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maggiore fino a incarnarsi nella psicologia della Gestalt. Fa capo a un contemporaneo di

Wundt, BRENTANO, anche se ha degli antecedenti. Per esempio Goethe aveva

sviluppato una teoria dei colori di stampo fenomenologico e anche Hering. La

fenomenologia dà il primato ai fatti così come si presentano alla coscienza, al fenomeno

così come si presenta nell’esperienza diretta. È un atteggiamento diverso perciò da quello

della psicologia di laboratorio. Per la fenomenologia la realtà è già strutturata e

organizzata. Non si possono mettere da parte gli aspetti qualitativi per quantificare. Nel

1874 Brentano pubblica “Psicologia dal punto di vista empirico”. Quando scrive

quest’opera aveva una cattedra di filosofia a Vienna dove creerà una scuola con allievi

che si occupano di tematiche psicologiche (Anton Marty, Carl Stumpf, Husserl fondatore

della fenomenologia come movimento filosofico, Meinong, Christian von Ehrenfels che

introduce per primo il termine Gestalt, Sigmud Freud). Fino al momento della

pubblicazione dell’opera Brentano si era occupato dello studio della psicologia di

Aristotele. Era un sacerdote cattolico, di lontane origini italiane, di famiglia

profondamente cattolica, fattore influente nella Germania divisa tra cattolici e protestanti.

Suo zio e sua zia erano famosi letterati, perciò la sua famiglia era molto in vista nella

società. Nel 1870 all’interno della chiesa cattolica si formula il dogma dell’infallibilità

del Papa e Brentano vi si oppone spiccatamente, tanto che poco dopo lascia l’abito

ecclesiastico e si trasferisce a Vienna. Stupisce il fatto che pubblica un’opera di

psicologia per il suo passato. La formazione aristotelica di Brentano riemerge in

quest’opera. Aristotele può essere considerato il primo fenomenologo della storia.

Brentano tenta di riprendere i concetti, temi di fondo della psicologia aristotelica,

adattandoli al clima culturale del tempo per presentarli come modello. Non riprende

certamente il concetto di anima come forma del corpo, perché vuole fare una psicologia

empirica, analizzando i fenomeni psichici. Fa però riferimento ad Aristotele quando dice

che i fenomeni psichici si differenziano da quelli fisici per l’intenzionalità, cioè i

fenomeni mentali sono sempre diretti a qualcosa o qualcuno esterno a sé, altro da sé, cosa

che non caratterizza i fenomeni fisici. Il fenomeno psichico è definito anche atto, termine

di derivazione aristotelica. Per Aristotele l’atto del vedere è il risultato dell’azione

casuale dell’oggetto sugli organi di senso (si attualizza una potenzialità). Questo rapporto

casuale è però diverso da quello che avviene a livello del mondo fisico. Per il suo

focalizzarsi sugli atti la psicologia di Brentano è stata definita dell’atto, contrapposta a

quella di Wundt che è psicologia dei contenuti. Il fenomeno psichico per esempio per

Brentano è l’atto del vedere, non come sarebbe per Wundt l’oggetto dell’atto,

l’esperienza immediata, cioè per esempio il rosso che vedo. Il fenomeno mentale è

cosciente. Intenzionalità e coscienza sono strettamente correlate. Ci deve essere qualcosa

nella mente che rende gli stati mentali accessibili. Potrebbe a sua volta essere un atto

mentale che ha come oggetto il fenomeno psichico del vedere, ma in questo modo si

creerebbe una catena infinita. Brentano spiega la coscienza dei fenomeni mentali così:

l’atto del vedere, per esempio, è cosciente perché ha un riflesso interno. Ci sono quindi

due intenzionalità, la prima verso l’oggetto per cui il fenomeno psichico è sempre verso

qualcosa, mentre la seconda è una intenzionalità che si riflette sull’atto stesso, è una sua

componente interna. Attraverso la percezione interna riflessa sono consapevole in modo

assolutamente evidente del mio atto psichico. La consapevolezza che accompagna i

fenomeni psichici è secondaria, marginale, accessoria. I fenomeni mentali non possono

essere osservati, perché non ci sarebbe distacco tra oggetto dell’osservazione e soggetto.

Bisogna mettere in atto un altro fenomeno mentale che però non può essere evidente,

perciò può trarre in errore(quando cerco di osservare qualcosa lo altero). Le riflessioni di

Brentano si collocano su un piano più filosofico rispetto a quelle di Wundt. Egli distingue

due psicologie. La psicologia genetica studia l’origine e lo sviluppo in senso causale del

fenomeno psichico, ma non può prescindere dagli studi di altre discipline come la fisica e

soprattutto la fisiologia. È la psicologia sperimentale di laboratorio di Wundt e Fechner,

basata sul modello psicofisico. Secondo Brentano prima di questa bisogna fare una

analisi preliminare per capire la natura, la classificazione, le caratteristiche fondamentali

dei fenomeni mentali. Bisogna cioè fare una psicologia descrittiva. Brentano individua tre

classi fondamentali dei fenomeni psichici. Se l’intenzionalità è la caratteristica

fondamentale, le sue diverse manifestazioni stabiliscono le classi: 1.rappresentazioni:

fenomeni mentali nei quali l’oggetto è semplicemente presente senza che ci sia una presa

di posizione attiva nei confronti di questo da parte del soggetto; 2.Giudizi: l’oggetto è

presente e il soggetto prende posizione in termini positivi o negativi e si esplica in termini

affermativi o negativi; 3.moti affettivi: amore o odio verso l’oggetto. La presa di

posizione avviene quindi prima a livello cognitivo e poi a livello emotivo. Un atto di

giudizio o un moto affettivo possono partire solo da una rappresentazione, se ho presente

un oggetto. Alla base della vita psichica sta perciò la rappresentazione, a cui può

eventualmente aggiungersi un giudizio. Se cessa la rappresentazione non posso avere

giudizio. Lo stesso vale per i moti affettivi. Questo rapporto tra le classi dei fenomeni

psichici ricorda la classificazione aristotelica dell’anima. Il modello di Brentano mostra

che nella vita mentale c’è ordine, si organizza secondo leggi proprie, non c’è caos che

viene organizzato secondo leggi estrinseche. La vita mentale è dotata di senso intrinseco.

Non è perciò possibile spezzare la realtà psichica in frammenti per poi riorganizzarli

(problema della gestalt).

Nel 1894 CARL STUMPF fondò l’istituto di psicologia dell’università di Berlino e sotto

la sua guida si formeranno Kohler e Koffka. Il suo esordio nel campo degli studi

psicologici si ha con un’opera sull’origine psicologica della rappresentazione dello

spazio, in cui ha una concezione nativista. Per la tradizione empirista lo spazio è la

combinazione di dati visivi e tattili, non è una percezione primaria. Secondo Stumpf

invece è un dato percettivo primario che si compone di una dimensione qualitativa e di

una quantitativa che si connettono una con l’altra. Stumpf ha dato anche contributi allo

studio della percezione acustica con ricerche sperimentali sul fenomeno della fusione

tonale. Egli studia il fenomeno della consonanza, cioè l’effetto d’insieme che si ha

quando percepiamo più note simultanee (accordo). In alcuni casi la fusione è massima

(accordo di ottava). La fusione ha quindi dei gradi. Le singole note sembrano perdere la

loro individualità; nasce così l’idea che la percezione dell’intero è primaria e invece è

secondaria quella delle singole parti. In realtà però Stumpf non ha una tesi di questo tipo

che avranno invece i suoi allievi gestaltisti; per lui le due note continuano ad esistere ma

entrano in una reciproca relazione ed accanto a loro si crea qualcosa che le unisce. Un

orecchio allenato riesce a distinguere le due note. Stumpf ha cercato di raccogliere i suoi

studi in due scritti in cui propone una teoria dell’esperienza articolata in tre livelli: piano

dei fenomeni, delle funzioni e delle relazioni. I fenomeni corrispondono ai fenomeni

psichici secondo Brentano (comprese le immagini della memoria o dell’immaginazione).

Le funzioni sono i correlativi mentali(il percepire, il giudicare,ecc). le relazioni

connettono tra loro i livelli dell’esperienza. A partire da qui Stumpf fa una precisa

classificazione delle scienze. Il pun to di partenza è la scienza dei fenomeni o

fenomenologia che si occupa dei fenomeni, ma questa va tenuta distinta sia dalla

psicologia che si occupa delle funzioni sia dalle scienze naturali, che arrivano a ipotizzare

una strutturazione della realtà fisica in cui non c’è spazio per le qualità. La

fenomenologia è una scienza propedeutica che precede la psicologia e la fisica. È una

scienza fondamentale. C’è poi la filosofia che cerca di fornire un quadro unitario delle

altre discipline. In questo modo il compito della psicologia non risulta però ben definito.

Infatti Stumpf si rende conto che le sue ricerche sono fenomenologiche, cioè quando si fa

psicologia ci si confronta col campo dei fenomeni. Lo studio delle funzioni psicologiche

non può prescindere dall’analisi dei fenomeni.

LA SCUOLA AUSRIACA O SCUOLA DI GRAZ

Il punto di partenza è rappresentato da CHRISTIAN VON EHRENFELS con il quale si

trova il termine gestalt col significato di unità della percezione, da lui introdotta in un

articolo assieme al problema principale della gestalt. I suoi studi saranno portati avanti da

Meinong ma sarà l’allievo di questo, Benussi, a inserire le loro idee in un lavoro

sperimentale. In un articolo del 1890 espone l’ipotesi di insiemi percettivi le cui qualità

non sono riducibili alla somma delle parti. MACH, che ha un quadro di riferimento

teorico atomista, ha messo in evidenza per primo che nella nostra percezione ci sono

modelli d’insieme che non si spiegano con la teoria atomista. L’organizzazione

predomina sul complesso delle sensazioni locali. La struttura, la forma è qualcosa di

diverso dalle sensazioni locali. Esempio della melodia ripreso da Ehrenfels: non è

sufficiente cogliere le singole note di cui la melodia si compone, ma non è neppure la

semplice somma di queste. ciò accade perché c’è un fenomeno caratteristico dell’ambito

musicale che è la cosiddetta transponibilità, cioè posso cambiare tonalità alla melodia,

mantenendo lo stesso rapporto tra le note e cogliendola come la stessa melodia. È

sufficiente invece che cambi una sola nota per renderla qualcosa di diverso. Ciò che

rimane invariato nel cambio di tonalità è il sistema di relazioni tra le note. Questa è la

gestalt, la struttura. Da qui individua due criteri fondamentali (proprietà von Ehrenfels):

la non sommatività e la transponibilità (posso ottenere la stessa forma a partire da

materiali sensoriali di diverso tipo). Il sistema di relazioni costituisce un elemento

rappresentativo che si affianca alle singole note. Ehrenfels rimane però ancora ancorato

ad un modello atomista perché c’è ancora l’idea che ci sono tante sensazioni cui si

aggiunge il contenuto rappresentativo particolare che è il sistema di relazioni, in modo

puramente sommativi. Il sistema di relazioni non è introdotto dal soggetto, è come per

Stumpf quando c’è l’accordo le note mantengono la loro individualità.

