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Appunti Storia dello Spettacolo del Mondo Antico

Appunti lezioni di Storia dello Spettacolo del Mondo antico. Il corso tratta della tragedia greca da Eschilo, fino alla Commedia greca e latina (Plauto, Seneca, Terenzio). Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Tosi.

Esame di Storia dello spettacolo nel mondo antico docente Prof. R. Tosi

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a.C. (è la tragedia euripidea più antica giunta a noi). La sua tetralogia tragica

comprendeva anche le tragedie Le Cretesi, Alcmeone a Psofide e Telefo. Di

solito, le tetralogie si concludevano con un dramma satiresco: in questo caso il

suo posto fu occupato da una tragedia a lieto fine come Alcesti. Alcuni critici,

spinti da questo particolare e da altri (ad esempio il tono un po' farsesco del

personaggio di Eracle) hanno ritenuto che l'opera non fosse affatto una

tragedia, ma un dramma satiresco. Altri, invece, hanno considerato il dramma

come una sorta di "fiaba", in quanto Apollo, già nel prologo, ne annuncia il lieto

fine.

Trama: prima parte: Nel prologo il dio Apollo narra di essere stato condannato

da Zeus a servire come schiavo nella casa di Admeto, re di Fere in Tessaglia,

per espiare la colpa di aver ucciso i Ciclopi. Grazie alla sua benevola

accoglienza, Apollo nutriva per Admeto un grande rispetto, tanto da esser

riuscito ad ottenere dalle Moire che l'amico potesse sfuggire alla morte, a

condizione che qualcuno si sacrificasse per lui. Nessuno, tuttavia, era disposto

a farlo, né gli amici, né gli anziani genitori: solo l'amata sposa Alcesti si era

detta pronta. Quando sulla scena arriva Thanatos, la Morte, Apollo tenta

inutilmente di evitare la morte della donna e si allontana, lasciando la casa

immersa in un silenzio angoscioso. Con l'ingresso del coro dei cittadini di Fere

si apre la tragedia vera e propria. Mentre i coreuti piangono per la sorte della

regina, una serva esce dal palazzo e annuncia che Alcesti è ormai pronta a

morire, anche se vinta dalla commozione per la sorte della sua famiglia. Grazie

all'aiuto di Admeto e dei figli, appare direttamente sulla scena per pronunciare

le sue ultime parole: saluta la luce del sole, compiange se stessa, accusa i

suoceri, che egoisticamente non hanno voluto sacrificarsi, e consola il marito.

Dopo essersi fatta promettere dal marito di non essere sostituita da un'altra

donna, Alcesti muore.

Seconda parte: Arriva sulla scena Eracle, intento in una delle dodici fatiche, per

chiedere ospitalità. Admeto lo accoglie con generosità, pur non nascondendogli

la propria afflizione, tanto da essere costretto a spiegargliene il motivo.

Racconta all'eroe che è morta una donna che viveva nella casa, ma non era

consanguinea, così da non metterlo a disagio, pur nascondendo in qualche

modo la verità dei fatti. Prima dei funerali sopraggiunge Ferete, padre di

Admeto, per portare in dono una veste funebre. A questo punto, il Coro esce di

scena (espediente prima di allora usato solo da Eschilo nell'Orestea), e si

conclude la sezione più propriamente "tragica" dell'opera; in quella successiva

il dramma si risolve positivamente. Entra in scena un servo che si lamenta del

comportamento di Eracle, il quale, senza riguardo per la situazione, si è perfino

ubriacato. Anche se gli era stato ordinato di non farlo, lo schiavo decide di

rivelare a Eracle la verità: la donna "non consanguinea" morta, in realtà, è la

moglie di Admeto. L'eroe, fortemente pentito, decide così di andare all'Ade per

riportarla in vita. Dopo il terzo stasimo, contenente un elogio di Admeto e

Alcesti, Eracle ritorna con una donna velata, fingendo di averla "vinta" a dei

giochi pubblici, per mettere alla prova la sua fedeltà. Admeto, inizialmente, ha

quasi orrore a toccarla, convinto che sia un'altra, e acconsente a guardarla

solo per compiacere il suo ospite. Tolto il velo, si scopre che la donna è Alcesti,

ora restituita all'affetto dei suoi cari. Eracle spiega che non le è consentito

parlare per tre giorni, il tempo necessario per essere "sconsacrata" agli inferi.

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Tematica: anche se in epoca moderna la tragedia è stata fatta simbolo del

sacrificio amoroso, Euripide aveva tutt’altra intenzione: l’autore, infatti, per

questa tragedia ha ripreso il motivo folclorico del combattimento dell’eroe

contro la morte e altre tematiche sociali più importanti del sacrificio amoroso.

Nella prima parte si riscontra il tema della MOIRE: Le tre Moire, assimilate

anche alle Parche romane e alle Norne norrene, sono figure appartenenti alla

mitologia greca. Il loro compito era tessere il filo del fato di ogni uomo,

svolgerlo ed infine reciderlo segnandone la morte. Ogni uomo, dunque, doveva

attenersi al volere della Moira: Alcesti sente che è suo dovere sacrificare la sua

vita per quella del marito. Nella mentalità greca ogni uomo era governato da

un elemento superiore, una vocazione, e nessun era in grado di sottrarsi alla

propria sorte: quando la Moira tagliava il filo non c’era più niente da fare. Il

sacrificio eroico di Alcesti, però, rende Admeto privo di Time, ovvero di

onorabilità. Timè (in greco antico: τιμή, timè) è una parola greca che sta ad

indicare la pubblica stima di una persona (l'onore). L'onore nel mondo classico

greco si riceve in base al proprio valore (ἀρετή aretè); un cittadino senza timè

è inferiore a un plebeo, perché l'onore indica "il nome, la filiazione, l'origine, la

condizione" nella società.

Nella seconda parte entra in scena Eracle, un personaggio che viene

interpretato attraverso varie sfaccettature: simbolo di virtù, civiltà e di forza,

ma possiede anche caratteristiche comiche, come l’amore per il cibo e il sesso.

In questa tragedia Eracle viene ripreso in chiave lussuriosa, inserendolo

perfettamente nel clima del dramma satiresco. Sulla scena non viene

rappresentata la lotta di Eracle contro la morte: Eracle torna sulla terra

riportando con sé una donna velata. Finale ambiguo: quasi tutte le

rappresentazioni moderne danno per scontato il fatto che la donna riportata da

Eracle sia Alcesti ma, in realtà, quella non potrà proferire parola per tre giorni

e, dunque, non c’è una certezza di tale ipotesi da parte sua. Euripide ha creato

un finale ambiguo che insinua il dubbio che la donna riportata in vita non sia

davvero Alcesti.

Innovazioni: Il prologo divino, il ruolo del Coro e l’espediente atipico della sua

uscita di scena, seguita da un secondo prologo, l’agone, il racconto del

messaggero, la morte in scena, la gestione degli spazi teatrali, degli attori e

delle comparse costituiscono una significativa campionatura dell’arte del

tragediografo, che reinterpreta in modo creativo le convenzioni del genere

tragico.

Alcesti nella storia. L’Alcesti andò in scena nel 438 a.C. nell’Atene di Pericle.

Era in corso una tregua trentennale con Sparta, negoziata nel 446/445. La lega

delio-attica andava trasformandosi in uno strumento di controllo imperialistico

e sempre più apertamente Atene imponeva alle città alleate vincoli e controlli

che le rendevano di fatto suddite e che innescarono ostilità crescenti. Le prime

rivolte scoppiarono nel 440: si ribellarono Samo, Bisanzio e alcune città della

Caria e della Licia. Le linee della politica estera aggressiva di Pericle erano

tracciate: nel 444 era stata fondata per sua iniziativa la colonia panellenica di

Turi, nel 437, l’anno successivo a quello della rappresentazione dell’Alcesti,

Atene fondò Anfipoli in Tracia, base strategica in prossimità delle miniere d’oro

Alceste

del Pangeo. è un'opera lirica di Christoph Willibald Gluck. Il libretto di

Ranieri de' Calzabigi, in lingua italiana, fu tratto dall'Alcesti di Euripide.

Seconda opera della riforma gluckiana dopo Orfeo ed Euridice, fu

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rappresentata per la prima volta senza successo al Burgtheater di Vienna il 26

dicembre 1767. Una versione più breve dell'opera, su libretto francese di Le

Bailly du Roullet, venne presentata all'Opéra di Parigi il 23 aprile 1776. Oggi

l'opera viene rappresentata nella versione rivisitata anche se spesso tradotta

in italiano. Entrambe le versioni sono in tre atti. Charles Perrault si affaccerà

dall’alto della modernità sul capolavoro di Euripide, sottoponendolo a severa

critica e prendendolo anzi come pietra di paragone per saggiare la differenza

tra antichità e modernità, a tutto vantaggio di quest’ultima. Siamo nel

Seicento, in piena polemica culturale fra “antichi” e “moderni”. Purtroppo ciò

che il letterato francese ha a portata di mano da opporre a Euripide, proprio

perché nel caso a lui ispirati, sono solo certi inizi del moderno melodramma.

Nel 1674, viene rappresentata a Parigi e poi a Versailles un’Alceste con musica

dell’oriundo italiano Jean-Baptiste Lully e libretto di Philippe Quinault,

riscotendo ampio successo e vivaci critiche. Subito dopo esce un’anonima

Critique de scritta da Perrault, in cui l’autore si applica a dimostrare la

superiorità della versione moderna sul modello euripideo. La replica risentita

dei classicisti arriverà l’anno dopo, presso lo stesso editore e nella persona del

tragediografo Jean Racine, nella sua Préface d’Iphigénie. Sappiamo che Racine

pensava a una sua versione dell’Alcesti, mai portata a termine.

MEDEA (431)- I fase

La tetralogia tragica di cui faceva parte comprendeva anche le tragedie

perdute Filottete e Ditti, ed il dramma satiresco I mietitori. Benché l'opera sia

considerata uno dei capolavori di Euripide, si classificò soltanto al terzo posto,

dietro un'opera di Sofocle, vincitore, e di Euforione (figlio di Eschilo).

Trama: Dopo aver aiutato il marito Giasone e gli Argonauti a conquistare il vello

d’oro, Medea si è trasferita a vivere a Corinto, insieme al consorte ed ai due

figli, abbandonando il padre per seguire il marito. Dopo alcuni anni però

Giasone decide di ripudiare Medea per sposare Glauce, la figlia di Creonte, re

di Corinto. La donna si lamenta col coro delle donne corinzie in modo disperato

e furioso, scagliando maledizioni sulla casa reale, tanto che il re Creonte,

sospettando una possibile vendetta, le intima di lasciare la città. Nascondendo

con abilità i propri sentimenti Medea resta ancora un giorno, che le servirà per

attuare il proprio piano. Giasone si reca da Medea, che gli rinfaccia tutta la sua

ipocrisia ma il marito sa opporre solo banali ragioni di convenienza. Di fronte

all'indifferenza dell’uomo Medea attua la sua vendetta: ottiene dal re di Atene

Egeo (di passaggio per Corinto) la promessa di ospitarla nella propria città,

offrendo di mettere al suo servizio le proprie arti magiche per dargli un figlio,

poi, fingendosi rassegnata, manda in dono alla futura sposa di Giasone una

ghirlanda e una veste avvelenata. La ragazza, indossatele, muore tra atroci

tormenti poiché la veste prende fuoco e la stessa sorte tocca a Creonte,

accorso per aiutarla. Tale scena è raccontata da un messaggero. A quel punto

Giasone accorre per salvare almeno la sua prole, ma appare Medea sul carro

alato del dio Sole, che gli mostra i cadaveri dei figli che ella ha ucciso,

privando così Giasone di una discendenza. Alla fine la donna vola verso Atene

lasciando il marito a maledirla, distrutto dal dolore. Intervento divino: Deus ex

Machina -> la tragedia si conclude con l’intervento divino, infatti Medea viene

caricata, insieme ai corpi dei figli, sul carro di Apollo, che la porterà verso

Atene. Molte delle tragedie di Euripide si risolvono tramite l’espediente

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dell’aiuto divino, cosa che non accadde mai in Eschilo e Sofocle, dove le

conclusioni sono sempre logiche e interne alla vicenda. L’introduzione del Deus

Ex Machina appare necessario poiché le tragedie di Euripide sono sempre

connotate da conflitti insolubili: solo un Dio può far scappare i protagonisti da

tali eventi drammatici. Attraverso tale espediente si comprende un’altra

credenza di Euripide, ovvero il fatto che la responsabilità umana non può nulla

contro la volontà degli Dei -> critica della religiosità tradizionale.

