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Storia delle dottrine politiche

0.1 La metodologia della storia del pensiero

La ricerca sul pensiero politico si suddivide in più dottrine accademiche: la filosofia politica, che ricerca l'optima res publica e il fondamento del pensiero politico come giustificazione dell'obbligo politico, la scienza politica, che non si muove sul piano assiologico ma su quello descrittivo attraverso un metodo descrittivo e l'utilizzo di un principio di verificazione o falsificazione ed è avalutativa, e infine la storia delle dottrine politiche, che si interroga su alcuni nodi fondamentali quali la distinzione tra governati e governanti e quali sono le sue basi oppure la definizione della sovranità.

I due problemi della storia del pensiero politico riguardano soprattutto il contenuto da stabilire e il metodo. La prima risposta sta in un canone relativamente definito di testi, più complessa e diversificata la seconda, per la quale si distinguono varie tendenze:

  • L'approccio di Skinner e della scuola che da lui prende le mosse pone centrale il carattere storico della disciplina, sottolineando il ruolo costitutivo dell'intenzione nell'agire umano e che il recupero di questa intenzione è l'obiettivo fondamentale che deve perseguire uno studioso nell'analisi delle opere del pensiero politico. In sintesi, si assume come chiave il fatto che uno specifico testo è il frutto di un autore umano e, in quanto tale, ha alla sua base gli interessi di quest'ultimo chiedendosi quindi cosa l'autore intendeva dire con quel determinato testo. La polemica è con l'indirizzo analitico, che finiva, a suo giudizio, per staccare il testo da ogni appiglio contestuale isolando i concetti dalle circostanze storiche che li avevano alimentati e rischiando di scadere nell'anacronismo.
  • L'approccio degli studiosi che, pur considerando importante il carattere storico dei testi, vi dedicano un'attenzione solo accessoria, concentrandosi piuttosto sulla società in cui l'autore di quel testo si inserisce. Esempio in questo senso sono gli studi di Macpherson, autore de La vita ai tempi della democrazia liberale, dove sostiene che nell'opera di Hobbes si ritrovino i germi della società di mercato. Chiaro è che in questa visione si ritrovi l'influenza del marxismo e nell'interpretazione della società in divenire storico.
  • Un altro approccio è quello che non si sofferma sul carattere storico-esegetico, ma piuttosto sullo spunto che un testo può dare all'attore contemporaneo, mirando ad una ricostruzione dei concetti analitici mediante ricorso a schemi teorici mutuati dalla filosofia o dalle scienze sociali e soffermandosi sui nessi indipendentemente dalla sua collocazione storica.

Tra i diversi approcci, storico e analitico, non c'è una contrapposizione totale, non è possibile infatti evitare per il primo un approccio concettuale per non incappare in un eccessivo attualismo, mentre neppure la seconda visione può prescindere da un minimo inquadramento storico. Una posizione di compromesso è quella offerta da Norberto Bobbio nel libro Da Hobbes a Marx.

1. Niccolò Machiavelli

1.1 Interpretazioni e riletture dell'opera

Machiavelli vive e scrive negli anni dell'asservimento dell'Italia agli stranieri e del conseguente declino delle libere repubbliche, assistendo alla calata di Carlo VIII e, poco prima di morire, al Sacco di Roma. Si occupò della politica estera e dell'organizzazione militare durante la repubblica di Pier Soderini fino al ritorno dei Medici dopo la riconquista di Firenze ad opera delle truppe di Carlo VIII. Da molti, Guicciardini in primis, la discesa delle truppe francesi in Italia fu vista come lo sconvolgimento dei criteri politico-militari sui quali l'equilibrio della politica si era costruito: dal calcolo razionale dei tempi di Lorenzo De Medici, possibile per l'assenza di inserimenti stranieri nel sottile gioco diplomatico alternato da guerre prudenti, si era infatti passati al periodo dello sfasciamento degli Stati italiani, passando conflitti più brevi ma decisamente più impattanti, che minarono fortemente l'instabilità delle prime istituzioni repubblicane causandone la rapida scomparsa.

