Battilossi - L'epoca economica moderna
Lo sviluppo economico moderno nel lungo periodo
Il concetto di crescita si definisce agli aspetti quantitativi che evidenziano un aumento continuo e sostenuto della produttività. Il suo ritmo è misurato dalle variazioni annue del PIL (somma del flusso complessivo di materie prime, di beni e servizi prodotti in un anno, ovvero la differenza tra il valore finale di questi beni e servizi e il valore delle materie prime, beni prodotti e servizi necessari alla produzione).
Valore Produzione = Reddito Nazionale. Tuttavia, la crescita di un Paese deve essere misurata anche in relazione a fattori demografici: in quest’ottica risulta molto utile servirsi del PIL pro capite.
Ogni Paese nella storia ha avuto un diverso ritmo di crescita: alcuni sono stati leader, alcuni inseguitori o ritardatari. Perciò si fa di solito riferimento ai concetti di forging ahead (accelerazione), catching-up (recupero) e falling behind (ritardo).
Ad esempio, l'Inghilterra è stata leader già dal 1820, ma nel giro di neanche un secolo l'inseguitrice USA aveva già raggiunto il più alto Reddito Pro Capite del mondo. Germania, Francia, Italia e Giappone invece vivono l'epoca d'oro del capitalismo europeo e nipponico tra il 1950 e il 1973 (anni in cui superano UK e riducono sensibilmente il gap con gli USA). Il gran numero di paesi che stanno riducendo il divario con quelli più avanzati ha portato gli economisti a parlare di convergenza: ciò dipende dal fatto che l'adozione delle tecnologie più avanzate, tipiche delle economie più sviluppate, ha consentito a quelle relativamente arretrate di compiere rapidamente il salto verso la modernizzazione, aumentando a gran velocità il livello di produttività e, di conseguenza, il reddito.
I motori della crescita
- Aumento nell'utilizzo dei fattori di produzione (terra, lavoro, capitale);
- Miglioramenti nell’efficienza con cui i fattori sono combinati nel processo produttivo.
Nel primo caso l’esistenza di rendimenti decrescenti farà rallentare la crescita fino ad annullarla: l’unico modo di evitare questo risultato è introdurre cambiamenti tecnici e organizzativi che consentano di combinare più efficacemente i fattori di produzione.
Fattori Schumpeteriani della Crescita: progresso tecnologico e investimenti in capitale fisico.
Progresso tecnologico
Applicazione di nuove conoscenze scientifiche e tecniche alla produzione per migliorare l’efficienza dei processi produttivi e la qualità dei beni. Lo sviluppo economico moderno consiste appunto in un flusso incessante di innovazioni tecnologiche che arginano il rischio di incorrere in una decrescita. Il progresso tecnologico permette la riduzione dei costi, l’invenzione di nuovi prodotti che migliorano il benessere umano ma comprende anche innovazioni organizzative.
Macroinvenzioni
Innovazioni che segnano una netta discontinuità nella direzione del progresso tecnico, aprendo la strada a nuovi filoni tecnologici (es. macchina a vapore, ovvero una “tecnologia di portata generale” suscettibile di applicazione nei campi più differenti e caratterizzata da molteplici opportunità di sviluppo).
Microinvenzioni
Prevalenti rispetto alle macroinvenzioni, se ne parla a proposito di successivi miglioramenti realizzati all’interno di una medesima traiettoria tecnologica (es. incrementi di efficienza delle caldaie che ne consentirono l’utilizzo economico e la diffusione).
Investimenti in capitale fisico
L’espansione degli investimenti è l’incremento di beni capitale e l’acquisto di risorse destinate ad essere impiegate nel processo di produzione. La costante “accumulazione di capitale” è destinata ad aumentare la capacità produttiva dell’economia. Si dividono in capitale fisso e scorte. Le decisioni di investimento dipendono dai profitti attesi e sono influenzate dalla capacità di finanziamento delle imprese e dal costo dell’indebitamento.