Tematica Sociale: Medea è la donna straniera che ha cambiato paese per

seguire il marito: a Corinto soffre di solitudine e incomprensione. In questa

tragedia viene messa in risalto la sottomissione della donna nella società

greca: Medea si trova in quella situazione in quanto donna che, senza uomo,

non può realizzarsi all’interno della società. La sfortuna di Medea è amplificata

dal fatto di essere una donna in terra straniera e sentirsi, dunque,

doppiamente emarginata: Medea si rivolge al coro, formato da donne

greche, per evidenziare la sua condizione tragica di esclusa. La tragedia si

svolge quasi interamente dal punto di vista della maga, che dialogo con i vari

personaggi in scena: Medea-Giasone; Medea-Egeo; Medea-Coro. Anche lei sarà

accolta ad Atene, che rimane anche in Euripide la patria degli stranieri (Edipo a

Colono)-> contrapposizione Atene e Sparta (Dori): Euripide porta avanti il

topos della città Aperta a tutti.

Il terzo elemento viene messo in risalto da Euripide attraverso il gioco di parole

(Dissoi Logoi)-> Secondo Euripide anche i piani divini possono essere

influenzati, e quindi gli dei stessi. I processi di agnizione sono sempre fortuiti; è

sempre grazie alla Tyche che avvengono. L'antitesi tyche-technè viene

trasformata in un rapporto complementare, dove la tyche è la buona sorte

nell'agnizione, mente la technè è l'intrigo, che richiede intraprendenza e

furbizia per assicurarsi la buona fortuna. La Tyche è un'agente, senza scopi,

che non è diretta da alcuna volontà divina. È una forza che contiene gli

elementi di un'improvvisa rivalsa, un improvviso cambiamento di sorte, ed è

per mano di Tyche che gli intrighi di ogni opera si svolgono. A livello

microtestuale vi sono, dunque, giochi di parole antitetici e complementari che

rispecchiano l’alternanza della buona sorte e della sventura(Tyche e Distyche,

Philia e Aphilia), mentre a livello macro testuale tale contrapposizione si nota

nei comportamenti altalenanti di Medea: la tragedia, infatti, alterna momenti di

estrema lucidità della protagonista, a momenti di follia, che la spingono ad

uccidere i suoi stesi figli. Nei momenti razionali progetta il suo folle piano di

vendetta, mentre nei momenti di irrazionalità si dispera per l’empio atto che

sta per compiere contro la sua stessa progenie. In Medea confluisce il vero

conflitto insanabile che si manifesta in tutta l’opera di Euripide: la lucidità è

visto come un momento negativo, in cui Medea architetta il suo folle piano,

mentre l’irrazionalità è associata ai buoni sentimenti materni-> questo è il

fascino della Medea di Euripide.

Euripide e Tucidide: Pur risultando eccessivo parlare di una dipendenza del

pensiero di Tucidide da quello dei sofisti, con questi egli ebbe in comune

l'intento paideutico indirizzato alla formazione dell'uomo politico: infatti a chi

governa sono necessari dei piani d'azione razionali e fondati sulla conoscenza

della realtà. Il più importante principio è la relatività della nozione di "giusto",

affermata dagli Ateniesi ai Meli che chiedono loro di essere ascoltati sul tema

della giustizia: "sappiamo, noi e voi, che nelle discussioni fra gli uomini ciò che

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è giusto funge da metro di giudizio solo se tra le parti vi è un uguale stato di

necessità, altrimenti i più potenti vanno avanti per quanto possano e i più

deboli cedono di altrettanto." Nel 332 vengono scoperta le prime nozioni di

sociologia e psicologia (Tucidide) che entrano nel teatro euripideo: in questo

caso gli elementi psicologici mettono in secondo piano gli elementi magici di

Medea-maga. È la prima volta nel teatro greco (almeno per le opere note) in

cui protagonista è la passione di una donna, una passione violenta e feroce

che rende Medea una donna debole e forte allo stesso tempo.

Personaggi secondari e Coro: la nutrice è un personaggio popolaresco che,

appunto, racchiude in sé il sapere popolare e istintivo: all’inizio della tragedia

sarà lei ad avvertire i figli di Medea di starle lontani. Il Coro, invece,

rappresenta da una parte un pubblico ideale, davanti al quale si svolge

l’azione drammatica: i personaggi, soprattutto Medea, ricercano

costantemente l’appoggio del Coro. Nella Medea di la funzione del coro

communis opinio

cambia: rappresenta la del popolo, solidale con la sventura di

Medea. La grandezza del personaggio sta proprio nell'essere assai complesso,

in una continua lotta tra la razionalità e le passioni.

Medea nella storia. Seneca: Contrariamente a quanto si usava nel dramma

antico, in cui i fatti luttuosi, anziché essere rappresentati, venivano narrati da

un nunzio, la tragedia di Seneca presenta l'uccisione dei figli da parte della

protagonista direttamente sulla scena.

Se l'introspezione fatta da Euripide aveva portato a capire le ragioni del

personaggio e del suo conflitto interiore, in Seneca Medea è condannata con

ferocia perché si è fatta guidare dalle passioni (polemica stoica). Nel prologo la

figura della protagonista è delineata non come una donna tradita e

abbandonata dallo sposo, quanto come una maga dal carattere demoniaco,

desiderosa di vendetta: ciò costituisce una tra le principali differenze con il

modello di Euripide. Diverso è anche l'atteggiamento di Giasone, il marito:

mentre in Euripide Giasone è convinto delle sue azioni e disprezza Medea

supplice (comportamento ammonito dal coro), in Seneca l'eroe appare

angosciato e costretto a prendere tale decisione per amore dei figli. Il coro in

questo caso approva la figura di Giasone e vede le sue nuove nozze come la

sua liberazione da Medea, per la quale non prova pietà. Pierre Corneille:

Medea è una tragedia in cinque atti, in versi; fu scritta nel 1635 ed è ispirata

alla tragedia Medea di Seneca; è la prima opera tragica dell'autore francese

che venne riprodotta nella Francia del Re Sole. Traduce in francese una celebre

frase di Euripide: “tu non sai che donna sono io e di cosa sono capace”.

Complessa trama amorosa che da ampio spazio agli elementi passionali. La

Medea di Luigi Cherubini, in tre atti, su libretto di François-Benoît Hoffmann

(e versione in italiano di Carlo Zangarini) ha una certa affinità con la versione

di Corneille. Rappresentata per la prima volta Parigi nel 1797 con successo. La

prima rappresentazione in Italia avvenne il 30 dicembre del 1909, al Teatro alla

Scala di Milano nella traduzione di Carlo Zangarini: cambiamento del Finale-> i

figli vengono uccisi da Medea prima che l’assassinio venga compiuto dai

Corinzi, stravolgimento del senso dell’opera. Norma è un'opera in due atti di

Vincenzo Bellini su libretto di Felice Romani. Nel 1831, fu data in prima

assoluta al Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre, inaugurando la stagione

di Carnevale e Quaresima 1832. L'opera, destinata a diventare la più popolare

tra le dieci composte da Bellini, andò incontro a un fiasco clamoroso. L'azione

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si svolge nelle Gallie, all'epoca della dominazione romana. Nell'antefatto la

sacerdotessa Norma, figlia del capo dei Druidi, è stata l'amante segreta del

proconsole Pollione, dal quale ha avuto due figli, custoditi dalla fedele Clotilde

all'insaputa di tutti. In questa opera Medea-Norma non uccide i figli: ella,

insieme a Pollione, si sacrifica per loro buttandosi in un rogo-> tragedia del

tutto diversa dalla concezione euripidea: idea risorgimentale del sentimento

amoroso che unisce tutti.

Tra le opere moderne, una versione interessante è quella di Corrado Alvaro,

nel 1949 nella sua Lunga notte di Medea, mette in evidenza la condizione di

Medea come di una donna estranea in una comunità chiusa, e di conseguenza

aggredita e discriminata. Da ricordare infine la Medea di Jean Anouilh (1946),

che riprende il mito banalizzandolo-> “coppia che scoppia”, storia di una

coppia borghese che si tradisce, cambia totalmente il senso e non si capisce

perché la protagonista alla fine uccida i figli. Medea è un film italiano del 1969,

diretto da Pier Paolo Pasolini, basato sull'omonima tragedia di Euripide e

interpretato da Maria Callas. La Medea di Pasolini è inserita in un mondo

arcaico del tutto particolare, filtrato dal punto di vista del regista. Il mondo

arcaico rappresentato da Pasolini è diverso dal mondo greco tradizionale, la

tragedia s’incentra sull’aporia di due universi distinti: quello di Medea,

irrazionale, che si apre con un sacrificio umano, e quello di Giasone, che

rappresenta il mondo razionale della Grecia classica.

IPPOLITO(428)- I fase

Ippolito è una tragedia di Euripide, rappresentata per la prima volta ad Atene,

alle Grandi Dionisie del 428 a.C., dove vinse il primo premio. Il suo titolo

completo è Ippolito coronato, per distinguerla da una precedente tragedia

euripidea (oggi perduta), l'Ippolito velato, di cui il Coronato è un rifacimento

(introduzione della nutrice come messaggera).

Trama. Ippolito, figlio di Teseo (Re di Atene) e della regina delle Amazzoni, è un

giovane che si dedica alla caccia e al culto di Artemide, trascurando tutto ciò

che riguarda la vita comunitaria e la sessualità, andando anzi orgoglioso della

propria verginità. Per tale motivo Afrodite decide di punirlo suscitando in Fedra

(seconda moglie di Teseo e quindi matrigna di Ippolito) un’insana passione per

il giovane. Questo sentimento fa apparire Fedra sconvolta e malata agli occhi

degli altri. Dietro le insistenze della Nutrice, Fedra è costretta a rivelare il suo

segreto. La Nutrice, tentando in buona fede di aiutare Fedra, lo rivela a

Ippolito, imponendogli il giuramento di non farne parola con nessuno. La

reazione del giovane è rabbiosa, al punto che Fedra, sentendosi umiliata,

decide di darsi la morte. Prima di impiccarsi lascia, per salvare il suo onore, un

biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata. Quando Teseo, tornato da

fuori città, scopre il cadavere della moglie e il biglietto, lancia un anatema

mortale nei confronti di Ippolito. Il giovane dice al re di non avere alcuna

responsabilità, ma non può raccontare l'intera storia perché vincolato dal

giuramento fatto alla Nutrice. Teseo non gli crede e lo bandisce da Atene.

Mentre Ippolito sta lasciando la città, la maledizione puntualmente si compie:

un toro mostruoso uscito dal mare fa imbizzarrire i cavalli, che fanno

schiantare il carro contro le rocce. Ippolito viene riportato agonizzante a Atene,

dove appare Artemide ex machina. La dea espone a Teseo la verità sui fatti,

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dimostrando quindi l'innocenza di Ippolito. Il re si rivolge allora al figlio,

ottenendone in punto di morte il perdono.