Secondo un'interpretazione molto diffusa a Machiavelli spetta il merito di aver distolto la politica dalla speculazione su ordinamenti utopici per indirizzarla verso la verità effettuale. Cassirer ne Il mito dello Stato vede in Machiavelli il padre della scienza politica, ponendolo sullo stesso piano di Galilei per le scienze sperimentali. Su una strada simile proseguì Croce, riconoscendogli il merito di aver scisso l'etica dalla politica.

Altri, tra i quali Skinner, ritengono queste interpretazioni frutto di anacronismi e vedono invece in Machiavelli l'obiettivo di recuperare l'idea romana della politica come scientia civilis, sottolineando il Machiavelli sostenitore di una “terza libertà” e tratteggiando così la figura che venne mutuata nel pensiero anglosassone. Se così fosse tuttavia, sarebbe difficile distinguere Machiavelli da altri pensatori repubblicani come Palmieri o Bruni o anche giustificare lo scandalo che le opere suscitarono nel suo tempo e nei tempi successivi.

Le vicende storiche dell'opera machiavelliana subì alterne fortune, legate soprattutto a quella che fu la sua opera più diffusa, Il Principe. Soprattutto al tempo delle guerre di religione essa venne osteggiata e ritratta come simbolo dell'amoralità e dell'ateismo della politica. Venne coniato il termine “machiavellismo” con un'accezione negativa legata all'“arte del tiranneggiare”, come si leggeva ad esempio nell'Enciclopedia di Diderot e D'Alambert.

Accanto a un vasto movimento anti-machiavellico però si schierò un largo seguito di sostenitori del pensatore toscano come Francis Bacon, che vedeva con favore l'applicazione del metodo scientifico, o Spinoza, che lanciò quell'interpretazione repubblicana dell'opera di Machiavelli, che vedeva ne Il Principe una critica alla concentrazione del potere nelle mani di un solo individuo.

1 Questa sarebbe poi passata nell'opera di Foscolo, che ne parla ad esempio ne I Sepolcri, e nel pensiero di Rousseau ne Il Contratto Sociale, ma, seppur per motivi diversi legati al rifiuto del potere temporale della Chiesa, persino Voltaire riconobbe la centralità di quest'opuscolo.

1.2 La Lettera al Vettori e il confronto col suo tempo de Il Principe

Quando comincia a scrivere Il Principe, Machiavelli si trova confinato nella sua villa a Sant'Andrea in Percussina, sulle colline fiorentine. Il 1512 aveva visto la caduta della Repubblica Fiorentina e il conseguente suo allontanamento dalla vita politica e da Firenze stessa, soprattutto dopo il presunto coinvolgimento nella congiura di Capponi e Boscoli, che era valso allo studioso fiorentino persino una breve reclusione. Confinato nella sua tenuta in collina dopo l'amnistia indetta per l'elezione di Giovanni De' Medici come papa Leone X, il Machiavelli, finora celebre attore della politica fiorentina, si ritrovò colpito nella sua anima più profonda.

In una lettera del dicembre 1513, indirizzata al Vettori, legato fiorentino presso il papa, egli racconta la sua giornata in quel mondo rurale, ponendo una netta contrapposizione col momento in cui egli toglie le vesti dell'uomo di campagna per vestire i “panni curiali”, ossia per intrattenere un fitto dialogo coi classici di cui l'intellettuale Machiavelli ha un forte bisogno. È in queste occasioni che, ci dice Machiavelli stesso, egli ha cominciato a scrivere un opuscolo De Principatibus, basandosi sul principio mutuato da Dante per cui non ha importanza sanza lo ritenere lo habere inteso.

L'opuscolo verrà inizialmente indirizzato a Giuliano De' Medici, ma dopo la sua morte prematura il vero destinatario divenne invece Lorenzo, duca di Urbino e soltanto pallida imitazione del suo omonimo.

Letto nel suo contesto storico dal punto di vista del genere letterario Il Principe si inserisce nel celebre genere degli specula principis, scritti pedagogici composti per l'educazione dei sovrani e tratteggianti i modelli di ispirazione dei principi.

