutti i mercati;

• La ragione di scambio internazionale è data.

Definizioni

• Produttività del lavoro (quantità di output per una unità di fattore) inversa della unit-labour

requirement (unità di input per una di output);

• Vantaggio assoluto: condizione per la quale la produttività di una nazione è maggiore

della produttività dellʼaltra in entrambi i beni;

• Costo opportunità di una scelta: rapporto tra le unit-labour requirement alternative;

• Vantaggio comparato: possibilità di un paese di produrre un determinato bene con un

costo opportunità minore rispetto a quelli di un altro paese. Se esiste un vantaggio

comparato nella produzione di un bene esiste uno svantaggio comparato nella produzione

dellʼaltro (ricorda esempio de Arcangelis t-shirt vs chip).

! Ricardo dimostra che la ragione di scambio interna di ogni paese è esattamente

uguale al rapporto tra le produttività (marginali), ovvero al rapporto tra i costi unitari

(marginali) dei due beni, poichè vige la concorrenza perfetta su tutti i mercati.

Affinchè lo scambio internazionale sia conveniente per tutte e due le economie (e quindi si

realizzi), occorre che ci sia divergenza tra le ragioni di scambio autarchiche e che la

ragione di scambio internazionale sia compresa tra queste due ragioni di scambio

autarchiche. Dunque se ciascun paese si specializza nella produzione del bene per il

quale esiste un vantaggio comparato il commercio tra i paesi può avere luogo e sarà

vantaggioso per entrambi. Infatti nellʼequilibrio autarchico si produce un output totale

inferiore rispetto ad un equilibrio specializzato.

Conclusioni

• Il libero mercato migliora le condizioni di vita di entrambi i paesi;

18

• Il paese tecnologicamente inferiore (follower) può trarre vantaggio dal libero mercato e

competere sui mercati internazionali;

• La specializzazione implica la depressione di alcuni settori produttivi anche per il paese

leader.

Oʼ ROURKE E WILLIAMSON - LA RIVOLUZIONE DEI TRASPORTI E

LʼINTEGRAZIONE DEI MERCATI DEI PRODOTTI

Nonostante la globalizzazione le analogie tra le economie mondiali dopo la seconda

guerra mondiale e precedentemente alla prima guerra mondiale sono assai più evidenti

delle diversità. La principale differenza è che lʼintegrazione dei mercati dei prodotti nelle

economie dellʼarea atlantica dopo il 1860 fu determinata interamente dalla diminuzione dei

costi di trasporto tra i mercati, e non dallʼadozione di politiche commerciali liberiste;

lʼintegrazione dei mercati dei prodotti dopo gli anni ʼ50 dellʼultimo secolo del millennio fu

invece dovuta prevalentemente a tale fattore. La quota media delle esportazioni aumenta

nellʼultimo periodo del XIX secolo, si riduce durante il periodo tra le due guerre e aumenta

di nuovo dopo la seconda guerra mondiale. Questa misura del grado di globalizzazione

suggerisce che molto del tempo successivo al 1950 fu impiegato per recuperare le perdite

accumulate nella WWII.

La figura descrive unʼeconomia a due paesi (patria ed estero, contrassegnato con un

aterisco), ed esamina il mercato di un bene importato dal primo paese. MM è la funzione

domestica di domanda di importazioni (domanda meno offerta) e varia inversamente al

prezzo del mercato domestico p. SS è la funzione di offerta estera di esportazioni (offerta

meno domanda) e dipende positivamente dal prezzo estero p*. In assenza di costi di

trasporto e barriere doganali i mercati risultano perfettamente integrati (prezzi uguali

allʼinterno e allʼesterno: intersezione delle curve). I costi di trasporto e le politiche

protezionistiche inseriscono un cuneo t tra prezzo alle esportazioni e alle importazioni.

Lʼintegrazione dei mercati dei prodotti è rappresentata da una riduzione del cuneo. Ma non

sono solo i costi di trasporto o doganali a far variare i volumi di commercio, ma anche

eventuali spostamenti nelle domande di esportazioni o importazioni. Il volume di

commercio quindi è un indice insoddisfacente dellʼintegrazione dei mercati dei prodotti. Eʼ

19

quindi il costo di movimentare le merci tra i mercati ad essere rilevante (costi di trasporto e

doganali).

INNOVAZIONI DEI TRASPORTI E DIMINUZIONE DEI COSTI DI TRASPORTO

INTERNAZIONALI

! La spesa in migliorie fluviali e portuali aumentò notevolmente e, dopo la metà del

diciottesimo secolo, la costruzione di canali superò per quantità quella delle autostrade a

pedaggio. Le navi a vapore furono il più importante contributo del XIX secolo alle tecniche

di navigazione. Oltre alle innovazioni che migliorarono lʼefficacia delle navi a vapore,

grande importanza assunse lʼapertura del Canale di Suez il 17 novembre 1869. La

navigazione dominò ancora il commerci con il lontano Oriente, anche se il Canale di Suez

causò profonde trasformazioni: permise alle navi a vapore di competere sulle tratte

asiatiche; tuttavia esso non era di nessuna utilità per i velieri, i quali dovevano essere

rimorchiati per il tragitto di circa cento miglia.

! Lʼaltro più importante sviluppo del XIX secolo nel trasporto fu la ferrovia: la prima fu

la Liverpool-Manchester che aprì al pubblico nel 1830.

! La refrigerazione fu unʼaltra innovazione economica con importanti implicazioni

commerciali: dal 1870 la carne refrigerata fu trasportata dagli USA verso lʼEuropa. Dal

decennio successivo le carni sudamericane, australiane e il burro neozelandese furono

esportati in Europa. Le conseguenze di questa concorrenza straniera per i produttori

europei saranno profonde.

! La globalizzazione che ebbe luogo nel tardo XIX secolo viene spesso

erroneamente attribuita alla diminuzione dei dazi nelle economie nellʼarea atlantica: in

realtà questi aumentarono a causa del maggiore protezionismo dei governi; la vera causa

scatenante della globalizzazione fu la diminuzione dei costi di trasporto.

LA POLITICA COMMERCIALE EUROPEA: DAL MERCANTILISMO AL LIBERO

SCAMBIO

! Nelle economie dellʼarea atlantica il passaggio a una politica commerciale liberista

può essere datato con riferimento allʼabbandono delle severe restrizioni imposte durante

la guerra napoleonica. La battaglia protezionistica iniziò intorno al 1890, quando la politica

commerciale cominciò a reagire ai contraccolpi interni causati dalla globalizzazione, e

molte nazioni iniziarono a usare i dazi come strumento di difesa contro lʼesposizione alla

concorrenza dovuta alla linea ferrata, ai battelli a vapore e ai minori costi di trasporto. Le

guerre che infuriarono tra il 1972 e il 1815 portarono alla fine dellʼintensa fase di apertura

agli scambi in Europa del tardo XVIII secolo. Dal 1807 al 1813 lʼEuropa fu soggetta a un

blocco navale imposta dalla flotta reale britannica: ne soffrirono il settore delle costruzioni

navali, della cordatura, della raffinazione dello zucchero e lʼindustria della tela. Lʼattività

industriale si spostò dalla costa atlantica verso lʼinterno; le industrie grazie alla guerra

conobbero un periodo fiorente, protette dalla concorrenza delle importazioni britanniche. I

guadagni delle regioni interne ebbero come contropartita le perdite della popolazione delle

città costiere. Ovviamente, le industrie che avevano prosperato durante la guerra erano

contrarie al passaggio a politiche commerciali liberiste in tempo di pace.