Investimenti in capitale fisico, investimenti in capitale umano, attività di R&S e progresso tecnico sono parte integrante delle teorie sulla crescita, ma spiegano solo una parte degli aumenti di Reddito Pro Capite. La parte maggioritaria della crescita trova invece spiegazione in un fattore definito “produttività totale dei fattori” (PTF), che indica il livello di efficienza con cui i fattori di produzione vengono combinati. Gli economisti definiscono il progresso tecnico un fattore “endogeno” poiché è il prodotto degli investimenti effettuati in R&S.
Capacità sociali (social capabilities)
Quadro legale, istituzionale e sociale nel quale si svolge l’attività economica. Include il capitale umano, i valori tipici della cultura di un popolo, le caratteristiche delle istituzioni politiche, economiche e sociali di un paese.
Capitale umano
Il “livello di istruzione” (inteso come alfabetizzazione = pop.alfab./pop.tot. o scolarizzazione = anni spesi in media dalla popolazione per la formazione scolastica) è l’indicatore più attendibile delle capacità sociali di una nazione, in quanto capace di potenziare le sue capacità produttive, tecnologiche e organizzative. Nonostante i risultati empirici sulla validità di questi indicatori siano stati contraddittori, gli storici concordano che l’istruzione sia un prerequisito necessario allo sviluppo economico moderno.
L’analisi resterebbe incompleta se non prendessimo in considerazione l’allargamento dei mercati reso possibile dall’intensificazione degli scambi sia all’interno di singole nazioni che a livello internazionale.
Fattori smithiani della crescita: divisione del lavoro e allargamento dei mercati. L’idea del commercio come motore della crescita si basa sull’idea di un circolo vizioso che associa all’ampliamento dei mercati l’ampliamento delle dimensioni d’impresa e, quindi, il conseguimento di economie di scala (o rendimenti di scala decrescenti). Ciò significa che i costi medi di produzione sostenuti dall’impresa nel lungo periodo diminuiscono al crescere del volume del prodotto consentendo l’aumento sia dell’efficienza che della produttività.
L’esperienza storica considera però il commercio più che un motore un servo della crescita, e sembra addirittura probabile che sia proprio la crescita ad essere motore del commercio.
Crescita e trasformazioni strutturali
Nei paesi occidentali la costante ascesa del PIL è stata resa possibile dalla profonda trasformazione delle caratteristiche strutturali dell’economia dovuta alla spinta del processo di industrializzazione. Dopo il 1945 prevale l’idea per cui la prima fase di sviluppo di una nazione può dare indicazioni sulle politiche utili a far perdurare tale crescita.
Rostow e Gershenkron: fondatori della storiografia dello sviluppo
Rostow: Il passaggio da società arretrate a società industriali era segnato da un decollo (take-off), un breve periodo nel quale il forte aumento di investimenti nel settore industriale provocava repentini mutamenti sia nella produzione che nella struttura del reddito.
Gershenkron: A determinare le caratteristiche dello sviluppo era il livello di arretratezza delle società tradizionali, ossia il divario che le separava in termini di reddito e tecnologia, dalle nazioni più avanzate. Il compito di promuovere l’introduzione di tecniche produttive e organizzative avanzate è in quest’ottica affidato ad “agenti istituzionali” (stato o istituzioni creditizie). Perciò l’industrializzazione doveva essere innescata da un grande salto (big spurt) tanto più dirompente quanto più grande l’arretratezza della nazione.
Rostow e Gershenkron sono influenzati dalla teoria del ciclo economico di Schumpeter.
Per il periodo 1850-1950 gli storici hanno osservato che tutte le economie occidentali hanno registrato un mutamento strutturale nella composizione dell’occupazione e del reddito, contrassegnato dal declino dell’incidenza del settore agricolo sul PIL e sull’occupazione e dal parallelo aumento del peso del secondario. Il secondo dopoguerra registra però un’inversione di tendenza: l’agricoltura aumenta più rapidamente dell’industria, cosicché non si può dire che lo sviluppo economico moderno sia esclusivamente caratterizzato da industrializzazione. È solo grazie ad una agricoltura più moderna e produttiva che le trasformazioni economiche e sociali legate all’industrializzazione non hanno incontrato limiti insuperabili.
