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parole nuove aderenti a novo spirito ( angelo, angelico, liberta’

ecc ), si adotta un sistema lessicale attinente alla poetica. Molte

delle composizioni del dante stilnovista vengono inserite da Dante

nella VITA NOVA, prosimetro dove si alternano poesia e prosa, cosi

Tanto gentile e tanto onesta pare assume una tradizione autonoma

e una tradizione della Vita Nova ( De Robertis trovano varianti di

autore tra le varie versioni.

Nuova edizione commentata delle rime di Dante, composta da

Pirovaro, che contesta alcuni aspetti dell’edizione De Robertis e

ritorna alla vecchia edizione del Barbi, importante perche’ ci

possono essere variazioni di testo, quando ci sono piu’ testi

possiamo avere piu’ interpretazioni, come nel caso di tanto gentile e

tanto onesta pare, oppure una solo interpretazione nel caso

dell’ode alla Gariselda. Ultimissima edizione uscita anno scorso

curata da Pirovano ha riproposto la edizione Barbi, ritenuta piu’

affidabile e soddisfacente per l’ordinamento ( Rime di Dante citate

con due numeri, uno che si riferisce ad un’edizione e uno che si

riferisce ad un’altra ). Nel caso della Vita Nova/Nuova abbiamo

anche qui diverse edizioni, 1) Vita Nuova primo editore Barbi 2) Vita

Nova Guglielmo Gorni, uscita negli anni 90’, edizione critica nuova

che da’ delle notevoli diversita’ dal punto di vista testuale, e adotta

un titolo diverso senza dittongo 3) Pirovano rivaluta l’edizione Barbi

e torna al titolo Vita Nuova. L’edizione Guglielmo Gorni fu

aspramente criticata, si attiene a manoscritti tardi che si

allontanano molto dalla realta’ fiorentina dove era immerso Dante.