Corn Laws:! Simbolo del protezionismo inglese, prevedevano che il frumento di

! ! importazione non potesse essere venduto sul mercato domestico, finchè

! ! quello interno non avesse superato un certo prezzo. Il risultato fu che che per

! ! 7 anni il mercato domestico restò chiuso al frumento dʼimportazione.

20

Nel periodo post-bellico in UK crebbe gradualmente la domanda di liberalizzazione del

commercio: dal 1825 ai lavoratori qualificati fu consentito di emigrare, una nuova Corn

Law sostituiva il divieto di importare cereali con un dazio, altri dazi furono ridotti, fu

autorizzata lʼesportazione dei macchinari e, in seguito alla crescente riduzione dei dazi, nel

1846 la Corn Law fu definitivamente abolita. Lʼesempio britannico fu seguito dal resto

dʼEuropa molto lentamente. Il trattato di Cobden-Chevalier tra Francia e Inghilterra del

1860 abolì tutti i divieti francesi allʼimportazione, sostituendoli con una tassa ad valorem

non superiore al 30%. Gli inglesi ridussero i dazi sul vino per più dellʼ80%, permisero

lʼaccesso senza dazi a molti prodotti francesi e abolirono la tassa allʼesportazione sul

carbone. Ancor più rilevante lʼuso della clausola della Nazione Più Favorita (NPF) che

fissò il principio di non discriminazione come pietra angolare della prassi commerciale

europea. Secondo tale clausola ogni paese avrebbe esteso allʼaltro qualsiasi agevolazione

commerciale garantita a una terza parte.

LʼINTEGRAZIONE DEI MERCATI NAZIONALI: GLI USA, LA RUSSIA, LʼINDIA E LA

GERMANIA

! La fine delle guerre napoleoniche permise alla Gran Bretagna di invadere i mercati

americani con i manufatti britannici meno costosi, e la rivoluzione dei trasporti servì a

rinforzare il vento della concorrenza. Prima della guerra civile americana le ferite delle

industrie nordiste furono curate con dazi moderati; il peso finanziario della guerra civile

indusse il governo federale nordista ad aumentare significativamente i dazi che si

mantennero ad alti livelli anche dopo la fine della guerra.

! I costi di trasporto che isolavano i produttori di cereali statunitensi dai loro

consumatori europei comprendevano le spese ferroviarie allʼinterno degli Stati Uniti e i

costi di trasporto transatlantici. Allo stesso modo le spedizioni di cereali dalla Russia,

dallʼIndia e dalle altre regioni esportatrici dipendevano dal trasporto su ferrovia - dal

villaggio situato allʼinterno al porto sulla costa.

! In termini assoluti, ai miglioramenti tecnologici delle ferrovie statunitensi è

attribuibile gran parte della riduzione dei divari tra i prezzi alla produzione e al consumo.

Stati Uniti:! i prezzi interni convergono tra il 1820 e il 1860, grazie ai canali e alla ferrovia

! ! che fecero scendere notevolmente i costi di trasporto.

Russia:! La costruzione delle ferrovie decolla dopo la metà degli anni ʼ60 del XIX

! ! secolo: a partire dagli anni ʼ70, tra San Pietroburgo e Odessa, si individua un

! ! netto declino del divario di prezzo per il frumento e per la segale.

India:! Prima dellʼintroduzione della ferrovia i differenziali di prezzo tra le varie regioni e i

! diversi distretti dellʼIndia erano estremamente ampi, e le carestie locali erano

! comuni. Dopo gli anni ʼ60, nei distretti dellʼIndia dotati di ferrovie, il coefficiente di

! variazione dei prezzi del frumento e del riso, diminuì rapidamente.!

Germania:! Allʼinterno della Germania lʼintegrazione dei mercati si estese coerentemente

! ! con lʼaumento del numero di membri dello Zollverein (Unione Doganale

! ! Tedesca) che fissavano una tariffa comune verso lʼesterno.

La conclusione è ancora che lʼintegrazione maturò grazie alla caduta dei costi di trasporto

e della barriere doganali.

" Dopo gli anni ʼ70 e ʼ80 del XIX secolo si assistette alla significativa convergenza dei

prezzi dei prodotti tra i mercati nazionali e al tentativo di controbilanciare la notevole

riduzione dei costi di trasporto con lʼaumento dei dazi.

21

! Per lʼAsia avviene lo stesso: diminuiscono i costi di trasporto grazie a ferrovie e

canale di Suez e i prezzi convergono.

Appendice - IL MODELLO DI HECKSCHER E OHLIN

! Enunciato: sotto le ipotesi del modello di HO, un paese esporta il bene che usa in

modo relativamente più intensivo il fattore produttivo di cui quel paese è relativamente più

abbondante, e importa lʼaltro bene.

Ipotesi

• Concorrenza perfetta;

• due paesi (USA e Francia);

• due beni (Acciaio S e Vestiario C);

• due fattori della produzione (Lavoro L e Capitale K);

• vincoli sui fattori: L = L + L

S C

K = K + K

! ! ! ! S C

L*= L * + L *

! ! ! ! S C

! ! ! ! K* = K * + K *

S C

• tecnologia: Q = f(L ;K )

C C C

! ! ! ! Q* = f(L* ;K* )

C C C

! ! ! ! Q = g(L ;K )

S S S

! ! ! ! Q* = g(L* ;K* )

S S S

• Considerando che non cʼè superiorità tecnologica di un paese sullʼaltro, assumiamo

proporzioni dei fattori fisse aLC, aKC, aLS, aKS esogene al modello.

Definizioni

• un paese è capital abundant rispetto allʼaltro paese se K/L>K*/L* (labour abundant

facendo il reciproco)

• unit-factor requirement: aLC: numero di ore di lavoro per produrre una unità di vestiario

(stessa logica per gli altri)

• consideriamo la produzione di acciaio capital intensive se aKC/aLC<aKS/aLS

Teoremi

Factor-price equalization:! Sotto le ipotesi del modello di HO (più assenza di

! ! ! ! specializzazione completa, che si verifica se le dotazioni

! ! ! ! fattoriali dei due paesi non sono troppo diverse fra loro), il libero

! ! ! ! commercio dei beni comporta lʼuguagliamento dei prezzi dei

! ! ! ! fattori produttivi, sia in termini relativi che assoluti. I beni infatti

! ! ! ! incorporano i fattori produttivi che sono serviti per produrli.

! ! ! ! Quindi i fattori produttivi si spostano tra paesi attraverso i

! ! ! ! prodotti finali che loro generano. Se ci fosse specializzazione

! ! ! ! completa mancherebbe dunque un mercato in ogni nazione,

! ! ! ! rendendo impossibile il soddisfacimento della condizione di

! ! ! ! equilibrio tra i salari relativi (se uno cadesse non potrebbe

! ! ! ! attivarsi il meccanismo di riequilibrio dei prezzi).

