L'etimologia del termine psicologia
Il termine psychologia, che deriva dal greco psychè e logòs e significa studio/scienza dell’anima, nasce nei primi decenni del ‘500 (XVI sec.). L’attribuzione non è chiara, si pensa a Filippo Melantone, teologo protestante (1497-1560) o a Marcus Marulus (Markò Marulic 1450-1524) che inserì il termine nel titolo di un volume del 1511-1518 “Psychologia de ratione animae umanae”, di cui però non sono rimaste copie. Successivamente il termine venne usato da Johann Thomas Freig (Freigius) nel 1570. Comparve poi nel 1590 come titolo di una monografia di Rodolfo Goclenio, “Psychologia, hoc est de hominis perfectione”, che scrisse anche un lessico filosofico-scientifico in cui compare il termine psicologia come scienza.
Con Christian Wolff, illuminista tedesco, il termine inizia ufficialmente a far parte delle scienze, che allora si dividevano in metafisica, ontologia, cosmologia, teologia, comparendo in due trattati “Psychologia empirica” 1732 e “Psychologia retorica” 1734. Anche se il termine psicologia compare nel ‘500, il concetto lo precede e a livello teorico-epistemologico ci sono una ricerca, un lavoro, un’indagine, una riflessione di secoli. Il termine si limita a delineare i confini del nuovo ambito di ricerca che si è formato, anche se essi sono sfumati e si definiranno nel corso dei secoli seguenti.
La nascita della psicologia scientifica
Tradizionalmente la data di nascita della psicologia scientifica si colloca nel 1879 con la fondazione del primo laboratorio di psicologia sperimentale a Lipsia da parte di Wundt o nel 1860 con la pubblicazione degli “Elementi di psicologia” da parte di Fechner. Come disse Hermann Ebbinghaus nel 1900 in occasione del IV congresso internazionale di psicologia, in un momento in cui si cominciavano le prime applicazioni sperimentali e i primi tentativi di definizione epistemologica, però, la psicologia ha un lungo passato, ma una breve storia.
Nel “De anima” Aristotele vuole sviluppare un discorso sull’anima, usando i termini “logòs” e “psychè”, che confluiranno poi nel termine “psychologia”. Ciò mostra come le radici del concetto di psicologia si trovino già nel mondo greco. Solo nel ‘600 si ha un passaggio dal concetto di anima a quello più moderno di mente.
Il pensiero antico e medievale
Omero
I greci, col termine “psychè”, intendevano qualcosa di diverso da quello che oggi è l’oggetto di studio della psicologia. Prima del V sec. a.C. non c’era il concetto di un sistema unitario che regolasse i fenomeni psichici. Nel VIII sec. con Omero si usano termini diversi. Il termine “psychè” ha a che fare col respiro e quindi con la vita, mentre riferito all’uomo morto è un’immagine sbiadita che sta nell’Ade ed è accostato al termine “anemus”, tradotto in latino come “animus” (soffio, vento), mentre tradurranno “psychè” come anima. Nella cultura greca arcaica (poemi omerici) i fenomeni psichici sono scollegati. Una cosa analoga vale per le parti del corpo.
L’idea di un principio unitario compare nel V secolo con Platone e Aristotele, dove è inteso come qualcosa che guida il soggetto morale consapevole. Nel pensiero greco anche il mondo ha la sua psychè, il suo principio vitale. Questo concetto si trova nei presocratici, filosofi naturalisti che hanno individuato un principio alla base del mondo (acqua, aria, fuoco) che lo regola e ne garantisce l’unità sia a livello cosmico che individuale. Duplice significato del termine “psychè”: cosmologico e antropologico. Nel V sec. il concetto di psychè ha subito una rivoluzione.
Platone
Per Platone la psychè è l’anima individuale, il principio della vita, delle funzioni mentali e delle scelte morali, ma è anche il principio di sopravvivenza dopo la distruzione del corpo. Platone ha una concezione dualista del rapporto anima-corpo: l’anima e il corpo sono normalmente due entità distinte, solo casualmente convergono in un singolo individuo. Questa concezione deriva dall’orfismo di matrice pitagorica, che sostiene che il corpo sia la prigione dell’anima, da cui essa deve svincolarsi. Questa teoria si inserisce nel dualismo più generale, cosmico, tra il mondo sensibile, mutabile e corruttibile e il mondo intelligibile, delle idee, immutabile e incorruttibile. A queste si affianca la dottrina della metempsicosi, cioè della reincarnazione dell’anima in altre forme di vita non necessariamente umane dopo la morte del corpo.
