Introduzione alla storia economica mondiale – Capitolo 1
I rapporti produzione popolazione prima della rivoluzione industriale
Tutte le economie agrarie sono dominate dalla scarsità, profondamente eterogenee ma allo stesso tempo capaci di generare crescita. La scarsità è il risultato della crescita della popolazione, che costringe l’uomo a trasformarsi in produttore, sforzandosi di migliorare la riproduzione di determinati alimenti per mezzo del lavoro. A partire dalla rivoluzione agraria della preistoria o rivoluzione neolitica, le innovazioni tecnologiche e il progresso della società agraria continuarono a intensificarsi nei secoli. L'agricoltura è stata l’attività economica fondamentale in tutti i paesi come minimo fino alla fine del XIX secolo e continua ad esserlo ancora oggi in molte occasioni del nostro tempo.
La scarsità non era dovuta solo all’incapacità di produrre di più, ma anche a causa di una classe dirigente che non solo viveva del lavoro altrui, ma spesso si appropriava di una parte importante della produzione. Le società in cui si verificava questo tipo di situazioni si dividono in società tributarie, società schiavistiche e feudali.
- Società tributarie: La maggior parte della popolazione è tenuta a pagare determinate quantità (di moneta o di beni) ai dirigenti e ai templi.
- Società schiavistiche: La diseguaglianza arriva al possesso di alcuni uomini, gli schiavi, da parte di altri uomini, i padroni. Questo tipo di società, tipiche del mondo antico (Roma, Egitto e Grecia) non poterono resistere dopo la caduta dell’impero romano.
- Società feudali: La diseguaglianza e lo sfruttamento si producono per il dominio che i signori esercitano contemporaneamente sia sulla terra che sugli uomini, generando la cosiddetta rendita feudale.
Il modello demografico antico corrisponde all’insieme delle società preindustriali. Le sue caratteristiche sono: tassi di natalità alti (35/40 per mille), tassi di mortalità ugualmente alti e una speranza di vita alla nascita bassa: 25 anni. La mortalità era in gran parte mortalità infantile. La mortalità era inoltre molto irregolare, con frequenti punte di mortalità straordinaria a causa di epidemie, fame e guerre. Il risultato era una crescita demografica a dente di sega. Nelle società preindustriali il controllo volontario delle gravidanze era poco utilizzato, il numero delle nascite dipendeva da fattori culturali e a volte da fattori economici. A sua volta, il numero dei morti dipendeva da fattori aleatori (malattie, guerre, disastri naturali) ed anche da fattori economici.
La limitazione alla crescita della popolazione dovuta alla carenza di alimenti fu inquadrata molto bene da un autore inglese del XVII secolo, Thomas R. Malthus nel "Saggio sulla popolazione" (1798). La sua idea fondamentale era che la popolazione di una determinata area fosse limitata dalla quantità di alimenti di cui si può disporre, questo limite è rappresentato dal cosiddetto tetto malthusiano. Alla visione di Malthus furono mosse principalmente due critiche:
- Le crisi demografiche si manifestarono molto prima dell’arrivare al tetto teorico malthusiano a causa della diseguale ripartizione del reddito.
- Malthus non si accorse che le rivoluzioni agraria e industriale stavano aumentando i mezzi di sussistenza disponibili.
La teoria di Malthus però aveva un altro aspetto: secondo il suo pensiero le società umane tendono a raggiungere il tetto malthusiano, ma non lo raggiungono perché, quando vi si avvicinano, intervengono una serie di controlli o freni che decelerano la crescita della popolazione e temporaneamente possono anche determinare una diminuzione dalla popolazione in senso assoluto. I due freni o controlli descritti da Malthus sono:
- Freni compulsivi: Funzionano automaticamente; l’alimentazione insufficiente priva il corpo delle difese di fronte alle malattie e aumenta la mortalità.
- Freni preventivi: Riduce e può fermare la crescita della popolazione mediante la diminuzione del tasso di natalità, attraverso strumenti quali il ritardo dell’età del matrimonio o la singletudine definitiva. Una forma tragica di freno preventivo era l’infanticidio, usata soprattutto nelle società dell’Asia orientale.