1 “quel grande che temprando lo scettro a' regnatori gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue”

L'educazione del principe cristiano di Erasmo da Rotterdam, di poco successiva all'opera di Machiavelli, ne è uno degli esempi maggiori e forse più contrastanti con l'opuscolo machiavelliano. Machiavelli infatti espone un'opera in completa antitesi con i contenuti di questi piccoli trattati, un elemento che esprime in modo chiaro nell'opera, dove afferma di aver come sua guida l'utile e come suo obiettivo la verità effettuale contrapposta ai modelli utopici fino ad allora teorizzati. Il realismo di Machiavelli tuttavia non si limita a descrivere, ma intende anche prescrivere e prevedere riguardo l'operato politico, ricavando consigli da esempi storici e rimanendo nell'ambito tecnico-pragmatico e fuori, al contrario dell'opera di Erasmo, dall'ambito morale.

1.3 La visione filosofico-politica del Machiavelli ne Il Principe

L'interpretazione scientifica della politica è possibile per Machiavelli poiché per lui l'esperienza umana non è di tipo storico, quanto piuttosto naturalistico. La sua concezione antropologica, caratterizzata da un profondo pessimismo, e ritrovata in parte anche in Hobbes e negli autori del Federalist, considera immutabile la natura umana e la considera anche immutabilmente negativa. Questi sono gli elementi che rendono necessaria l'esistenza di un governo: l'uomo mira immancabilmente ad ottenere tutto senza tuttavia averne i mezzi ed è per questo immancabilmente insoddisfatto, qui l'operato di un governo agisce per evitare lo sprigionarsi della natura malvagia dell'uomo. Partendo dalla propria visione antropologica, Machiavelli sostiene che chiunque detenga una responsabilità politica debba necessariamente tener conto che ogni uomo è colpevole, come egli stesso sostiene nel XVII capitolo de Il Principe, soffermandosi sull'ingordigia e la cupidigia naturale dell'uomo.

2 Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita e’ figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano. (Il Principe, Cap. XVII)

Machiavelli rinnega la visione cristiana della storia nel senso di un percorso lineare e passibile di mutamento ad opera dell'uomo, ma piuttosto preferisce a questa una versione recuperata dal mondo classico, stoico in particolare, che vede nella storia il principio fondamentale della ciclicità degli eventi, che portano al ricorrere delle stesse circostanze, potendo così assumere la storia come effettivamente magistra. Machiavelli sconvolge inoltre anche la definizione cristiana e aristotelica della virtù, tradizionalmente intesa come accettazione paziente della volontà divina o utilizzo del giusto mezzo, sostituendo questa visione con una decisamente più utilitaristica, ricondotta alla perizia e all'abilità di volgere in proprio favore le circostanze della fortuna nel perseguimento del proprio fine.

Importante in Machiavelli è anche il concetto di fortuna, letta attraverso Polibio e Tucidide e quindi definita come l'elemento casuale imprevedibile che sconvolge i piani predefiniti (τύχη). Tuttavia il Machiavelli umanista non può accettare l'idea della fine del libero arbitrio ed evidenzia quindi come l'operare umano possa trasformare talvolta i casi della sorte in opportunità e come questa domini circa la metà della vita di un uomo.

3 “Perché il nostro libero arbitrio non sia spento, indico potere essere vero che la fortuna sia arbitraria nella metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s'adirano, allagano e' piani, ruinano li arberi e li edifizi, lievono da questa parte terreno, pongono da quell'altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, benché sieno così fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale, o l'impeto loro non sarebbe né si licenzioso né si dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla” (Il Principe, Cap. XXV)

Nell'opera Machiavelli si scaglia poi contro la visione ciceroniana della virtù politica, scindendo definitivamente “utile” e “agire morale”, che per il pensatore latino non avrebbero mai potuto entrare in conflitto. Compiendo questo passo Machiavelli afferma che, se spinto dalla necessità, il Principe deve saper compiere il male in consapevolezza adattandosi alle situazioni, concetto esplicitato con una ripresa da Settimio Severo per cui è indispensabile sapere quando istare sulla golpe o sul lione. Il Principe non può quindi prescindere dal conoscere l'arte dell'inganno e della dissimulazione e simulazione, ma anche al contempo dal saper utilizzare, quando necessario, l'autorità della sua posizione.