Platone fece la prima divisione delle funzioni cognitive: dalla conoscenza del mondo sensibile delle apparenze a quella del mondo delle idee. Questo passaggio è raccontato nel mito della caverna. La parte dell’anima che consente di cogliere le idee è il noùs, chiamato occhio della psiche, l’intelletto, l’anima razionale, la parte tipicamente umana. Il noùs coglie le idee perché le ha viste direttamente, pure quando non era ancora imprigionato nel corpo (principio dell’anamnesi).
Platone fu anche il primo a delineare un’articolazione interna della psicè: l’anima razionale dirige le funzioni cognitive, l’anima irascibile è sede delle motivazioni, è la forza trainante al servizio della razionalità o delle passioni, l’anima concupiscibile è la parte irrazionale, sede dei desideri. Questa articolazione è descritta dal mito della biga nel “Fedro”: i due cavalli rappresentano l’anima concupiscibile e irascibile, che devono essere guidati dall’auriga, l’anima razionale che alleandosi all’anima irascibile controlla gli istinti. La stessa divisione, con altre figure, è presentata nella “Repubblica” dove l’anima razionale è un uomo, l’anima irascibile è un leone mentre quella concupiscibile è un mostro a più teste e nel “Timeo” in cui si dice che l’anima razionale è nel cervello, quella irascibile è nel cuore e l’ultima è nel basso ventre.
Per Platone alcune parti della psiche accomunano l’uomo agli animali, quelle più antiche delle motivazioni e dei desideri, ma nell’uomo c’è in più il noùs, perciò è possibile un progetto educativo dell’anima inserito nel più vasto progetto di educazione del cittadino.
Aristotele
Mentre Platone ha una prospettiva metafisica, Aristotele ha un approccio più biologico. In lui non c’è spazio per il dualismo. Tra corpo e anima c’è unione, collaborazione, commistione indissolubile. L’anima non esiste senza un corpo, così come questo ha bisogno dell’anima per esplicare le sue funzioni. Per Aristotele l’anima è “entelechia prima di un corpo naturale dotato di vita in potenza”. Questa affermazione si spiega in base alla teoria della materia e della forma, secondo la quale tutti gli oggetti sia naturali che artefatti sono un composto indissolubile di forma e materia (esempio della sfera di bronzo). Negli esseri viventi la forma è la psychè, l’anima, che appartiene anche agli animali e ai vegetali.
Un’altra spiegazione è la teoria dell’atto e della potenza, per esempio in una sfera di bronzo, il bronzo è materia ma anche potenza, può diventare sfera in atto se plasmata in un certo modo. Negli esseri viventi l’anima è ciò che fa sì che l’essere sia vivente, cioè il principio primo (atto o forma) che fa sì che un corpo naturale grazie alle sue dotazioni organiche (potenza o materia) viva.
Secondo Aristotele l’anima ha una struttura gerarchica: l’anima vegetativa svolge le funzioni tipiche delle piante come nutrirsi, accrescersi e riprodursi; l’anima sensitiva ha le funzioni tipiche degli animali come la sensazione e la percezione, l’appetizione (attrazione o repulsione), il movimento locale; l’anima razionale si occupa delle funzioni tipiche dell’uomo, in particolare il pensiero astratto, che coglie non solo le caratteristiche sensibili, ma anche il concetto universale. In base a questa struttura gli animali hanno un’unica anima sensitiva che comprende in sé anche le funzioni dell’anima vegetativa, così come gli uomini hanno un’unica anima razionale che svolge anche le funzioni delle altre due.