Le sue sono scelte troppo modernizzanti, tiene il massimo conto di

codici tardi, la fisionomia linguistica si allontana da quella che era la

fisionomia fiorentina. Piu’ inerente e’ la scelta del titolo Vita Nova, la

basa sul fatto che l’inizio della Vita Nova ha incipit in latino, ‘’incipit

Vita Nova’’. Inoltre un’opera poco posteriore, che e’ il Convivio,

allude al prosimetro giovanile e usa Vita Nova

Trattato di Dante dedicato all’arte di scrivere in volgare, e’ il De

Vulgari Eloquentia, ci porta a rivelare che Dante ha una forza

vocazione autoesegetica, Dante scrive e riflette molto sul proprio

operato. Dante percorre tutta la gamma delle forme metriche e

stilistiche che la tradizione offriva( dai sonetti alle canzoni,

passando per le sestine e arrivando alla canzone in trilingue,

virtuosismo che prevede un verso in italiano, un verso in volgare e

un verso in francese ). Un Dante prima vicino alla poesia siculo-

toscana, un Dante dello Stil Novo ma anche un Dante con esiti

superiori, e un Dante petroso. Come afferma Gianfranco Pontini, il

sonetto emblematico della poetica dello stil novo, che p l’impeto

lineare, si puo’ cosi facilmente capire, ma tuttavia nessuna di quelle

parole ha mantenuto il significato, gentile e’ connesso con gens e

vuol dire nobile, e anche onesta e’ sinonimo di gentile, piu’ spostato

dalla parte del decoro esterno, pare che non significa sembra ma

significa appare. De Vulgari e’ il transista di quanto Dante realizza

nello Stil Novo e nelle rime, Guittone verra’ trattato molto male,

tirate molto severe e al tempo stesso sono citati poeti precedenti a

Dante e si esprimono giudizi severi. Nella commedia Dante segna

il discrimine che consapevolmente lo separa come poeta lirico dalla

precedente scuola, ovviamente la commedia rompe tutti gli stili

precedenti, pero’ ci sono allusioni letterarie e Dante non perde

l’occasione di fare qualche sosta sulla propria scuola e produzione,

come ad esempio nell’incontro con Bonagiunta da Lucca, siculo

toscano, incontrato nel XXIV del Purgatorio. Bonagiunta dice ad un

certo punto: ma di’ si veggio qui colui che fuori trasse le nuove rime

cominciando ‘’donne che avete intelletto d’amore’’, lo riconosce

come colui che trasse le nuove rime; e allora Dante risponde con

un manifesto , ‘’sono uno che quando l’amore mi parla ne trascrivo

le parole e vado riproducendo quello che l’amore mi detta dentro’’,

poetica di un nuovo stile piu’ intimo e personale. E allora

Bonagiunta risponde: ‘’ o frate, issa ( ora, lucchesismo ) mette se

stesso, il notaio ( Giacomo da Lentini ) e Guittone nella vecchia

avanguardia.

VOLGARE FIORENTINO SFONDO STORICO E SOCIALE

La toscana non e’ la prima regione a produrre qualcosa in volgare

( prima umbria, Roma o placiti campani ).

Il primo testo fiorentino e’ un testo di banchieri, agli inizi del 1200

Firenze prevaleva nella mercatura e nella finanza. Dante nasce nel

1265 e siamo nel 1211, la Commedia la scrive ai primi del 300’. Il

fiorentino in un secolo parte dalla sua prima manifestazione, in

queste scarne registrazioni contabili e arriva a produrre nell’arco di

un secolo un’opera capolavoro come la Commedia. Si tratta di un

grande salto, perche’ questo succede? Nel 1252 Firenze conia una

moneta aurea in oro zecchino, il fiorino. E’ gia’ una citta’ ricca, fonda

la sua ricchezza sul commercio, che vede come protagoniste le

compagnie ( piu’ mercanti che mettono insieme i capitali e li

investiscono ), ampio attivismo che porta i mercanti toscani a

essere presenti in Italia e altrove. Il fiorino diventa dunque la

moneta piu’ forte, il dollaro dell’epoca, la moneta piu’ pregiata e che

ha piu’ credito, ha conseguenze linguistiche, fiorino rimane come

termine di alcuni monete di stati europei ( fiorino olandese e il

fiorino ungherese ). Firenze citta’ ricca e popolosa. Il mercante deve

saper leggere e scrivere, e alo stesso tempo saper far di conto.

Produzione mercantile che viene fuori dagli archivi e’ eccezionale,

testi scoperti, portati alla luce nelle citta’ europee, ultimi ritrovati a

Genk nelle fiandre, testi soprattutto senesi. Testi di tipo pratico che

vengono da mano mercantile sono importanti perche’ possiamo

vedere il fiorentino dell’epoca, testi pratici che ci rendono la lingua

nella sua genuinita’. Possiamo cosi giudicare la lingua di dante, dire

in che misura Dante ha scritto in fiorentino. I comuni e le

corporazione mercantili organizzano delle scuole che hanno lo

scopo di insegnare la matematica e leggere e scrivere, scuole

laiche che sono una novita’ assoluta in Italia e nel medioevo, scuola

di abbaco ( da Villani sappiamo che a Firenze c’erano sei scuole di

abbaco ). Dante abitava in una citta’ dove c’era una larga

alfabetizzazione, la scelta di Dante a favore del volgare non e’

scissa da questo contesto, scrive le sue opere in volgare e fa una

scelta cosi netta e unilaterale che non puo’ essere scissa dal

contesto di una citta’ dove il volgare era ampiamento coltivato.

Mercatura e letteratura sono due aspetti indipendenti e uniti della

societa’, tanta era l’attitudine dei mercanti alla scrittura che i

mercanti fiorentini creano una nuova scrittura, definita scrittura

mercantesca, che si diffonde. Codici allestiti forse dai mercanti

stessi, segna il legame tra la letteratura e il mercante.