L’agricoltura offre infatti tre contributi all’industrializzazione: crescita demografica elevata (contributo del prodotto, che sfama i nuovi nati), sostenimento della domanda di beni industriali (contributo di mercato, grazie all’aumento del reddito degli agricoltori), fornitura crescente all’industria di manodopera e forza lavoro (contributo di fattori). A sostenere l’industrializzazione sono anche le nuove attività nel settore terziario: trasporti, distribuzione commerciale, servizi bancari e finanziari e burocrazia pubblica legata all’ampliamento delle funzioni statali.
Battilossi - Lo sviluppo economico moderno come rivoluzione
Il superamento dei vincoli alla crescita
La rottura dei vincoli ambientali che hanno assoggettato lo sviluppo dell’umanità alla disponibilità della terra ha rappresentato una “seconda rivoluzione economica” (la prima è la nascita dell’agricoltura: società incentrata sulla prevalenza del settore primario, prevalenza di “autoconsumo”, produzione incentrata in poche grandi unità produttive, commercializzazione limitata all’ambito strettamente locale, distribuzione del reddito polarizzata tra una massa di contadini e una élite di aristocratici).
Legge di Engel
La quota della spesa per redditi alimentari sul totale del consumo rappresenta una funzione inversa del reddito: le spese per redditi alimentari assorbono la quasi totalità del reddito dei contadini mentre rappresentano solo una piccola parte della spesa degli aristocratici.
In ogni caso anche nella società tradizionale si possono osservare miglioramenti tecnologici come la rotazione triennale nelle coltivazioni, l’introduzione dell’aratro pesante, la diffusione dei mulini, i miglioramenti dei trasporti (che favorirono il graduale superamento dell’economia di autoconsumo). Il problema è che ci si trova comunque in una sorta di stagnazione economica che rende l’uomo totalmente dipendente dalla quantità di terra a disposizione essendo ancora impossibile lo sviluppo “intensivo”, ma allo stesso tempo anche impossibile quello “estensivo” (poiché le terre disponibili erano già coltivate). Si crearono anzi rendimenti decrescenti dovuti al sovraffollamento, all’eccessiva frammentazione dei terreni, al supersfruttamento dei suoli, all’aumento delle rendite da parte dei proprietari terrieri e al conseguente peggioramento delle condizioni contrattuali dei contadini. Secondo Malthus questo peggioramento delle condizioni economiche nel lungo periodo poteva essere fermato solo da un arresto (o drastico rallentamento) demografico.
Appendice - Modello di Malthus
Malthus profetizza la stazionarietà dell’economia proprio all’esplodere della rivoluzione industriale, denotando di aver commesso degli errori nella sua teoria. Egli nota che dal 10000 A.C. al 1800 D.C. la popolzione aumenta in modo più lento del previsto, cioè solo dello 0,05%. Nel rapporto tra PIL e popolazione (PIL Pro Capite) il denominatore aumenta quindi lentamente facendo quindi aumentare molto lentamente anche il numeratore.
Fertilità
- Regolata da istituzioni sociali (fattori esogeni extraeconomici):
- Età al matrimonio (dettata da norme sociali);
- Nascite extraconiugali;
- Pratiche contraccettive;
- Percentuale di donne sposate.
Mortalità
Numero di morti all’anno per 1000 abitanti.
1^ ipotesi del modello
Assumiamo che il tasso di fertilità sia una costante.
2^ ipotesi del modello
La mortalità varia in modo inversamente proporzionale a reddito, benessere, salario.
3^ ipotesi del modello
Il PIL è approssimativamente uguale al salario reale (W/P), idea più o meno valida per l’economia tradizionale.
Come si nota dal grafico si è assunto che le nascite (BIRTH) siano una costante e che la mortalità (DEATH) diminuisca al migliorare del reddito Pro Capite (si mangia di più e meglio, ci si può permettere più igiene e più sanità per tutti per sconfiggere le malattie).
(W/P)* (che troviamo sull’asse delle ascisse in quanto è stato ipotizzato uguale al PIL) rappresenta il salario di sussistenza, in corrispondenza del quale la popolazione non varia. A destra di questo punto infatti le nascite sono più alte delle morti, quindi la popolazione è in aumento; a sinistra accade l’inverso. Ma se si eccede (W/P)* i salari diminuiscono a causa dell’eccesso di offerta di lavoro tornando a (W/P)* e viceversa. Perciò secondo Malthus (W/P)* è un equilibrio STABILE chiamato salario di sussistenza di equilibrio.