Per Aristotele l’anima razionale nell’uomo è impensabile sganciata dal corpo (teoria ilemorfica) e perciò è inconcepibile che l’anima sopravviva alla distruzione del corpo. Nel “De anima”, però, azzarda un’ipotesi che sembra lasciare spazio al dualismo platonico; distingue infatti due tipi di intelletto: uno passivo, che opera analogamente alla sensibilità e muore con la distruzione del corpo; uno attivo (agente) che è impassibile, immortale ed eterno (sembra avere le caratteristiche dell’anima platonica). Aristotele usa per spiegare le funzioni dell’intelletto agente una metafora: come la vista dei colori è possibile grazie alla luce del sole, possiamo cogliere i concetti astratti grazie ad una luce intellettuale che colpisce gli oggetti sensibili. Aristotele non chiarisce la questione, che diventa centrale nelle teorie medievali dell’anima, in cui Aristotele diventerà il filosofo di riferimento assoluto, assunto a sostegno di alcuni dogmi della cristianità, in particolare l’immortalità dell’anima.
Aristotele elabora inoltre un’analisi delle funzioni cognitive degli esseri umani. Ci sono gli organi di senso che recepiscono informazioni dall’ambiente esterno, che sono di due tipi: i sensibili propri (specifici per ciascun senso) che riguardano gli aspetti qualitativi e i sensibili comuni (che integrano più sensi) e si riunificano nel senso comune, nella percezione di un unico oggetto. Si ha poi l’immaginazione, che consente di mantenere la rappresentazione degli oggetti anche in assenza di stimolo e di ripercorrere contenuti della memoria. C’è poi l’intelletto che contempla concetti astratti. Secondo questo schema la mente opera in modo costruttivo. Aristotele anticipa la concezione funzionalista della mente: l’anima è forma e può quindi essere studiata in modo indipendente dalla fisica.
Medicina e psicologia
Nell’antica Grecia la psicologia ha ricevuto anche contributi dalla tradizione medica, che al tempo era connessa a istanze mitico-religiose. La medicina si interessa in particolare alle malattie psichiche cercando di curarle con terapie, come quella musicale. Ippocrate di Cos studiava la scienza medica naturalistica, basata sull’esperienza. Elaborò la teoria dei quattro umori, che determinano il temperamento, la salute e la malattia e rinviano ai quattro principi fondamentali che i presocratici avevano posto all’origine dell’universo.
Questi umori hanno inoltre una relativa prevalenza nelle quattro stagioni dell’anno, ma anche in determinate età della vita. L’equilibrio nella circolazione dei quattro umori determina la crasi (mescolanza, equilibrio) cioè lo stato di salute, mentre la discrasia (squilibrio) determina la malattia. I quattro umori sono importanti per i risvolti psicologici: sono alla base delle emozioni, delle passioni, del comportamento. Una prevalenza di uno o dell’altro è naturale e ogni individuo ha la prevalenza di uno; se la discrasia però aumenta si arriva alla malattia, non solo fisica, ma psichica. Perché vi sia salute occorre l’eucrasia (bonum temperamentum). Galeno proporrà sulla base dei quattro umori la prima tipologia di personalità (o temperamento) che è stata fatta propria dal senso comune, ma anche dalla psicologia scientifica. Il bonum temperamentum spiega le caratteristiche individuali e in particolare la predisposizione di un individuo a una certa malattia. In questo ambito si stila anche la prima classificazione delle malattie mentali che ne costituirà il nucleo fondante fino all’800 quando la psichiatria assume lo statuto di branca della medicina riconosciuta: frenite (delirio acuto e forte stato febbrile; “frenen”= ragione, cervello); mania (delirio cronico, più debole); melanconia; isteria (disturbo tipicamente femminile); epilessia.
I medici greci misero a punto terapie come decotti di erbe particolari (ambito sacro, mistico, religioso), di papavero, di mandragola (primi tranquillanti) o sostanze naturali in grado di indurre deliri, allucinazioni per produrre artificialmente certe manifestazioni patologiche per studiare il disturbo. In questo periodo storico venne formulata una teoria di funzionamento del sistema nervoso chiamata teoria del pneuma. Il pneuma era un fluido estremamente sottile prodotto dall’organismo a partire dall’elaborazione dell’aria e del cibo; queste sostanze arrivano al cuore che produce sangue venoso per le funzioni di base (pneuma vitale) e sangue arterioso (pneuma animale), che arriva al cervello dove si trasforma in pneuma psichico (mentale), che poi scorre all’interno del sistema nervoso concepito in analogia col sistema cardiocircolatorio (i nervi erano cavi in cui scorreva il pneuma).