Stolper-Samuelson:!Sotto le ipotesi del modello di HO (più assenza di specializzazione

! ! ! completa), lʼaumento nel prezzo del bene che usa più intensamente

! ! ! un fattore, comporta un aumento nel prezzo di tale fattore e una

! ! ! diminuzione nel prezzo dellʼaltro, sia in termini relativi che assoluti.

! ! ! Ovvero, se il prezzo dellʼoutput capital-intensive aumenta, allora il

! ! ! prezzo del capitale, cioè del fattore usato con maggiore intensità in

22

! ! ! quellʼindustria, aumenta; mentre il salario pagato al fattore lavoro

! ! ! diminuisce.

Rybczynski:! Sotto le ipotesi del modello di HO (più assenza di specializzazione completa)

! ! e tenendo costanti sia i prezzi dei fattori produttivi che i prezzi dei beni, un

! ! aumento nella quantità di un fattore determina un aumento della produzione

! ! del bene che utilizza più intensamente quel fattore e una diminuzione della

! ! produzione dellʼaltro bene. Nel caso di una economia piccola (in cui la

! ! ragione di scambio internazionale è data), se il bene che usa più

! intensamente il fattore la cui quantità NON è aumentata è di importazione il

! ! commercio internazionale si espande, se è di esportazione il commercio

! ! internazionale si contrae. Nel caso di economia grande questi effetti sulla

! ! quantità di esportazione e importazione avranno anche un effetto sulla

! ! ragione di scambio internazionale.

Oʼ ROURKE E WILLIAMSON - HECKSCHER E OHLIN AVEVANO

RAGIONE?

! La notevole diminuzione dei costi di trasporto del tardo XIX secolo condusse a

unʼesplosione di flussi commerciali e alla convergenza del prezzo delle merci tra paesi.

Heckscher e Ohlin sostennero che la convergenza di prezzo delle merci aveva effetti

importanti sulla distribuzione del prezzo del reddito allʼinterno del Vecchio e del Nuovo

Mondo: la convergenza di prezzo delle merci implicava la convergenza di prezzo dei fattori

produttivi. I due studiosi ritenevano che le merci che richiedono notevoli quantità di fattori

particolarmente scarse sono importate e le merci che richiedono un impiego più intensivo

di fattori relativamente abbondanti sono esportate. In questʼottica il livello di integrazione

commerciale risulta utile per la determinazione dei prezzi dei fattori produttivi nelle varie

regioni.

Teorema del prezzo unico:!In equilibrio, dato un certo numero di ipotesi stringenti, i prezzi

! ! ! ! dei fattori sono uguali tra i paesi. Questi equilibri non sono

! ! ! ! osservati nella realtà, nella quale si verifica soltanto che la

! ! ! ! convergenza di prezzo delle merci induce la convergenza di

! ! ! ! prezzo dei fattori.

Lʼapproccio delle proporzioni dei fattori e il teorema del prezzo unico continuano tuttora a

dominare la teoria del commercio internazionale. In questa trattazione ha senso chiedersi

se la diminuzione dei costi di trasporto ebbe un impatto significativo sulla distribuzione del

reddito nel tardo XIX secolo, il periodo analizzato da H&O. Innanzitutto, come previsto da

H&O, la disponibilità di cereali più convenienti implicò un peggioramento nelle posizioni

relative della distribuzione funzionale del reddito per i proprietari terrieri europei.

LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO NELLE ECONOMIE DELLʼAREA ATLANTICA NEL

TARDO DICIANNOVESIMO SECOLO

! Il XIX secolo fu un periodo di grande industrializzazione, di innovazione tecnologica

e di rivoluzione demografica, tutte forze che, congiuntamente allʼintegrazione del

commercio internazionale delle merci, possono aver avuto un impatto sui salari reali, sulle

rendite agricole e, in via del tutto generale, sulla distribuzione del reddito. In un mondo in

espansione come questo la previsione di H&O diventa controfattuale: lʼintegrazione dei

mercati dei prodotti determinò un aumento dei salari reali europei più rapido e una crescita

23

meno veloce dei salari reali del Nuovo Mondo, rispetto a quanto sarebbe accaduto in sua

assenza.

! Non si hanno dati per sapere se vi fu una convergenza internazionale delle rendite

fondiarie ma, se formuliamo la plausibile ipotesi che, tenendo opportunamente conto delle

differenti qualità, le terre del Vecchio Mondo erano inizialmente più costose delle terre del

Nuovo Mondo e che le rendite fondiarie si sono mosse coerentemente con i prezzi delle

terre, allora in quel periodo la convergenza della rendita fondiaria è una certezza.

Secondo i dati disponibili i prezzi della terra nel Nuovo Mondo aumentarono relativamente

a quelli del Vecchio Mondo, come H&O avevano previsto. I dati mostrano anche che le

rendite fondiarie europee e i prezzi della terra non sempre diminuirono in termini assoluti

come H&O avevano previsto. IN particolare aumentarono in Danimarca e furono

abbastanza stabili in Germania. Tuttavia, gran parte dellʼaumento del prezzo della terra

danese si verificò nei primi anni ʼ70, prima che il grano a basso costo facesse realmente

sentire la sua presenza nel mercato europeo. Aspetto più rilevante: lʼagricoltura danese in

quel periodo era eccezionalmente aperta al libero scambio, mentre la protezionista

Germania difese strenuamente i coltivatori dallʼimpatto del grano a basso costo. In un

ambiente economico in cui contemporaneamente di avevano molti cambiamenti, i prezzi

dei fattori produttivi in termini assoluti non sempre si muovevano nella direzione prevista

dalla teoria. Ciò non vuol vuol dire che la teoria non funzioni.

! Per quanto riguarda infine la convergenza dei prezzi dei fattori, lʼevidenza empirica

di cui disponiamo sembra supporre aprioristicamente lʼanalisi di H&O del commercio

internazionale e della distribuzione del reddito nel tardo XIX secolo. I salari reali crebbero

ovunque, ma più velocemente in unʼEuropa con forza lavoro abbondante che nelle

economie di frontiera con una forza lavoro scarsa. Le rendite di innalzarono nel Nuovo

Mondo ricco di forza lavoro e precipitarono in GB, povera di forza lavoro e

liberoscambista, mentre rimasero relativamente stabili nellʼEuropa continentale, la quale o

proteggeva la propria agricoltura oppure incoraggiava profondi cambiamenti strutturali

nelle attività agricole. Quindi il rapporto salario/rendita aumentò in maniera drammatica in

Europa, in particolare nei paesi liberoscambisti, mentre diminuì nella stessa identica e

drammatica maniera nelle economie di frontiera del Nuovo Mondo. Correlazione non

significa causalità: i movimenti migratori di massa hanno contribuito alla convergenza

internazionale dei salari reali; il cambiamento tecnologico ha consentito sia di risparmiare

forza lavoro che di sfruttare al meglio le terre delle economie alla frontiera, mentre ha

permesso il risparmio nellʼuso della terra e lʼutilizzo della forza lavoro in Europa.