MEINONG discute le tesi di Ehrenfels in due articoli in cui cerca di dare

un’interpretazione diversa dei fenomeni di organizzazione percettiva. Secondo lui gli

oggetti cui il pensiero si rivolge possono essere semplici o complessi e tra questi

sussistono precisi rapporti di fondazione. Gli elementi che compongono un oggetto

complesso sono gli elementi inferiori, mentre gli oggetti complessi sono elementi

superiori. Non può esserci oggetto d’ordine superiore se non ci sono elementi di base su

cui si fonda. Il rapporto tra questi due ordini di oggetti è particolare. Quelli di ordine

superiore devono avere necessariamente oggetti più semplici su cui fondarsi. Il reciproco

è vero solo in parte, perché dagli elementi semplici si possono avere oggetti complessi

differenti. Dati oggetti d’ordine inferiore non è detto a priori quale sia l’oggetto di ordine

superiore che ne risulta. Anche il sistema di relazioni è un oggetto complesso d’ordine

superiore (complessione). La relazione e quindi anche la struttura è un oggetto che ha una

natura diversa dai singoli elementi. Assomiglia di più agli oggetti astratti della

matematica che a quelli concreti che possiamo toccare. Mentre l’oggetto di ordine

inferiore esiste, quello di ordine superiore sussiste. Se ciò è vero, non si può immaginare

che un oggetto astratto abbia un’azione causale sui nostri sensi. Meinong ipotizza allora

che il meccanismo psicofisico, azione causale valga per i singoli punti e poi la percezione

interviene attivamente producendo un processo mentale complesso che ci permette di

vedere l’oggetto complesso. Tra gli atti psichici corrispondenti agli oggetti semplici e

complessi c’è un rapporto di produzione ( teoria della produzione per spiegare gli eventi

percettivi complessi). Questa teoria della produzione è il punto di partenza delle ricerche

sperimentali di BENUSSI all’interno del laboratorio di psicologia dell’università di Graz.

Egli parte dalla distinzione tra rappresentazione semplice e prodotta, cambiando

terminologia per scavalcare l’impostazione ontologica di Meinong, perché è scomoda per

le ricerche di laboratorio, poiché sosteneva che la forma è diversa dalla somma delle

parti. Egli parla allora di rappresentazioni di origine sensoriale (elementari) e di origine

asensoriale(prodotte), che non sono in senso stretto sensoriali, come le configurazioni

invertibili. In queste situazioni la situazione stimolo prevede un’attivazione retinica

sempre identica, anche se possiamo vedere due immagini diverse. Perciò le

rappresentazioni asensoriali sono equivoche o polivoche (ammettono più di un

significato). Lo stesso accadeva per le rappresentazioni complesse di Meinong. Ciò

significa che le immagini asensoriali non si possono spiegare solo in termini psicofisici

classici. Bisogna ammettere che nel sistema psicofisico succede qualcosa di più e di

diverso dalla semplice stimolazione fisica. Benussi ha formato il suo concetto di

equivocità formale o gestaltica a partire dallo studio delle illusioni ottiche. In particolare

quella di Muller-Lyer. Benussi rifiuta però il termine illusione per queste percezioni,

perché significa sostenere di avere a che fare con errori percettivi. Studia come

l’atteggiamento soggettivo è in grado di condizionare il risultato sperimentale,

aumentando o diminuendo l’effetto illusorio: atteggiamento di tipo A (analitico) in cui i

soggetti tendono a smembrare la figura; atteggiamento di tipo G (gestaltico) in cui i

soggetti tendono a vedere una figura unitaria. Possono essere intrinseci al soggetto, messi

in atto spontaneamente, ma possono anche essere influenzati dall’esercizio, dalla pratica,

chiedendo al soggetto di assumere ora un atteggiamento ora l’altro. Benussi scopre che

quando il soggetto assume un atteggiamento gestaltico l ‘effetto illusorio aumenta,

altrimenti diminuisce fino quasi ad annullarsi. Vale perciò anche qui il principio

dell’equivocità gestaltica. Perciò mentre i singoli elementi rinviano a processi sensoriali,

la percezione della globalità rinvia a processi asensoriali. A partire dal 1914 Benussi ha

sviluppato una teoria sulla percezione individuando una serie di criteri che consentono di

distinguere i due tipi di rappresentazione. Le rappresentazioni sensoriali dipendono

essenzialmente dallo stimolo fisico. Per modificare la percezione devo agire sulla fonte di

stimolo. Inoltre esse non sono soggette all’esercizio dell’affaticamento (mentre nelle

asensoriali posso chiedere al soggetto di esercitarsi). Inoltre un oggetto di questo tipo non

può passare inosservato. Infine le rappresentazioni sensoriali sono proprie solo di un

organo di senso. Per le rappresentazioni di origine asensoriale valgono i criteri opposti:

dipendono dagli atteggiamenti, sono soggetti ad affaticamento, possono passare

inosservate, non sono specifiche di un particolare organo di senso. Benussi lo dimostra

trasponendo le illusioni in altre modalità sensitive, per esempio in modalità acustica

utilizzando gli spazi temporali anziché visivi, si ha così un fenomeno di accorciamento o

allungamento temporale. Da qui Benussi trae la convinzione che i fenomeni asensoriali

sono forme di organizzazione indipendenti dalla modalità sensoriale. Nel 1915 le teorie

di Benussi e della scuola di Graz vengono attaccate da Kaffka che pubblica un lavoro in

cui ne critica l’impianto teorico complessivo, sostenendo che queste teorie pur essendo

un tentativo di andare oltre i modelli atomisti, in realtà vi rimangono legati, mentre i veri

innovatori sono i gestaltisti. In particolare critica la distinzione tra rappresentazioni

sensoriali e asensoriali, ritenendole ancorate al vecchio modo di intendere la percezione.

Le prime infatti rimarrebbero ancorate alla vecchia ipotesi di costanza (meccanismo

psicofisico) e le seconde somigliano all’influenza inconscia di Helmholtz e ai

meccanismi appercettivi di Wundt. Dopo la prima guerra mondiale Benussi a Padova

comincerà delle ricerche utilizzando la suggestione e l’ipotesi, non come intenti

terapeutici, ma come strumento che gli consente di monopolizzare e indagare così la

psiche. Verrà così in contatto con la psicanalisi. Il suo allievo Musatti seguirà poi un

doppio percorso: uno di ricerche sulla percezione e uno di psicoanalisi, tenendo però a

differenza del maestro i due ambiti separati. Assieme a Benussi e Musatti a determinare

l’entrata della psicanalisi in Italia è Edoardo Weiss che si era formato presso Freud.

LA PSICOLOGIA DELLA GESTALT

Detta anche scuola di Berlino. La gestalt intende consapevolmente pre4sentarsi come un

movimento rivoluzionario contrapposto alla psicologia classica (1860-1920). Nasce

formalmente nel 1912 ma raggiunge l’apice nel decennio ’20-’30; poi con l’avvento del

nazismo i quattro grandi maestri sono costretti ad emigrare in America perché tutti di

origine ebraica tranne Kohler, che era direttore della facoltà di psicologia a Berlino e si

schiera contro il regime per solidarietà. Nel 1921 Wertheimer, Kohler e Kaffka fondarono

la rivista “Ricerche psicologiche” che verrà chiusa dal regime nazista. Wertheimer veniva

da una famiglia ebrea di Praga che era parte dell’impero asburgico. Studia inizialmente

legge e poi passa alla filosofia ascoltando le lezioni di von Ehrenfels che per primo pose

il problema della gestalt. Continua poi i suoi studi a Berlino presso Stumpf, ma si laurea a

Wurzburg. Nel 1912 ottiene la libera docenza a Francoforte grazie ad un lavoro

sperimentale che è il manifesto della gestalt. Insegnerà poi a Berlino. Koffka è stato il più

produttivo dei gestaltisti. Si laurea assieme a Kohler ed insieme conoscono anche Musil.

Kohler ha avuto invece una formazione più particolare perché studiò anche fisica come

allievo di Max Blanc. Dopo la laurea in psicologia ottiene una borsa di studio che gli

consente di svolgere una ricerca sui primati sull’isola di Tenerife da cui deriverà la teoria

dell’insight. Il movimento nasce convenzionalmente nel 1912 quando Wertheimer

pubblica i risultati di ricerche fatte a Francoforte sul movimento apparente. A queste

ricerche collaborarono Kholer e Koffka come assistenti e soggetti sperimentali. Il

movimento stroboscopio è il movimento apparente alla base del cinema, per cui

immagini leggermente diverse proiettate con uno stroboscopio (proiettore) in veloce

sequenza appaiono in movimento. Wertheimer attraverso proiettori mostrava due stimoli

statici per pochi secondi in modo alternato (per esempio un cerchio a destra e poi uno a

sinistra). Con una frequenza di circa 60 msec l’osservatore ha l’impressione di cogliere

un movimento. Aumentando la frequenza fino a circa 30 msec si ha l’impressione di

stimoli fissi, mentre diminuendola a 200 msec si ha l’impressione di alternanza. Poco

oltre la soglia di 60 msec i soggetti rilevavano un fenomeno di puro movimento, senza

poter dire cosa si muovesse. Lo chiama fenomeno “fi”. Sostiene quindi che il movimento

è un dato percettivo primario (come il colore) e può esserci a livello fenomenico senza

oggetto mosso. Non c’è modo di distinguere il movimento apparente da quello reale. In

alcuni casi il movimento è percepito più chiaro se apparente piuttosto che se reale. Questa

ricerca è esemplare del modo in cui i gestaltisti fanno ricerca: fenomenologia

sperimentale, sottopone i soggetti ad uno stimolo fisico complesso, si varia

sistematicamente almeno un parametro (per esempio in questo caso il tempo fra gli

stimoli) e si chiede al soggetto di descrivere in maniera immediata ciò che vede. Questo

metodo rappresenta una falsificazione del modello usato da Fechner. Infatti in base a

questo i soggetti avrebbero dovuto cogliere interiormente le due sensazioni luminose

distinte ma ciò non accade. Wertheimer introduce una spiegazione del fenomeno del

movimento apparente. Ipotizza che ciascuno dei due punti attivi due catene psicofisiche

autonome (come nel modello precedente) e che le due regioni della corteccia eccitate

interagissero creando una sorta di corto circuito a corrente nervosa trasversale. Ciò

sarebbe il correlato fisiologico della percezione di movimento. Anche i fenomeni di

movimento reale sono spiegati così. Anche le immagini percepite come insieme si

spiegano in base alla correlazione dei singoli punti attivati della corteccia.

L’organizzazione, strutturazione avviene già a livello fisiologico, prepsichico. Ipotesi

dell’isomorfismo psicofisico: il mondo neurofisiologico e il mondo percettivo sono

caratterizzati dalla stessa struttura (sarà formulata da Kohler). A partire dal 1912 si ha

una fase del movimento che si può definire polemica: obiettivo primario è porsi in

opposizione alla psicologia tradizionale e ai modelli passati e ai modelli che non avevano

ancora sufficientemente tagliato i ponti con il passato (Benussi). Si ha poi una fase

costruttiva in cui si individuano i principi e le leggi, un modello teorico, il postulato

dell’isomorfismo e questo impianto teorico viene poi esteso dalla percezione alle altre

funzioni cognitive e dimensioni affettive, motivazionali e alle interazioni tra gli individui.

Durante l’esilio in America si pubblicano poi grandi opere sistematiche (Kohler, Koffka).

Il metodo fenomenologico consiste in un richiamo costante all’esperienza diretta.

L’osservazione è rigorosa, sorretta dall’esperimento. Le unità di analisi non sono le

presunte sensazioni elementari, me le entità immediate della nostra esperienza che sono

sempre unitarie. I gestaltisti combattono l’atomismo, l’associazionismo e l’empirismo. La

psicologia tradizionale era atomista, aveva mutuato i suoi modelli dalla fisica e dalla

chimica, dicendo che la vita mentale si componeva di sensazioni, elementi primi non

ulteriormente scomponibili. Perciò era importante studiare le caratteristiche di questi. Vi

si accompagna la tesi associazionista che spiega in che modo le sensazioni si leghino tra

loro. Questa è detta da Wertheimer tesi del mosaico o del fascio di fenomeni. I gestaltisti

oppongono all’atomismo l’esistenza di proprietà gestaltiche, ci sono cioè proprietà

osservabili, rilevabili che sono parti di un tutto sufficientemente ampio (per esempio la

levigatezza è propria di una superficie abbastanza grande, non di un punto, oppure solo di

una linea posso dire che è dritta o angolata). Il fatto che esistono nella percezione queste

proprietà ci dice che lo studio delle sensazioni di tipo atomistico è inadeguato. Ciò però

non significa che i gestaltisti negano che in una struttura esistono delle parti; queste sono

quelle che appaiono come tali alla nostra percezione ( per esempio in uno quadrato sono

parti i suoi quattro lati, ma non i segmenti e i punti di cui ciascun lato si compone; quei

punti non li vediamo ma li pensiamo). La parcellizzazione della vita psichica è arbitraria.