Tematiche. Il testo contiene anche un messaggio anti-socratico, in antitesi

rispetto all'intellettualismo etico propugnato da Socrate secondo cui chi

conosce il bene non può che farlo. Alla rivelazione di Fedra riguardo alla

propria passione illecita, la Nutrice osserva: «Anche le persone sagge e

virtuose, non per loro volere, ma amano il male». Euripide organizza attorno

all'eros un nucleo di esperienze e di forze psichiche per cui valgono norme

diverse da quelle razionali. Si riscontra di nuovo l’ideale che l’uomo non può

opporsi alle forza divine, il bene dell’uomo non può niente contro la volontà

degli Dei. Nella metà del V secolo si pongono seri dubbi sulla religione

tradizionale: viene messo in crisi il rapporto Uomo-Dio, poiché gli uomini

vengono trattati come burattini. Prologo di Venere-> fondamentale: riassume

tutto ciò che succederà, poiché tutta la storia nasce per un suo capriccio.

Ippolito si è macchiato di empietà perché non ha venerato Afrodite quando

Artemide, che non può intervenire per salvare il giovane.

Nella misoginia di Ippolito e nella sua invettiva contro il genere femminile si

legge una critica a un atteggiamento diffuso nella Grecia del V secolo a.C., ma

nei suoi drammi egli attribuisce discorsi misogini a personaggi negativi

(Ippolito o il Giasone della Medea), mentre attua una difesa appassionata delle

donne e una critica alla loro situazione sociale. La storia di Ippolito-Fedra-Teseo

ha radici nell’antico testamento: Nella Genesi 39,6-20 si racconta come la

donna, sposa di Putifarre, ricco signore d'Egitto, si invaghisse, cercando di

sedurlo, del giovane schiavo Giuseppe, acquistato dal marito e, per le sue

capacità, posto a capo dell'amministrazione della casa. Offesa dal rifiuto del

giovane, la donna si vendicò accusandolo di fronte al marito di aver tentato di

farle violenza, mostrando come prova la veste dello schiavo.

Contrapposizione eroico-antieroico: Fedra non è rappresentata da un carattere

lussurioso, né Ippolito è contraddistinto come modello di castità, entrambi,

all’inizio della storia, sono rappresentati come uomini normali, senza nessun

particolare vizio o virtù. La passione di Fedra arriva dall’esterno, per volere di

Afrodite, e la fa star male perché la travolge senza una causa interna. Anche

Ippolito soffre, perché rifiuta in toto ogni gesto d’amore che gli si propone.

Euripide inserisce il concetto di METRIOTES, ovvero moderazione, che

scaturisce dal giusto mezzo aristotelico.

Fedra nella storia. Seneca: La scena è spostata ad Atene, nel periodo in cui

Teseo è impegnato con Piritoo negli Inferi. Sono assenti le divinità Afrodite e

Artemide, Seneca era stoico e nella sua opera la ragione doveva dominare

l’irrazionalità delle passioni (l’amore di Fedra non nasce, dunque, da una

maledizione di Afrodite, ma dalla passione malsana della donna, Fedra

umanizzata). Il Coro e la Nutrice sanno già dell'amore di Fedra per Ippolito.

Fedra stessa rivela a Ippolito il suo amore (Seneca si rifà così alla versione

dell'Ippolito velato, in cui Ippolito, dopo la dichiarazione della matrigna, si

copre il volto per la vergogna). Fedra non si uccide subito, ma si suiciderà solo

dopo aver rivelato a Teseo la verità. Ippolito muore subito, e non avviene il

colloquio con Teseo in cui lo perdona per averlo maledetto. Racine: Fedra è una

tragedia in cinque atti scritta da Racine nel 1677. Si rifà ai classici, ma il mito è

rivisto sotto la luce di una morale e di una religione nuove: il Cristianesimo

monoteista, non più il paganesimo politeista. La trama è più complessa a

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causa del gusto barocco del teatro francese. Importante il fatto che nei classici

è direttamente Fedra l'accusatrice del giovane, mentre in Racine è la nutrice

Enone a fabbricare la calunnia, che però accusa Ippolito solo di una tentata

violenza carnale. Ovviamente Racine non può e non vuole macchiare

un'aristocratica di una siffatta bassezza. Secondo l'autore francese la

protagonista non sarebbe né del tutto colpevole né del tutto innocente, come

del resto la nutrice Enone non è malvagia ma devota alla padrona. Un

messaggio di sapore giansenista: l'impossibilità di operare il bene, intenzione

che si tramuta anzi in male. Anche d'Annunzio nel 1909 mise in scena una

tragedia intitolata Fedra, rifacendosi esplicitamente al mito classico. Fedra, in

D’Annunzio, è l’unico personaggio importante: è una donna che esprime se

stessa e la sua volontà di potenza-> teatro dannunziano influenzato dall’opera

di Nietzsche. La morte di Fedra rappresenta la vittoria della passione

(dionisiaco) sulla parte razionale. Rilettura del classico in chiave decadente:

visione kitch di D’annunzio, nelle sue tragedie mischiava le storie e i

personaggi delle varie opere classiche.

LE SUPPLICI (420) – II fase (polemica politica)

Le supplici è il titolo di una tragedia di Euripide, rappresentata per la prima

volta tra il 423 e il 421 a.C. Esiste una omonima tragedia di Eschilo, che però

racconta un diverso episodio della mitologia greca.

Trama. Un gruppo di donne di Argo si riunisce presso l'altare di Demetra ad

Eleusi: sono le madri dei guerrieri argivi morti nel fallito assalto a Tebe (quello

raccontato da Eschilo nei Sette contro Tebe), per supplicare gli ateniesi di

aiutarle a dare degna sepoltura ai figli. I tebani, infatti, negano la restituzione

dei cadaveri. Il re Teseo decide di aiutarle, sicché si rivolge all'araldo tebano,

ingaggiando con lui un intenso dialogo nel quale il re difende i valori di

democrazia, libertà, uguaglianza di Atene, contrapposti alla tirannide di Tebe.

La guerra tra le due poleis diventa così inevitabile, si conclude con la vittoria di

Atene e la restituzione dei cadaveri. Il re di Argo Adrasto, che accompagna le

madri, si incarica di celebrare i caduti con un discorso. Durante il rito funebre,

Evadne, moglie del caduto Capaneo, si getta da una roccia sul rogo dove

veniva cremato il marito. Alla fine appare ex machina la dea Atena, che fa

giurare ad Adrasto eterna riconoscenza di Argo verso Atene, predicendo la

caduta di Tebe.

Periodo storico e tematiche. La tragedia è stata scritta poco dopo la sconfitta

di Atene contro Sparta nella battaglia di Delio del 424 a.C., in piena guerra del

Peloponneso. Ciò significa che la tragedia stessa (come anche Gli Eraclidi)

aveva una funzione patriottica: ricordare agli ateniesi la propria grandezza nei

confronti della rivale Sparta. Nel momento in cui il re Teseo confronta la

democrazia ateniese con la tirannide tebana, concludendo che solo la

democrazia può garantire la libertà, appare evidente l'intenzione di Euripide di

dimostrare la superiorità di Atene sull'oligarchia spartana. In ogni caso, il

risalto che l'autore dà alle esequie per i morti in guerra è un chiaro indizio del

sostanziale antimilitarismo di Euripide-> denuncia della posizione della

Democrazia Radicale che ha sostituito l’ideale più giusto di Democrazia. Teseo,

infatti, descrive il sistema democratico per come dovrebbe essere (lo Stato

appartiene a tutti i cittadini), ma è un sistema assai lontano da quello

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effettivamente vigente nella Atene di quegli anni, una città in grosse difficoltà

militari e sociali. Quando l'araldo ribatte a Teseo, descrivendogli i difetti della

democrazia (troppe persone che comandano significa essere sempre

ondivaghi), egli dà un ritratto abbastanza fedele della situazione ateniese, al

punto che parecchi autori ritengono che Euripide in quegli anni stesse in realtà

assestandosi verso posizioni non democratiche.

LE TROIANE (415) – III fase (polemica contro la guerra)

Le troiane è una tragedia di Euripide, rappresentata per la prima volta nel 415

a.C., durante la guerra del Peloponneso. L'opera faceva parte di una trilogia

ambientata durante la guerra di Troia, assieme a due tragedie, Alessandro e

Palamede, di cui rimangono solo frammenti. La trama della prima era

incentrata su Paride (chiamato anche Alessandro) e sul suo ritorno a Troia dopo

l'abbandono alla nascita, dovuto alle profezie funeste. La seconda verteva

sull'ingiusto trattamento subito dal greco Palamede da parte dei suoi stessi

commilitoni. Con la sua astuzia egli aveva dimostrato la finta pazzia di Ulisse,

costringendolo a partecipare alla guerra. Ulisse si vendicò quindi di lui con

l'inganno (parallelo di ciò che accadrà a Socrate, allusività all’ingiusta morte

del filosofo, causata dalla Democrazia ateniese). Alla fine della trilogia venne

rappresentato il dramma satiresco Sisifo.

Trama. La città di Troia è caduta. Gli uomini troiani sono stati uccisi, mentre le

donne devono essere assegnate come schiave ai vincitori. Cassandra viene

data ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba ad Odisseo.

Cassandra predice le disgrazie che attenderanno lei stessa e il suo nuovo

padrone una volta tornati in Grecia, ed il lungo viaggio che Odisseo dovrà

subire prima di rivedere Itaca. Andromaca subisce una sorte terribile, poiché i

Greci decidono di far precipitare dalle mura di Troia Astianatte, il figlio avuto da

Ettore, per evitare che un giorno il bambino possa vendicare il padre.

Successivamente Ecuba ed Elena si sfidano in una sorta di agone giudiziario,

per stabilire le responsabilità dello scoppio della guerra. Elena si difende

ricordando il giudizio di Paride e l'intervento di Afrodite, ma Ecuba svela la

colpevole responsabilità della donna, fuggita con Paride perché attratta dal

lusso e dall'adulterio. Alla fine, il corpicino di Astianatte viene riconsegnato ad

Ecuba per il rito funebre, Troia viene data alle fiamme, e le prigioniere vengono

portate via mentre salutano per l'ultima volta la loro città.

Tematiche. Il senso di tutta la trilogia si incentra sulla polemica contro la

guerra, il passo più straziante dell’opera è l’uccisione brutale di Astaniatte,

buttato giù dalla rocca di Troia-> brutalità e ferocia della guerra, non c’è pietà

neanche per un bambino. L'opera, come anche l'Elena e le Supplici dello stesso

autore, è venata da un evidente antimilitarismo. Troia è caduta, gli uomini

sono stati uccisi e alle donne troiane si apre la prospettiva di trascorrere nella

schiavitù il resto dei loro giorni: niente resta a parte i morti e il dolore dei

sopravvissuti. Risulta evidente la centralità del punto di vista dei vinti e non

dei vincitori: questo tipo di prospettiva (già adottato da Eschilo nei Persiani)

evidenzia non tanto l'eroismo di chi vince, quanto la disperazione dei vinti, con

lo scopo di gettare luce sulle sofferenze portate dai conflitti armati. Nel 416 il

sacco di Melo aveva sconvolto la coscienza civica ateniese e generato

numerosi interrogativi. Pochi mesi dopo, Euripide mette in scena, davanti agli

32

stessi autori di quell'atto, un'opera che ripropone la stessa situazione che si

era creata a Melo: tutti gli uomini sono stati uccisi, e le donne e i bambini

vengono ridotti in schiavitù.

IV FASE

Nella quarta, ed ultima, fase della produzione euripidea vediamo due aspetti

diversi: il primo aspetto connota un gruppo di tragedie molto famose, come

Ifigenia in Aulide, Elena e Efigenia fra i tauri; il secondo gruppo, in realtà,

è composto da una sola tragedia, ovvero le Baccanti. Nelle tre tragedie del

primo gruppo nasce un nuovo modo di fare teatro, più giocoso e divertente->

La forza politica e militare di Atene, dopo la sconfitta delle Guerre del

Peloponneso, è ormai distrutta, dunque è inutile continuare a fare teatro sulla

politica di una città in declino. Chi va a teatro, ormai, va per divertirsi e

dimenticare la tragica fine dell’egemonia ateniese: nasce il teatro che verrà

Ripreso dalla Commedia Nova, in cui i protagonisti affrontano vicende

avventurose e accattivanti.