IL COMMERCIO INTERNAZIONALE E LA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO DELLE

ECONOMIE DELLʼAREA ATLANTICA NEL TARDO DICIANNOVESIMO SECOLO

" Questioni metodologiche

! La teoria ci dice che le modalità con cui il commercio incide sui prezzi dei fattori

sono date dalla variazione dei prezzi delle merci; sono questi ultimi i prezzi che forniscono

agli agenti nazionale il segnale della convenienza di cambiare destinazione alle risorse

economiche, inducendo lʼespansione di alcuni settori a spese di altri. “Spiegare” il

cambiamento dei prezzi dei fattori e della distribuzione del reddito collegando tali

cambiamenti alla variazione dei volumi di scambio o al tasso di penetrazione delle

importazioni non è particolarmente significativo, poichè questi flussi commerciali sono a

loro volta determinati dallʼofferta e dalla domanda mondiale. Quello che conta sono i prezzi

delle merci. La teoria di H&O fa dipendere dai segnali di prezzo lʼespansione di alcuni

settori e la contrazione di altri, conducendo pertanto a una riallocazione delle risorse tra i

settori e a una modifica dellʼequilibrio tra lʼofferta e la domanda di particolari fattori

produttivi. Si sostiene che gli shock di prezzo che colpiscono un settore possono avere un

impatto sui salari, sui profitti e sulle rendite in tutta lʼeconomia, in settori aperti al

24

commercio internazionale e in settori protetti dal commercio internazionale. Se la forza

lavoro è mobile fra i settori, lʼunità di osservazione appropriata per i test riguardanti la

teoria di H&O (che postula un legame tra i prezzi dei prodotti scambiati e i prezzi dei fattori

nellʼeconomia nel suo complesso) è lʼintera economia, non il settore industriale.

! Si ritiene che il modello basato sulle dotazioni dei fattori risulti essere estremamente

adeguato se applicato al tardo diciannovesimo secolo.

! La convergenza del prezzo dei fattori anglo-statunitensi

! Il gap del prezzo delle merci tra Gran Bretagna e Stati Uniti diminuì notevolmente

tra il 1870 e il 1913, non solo per quanto riguarda il frumento, ma anche per la carne, il

ferro e un ampio ventaglio di altri prodotti manifatturieri.

Si è provato a simulare lʼimpatto degli shock delle due economie, assegnando alla Gran

Bretagna il ruolo di esportatore di beni manifatturieri e di importatore di generi alimentari,

mentre vale il contrario per gli USA. Per riflettere con più accuratezza la struttura delle

economia la struttura delle due economie nel 1870 si riconosce lʼesistenza di settori di

servizi non commerciabili in entrambe le economie (non tutte le attività economiche

possono essere considerata come agricole o manifatturiere). La simulazione suggerisce

lʼaumento dei salari britannici, la drastica caduta delle rendite fondiarie britanniche, mentre

i salari statunitensi restano stabili, mentre le rendite aumentano. In generale questi risultati

sostengono fortemente le tesi di H&O secondo cui il commercio internazionale ebbe un

impatto importante sui prezzi dei fattorie sulla distribuzione del reddito nel corso del tardo

diciannovesimo secolo. La convergenza di prezzo delle merci anglo-statunitensi fu, in

effetti, uno stimolo potente alla convergenza del prezzo dei fattori tra i due paesi, anche se

con un impatto maggiore sui salari e sulle rendite britanniche (GB era unʼeconomia più

piccola e più aperta al commercio internazionale).

! Heckscher e Ohlin avevano ragione.

Oʼ ROURKE E WILLIAMSON - LE CAUSE DEI MOVIMENTI MIGRATORI DI

MASSA

! 60 milioni di europei si imbarcarono alla volta del Nuovo Mondo, caratterizzato fa

abbondanza di risorse e scarsità di lavoro, nel secolo che seguì al 1820. In precedenza i

movimenti migratori erano stati tutti molto trascurabili. Il solo movimento migratorio

interocntinentale paragonabile era stato quello degli schiavi neri, dallʼAfrica verso le

Americhe e i Caraibi. A favorire lʼaumento dellʼemigrazione fu la diminuzione del tempo e

del costo da sostenere per il viaggio, le maggiori risorse familiari generate dallo sviluppo

economico nel paese dʼorigine e lʼaiuto finanziario proveniente dalla precedente

generazione di primi emigranti.

FLUSSO MIGRATORIO:! Inizio 1800! ! Regno Unito seguito dalla Germania

! ! ! ! Metà 1800! ! Scandinavia ed Europa nord-occidentale

! ! ! ! 1880 circa! ! Italia, Spagna e Portogallo

! ! ! ! 1890-1900! ! Austri-Ungheria, Russia e Polonia

La schiacciante maggioranza di questi europei scelse le Americhe come luogo di approdo,

ma anche Argentina e Brasile, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa. Nellʼambito

europeo più della metà di tutti gli italiani emigrati negli anni ʼ90 del XIX secolo si diressero

verso Francia e Germania. Allo stesso tempo, lʼemigrazione da parte dei polacchi verso la

Germania orientale riempì i vuoti creati dallʼemigrazione interna tedesca verso ovest. Solo

tra il 1890 e 1914 risulta importante osservare il fenomeno dellʼemigrazione di rientro.

CHI FURONO GLI EMIGRANTI? 25

" Gli emigranti del 1800 furono di certo diversi da quelli del 1900. I flussi di

emigrazione del primo XIX secolo furono spesso guidati da agricoltori e artigiani rurali che

viaggiavano in gruppi familiari con lʼintenzione di acquisire terra e di stabilirsi in maniera

permanente nella frontiera del Nuovo Mondo. Nel tardo XIX secolo gli emigranti

provenivano sempre di più da aree urbane e da occupazioni non rurali. Questa tendenza

indotta dallʼindustrializzazione nellʼambito delle nazioni di provenienza dei flussi migratori

fu poi sopravanzata dallʼavvicendamento tra le vecchie regioni di emigrazione - i leader nel

processo di industrializzazione - e le nuove regioni di emigrazione - i follower. Perciò

lʼimportanza crescente dellʼEuropa Orientale e meridionale, meno industrializzate, come

fonti di emigrazione servì ad elevare la proporzione degli emigranti dallʼEuropa rurale e ad

abbassare la loro media di alfabetizzazione e di competenze acquisite. Il flusso di

emigrazione tra il 1850 e il 1915 fu prevalentemente composto da maschi adulti tra i

quindici e i quarantʼanni che portarono dunque a un tasso di partecipazione alla forza

lavoro molto elevato nel Nuovo Mondo. Gli emigranti tendevano ad essere celibi, ed

emigravano come individui più che in famiglie, non qualificati inoltre, contadini analfabeti

che non avevano mai lasciato prima il villaggio di origine. Nonostante questa diminuzione

nella qualità dei migranti, sembra che coloro che emigrarono avessero più da guadagnare

dallo spostamento rispetto alla popolazione complessiva; essi furono probabilmente più

reattivi rispetto alle condizioni del mercato del lavoro. Molti si trasferirono per sfuggire a

persecuzioni politiche o religiose, altri per evitare condanne, ma la maggior parte si mosse

per sfuggire alla povertà europea. Le condizioni del mercato del lavoro nel paese di

origine e allʼestero sono state fondamentali nella decisione di emigrare, con unʼinfluenza

sempre maggiore man mano che il XIX secolo si spegneva.