DANTE DE VULGARI ELOQUENTIA

Rapporto che Dante propone tra volgare e latino: c’e’ intenzione di

scrivere e riflettere in volgare, ma il latino si propone. Dante ritiene

il volgare il primo grande nucleo tematico, lo riprende AB OVO, per

spiegarlo usa l’espediente di Adamo ed Eva che ottengono la

capacita’ di loqui, cio’ che ci differenzia dagli animali, e’ qualcosa di

positivo che dio ha dato all’uomo. La lingua primitiva e’ l’ebraico,

che pero’ lascia il posto ad una miriade di lingue, si crea una

confusione di lingue spiegate ricorrendo alla bibbia ( episodio della

torre di Babele, si spiega la confusione linguarum, torre devastata

uomini puniti e si trovano a non avere piu’ un linguaggio unico ma

piu’ lingue), le lingue sono dunque frutto del peccato, portano un

segno negativo, gli uomini non si comprendono piu’ ne’ da un’epoca

a un’altra, ne’ da un luogo all’altro ( addirittura nel dE Vulgari

Eloquentia specifica come antenati non capirebbero la nostra

lingua, e inoltre anche all’interno della stssa citta’ c’e’ differenza di

lingua, fa l’esempio di Bologna). Oggetto dell’opera e’ il volgare,

difficile da cogliere perche’ soggetto a una continua evoluzione. Il

latino per Dante e’ una lingua artificiale, lingua che i dotti hanno

creato per far fronte a questa naturalezza di lingue naturali. Il latino

non e’ la lingua da cui sono derivati i volgari per Dante, ma una

lingua secondaria creata dai dotti per far fronte al fenomeno delle

lingue, e’ una lingua artificiale e scritta a tavolino. Chiamiamo lingua

volgare quella lingua che i bambini imparano a usare quando

articolano i suoni, volgare qualcosa di naturale senza bisogno di

alcuna regola. Latino di secondo grado, pochi ne hanno il pieno

possesso, chi ne vuole avere la proprieta’ deve dedicarsi allo

studio, mentre l’altra e’ una lingua naturale. Di queste due lingue,

la piu’ nobile e’ il volgare, importante per la difficolta’ nel

metterlo per iscritto , Dante da’ al volgare per la supremazia 1)

perche’ adoperata per prima dal genere umano 2) perche’ il mondo

intero ne usufruisce purche’ differenziata in vocaboli e pronunce

diverse 3) per il fatto che ci e’ naturale, mentre l’altra e’ piuttosto

artificiale. Torna poi a parlare del latino nel nono capitolo del primo

libro, di qui sono partiti gli inventori della grammatica, il latino e’

stato inventato ed e’ immutabile, e’ stabile ed e’ stato fatto per

garantire che gli uomini possano comunicare da un secolo all’altro

e in luogo all’altro.

Analizza la situazione del plurilinguismo, e’ frutto di una

confusione, fatto negativo ma non gli impedisce di valutare con

occhio attento la realta’ linguistica che gli si poneva davanti. Dante

identifica in europa tre ceppi linguistici :

Germanico slavo

1) Greco

2) Idioma che chiama Trifarium, lingue che Dante nomina, tra

3) cui anche l’italiano che Dante chiama lingua del si. Lingue

affermate dalla particella affermativa, lingua del si, lingua

d’oc(provenzale), e lingua d’oil; Dante vuol dimostrare che

queste lingue hanno una loro similiarita’, e’ simile il modo in

cui vengono espresse, capisce l’affinita’ delle lingue ma non il

motivo ( noi sappiamo che lo hanno per un fatto genetico,

derivano dal latino ). Dante sa che la lingua d’oc e la lingua

d’oil hanno una letteratura piu’ avanzata di quella del si, lo

sente come un fatto d’inferiorita’ e per promuovere la lingua

del si dice che gli inventori del latino per esprimere in latino il

si utilizzano la formula italiana ( Sic ).

Dante non usa mai la parola italiano, che al tempo non esisteva. Ci

• poteva essere italica, ma non per la lingua, il nome dell’Italia e’

antichissimo e ha la sua prima origine da una minuscola popolazione

installata in epoca pre romana nella Calabria meridionale, erano gli

Italoi da cui abbiamo avuto italy ( con accettazione greca ), poi

diventato Italia. Era collegata al termine vitello. All’epoca di Augusto

indicava tutta la penisola italiana, dalle Alpi allo stretto di Messina, fino

ad arrivare all’epoca medievale dove si ha un’eclissi del termine italia,

termine va nel dimenticatoio. Italia parola dotta e non popolare, se

fosse stata popolare sarebbe stata Itaglia, l + jod avrebbe dato gl come

nel caso di filius . Dante usera’ volgare latium.