Dal momento che i freni preventivi intervenivano prima di quelli compulsivi, la crescita della popolazione si arrestava molto prima di raggiungere il tetto malthusiano.
Come qualsiasi processo produttivo, l’agricoltura dipende dalla dotazione dei fattori di produzione e dalle tecniche disponibili. Per tutto il periodo preindustriale il capitale impiegato nell’agricoltura era scarso e variava molto lentamente. Di conseguenza, il fattore capitale, anche se non era del tutto assente, ricopriva un ruolo marginale nelle economie agrarie preindustriali. La principale differenza tra l’agricoltura tradizionale e l’agricoltura moderna è l’utilizzazione massiccia del capitale.
Dalla rivoluzione agraria della preistoria fin quasi al VIII e IX secolo in Europa, l’agricoltura si concentrava intorno al Mediterraneo, più a nord predominavano i boschi e gli allevamenti (integrati dall’agricoltura itinerante). L’aumento della popolazione provocò un duplice effetto: da un lato l’emigrazione verso sud e dall’altro il passaggio da un’agricoltura di tipo itinerante ad una coltivazione in campi permanenti. Questo passaggio fu favorito dall’innovazione di uno strumento molto semplice ma altrettanto utile quale l’aratro a ruote, affiancato da altre tre innovazioni: il collare per i cavalli, la ferratura e il mulino idraulico. Queste innovazioni contribuirono anche ad ampliare la superficie coltivata e all’occupazione di nuove regioni.
Si trattava di economie chiuse, che dovevano produrre periodicamente tutto quello di cui potessero necessitare per la sussistenza. Il principale problema era la concorrenza tra l’agricoltura e l’allevamento. La principale differenza risiedeva nell’organizzazione dell’agricoltura; nell’agricoltura mediterranea la terra era coltivata dal singolo contadino, la concorrenza tra agricoltura e allevamento era gestita attraverso la transumanza. Nell’agricoltura del nord, l’organizzazione del lavoro agricolo era comunitaria.
In tutta Europa però l’agricoltura tradizionale era poco produttiva: la necessità di ottenere localmente tutti i prodotti di prima necessità, la povertà degli strumenti e la scarsità dei fertilizzanti facevano si che sia i rendimenti che la produttività fossero bassi e molto irregolari. A causa di questa scarsa produttività e soprattutto per le esazioni, la maggior parte dei contadini era molto povera.
Il feudalesimo è il sistema politico, sociale ed economico predominante in Europa dal XI secolo fino alla formazione delle società industriali. Le sue caratteristiche principali erano:
- Dal punto di vista politico, l’appropriazione e privatizzazione del potere pubblico e delle sue entrate da parte dei detentori delle cariche pubbliche, delle istituzione ecclesiastiche e dei grandi proprietari.
- Dal punto di vista giuridico, la norma principale è la diseguaglianza legale.
- Dal punto di vista economico, i signori mantengono diritti sulla terra della signoria.
I signori feudali imponevano ai contadini una serie di prestazioni di lavori e di pagamenti in denaro o in natura, l’insieme dei quali costituiva la rendita feudale. La rendita feudale permetteva al signore di appropriarsi di una parte della produzione e del lavoro dei contadini: questi dovevano consegnare una quota (fissa o proporzionale) del raccolto (censo) e piccole quantità di denaro. Un’altra imposizione feudale era la decima, teoricamente un decimo del raccolto destinato a mantenere la chiesa ma che nella pratica il più delle volte era incassata dai signori feudali.
Nell’Europa occidentale si manifestò la tendenza a sostituire le prestazioni in lavoro e la consegna di una parte del raccolto con pagamenti fissi in moneta (monetizzazione della rendita) questa evoluzione portò in alcuni casi al fondo enfiteutico con cui il signore feudale manteneva il possesso della terra lasciando piena libertà al contadino che doveva solo corrispondere delle quote in moneta. Con il diffondersi di queste pratiche (differenziazione del mondo contadino), alcuni agricoltori disponevano di terre che non potevano coltivare e che quindi le cedevano, in altri casi i signori cedevano a loro volta i terreni o ne riacquistavano la proprietà.