La divisione in parti è tale in funzione dell’intero (per esempio in un triangolo un

segmento è una parte poiché è base del triangolo). Così un intero se inserito in un intero

più ampio cambia funzione, così come la cambiano tutte le sue parti. La teoria della

gestalt non è quindi contraria all’analisi. I gestaltisti inoltre contestano l’idea che non è

rilevante la natura degli elementi ma sono forze esterne che danno ordine. Essi dicono

che invece la natura del materiale contiene le dinamiche che fanno sì che si

autoorganizzi, dinamiche dotate di sensatezza. La tesi empirista dice che è determinante

l’esperienza passata per la strutturazione delle cose. I gestaltisti rispondono con

argomenti teorici e dati di fatto. Introducono un argomento ineccepibile: se vedo le cose

così perché le ho già viste, quando le ho viste prima le avevo precedentemente viste, ma

la prima volta quale era il principio? Kurt Gottschaldt era famoso per i suoi studi sul

mascheramento (mimetismo, un oggetto c’è fisicamente ma no lo vediamo perché il

contesto lo maschera). Ha esposto i soggetti sperimentali allo stimolo ripetuto di

configurazioni percettive, le ha poi presentate inserite in altre più ampie in modo che

fossero completamente assorbite e irriconoscibili, nonostante fossero note. I gestaltisti

non negano il ruolo dell’esperienza passata, ma vogliono mostrare che è un fattore

subordinato rispetto ai fattori intrinseci di organizzazione del campo percettivo, non ne

sono i veri responsabili, poiché seguono una disposizione innata. I gestaltisti

sostituiscono a ciò che criticano la teoria di campo. Il termine campo deriva dalla fisica.

Il campo percettivo è un complesso sistema dinamico in cui le forze si dispongono in

modo indipendente e autonomo. In virtù di queste forze interne il sistema percettivo è

immune a forze organizzative esterne che hanno la peggio in conflitto con quelle interne.

L’autoregolazione strutturazione del campo avviene sulla base di leggi chiamate leggi

della forma o della gestalt anche se Wertheimer le chiama principi di organizzazione del

campo percettivo: sono la vicinanza, la somiglianza, il destino comune (movimento), la

chiusura, la continuità di direzione. A queste Wertheimer aggiunge con ruolo subordinato

il principio dell’esperienza passata. Gli eventi sono sempre frutto di una situazione

complessiva di campo modello del campo percettivo. Verrà poi esteso ad altri settori

della vita psichica e si divideranno poi fatti psichici da processi neurofisiologici. La vita

psichica è una continua modificazione di campo. I gestaltisti cercano correlazioni con la

corteccia cerebrale ipotesi dell’isomorfismo (già anticipato da Wertheimer). Viene

ulteriormente sviluppato da Kholer (che aveva una formazione di stampo fisico) in un

lavoro del 1920: ipotesi secondo cui esiste una identità strutturale tra eventi psicologici e

neurofisiologici; a una gestalt percettiva a livello fenomenico corrisponde una gestalt nel

sistema nervoso. La corrispondenza è di tipo topologico, non topografico (non è analogo

alla copia di un oggetto, ma ad un paesaggio e alla sua cartina geografica). Non c’è

corrispondenza puntuale, ma di struttura. “Le forme fisiche” non solo il mondo

fisiologico, ma anche quello chimico, fisico, astronomico sono interpretabili e spiegabili

in termini di forma (gestalt) e campo. I campi hanno le caratteristiche di non sommatività

e trasponibilità. Tutti i fenomeni della natura possono essere letti col modello di campo

(idea totalizzante, chiave interpretativa unitaria ipotesi di natura filosofica). Per Kholer

mondo fisico e psichico sono aspetti di un’unica realtà (tesi simile a fechner anche se

questo era ancora atomista). Il postulato dell’isomorfismo è stato molto attaccato e le

ricerche neurofisiologiche successive hanno mostrato che non è vero. Il termine postulato

(ipotesi) usato dai gestaltisti indica che questi non lo consideravano una teoria assodata,

ma una linea guida. La psicologia della Gestalt ha esteso il modello di campo al pensiero.

Prima dell’articolo sul movimento apparente Wertheimer aveva pubblicato un articolo sul

pensiero dei popoli primitivi (culture diverse da quelle occidentali) occupandosi in

particolare del numero e del concetto di numero, chiedendosi quali tipi di numero

affrontano e come. Per esempio riporta il caso di un popolo eschimese e un esploratore

che chiede ad un membro quanti orsi ha ucciso. La persona non risponde ritenendo

impossibile in un giorno ucciderne più di uno. Riporta poi un esempio di un indiano che

alla domanda quanto fa un cavallo più una persona risponde un cavaliere. C’è quindi una

diversità di pensiero per cui in questa culture il numero non è come per noi una categoria

astratta, ma una categoria immediatamente evidente dell’esperienza. Un contributo

importante per la psicologia del pensiero è poi venuto da Kholer con le ricerche sulla

capacità di risolvere problemi dei primati (apprendimento animele). Assume posizioni in

contrasto con gli orientamenti dominanti in psicologia animale rappresentati dalle

ricerche di Thorndike che formulò la teoria dell’apprendimento per tentativi ed errori che

mostra che l’apprendimento avviene in modo lento e graduale;non lascia perciò spazio

alle forme di cognizione improvvisa tipiche dell’essere umano. Kholer invece vuole

dimostrare che quel modello è inapplicabile anche per gli animali, soprattutto gli

scimpanzé. Nei suoi esperimenti c’era l’animale chiuso in una gabbia e il cibo messo in

modo che non potesse raggiungerlo. Nella gabbia c’erano una canna di bambù o delle

casse. Se questi strumenti erano collocati in modo che l’animale cogliesse la relazione tra

questi e le banane, coglieva immediatamente la possibilità di usarli per risolvere il suo

problema. In una complicazione del compito due pezzi di canna di bambù erano troppo

corti per arrivare alle banane e lo scimpanzé chiamato Sultano coglie l’idea di unirli per

arrivare al cibo. Quando l’animale risolve il problema siamo in presenza di una sequenza

ordinata di atti, diversa dai tentativi ed errori: l’animale ha un insight, coglie nessi nuovi

tra gli elementi del problema che gli dà la soluzione intuitiva. Si ha una riorganizzazione

in modo nuovo del campo. La situazione è analoga alla riorganizzazione dei dati che si ha

quando l’uomo coglie lati diversi delle illusioni percettive. Il concetto di insight viene

esteso da Wertheimer al pensiero creativo umano. Egli aveva osservato come i bambini

risolvevano problemi geometrici e aveva osservato come lo stesso Gauss da piccolo

risolveva complessi calcoli matematici. Wertheimer dice che per risolvere un problema

occorre rientrare i dati. Questo tema è poi ripreso da Duncker, con il quale però cambia

l’approccio, poiché sottolinea come i problemi con cui abbiamo quotidianamente a che

fare non si risolvono con la sola riorganizzazione dei dati, ma con altre tappe successive,

che portano a soluzioni risolutive, globali, non parziali. (N.B. l’insight è la conseguenza

della riorganizzazione dei dati, che permette di vedere una via risolutoria).

LA PSICOLOGIA NELL’AREA ANGLOSASSONE (INGHILTERRA E USA)

EVOLUZIONISMO E PSICOLOGIA

Nel 1859 viene pubblicato “L’origine della specie” in cui Darwin propone una nuova e

rivoluzionaria teoria dell’evoluzione. Questo concetto non era nuovo, ma fino alla metà

del ‘700 c’era ancora la concezione fissista e creazionista: gli esseri viventi sono stati

creati da Dio e si sono riprodotti pressoché immutati. C’erano infatti le classificazioni di

Linneo di minerali, vegetali e animali. I primi tentativi di andare oltre questi modelli sono

della seconda metà del ‘700 da parte di de Buffon che propone un modello di evoluzione

della crosta terrestre. Lamarck invece propose la teoria del trasformismo riferita agli

esseri viventi, in base a cui l’uso di organi per vivere nell’ambiente porta al

potenziamento di questi e alla trasmissione degli stessi alle generazioni successive.

Questa teoria non ebbe modo di affermarsi perché fu scavalcata dalla teoria del

catastrofismo di Curier. I tre pilastri fondamentali della teoria di Darwin sono la

variazione (gli individui di una specie non sono tutti uguali), la lotta per l’esistenza (chi è

in grado di conquistare i mezzi per la sopravvivenza sopravvive, altrimenti no) e la

selezione naturale (gli organismi che non hanno caratteristiche adatte per l’esistenza

muoiono). Darwin si è ispirato a Lyell che aveva teorizzato che la crosta terrestre ha

subito nel corso del tempo variazioni simili a quelle che avvengono oggi). Per spiegare il

perfetto adattamento degli organismi all’ambiente in ci vivono Darwin parte

dall’osservazione della selezione che gli allevatori operavano per ottenere le razze

migliori, ipotizzando che una cosa analoga dovesse avvenire anche in natura. Si imbatte

poi nell’opera dell’economista Malthus che diceva che ad un certo punto nella società si

arriva ad una discrepanza tale tra le risorse per la sopravvivenza e crescita della

popolazione che ci sono fatti come le malattie, la mortalità infantile, ecc per riequilibrare

la situazione. Darwin nota che effettivamente nelle popolazioni di animali il numero dei

nati è superiore a quello degli individui adulti, ma la popolazione tende a tenersi in

numero di individui costante. Solo chi ha le caratteristiche adatte per sopravvivere può

crescere e riprodursi e trasmettere quindi le caratteristiche favorevoli alla prole. La

diversità tra gli animali derivanti da un unico originario capostipite dipende dalla

diversità degli ambienti in cui vivono. Su questa linea si colloca l’opera successiva del

1871 “L’origine dell’uomo”, in cui sostiene l’idea della selezione sessuale come fattore

evolutivo. Darwin prova ciò con la rilevazione di meccanismi sentimentali simili tra

animali e uomo (per esempio l’istinto sociale). Quest’opera venne contrastata perché

metteva in crisi l’intera società e la concezione creazionista. Darwin però portò nuove

prove nell’opera del 1872 “L’espressione dei sentimenti nell’uomo e nell’animale”,

considerato il suo capolavoro psicologico, per cui Darwin è l’iniziatore della psicologia

animale comparata. Darwin affronta il problema dal punto di vista naturalista. La sua

ricerca è una applicazione alla psicologia del metodo con cui gli scienziati osservano gli

animali nel loro ambiente naturale. Osserva le emissioni sonore in situazioni emotive

quali rabbia, paura, eccitazione sessuale e le manifestazioni somatiche e le compara con

quelle umane. Arriva alla conclusione che le manifestazioni somatiche in concomitanza

con certe emozioni sono simili in specie diverse. È quindi interessato ai fatti osservabili,

non alle emozioni in sé come fatto psichico interno. Le sue ricerche si basano su

osservazioni dirette, fotografie, relazioni di viaggiatori, di psichiatri e utilizza attori che

riproducono la mimica dei sentimenti. Studia le situazioni stimolo che causano il sorriso e

arriva alla conclusione che gran parte delle concomitanti somatiche dei sentimenti hanno

una base ereditaria, innata. In alcuni casi non siamo in grado di dare un significato alle

concomitanze somatiche, ma possiamo considerarle un segno di stadi evolutivi

precedenti. Anziché risalire ai comportamenti animali si può anche considerare il

bambino, seguire cioè l’ontogenesi (sviluppo del singolo) anziché la filogenesi (sviluppo

della specie). Darwin si sofferma sulla fisiologia del pianto. I bambini cominciano a

piangere nel senso di lacrimare non subito, ma dopo qualche settimana o mese, mentre

prima si esprimono con grida simili a quelle dei cuccioli degli animali. La lacrimazione

deriva dall’afflusso di sangue al viso che fa contrarre i muscoli lacrimali, ma per questo

processo ci vuole un po’ di tempo. L’interesse di Darwin per l’infanzia precede la