ELENA (412)- IV fase

Elena (Ἑλένη) è una tragedia di Euripide, rappresentata per la prima volta nel

412 a.C. L'opera è un esempio di tragicommedia che ruota attorno al gioco

degli equivoci e in cui l'elemento tragico è meno importante.

Trama. Elena, per un prodigio operato da Era, si trova in Egitto mentre a Ilio è

andato semplicemente un suo simulacro. Il violento e dispotico Teoclimeno,

figlio del re Proteo, vuole che Elena diventi sua moglie. Per sfuggirgli Elena si è

rifugiata supplice presso la tomba di Proteo. Sopraggiunge Teucro, di ritorno da

Troia, e racconta a Elena (senza riconoscerla) la triste sorte di Menelao: egli è

perito nei flutti insieme alla moglie. Elena disperata vorrebbe uccidersi, ma per

consiglio del coro decide di interrogare la profetessa Teonoe, sorella di

Teoclimeno. Questa le dice che Menelao è ancora vivo. Giunge, frattanto,

scampato dal naufragio, Menelao, il quale apprende dalla custode della reggia

che Elena è lì viva. Menelao non comprende, in quanto ha lasciato in una antro

il simulacro che aveva condotto con sé da Troia e che egli riteneva essere

appunto Elena, che, a sua volta, riconosce Menelao e viene finalmente da lui

riconosciuta. Elena, assunta acconciatura di lutto, convince Teoclimeno a

consentirle di rendere al marito gli onori funebri sul mare. Saliti sulla nave

Menelao e alcuni compagni (ovviamente con Elena) appena giunti al largo si

sbarazzano degli uomini di Teoclimeno e fanno vela verso la Grecia.

Teoclimeno, infuriato per l’inganno, vorrebbe uccidere Teonoe, che ha aiutato i

fuggitivi. Il coro, però, lo convince a risparmiare la sorella. Ella gli ha impedito

di compiere un atto empio, come gli dicono i Dioscuri che compaiono sulla

scena, ex machina, a concludere la tragedia. Essi annunziano che Elena, alla

fine della vita, diverrà una dea, mentre Menelao dimorerà felice nelle isole dei

beati.

Tematiche. Le tragedie ad intreccio ebbero una forte influenza in particolare

sulla Commedia Nuova del IV secolo a.C., che adottò questo tipo di trama

(l'unico autore di quel periodo di cui ci siano rimaste opere è Menandro).

Nell'Elena sono già presenti molti degli ingredienti che diverranno tipici della

commedia: l'azione del caso (tyche), il riconoscimento di qualcuno

(ánagnorisis), il lieto fine. Questo tipo di trame passerà poi alla commedia

33

romana (Plauto e Terenzio) e da lì alle commedie moderne. Nell'Elena sono

presenti chiari riferimenti alla situazione storica della Atene di quegli anni. Nel

412 a.C. la guerra del Peloponneso infuriava ormai da quasi vent'anni, e gli

ateniesi erano esasperati da quella guerra infinita. In questo clima, Euripide fa

pronunciare al coro una forte condanna della guerra.

Elena nella storia. Il ratto dal serraglio è un Singspiel in tre atti con musica

di Mozart su libretto di Stephanie il giovane, tratto da un libretto del 1781 di

Bretzner (1748-1807) per Johann André, a sua volta ispirato a numerose

varianti francesi, inglesi ed italiane del tema del Turco generoso. L'Italiana in

Algeri è un'opera lirica in due atti di Gioachino Rossini, su libretto di Angelo

Anelli, andata in scena per la prima volta a Venezia il 22 maggio 1813.

IFIGENIA IN AULIDE (IV fase- vecchiaia)

Ifigenìa in Àulide è una tragedia di Euripide, scritta tra il 407 ed il 406 a.C., nel

periodo che l'autore passò alla corte di Archelao, re di Macedonia, dove morì.

L'opera reca alcuni segni di incompiutezza e non fu mai messa in scena

dall'autore.

Trama. La scena è ambientata nell'accampamento greco, in Aulide, sulla costa

della Beozia, dove le barche dirette verso Troia sono bloccate. Nel prologo:

l'indovino Calcante afferma che solo sacrificando alla dea Artemide una figlia

di Agamennone, Ifigenia, i venti torneranno a spirare. Ifigenia però non è con

loro, è rimasta a casa, così Agamennone, persuaso da Odisseo, le scrive una

lettera in cui le prospetta un matrimonio con Achille, chiedendole di

raggiungerli in Aulide. In seguito però, pentito, cerca di avvertire la figlia di non

mettersi in viaggio scrivendole un altro messaggio. Il secondo messaggio viene

intercettato da Menelao, che lo toglie di mano al vecchio e rimprovera

aspramente Agamennone per il suo tentativo di tradimento. Arrivano quindi in

Aulide Ifigenia e la madre Clitennestra, con il piccolo Oreste, per le nozze. A

quel punto viene a galla la verità, sicché le due donne si ribellano

furiosamente: Clitennestra biasimando il marito, Ifigenia chiedendo pietà con

parole toccanti. Anche Achille, nello scoprire che il suo nome era stato usato

per un atto tanto infame, minaccia vendetta. Però Ifigenia, nel vedere

l'importanza che la spedizione ricopre, cambia atteggiamento e offre la propria

vita, calmando la madre e respingendo l'aiuto di Achille. Al momento del

sacrificio, però, la ragazza scompare ed al suo posto la dea Artemide invia una

cerva, in tal modo la ragazza è stata salvata dagli dei ed ora dimora presso di

loro. Il vento torna a spirare e la flotta può finalmente salpare verso Troia.

Tematiche. In epoca arcaica il sacrificio umano era veramente praticato:

nella cultura greca il sacrificio di Ifigenia equivaleva ad una sorta di peccato

originale. Euripide, in questa opera, evidenzia il passaggio da una società

arcaica, che disponeva anche di sacrifici umani, a una società più avanzata, in

cui i sacrifici umani erano stati sostituiti prima da sacrifici animali e in seguito

da offerte votive simboliche. Nell’opera, oltre a un cambiamento della trama,

vi è anche un cambiamento musicale: Euripide prese spunto da Timoteo di

Mileto, che fu il maggior esponente della Nuova Musica, che vide il prevalere

dell'elemento melodico su quello letterario nei generi lirici tradizionali, come il

ditirambo ed il nomos (canto monodico in onore di Apollo). Timoteo portò

alcune novità nella lirica greca, come ad esempio l'utilizzo della lira ad undici

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corde; queste innovazioni, però, incontrarono l'opposizione dei suoi

contemporanei. La metrica dei cori diventa molto irregolare, e cambia anche la

gerarchia degli strumenti musicali. Se lo strumento a corde, nella tragedia

classica, era quello principale - poiché rispecchiava il suono della sfera celeste,

l’armonia originaria del mondo - in Euripide non lo sarà più: assume massima

rilevanza l’Aulos, strumento a fiato simile all’oboe, che rende suoni più

prolungati, e le percussioni-> TEATRO DI AVANGUARDIA.

BACCANTI (406-7 - opera a sé stante della IV fase)

Le Baccanti è una tragedia di Euripide, scritta mentre l'autore era alla corte di

Archelao, re di Macedonia, tra il 407 ed il 406 a.C. Euripide morì pochi mesi

dopo averla completata.

L'opera fu rappresentata ad Atene probabilmente nel 403 a.C. sotto la

direzione del figlio dell'autore. Venne messa in scena nell'ambito di una trilogia

che comprendeva anche Alcmeone a Corinto e Ifigenia in Aulide. Tale trilogia di

opere fruttò all'autore una vittoria postuma alle Grandi Dionisie di quell'anno.

Trama. Dioniso, dio del piacere, era nato dall'unione tra Zeus e Semele, donna

mortale. Le sorelle della donna e il nipote Penteo (re di Tebe) per invidia

sparsero la voce che Dioniso in realtà non era nato da Zeus, ma da una

relazione tra Semele e un uomo mortale, e che la storia del rapporto con Zeus

era solo uno stratagemma per mascherare la "scappatella". essi negavano la

natura divina di Dioniso, considerandolo un comune mortale. Nel prologo della

tragedia, Dioniso afferma di essere sceso tra gli uomini per convincere tutta

Tebe di essere un dio e non un uomo. A tale scopo ha indotto un germe di follia

in tutte le donne tebane, che sono dunque fuggite sul monte Citerone a

celebrare riti in onore di Dioniso stesso (diventando quindi Baccanti). Questo

fatto però non convince Penteo: egli rifiuta di riconoscere un dio in Dioniso, lo

considera una sorta di demone che ha ideato una trappola per adescare le

donne. Invano Cadmo (nonno di Penteo) e Tiresia (indovino cieco) tentano di

dissuaderlo e di fargli riconoscere Dioniso come un dio. Il re di Tebe fa allora

arrestare lo stesso Dioniso per imprigionarlo, il dio però scatena un terremoto

che gli permette di liberarsi. Nel frattempo dal monte Citerone giungono

notizie inquietanti: le donne che compiono i riti sono in grado di far sgorgare

vino, latte e miele dalla roccia, e in un momento di furore dionisiaco si sono

avventate su una mandria di mucche, squartandole vive con forza sovrumana.

Dioniso, parlando con Penteo, riesce allora a convincerlo a mascherarsi da

donna per poter spiare di nascosto le Baccanti. Una volta che i due sono giunti

sul Citerone il dio aizza le Baccanti contro Penteo. Esse sradicano l'albero sul

quale il re si era nascosto e lo fanno letteralmente a pezzi. Questi fatti

vengono narrati a Cadmo da un messaggero che è tornato a Tebe dopo aver

assistito alla scena. Poco dopo arriva anche Agave, munita di un bastone sulla

cui sommità è attaccata la testa di Penteo che lei, nel suo delirio di Baccante,

crede essere una testa di leone. Cadmo, sconvolto di fronte a quello

spettacolo, riesce a far rinsavire Agave, che si accorge con orrore di ciò che ha

fatto. A quel punto riappare Dioniso ex machina, che spiega di aver

architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, e

condanna Cadmo e Agave a essere esiliati in terre lontane.

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Tematiche. è l’opera più ripresa di Euripide, perché sono rappresentati i riti

estatici delle Baccanti-> l’opera non è composta per il pubblico ateniese, bensì

per quello macedone. In apparenza il suo messaggio è un monito a tutti gli

uomini ad adorare sempre gli dei e a non mettersi contro di essi.

Tradizionalmente quest'opera era sempre stata considerata un'opera

religiosa, ossia la riscoperta della religione da parte di un autore che per tutta

la vita era stato sempre considerato un laico. A un'analisi più attenta però la

tragedia rivela forti ambiguità che modificano il messaggio, come bene ha

messo in luce la critica degli ultimi decenni. Innanzitutto è da notare che le

virtù che all'inizio dell'opera vengono attribuite al dio (capacità di alleviare le

tensioni e le sofferenze degli uomini grazie al vino e ai piaceri fisici e mentali)

vengono mostrate ben poco: Dioniso si dimostra una divinità assolutamente

spietata nel punire chi non aveva creduto in lui, al punto di sterminare i suoi

stessi parenti (Penteo era infatti cugino del dio) ed esiliare i sopravvissuti. Tutto

questo per pura e semplice vendetta. Inoltre le stesse Baccanti appaiono molto

più intente a compiere azioni violente che non a celebrare la gioia dei riti di

Dioniso. Se Euripide avesse voluto mettere in scena un'opera religiosa, non

avrebbe messo così in evidenza gli aspetti più sconcertanti del dionisismo, ma

avrebbe posto l'attenzione sui lati positivi. Per questo motivo alcuni studiosi

arrivano a interpretare l'opera in senso del tutto opposto, considerandola non

una riscoperta della religione, ma anzi una forte invettiva

antireligiosa. E lo dimostrerebbe la critica che Cadmo rivolge a Dioniso verso

la fine dell'opera: «Non è bene che gli dei rivaleggino nell'ira con gli uomini»,

critica cui il dio non dà alcuna risposta, limitandosi a ribattere che questa è da

sempre la volontà di Zeus. La tragedia insomma si chiude con molti

interrogativi e nessuna risposta, mentre una sola cosa svetta con evidenza su

tutte: la spietata vendetta del dio Dioniso.