Dante non puo’ che costatare che il volgare del si si attesta in una

miriade di volgari. L’esigenza di sintesi lo porta a classificarle in 14

varieta’ di lingue. Dante ci descrive la realta’ ma con l’occhio rivolto

a un volgare ideale che cerca tra i volgari a disposizione. Italia

divisa in due parti, una a destra e una a sinistra, giogo

dell’appennino la divide ( Toscana e parte genovese a destra, a

sinistra lombardia marca trevigiana ecc, fiumi e Ischia a sinistra

mentre le isole appartengono a destra ). Adriatico lo mette a

sinistra e tirreno a destra, ci fa specie ma e’ logico perche’ bisogna

pensare che all’epoca di Dante le carte geografiche non erano

orientate come oggi, noi oggi poniamo in alto il Nord, mentre

all’epoca avevano in alto Gerusalemme, viene fuori : {est}

{sud} {nord}

{ovest}

14 identita’ sintesi riduttiva di una realta’ linguistisca molto piu’

completa e variegata. Questa rassegna, che entrera’ sempre piu’

all’interno del dettaglio, si tratta di una descrizione non neutra ma di

chi cerca il volgare il piu’ bello, il piu’ elegante e illustre dei volgari

italiani. Ricerca che si gioca su un duplice piano

1)rappresentazione linguistica e 2)piano letterario, quello che e’

stato prodotto a livello letterario. C’e’ si una classificazione

linguistica ma anche critica letteraria, in cui Dante manifesta i suoi

gusti e il suo credito, poetica che sta prima della commedia,

all’altezza del Dante stilnovista. Dante identifica volgari piu’ brutti

degli altri, il romanesco e’ sicuramente uno dei peggiori, tra i brutti

c’e’ anche il sardo, Dante dice che i sardi parlano una lingua

talmente insufficiente che a volte fanno il verso al latino, c’e’ una

similarita’ tra sardo e latino. Dante giudica negativamente tante

esperienze tranne 2, il 1) siciliano, per la scuola poetica siciliana

che ha fatto si che il gruppo di poeti alla corte di Federico II e il 2)

bolognese, Guido Guininzelli fondatore dello Stil Novo.

Dell’esperienza della naturita’ del toscano, poiche’ i toscani piu’ di

tutti sono in preda a questo delirio di ubriachi ( hanno la lingua piu’

bella ), sembra giusto prendere uno per uno i volgari della toscana

e sgonfiarli della loro prosopopea. Dei toscani abbiamo due gruppi

di poeti, i rappresentanti della vecchia scuola ( vedi la scheda ),

guittone, Brunetto, Gallo ( pisano ), Mino da Siena e Bonagiunta

( XXIV Purgatorio ). Altro gruppo (stilnovisti)dove c’e’ Dante

stesso, Cavalcanti, Lapo Gianni ( i’ vorrei che tu Lapo ed io ), e’ la

triade degli eletti

*municipale: non vanno oltre, si limita ad una stretta realta’

Studiando il fiorentino, analizza le varie diversita’ del toscano.

Colpisce la severita’ del giudizio, i toscani si arrogano il diritto di

meritare una qualche superiorita’ tra i volgari italiani, e’ indicativo

perche’ simbolo che all’epoca i toscani potessero vantare una

lingua migliore delle altre( abbiamo indizi di una maggiore gestione

linguistica). Dante conosceva un sonetto fatto in imitazione

parodistica del volgare marchigiano, ed infatti la frase attribuita ai

marchegiani inizia con la frase de sonetto( Dante nel caso del

marchigiano usa un’esperienza diretta, mentre negli altri casi

inventa ).