pubblicazione de “L’origine della specie”. Osserva il suo figlio primogenito e pubblica

questi scritti nel ’78, quando esce un articolo del filosofo Taine sulla rivista ‘Mind’. Fino

a quel momento il bambino era considerato come un adulto in miniatura o come una fase

particolare. Per la prima volta con Darwin non si ha più la divisione netta tra uomo e

animale, perché anche questi hanno attività mentali. Con Darwin inoltre nasce la

psicologia dell’età evolutiva. Darwin spiega i comportamenti riconducendoli alla loro

origine. Nasce così la psicologia clinica. Si apre anche lo studio delle differenze

individuali,cioè lo studio di come le menti si differenziano tra loro, anch’esso escluso dal

modello wundtiano, che era psicologia generale. Sorge anche un nuovo strumento di

indagine: il test, coi cosiddetti psicometristi. I quattro nuovi ambiti hanno successo

perché usavano metodi diversi da quelli della psicologia tedesca ottocentesca, cioè

l’introspezione. Darwin si affida invece all’osservazione delle manifestazioni esteriori dei

fenomeni mentali, seguendo una metodologia di stampo comportamentista, anche se

ritiene che dove si può si deve osservare anche internamente. La psicologia si apre così a

concetti nuovi, di matrice biologica. Nei paesi di lingua anglosassone la psicologia si

inserisce nelle università nelle facoltà di scienze naturali, come strettamente correlate con

le scienze biologiche. Darwin rovescia la tesi empirista che sostiene che la parte

fondamentale della nostra mente è preordinata, ereditata. Nasce così l’opposizione tra

natura e cultura, eredità e apprendimento. Darwin si rende conto che una parte

fondamentale è data dal nostro rapporto con l’ambiente, poiché gli esseri viventi sono

esseri adattivi e l’uomo deve continuamente mettere in atto strategie di adattamento. A

partire da Cartesio la mente era considerata non in rapporto col mondo esterno, mentre

Darwin la considerava come funzione biologica dell’organismo al pari di altre funzioni

anatomo fisiologiche e perciò è in interazione con l’ambiente per l’adattamento. Ciò

succede anche in alcune specie animali vicine all’uomo.

LA PSICOLOGIA ANIMALE COMPARATA

Sulla scia di Darwin alcuni studiosi inglesi a partire da Jhon Ramones studiarono la

psicologia animale. Nel 1883 pubblica “Animal intelligence”, anche se il suo approccio

non fu rigoroso, alcune osservazioni non le svolse personalmente e fece molta

interpretazione; tuttavia il suo contributo fu importante. Distingueva nel comportamento

animale l’istinto dall’abitudine e dal riflesso. Quest’ultimo infatti è totalmente

automatico, privo di consapevolezza cosciente. L’istinto è il comportamento animale che

si esplica in assenza di addestramento, apprendimento. È fondamentale il fatto che si

sono individuati negli animali istinti che compaiono subito dopo la nascita. Si trasmette

per via ereditaria. L’uomo ha una precisa posizione nella scala evolutiva perché è l’unica

in grado di produrre idee astratte. I limiti del metodo anedottico di Ramones sono

superati da Lloyd Morgan, che si impegna per una metodologia oggettiva e quasi

sperimentale. Gli animali non erano osservati in laboratorio, ma nell’ambiente naturale

leggermente modificato. Ha riassunto la sua metodologia in una regola o legge detta

canone di Morgan che dice che in nessun caso il comportamento animale deve essere

interpretato come funzione superiore quando può spiegarsi come funzione inferiore. Al

complicarsi degli aspetti anatomo fisiologici degli organismi corrisponde la

complicazione delle funzioni psichiche. Negli USA gli studi di psicologia animale

comparata diventano parte integrante degli studi di laboratorio. Erano state preparate da

una serie di ricerche che Jaques Loeb aveva condotto occupandosi di tropismi negli

animali inferiori, cioè azioni o reazioni pressoché automatiche di adattamento agli stimoli

fisici esterni, interpretati come meccanismi essenzialmente fisiologici. Secondo Loeb

questi meccanismi erano presenti anche in animali superiori. In realtà l’interpretazione

fisica è criticata. Thorndike è uno dei primi psicologi di origine americana, mentre gli

altri avevano studiato in Europa. Col suo lavoro del 1898 “Animal Intelligence” cerca

contro ogni forma di antropomorfismo (trasferire modalità comportamentali umane a

organismi non umani) di spiegare i modelli di adattamento all’ambiente. Costruisce un

suo proprio strumento, la puzzle box, con caratteristiche diverse a seconda dell’animale

che veniva messo nella scatola, mentre fuori c’era il cibo. C’era un meccanismo per

aprire la gabbia. L’animale casualmente riesce ad azionere il meccanismo. Nelle prove

successive il tempo di riuscita del compito diminuisce. Si fecero anche ricerche con

labirinti a T (Small e Watson). Il grafico dell’apprendimento era graduale. Si verifica un

processo di stamping in (si imprime il movimento favorevole) e di stamping out (viene

eliminato dopo un certo numero di tentativi il comportamento inadeguato). Vengono

formulate due leggi dell’apprendimento: la legge dell’esercizio, per prove ed errori e la

legge dell’effetto (ricompensa). Questo modello di apprendimento è detto

connessionismo o associazionismo dallo stesso Thorndike. Fa anche un modello

fisiologico dell’apprendimento, che si esprime come un intensificarsi a livello di neuroni

delle connessioni sinaptiche. Gli studi di psicologia animale preparano alla nascita del

movimento comportamentista, che fu una rivoluzione poiché cambia il metodo di

indagine della ricerca e anche l’oggetto: le ricerche oggettive, osservative devono essere

estese anche alla mente umana ( deve ricevere gli stimoli in entrata e gli stimoli in uscita

senza intervenire nella mente). Gli sviluppi in psicologia animale verso il

comportamentismo hanno messo da parte alcune idee originarie della psicologia

comparata. Si sottolineano gli apprendimenti e il ruolo dell’esperienza. Gli studi si

concentrano su animali collocati nella bassa scala evolutiva (ratti norvegesi e piccioni).

Ci si concentra su una precisa tipologia di compito molto semplice (condizionamento);

tutto l’apprendimento, anche umano viene spiegato in base a pochissimi principi (l’uomo

differisce in termini di complicazione dei processi di apprendimento). Nasce l’etologia

che recupera l’esigenza di uno studio dell’animale nel suo ambiente naturale. Declino del

termine istinto verso il comportamentismo che ne riconosce due o tre considerando gli

altri come riflessi condizionati dall’ambiente sociale. Il fondatore dell’etologia è Lorenz,

a cui si affianca Timbergen. Lorenz aveva studiato medicina partecipato alla prima guerra

mondiale come psichiatra e aveva poi deciso di studiare il comportamento animale spinto

dal maestro Heinroth che aveva dato l’idea di studiare i comportamenti specie-specifici

nell’ambiente naturale. Nel 1935 nell’opera “Il compagno nell’ambiente degli uccelli”

esprime il concetto di imprinting: aveva scoperto che gli uccelli allevati da genitori

adottivi non riescono a riprodursi perché attratti sessualmente da membri della razza

dell’allevatore. Sulla base di questo Lorenz scoprì che un pulcino considera madre un

essere in movimento con cui viene in contatto tra le sei e le ventiquattr’ore dalla sua

nascita. L’etogramma è il repertorio complessivo dei comportamenti di una data specie

nell’ambiente naturale.

LA PSICOLOGIA DELLE DIFFERENZE INDIVIDUALI

L’iniziatore è Francis Galton. Veniva da una famiglia inglese molto ricca. Il padre voleva

che diventasse medico, ma egli ne rimase deluso. Passò poi allo studio della matematica

(fondamentale per la ricerca psicologica che poi mise in atto). Alla morte del padre coi

soldi ereditati fece l’esploratore visitando paesi come l’Egitto, la Siria, il Libano, l’Africa

sud occidentale (terre inesplorate entrando in contatto con popolazioni indigene e

mostrando per queste grande rispetto). Decide poi di interessarsi di meteorologia

scoprendo il fenomeno dell’anticiclone. Si interessò anche di criminologia. Viene attratto

in campo psicologico dall’intelligenza. Galton propone una visione unitaria: dipende

dalle circostanze l’eccellenza dell’individuo in un dato ambito. Il suo tentativo è quello di

vedere come si distribuisce l’intelligenza tra le persone e come si misura. Lo strumento di

misura è il metodo statistico che gli viene suggerito dall’uso che di questo aveva fatto

Quetelet. Curva gaussiana (introdotta inizialmente per mostrare come si distribuiscono gli

errori di misurazione). Quetelet per primo la utilizza per evidenziare come certi attributi

fisici si distribuiscono nella popolazione. Si è rivolto all’esercito belga studiando le

tabelle delle reclute. Scopre che le loro caratteristiche si dispongono secondo la curva

gaussiana. Galton ipotizza che anche gli attributi mentali si distribuiscono secondo una

curva di quel tipo. Cerca allora di stabilire come si distribuisce il fattore di intelligenza.

La metà circa è nella fascia media. Individua un numero cospicuo di persone e studia il

loro retroterra familiare (il più eminente matematico, medico, economista, ecc.) e scopre

che i loro padri e i loro figli sono intelligenti ed eminenti come loro. Perciò ipotizza che

l’intelligenza si erediti. Non ha tenuto conto però dei fattori dell’ambiente (Candol arriva

a risultati diversi). La ricerca di Galton non aveva un campione rappresentativo. Galton si

è fatto troppo influenzare dalle tesi di Darwin sull’ereditarietà. Galton concentra allora la

sua attenzione sullo sviluppo di strumenti oggettivi di rilevazione delle capacità

intellettuali. Nel 1884 fonda un laboratorio antropometrico, il luogo di nascita dei primi

test mentali ad opera di Cattel. Il laboratorio era una stanza lunga e stretta con strumenti

di rilevazione alle pareti, per svolgere una serie di prove. I risultati di rilevazione

venivano tenuti dal laboratorio per testare il livello intellettuale medio. Correlazione:

tendenza di due variabili ad essere in rapporto secondo una legge matematica. Galton

mostrò come c’era correlazione tra i risultati di un soggetto in una prva e quelli di

un’altra prova. Galton fornì alla psicometria uno strumento fondamentale. Scopre le

impronte digitali. Affronta anche il problema della razza con l’obiettivo di migliorare la

razza umana attraverso la regolazione delle nascite: eugenetica (scienza della buona

nascita o dell’ereditarietà). All’epoca era molto di moda. In Gran Bretagna Galton fondò

una rivista e una società scientifica fino a che nel 1912 a Londra venne fondata una

cattedra. Si sviluppò anche negli USA e in Germania.

Cattel somministrava i suoi test alle matricole della sua università per misurare le

funzioni sensoriali, la rapidità dei movimenti, la memoria. Dopo 7/8 anni ebbe poi modo

di confrontare i risultati dei test con i successi accademici. Le correlazioni furono però

scarse. I test mentali ebbero così un momentaneo declino. Ritornarono in vigore nel 1905

con Binet, in America. Alfred Binet fu una persona eccentrica. In Francia la psicologia è

nata e si è sviluppata con caratteristiche diverse dall’area tedesca e anglosassone. È di

orientamento clinico, poiché i grandi psicologi sperimentali francesi avevano sia una

formazione filosofica sia una di stampo medico. Binet studiò giurisprudenza poi si

iscrisse a medicina ma senza laurearsi e ottenne infine una libera docenza in biologia.

Acquisì autonomamente le conoscenze di psicologia su libri e collaborando con Charcot.

Pubblica dei lavori sulle funzioni mentali superiori di persone affette da malattie mentali.

