Storia delle dottrine politiche
Introduzione
La storia delle teorie politiche (del pensiero politico) si occupa di temi astratti, teorici e concettuali come, ad esempio, la nascita dello Stato e le varie risposte: per Aristotele l’uomo è un animale politico, mentre per Hobbes lo Stato è qualcosa di artificiale. Ci si occupa anche di programmi politici quali la riforma della società e dei comportamenti dei cittadini, dunque della parte più concreta. Non ci si occupa invece di ciò che è relativo alla scienza politica, ma bensì si affronta il tema da un punto di vista umanistico (stesura di una costituzione, militanza in un partito…). I confini con la sociologia sono molto labili esistendo un ampio riferimento alla società, al rapporto di essa con i singoli e alla sua evoluzione (rapporto fra costumi e leggi…).
Ci si occupa anche di antropologia (com’è la natura umana), di economia (chi produce, come, quanto guadagna, in che modo vive, rapporto con la politica), di psicologia (osservazione del comportamento umano), di biologia (in quanto esseri viventi siamo esseri animali e quanto ciò condizioni il nostro comportamento naturale) e di filosofia della storia (in che direzione va la storia/il tempo? È un continuo progresso o un circolo?)
Teoria politica
Una è la polis. È il limite che contiene la comunità politica nell’antica Grecia, il che la compara al nostro odierno stato. Perciò “politica” è tutto ciò che ha a che vedere con la comunità (composta dai cittadini) e il suo modo di vivere: vi sono limitazioni relative alla democrazia e al suo esercizio, come oggigiorno (i barbari sono i non-cittadini). Rawls (teoria della giustizia). Mentre un’ideologia è ciò che spinge a fare una determinata azione politica (socialismo, fascismo, nazismo…). Si impostano dei temi fondamentali in modo diverso. Solitamente le ideologie non sono pure, ma vengono contaminate a vicenda, anche se può essere che la teoria politica di partenza lo fosse. Ad esempio il welfare state nasce con teorie nel XIX secolo.
Platone: La Repubblica
427 a.C., vuole costruire il disegno di una costituzione/città ideale perché pensa che le polis siano in uno stato di decadenza dal quale è necessario uscire. Gli aspetti che troviamo nella sua opera sono di due tipi, uno di carattere ideale (la Repubblica è una sorta di utopia, stato perfetto) e uno di carattere più concreto (Platone riteneva ciò possibile e per applicarlo si è messo in contatto con un tiranno di Alessandria, anche se ciò non è andato a buon fine).
La Repubblica inizia con Socrate (figura leggendaria che non ha scritto niente, ma ha solo dialogato con i suoi allievi per tutta la vita; viene accusato dalla polis in modo vago per empietà, ossia misconoscimento della religione ateniese e corruzione dei giovani. Si dichiara innocente, ma accetta di bere la cicuta), che ha la funzione di provocare la ricerca dell’interlocutore fino al raggiungimento della verità. Filosofo = colui che conosce la verità, che conosce le cose come sono, non come sembrano. Solo se il governante ha questa caratteristica si avrà uno stato buono. In un dialogo precedente (Golgia?), Platone sotto le spoglie di Socrate, è arrivato alla conclusione che la giustizia è la condizione buona dello stato e dell’individuo.
Conclusione che passioni
Dice che quando le allentano la loro forza e cessano ci si libera di molti folli padroni (es: donne). Le passioni per Platone sono l’opposto della ragione, visto che l’anima dell’uomo è composta da una parte razionale e da una irrazionale; la prima deve conoscere la verità e tenere a freno l’altra parte. Le passioni sono pericolose e sono appunto come un vero e proprio tiranno che ci domina in modo irresistibile e che ci conduce dove vuole, impedendoci il corretto uso della ragione. È dunque necessario eliminarle e la perfezione sarebbe un uomo senza passioni (così com’è Socrate da vecchio). L’ideale di Uomo è quello che si controlla, che si auto-reprime, che tiene la sua parte irrazionale soggiogata. Si tratta del nostro ideale borghese occidentale di individuo “auto-controllato”, che non eccede e si limita, che trova le sue radici appunto in Platone.
Legge
La legge è ciò che gli individui necessitano quando non si riesce a controllare la parte passionale in modo autonomo e serve quindi qualcosa di esterno. In questo senso ci si incrocia con l’antropologia: cos’è l’uomo, cosa dovrebbe essere.
