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Storia economica

Prof. Claudio Besana

Secondo modulo

Introduzione alla storia economica

-> capp. 7-17

L’Italia economica (i primi 4 capitoli riassunti nella dispensa)

10/11/14 (Appunti di Gianlu)

Economia italiana tra 1620-1815

Si parte a studiarla dalla metà del 1500, in quanto ha una storia particolare: essa è relativamente una grande potenza economica durante l’età medievale (si vede dalla ricchezza artistica per esempio); questa ricchezza però si perde ad un certo punto, e viene ottenuta nuovamente. In questo recupero c’è anche il peso di questa tradizione, che rappresenta un vantaggio così come un freno verso l’apertura alle novità che stanno accadendo in Europa.

Nel 1559 avvenne la Pace di Cateau-Cambrésis, dopo la quale in Italia ci sarà un predominio spagnolo che durerà fino al 1713. Inizia però l’egemonia della corte di Vienna per tutto il 1700. Va poi ricordato il periodo napoleonico in Italia; poi il ritorno austriaco con la Restaurazione. Dal 1849 al 1859 viene poi preparata l’Italia Unita (dal punto di vista politico ed economico). Nel 1861 fu infine proclamato il Regno d’Italia, che porta un’unità alla penisola con il re Vittorio Emanuele II. Dopo la morte di Cavour governa la Destra Storica, ma nel frattempo avviene la terza guerra di indipendenza. Nel 1870 avviene la presa di Roma, con la quale la città diventa capitale del regno. Passiamo poi agli anni 90 dell’800.

La storia economica italiana è un po’ una storia dal centro alla periferia, perché ancora dopo la scoperta dell’America, l’Italia centro settentrionale è ancora una delle aree più ricche d’Europa. La penisola intanto è un’area economica integrata, poiché c’è un centro-nord molto agricolo accostato a forti attività manifatturiere e commerciali (interne ed internazionali). Il sud invece è fornitore di prodotti agricoli e semilavorati, che vengono poi lavorati al nord. Il centro-nord all’epoca era una delle zone più urbanizzate d’Europa. Al nord oltretutto vengono prodotti molti manufatti, tessuti di lana per il popolo comune, che vengono venduti anche all’estero in quantità significative; alcune città italiane fanno poi da intermediari tra il commercio orientale e occidentale. Questa forza lavorativa si traduce poi in forza finanziaria, tanto che alcune città italiane diventano veri e propri centri finanziari (come lo era Londra).

Ci sono però poi dei punti di debolezza. Proprio perché c’è un primato economico, la popolazione è cresciuta altrove, e l’Italia soffre di uno squilibrio tra numero di persone e risorse. Nel 1500 poi l’Italia non è forte per le novità che ha posto, ma la sua notorietà deriva dalla potenza che aveva precedentemente: il sistema è forte per tradizione, non per innovazione.

Nel corso del 1600 poi, la penisola italiana perde il proprio primato, in quanto ci sono una serie di fatti drammatici che colpiscono l’economia italiana e che impoveriscono il territorio. Esempi sono:

  • Il clima che da mite passa a molto freddo, e in questo modo si riduce la possibilità di mangiare, e questo genera carestie.
  • Ci sono poi anche le guerre che coinvolgono l’Italia (guerra dei trent’anni).
  • Le pestilenze (la più famosa quella del 1630).
  • La crisi dei commerci, in quanto l’asse dei commerci si sposta definitivamente sull’Atlantico, e i commerci non passano più per il Mediterraneo. Venezia è una di queste città che perde il proprio primato.
  • La crisi della manifattura urbana, in quanto le produzioni e le manifatture rurale, inizialmente situate dentro le città italiane (con alti costi), vengono battute da quelle delle campagne di altre parti d’Europa; è dunque il trionfo del mercante imprenditore. L’Italia diventa così importatore di manufatti. La produzione di lusso si sposta poi in Francia, e gli italiani cominciano a produrre filo da esportare all’estero.

La parola crisi vuol dire anche passaggio da un assetto economico ad un altro. Il sistema economico italiano si deve riconvertire, in che modo? Nasce infatti un nuovo equilibrio, equilibrio agricolo-commerciale: se prima l’agricoltura era prevalente ma supportata dalla finanza, ora l’agricoltura diventa il centro di tutte le attività accostata al commercio di prodotti agricoli (non più di prodotti finanziari). Il paese rompe poi la sua unità economica, e si divide in zone che hanno poco da scambiare tra loro in quanto hanno economie non complementari, e dunque cercano scambi fuori dalla penisola stessa (USA, Inghilterra, Svizzera, Spagna e Francia).