Per studiare le funzioni cognitive servono strumenti più duttili ed elastici di quelli usati

nei laboratori di Wundt che potevano studiare solo le funzioni mentali più semplici. Non

si può prescindere da strumenti come l’intervista, il questionario, il colloquio. Binet

amplia poi i suoi ambiti di ricerca allargando lo studio delle funzioni mentali ai bambini e

scopre che memorizzare frasi implica meccanismi diversi da quelli usati per ricordare

parole, anticipando così la psicologia cognitiva. Negli ultimi anni dell’800 alla luce delle

ricerche precedenti Binet comincia a interrogarsi sulla possibilità di misurare e funzioni

mentali superiori. Si accorse dei limiti e delle difficoltà di questo compito. Nel 1904 il

Ministero della Pubblica Istruzione francese decide di costituire una commissione di

specialisti per valutare i bambini che non erano in grado di seguire il normale corso delle

lezioni scolastiche. In Francia era infatti stata introdotta l’istruzione elementare

obbligatoria. Si creano così le scuole speciali, a tutela dei bambini che non riuscivano a

seguire un normale iter scolastico. La commissione di specialisti aveva il compito di

fornire uno strumento oggettivo che potesse indicare obiettivamente quali bambini

dovessero essere indirizzati verso quelle scuole. Binet all’interno di questa commissione

collabora strettamente con Simon uno psichiatra. Già nel 1905 i due misero alla prova dei

test e pubblicarono i risultati. Nel 1908 il loro strumento prese il nome di scala ,etrica

dell’intelligenza e nel 1911 venne perfezionata e chiamata anche scala Binet-Simon. La

prova consisteva in una serie di domande e compiti considerati come patrimonio comune

dei bambini di una certa età. Il bambino veniva considerato di intelligenza normale se

riusciva a rispondere al 50-75% delle prove della sua fascia d’età. Al di sotto del 50%

c’erano problemi e al di sopra del 75% il bambino aveva una intelligenza superiore alla

sua età. La scala indicava però un livello medio del bambino, indicava un livello di

normalità, non era una vera e propria scala che misurava propriamente l’intelligenza sulla

base di fondamenti biologici. Nel 1912 William Stern introdusse il termine psicologia

delle differenze individuali e propose di rivedere il concetto di livello mentale che per

Binet è l’intelligenza media dei bambini di una certa fascia d’età, mentre Stern propone

di definirlo come QI, cioè quoziente d’intelligenza a livello matematico, cioè età mentale/

età cronologica. L’età mentale è la fascia in cui i bambini superano la maggior parte delle

prove, mentre l’età cronologica è l’età effettiva dei bambini. Se il bambino è

perfettamente normale EM e EC coincidono. Se l’EM è superiore all’EC il bambino è

sopra alla media d’intelligenza della sua età (è in anticipo sullo sviluppo). Se invece

EM<EC si ha un bambino con ritardo nello sviluppo. Lewis Terman nel 1916 propone la

scala Binet-Simon in America nota al tempo come scala Stanford Binet (Stanford è

l’università dove lavorava Terman). Egli modificò alcune voci della scala e ne inserì

altre. Nel 1937 insieme a Merrill, Terman propose una versione rivista della scala

Stanford-Binet che rimase a lungo uno strumento in uso. Ci fu però un grave disaccordo

tra Binet e gli importatori del suo metodo in America. Per Binet l’intelligenza non era una

caratteristica fisica, ma c’era molto l’intervento dell’ambiente, mentre quando viene

importato in America si tende ad ancorare l’intelligenza ad una base biologica di carattere

ereditario. I test di Binet e Simon non erano però adatti ad essere somministrati alle

grandi masse. Nel 1917 gli scienziati furono invitati a collaborare all’impresa bellica del

paese nella prima guerra mondiale. Tra gli psicologi si distinse Robert Mearns Yerkes

sotto la cui supervisione le reclute americane venivano addestrate e sottoposte a test per

verificarne la normalità mentale e i più adatti ad assumere posizioni di responsabilità.

Elaborò i test alfa per i soggetti alfabetizzati e test army beta per i non istruiti. Furono i

test di massa più ampi che si ricordano nella storia. Tra la prima e la seconda guerra

mondiale vennero poi sviluppati altri test d’intelligenza tra cui quelli di David Wechsler

per gli adulti (WAIS) e per i bambini (WISC) che misero in luce come l’intelligenza

abbia un suo decorso ascendente fino ai 20 anni e discendente da qui in poi. Si aprì allora

un dibattito sulla natura dell’intelligenza. Secondo Spillman ell’intelligenza c’è un fattore

generale G e fattori speciali S. se testiamo il soggetto nei singoli fattori S si arriva a un

valore medio che è la misura del fattore G. Altri invece contestavano l’esistenza del

fattore G, sostenendo che un test specifico testa una specifica capacità. Possibili abusi dei

test d’intelligenza vedi scheda sul testo di Meccacci: i test e il razzismo.

LA PSICOLOGIA AMERICANA TRA ‘800 E ‘900

L’unico grande esponente è Willliam James. Al di là di lui si fa ancora psicologia

filosofica, importata dall’Europa. È James a svolgere una esperienza di trapianto culturale

della psicologia sperimentale che culmina nel 1890 con la pubblicazione dei “Principi di

psicologia”. James non è però soddisfatto di come Wundt intendeva la psicologia

sperimentale, la definisce la ‘psicologia dell’ottone’ alludendo al materiale di cui erano

fatti gli strumenti del laboratorio. Ad un certo punto sviluppa un interesse sempre

maggiore per la filosofia e lascia la sua cattedra di psicologia ad Harvard a Munsterberg

che diventerà il padre della psicotecnica, psicologia applicata. Non si può quindi dire che

sia stato James ad importare la psicologia di Wundt in America, ma furono gli studenti

americani laureati a Lipsia, in particolare Stanley Hall (primo laboratorio americano

1883). La Germania continua però a mantenere il primato, viene scavalcata dall’america

solo nel ‘900. tra gli americani si distingue anche Titchener che sarà il padre dello

strutturalismo. Fu l’unico ad ispirarsi alle idee di Wundt, mentre tutti gli altri seguiranno

linee autonome di ricerca, un altro modello teorico rispetto a quello di Wundt. James

nasce a New York da una famiglia molto nota e colta. Suo fratello Henry James fu un

grande letterato. Viaggiò molto in Europa con la famiglia (UK, Francia,Germania,

Svizzera), imparando così molte lingue (anche l’italiano). Ciò contribuì a far sviluppare il

suo senso critico. Dopo aver sperimentato vari interessi, approfondisce le sue conoscenze

fisiologiche in Europa e conosce Helmoltz e Wundt. Torna poi in America e si laurea in

medicina. Nel 1872 gli viene offerta una cattedra di fisiologia e poi di anatomia. Nel ’76

chiede che venga trasformata in una cattedra di psicologia fisiologica. Nel ’78 firma un

contratto per la stesura di un’opera sistematica di psicologia entro i prossimi quattro anni.

In realtà ci vorranno dodici anni per pubblicare un’opera colossale in due volumi, in cui

la nuova disciplina era trattata in tutte le sue sfumature, ma non c’è un filo conduttore. La

grandezza dell’opera sta nel fatto che, al di là della organizzazione particolare, caotica, è

in certa misura ancora oggi attuale. Al di là delle informazioni tecniche che riguardano le

conoscenze dell’epoca, contiene una serie di tematiche e problemi di taglio

epistemologico e filosofico non risolti e ancora oggi al centro del dibattito (per esempio

basi neurofisiologiche e attività mentali ad esse collegate). James critica l’atomismo e

l’associazionismo, in modo simile a quanto faranno poi i gestaltisti. È tra i primi a porre

al centro dell’attenzione la vita affettiva, emotiva, la motivazione. È il primo che cerca di

legare la psicologia dell’individuo a quella sociale. Non ha nemmeno paura delle barriere

della disciplina (analisi delle doppie personalità, del subconscio). Per queste ragioni i

“Principles” sono un’opera straordinaria. James dà alle sue analisi un taglio empirico, nel

senso di una attenzione al mondo dell’esperienza come si presenta immediatamente,

senza intellettualizzarla. Ciò spiega anche il suo distacco dalla psicologia di Wundt e

dalla sua scomposizione in pezzetti della realtà che andava contro l’approccio

fenomenologico. James definisce la psicologia come la scienza della vita mentale, dei

suoi fenomeni e delle loro condizioni. Col termine fenomeni intende porre l’attenzione

sulla vita psichica nel suo darsi immediatamente alla coscienza, ma dall’altra anche sulle

condizioni dell’esperienza che si radicano nella base biologica. Noi siamo esseri psico-

fisici. Anche le funzioni mentali sono funzioni biologiche che emergono ad un certo

livello dell’evoluzione nelle specie più evolute (adesione all’evoluzionismo darwiniano).

C’è continuità tra fisico e mentale. Anche il metodo dell’indagine psicologica richiama il

duplice compito. Non si può fare a meno del metodo introspettivo, ma James è ben

consapevole dei limiti di questo, legati anche al linguaggio necessario ad esprimere gli

stati interni; il linguaggio è infatti strutturato in modo da avere termini che esprimono le

dimensioni statiche della vita psichica, non quelle dinamiche, le relazioni. Accanto

all’introspezione ci sono poi il metodo sperimentale e quello comparativo. Nel IX

capitolo James avvia l’analisi del contenuto mentale, “La corrente di coscienza (Strema

of consciousness)”. Ribalta la concezione atomista associazionista. Sostiene che non si

può provare una sensazione semplice come afferma la teoria, ma i fenomeni mentali sono

entità complesse, analizzabili ma non spezzettabili. Nel suo carattere dinamico la vita

mentale ha sempre carattere personale (lo stato mentale è sempre di un Io, di una

persona). Inoltre il pensiero è in continuo mutamento, la vita mentale è processuale. Ciò

implica anche che il pensiero è continuo, non ci sono separazioni ma il fluire di un

momento nell’altro. In questo flusso ci sono parti sostantive, che noi riusciamo a cogliere

applicando un nome e sono connesse le une alle altre dalle parti transitive. Attorno alle

parti sostantive ci sono frange, sfumature che conducono attraverso le parti transitive ad

altre parti sostantive. Il pensiero è inoltre selettivo, un’attività di scelta; james va contro

la concezione di mente passiva che registra le impressioni. La mente è per definizione

attiva poiché è una funzione biologica di adattamento all’ambiente circostante. Siccome

questo è in continuo mutamento, la mente deve essere in grado di scegliere sempre

l’opzione più favorevole. La teoria delle emozioni di James è simile a quella formulata

nello stesso periodo dal danese Lange. Sembra rovesciare le convinzioni del senso

comune. È una teoria periferica, poiché dice che essenziali nella trasformazione degli

stati mentali sono le trasformazioni di concomitanti biologiche periferiche. Fondamentale

per l’emozione è quindi l’attivazione biologica periferica. Fino a quel momento si

riteneva che fosse la percezione per esempio di qualcosa di pericoloso (attività cognitiva)

a far scatenare l’emozione cui poi si associano concomitanti fisiologiche. Secondo James

invece l’ordine dei fenomeni del processo emotivo è invertito. Si ha prima una forte

modificazione biologica e l’emozione è la presa di coscienza di tale attività; questa

concezione è dovuta al fatto che la mente è una funzione biologica, per cui non esiste una

emozione svincolata da un sentire somatico, poiché la mente adattiva supporta la

sopravvivenza. Possiamo considerare James l’ispiratore della teoria funzionalista.

In America nel 1892 vennero fondate due scuole che si contendevano il primato: l’istituto

di psicologia della Cornell University a Itaca sede del movimento strutturalista (ispiratore

è Titchener) e il dipartimento di psicologia dell’Università di Chicago dove ha sede la

psicologia funzionalista (assieme all’Università di Colombia). Nel primo caso c’è un

unico caposcuola e ci sono dei precisi principi. Nel secondo caso c’è invece una ulteriore

distinzione: il funzionalismo è un movimento che ha due centri di riferimento, non è una

scuola in senso stretto, da cui si distingue un orientamento più generale che permea la

ricerca psicologica statunitense. lo strutturalismo di Titchener è direttamente ispirato a

Wundt. Egli era inglese di nascita e studiò grazie alle molte borse di studio. Studia

filosofia, ma si interessa anche di fisiologia e in particolare all’opera di Wundt. Va a

Lipsia per tre anni, poi accetta l’offerta di una cattedra all’università di Cornell. Era

molto autoritario e rifiutò di aderire all’APA (Associazione degli Psicologi Americani)

tenendosi lontano dal trend generale della psicologia americana, ma crea un suo circolo

privato, in linea con l’isolamento che la sua scuola assume. Il termine strutturalismo è

stato esteso impropriamente anche alla psicologia di Wundt. Titchener introduce la

distinzione tra psicologia strutturale e funzionale. Parte dal campo medico: come in

medicina prima di fare fisiologia (studiare le funzioni del corpo umano) occorre fare

anatomia (individuare le strutture), così in psicologia prima di chiederci come funziona la

mente occorre studiare analiticamente quali sono le parti ultime di cui essa si compone.