Queste frasi toscane sono portatrici di qualche tratto tipico:

Fiorentino caratterizzazione di elementi lessicali,

1) manichiamo vuol dire mangiare ( verbo mandicare, sostituito

al verbo edere, e manducare, vengono fuori manucare e

manicare, da manicare in area francese dara’ manger da cui

deriva l’italiano mangiare). Esisteva anche il francesismo

mangiare, Dante evidentemente sente manicare piu’ popolare.

Introque deriva da inter+ hoc ( significa intanto ), l’uscita in que

e’ proparginata dai tanti indefiniti che uscivano in que

( comunque ).’’ Mangiamo intanto che noi non facciamo altro’’,

la virgola puo’ essere posta dopo il verbo ( secondo

Mengaldo), oppure dopo intanto e il che diventa casuale.

Frase stereotipa del fiorentino mangione, indicative di una

bruttezza di lingue e una bruttezza di mores

Pisano due tratti pisani, la desinenza ANDONNO che e’ la

2) terza plurale del perfetto che si contrappone a quella

1)fiorentina ( nel fiorentino da AUERUNT, abbiamo aro,

AMARO) nel pisano invece 2)la terza plurale dle perfetto si

faceva prendendo la 3 persona singolare e si aggiungeva

NNO ( amo’, amonno ; ando’, andonno ). Altro tratto pisano

non e’ morfologico ma fonologico, affricata ts diventava

sibilante (non Florentia ma Florensia). Certi fatti relaivi a

firenze furono favorevoli a Pisa, frase che allude all’antica

inimicizia tra Firenze e Pisa.

Lucchese frase un po’ piu’ complicata, formula in vocativa

3) iniziale che aveva riscontro ad esempio in un sonetto di

Rustico Filippi ( stile burlesco ), formula marcata di

un’espressivita’ bassa e popolare( Fo voto a Dio); desta

problemi il grassarra, secondo Mengaldo significa grassa

attestato anticamente piu’ nella forma grascia che significa

abbondanza, benessere (gli ufficiali della grascia si

occupavano del benessere ) , eie deriva da est e significa e’

( est> ee> eie, inserzione di una i per risolvere lo iato), anche

il comuno al posto del comune ( desinanza in O perche’ nome

maschile, come cavaliere cavaliero). Il tratto lucchese in reata’

piu’ evidente e’ quel grassarra, grascia come come

abbondanza, e il suffisso in ARRA non e’ tanto ortodosso,

frase che lascia qualche incertezza, e’ di interpretazione piu’

complessa e che suona allusiva ad un certo orgoglio di Lucca

Senesi hanno una frase segmentata. Sintatticamente

4) particolare, consta di due parti indipendenti, onke viene da

unquem/unquam ( mai ), forma senese priva dell’anafonesi

( fongo> fungo, la forma fiorentina dovrebbe dare unke).

Nell’altro segmento il tratto senese e’ inequivocabilmente

kesto ( a Siena e nelle zone meridionali il nesso labio velar

diventa velare ), si contrappone al fiorentino questo. Ovelle in

latino Ubi velles, significa letteralmente, poi la O si chiude in U

essendo in protonia. Anche nell’aretino moderno e zona ubra

c’e’ l’avverbio uvelle

Con queste frasi dimostrano di essere persone grette e chiuse, il

grassarra sembra poco convincente con grassa, prima del

Mengaldo era stata avanzata un’ipotesi assai piu’ convincente,

deriva dalla parola gazzarra ( che in arabo significava confusione

), il gazzarra diventa gassarra e la R nella prima sillaba e’ la

porpaginazione della R , la R della ultima sillaba. La terza

ipotesi, bisogna andare a rivedere i manoscritti e quali sono i

manoscritti che ci hanno trasmesso il De vulgari Eloquentia?