Teatro del V secolo: Tragedia e Commedia

Accanto agli Agoni tragici esistevano anche gli Agoni delle Commedie. La

differenza tra i due generi non stava nel finale positivo o negativo (Communis

opinio)-> la Commedia ha una struttura totalmente differente perché il fine di

quest’ultima è provocare il Riso nel pubblico, si basa, dunque, sulla parodia.

Anche il significato di parodia, tra i moderni, ha cambiato significato; mentre

per noi fare una ”parodia” significa prendere in giro qualche cosa di serio

(Ipponatte), per i Greci aveva tutt’altro valore: 1) ripresa di un testo di alto

livello, in cui si parla di eroi 2) adattare tale testo ad un contesto più modesto:

spesso le frasi più conosciute delle tragedie greche venivano inserite nelle

commedie, banalizzandoli e creando gag comiche. Nella commedia la sfera del

sesso e del cibo era primaria (secondaria nella tregedia), nella Grecia antica

non esisteva nessuna idea di tabù sessuale. La tradizione dei poetici è molto

lunga, esistevano due tipi di commedia: 1)impegnata-> la parodia esiste, ma

è utilizzata per fare critica sociale e politica. (Cratino, Ferecrate, Aristofane,

Eupoli)

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2)disimpegnata-> pura e semplice parodia, senza fini critici. Aveva un

legame con la commedia Dorica Siciliana (Epicarmo), ed era prevalentemente

diffusa in Attica (Cratete).

Differenze strutturali: nella tragedia le storie sono conosciute dagli spettatori, i

poetici tragici, rifacendosi al mito, non dovevano inventare niente. Nella

commedia, invece, le storie erano tutte inventate dai comici. Durante la

rappresentazione il coro e il corifero interrompono la finzione scenica con

funzione polemica: il coro, rivolgendosi direttamente al pubblico, mette in

scena una serie di critiche politiche.

Secondo Aristotele, che nella Poetica attribuisce ai siciliani Formide ed

Epicarmo i primi testi teatrali comici, la commedia siracusana precedette

quella attica. Di Epicarmo ci restano pochi frammenti di un'opera comica.

Periodi della commedia greca: A differenza della tragedia greca, che iniziò

il suo declino negli anni immediatamente successivi alla morte di Euripide, il

genere comico continuò successivamente a mantenere per molto tempo la

propria vitalità, sopravvivendo fino alla metà del III secolo a.C., adattandosi ai

cambiamenti politici, culturali e sociali. I commentatori antichi distinsero perciò

tre fasi della commedia greca:

1) commedia antica (archàia), nel periodo che va dalle origini fino al IV

secolo a.C.; Il suo maggiore rappresentante è Aristofane,

2) commedia di mezzo, fino all'inizio dell'Ellenismo (323 a.C.);

3) Commedia Nuova, che coincide con l'età ellenistica. Il maggior è

Menandro ( 342 a.C.– 291 a.C.). Dopo quest'ultima fase il genere comico

non scomparve, ma si 'trasferì' a Roma, all'interno della cultura latina,

con i commediografi latini.

ARISTOFANE (450-385)

Biografia. Aristofane, figlio di Filippo del demo di Cidateneo (Atene, 450 a.C.

circa – 385 a.C. circa), è stato un commediografo greco antico, uno dei

principali esponenti della Commedia antica (l’Archaia) insieme a Cratino ed

Eupoli, nonché l'unico di cui ci siano pervenute alcune opere complete

(undici).

Si sa che visse nel V secolo a.C., forse tra il 444 e il 388 a.C. Esordì

giovanissimo nel 427 a.C. con i Banchettanti. In quell'occasione non fu il

poeta stesso a fungere da istruttore del coro ma Callistrato. In quegli anni

Atene combatteva Sparta nella Guerra del Peloponneso per mantenere

l'egemonia sulla Grecia. La sua prima commedia trattava il rapporto-scontro

tra l'antica paideia e la nuova cultura, il cambiamento della mentalità

dominante: un tema ripreso dall'autore nelle Nuvole.

La produzione di Aristofane è connotata da varie fasi:

1) I fase: Commedia impegnata-> critica politica (I Cavalieri e Le Nuvole)

2) II fase: Fase utopistica->coincide con gli anni più duri della Guerra del

Peloponneso

3) III fase: Si avvicina alla Commedia di Mezzo

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LE NUVOLE (I fase)

Le nuvole è il titolo di una commedia di Aristofane, andata in scena per la prima volta

ad Atene, alle Grandi Dionisie del 423 a.C. La versione che leggiamo oggi è però

posteriore, redatta in un periodo tra il 421 e il 418 a.C. e probabilmente mai messa in

scena dall'autore.

Trama: Il contadino Strepsìade è perseguitato dai creditori a causa dei soldi che suo

figlio Fidippide ha dilapidato alle corse dei cavalli; pensa allora di mandare il figlio alla

scuola di Socrate, filosofo che, aggrappandosi ad ogni sofisma, insegna come

prevalere negli scontri dialettici, anche se in posizione di evidente torto. In un primo

momento Fidippide non vuole andare al Pensatoio del filosofo e così il padre, disperato,

decide di recarvisi lui stesso, seppur vecchio. Appena giunto, incontra un discepolo che

gli dà un assaggio delle cose su cui si ragiona in quel luogo: il modo migliore di

misurare il salto di una pulce, e da dove provenga il ronzio emesso dalle zanzare.

Dopodiché finalmente Strepsiade vede Socrate che, appeso in una cesta, contempla il

cielo.

Il filosofo decide di impegnarsi ad istruirlo: gli mette indosso un mantello e una corona

ed invoca l'arrivo delle Nuvole, le divinità da lui adorate, che si presentano puntuali

sulla scena. Strepsiade però non riesce a capire nulla dei discorsi pseudo-filosofici che

gli vengono fatti (parodia della filosofia socratica e sofistica) e viene quindi cacciato.

Fidippide, incuriosito dai racconti del padre, decide di andare a visitare il pensatoio.

Nonostante i buoni propositi e i sani valori proposti dal Discorso Migliore

(personificazione delle virtù della tradizione), alla fine prevale il Discorso Peggiore

(personificazione delle nuove filosofie) attraverso ragionamenti cavillosi. Fidippide

impara la lezione ed insieme a Strepsiade riesce a mandare via due creditori; il padre è

contento, ma la situazione gli sfugge subito di mano: Fidippide comincia infatti a

picchiarlo, e di fronte alle sue proteste il figlio gli dimostra di avere tutto il diritto di

farlo. Esasperato e furioso, Strepsiade dà allora alle fiamme il Pensatoio di Socrate, tra

le grida spaventate dei discepoli.

Tematiche. In questa Commedia l’attenzione e la polemica si focalizzano sul discorso

culturale che, nella metà del V sec., investì il piano educativo-> Socrate e la Scuola

Sofistica: la nuova cultura rappresenta un punto di rottura importante per la storia

greca. Nonostante Socrate non sia il protagonista delle Nuvole, è indubbiamente

questo, insieme ai sofisti, il principale bersaglio della parodia di Aristofane, che era

tradizionalista e contrario alle nuove filosofie. Già al suo primo apparire sulla scena,

Socrate è presentato in maniera quantomeno bizzarra: sospeso in aria in una cesta. Il

filosofo spiega che questa posizione gli permette di librare la mente e il pensiero verso

l'alto, mescolandoli all'aria e facendo così grandi scoperte. Le nuove filosofie sono

insomma viste come sistemi di ragionamento nei quali quello che conta non è più la

difesa dei valori e della giustizia, ma il saper rigirare le parole a proprio vantaggio, in

modo da avere la meglio anche quando si ha torto. La commedia non si limita però alla

satira nei confronti delle nuove filosofie; ad essere messo alla berlina è anche lo stolido

utilitarismo di Strepsiade e di Fidippide, personaggi ingenui e mediocri, che qui

rappresentano l'ateniese medio, attaccato solo alle cose materiali e al proprio

personale tornaconto. Il coro della commedia è rappresentato dalle Nuvole, le divinità

evocate da Socrate. Impalpabili e volatili, esse sono il simbolo delle nuove filosofie,

infatti promettono a Strepsiade che potrà raggiungere qualsiasi risultato soltanto

battagliando con la lingua.

ACARESI (425)- I FASE

Gli acarnesi è una commedia del comico greco Aristofane. Prende il nome dagli abitanti

del demo di Acarne, una suddivisione amministrativa del territorio dell'antica Atene.

Messa in scena nel 425 a.C., durante la Guerra del Peloponneso, l'opera è famosa per

le sue istanze pacifiste.

38

Trama. La commedia si apre sulla Pnice, quando Diceopoli, un contadino stanco di

vedere i suoi raccolti distrutti dai soldati, interviene nell’assemblea dei cittadini per

proporre una tregua con Sparta. Non avendo alcuna influenza sull'assemblea ateniese,

il suo intervento non ottiene nulla. Incarica quindi Anfiteo di recarsi a Sparta per

stringere un accordo privato, una tregua valida per lui solo. All'assemblea

intervengono gli ambasciatori dalla Persia, personificazione dei funzionari corrotti. Non

viene risparmiata neanche la guerra contro Sparta: verso la fine dell'assemblea entra

in scena un gruppo di soldati Traci (l'esercito degli Odomanti). Ritorna Anfiteo da

Sparta inseguito dagli acarnesi, i quali, infuriati per la pace da lui ottenuta con Sparta,

mettono in evidenza le loro pulsioni bellicose e militariste. Anfiteo ha con sé tre

boccette: una rappresenta cinque anni di tregue, l'altra dieci, l'ultima trenta. Quando

Diceopoli sceglierà quest'ultima, Anfiteo esce di scena. Gli acarnesi, quando capiscono

che Diceopoli ha dato il via alla tregua, tentano di lapidarlo ma questi, per far valere le

sue ragioni, si reca da Euripide per impararne la retorica. Quest'ultimo gli consegna

malvolentieri i cenci di Telefo, in grado di dare a chi li indossa la capacità oratoria di

quest'ultimo. Così conciato, armato della straordinaria capacità oratoria di Telefo,

Diceopoli ritorna dagli acarnesi ed espone le sue ragioni al coro, il quale si divide in

due fazioni opposte. Il semicoro favorevole alla guerra, messo in difficoltà da

Diceopoli e dal primo semicoro, chiama in proprio aiuto Lamaco, un generale

dell'esercito. Lamaco e Diceopoli battibeccano e si insultano, ma Diceopoli ha la meglio

e con una frusta delimita i confini del proprio mercato, un luogo libero in cui tutti

possono entrare, anche, come poi accadrà, i nemici di Atene. Diceopoli sta preparando

un abbondante banchetto, quando entra un araldo che comunica a Lamaco che è

chiamato in guerra, e a Diceopoli che è invitato a pranzo dal sacerdote di Dioniso. È

evidente il contrasto che Aristofane mette in questa scena tra una situazione di guerra,

in cui Lamaco, disperato per non poter gustare il banchetto, è costretto a partire,

mentre Diceopoli, pronto per un'occasione conviviale, lo sbeffeggia. Questa situazione

si accentua alla fine della commedia, quando Lamaco, di ritorno dalla guerra,

fisicamente malandato e tutto sporco, incontra per sua sfortuna Diceopoli che, di

ritorno dal banchetto in compagnia di due etere, puntualmente lo deride.

Tematiche. questa è la prima opera in cui Aristofane parla della volontà di far pace con

gli spartani-> la supremazia di Atene era basata sull’egemonia marittima e, purtroppo,

i contadini che rimanevano a casa vedevano le loro terre distrutte dai nemici. Così la

condizione dei contadini diventava sempre più misera, mentre coloro che erano legati

alla costruzione delle flotte diventavano sempre più ricchi e influenti nelle assemblee.