Vengono fatte delle riforme di tipologia commerciale (come una maggiore liberalizzazione dei commerci interni), e le più efficaci vengono fatte al centro-nord, e costituiscono un ulteriore elemento di distanza tra nord e sud Italia. Accade questo in quanto bisogna certificare chi possiede e chi non possiede.

14/11/14 L’Italia unita e il ventennio successivo

All’unità nazionale ci sono forti differenziazioni. La seta, ricchezza nazionale, è concentrata al nord. Ritardo non solo per il sud ma anche per il centro. Si unificano territori poco integrati economicamente tra loro. C’è una spaccatura netta tra le parti della penisola, una spaccatura tra parti molto fragili. L’invenzione dell’Italia unita si riferisce al fatto che l’Italia viene inventata dal nulla. Un’unificazione rapida e improvvisa, frutto di congiunture internazionali. L’illusione è che l’unione risolva i problemi ma in realtà questa porterà a delle grandi questioni dal punto di vista economico e finanziario.

C’è una certa continuità nella struttura piemontese e Cavouriana. La rete ferroviaria viene potenziata in modo significativo e comporta forti esborsi di finanza pubblica. La costruzione di ferrovie, inizialmente è affidata a società private che però hanno forti sovvenzionamenti. Non si può avere un regime differenziato. A tutto il regno si estendono le regole liberiste del regno piemontese. In segno di gratitudine si apre il mercato verso i francesi. C’è l’idea che il liberismo economico sia la via del progresso economico. Ci sono gli interessi dei commercianti che dominano. L’industria non regge la concorrenza internazionale, alcuni settori dell’agricoltura (vini meridionale) ne traggono vantaggi ma per il settore industriale il colpo è durissimo, le piccole industrie vengono danneggiate e ci si rende conto che il liberismo non porta grandi risultati. Con l’elezione della sinistra storica cadono i dogmi liberisti.

Altro problema sono le risorse finanziarie. Il paese spende circa 1 miliardo e incassa 500 milioni, le uscite sono il doppio delle entrate. Sistema fiscale da costruire perché ogni stato ha un suo sistema fiscale, le imposte vanno rese omogenee. Non c’è un catasto efficiente e ci vorranno anni per omogeneizzare il sistema fiscale e far crescere le entrate. Si spende poco per la scuola, non c’è un sistema sanitario; si spende molto per le opere pubbliche, per l’esercito e per la marina. Nasce così un nuovo regno con una massa di debiti consistente (3 milioni). Infatti, la prima operazione che viene fatta dallo stato italiano è quella di scrivere a libro i debiti dei vari stati, cioè vengono riconosciuti dal governo, soprattutto i debiti del Regno di Sardegna causati dalla guerra di indipendenza. L’82% di questo debito in essere è consolidato, cioè sono titoli che non hanno scadenza. In cinque anni il debito pubblico raddoppia. Lo stato paga molti interessi e ha sempre meno fiducia da parte degli operatori finanziari. Lo stato come operatore finanziario toglie liquidità dal mercato perché vende titoli.

Per alcuni anni circolano le monete dei vari stati che hanno valore intrinseco. Nasce poi la lira italiana e nasce il problema del conio; si sceglie il modello francese: monete d’oro e argento (rapporto 1:16). Per la moneta cartacea Cavour propone il modello inglese: un’unica banca di emissione. Ma nelle altre capitali degli antichi stati ci sono altre banche e questo modello non viene adottato. Ci sono 5 banche nazionali: Banca di Sardegna che diverrà Banca Nazionale nel Regno d’Italia, Banco di Napoli, Banco di Sicilia e due banche fiorentine; tre sono spa che hanno diritto di emissione mentre il banco di Napoli e quello di Sicilia sono enti (corpi morali) che esercitano credito con fine benefico. Importante è dare valore legale alla moneta; c’è un corso legale della moneta a piena convertibilità. Nella primavera del 1866 l’Italia vorrebbe approfittare della tensione tra Prussia e Austria, facendo arrabbiare i francesi. C’è timore che l’Italia non paghi più i debiti entrando in guerra e si scatena il panico finanziario: tutti vendono i titoli e le quotazioni crollano. Il regno non può più emettere titoli di stato, la rendita scende a 36. Viene venduto demanio dello Stato e acquisiti beni della Chiesa ma è un processo lungo. Il governo chiede alle banche di prestare denaro ma queste non sono in grado di emetterlo in regime di convertibilità e così nel 1866 viene adottato il corso forzoso, non si può convertire la moneta in oro e argento. Con questa operazione la falla viene bloccata, lo stato ha risolto il problema stampando moneta.