Sono pochi, ha una tradizione testuale esile, nel 500 fu scoperto

da cooro che erano avversi al fiorentino, scoperto da Trissino che

voleva servirsi delle tesi di un Dante critico nei confronti del

fiorentino, ma Trissino non pubblico’ in latino l’opera ma in

volgare. S’imbatte’ nel manoscritto trivulziano, conservato a

Milano. Poi manoscritto G, di Grenol, T e G sono imparentati

perche’ derivano da un comunque antigrafo. A questi due codici

si e’ aggiunto un terzo codice, B, rappresenta un ramo

indipendene perche’ si conserva a Berlino ( ritenuto il piu’

corretto da Mengaldo ). Per il grassarra, B ha grassarra mentre T

ha gassarra e G ha grassara corretto in gassara. Secondo la

stellani questo grassarra e’ un’edizione erronea, trasmessa da

una forma preesistente che e’ stata non capita perche’ non

facilmente interpretabile, questa forma sarebbe originaria ed e’

gassarria, si scopre che a Lucca e in Toscana c’era la forma

Gazaro che voleva dire eretico, ma questa forma deriva dal

greco cataros ( i catari erano una setta di eretici ), in latino venne

traslitterato in TH ed ha una pronuncia molto vicina a quella

dell’affricata, e’ attestato anche cazzaro cosi come cataro. Negli

atti criminali del processo di Lucca si trova, si processa uno

perche’ ha detto all’altro’’ cazzaro patarino che tu sei’’, da qui si

potrebbe essere costruito il sostantivo gazzaria. Sono del

trecento, T e G sono della seconda meta’ del trecento, mentre B

della prima parte, in nessuno dei tre casi il copista non e’ toscano

ma settentrionale.

B ha facti, T e G hanno fati, con un titulus sulla a -, se sciogliamo

la nasale viene fuori fanti, entrambi le lezioni sono abbastanza

equivalenti. L’aporia sintattica della frase senese viene poi

legato, il primo segmento viene dato un valore concessivo,

ammesso che abbia rinnegato Siena, che vuol dire questo?

Andonno brutta forma pisana e cosi manicare, nella lingua delle

commedia tuttavia entrano queste parole, ci dice come le teorie

del De vulgari siano poi sconfessate dal Dante autore della

commedia ( radicale cambiamento di idee sulla lingua ). Frasi

che vanno ad inserirsi nella parodia linguistica e nel filone

letterario che offre una rappresentazione mimetica delle parlate

altrui con scopo parodistico e gioco. E’ un filone che preesisteva

Dante, aveva gia’ degli esponenti nella letteratura e nella poesia

che Dante mostra di conoscere ( aveva imitato la parlata

marchigiana ) , filone caricaturale nei confronti delle parlate

antiche. Filone destinato a percorrere tutta la nostra produzione

letteraria, e’ una produzione studiata e designata come

letteratura dialettale riflessa, letteratura dialettale riflessa non

prodotta da chi spontaneamente parla ma da altri che la imitano

a scopi mimetici, letteratura che ha come esponenti Dante, e

Boccaccio ( autore dell’epistola napoletana, si diverte a scriverla,

fingendosi napoletano per’ nascondendo dietro questo nome che

adotta, nome fittizio, Iannetta da Paris, e costituisce il primo

documento in prosa che noi possediamo in volgare napoletano,

scritta da un fiorentino) * epistola rivalutata da Sabatini, che

sottolinea come alla base dell’esperimento ci sia un intento non

tanto parodistico ma di giocosa prova di mimesi del parlato

napoletano. Tale letteratura prosegue fino ad arrivare alla

produzione di Garda e Fenoglio, alcune di queste frasi hanno

iper caratterizzazioni, ad esempio la frase friulana che significa ‘’

che fai? ( ces fas tu? )’’, friulano tende a conservare la S finale,

pero’ c’e’ anche una S finale in piu’, una S irreale, questa S

insistita e’ una iper caratterizzazione, forse puo’ essere indizio di

un intento caricaturale, il forzare la mano.