ELEMENTI DETERMINANTI DELLʼEMIGRAZIONE

" Easterlin sostenne che se lʼemigrazione era un chiaro sfogo per il surplus di

popolazione, allora le nazioni con tassi più elevati di incremento demografico naturale

avrebbero dovuto far registrare i più alti tassi di emigrazione. Secondo lui gli eventi

demografici passati avevano unʼinfluenza indiretta sullʼemigrazione presente attraverso

lʼofferta di lavoro - il salario reale - in grado di segnalare lʼimpatto netto congiunto

dellʼofferta di lavoro (su cui influivano i precedenti baby booms) e della domanda

(correlazione di Easterlin). In realtà i dati ci dicono che la correlazione inversa fra il

rapporto tra i salari e il tasso di emigrazione è piuttosto modesta. Questa debole

correlazione implica che è necessario un modello più completo per dare conto

dellʼemigrazione europea del tardo XIX secolo verso il Nuovo Mondo.

Limitarsi alle differenze fra i salari reali

non è sufficiente: la moderna crescita

economica in Europa è stata

caratterizzata da tassi di emigrazione

nazionale crescenti. A partire da livelli

molto bassi, i tassi di emigrazione

raggiunsero un picco, quando la crescita

cominciò a rallentare, e successivamente

diminuirono in modo brusco.

La figura seguente mostra la relazione tra

tasso di emigrazione e salario del paese di origine.

26 Lʼindustrializzazione ed altri eventi

servono a portare lʼeconomia sulla curva

più alta, facendo andare i salari reali a wʼ.

Il primo spostamento domina perchè i

tassi di emigrazione salgono in eʼ, in

assenza di spostamenti della curva

saremmo scesi in eʼ(1). Nelle fasi di

sviluppo dovute allʼindustrializzazione che

seguono provocano un miglioramento dei

salari reali che raggiungono il livello wʼʼ e il

conseguente calo del tasso di emigrazione

in eʼʼ. Per spiegare lo spostamento della

curva consideriamo il costo della

migrazione: gap salariali enormi tra Nuovo

Mondo in via di industrializzazione e ricco

di risorse e Vecchio Mondo arretrato e

povero di risorse possono essere

sufficientemente coerenti con bassi tassi

di emigrazione. Al progredire

dellʼindustrializzazione i salari reali

crescono e i vincoli dal lato dellʼofferta

frenano lʼemigrazione in misura minore.

Un numero sempre maggiore di potenziali emigranti può ora sostenere economicamente

lo spostamento e, contrariamente alla teoria tradizionale, il salario domestico e

lʼemigrazione sono positivamente correlati. Con lʼaumento dellʼindustrializzazione il

numero di potenziali migranti si è lentamente esaurito poichè sempre più lavoratori ora

hanno la possibilità di sostenere economicamente lo spostamento. Secondo questa tesi,

lʼevoluzione del flusso migratorio dovrebbe passare per due fasi: una prima in cui il

numero di potenziali emigranti subisce un vincolo stringente dal lato dellʼofferta; una

seconda in cui i potenziali emigranti sono condizionati, dal lato della domanda, a non

partire più. Questa teoria concorda con i dati osservati.

Oʼ Gràda e OʼRourke suggeriscono che le trappole della povertà impedirono ai più poveri

in Irlanda di emigrare durante la carestia dei tardi anni ʼ40 del XIX secolo. Per citare un

dato, durante quella crisi il rapporto fra emigrazioni e morti fu più alto nelle contee più

ricche che nelle contee più povere. Le insidie della povertà sono poi state superate dopo

la carestia anche se lʼIrlanda non avviò un processo di industrializzazione: la catena di

solidarietà fra migranti rappresentò la soluzione in Irlanda e fu importante anche per

lʼesperienza di altre nazioni di emigrazione. Gli spostamenti verso destra della curva

possono anche essere motivati dalle rimesse degli emigranti (ormai ricchi) che finanziano

gli spostamenti degli ultimi immigrati, troppo poveri. Man mano che lo stock di emigranti

nei paesi di destinazione aumenta, aumentano le loro rimesse verso il paese di origine, e

quindi il tasso di emigrazione si incrementa anche se il salario nel paese di origine è pure

in crescita. I migranti della precedente generazione possono anche fornire vitto e alloggio

ai nuovi immigranti man mano che questi iniziano a cercare un posto di lavoro. Questa

influenza continua sino a quando i potenziali emigranti continuano a essere soggetti a

vincoli di carattere finanziario.

I FATTI STILIZZATI DELLʼEMIGRAZIONE EUROPEA

27

! Come mostra la figura, lʼimpatto dei cambiamenti tra i salari del paese dʼorigine e di

quello di destinazione fu la riduzione dellʼemigrazione a partire circa dal nono decennio:

innanzitutto, il rapporto tra i salari del paese dʼorigine e quelli del paese di destinazione ha

avuto un impatto significativamente negativo sullʼemigrazione. Secondo, il tasso di

incremento demografico naturale di venti anni prima ha avuto un effetto potente sui tassi di

emigrazione: questʼeffetto demografico ha stimolato lʼemigrazione in maniera diretta

tramite lʼaumento della quota di popolazione nella principale fascia di età di migranti,

piuttosto che soltanto in modo indiretto attraverso la riduzione del salario nel paese di

origine o lʼaumento della disoccupazione, o entrambi, Terzo, vi è una forte evidenza

empirica di questa emigrazione di massa. Infine, lʼemigrazione aumentò al diminuire della

proporzione di lavoratori nellʼagricoltura, ma questʼeffetto non fu mai molto forte. Il ciclo di

vita dellʼemigrazione può dunque essere spiegato da tendenze demografiche,

industrializzazione, convergenza dei salari reali, e tramite la catena di solidarietà tra

migranti. Lʼindustrializzazione precoce e i relativi effetti demografici alimentarono

lʼemigrazione europea del tardo XIX secolo. Quando le forze della transizione demografica

diminuirono e lʼindustrializzazione iniziò a rallentare, le forze della convergenza iniziarono

a dettare legge, in ciò aiutate dalla spinta più debole offerta dallo stock di precedenti

emigranti man mano che il loro numero allʼestero si stabilizzava. Quando le forze della

transizione demografica invertirono la direzione, unendosi alle forze della convergenza

salariale, determinarono una brusca caduta dei tassi di emigrazione.