Dunque, il Demos che rappresentava i cittadini ateniesi era formato da questa nuova

classe sociale che si opponeva agli aristocratici, anch’essi in rovina poiché le loro

ricchezze provenivano dalla terra. La commedia si svolge ad Atene ed è un'irriverente

satira contro i politici del tempo, con alcune battute contro il tragediografo Euripide.

Atene, da sei anni in guerra contro Sparta, ha sottoposto ad embargo la vicina Megara.

Il conflitto si stava allargando a tutta la Grecia, provocando uno sconvolgimento dei

valori etico-religiosi e delle sicurezze politiche acquisite nel V secolo. Diceopoli

( letteralmente “cittadino giusto”), è un contadino veterano, rappresentante di quella

parte di contadini immigrati ad Atene dalle campagne dell'Attica, a causa della guerra

che distruggeva i raccolti.

GLI UCCELLI (414)- II FASE utopica

Gli uccelli è il titolo di una commedia dell'autore Aristofane, messa in scena per la

prima volta alle Grandi Dionisie del 414 a.C., dove ottenne il secondo posto.

Trama. Due Ateniesi, Pisètero ed Evèlpide, disgustati dal comportamento dei loro

concittadini, decidono di lasciare la città per cercarne un'altra dove poter vivere in

pace. Si recano dunque da Úpupa, che è in realtà Tereo (in passato re di Tracia, poi

trasformato in uccello dagli dei), e gli propongono di fondare insieme agli uccelli una

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città nel cielo chiamata Nubicuculìa. Gli uccelli sono inizialmente ostili all'idea, poiché

non si fidano di nessun uomo, ma le loro diffidenze vengono superate e cominciano i

lavori. I due uomini e gli uccelli si rendono ben presto conto che Nubicuculia è in una

posizione molto favorevole, poiché è nel cielo, a metà strada tra gli dei e gli uomini. Gli

uccelli dichiarano allora guerra agli dei, ed intercettando i fumi dei sacrifici offerti dagli

uomini, riducono gli dei stessi alla fame. Al contempo, gli uomini accettano di venerare

gli uccelli come le loro nuove divinità. Pisetero scaccia dalla città, insieme ad alcuni

intrusi, una prima messaggera degli dei, Iride; arriva così una seconda ambasciata

formata da Poseidone, Eracle e Triballo, dio barbaro. Essi però non possono che

accettare le condizioni dettate da Pisetero: gli uccelli diverranno gli esecutori del

potere divino tra gli uomini, mentre Pisetero sarà nominato successore di Zeus e

diventerà sposo di Regina, la donna depositaria dei fulmini del padre degli dei. Pisetero

e gli uccelli ottengono così il potere, e la commedia si conclude con la celebrazione

delle nozze tra Pisetero e Regina.

Tematiche. Gli uccelli viene oggi considerata un'opera di evasione, che sbriglia

liberamente la fantasia, anche grazie alla presenza di uccelli parlanti che accentuano il

tono favolistico della storia. L'opera non prende di mira alcun personaggio della Atene

di quei tempi, né alcun problema sociale (benché anche qui non manchino riferimenti a

persone e fatti contemporanei), presenta però una delle trame più immaginifiche e

sapientemente strutturate di tutto il teatro di Aristofane, raccontata con uno stile

elegante e con canti corali di grande afflato lirico. Inoltre prende di mira anche la

proliferazione dei processi nella metà del IV, un elemento che era stato ripreso da

un’opera precedente: Le Vespe.

LE RANE (III fase – opera meta teatrale)

Le rane è una commedia teatrale di Aristofane, messa in scena per la prima volta ad

Atene, alle Lenee del 405 a.C., dove risultò vincitrice.

Trama. Dioniso, dio del teatro, decide di raggiungere l'Ade per riportare in vita

Euripide. Tanto Sofocle quanto Euripide, infatti, sono ormai morti e i tragediografi più

giovani non hanno la stessa creatività e lo stesso genio. Di conseguenza, riportare

Euripide in vita è l'unico modo per salvare la tragedia dal declino. All'inizio della

commedia, Dioniso e il suo servo Xantia chiedono ad Eracle quale sia la strada più

rapida: quest'ultimo, dopo qualche presa in giro, risponde che è necessario

attraversare una palude, l'Acheronte. Quando i due giungono laggiù, il traghettatore

Caronte fa salire Dioniso sulla sua barca per portarlo sull'altra riva, mentre Xantia è

costretto a girare intorno alla palude a piedi. Durante la traversata, Dioniso e Caronte

incontrano le rane col loro gracidare: brekekekex koax koax. Esse intonano un canto in

onore di Dioniso, ma senza accorgersi che il dio è proprio lì con loro. Dioniso è

infastidito dal loro canto e protesta, ma le rane continuano, non riconoscendolo

nemmeno. Alla fine Dioniso e Xantia si rivedono alle soglie dell'Ade, dove incontrano

un gruppo di anime, gli iniziati ai culti misterici, che cantano in onore di Iacco. Poco

dopo i due incontrano Eaco, che scambia Dioniso per Eracle e comincia a insultarlo e

minacciarlo. Eaco era infatti furioso nei confronti di Eracle, che aveva rubato il suo

cane Cerbero. Spaventato, il dio scambia i suoi abiti con Xantia, che è meno impaurito

del suo padrone. I due vengono entrambi frustati, ma alla fine l'equivoco è chiarito.

Euripide viene finalmente trovato, mentre è nel mezzo di un litigio con Eschilo a

proposito di chi meriti di sedere sul trono di miglior tragediografo di tutti i tempi:

ognuno dei due si ritiene il migliore. Comincia allora una gara, con Dioniso come

giudice: i due autori citano a turno versi delle loro tragedie, e tentano di sminuire quelli

del contendente. Alla fine viene portata in scena una bilancia: la citazione che "pesa"

di più farà pendere la bilancia in favore del proprio autore. Eschilo esce vincitore da

questa gara, ma a quel punto Dioniso, che inizialmente intendeva riportare in vita

Euripide, non sa più a chi sia meglio concedere questo onore. Decide infine che

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sceglierà l'autore che darà il miglior consiglio su come salvare Atene dal declino.

Euripide dà una risposta generica e poco comprensibile, mentre Eschilo dà un consiglio

più pratico, sicché Dioniso decide di riportare in vita quest'ultimo. Prima di andare,

Eschilo cede il trono di miglior tragediografo a Sofocle, raccomandandogli di non

lasciarlo mai ad Euripide.

Tematiche. il viaggio di Dioniso, che inizialmente è descritto come un tentativo di

salvare la tragedia, con il progredire della vicenda diventa anche un tentativo di

salvare Atene. Al suo apparire, il coro degli iniziati ai culti misterici canta. l viaggio di

Dioniso assume dunque questa doppia valenza di possibilità di salvezza per il teatro e

per Atene, ed è lo stesso Dioniso a dirlo: "Statemi dunque a sentire: io sono sceso

quaggiù a cercare un poeta. Per farne che, direte voi? Perché la nostra città possa

salvarsi e mantenere il suo teatro". Ma perché un poeta dovrebbe essere preferito ad

altre persone, nell'ottica della salvezza della città? Risponde Euripide: "Per la sua

capacità e i suoi ammonimenti, e perché rendiamo migliori i cittadini nelle loro

comunità". In altre parole, Aristofane vuole affermare che la città per salvarsi deve

essere gestita da persone oneste e corrette, e la tragedia concorre proprio a creare

questo tipo di persone.

La Commedia Nova (IV secolo-> interesse morale/individuale)

Storicamente, essa coincide con l'inizio dell'età ellenistica, in cui il cittadino è ridotto al

rango di suddito, ininfluente dal punto di vista politico, sicché i temi della commedia si

spostano dall'analisi dei problemi politici all'universo morale dell'individuo (influenza di

Platone e Aristotele). È, dunque, una commedia che riflette la mutazione politica in

corso, in cui Atene è una città che si avvia a diventare cittadina di provincia, mancando

un ruolo politico forte, mentre la gestione del potere è affidata a pochi. I tre maggiori

commediografi della “nea” sono Difilo, Filemone e Menandro, notevole fonte di

ispirazione per Plauto e Terenzio. Della Poetica di Aristotele non c’è pervenuto il libro

sulla Commedia, ma si pensa che tale opera sia stata scritta per evidenziare la

decadenza del teatro greco: il teatro della Commedia Nuova ha perso ogni valoro

sociale e politico, le rappresentazioni della vita reale non insegnano più niente ormai.

Strutture. Si verifica, secondo quanto si può riscontrare dalle commedie menandree,

un indebolimento delle tecniche drammaturgiche dell'“archaia”: il coro perde

importanza, si crea una divisione in cinque atti, separati da un intermezzo

(embolima) in cui il coro canta e danza, senza legami fra la trama e gli intermezzi.

Inoltre, manca la parabasi, quindi viene chiusa la cosiddetta “quarta parete”: se in

Aristofane c'erano legami tra scena e pubblico (con uno spazio aperto, metateatrale),

nella commedia nuova viene eretto un muro e manca la partecipazione diretta

allo spettacolo, sicché i personaggi vivono vicende circoscritte allo spazio scenico. Se

il teatro di Aristofane era "primitivo", legato alla sua origine falloforica, Menandro

risulta, invece, attentissimo all'unità temporale, bandisce musiche e danze, inserisce

maschere fisse attinti da campionari di fisionomie: i personaggi riproducono i "tipi"

secondo uno schema poi divenuto classico e adattato dalla commedia romana, con

Plauto e Terenzio. Il linguaggio scurrile è limitato e l'attore, a quanto è dato sapere,

recita in modo realistico, seppur ancora in trimetri giambici, quindi eliminando la

polimetria aristofanea.

Gli attori. Nella Commedia Nova gli attori acquistano molta importanza, la prestazione

tragica molto spesso è finalizzata a evidenziare la bravura di quest’ultimi, che spesso

intervenivano anche sui testi teatrali.

MENANDRO (342-293)

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Biografia. Di origine aristocratica, ricevette una buona educazione scolastica: all’arte

drammatica lo avviò suo zio Alessi, noto autore della cosiddetta Commedia di Mezzo.

Prestò servizio di leve insieme a Epicuro e frequentò le lezioni di Teofrasto, successore

di Aristotele. Nel 321 venne messa in scena la sua prima Commedia (L’Ira), mentre nel

316 trionfò con Dyskolos. Scrisse più di 100 Commedie e riportò 8 vittorie. La sua

conoscenza è stata affidata a una tradizione indiretta, perlopiù agli adattamenti latini

di Plauto e Terenzio.

DYSKOLOS (317)

Il misantropo, anche nota col titolo originale di Dyskolos, è una commedia di

Menandro, l'unica che ci sia pervenuta pressoché completa (a parte piccole lacune) di

tutta la cosiddetta Commedia Nuova dell'antica Grecia. Fu presentata per la prima

volta nelle festività delle Lenee nel 317 a.C. e valse a Menandro il primo premio. Il

titolo dell'opera allude al brutto carattere del protagonista Cnemone.

Trama. La commedia è messa in moto dal dio Pan, che fa innamorare Sostrato, un

ricco giovane, di una ragazza di campagna, figlia di un vecchio misantropo, Cnemone.

Il ragazzo si innamora di lei mentre è a caccia. Cnemone è un vecchio contadino che

vive in casa con la sua unica figlia e una serva. La moglie, stanca di lui, si è trasferita a

casa del figlio, il serio e laborioso Gorgia, che abita nella casa accanto. Cnemone vive

coltivando il suo podere, evitando ogni forma di contatto con gli estranei. Sostrato

vuole chiedere in sposa la fanciulla, Gorgia sospetta di ciò, ma l'altro si conquista la

sua amicizia, dichiarando la sua intenzione di sposare la ragazza offrendosi di lavorare

con il futuro suocero nei campi per conoscerlo. Nel frattempo giunge la madre di

Sostrato che ha preparato un sacrificio in onore di Pan nella grotta accanto alla casa di

Cnemone. Il vecchio, vedendo la folla, decide di restare in casa a sorvegliare la

situazione. Sostrato torna deluso dalla campagna e si unisce ai commensali. Ad un

certo punto si viene a conoscenza del fatto che Cnemone, nel tentativo di recuperare

un'anfora sfuggita alla sua serva, è caduto in un pozzo. Sostrato e Gorgia corrono a

salvarlo. Cnemone si mostra più ragionevole, e concede la mano della figlia a Sostrato.