Quattri gli attributi che Dante da’ del volgare: illustre, cardinale,

aulico e curiale:

Illustre, illumina, diffonde luce e investito della luce dell’arte

1) risplende su tutto

Aulico, si connette al latino Aula che voleva dire reggia, il

2) volgare ideale sarebbe degno di una reggia

Curiale, con curia ci si riferisce ad un centro di

3) amministrazione suprema della giustizia, se l’italia avesse un

sommo tribunale questo volgare anche li’ avrebbe la sua sede,

e’ un volgare civile di fronte all’aula e alla curia, ma l’Italia non

possiede niente di tutto cio’. Si passa da una dimensione

linguistica letteraria ma anche a prefigurare una dimensione

civile

II LIBRO DE VULGARI ELOQUENTIA

E’una retorica, da’ delle norme molto precise sullo stile piu’

levato. Tre sono i livelli di poesia: 1) tragedia 2) commedia 3)

elegia

Tragedia lo stile superiore, 2) commedia inferiore 3) elegia lo

1) stile degli infelici. Per la tragedia va utilizzato il volgare illustre,

per il livello comico si usera’ talora il volgare mediocre talora il

volgare umile ( la Commedia ha un titolo che ha dato tanto da

discutere, ci sono due passi nell’Inferno in cui Dante chiama

cosi il proprio poema ‘’ XVI Inferno vv.168 ‘’per le note di

questa comedia lettor ti giuro’ e in XXI vv.2’’ cosi di ponte in

ponte cantammo che la mia comedia…’’, il termine Comedia e’

posto in parallelo col termine tragedia, ovvero l’opera di

Virgilio, l’Eneide). Stile commedia inferiore, ma cio’ non torna?

Nella commedia c’e’ lo stile inferiore, ma anche lo stile

supremo ( densita’ del Paradiso). Il de vulgari non rappresenta

i principi teorici in cui Dante conforma la lingua della

commedia. Nell’epistola a cangrande della Scala( la cui

paternita’ dantesca non e’ del tutto certa ), Dante ribadisce il

titolo dell’opera. Divina e’ stato dato dai posteri, il primo a

usarlo e’ il Boccaccio per alludere alla cantica del paradiso,

non lo attribuisce a tutto il poema. Nelle versioni recenti

abbiamo sia la Divina commedia che la commedia, senza

divina perche’ Dante non l’ha mai attribuito alla propria opera.

La forma piu’ adatta per Dante e’ la canzone, e gli argomenti da

trattare sono quelli che portano alla finalita’ dell’uomo, salvezza

amore e virtu’. Il migliore verso e’ l’endecasillabo, lo stile e’ quello

tragico e grande cura sara’ data alla scelta dei vocaboli, le parole

migliori, termini piu’ nobili che lasciano un settore di soavita’ in

chi li pronuncia, le parole sono amore, donna, disio, virtute e

amare, sostantivi che ricorrono nella prima stanza della canzone

donne che avete intelletto d’amore, vanno escluse le voci infantili

come mamma e babbo ( forme presenti nella Divina Commedia.

Rime devono essere lisce levigate, chiare, di sequenza vocale

consonante vocale e non le rime aspre ( come nella canzone ‘’

cosi nel mio parlar voglio essere aspro’’). Opera dai problemi

interpretativi, certamente e’ diventato un punto di riferimento di

polemiche, opera incompiuta e nascosta, lasciata a tre

manoscritti, nel 400’ opera presso che’ ignorata, non se ne sa

nulla e torna ad essere conosciuta nel 500, grazie a Gian Giorgio

Trissino che viene a scoperta e Bembo nel 1525 scrive le prose

della volgar lingua, dove nel terzo libro espone i principi della

grammatica italiana fondata su esempi tratti da Petrarca, Dante e

Boccaccio. Trissino e’ contrario alla supremazia di Firenze,

all’identificazione di un modello fiorentino e quindi contro Bembo,

scopre il De vulgari Eloquentia e privilegi la parte in cui Dante si

rivela antifiorentinista. Il Trissino fece vedere il manoscritto anche

ai fiorentini, a quel gruppo di fiorentini che poi avrebbero dato

origine all’accademia fiorentina.