CAMERON E NEIL - LA CRESCITA DELLʼECONOMIA MONDIALE

! Lʼimportanza del commercio di lunga distanza è cresciuta enormemente e

rapidamente nel corso del XIX secolo. Crebbe altresì rapidamente, con lʼemigrazione e gli

investimenti esteri, il movimento internazionale delle persone e dei capitali. Allʼinizio del

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secolo erano due i principali ostacoli, uno naturale, lʼaltro artificiale, che rallentavano il

flusso del commercio internazionale. Lʼincidenza di entrambi declinò significativamente col

passare degli anni. Lʼostacolo naturale - lʼalto costo dei trasporti, in particolare quelli

terrestri - si arrese alla ferrovia e ai miglioramenti della navigazione, che culminarono con

il piroscafo transoceanico. Allo stesso modo furono ridimensionati e addirittura annullati gli

ostacoli artificiali - i dazi sulle importazioni e le esportazioni nonchè in qualche caso gli

espliciti divieti di importare certi tipi di merce - anche se al volgere del secolo si verificò un

“ritorno al protezionismo” che determinò lʼintroduzione in molti paesi di dazi più alti sulle

importazioni.

LA GRAN BRETAGNA ADOTTA IL LIBERO SCAMBIO

! Il governo britannico aveva cominciato a modificare il proprio atteggiamento

protezionistico nel tardo Settecento, ma lo scoppio della rivoluzione francese e le guerre

napoleoniche ne differirono gli sforzi. Il blocco britannico e il Sistema continentale

rappresentarono in effetti delle forme estreme di interferenza nel commercio

internazionale. Le argomentazioni di Smith sul libero scambio e di Ricardo sui vantaggi

comparati dovevano riuscire a convincere gruppi consistenti di individui influenti che il

libero scambio avrebbe loro portato dei vantaggi. Uno di questi gruppi era quello dei

mercanti coinvolti nei traffici internazionali. La Gran Bretagna a partire dal 1820 riduce il

numero di delitti capitali, crea una forza di polizia metropolitana, semplifica e riduce

restrizioni e tasse che ostacolano lo sviluppo del commercio internazionale, estende il voto

alla classe media urbana (in gran parte favorevole al libero scambio), abolisce le Corn

Laws (simbolo del protezionismo inglese). La campagna elettorale del 1841 eleggono

primo ministro sir Robert Peel che abolisce le tasse sulle esportazioni, elimina o riduce

molte tasse sulle importazioni, introduce unʼimposta sul reddito per compensare la

diminuzione delle entrate. La scena politica si divideva tra liberali (whigs) partito del libero

scambio e delle manifatture e conservatori (tories) partito degli interessi fondiari e

dellʼimperialismo. Dopo il 1860 rimasero solo pochi dazi sulle importazioni, applicati

esclusivamente per motivi di bilancio su prodotti non britannici quali brandy, vino, tabacco,

caffè, tè e pepe. Infatti, nonostante molte tariffe fossero state completamente eliminate o

fosse stato ridotto lʼimporto di quelle che ancora rimanevano, lʼaumento degli scambi totali

fu tale che le entrate doganali del 1860 furono maggiori di quelle del 1842.

LʼETAʼ DEL LIBERO SCAMBIO

" Il secondo grande stadio nel movimento verso il libero scambio fu un importante

trattato commerciale, il trattato anglofrancese o Cobden-Chevalier del 1860. Parte della

politica proibizionistica francese era consistita nel divieto perentorio di importare tessuti di

cotone e di lana e nellʼapplicazione di tariffe molto elevate su altre merci, tra le quali

figuravano persino materie prime e beni strumentali. Gli economisti avevano segnalato

lʼassurdità di queste politiche, ma i potenti interessi costituiti nellʼapparato legislativo

francese erano insensibili alle loro argomentazioni. Il governo di Napoleone III (1851)

voleva guadagnare status politico e rispetto diplomatico seguendo una politica di amicizia

nei confronti della Gran Bretagna. Inoltre, sebbene in Francia avesse tradizionalmente

prevalso una politica protezionistica, una forte corrente di pensiero sosteneva il liberalismo

economico. In più la costituzione accordata dallo stesso Napoleone, lʼapprovazione delle

leggi nazionali spettava al parlamento, mentre lʼimperatore aveva il diritto esclusivo di

negoziare con potenze straniere. In Gran Bretagna si riteneva, dopo la scelta del libero

scambio, che i vantaggi di una politica liberoscambista sarebbero stati così evidenti che

altre nazioni lʼavrebbero spontaneamente adottata. Ciò tuttavia non era vero, data la forza

degli interessi favorevoli al protezionismo. Di conseguenza, un trattato negoziato da

29

Cobden e Chevalier verso la fine del 1859 fu firmato nel gennaio del 1860. Il trattato

impegnava la Gran Bretagna a cancellare tutti i dazi sullʼimportazione di merci francesi ad

eccezione di vino e brandy (considerati beni di lusso); la Francia, da parte sua, revocò la

sua proibizione allʼimportazione di prodotti tessili britannici e ridusse i dazi su unʼampia

varietà di merci britanniche. Un aspetto importante di questo trattato fu la clausola della

nazione più favorita, vale a dire che se una delle due parti avesse negoziato un accordo

con un paese terzo, la controparte nel trattato avrebbe beneficiato automaticamente di

qualsiasi tariffa più bassa eventualmente accordata a questʼultimo. Questa clausola

ovviamente pesava poco sulla Gran Bretagna, già liberoscambista, ma moltissimo su tutti

gli ulteriori accordi che si trovava a stipulare lʼancora protezionistica Francia, tutti

contenenti la clausola della nazione più favorita. Le conseguenze di questa rete di trattati

commerciali furono considerevoli. Il commercio internazionale, il cui ritmo di crescita si era

già alquanto intensificato con le riforme britanniche degli anni ʼ40, crebbe di circa il 10%

lʼanno per diversi anni consecutivi. Gran parte dellʼaumento dipese dal commercio

intereuropeo, ma vi contribuirono anche paesi di altri continenti. Unʼaltra conseguenza dei

trattati, soprattutto in Francia ma anche in diversi altri paesi, fu la riorganizzazione

dellʼindustria imposta dalla maggiore concorrenza (fallimento di aziende inefficienti protette

da dazi).

LA GRANDE DEPRESSIONE E IL RITORNO AL PROTEZIONISMO

" Unʼaltra conseguenza dellʼintegrazione dellʼeconomia internazionale provocata da

un commercio più libero fu la sincronizzazione della dinamica dei prezzi al di là delle

frontiere nazionali. Con lo sviluppo dellʼindustrializzazione e del commercio internazionale

le fluttuazioni cominciarono ad essere più spesso legate allo “stato del commercio” (alle

oscillazioni della domanda), divennero di natura ciclica e furono trasmesse di paese in

paese attraverso i canali commerciali. La natura ciclica di tali oscillazioni divenne via via

più pronunciata col passare degli anni. Distinguiamo i cicli economici in cicli delle scorte

(2-3 anni), oscillazioni più ampie concluse da crisi finanziarie seguite da recessioni (9-10

anni) e tendenze secolari (20-40 anni). In pressochè tutti gli stati europei, nonchè negli

USA, i prezzi raggiunsero il culmine allʼinizio del secolo, verso la fine delle guerre

napoleoniche. Le cause furono sia reali (la penuria determinata dalla guerra) che

monetarie (le esigenze della finanza di guerra). Dopo di allora la tendenza secolare fu al

ribasso fino alla metà del secolo. Le cause furono nuovamente sia reali (innovazioni

tecniche, miglioramenti nellʼefficienza) che monetarie (pagamento delle riparazioni di

guerra da parte dei governi). I prezzi balzarono verso lʼalto a causa soprattutto della

scoperta dellʼoro, per poi oscillare per una ventina di anni senza una direzione definitiva.