Avviene anche un secondo matrimonio tra la sorella di Sostrato e Gorgia. La commedia

si conclude con il doppio banchetto nuziale, a cui Geta (un servo) e Sicone (il cuoco)

trascinano a forza il riluttante Cnemone, beffandosi di lui.

ASPIS

Lo scudo ( Aspis) è il titolo di una commedia dell'autore greco Menandro, scritta nel III

secolo a.C. L'opera è giunta oggi mutila di gran parte della seconda metà.

Trama. Secondo Davo, il guerriero Cleostrato è morto in battaglia in Asia Minore. Egli

si è invece salvato da un agguato dei barbari, perché il suo padrone lo aveva

allontanato col bottino accumulato durante i saccheggi dei greci, affinché lo ponesse in

salvo. Dopo l'assedio, egli era tornato sul campo di battaglia e tra i cadaveri aveva

scoperto Cleostrato. Il riconoscimento era stato possibile grazie al ritrovamento del

suo scudo, perché il corpo era tutto carbonizzato. Smicrine è disperato alla notizia e

corre subito dai familiari con Davo per recare la triste notizia. Usciti di scena, entra la

Dea Fortuna (THYKE) e spiega al pubblico l'enorme equivoco: Davo aveva scambiato il

cadavere di Cleostrato con quello di un altro combattente che aveva preso lo scudo di

Cleostrato. La dea spiega che in quel preciso momento Cleostrato sta tornando nella

città.

Intanto Smicrine ha dato la notizia ai familiari, ma in realtà l'animo dell'uomo è

tutt'altro che infelice: vuole approfittare della morte di Cleostrato per appropriarsi del

bottino che ora spetta alla sorella del defunto, da questi affidata a un altro zio, il ricco

Cherestrato. Così si fa avanti per sposarla, nonostante lei sia più giovane di molti anni:

la legge ateniese glielo consente. L'avido vecchio cerca l'aiuto di Davo per compiere la

sua opera, affermando di esser stato estromesso quando Cleostrato aveva promesso la

nipote a Cherea, figlio di primo letto di sua moglie, ma Davo si tira indietro. In realtà

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Davo ha in mente un piano per soccorrere Cherestrato che, di fronte alle pretese di

Smicrine, è precipitato nello sconforto. Il piano è questo: per distogliere Smicrine

dall'idea delle nozze con la sorella di Cleostrato, Cherestrato deve fingersi morto, in

modo che sua figlia diventi l'erede di un patrimonio ben più consistente del bottino di

guerra di Cleostrato, attirando su di sé l'attenzione del vecchio avido. Per dare maggior

valore alla messinscena, arriva anche un (falso) medico, che diagnostica l'imminente

morte di Cherestrato. Qui, purtroppo, il papiro presenta una lacuna, dopo la quale si

assiste al ritorno di Cleostrato. La commedia si conclude con doppie nozze: quelle di

Cherea con la sorella di Cleostrato, e quelle di quest'ultimo con la figlia di Cherestrato.

L'avido Smicrine rimane così a bocca asciutta.

SAMIA (La Donna di Samo)

La donna di Samo (Samía) è una commedia di Menandro; non se ne conosce la data di

prima rappresentazione, ma alcuni indizi nel testo inducono a collocarla tra le opere

giovanili dell'autore. Il testo dell'opera, andato perduto in tempi antichi, è oggi

conosciuto per oltre i quattro quinti grazie al ritrovamento di due rotoli di papiro nei

quali era contenuto: i papiri di Ossirinco (1907) ed i papiri Bodmer (1957). Le lacune

sono peraltro poco importanti e l'opera appare sostanzialmente completa.

Trama. Moschione, figlio adottivo di Demea, ama la figlia di Nicerato, la giovane

Plangone, con la quale si è unito carnalmente durante la festa delle Adonie: la

giovane è rimasta incinta e Moschione ha giurato di sposare la donna. Tuttavia, dal

momento che Moschione non vuole rivelare la propria paternità, il figlio, ormai nato,

viene fatto passare per quello della concubina di Demea, Criside (la donna di Samo

del titolo), la quale aveva da poco dato alla luce un bimbo morto dopo pochi giorni. Al

suo ritorno, Demea cade vittima di equivoci che lo portano a credere che il piccolo sia

davvero nato dall'unione tra il figlio e Criside. L'uomo, cieco di gelosia, caccia di casa la

concubina accusandola di tradimento, e la donna tace sulla verità per difendere l'onore

di Plangone. Da qui nascono una serie di fraintendimenti: Nicerato afferma di voler

uccidere Criside, e Demea per placarlo gli racconta che la concubina non sarebbe

incinta di Moschione ma nientemeno che di Zeus. Quando la tensione è al culmine,

finalmente Moschione racconta al padre che il figlioletto non è nato da Criside ma da

Plangone. Chiarito l'equivoco, Moschione fa l'offeso per i sospetti di cui è stato oggetto,

ma alla fine tutto si aggiusta e si possono celebrare le nozze tra lui e Plangone.

Tematiche. In questo caso, al centro dell’attenzione, vi è il bimbo innocente di

Moschione e Plangone. Spesso il grande catalizzatore delle vicende è proprio il

riconoscimento di un figlio illegittimo, di un padre o di un fratello: padri che

riconoscono figli esposti o fratelli che riconoscono sorelle ect..-> attraverso l’agnizione

la trama si ricompone e i personaggi dissipano i fraintendimenti. Il teatro di Menandro

è fatto di deja vu, di situazioni che continuano a ripetersi, anche se lo scrittore si

cimenta sempre con una serie di interessanti variazioni. Causa degli equivoci è

essenzialmente il silenzio, ovvero due tipi di silenzio: quello di Moschione e quello di

Criside. Il primo esita a raccontare a Demea come stanno le cose, ingenerando quindi

in lui la convinzione che il figlio non sia di Plangone. La seconda invece tace per

salvaguardare la rispettabilità della vera madre. Tuttavia, come sempre accade nella

Commedia Nuova, tali equivoci trovano una loro chiarificazione e la vicenda si

conclude con il matrimonio. Il personaggio che nell'opera svetta su tutti gli altri per

sensibilità è indubbiamente Criside, la donna di Samo, capace di subire offese ingiuste

ed essere anche cacciata di casa, senza per questo venire meno al compito di

solidarietà femminile cui si è votata. Pur di difendere l'onorabilità di Plangone, la donna

subisce ingiurie e ritorsioni senza proferire parola, ma alla fine tutto sfocerà nella sua

definitiva rivalutazione. Anche Demea ha una sua originalità, in quanto si tratta di un

personaggio comico tradizionale (il vecchio innamorato di una giovane), ma dotato di

caratteristiche particolari: lungi dall'essere un vecchio sconcio e ridicolo (frequente per

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esempio nelle commedie di Plauto), Demea si vergogna delle sue smanie senili, ma al

tempo stesso non può impedirsi di essere geloso.

Contenuti della Commedia Menandrea .

La Commedia di Menandro è sempre rappacificatoria, parte da una situazione

conflittuale e si compatta serenamente alla fine, tutto si sistema nei migliori dei modi,

ma all’interno di un nucleo familiare di una classe “borghese”: i poveri e gli emarginati

non entrano a far parte del gioco. Il merito di Menandro è stato quello di offrire ai suoi

successori uno schema operativo teatrale eccellente, di aver ideato l’intreccio comico.

Attraverso di lui si scopre la commedia come un genere che riflette il quotidiano, che

consente l’immedesimazione del pubblico con quanto accade sulla scena. Non esistono

eroi o eroine pronte ad opporsi all’ordine costituito: nessuno, nell’opera di Menandro,

vuole cambiare il mondo. E il cielo non è punitivo: nessuno Zeus è incollerito con la

Grecia, domina sovrana la THYKE, il caso, che però ha un aspetto e una condotta

benevoli.

Ovidio, nei “Tristia”, afferma che le piacevoli commedie di Menandro hanno tutte per

tema “l’eros”, la ondizione umana che più sembra affascinare il commediografo greci,

in effetti, è proprio l’amore, ritratto con il suo carico di pene e illusioni. L’amore è il

sentimento in grado di trasformare un’esistenza, di fare emergere i lati migliori di una

persona; è anche qualcosa che obbliga a guardare più a fondo dentro se stessi. Tra i

personaggi domina sovrana Thyche, il caso, che ha un aspetto benevolo

La commedia Latina

Mentre le grandi biblioteche del mondo greco sono andate distrutte, causando così la

dispersione di molti testi che ci sono arrivati tramite tradizioni spesso popolari e,

quindi, poco affidabili, per il teatro Latino è avvenuto tutto il contrario-> il materiale

teatrale di origine latina è stato selezionato accuratamente dai dotti romani, che

spesso hanno tramandato le opere attraverso testimonianze indirette. Di molti autori,

però, non sono pervenute le tragedie, come di Nevio, Ennio, Accio e Pacuvio (di cui

sono rimasti solo frammenti)-> Pacuvio fu il primo tra gli autori di lingua latina a

specializzarsi nel genere della tragedia: nel Pentheus (Pènteo), di cui restano oggi

solo alcuni frammenti, è narrata la storia del re di Tebe Penteo; il medesimo episodio è

oggetto anche delle Baccanti del tragediografo greco Euripide, la cui trama è tuttavia

profondamente diversa da quella dell'opera di Pacuvio. La drammaturgia a Roma, nelle

sue diverse forme, può dirsi un genere d’importazione. Di fatto, prima del III sec, di

Teatro a Roma non si può neanche parlare-> esisteva, però, una cultura teatrale, che

investiva molti ambiti della vita pubblica, civile e familiare. Fu nel III sec a.C., periodo

delle Guerre Puniche, che i generi e le tecniche dello spettacolo ellenistico vennero

assimilati nella cultura latina: le forme di teatro alla greca soppiantarono le forma di

teatro più rozze e popolari.

Alle origine del teatro Latino, lo storico Tito Livio ha dedicato un’importante scritto:

Livio narra che fino al 394 a.C., nel programma dei “Ludi Romani”, insieme ai normali

riti propiziatori vennero introdotti i “ludi scenici” (per l’occasione vennero chiamati dei

ballerini dall’Etruria), in cui giovani attori si scambiavano battute in rozzi versi,

accompagnando con particolari gestualità le loro parole-> I fescennini versus (versi

fescennini) sono opere protoletterarie, tipicamente popolari, e sono la più antica forma

di arte drammatica presso i Romani. Di derivazione etrusca, non ebbero mai una vera

e propria evoluzione teatrale, ma contribuirono alla nascita di una drammaturgia

latina. Orazio ne parla: I primi attori vennero definiti “istrioti”. Questa prima forma di

tradizione teatrale arcaica precedette di molto la fase propriamente storica del teatro

latino: il primo passo fu fatto da Livio Andronico, un greco tarantino, caduto prigioniero

dei romani e poi liberato, fu il primo a elaborare un dramma intorno a un tema unico e

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interamente scritto. L’esempio dello spettacolo ellenistico lasciò sul teatro latino tracce

profonde-> CONTAMINATIO

CONTAMINATIO, in latino, significa “mescolanza” e in ambito letterario significa

l’inserimento in un solo lavoro di scene ed episodi provenienti da diversi testi Greci, del

medesimo autore o di più autori. Nella II sec. a.C. assunse la valenza dispregiativa di

“rimescolamento” di elementi eterogenei con compromissione della purezza originaria.

La tragedia fu il genere prediletto dai nobili romani: importata dalla Grecia nel

periodo tra la prima e la seconda guerra punica, la tragedia traduceva la scala di

valori, l’orizzonte culturale e sociale del ceto dominante, specialmente quando

presentava al pubblico le virtù etico-politiche di personaggi contemporanei o molto

vicini nel tempo.