Lo stato per riacquistare credibilità deve risanare le finanze e aumenta la tassazione, un riequilibrio delle finanze e nel 1875 si otterrà il pareggio del bilancio. Verrà introdotta la tassa sul macinato. Questa pressione fiscale forte produce meno investimenti dei ricchi e meno spesa dei poveri, il risanamento finanziario ha una ricaduta pesante sulla domanda interna. Nasce un’altra banca di emissione, la Banca Romana. Le banche di emissione sono anche banche ordinarie e c’è il rischio che stampino per loro affari ma la legge stabiliva che la banca doveva rispettare il rapporto 1:3 tra banconota e riserve auree.

La realtà economica dopo 10/15 anni dopo l’unità. L’Italia è un paese agricolo, si espandono le colture arboree. Per quanto riguarda il settore secondario, gli anni Sessanta sono difficili ma negli anni Settanta si espande l’industria della lana, del cotone. Anche qualche novità in campo meccanico, nasce la Pirelli. Gli anni Ottanta rappresentano un momento di grande svolta, arriva la grande crisi internazionale agraria: l’arrivo dei prodotti agricoli dalle Americhe abbatte i prezzi di quelli europei, con una caduta del 30%, forte crisi dell’agricoltura. Il settore tessile si rafforza, soprattutto nel settore del cotone. Nel campo meccanico e siderurgico interviene fortemente lo stato; entriamo nella Triplice alleanza e questo implica rafforzare l’esercito. Breda impianta le acciaierie di Terni e fa accordi con lo stato. Nasce un’attività siderurgica che vive in misura della spesa dello stato. Crescono le richieste di protezione doganale per reggere la concorrenza straniera. Lo stato riprende la spesa pubblica e nascono nuovi problemi del bilancio. Viene abolito il corso forzoso e si ottiene credito dall’estero, si ritorna ad un’ortodossia finanziaria. C’è più denaro per le attività economiche. Crescono le città e gli affari degli immobili sono lucrativi e si innescano processi speculativi. In questi processi entrano le banche locali ma anche le banche di emissioni quali la Banca Romana.

Nel 1887 è in scadenza un accordo doganale con la Francia, il governo stabilisce dei dazi più alti, si scatena una guerra doganale con la Francia; questa produce una riduzione della metà delle esportazioni italiane in alcuni settori quali agricoltura meridionale e seta. Ha effetti strutturali perché manda in crisi il settore agricolo. Negli anni Novanta crisi nel commercio estero, soprattutto con la Francia; il capitale disponibile si riduce; esplode la bolla immobiliare, i prezzi delle case e dei terreni crollano; forti disoccupazioni del settori edilizio, fallimenti delle società di costruzioni e alcune banche falliscono. La Banca Romana nei primi anni Novanta è praticamente fallita ed esplode lo scandalo (questa stampa due biglietti per un numero di serie) e c’è il rischio di una crisi generale. Ci si salva perché nel 1893 cambia la legge sull’emissione e viene fondata la Banca d’Italia, fondendo la Banca Nazionale e le due banche toscane. La Banca Romana viene liquidata dalla Banca d’Italia ottenendo in cambio il servizio di tesoreria dello stato. Si va verso un’unica banca di emissione che emette moneta.

Anni in cui si moltiplicano gli scioperi, gli interventi repressivi. La tensione sociale è alle stelle, alcuni chiedono di abolire lo statuto e impostare un regime dittatoriale. Anni in cui diventa di massa il fenomeno dell’emigrazione extraeuropea dal Veneto e dal Sud.