Sofisti
Socrate è circondato da un gruppo di intellettuali molto abili nell’uso del linguaggio che insegnano agli altri a parlare tramite la retorica (a pagamento). I sofisti sono coloro che vendono la loro abilità al servizio del miglior offerente, per cui sono il peggio della politica, disinteressandosi dalla conoscenza in sé. Essi vanno d’accordo con il demagogo, che è chi si rivolge al demos (la massa) con forme di persuasione per fargli fare ciò che vuole. Sono esempi di corruzione della polis secondo Platone, dei quali egli si serve per dare esempi sbagliati della definizione di giustizia (come dare ciò che è dovuto, nel senso di occhio per occhio, oppure la giustizia come utilità del più forte, dunque simile alla forza, oppure la giustizia che coincide con i propri interessi).
Per Socrate il politico è come il medico, ossia cerca la salute della polis invece che del corpo. Il male è la discordia, l’armonia è il bene. Socrate, smontando i sofisti, arriva a una definizione positiva “se la giustizia è sapienza (conoscenza delle cose come sono veramente) e virtù, essa è più forte dell’ingiustizia, che è ignoranza”. Se io so qualcosa sono spinto a metterlo in pratica (ottimismo platonico), se io ignoro il bene invece faccio il male. L’ingiustizia produce l’odio, la giustizia amicizia. La discordia in Platone è la paralisi, ossia l’incapacità di agire. Tuttavia Socrate è convinto di non sapere perciò non prende mai una definizione come definitiva.
Si pone la domanda: la giustizia coincide con la felicità? Eppure la politica non è qualcosa di piacevole, ma snervante. Ecco perché i politici devono essere pagati: essi sono persone normali, senza un censo particolare e che quindi è giusto che siano retribuiti (questa concezione è diversa da quella kantiana secondo cui chi non è economicamente autonomo dovrebbe essere escluso da questa categoria).
Ogni cosa che ha una funzione ha anche una sua virtù (o caratteristica); esiste una funzione dell’anima? Provvedere, governare, deliberare, ecc…? Sì, vivere è la sua funzione. Di conseguenza esiste anche una sua virtù. L’anima cattiva vive male, l’anima buona vive bene. La prima guida male il governo, la seconda svolge bene ogni cosa. Per Socrate la giustizia è la virtù dell’anima (che è vista separata dal corpo come nella tradizione cristiana, ma è anche la natura dell’uomo, tutto ciò che è interiore), ecco perché il giusto vive bene e sarà felice, mentre l’ingiusto sarà anche infelice.
Rapporto di simmetria tra anima e polis: Socrate propone una specie di gioco in cui spiega che attraverso le lettere grandi si possono leggere quelle piccole; studiando la comunità, la polis, lo stato, si conoscerà anche ciò che vogliono gli uomini, essendoci appunto una correlazione. Abbiamo una giustizia per il singolo e per lo stato, ma come nasce quest’ultimo? Come mai un gruppo di persone forma una comunità? Perché noi singolarmente siamo in carenza, in difetto e abbiamo dei bisogni che da soli non possiamo appagare e allora ci uniamo agli altri così che il lavoro sia suddiviso. Ognuno svolge il compito verso il quale la sua natura lo dirige (per propria disposizione naturale); ne consegue che le persone nascono diverse. Platone sostiene che il lavoro è svolto meglio se ci si focalizza su uno solo invece che su tanti insieme. La disuguaglianza di base, naturale, non deve necessariamente corrispondere a quella nella società.
I mestieri si moltiplicano quando l’uomo si riunisce nella polis (contadini, artigiani, fabbri, tessitori… ma non solo produttori, anche chi fornisce le materie prime, mercanti e commercianti) e si crea un mercato all’interno del quale le cose si scambiano attraverso la moneta (equivalente universale che sostituisce il baratto arbitrario). Secondo Platone chi si occupa dello scambio è tra le persone più deboli, inadatte a fare sforzi per natura (condizione non mutabile = determinismo naturale). La giustizia consiste nel fare bene le cose che si devono fare, dunque svolgere bene il proprio mestiere.