Fabula cothurnata e fabula praetexta. Purtroppo, di tutta la produzione tragica romana

dell’età repubblicana ci sono pervenuti solo frammenti sparsi. Ciò che sappiamo è che

nei drammi di argomento grecizzanti (cothurnate-> da “cothurno”, che era l’alto

sandalo calzato dagli attori tragici in Grecia)-> gli autori latini privilegiavano i soggetti

del cosiddetto ciclo troiano, questa preferenza si spiega con la tendenza delle grandi

famiglie romane ad affermare la propria discendenza dagli eroi trasferitisi in Italia dopo

la distruzione della Rocca di Troia (la mitica storia di Enea-gens jula). Le tragedie di

argomento romano (praetexta-> dal nome della toga orlata di porpora, indossata a

Roma dai magistrati) erano di solito di argomento storico. Livio Andronico scrisse

solo tragedie Cothurnate, di Nevio sono i primi titoli a noi noti di praetexta (Romolus,

Lupus, Clastidium). Ennio, invece, scriverà diverse tragedie cothurnate e due

praetextae (Ambracia e Le Sabine).

La Commedia grecizzante si affermò a Roma grazie ai modella di Menandro e della

Commedia Nova; convenzionalmente era detta “palliata”, perché gli attori indossavano

il “pallium” (una mantella di foggia ridotta, facile da indossare). L’esotico abito greco

consentiva alla palliata escursioni sia di forma che di contenuti, che rimasero

interdette alla togata. Gli scrittori vollero coltivare anche un tipo di commedia

“romana”, conosciuta con il nome di “togata”, dal tipico abito detto “toga” (ampia

sopravveste che il cittadino romano indossava sopra la tunica e che ricadeva in

numerose pieghe, lasciando libera la spalla) -> era ambientata a Roma e rifletteva da

vicino la vita della società romana e italica, con riferimento alle professioni e ai

personaggi del tempo. In entrambi i tipi di Commedia risultano assenti elementi di

critica sociale o di costume, che erano venuti a mancare già nella Commedia Nova di

Menandro.

Plauto (255-184)

Biografia. Della vita di Plauto sappiamo ben poco, nacque a Sarsina nel 255 e morì a

Roma nel 184 a.C., la data di nascita è solo congetturale. La vita di Paluto si svolse nel

terribile periodo delle Guerre Puniche e del primo espansionismo romano. La tradizione

letteraria colloca Plauto tra gli “artefices scaenici”, ovvero tra i teatranti. Il nomen

Maccius, la maschera dello sciocco dell’Atellana, lo riconnette al mondo del teatro,

come del resto il cognomen Plautus (dall’umbro plotus), che significa piedipiatti,

denominazione dell’attore del mimo.

Le commedie di Plauto sono tutte ambientate in Grecia (palliate), spesso ad Atene, ma

si tratta solo di uno sfondo: usi e costumi sono tipici della società romana. Nel II secolo

si attribuivano a Plauto ben 130 Commedie, di queste ne sono giunte ben 21 che

Varrone giudicò di sicura mano plautina. Altre 19 erano di dubbia attribuzione, mentre

alcune erano spurie-> Le commedie varroniane si possono riferire all’ultima fase della

tradizione plautina, la più matura e felice.

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Tre tipi di Commedia. 1) commedia del Servus Callidus: Bacchides, Cistellaria,

Epidicus, Mostellaria, Persa, Pseudolos; 2) Commedia dei Simillimi (Sosia:

Amphrituo, Bacchides, Menechmi); 3) Commedia dell’agnizione (Casina, Cistellaria,

Curculio, Poenulu, Vidularia).

BACCHIDES (Servus Callidus)

Le due sorelle hanno in comune il nome, l’aspetto e l’età; sono entrambe due

meretrici, solo che una vive a Samo, l’altra ad Atene. Due amici, Pistoclero e Mnesiloco

s’innamorano di loro, ma ovviamente i padri non vogliono che i propri figli sposino due

meretrice. In aiuto giungerà come sempre Crisalo, il servo di Mnesiloco e suo alleato

contro il padre del suo padrone, di cui scatena le ire. Come tutti i servi della commedia

plautina, è astuto ed al bisogno irriverente, non si fa scoraggiare dalle difficoltà e

mantiene sempre fisso il suo obiettivo, per il quale teme di diventare "pellaccia da

scudisciate" se scoperto dal suo antagonista.

Commento. L'omofonia tra il nome delle due meretrici della commedia e i riti orgiastici

molto in voga a Roma verso la metà del III secolo. Lo stesso Pistoclero dice (Bac. 55-

56) a Bacchide di avere grande paura di lei e del suo baccanale, del quale si può

scorgere una parodia nella commedia: l'iniziazione che vede protagonista il giovane

nel primo atto, il grande spazio che acquista la descrizione degli ornamenti di

Pistoclero e del suo carico di cibarie, vino e fiori poco dopo, e l'indignazione del severo

pedagogo in apertura del terzo atto contro quei costumi dissoluti.

I culti bacchici avevano raggiunto una straordinaria partecipazione a Roma, tanto da

diventare qualcosa molto più simili ad un'orgia piuttosto che un rito religioso, per

questo motivo il senato le proibirà nel 186 a.C.

AMPHITRUO (Commedia Simillimi, personaggi “Divini”)

L'Anfitrione (Amphitruo) è una commedia, in cinque atti e un prologo, scritta

dall'autore latino Plauto presumibilmente verso la metà del III secolo a.C. e

rappresentata, con molta probabilità, nel 206 a.C. L'opera trae il titolo da uno dei

protagonisti, il comandante dell'esercito tebano Anfitrione, mentre gli altri personaggi

sono gli Dei Giove e Mercurio, i mortali Alcmena e Sosia, rispettivamente moglie e

servo di Anfitrione, oltre a due personaggi di contorno: il pilota Blefarone e la serva

Bromia. Di solito le commedie rappresentavano fatti riguardanti personaggi popolari,

non divinità o soggetti mitici, di cui si occupava invece la tragedia; per questo motivo

lo stesso poeta definisce nel prologo, per bocca di Mercurio, la sua opera una

tragicomoedia.

Il testo a noi pervenuto presenta lacune nel IV atto, del quale ci rimangono una

cinquantina di versi.

Trama. Giove e Mercurio assumono rispettivamente le fattezze di Anfitrione e del suo

servo Sosia, per ingannare Alcmene, di cui Giove è innamorato. Quest’ultimo riesce a

passare la notte con la donna, che rimarrà incinta e genererà Ercole.

Tematiche. Amphitruo è un classico esempio di quella che viene chiamata commedia

degli equivoci, basata sulla confusione, in questo caso creata tra i personaggi umani e

le divinità che ne hanno assunto le sembianze. La somiglianza tra gli attori che

dovevano rappresentare due personaggi, l'uno la copia dell'altro, era resa con delle

parrucche e degli accessori e forse aiutata dalle maschere. Differenti sono, in questo

caso, i pareri tra gli studiosi. Le maschere erano sicuramente utilizzate nel teatro

greco, mentre forse non erano adatte al teatro plautino, che faceva grande

affidamento sulla mimica facciale. La differenza tra il dio e l'uomo era ben visibile

comunque allo spettatore: all'attore che impersonava Mercurio spuntavano due ali dal

cappello, mentre Giove era munito di una treccia d'oro (il pubblico ne era stato

avvertito nel prologo).

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MEANECHMNI

Menaechmi (Menecmi o I due Menecmi) è una commedia di Plauto scritta verso la fine

del III secolo a.C. Il nome deriva da quello dei due personaggi principali, nonché fratelli

gemelli. La commedia, in apparenza movimentatissima, tratta di un evento molto

semplice: lo smarrimento e rapimento di Menecmo I e le peripezie che consentono ai

due gemelli di incontrarsi di nuovo e tornare insieme in patria. Attorno all'omonimia e

alla straordinaria somiglianza tra i due fratelli viene costruito da Plauto il prototipo

della commedia degli equivoci, simile per genere all'Anfitrione e alle Bacchidi: la

comparsa di Menecmo II, che non ha mai smesso di cercare il fratello, ad Epidamno,

dove Menecmo I si è creato la sua nuova vita, scatena un susseguirsi di situazioni

confusionali, comiche per necessità.

Il mondo alla rovescia, Nei Menecmi assistiamo al ribaltamento dei ruoli dei personaggi

poiché le gerarchie di potere differiscono dai modelli originari: troveremo così lo

schiavo che umilia il padrone, le mogli che tradiscono i mariti, i giovani che hanno

sempre successo nella vita senza dover rendere conto a nessuno, caratteri fuori

dall'ordinario per l'antica Roma. In questo ambito si colloca un ribaltamento molto

interessante: quello del ruolo del giovane protagonista (in latino adulescens). Egli è

perfettamente inglobato nel ruolo di innamorato dominato dalla passione amorosa ma

il ricorso al linguaggio militare crea un effetto straniante e ridicolo.

La Commedia parassita Artotrogo: MILES GLORIOSUS

È lo stesso Plauto a citare esplicitamente nel prologo della commedia l'originale greco

da lui utilizzato per la composizione del Miles gloriosus: si tratta di Alazón, ovvero "Lo

spaccone", di cui però non è indicato il nome dell'autore. Oltre allo spunto dall'Alazón,

come fa dire Plauto al servo furbo nel II atto, Plauto trae ispirazione anche dal

Fantasma e dall'Adulatore, due opere del commediografo greco Menandro.

Trama. l "Miles Gloriosus" è la commedia di Plauto più lunga a noi giunta. La trama è

ricca e articolata e ruota intorno a un soldato vanesio e fanfarone, Pirgopolinice. Il

soldato rapisce, portandola con sè a Efeso, una giovane cortigiana, Filocomasia,

amante di Pleusicle, lontano da Atene in quel momento. Il furbo schiavo del

giovane, Palestrione, si mette sulle tracce di Pirgopolinice. Dopo una serie di

disavventure, lo schiavo riesce a raggiungere il soldato e a far chiamare il suo padrone.

I due sono ospiti del vecchio Periplectomeno, vicino di casa del soldato. Palestrione

escogita un piano per salvare Filocomasia, facendo credere a Pirgopolinice che la ricca

moglie di Periplectomeno sia innamorata di lui. Ulteriore beffa è quella ordita da

Palestrione nei confronti dello schiavo del soldato, Sceledro. Sceledro, infatti, vede

Filocomasia e Pleusicle baciarsi, e Palestrione, per evitare che Pirgopolinice lo scopra,

fa credere all'altro schiavo che il giovane non sta baciando Filocomasia, ma la sorella

gemella. Quello del doppio è un espediente molto utilizzato nelle commedie latine,

soprattutto da Plauto.

Tematiche. il parassita è una figura che deriva dal Kolax della Commedia Nuova Greca,

offriva al commediografo latino un’alternativa al personaggio del servo, con il quale ha

evidenti punti in comune: la fame insaziabile, astuzia unita ad un’insana

spregiudicatezza, la sottomissione a un potente che lo sfama. Agli occhi del pubblico

romano il parasitus tende a divenire la deformazione macchiettista del Cliens, che

dipende dalla generosità del suo Patronus. La presenza, accanto all'inganno principale,

di una beffa "minore" ordita dallo schiavo Palestrione alle spalle dello schiavo Sceledro,

e finalizzata a convincerlo del fatto che Filocomasio abbia una sorella gemella,

inserisce nell'intreccio un altro tema caro a Plauto, quello dei simillimi o del doppio.

Anche in questa commedia il personaggio dello schiavo svolge una funzione

metateatrale: tocca a lui, infatti, architettare, organizzare e mettere in scena in qualità

di "regista" una serie di ludificationes, cioè di beffe destinate ad essere rappresentate

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in italianistica, culture letterarie europee, scienze linguistiche
SSD:
Docente: Tosi Renzo
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gisella.governi92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dello spettacolo nel mondo antico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Tosi Renzo.

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