Il primo avvio dell’industrializzazione italiana alle soglie del XX secolo

Aumento della capacità produttiva in diversi settori industriali che è irreversibile. Cresce nel settori tessili, siderurgia, agroalimentare, chimica. La potenza installata è cresciuta in modo significativo. Cambiano le importazioni, da manufatti a materie prime (carbone). Si sviluppa il settore elettrico dall’energia idrica nelle aree settentrionali soprattutto. Aumenta il divario tra le realtà regionali. Industrializzazione su dei settori già maturi. Si entra anche in settori nuovi, di punta: meccanico, gomma, elettricità. Il primo censimento industriale nel 1911 mostra una forte concentrazione di imprese nel nord-ovest (Triangolo industriale). Lungo il Tirreno c’è una certa dinamicità, in Toscana e in Campania.

L’agricoltura rimane il settore principale; settore fortemente individualista, e si inizia ad apprezzare la cooperazione. Si mettono in piedi consorzi agrari. Settore protetto da alte barriere doganali e si affermano settori in precedenza trascurati (barbabietola da zucchero) e cresce la presenza di prodotti italiani su mercati esteri (agrumi, formaggi). Si rinnovano problemi in settori decisivi (vino e seta) per malattie e per problemi di mercato. L’agricoltura cresce fino ad un certo punto e si importa grano e carne perché aumentano i consumi.

Cambia la composizione merceologica delle importazioni e delle esportazioni. Si importano macchinari e si esportano cotone. L’industrializzazione e i limiti delle nostre esportazioni portano ad un peggioramento dei conti con l’estero. Deficit dopo il 1906 della bilancia commerciale. La bilancia dei pagamenti resta attiva fino al 1907 e poi compensa il deficit crescente della bilancia commerciale. Perché gli emigrati portano soldi e mettono in equilibrio la bilancia dei pagamenti; le regioni povere contribuiscono allo sviluppo delle regioni ricche. Senza rimesse degli emigrati ci sarebbero stati danni per l’industrializzazione, la lira è stabile. L’industria che cresce li trova nell’autofinanziamento, non nella borsa. Cresce la borsa di Milano rispetto a quella di Genova ma verso il 1907 c’è un crollo e la borsa va in stand-by. In età giolittiana molto importante è il ruolo della banca nel sostegno al cambiamento. Banche miste in Italia: Commerciale, Credito, Banco di Roma, Società bancaria italiana; come in Germania sono disponibili a dare credito al settore industriale in crescita. Un capitalismo di piccole imprese, familiare. Quando diventerà grande sarà un capitalismo banco centrico come la Germania.

Lo stato in questa fase espansiva. Dal 1898 al 1912 il bilancio è in attivo, perché vengono congelate le spese militari, le tasse sono maggiori. Nel 1912 l’impresa in Libia porta in negativo i conti dello Stato. Nel 1906 vengono ritirati i titoli intorno al 5% e cambiati al 3% (conversione della rendita italiana), emette titoli di interesse più basso e anche gli operatori economici pagano meno interessi. A fine dell’800 il rapporto debito/pil superiore al 100% mentre nel 1913 al 71%

17/11/14 (Appunti Gianlu)

Età Giolittiana e crisi

Dal punto di vista del finanziamento la borsa ha una fiammata, ma le banche assumono un ruolo importante: le banche si strutturano sul modello tedesco delle Banche Miste. Le più importanti sono la Banca Commerciale, la Banca di Credito, il Banco di Roma, la Banca d’Italia (sembra essere la testa dell’intero sistema bancario = banca delle banche ed unico istituto di emissione). Lo stato si muove anche in altre direzioni per lo sviluppo industriale —> Politica Commerciale: protezione a sostegno dei sistemi industriali che si stanno sviluppando. Nel concreto ci si accorge che nel rinnovo di accordi diplomatici, l’interesse prevalente non è per l’industria, ma ancora per il settore agricolo. Le spese militari non aumentano. Questo è il primo periodo del Boom Economico, che porta ad un eccezionale incremento delle industrie, specialmente al Nord Italia. Il settore più sviluppato è la siderurgia, poi la meccanica, l’industria saccarifera, l’industria chimica, l’industria elettrica; alcune compagnie private vengono poi statalizzate, come le compagnie telefoniche e le ferrovie. Proprio perché lo stato ha più soldi a disposizione, esso riprende un forte impegno sulla realizzazione di opere pubbliche, in particolare per le ferrovie: in Italia nascono prima dello sviluppo industriale ed hanno un ordinamento che muta nel tempo (passano dalle mani dei privati alle mani dello stato per tornare poi in mano ai privati). Le ferrovie erano il sistema più veloce di comunicazione, e si utilizzavano così anche per spostare i militari: in questo modo quando c’era troppo casino gli operai...

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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