Qualunque sia l’origine, la cessione temporanea della terra si può fare in affitto o colonia. L’affitto è un contratto a breve o medio termine, con il quale l’affittuario a fronte del pagamento della quantità di denaro convenuta, ottiene i diritti di uso della terra per il periodo pattuito. La colonia in teoria è una società temporanea tra il proprietario e il coltivatore, con il quale il primo apportava la terra e parte del capitale, il colono apportava lavoro e l’altra parte del capitale. (Quando la colonia obbliga a risiedere nel podere e a dedicarvi tutta la forza lavoro della famiglia il contratto prende il nome di mezzadria).
La rendita della terra non sostituiva la rendita feudale, ma la integrava. La rendita feudale era da preferire quando c’era più terra da coltivare mentre la rendita della terra era preferibile quando l’offerta di lavoro eccedeva quella di terra.
Nell’Europa orientale, il feudalesimo mantenne gran parte delle caratteristiche originarie; nell’età moderna la domanda di cereali favorì il rafforzamento del potere feudale. Nell’Europa occidentale la situazione più frequente fu la ripartizione dei diritti di sfruttamento della terra tra il signore e il possessore. Oltre agli esborsi a fronte delle rendite feudali o della terra, la classe contadina era soggetta al pagamento delle tasse locali e dell’imposta monarchica che diventerà sempre più importante a partire dal XIV secolo.
Le economie agrarie preindustriali erano incapaci di generare uno sviluppo autosostenuto. Infatti, l’aumento della popolazione, in un primo momento era un fattore di incremento della produttività, ma a lungo termine la riduceva. Il risultato fu un alternarsi di fasi di espansione e di recessione parallele e correlate con i cicli di crescita e di stagnazione dalla popolazione. Solo la rivoluzione agraria inglese permetterà uno sviluppo autosostenuto, le cui basi furono il miglioramento degli attrezzi e delle conoscenze.
La logica di fondo della crescita agraria preindustriale consistette nell’assicurare l’alimentazione delle famiglia nel corso dell’anno e destinare la terra e il lavoro in eccesso alla produzione di prodotti commercializzabili.
L’introduzione di nuove coltivazioni ha due momenti salienti:
- Nel Medioevo si trattò di piante provenienti dall’Oriente.
- Nell’età moderna si trattò soprattutto di piante provenienti dall’America.
La rivoluzione agraria si basò su cambiamenti tecnici, ma comportò anche trasformazioni importanti nelle strutture della proprietà. Il processo iniziò nei Paesi Bassi sul finire del Medioevo e culminò in Gran Bretagna nel XVII secolo. La rivoluzione agraria consiste nella specializzazione e nell’intensificazione dell’uso dei fattori produttivi (terra, lavoro e capitale). La grande innovazione concettuale fu che il concime venne utilizzato per migliorare la fertilità della terra e pertanto le sue rese (risolvendo la concorrenza tra agricoltura e allevamento).
L’inizio del cambiamento si manifestò lentamente nei Paesi Bassi con l’utilizzo del maggese per coltivare leguminose o pascoli artificiali. Lo sfruttamento del maggese comportò l’incremento delle terre coltivabili senza aumentare quelle possedute, richiedeva però un maggior impiego di capitale e di lavoro. Le innovazioni olandesi furono ben presto imitate e migliorate in Inghilterra: all’incremento delle rese si aggiunse l’aumento della produttività applicando il modello olandese in aziende agricole molto più grandi e con maggior apporto di capitale.
Le innovazioni principali della rivoluzione agraria furono:
- L’introduzione di rotazioni delle coltivazioni, con l’inclusione di leguminose e foraggi, che incorporano azoto nella terra, migliorandone la fertilità e permettendo la diminuzione del maggese.
- La selezione delle sementi e di animali da riproduzione.
- L’investimento di capitali nelle migliorie dei campi.
- La preoccupazione per il progresso agrario.
Una delle principali innovazioni fu però la maggior flessibilità nell’uso della terra. Il risultato di tutte le innovazioni fu il progressivo abbandono di un’agricoltura di autoconsumo, con un’agricoltura per il mercato, che si specializza nei prodotti che possono offrire maggiori profitti in ogni momento.