Lusso
Il lusso è un elemento negativo: ciò che eccede il semplice bisogno e non è veramente necessario ed è l'origine principale dei mali pubblici e privati. Platone descrive due tipi di stato, uno sano e uno no. Nel primo si vive modestamente e si soddisfano i bisogni necessari. Il secondo è definito “gonfio di lusso” perché strapieno di cose superflue dettate dalla voluttà, dall’ambizione, dall’invidia che danno vita a mestieri che non sono necessari (attori, musicisti…). Inoltre pensa che la guerra di conquista sia motivata dal lusso perché fa parte delle cose non necessarie, cioè la conquista di altra terra, che era altrui.
Emerge anche l’importanza dei difensori dello stato, cioè l’esercito, che devono essere accuratamente selezionati e devono dedicarsi solo alla difesa. Ci sono 3 categorie di lavoratori:
- Produttori (anche artigiani e commercianti, come sottocategoria)
- Difensori
- Governanti
Esse sono separate, ma è possibile il passaggio di classe per naturale inclinazione tra le prime due. I produttori sono la classe sociale che sta alla base, ma è più bassa. Inoltre vengono selezionati i governanti (Platone però non specifica come, perché vuole solo delineare un modello di repubblica), la cui caratteristica è la conoscenza dell’essenza delle cose, ossia delle Idee (non tanto dei singoli oggetti materiali). Nella Repubblica non si parla dell’educazione dei produttori, ma di quella delle altre due classi. Ai difensori bisogna insegnare la musica e la ginnastica, mentre i governanti iniziano con la musica (rapporti numerici, tempi, armonia) e la ginnastica (armonia del corpo), poi passano alla geometria, all’astronomia…
Secondo Platone la classe dei difensori non deve possedere niente (sorta di comunismo) perché non deve servire i propri interessi, ma quelli della Repubblica (il bene comune). Non possono avere una famiglia, ma possono solo generare gli secondo un calendario dato dallo stato, i quali vengono allevati da balie. Non sono possibile unioni miste, gli eventuali figli illegittimi sono espulsi. Ha presentato un modello ideale di costituzione e compara tutto ciò che riscontra per quanto si distacca dall’idealtipo. Nello stato di Platone la donna svolge le stesse funzioni dell’uomo, ma essendo più debole deve essere risparmiata dai compiti più faticosi.
L’uomo è diviso in 3 parti: testa (parte razionale), cuore (sede degli affetti, sentimenti, passioni) e pancia (desideri, concupiscenza, appetiti, istinti). Questa tripartizione riflette lo stato, essendo i produttori la pancia (bisogni più elementari), i custodi/difensori il cuore (sono mossi dall’ira, dal coraggio) e i governanti la testa (dirigono il tutto attraverso la ragione, la scienza). La giustizia nello stato coincide con la giustizia nell’individuo: la giustizia nell’individuo consiste nel fatto che ognuno fa il compito per il quale presenta una disposizione per natura, mentre la giustizia nello stato significa che tutto è armonico e in accordo. La ragione deve controllare sia la parte del cuore che quella della pancia.
Platone spiega anche dove deve essere collocata la polis, che non deve essere né troppo grande né troppo piccola (affinché sia autosufficiente, caratterista dello stato buono, che così è indipendente). Le favole (Omero) sono negative nell’educazione dei ragazzi perché rappresentano gli dei come se fossero umani attraverso un cattivo modello; è una sorta di censura.
Idee: Nel mito della caverna (libro VII) Platone parla delle idee. I prigionieri sono legati immobili con delle catene con le spalle rivolte a un fuoco con davanti degli uomini su una passerella; ciò che vedono sono le ombre degli uomini proiettate sul muro della caverna, non gli uomini effettivi. La conoscenza dell’uomo è quindi illusoria, parziale, non vera, opinione (e non scienza). Conosce un mondo che sembra autentico ma non lo è, perché quello vero è quello delle Idee (dell’essenza delle cose). Vi si arriva attraverso la dialettica (dialogo); dunque è possibile raggiungerlo, ma la strada è difficoltosa. Il filosofo è colui che è riuscito a penetrare in questa essenza delle idee ed è contrapposto dai molti che invece vivono nell’illusione. La conoscenza vera è riservata a pochi. Lo stato migliore non coincide con una formula politica, ma col fatto che chi governa ha una conoscenza superiore che gli fa capire quali sono le costituzioni buone e quali no.