Su questo stesso piano nel capitolo VII Machiavelli si era soffermato su un particolare caso storico: la vicenda del Duca di Valentinois Cesare Borgia, trattata nel paragrafo Dei principati che si acquistano con l'armi degli altri. Egli viene definito “figlio della fortuna” perché deve la sua ascesa all'aiuto di suo padre, il papa Alessandro VI, ma allo stesso tempo è anche virtuoso perché abile a mantenere il potere sulle Romagne appoggiandosi ai signori locali (si ritrova anche qui la posizione del Machiavelli di netto favore per le armi non mercenarie). Nel 1503 muore però papa Alessandro Borgia e si succedono rapidamente papa Pio III e Giulio II, al secolo Giuliano Della Rovere ed esponente di una famiglia tradizionalmente ostile ai Borgia. Secondo Machiavelli la caduta successiva del Valentino l'anno successivo alla morte del padre non è da imputare alla fortuna, quanto piuttosto all'errore di non essere intervenuto nell'elezione pontificia contro Giuliano e non aver avuto occhi per la modificabilità delle situazioni, fondamentale per un politico, che deve tenersi sempre conscio della possibilità di sconfitta.

La sfera della politica racchiude in sostanza azioni giudicate sulla base della riuscita o meno di uno scopo ed è priva del senso tragico della temporalità della missione. Il politico deve necessariamente far coincidere etica pubblica ed etica privata, ma non può far limitare la sua sfera d'azione politica dalla morale, scissa completamente dalla politica. Doti fondamentali del politico sono la liberalità, cioè la generosità priva di ostentazione in cui si trasforma il vizio dell'avarizia quando esercitato dal governante, e la clemenza, che alternata al pugno di ferro e a “crudeltà ben eseguite” rende più salda la presa del principe sul potere.

1.4 La visione tragica della politica

Il commentatore Gennaro Sasso vede in Machiavelli l'autore che per primo ha portato allo scoperto la “visione tragica della politica”, per cui ad esempio vale il principio non omnia pacta sunt servanda. Ma l'idea che politica, forza e inganno siano inscindibilmente unite la si ritrova anche nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, dove si riconosce che la politica si lega anche al male e talvolta deve allontanarsi dalla morale e dalla religione. Non si vuole una visione mediana di compromesso tra crudeltà e bontà, bensì un'alternanza frequente tra le due.

Esiste una distinzione però tra chi ha il potere e la persona nella dimensione privata. Adriano Sofri mette in evidenza questo tratto sostenendo la dissociazione necessaria dal mondo privato per chi assume sulle proprie spalle la responsabilità della politica e accetta la conseguente superiorità della necessità sulla morale. Nel solco della stessa idea si innesta anche la riflessione del neoscolastico Maritain, quando si trova costretto a sostenere che la peggiore angoscia per un cristiano è il sapere che ci può essere giustizia promanata attraverso la crudeltà in quanto la forza è un'inignorabile dimensione della politica.

4 Cfr. “Puoi cercare quanto vuoi di evitarla, ma prima o poi la politica ti troverà. E se non sarai pronta ad affrontarla ti travolgerà. È stata felice e fortunata la lunga epoca in cui l'Europa poteva evitare di occuparsi del principale aspetto della politica: la sicurezza (che poi riguarda, al dunque, la sopravvivenza fisica della persona).”, da Mai stati così insicuri di A. Panebianco su Corriere della Sera del 15/02/2015.

Dall'analisi de Il Principe si evince poi un altro tema fondamentale: la costante attenzione per il bene dell'universalità, non inteso mai nel senso morale della tradizione tomistica, quanto piuttosto come concetto politico riferito alla totalità degli appartenenti ad uno Stato e garantito dal mantenimento dell'ordine. Per questo Machiavelli tratteggia ulteriormente la figura del principe dichiarando che esso non deve rendersi inviso alla popolazione con rapine o abusi.

Nonostante tutte queste riflessioni comunque per Machiavelli il male resta, a livello morale, male. In questo sta la tragicità della

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher joeMarco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Lenci Mauro.
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