Per fare ciò Titchener prende le idee di Wundt. Sostiene che mentre le scienze naturali

studiano le relazioni tra i fenomeni fisici, la psicologia studia gli stessi contenuti in

relazione al soggetto che li percepisce. Secondo Titchener si rischia di commettere

l’errore dello stimolo, cioè confondere la sensazione, percezione dell’oggetto con

l’oggetto stesso; si descrive l’oggetto anziché l’esperienza personale dell’oggetto. Per

questo fare ricerca in psicologia con l’introspezione è molto difficile. In Titchener

l’introspezione diventa molto sistematica. I compiti della psicologia sono gli stessi

delineati da Wundt. Nello strutturalismo non c’è l’idea dell’attenzione o della

appercezione attraverso cui la mente attivamente fa una sintesi creativa. (In Wundt c’è un

momento strutturalista, quello della frammentazione, dell’analisi, ma vi si affianca poi la

sintesi, la ricostruzione delle parti). Inoltre in Titchener non c’è spazio per la psicologia

dei popoli. Ciò può essere dovuto all’impostazione positivista.

Il funzionalismo è alternativo allo strutturalismo e si concentra sullo scopo dei processi

mentali. Questi sono attività rivolte a fini pratici e per questo il funzionalismo dedica

particolare attenzione agli aspetti pratici, operativi della disciplina (psicologia applicata).

È impossibile individuare un unico grande esponente che inglobi tutte le teorie. Dewey si

distacca dalla psicologia per occuparsi di filosofia, in cui assieme a James e Pierce fondò

il pragmatismo e di pedagogia. Anticipa il funzionalismo con un lavoro sull’arco riflesso

in psicologia in cui critica i modi in cui tradizionalmente è stato concepito il concetto di

arco riflesso (termini elementaristi associazionisti). Stimolo e risposta sono strettamente

correlati e l’arco riflesso è un pezzo di una reazione più ampia di adattamento

all’ambiente. Parte da un esempio: il bambino tocca la fiamma della candela, si scotta e

ritira la mano. In questo modo però si spezza un comportamento in unità non

psicologiche. In realtà in ogni comportamento adattivo le componenti sensoriali e motorie

sono sempre correlate. Inoltre deve esserci sempre stretto correlamento tra percezione e

azione. Occorre inoltre precisare cos’è uno stimolo. Non si può definirlo in termini

puramente fisici. Va invece definito per il ruolo che può avere sull’organismo in cui si

imprime. Lo stato dell’organismo inoltre è determinante per il comportamento che lo

stimolo susciterà (pesce ed esca). Oppure lo stimolo ha significato diverso a seconda del

contesto. I processi mentali non possono essere separati né dalle condizioni (interne

all’organismo o ambientali) in cui avvengono, né dai loro effetti. Il funzionalismo trova a

Chicago il suo sviluppo, all’interno del dipartimento di psicologia diretto da James

Rowland Angell. Nel 1906 pronunciò il discorso “L’ambito della psicologia funzionale”

che fu il manifesto teorico del funzionalismo, in cui illustra i capisaldi contrapposti allo

strutturalismo. 1.Il funzionalismo si chiede come opera la mente e perché, mentre lo

strutturalista si chiede cos’è, come si struttura. Secondo Angell l’approccio funzionale è

più importante di quello strutturale, poiché mentre le strutture, i singoli stati mentali, sono

effimeri, le funzioni rimangono invariate, persistono. 2.Il funzionalismo studia le funzioni

nelle condizioni di adattamento. La coscienza è mediatore tra i bisogni dell’organismo e

l’ambiente. È una funzione superiore. Poiché sia organismo che ambiente mutano in

continuazione la mente è sempre attiva, dinamica, mobile, operativa. 3.Il mentale non è

una dimensione staccata da quella dell’organismo. Il corporeo e il mentale sono due poli

di un continuum, non sono separati. Harvey Carr, successore di Angell a Chicago come

direttore, scrisse nel 1925 un manuale intitolato “Psychology” in un anno in cui era già in

atto il passaggio al comportamentismo ad opera di Watson, allievo di Angell, che

proponeva una rivoluzione dei metodi e dell’oggetto stesso della psicologia. Esamina i

diversi metodi con cui si può condurre l’indagine psicologica, affidando pari dignità a

diverse metodologie come l’introspezione e l’osservazione, che investono il mondo fisico

degli stimoli e i comportamenti interni che l’individuo colpito dagli stimoli emette. Sarà

l’esclusivo valore attribuito al metodo osservativi oggettivo a segnare il passaggio al

comportamentismo. Oltre che a Chicago il funzionalismo si sviluppò alla Columbia

University dove lavorarono Woodworth e Thorndike. Alcune riflessioni del primo

diventarono importanti per liberalizzare alcune concezioni del primo comportamentismo

di Watson. Entrambi furono allievi di Cattel. Woodworth introduce nel funzionalismo

una prospettiva dinamica, indicando lo studio dei movimenti, cambiamenti che hanno

luogo nei nostri stati psicologici, sulla base di una motivazione (infatti chiama la sua

psicologia “motivologia”). Critica l’idea implicita nei modelli psicofisici che lo stimolo

sia causa diretta della risposta. Si dice che lo stimolo, piuttosto, elicita la risposta, la

scatena, ma non possiamo esattamente dire che ne è la causa. Metafora del fucile

(organismo)stimolo = pressione sul grillettorisposta = pallottola. Premere il grilletto

è l’occasione scatenante, ma non la causa diretta. Il vecchio modello S-R è sostituito dal

modello S-O-R, poiché non si può prescindere dalla dimensione intermedia tra stimolo e

risposta, in particolare le motivazioni, gli impulsi.

LA PSICOPATOLOGIA TRA ‘700 E ‘800

La storia della malattia mentale è complessa e controversa. Ancora all’inizio dell’800 era

opinione comune che i malati mentali fossero posseduti, indemoniati. La classe medica

non condivideva questa opinione, ma riconduceva la malattia mentale a disfunzioni o

lesioni cerebrali o a una discrasia, squilibrio nel corpo dei quattro umori di cui parlava la

medicina ippocratica. Le cure tendevano a far espellere l’eccesso di uno dei quattro

umori. Gli ospedali psichiatrici o manicomi erano più simili a prigioni, nel senso che i

malati erano chiusi in celle, spesso legati, percossi da guardie e nutriti con alimenti poco

nutrienti. Alla fine dell’illuminismo alcuni personaggi come Pinel in francia e Tuke in

Inghilterra riformano gli ospedali psichiatrici a favore di un trattamento più umano degli

ospiti e di un trattamento morale che consisteva nell’interagire col malato e rafforzare le

sue dimensioni vitali cercando anche la sua collaborazione. Nel corso dell’800 si ebbero

consistenti conoscenze in campo scientifico. La psichiatria fino ai primi anni del ‘900

rimase comunque l’ambito di specializzazione della medicina più arretrato. Si cercò

comunque di darle un rigoroso standard scientifico e di fondarla in particolare sulle

conoscenze che si stavano acquisendo sul sistema nervoso centrale. Era l’università che

formava gli psichiatri che dovevano essere anche ricercatori e in grado di contribuire allo

sviluppo delle conoscenze. Ciò ridimensiona il ruolo del trattamento morale, nel senso

che venne concepito come approccio umanistico che non si fondava su solide basi

scientifiche. Agli istituti psichiatrici si chiedeva solo la custodia del malato. Compito

della psichiatria fu determinare le malattie mentali, studiarne le cause e trovare dei

trattamenti. Attorno alla metà dell’800 dominava la scuola francese, specializzata nei

trattamenti nevrotici e quella tedesca all’avanguardia nel trattamento delle psicosi.

In Germania si distinse Griesinger, che si assunse il compito di liberare la psichiatria

dalle speculazioni dei romantici che avevano idealizzato la pazzia, proponendo uno

studio scientifico delle cause. Indicò nel cervello e nelle sue patologie la vera causa delle

malattie mentali. La sua fu infatti definita una psichiatria senza psicologia. Per lui i

processi psichici erano riflessi di attività somatiche, fisiche. Ciò portò tutta l’attenzione

della psichiatria tedesca sul corpo. Questo tentativo di individuare le basi organiche delle

patologie mentali portò a successi che sembravano confermare questa teoria. Vennero

scoperte le devastanti correlazioni psicologiche dell’uso dell’oppio. Vennero scoperte le

aree di Wernike e di Broca, coinvolte nelle afasie. Vennero scoperte le gravi conseguenze

derivate dall’abuso di alcol. Griesinger si impegnò poi in rigorose descrizioni della

malattia mentale e dimostrò che un sintomo non era collegato ad una malattia specifica

ma bisognava fare un quadro diagnostico. Ciò portò alla formulazione delle prime

classificazioni delle malattie mentali. Sarà Kraepelin a fare la prima classificazione

sistematica che durò a lungo. Egli fu la figura più importante della seconda metà

dell’800. oltre ad avere una formazione medica psichiatrica ne ebbe anche una

psicologica, in quanto fu collaboratore di Wundt a Lipsia. Egli studiò molti casi clinici

cercando di ripercorrere la storia personale del paziente per scoprire le cause remote della

malattia e seguirlo fuori dall’ospedale per osservare le ultime manifestazioni. Voleva

scoprire dietro lo studio dei casi singoli le leggi generali (è in linea col modello

positivista che non pone attenzione al singolo) spersonalizzazione del malato.

Kraepelin fece una distinzione tra due tipi di psicosi: endogene, determinate da fattori

biologici interni all’organismo e perciò incurabili ed esogene, derivanti da cause esterne

all’individuo, curabili. Al primo gruppo appartengono la demenza precoce, termine usato

prima da Morel, che insorgeva molto rapidamente dopo la prima manifestazione ed era

un decadimento delle capacità intellettive e la paranoia, caratterizzata da deliri

permanenti. Esogene sono invece la psicosi maniaco-depressiva, caratterizzata da forti

sbalzi d’umore, fasi di onnipotenza e fasi di depressione intercalati da periodi di

normalità e la melanconia. Questa classificazione fu modello di riferimento, ma fu anche

messa in discussione. Circa il 13% degli individui con demenza precoce, infatti,

guarivano spontaneamente, senza spiegazione. Questa classificazione portava a una

concezione fatalista della malattia mentale.

Nel corso dell’800 anche in Francia ci furono progressi nello studio e nella cura di

malattie neurologiche quali epilessia, sclerosi multipla e paralisi infantile. La figura più

importante è Charcot che lavorò all’ospedale psichiatrico Salpetrière dal 1860. era titolare

della cattedra di psicopatologia clinica dell’università collegata all’ospedale. Si trova ad

affrontare un gruppo ampio ed eterogeneo di pazienti che non potevano essere inseriti in

nessuna vecchia classificazione clinica. Un’analisi sistematica del loro sistema nervoso

non mostrava infatti nessuna lesione organica, perciò non si riusciva ad inquadrare il

complesso dei sintomi in una malattia. Charcot li classificò come affetti da isteria e da

nevrosi. Li trattò con l’ipnosi, metodo caduto in discredito in Europa. Nei decenni

precedenti si erano infatti diffusi i cosiddetti magnetisti che erano guaritori o presunti

guaritori che usavano l’ipnosi. Si credeva infatti che nell’universo ci fosse un fluido che

se si accumulava in modo disordinato doveva essere curato. Questi presunti guaritori

furono però rigettati dalla medicina ufficiale francese che bandì l’ipnosi dai metodi di

cura. Charcot però grazie alla sua autorevole figura scientifica tornò ad utilizzarlo sui

suoi malati. Nell’ipnosi individuò una stretta connessione con la malattia nevrotica. Nei

pazienti isterici trovava infatti le stesse manifestazioni che si avevano sotto ipnosi.