Platone definisce 5 forme di governo:
- Aristocrazia/monarchia (non interessa se comanda uno o molti, l’importante è che governino i migliori, dotati di conoscenza vera)
- Timocrazia (il governo dell’onore, quindi dei guerrieri)
- Oligarchia (il governo dei pochi, che si basa non sull’onore, ma sul possesso di ricchezza)
- Democrazia (il governo basato sull’abbondanza di libertà, vista in negativo perché concepita senza limiti o divieti)
- Tirannide (il governo delle passioni, dei desideri; non vi sono leggi, ma il tiranno fa quel che vuole dei cittadini secondo il proprio arbitrio)
Ad esse corrispondono 5 forme di uomo (essendoci la corrispondenza stato-anima):
- L’uomo buono e giusto
- L’uomo ambizioso, che aspira ad avere sempre di più (guerriero)
- L’uomo avido, che pensa solo ad accumulare ricchezze
- L’uomo che fa ciò che vuole, non accetta costrizioni, non rispetta nessuno
- L’uomo che si lascia andare ad ogni eccesso e desiderio, continuamente attratto dall’ebbrezza, dall’amore e dalla follia (passioni)
Fra le forme di governo c’è una sequenza, la precedente termina, si corrompe, e sfocia nella successiva: aristocrazia > timocrazia > oligarchia (la minoranza è ricchissima, la maggioranza è povera, dunque si ribella) > democrazia (è disunita e rissosa, la massa alla fine è incapace di governarsi e lascia tutto il potere ad uno) > tirannide. Nel totalitarismo incertezza delle leggi e strategia del terrore creano una condizione di paura continua, e questa è più o meno la concezione della tirannide di Platone. In questa situazione le persone sono infelici, quindi anche lo stato lo è.
Carl Popper, nella “Società aperta e i suoi nemici”, collega Platone a Marx, spiegando che sono i padri di una società chiusa (senza libertà), contrapponendola a quella aperta che voleva e ha interpretando il modello della Repubblica come stato totalitario. L’elemento dell’utopia caratterizza lo stato ideale di Platone, giusto e vero, fermo e definitivo, senza cambiamento, progresso né decadenza. La mobilità è minima tra la classe dei difensori e quella dei governanti. Dunque è un modello sospeso, senza tempo, dove si esclude il dibatto, il conflitto e la molteplicità delle verità.
Aristotele: la Politica
384 a.C., è discepolo di Platone per 20 anni e alla sua morte fonda una scuola (“peripatetica”, dove insegnava camminando) e inizia a esprimere il suo dissenso nei confronti del maestro che aveva presentato un modello ideale di costituzione per poi classificare la realtà in base a quanto si distaccasse da esso (dunque dalle idee). Al contrario Aristotele risale dal basso, partendo dunque dalle costituzioni concrete, paragonandole tra loro, elencandone i pregi ed i difetti, e arrivando infine al suo modello di perfezione (un’altra opera politica è la “Costituzione ateniese”).
Non si sa se quest’opera sia stata scritta da lui o dai discepoli, si tratta di 5 libri pieni di ripetizioni e che necessitano di altre opere per essere compresi: l’Etica Nicomachea è considerata l’inizio della Politica, essendo ciò che ha scritto immediatamente prima. Nel IV libro spiega che non è il primo ad occuparsi di politica e che vuole fare uno studio relativo ai governi esistenti (come sono ordinati, quali leggi e consuetudini li caratterizzano) per capire quale sia il migliore. Introduce appunto come elementi le leggi e i costumi (abitudini, tradizioni, modo di vivere della comunità); secondo Platone bastava un governante filosofo, mentre per Aristotele virtù e conoscenza non erano sufficienti (fa l’esempio della famiglia, dove prevale l’autorità del padre, che però non ha valore di legge visto che non prevede una sanzione/pena). La comunità politica nasce dalla famiglia (che diventa tribù, poi villaggio e infine stato), ma necessita leggi poiché non vi è legame di sangue con l’autorità ed altrimenti essa non sarebbe rispettata. Le leggi sono collegate ai costumi, perché se essi fossero immorali, violenti ecc esse non sarebbero applicabili, così come se costumi perfetti fossero uniti a leggi corrotte.
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