Il processo britannico fu molto complesso e combinò cambiamenti tecnici con quelli strutturali rappresentati dal processo di enclosure (chiusura delle terre), in contrapposizione all’anteriore agricoltura dei campi aperti (open fields). Fu un processo molto lungo, che cominciò dopo la Peste Nera e non terminò fino al XIX secolo. Il processo di enclosure era preferito quando l’investimento sarebbe stato più redditizio delle forme alternative di impiego di capitale, facilitava inoltre l’introduzione di nuove innovazioni ma pregiudicava gran parte del mondo contadino.
Le trasformazioni agrarie provocarono un forte incremento delle produzione per l’aumento della superficie coltivata determinato dalla messa a cultura di parte delle terre comuni e dalla diminuzione del maggese. Le innovazioni tecniche e i processi di enclosure portarono l’agricoltura inglese ad essere la più avanzata dell’epoca.
L’economia urbana preindustriale – Capitolo 2
Le economie preindustriali erano società prevalentemente rurali, che avevano però anche attività nei settori secondario e terziario, radicati principalmente nelle città. L’instaurazione del feudalesimo avvenne parallelamente al recupero dell’attività urbana che era decaduta dopo la caduta dell’Impero romano. Il medioevo pertanto iniziò senza l’esistenza di vere e proprie città e con la quasi totale assenza di attività commerciali.
Verso l’anno 1000 si produsse in Europa la rinascita della vita urbana in una doppia direzione:
- Recupero delle attività nelle ex città dell’impero romano.
- Nascita di nuove città oltre le frontiere dell’impero.
La rinascita urbana fu un fattore determinante della crescita della popolazione e delle rese agrarie. Le città medioevali mantennero uno stretto legame con le campagne circostanti. Dal punto di vista demografico questo comportò che l’aumento della popolazione nelle città proveniva dalle campagne; dal punto di vista economico le città si alimentavano con le derrate che forniva la campagna, lavorava le materie prime che offriva il contado e pagava con la vendita di prodotti urbani al mondo rurale.
Quanto più era l’eccedenza della zona rurale tanto più nelle città si intensificava l’attività artigianale. Una maggiore produzione comportava anche un aumento della specializzazione. Di conseguenza le dimensioni delle città erano limitate dalla capacità produttiva delle campagne circostanti. Il punto di incontro tra l’economia urbana e quella rurale era il mercato.
Il commercio, anche quello a lunga distanza, non scomparve mai del tutto anche se era un commercio scarso, intermittente e dominato dall’offerta. Di fatto però risultava inesistente per la maggior parte della popolazione. Dipendeva soprattutto dai contatti con il mondo bizantino e mussulmano, da dove provenivano prodotti di lusso. La contropartita era generalmente rappresentata da metalli, pelli, schiavi o argento. Il commercio di questo periodo era comunque caro, pericoloso e limitato dalle capacità di carico nel commercio terrestre (quest’ultima difficoltà legata ai mezzi di trasporto verrà definitivamente superata con l’introduzione di nuovi mezzi di trasporto apportati dalla Rivoluzione industriale). Il commercio però era anche molto rischioso e caro nelle tratte via acqua.
La pericolosità del commercio era dovuta sia a pericoli naturali (tempeste, valanghe ecc.) sia a quelli aggiunti dall’uomo (piraterie e banditismo). La lentezza dei trasporti e il pericolo rendevano il commercio caro inoltre vi erano altre spese del viaggio come i pagamenti giustificabili e le imposte alle varie autorità locali. Nonostante le molte difficoltà, il commercio europeo sperimentò una grande crescita e importanti trasformazioni.
L’Europa dell’alto medioevo era molto arretrata rispetto al mondo bizantino, cinese e mussulmano. Le principali tratte commerciali passavano per il Mediterraneo e contemplavano uno scambio intraeuropeo di schiavi e panni delle Fiandre attraverso i porti italiani. Si costituì così l’asse Fiandre-Italia-Medio Oriente, a partire dal quale si organizzava tutto il commercio europeo. Già nel XII secolo, Genova era la potenza più importante, seguita da Venezia e Pisa, ma anche Firenze, Barcellona e la Città di Maiorca. Il commercio con l’Europa si spinse fino all’interno dell’Asia attraverso la “via della seta”.
L’Italia e le Fiandre rimasero i grandi centri commerciali durante tutto il Medioevo, ma dopo la peste nera apparvero nuovi centri. I principali furono...
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