Avanzò l’ipotesi che le cause dell’isteria dipendessero da impulsi sessuali, anticipando

così Freud. In stato ipnotico Charcot riproduceva le manifestazioni isteriche, nevrotiche,

riuscendo così a mitigarle. Charcot ebbe però scarso interesse per la psicologia, poiché

riconduceva l’ipnosi a fattori organici, fisiologici. Era da ricollegare allo stato di

debolezza del sistema nervoso tipico degli isterici e dei nevrotici. Per le sue straordinarie

scoperte in campo neurologico e per i suoi trattamenti sugli isterici ebbe una grandissima

fama in Europa e alla Salpetrière arrivavano medici da tutti i paesi. La sua fama era

inoltre mantenuta dalle sue lezioni di dimostrazione, che furono seguite anche dal

giovane Freud. Le tesi di Charcot vennero però anche criticate dagli esponenti della

scuola di Nancy dove operavano Liebeault e Bernheim, che utilizzavano anch’essi

l’ipnosi ma la collocavano in una cornice teorica molto diversa. Ritenevano che l’ipnosi

fosse il frutto di una suggestione messa in atto dai medici nei confronti dei pazienti.

Perciò anche le persone normali potevano essere ipnotizzate. L’ipnosi per loro era uno

stato alterato di coscienza simile al sonno, in cui il paziente opera sulla base di

suggestioni, che in stato normale troverebbero resistenza. Fecero degli esperimenti sulle

suggestioni post-ipnosi in cui venivano impartiti degli ordini in stato ipnotico che

avrebbero dovuto essere eseguiti da coscienti. Bernheim curò con l’ipnosi disturbi quali

lievi nevrosi e psicosomatici. Anche gli esponenti della scuola di Nancy suscitarono

l’ammirazione del giovane Freud. Grazie agli sforzi dei neurologi francesi si stava

procedendo nel trattare le psicosi e le nevrosi in campo medico, in un rapporto

terapeutico, mettendone in evidenza la base psicologica.

Pierre Janet era stato allievo di Charcot, ma non aderiva alle sue tesi. Attorno al 1889

quando esce la sua opera, egli gode di una fama consolidata e contribuì al progresso nello

studio delle nevrosi. Egli studia l’attività umana nelle sue forme più semplici, che

possono essere definite automatiche, poiché non indotte da stimoli, ma provenienti

dall’interno del soggetto. Ha messo in evidenza gli aspetti automatici nei pazienti

nevrotici. In alcuni casi l’automatismo è totale, in altri è parziale, cioè investe solo una

parte della personalità, che si stacca dal resto e segue un percorso autonomo al di sotto

della soglia di coscienza (subconscio). Nell’analisi e nel trattamento di questi fenomeni

Janet utilizza un metodo che definisce di analisi e sintesi. Studia i singoli elementi delle

manifestazioni nevrotiche poi tenta di ricostruire il decorso della malattia. La parte

cosciente, dominante della personalità non si rende conto della scissione nevrotica.

Questo distacco è determinato da una qualche forma di shock emotivo. Egli trova che

nella maggioranza dei casi la malattia ha infatti origine da un trauma, che viene poi

rilegato nel subconscio e sostituito da sintomi, manifestazioni del trauma rimosso. Il

paziente nevrotico è incapace di riunire in unità le parti della sua mente. Il subconscio

agisce spesso in maniera influente sulla parte cosciente, condizionandone gli

atteggiamenti, gli affetti e in generale l’intera personalità, prendendo a volte il

sopravvento. Le idee fisse subconscie sono causa ed effetto della malattia, perciò questo

circolo vizioso è difficile da eliminare. L’obiettivo della cura non può essere solo quello

di portare le idee fisse alla coscienza, poiché potrebbero semplicemente diventare idee

fisse coscienti, ma bisogna trasformarle in modo che non siano più fonte di disturbo

oppure eliminarle. Queste idee sono ancora molto lontane dalla teoria di Freud, poiché

non c’è il concetto di rimozione.

FREUD E LA PSICANALISI

I primi storici della psicanalisi tendevano ad operare una netta distinzione nella biografia

di Freud tra un periodo pre-psicanalitico e uno psicanalitico, presentandolo così come un

neurologo che ha dato origine ad una nuova disciplina. Oggi c’è invece la convinzione

che una conoscenza del periodo neurologico è fondamentale per capire tutta la teoria di

Freud. Molti concetti della psicanalisi infatti non si capiscono se non collocati nel

panorama biologico dell’800 cui Freud si ispirò. Freud nacque il 6 maggio 1856 in un

paese della Moravia allora parte dell’impero asburgico. Veniva da una famiglia ebrea, il

padre era un piccolo commerciante. Il fatto che vivesse in un amplio nucleo famigliare

(assieme a fratellastri e nipoti) spiega il suo interesse per le relazioni famigliari e per

l’infanzia. Quando aveva quattro anni una crisi economica costrinse la famiglia a

trasferirsi a Vienna, sede del governo asburgico. La famiglia non raggiunse mai la

sicurezza economica, ma decise di garantire a Sigmund la migliore carriera scolastica,

poiché aveva dimostrato grandi doti di vivacità intellettuale. Studiò all’università

medicina, non per la dimensione clinica, ma spinto dal desiderio di sapere. I suoi interessi

erano infatti orientati al campo umanistico, ma desiderava mantenerli sotto il controllo

del metodo scientifico. Grande entusiasmo suscitavano in lui le teorie di Darwin e gli

scritti di filosofia della natura di Goethe. Freud rivolse quindi la sua attenzione alla

ricerca, non alla medicina. Il primo apprendistato lo fa nel laboratorio di anatomia

comparata diretto da Claus, arrivato dalla Germania. Sotto la sua guida Freud rivolge la

sua prima ricerca scientifica nel laboratorio di biologia marina a Trieste, sulle gonadi

delle anguille. Un grande fascino su Freud è esercitato anche da Brucke, uno dei masimi

esponenti del positivismo tedesco, formatosi alla scuola di fisiologia di Berlino. Sotto la

guida di Brucke svolge ricerche che trovano subito collocazione in prestigiose riviste

scientifiche. Svolge ricerche istologiche sul sistema nervoso di animali inferiori, sviluppa

tecniche di colorazione col cloruro d’oro e ipotesi sulla struttura delle cellule nervose e

delle loro connessioni, arrivando molto vicino alla grande scoperta scientifica dei

neuroni. È quindi orientato fin dall’inizio dal modello evoluzionista e dalle teorie fisico-

fisiologiche della scuola di Berlino. Freud non abbandona però i suoi interessi filosofici e

seguì le lezioni di Brentano con entusiasmo. Alcuni concetti di Brentano torneranno

nell’analisi psicanalitica, per esempio nella dinamica intenzionale delle pulsioni. Nel

1881 Freud si laurea in medicina e per qualche mese continua a lavorare con Brucke

nell’intenzione di affrontare la carriera accademica. Si rende conto però che sarebbe stato

un percorso molto lungo. Perciò abbandona l’idea e intraprende invece un percorso

professionale come medico. Per tre anni frequenta vari reparti dell’ospedale di Vienna.

Nell’istituto di psichiatria di Meynert (allievo di Griesinger) apprende le prime nozioni di

psichiatria clinica e si confronta con le teorie psicologiche di Herbart (forze in lotta per

l’arrivo alla coscienza e concetto di soglia). Nel 1885 concluso il tirocinio Freud ottiene

la libera docenza in neuropatologia all’università di Vienna. Negli stessi anni continua ad

essere attivo nella ricerca: studia l’effetto anestetico ed euforico della cocaina

avvicinandosi alla scoperta del suo uso come anestetico per le operazioni agli occhi. Nel

periodo successivo si dedica alla neurologia clinica e nel 1891 pubblica un lavoro sulla

“Interpretazione delle afasie” accentuando gli aspetti dinamici della malattia. Freud si

rende conto che i modelli proposti dai suoi maestri non sono in grado di spiegare una

serie di fenomeni psicologici. Attorno al 1895 decide di delineare una teoria psicologica

fondandola su basi neurofisiologiche. Nacque così il manoscritto noto come “Un progetto

di una psicologia”. Ne inviò una copia a Flies, medico berlinese con cui ebbe una fitta

corrispondenza. Freud qualche anno più tardi distrugge il manoscritto, ma questo viene

ritrovato nel 1950 nell’archivio di Flies e si vide che conteneva concetti della successiva

teoria psicanalitica. Qui Freud fa un primo tentativo di sintesi tra neurologia, psicologia e

filosofia, ma non ci riesce. Vi è un modello teorico del sistema nervoso, concepito come

un flusso di energia, provocato da una eccitazione esterna o proveniente dall’individuo

stesso. La quantità di energia presente è regolata dal principio di costanza che mantiene

l’energia a livello ottimale e il principio di inerzia che tende a scaricare tutta l’energia.

Questi due si ricollegano al terzo principio di piacere o dispiacere, sentimenti provocati

dalla scarica di energia in eccesso e dall’accumulo della stessa. Concepisce l’Io come un

sistema di neuroni con energia costante e capace di inibire l’energia in eccesso in

ingresso. Questo tentativo può essere per alcuni versi accostato alle tendenze di mitologia

del cervello. È comunque qui implicito il passaggio dalla fisiologia alla psicologia. Ad un

certo punto Freud diventa consapevole che la sua nuova psicologia deve trovare un

fondamento psicologico non più neurologico. Questo compito sarà affidato alla

metapsicologia, l’insieme di assunti fondamentali che costituiscono il nucleo fondante

della teoria psicanalitica. L’incontro tra la psicanalisi e la neurologia verrà prodotto sia da

psicanalisti che da neuroscienziati, formando così la neuropsicologia o neuropsicanalisi,

recuperando l’idea di Freud di trovare un fondamento neurofisiologico della psicanalisi,

non possibile alla sua epoca per mancanza di conoscenze fisiologiche sul cervello.

Durante i primi anni di attività professionale come neurologo Freud cerca terapie per la

cura delle nevrosi, poiché a quell’epoca non c’erano metodi validi. Confrontandosi con le

sindromi isteriche nevrotiche sviluppò l’idea di una origine idrogena di queste malattie,

cioè che l’origine fosse in meccanismi psichici, non fisiologici. Pose l’idea che la vita

mentale deve essere indagata con la psicologia. Questa convinzione fu rafforzata dalla

visita a Charcot nel 1886 e dalla collaborazione col medico viennese Breuer. Di ritorno

da Parigi Freud fu un fervente sostenitore delle idee di Charcot nonostante la scarsa

considerazione per l’ipnosi dell’epoca. Queste prese di posizione di Freud lo posero in

una sorta di isolamento nell’ambito scientifico viennese e in aperto contrasto coi suoi

maestri, in particolare Meynert. Freud aveva conosciuto Breuer mentre collaborava con

Brucke. Egli era un importante scienziato e medico. In quegli anni aveva messo a punto

una nuova tecnica terapeutica dell’isteria che si affidava all’ipnosi, il metodo catartico o

cura della parola. Consisteva nell’invitare il paziente in stato ipnotico a ricordare gli

eventi che presumibilmente avevano originato i sintomi isterici. Una sua paziente divenne

un caso famoso: Anna O. Questa era una giovane ragazza, di una facoltosa famiglia ebrea

che aveva iniziato a soffrire di sintomi isterici quando assisteva il padre morente. Aveva

paralisi, tremore, anestesie di parti del corpo, allucinazioni, impossibilità di comprendere

il tedesco che era la sua lingua madre. La tesi di Breuer era che in quella situazione Anna

doveva aver sofferto di una sorta di stato ipnoide (esaurimento nervoso) propizio

all’insorgere dell’isteria. Breuer riproduceva in ipnosi quello stato e invitava la paziente a

ricordare gli episodi in cui per la prima volta era sorto un sintomo. Lei ricordava di avere

avuto dei pensieri, idee, carichi affettivamente che aveva rimosso ed erano così stati

sostituiti da sintomi. In ipnosi la paziente aveva una scarica emotiva, che portava alla

scomparsa dei sintomi. Freud decise di usare anche sulle sue pazienti il metodo catartico.