Nel 1873, dopo un boom durato diversi anni, un panico finanziario colpì Vienna e New

York per poi propagarsi rapidamente nella maggior parte dei paesi industrializzati o in via

di industrializzazione. La susseguente caduta dei prezzi divenne nota come Grande

depressione, la più grave e la più generale che si fosse verificata fino a quel momento nel

mondo industriale. Sia il settore industriale che quello agricolo avanzarono quindi forti

richieste di protezione. In Germania il creatore e cancelliere del nuovo impero tedesco

Otto Von Bismarck, approfittò delle pressioni che arrivavano sia dal mondo industriale che

da quello dei grandi proprietari terrieri per denunciare i trattati commerciali con la Francia

e, nel 1879, approvare una nuova legge tariffaria che introdusse il protezionismo sia per

lʼindustria che per lʼagricoltura (primo passo per il grande ritorno al protezionismo).

! Gli interessi protezionistici francesi, che non avevano mai accettato il trattato

Cobden-Chevalier, ripresero forza sul piano politico dopo la sconfitta nella guerra franco-

prussiana ed ancor di più con i dazi tedeschi del 1879. Nel 1881 essi riuscirono ad

ottenere una nuova legge tariffaria che introdusse esplicitamente il principio del

protezionismo. I sostenitori del libero scambio conservarono però un notevole peso

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politico, e nel 1882 nuovi trattati commerciali con diversi paesi europei ribadirono i principi

fondamentali del trattato Cobden-Chevalier. Tuttavia dalle elezioni del 1889 emerse una

maggioranza favorevole al protezionismo, che riuscì a far approvare la famigerata tariffa

Meline, che rappresentava una sorta di “protezionismo raffinato”: pur accordando

protezione ad alcuni settori dellʼagricoltura e conservando la protezione industriale della

tariffa del 1881, essa conteneva diversi elementi condivisi dai partigiani del libero scambio.

Una guerra tariffaria con lʼItalia (che aveva seguito lʼesempio tedesco nel ritorno al

protezionismo discriminando in particolar modo le importazioni francesi) arrecò gravi danni

al commercio francese, e ancora maggiori a quello italiano.

! In questo generale ritorno al protezionismo resistettero alcune sacche di libero

scambio, e di queste la più notevole fu la Gran Bretagna, insieme a Paesi Bassi, Belgio e

Danimarca.

! In conclusione, nonostante il protezionismo è opportuno notare che i dati

evidenziano una riduzione del tasso di crescita del commercio internazionale poco

notevole e comunque in accelerazione nel ventennio precedente la WWI.

IL GOLD STANDARD INTERNAZIONALE

" Nel corso della storia diverse merci (come ad esempio la terra, il bestiame e il

frumento) hanno svolto la funzione di standard monetario, ma la maggiore preminenza è

sempre stata detenuta dallʼoro e dallʼargento. La funzione di uno standard monetario è di

definire lʼunità di conto di un sistema monetario, lʼunità in cui tutte le altre forme di moneta

sono convertibili. Durante le guerre napoleoniche la Banca dʼInghilterra, con

lʼautorizzazione del governo, rifiutò di pagare oro e argento in cambio delle proprie

banconote: per cui, il paese non aveva più alcuno standard monetario; aveva una

cartamoneta inconvertibile ovvero un “corso forzoso”. Dopo le guerre il governo decise di

ritornare ad uno standard metallico, ma scelse lʼoro, lo standard de facto del Settecento, a

tre condizioni: 1) la Zecca Reale era obbligata a comprare e vendere quantità illimitate di

oro a prezzo fisso; 2) la Banca dʼInghilterra e tutte le banche erano tenute a convertire a

richiesta le passività monetarie in oro; 3) nessuna restrizione poteva essere imposta

sullʼesportazione o importazione dʼoro. Ciò significava che lʼoro serviva da base ultima o

riserva dellʼintera provvista monetaria della nazione. Il movimento di entrata e uscita

dellʼoro dal paese - in funzione della BOP - determinava fluttuazioni nella riserva totale di

moneta, che a sua volta causava delle oscillazioni nella dinamica dei prezzi. Perciò ingenti

afflussi di oro (come la scoperta di giacimenti in Australia e Californi), causavano

improvvisa inflazione seguita da panico monetario.

! A causa della posizione di preminenza della Gran Bretagna nel commercio

mondiale, quasi tutti i paesi furono coinvolti dalle sue fluttuazioni economiche. Per un

breve periodo la Francia tentò di creare unʼalternativa al gold standard convincendo

Belgio , Svizzera e Italia (e successivamente Bulgaria, Grecia e Romania) a seguirla in

uno standard argenteo con lʼobiettivo di mantenere stabili i prezzi. La scoperta di nuovi

giacimenti di argento, e la conseguente volontà di evitare un eccesso di inflazione,

costrinsero tutti a tornare ad un gold standard puro.

! La prima nazione ad adottare ufficialmente il gold standard dopo la Gran Bretagna

fu la Germania di Bismarck, che estorse unʼindennità di 5 miliardi di franchi alla Francia

sconfitta in guerra: per questo motivo il governo adottò il marco aureo e istituì una banca

centrale come unica agenzia di emissione. Dato che il peso della Germania nel commercio

internazionale era in crescita, altri paesi aderirono al movimento verso il gold standard (tra

questi anche USA, Russia e Giappone).

MOVIMENTI MIGRATORI E INVESTIMENTI INTERNAZIONALI

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" Flussi di emigrazione nel XIX secolo

Gran Bretagna -------verso-------> Usa e America Latina

Spagna e Portogallo -------verso-------> America Latina

Italia -------verso-------> Usa e America Latina (soprattutto Argentina)

Austria-Ungheria, Polonia e Russia -------verso-------> USA

! Questo fenomeno migratorio alleggerì le pressioni demografiche nei paesi di

provenienza, allentando la tendenza al ribasso dei salari reali, e fornì ai paesi ricchi di

risorse ma poveri di manodopera un afflusso di lavoratori volenterosi.

Riflettiamo sullʼinvestimento di capitali allʼestero in termini di fonti, motivazioni e

meccanismi.

! Le risorse (fonti) disponibili per essere investite allʼestero derivarono dal

sensazionale aumento della ricchezza e del reddito provocato dallʼapplicazione delle

nuove tecnologie: ma considerando che ci stiamo parlando di investimento allʼestero è

utile notare che diventa indispensabile a questo processo il contributo delle cosiddette

esportazioni invisibili come i servizi di spedizione, i profitti delle attività bancarie e

assicurative internazionali, le rimesse degli emigranti e gli interessi e i dividendi di

precedenti investimenti esteri.

! La principale motivazione dellʼinvestimento estero è lʼaspettativa non sempre

realizzata da parte dellʼinvestitore di un saggio di profitto più elevato che in patria.