C’era inoltre il problema della collocazione anatomica delle funzioni mentali, poiché i ricercatori greci oscillavano tra la collocazione nel cervello o nel cuore (in precedenza Omero le aveva collocate nel diaframma). Il dibattito e la teoria del pneuma rimasero in vigore fino al 1600 quando i progressi della fisiologia chiarirono in via definitiva che la base anatomica fondamentale è il cervello. Tra i sostenitori dell’encefalocentrismo c’è Alcmeone che scoprì con la dissezione dei cadaveri che i nervi si raccordano nel cervello; c’è Erofilo che scoprì che nell’organismo ci sono due tipi di nervi, sensoriali (dalla periferia al cervello) e motori (dal cervello ai muscoli); c’è Erasistrato che sosteneva che la complessità delle circonvoluzioni del cervello umano è responsabile delle funzioni intellettive che lo caratterizzano rispetto agli animali.
Il pensiero tardo-antico
Nell’epoca della tarda grecità si fecero strada i neoplatonici che si rifanno a Platone, riprendendone e rielaborandone le concezioni, il cui massimo esponente fu Plotino e che influenzeranno S. Agostino e quindi il pensiero cristiano occidentale medievale. I neoplatonici riprendono la concezione dualista, ma aggiungono alla riflessione sulla psychè un elemento: l’anima diventa sede della coscienza, l’interiorità spirituale accessibile attraverso l’introspezione, lo sguardo interiore che la mente getta su se stessa per coglierne i contenuti. Questo processo è stato alla base del processo di conversione di S. Agostino (“Guarda all’interno di te stesso, la verità è nell’uomo”).
Secondo S. Agostino gli atti di percezione interiore sono immediatamente evidenti e consapevoli. Inoltre, l’anima è creata nel corpo da Dio, ma sopravvive al corpo, perciò da esso si slega.
Tommaso d’Aquino cercò di unire le due posizioni del dualismo platonico e dell’ilemorfismo aristotelico: nella vita terrena l’anima non può essere disgiunta dal corpo; alla morte del corpo vengono meno le funzioni psichiche ad esso legate, ma l’intelletto agente sopravvive, anche se questa situazione per l’anima è innaturale, fino a quando nel giudizio universale ritorna alle sue piene funzioni.
L'età moderna
La rivoluzione scientifica seicentesca ha portato con sé una biforcazione della realtà tra mondo della materia (regolato da leggi di tipo meccanico) e mondo del mentale. Questa situazione è il risultato della progressiva depsicologizzazione del cosmo e interiorizzazione del soggetto, processo tipico della cultura occidentale, il solo in cui si concettualizza il rapporto tra soggetto e mondo con una metafora spaziale: il mondo mentale è ciò che sta dentro di me, il mondo fisico, corporeo è quello che sta fuori.
La prima tappa di questo processo si ha con Platone che per primo pone il noùs come principio unificatore del mentale. Non è ancora però presente la metafora interno-esterno, perché Platone usa la metafora alto-basso (l’anima deve elevarsi staccandosi dal corpo che è sulla terra). La seconda tappa si ha con S. Agostino, che per primo fa dell’interiorità la sede del mentale.
Cartesio è invece il primo che propone la metafora della mente come ciò che sta dentro, impossessandosi dell’immagine del mondo trasmessa dalla rivoluzione scientifica. In base a questa esistono infatti due categorie fondamentali. Per Galilei e Locke (che teorizzò la definizione di Galilei) le qualità primarie che realmente esistono nei corpi sono quelle fondamentali che si possono misurare e quindi vi si può applicare lo strumento principe della scienza, cioè la matematica, mentre le qualità secondarie non fanno parte della fisica. Si è però in questo modo trascurato, nella scienza, il mondo mentale, che non poteva essere matematizzato.
Cartesio
Al mondo mentale si collega il mondo morale (valori, etica). Nel ‘600 inizia a introdursi la distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito, che nella terminologia dell’epoca sono scienza naturale e filosofia.
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