N.B.: Di questo salario non sappiamo se sia alto o basso, sappiamo solo che garantisce equilibrio e stazionarietà, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla parola sussistenza: non è detto che sotto questo livello si muoia di fame.
N.B.2: Per ora non si parla né di tecnologia né di produttività: in questo mondo il salario si ricava solo demograficamente.
Tecnologia
Trovandoci ad analizzare un’epoca pre-industriale tralasciamo il capitale e ci focalizziamo sul lavoro, per cui indichiamo la tecnologia come Y=F(N), dove Y è l’output e N è il lavoro. Come si può notare dalla figura:
F’ > 0
F’’ < 0
Bisogna massimizzare il profitto -> max PY - wN (ovvero ricavi meno costi, non considerando il capitale l’unico costo è quello del lavoro) subject to Y = F(N) max PF(N) - wN FOC (First Order Condition) PF’N - w = 0
Cioè F’(N) = W/P ovvero Sal.Reale = Produttività Marginale
Ricorda: Rendimenti marginali decrescenti Da questi grafici si può notare come all’aumentare della popolazione le condizioni di vita peggiorino, infatti più lavoratori significa salari più bassi per tutti.
Chiusura del modello
Date le nascite fisse, l’andamento della mortalità, si determina un certo livello di salario che, data la tecnologia, determina il numero di individui che possono sopravvivere in questo sistema.
Popolazione stabile, tenore di vita stabile. Come si può dunque uscire dalla trappola malthusiana? Facciamo 3 ipotesi.
- HP1: Controllo delle nascite Quando riduco le nascite le morti eccedono le nascite, la popolazione diminuisce, l’offerta di lavoro diminuisce e i salari aumentano. I dati degli storici ci dicono però che la popolazione è aumentata insieme ai salari, quindi scartiamo questa ipotesi.
- HP2: Variazione della mortalità Abbiamo un nuovo equilibrio stabile, ma la storia ci dice che il REDDITO a un certo punto è aumentato continuamente, anche se, nonostante l’infelice aumento della mortalità ipotizzato in questi grafici il mondo sta meglio.
- HP3: Tecnologia (innovazione) La prima fase non è graduale ma è un salto, una discontinuità. In (W/P)’’ si muore di meno, la popolazione (a parità di sesso) cresce, ciò vuol dire maggior offerta di lavoro e minore salario fino al punto in cui (seconda fase) si ritorna in (W/P)’ (anche se il reddito di stazionarietà è disponibile per più persone). Sta di fatto che neanche in questo caso si riesce ad uscire dalla trappola malthusiana.
Soluzione: Il mondo esce dalla trappola malthusiana dunque grazie a continui shock tecnologici che danno vita alla rivoluzione industriale, con la quale la prima fase non si fermerà di più e l’economia farà “salti” continui.
Le fondamenta dell'”eccezionalismo” europeo
Gli storici hanno discusso a lungo alla ricerca delle cause dell’”eccezionalismo” europeo, ovvero delle caratteristiche peculiari della civiltà europea che l’hanno resa più adatta di altre a promuovere lo sviluppo economico moderno. Secondo Rostow la base sarebbe l’accumulo di conoscenze sperimentali scaturito dall’applicazione sistematica della scienza e della tecnologia ai problemi della produzione e del trasporto di beni. In questo senso lo sviluppo moderno è visto come inscindibilmente legato alla “rivoluzione scientifica”.
È fuori di dubbio che soltanto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento l’impiego sistematico della ricerca scientifica per finalità economiche, attraverso più stretti rapporti fra imprese e università e la creazione di laboratori di ricerca da parte delle grandi imprese, si è affermato su larga scala. Esso si è inoltre concentrato in pochi grandi paesi, come gli USA e la Germania, che da allora hanno mantenuto una posizione incontrastata di leadership tecnologica nei confronti del resto del mondo industrializzato. La fine del XIX secolo, con la diffusione della ricerca applicata ha in effetti segnato una svolta decisiva verso l’applicazione di criteri scientifici alla produzione di invenzioni e innovazioni. Da allora i legami organici tra ricerca scientifica e applicazioni industriali si sono consolidati.
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