Questa convinzione della validità dell’ipnosi si rafforza con la sua visita a Nancy. Nel

1893 Freud e Breuer scrivono assieme la “Comunicazione preliminare”, poiché era uso

pubblicare subito le scoperte. Molti la considerano la prima pietra dell’edificio

psicoanalitico. Vi è esposta l’ipotesi del trauma psichico. Il ricordo in ipnosi di questo

trauma determina la scarica emotiva che porta all’eliminazione del sintomo. La critica è

che questo però non agisce sulla vera causa della malattia. Freud negli anni successivi

elabora un concetto fondamentale per la psicanalisi, quello di difesa, che si svilupperà

poi nel concetto di rimozione, cioè l’idea che il trauma innesca un meccanismo di difesa

della mente, che rilega nell’inconscio il trauma sostituendone il ricordo con sintomi

manifesti. C’è quindi l’ipotesi che non sia l’evento traumatico in sé a provocare la

malattia, ma il modo in cui il soggetto lo vive e in particolare la difesa contro le idee

sessuali. Nel 1895 Breuer e Freud pubblicano gli “Studi sull’isteria”, contenete la

“Comunicazione preliminare”, il caso di Anna O., quattro casi di pazienti di Freud, un

capitolo teorico di Breuer e un capitolo conclusivo di Freud che contiene le divergenze da

Breuer: mentre questo considerava determinante per l’isteria lo stato ipnoide

riconducendo così la malattia a una debolezza del sistema nervoso, Freud vi sostituisce

l’idea che sia la rimozione attiva della mente la causa; inoltre espone l’idea dei fattori

sessuali, non condivisa da Breuer. Nel 1896 Freud elabora una teoria dell’isteria, punto di

arrivo di un lavoro di dieci anni. Dato che la ricerca del trauma in ipnosi riportava a

eventi che non potevano effettivamente essere le cause dell’isteria, questi attivavano una

catena di ricordi che conduceva molto indietro nel passato fino a presunti eventi

traumatici riconducibili alla sfera sessuale nella pubertà. Neanche questi però sembrano

avere la gravità per essere causa dell’isteria. Si va allora ancora più indietro in eventi

dell’infanzia, collegabili alla natura sessuale. Freud credette di aver trovato le cause

dell’isteria. Si dovette però ricredere perché si rese conto che all’origine delle nevrosi

spesso no c’era un evento realmente avvenuto, ma ci sono eventi che il paziente ha

vissuto come traumatizzanti, senza che oggettivamente lo siano. Ciò che importa quindi è

come il soggetto si è rappresentato l’evento. Nell’inconscio non si distinguono realtà e

rappresentazioni che il soggetto si è fatto. Esistono nell’inconscio una realtà obiettiva e

una psichica. Questo fu il punto di partenza per l’elaborazione di una nuova psicologia

che si proponeva di indagare la vita psichica inconscia per capire il conscio, allargandosi

alla società e alle più ampie dimensioni della realtà. Freud si accorse di alcuni limiti

dell’ipnosi: non funzionava con tutti i soggetti, ci sono persone non ipnotizzabili; inoltre

agiva solo sul sintomo, determinandone la scomparsa, ma questo veniva sostituito da un

altro. Decise allora di abbandonare l’ipnosi e utilizzare il metodo delle associazioni

libere. Nell’ipnosi il soggetto è sottratto alle normali funzioni della coscienza, risponde

solo al controllo dello psicoterapeuta. Il tutto avviene quindi quando il paziente è

inconsapevole e non ha perciò una attivazione. Freud, allora, fa stendere il paziente su un

divano, ottenendo così lo stato di rilassatezza simile all’ipnosi e gli spiega la regola aurea,

fondamentale, di esprimere tutto ciò che gli passa per la testa liberamente, anche se

sembra fuori luogo, inutile o offensivo. Cerca così di forzare le barriere che l’Io pone al

decorso ideativi. Il paziente prova inizialmente delle forme di resistenza e manifesta poi

dei sentimenti ambivalenti e irrazionali di amore/odio verso l’analista; Freud le definisce

traslazioni, successivamente dette transfert. Questi fenomeni erano già noti agli antichi

ipnotizzatori, ma la capacità di Freud è stata quella di saperli analizzare e usare a fini

terapeutici. La libera associazione sfrutta la naturale tendenza del materiale inconscio a

mostrarsi, che normalmente è inibita dai meccanismi di rimozione. In un periodo

sufficientemente lungo la libera associazione porta il paziente a riprovare emotivamente

delle situazioni ed è in grado di elaborarle. Freud dà per la prima volta nel 1896 il nome

di psicoanalisi a questo processo. Nel periodo successivo si colloca l’autoanalisi di Freud

che lo porta a creare un modello assolutamente nuovo di psicologia. È l’antecedente della

odierna analisi didattica a cui si sottopongono i futuri analisti. Freud si accorge che la

differenza tra un individuo normale e nevrotico non è netta, qualitativa, ma quantitativa,

c’è un continuum ed è difficile individuare la soglia. La forma di autoanalisi si compie

attraverso una relazione simile a quella dei pazienti. Dopo il distacco da Breuer, Freud

individua un’altra figura di riferimento: Flies. La psicanalisi è il prodotto combinato

dell’analisi di Freud sui suoi pazienti e degli scambi epistolari con Flies che funzionarono

come autoanalisi. Gli aspetti principali della teoria di Freud sono la teoria del sogno

esposta nell’”Interpretazione dei sogni” e la teoria degli atti mancati esposta nella

“Psicopatologia della vita quotidiana”. L’interesse di Freud per i sogni nasce quando fa il

sogno rimasto famoso della “Igezione a Irma” che gli rivela che i sogni hanno un

significato nascosto che può essere svelato. È stato definito il sogno per antonomasia

della psicanalisi e da qui inizia l’autoanalisi di Freud. Scopre che nel sogno sono nascosti

dei desideri. Capì inoltre che i pazienti nelle associazioni libere si ricollegavano ai sogni.

Scoprì che con un paziente lavoro di analisi si riusciva a decifrare il sogno. La teoria dice

che il sogno come ce lo ricordiamo è la manifestazione del suo contenuto latente o

nascosto. Già la psicologia sperimentale aveva tentato di correlare il sogno manifesto con

stimolazioni sensoriali che il paziente aveva avuto in sogno, ma per Freud la vera

correlazione era col significato latente. Il rapporto tra sintomo nevrotico e causa patogena

(trauma) è analogo al rapporto tra contenuto manifesto e latente del sogno. Esiste un

complesso lavoro onirico che si manifesta in quattro processi ben individuati da Freud e

che porta il contenuto latente al contenuto manifesto. Nel sogno i contenuti latenti sono

messi in scena, resi visibili e compattati (rendendo il sogno apparentemente più semplice

in virtù di elementi marginali); il contenuto viene poi spostato in elementi più familiari;

ha infine luogo un processo di ordinamento che avviene al momento del risveglio quando

tendiamo a rendere il sogno lineare, coerente, a narrarlo in forma logica, deformando così

ulteriormente il contenuto autentico. Attraverso l’analisi è possibile ripercorrere a ritroso

il lavoro onirico arrivando al contenuto latente. Il lavoro onirico trasforma il contenuto

latente in una rappresentazione, così come esiste un rapporto simbolico che fa sì che il

contenuto dell’inconscio, che tende a rendersi consapevole, si manifesti in forma

mascherata, cioè solo parzialmente. La censura funge da custode del sonno, poiché se

non funzionasse la persona avrebbe un incubo e si sveglierebbe. Freud scopre poi il

residuo diurno, cioè nel sogno si colloca un episodio avvenuto durante il giorno come

contenuto manifesto. Se facciamo partire l’associazione libera dal residuo diurno si arriva

ad eventi remoti risalenti all’infanzia e a desideri inappagati di natura sessuale. Il sogno è

quindi l’appagamento sostitutivo di un desiderio sessuale inaccettabile. La teoria degli

atti mancati investe al vita quotidiana di tutte le persone, partendo dalle dimenticanze.

Freud scopre che tra le cose che ci vengono in mente al posto di quelle che cerchiamo si

creano delle reti di relazioni convergenti in un punto, frutto di dinamiche tra conscio e

inconscio. Ciò spiega anche i lapsus, gli smarrimenti di oggetti e le sviste. Questi atti

mancati non sono frutto di un cedimento delle facoltà cognitive. In un’opera analoga “Il

motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio” prende in considerazione una

particolare battuta in uso tra gli ebrei di Vienna, spesso con contenuti di natura sessuale e

scopre che anche questo è l’esito di dinamiche tra istanze conscie e inconscie. Mentre nel

nevrotico l’inconscio investe e disturba i processi psichici più importanti, come la

famiglia, gli affetti, ecc. nella persona normale interessa solo le attività marginali. Nel

1905 Freud pubblica l’opera “Tre saggi sulla teoria sessuale” in cui espone la sua teoria

dello sviluppo psico-sessuale in forma abbozzata, che poi andrà incontro a revisioni. La

chiama anche teoria della libido. In questa teoria sviluppo biologico e psicologico della

dimensione sessuale sono correlati. La liido è una forza variabile che dà la misura delle

forze sessuali. Le sue componenti sono le pulsioni. Queste, diverse dall’istinto che è una

condotta determinata dall’ereditarietà e diverse dagli stimoli che arrivano dall’esterno,

provengono dall’interno dell’organismo. Mentre possiamo sottrarci alla fonte di uno

stimolo irritante o fastidioso, ad una pulsione non possiamo sottrarci se non attraverso un

comportamento specifico che la soddisfa. Se non viene elusa provoca una eccitazione

avvertita come sofferenza che chiama in causa il sistema nervoso centrale e il principio di

costanza. La pulsione è una spinta che esercita una azione sulla nostra psiche. Freud

distingue nelle pulsioni tre aspetti fondamentali: la fonte, cioè il luogo di origine nel

corpo; la meta, cioè il messaggio che al pulsione invia e cioè eliminare la sofferenza;

l’oggetto, ciò che serve alla pulsione per raggiungere la meta e può essere esterno al

corpo o interno. Un merito di Freud è l’aver demolito la tesi, l’assunto dell’innocenza

sessuale dell’infanzia. Infatti si riteneva che la pulsione sessuale si generasse con la

maturazione degli organi sessuali. Invece già nell’infanzia sono presenti forme di libido

che si sviluppano in fasi in base all’età. Prima della fase edipica la libido non ha un

oggetto esterno. Si ha poi un primo abbozzo di pulsione sessuale oggettuale, che però

viene subito interdetta. Durante la fase di latenza poi le pulsioni sessuali sono ridotte al

minimo. Nella pubertà la pulsione sessuale è rivolta verso una persona dell’altro sesso

che secondo Freud è simile alla figura della fase edipica. Secondo Freud il complesso

edipico è fondamentale per lo sviluppo della personalità sia normale che patologica. Nel

1914 Freud complica la descrizione dello sviluppo psicosessuale introducendo dopo la

fase infantile, in cui la libido è autodiretta, una dimensione narcisistica, in cui la libido si

riflette sull’individuo. Nella teoria di Freud c’è un dualismo tra le pulsioni sessuali e di

autoconservazione o pulsioni dell’io. La prima è essenzialmente pulsione alla

procreazione per il mantenimento della specie ma può essere inibito dalla seconda classe

di pulsioni. Tra i due tipi ci sono scontri, contrapposizioni, perciò la nevrosi nasce dal

contrasto tra queste e dall’inibizione della pulsione sessuale. È fondamentale per Freud


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VeroG91

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VeroG91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della psicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Antonelli Mauro.

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