! I meccanismi dellʼinvestimento estero consistono in strumenti per il trasferimento

dei titoli; mercato dei cambi delle azioni e dei titoli; banche centrali; banche private e

azionarie di investimento; agenti di cambio e molti altri.

! La Gran Bretagna fu in testa negli investimenti esteri fino al 1914, nonostante per la

maggior parte del secolo avesse avuto una BOP sfavorevole (più importazioni che

esportazioni). Con il passare del tempo il contributo favorevole, che prima le veniva dalla

marina mercantile britannica, fu dovuto più che altro alle attività bancarie e assicurative

internazionali.

! La Francia era al secondo posto in quanto a investimenti esteri, ma lʼinizio

dellʼOttocento la vide indebitarsi fortemente con lʼestero e specialmente con la Russia,

finchè il governo bolscevico di Lenin ripudiò tutti i debiti, pubblici e privati contratti sotto il

regime zarista. Nel complesso, il contributo francese allo sviluppo economico dellʼEuropa

fu considerevole ma, a causa di guerre, rivoluzioni e altre catastrofi naturali o provocate

dallʼuomo, e in particolare per i tremendi disastri della prima guerra mondiale, gli investitori

e i loro eredi dovettero subire gravi perdite.

! La Germania, dal canto suo, presenta il caso interessante di un paese che si

trasformò nel corso del secolo da debitore netto a creditore netto: lʼafflusso di capitali

francesi, belgi e britannici, contribuirono alla nascita di industrie possenti e allʼavvio di un

boom di eccedenze di importazioni grazie alle quali la Germania ripagò i capitali esteri e

accumulò investimenti. Il governo tedesco cercò di avvalersi dellʼinvestimento estero

privato come di unʼarma in politica estera, chiuse la Borsa Valori alle obbligazioni russe e

spinse la Deutsche Bank a intraprendere la costruzione della ferrovia Berlino-Baghdad.

! I paesi europei industrializzati minori divennero anchʼessi creditori netti. Gli USA

invece erano i maggiori beneficiari di investimenti esteri al mondo (in Europa lo era la

Russia).

FEINSTEIN - LA CRESCITA NEL PERIODO TRA LE DUE GUERRE IN

UNA PROSPETTIVA SECOLARE

LA CRESCITA ECONOMICA MODERNA DELLʼEUROPA NELLʼOTTICA DEL XX SEC.

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" Nella prima parte del XIX secolo le famiglie contadine e operaie europee erano alla

mera sussistenza, con unʼalimentazione che includeva la carne solo in rare occasioni di

festa e una spesa che lasciava poco per il tabacco e un bicchiere di cattivo vino solo per il

capofamiglia. La trasformazione della vita quotidiana della gente comune che si è avuta in

Europa in poco più di un secolo è lo sviluppo più rivoluzionario nella storia del continente.

Per questa rivoluzione Kuznets ha coniato il termine di moderna crescita economica, al

centro della quale ha identificato una innovazione epocale, rappresentata dalla

applicazione sempre più diffusa della scienza ai problemi di produzione e organizzativi.La

crescita economica moderna è caratterizzata da elevati tassi di aumento di prodotto pro-

capite, accelerazione nella crescita della popolazione e dei consumi, un aumento del

tasso di risparmio e di investimento, e una diminuzione del peso dellʼagricoltura nella

formazione del PIL. Il prodotto aggregato deriva in misura crescente dai settori

manifatturiero e dei servizi, e si verifica unʼanaloga modificazione della struttura dei

consumi. Altre caratteristiche sono un enorme aumento nei movimenti internazionali dei

beni, dei servizi e dei fattori produttivi; diffusione sequenziale allʼinterno dellʼeconomia

europea.

ALCUNI ASPETTI QUANTITATIVI DEGLI ANNI TRA LE DUE GUERRE

" Il marcato rallentamento della crescita reale pro capite tra il 1913 e il 1950

rappresenta un aspetto centrale della storia che ci occupa.

a) Il rallentamento dellʼeconomia rappresentò sì un fenomeno su scala mondiale, ma fu più

pronunciato in Europa che non nel Nord America;

b) lungi dal tenere il passo con lʼandamento della produzione, il commercio internazionale

declinò in termini reali;

c) la disoccupazione, elevata e strutturale, fu il nuovo e dirompente fenomeno di quegli

anni;

d) il tasso di crescita della produttività del lavoro fu più rapido in quegli anni che non dal

1890 al 1913, e il ritmo raggiunto negli anni Venti fu particolarmente positivo.

a)! La riduzione della crescita del PIL reale pro capite tra il 1913 e il 1950 fu più

drastica in Europa che non nel Nord America, il maggior concorrente e partner

commerciale. Il Giappone, lʼaltro maggior competitore dellʼEuropa, soffrì anchʼesso un

netto declino della crescita economica tra il 1913 d il 1950, ma sperimentò unʼeccezionale

accelerazione, allʼ8% annuo, nel dopoguerra.

La spiegazione del rallentamento europeo in quegli anni è semplicemente la guerra, anzi

ben due guerre mondiali.

b)! Il crollo drammatico del commercio internazionale durante la Grande Guerra e negli

anni successivi fu in larga parte concentrato nei paesi europei, e dovuto ad essi. Esso

ebbe pesanti ripercussioni sulle rotte atlantiche, settentrionali e meridionali, ma uno

scarsissimo impatto sulle esportazioni giapponesi, che si andavano invece sviluppando

rapidamente.

c)! Nella maggior parte dei paesi europei il numero dei disoccupati fu più elevato che

non negli USA subito dopo la Grande Guerra e negli anni Venti.

d)! Mentre il numero dei disoccupati aumentava, il prodotto per ora lavorata di quanti

mantenevano un impiego continuò ad aumentare, e dal 1913 al 1929 il ritmo fu

nettamente più rapido che non nei decenni precedenti. Il periodo in esame fu ricco di

innovazioni tecnologiche - alcune stimolate dalle guerre - mentre lʼaccumulazione di

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia economica che contengono il materiale trattato a lezione e le risposte alle possibili domande che può chiedere il professor Vecchi durante lo scritto e l'interrelazione:
1. L’economia pre-industriale

2. Il modello di Malthus

3. La rivoluzione industriale inglese e lo “sviluppo economico moderno”.

4. La prima globalizzazione:
4.1. Il commercio internazionale (il modello di Ricardo)
4.2. I movimenti migratori di massa
4.3. I movimenti di capitale

4.4. Il modello di Heckscher e Ohlin

4.5. L’evoluzione del sistema monetario internazionale.
Dal bimetallismo al gold standard.

5. Prima Guerra Mondiale.
L’economia di guerra e le conseguenze economiche della pace.

6. L’economia internazionale fra le due guerre.
La Grande Depressione.

7. Seconda Guerra Mondiale.
Bretton Woods e il Piano Marshall.

8. Il processo di unificazione dell’Italia.

9. L’Italia liberale (1861-1913)

10. L’Italia fra le due guerre (1919-1939)

11. L’Italia Repubblicana (1946-oggi)
Dalla ricostruzione al... declino?


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e management
SSD:
A.A.: 2014-2015

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