Bembo 2) Trissino 3) Fiorentini veri e propri che non sono

1) d’accordo col Bembo, credono che il vero fiorentino sia quello

della loro epoca, quindi il fiorentino moderno, e non il

fiorentino di Dante e Boccaccio. Machiavelli sara’ autore di un

discorso delle lingue, e’ sostenitore della fiorentinita’

cinquecentesca, si doveva scrivere come si parlava nel 500’,

relica al trissino, scrive anche lui un dialogo e alla fine entra

come personaggio Dante al quale Machiavelli da’ la parola,

riconosce di aver torto. De vulgari costituisce una spina nel

fianco dei toscani e fiorentini. Manzoni risolse la questione

affermando che Dante parlava non di lingua ma di stile

LA COMMEDIA

Opera che occupa le energie di dante dal 1306 fino alla morte,

Dante abbandona il De Vulgari e il Convivio, e’ un’opera che ha un

successo grandioso e sconvolgente, che nessun’altra opera aveva

mai avuta, come lo si puo’ vedere dal gran numero di codici ( 300

solo quelli del XIV secolo, piu’ di 800 se si considera anche i codici

quattrocentesti ). Non abbiamo nessun autografo e manca questo

primo deposito di copie. La filologia affronta questo problema

dando credito piu’ a un codice rispetto che a un altro, fino a una

data storica che e’ quella di cui ci serviamo, ovvero l’edizione di

Giorgio Petrocchi uscita nel 60-65 in quattro volumi, un volume di

introduzione e uno dedicato a ciascuna cantica. E’ un’edizione che

segna una data storica, si legge tutt’ora la commedia

prevalentemente li’. Come fece petrocchi a costituire il testo della

commedia? Il titolo della sua edizione, la commedia secondo

l’antica vulgata, ci fa capire che Petrocchi ha fatto una cernita dei

codici piu’ antichi. 1355 prima delle copie della commedia fatte da

Giovanni Boccaccio, grande editore e studioso di Dante, ma la

copia e’ discutibile, Petrocchi la tiene fuori e prende i 27 codici

prima del Boccaccio 1555( codici che costituiscono l’antica

vulgata ) Costruisce uno stemma molto complesso ( operazione

tipica della filologia) e distingue la famiglia Alfa ( codici toscani ) e la

famiglia Beta ( codici settentrionali, e molti sono i codici

settentrionali). Sono codici che ovviamente hanno lezioni

alternative, Petrocchi in linea di massima fra varianti che hanno

cambiamento di significato da’ la preferenza alla famiglia

settentrionale in quanto piu’ antica e meno inquinata. Per la patina

linguistica fa fede al piu’ antico codice fiorentino, il Trivulziano 1080,

il testo del Petrocchi e’ una commedia che si avvale dei codici

settentrionali e da’ poi una riverniciatura sulla base del codice

Trivulziano, e’ un operazione fatta a tavolin. Petrocchi propone con

modestia la propria opera come un’ipotesi di lavoro su cui altri

potranno tornare a dire la propria opinione. Di dante non abbiamo

nessuno autografo, non abbiamo la commedia scritta di pugno da

Dante, nella commedia abbiamo tantissimi codici scritti da copisti di

tutta Italia, ebbe straordinario successo, si diffuse in tutta Italia,

produzione vastissima di circa ottocento codici. E’ anche uno

strumento di lavoro, ci possiamo fare un’idea e quindi in un altro

punto del testo preferire una lezione alternativa, Petrocchi si

aspettava che dopo di lui venissero delle ulteriori proposte editoriali,

proposte che in effetti sono venute, e quindi ci sono edizioni della

commedia piu’ recenti:

L’edizione curata da Antonio Lansa, edizione che da’ una

1) critica serrata al Petrocchi, il lavoro ingente non arriva a darci

la lingua di Dante che nessuno puo’ ricostruire, e allora tanto

vale degli 800 manoscritti prenderne uno solo, ci sono tratti

estranei a Dante, come l’indefinito ogne da omnem che

diventa nel pieno trecento ogni. Non ci restituisce in realta’ una

patina linguistica piu’ affidabile e aderente alla lingua di Dante

rispetto all’edizione Petrocchi

Nel 2001 una nuova edizione, che ha fatto scalpore, l’edzione

2) curata da Federico Sanguineti, un’edizione che si presenta

come edizione critica, Sanguineti ha ripreso in considerazione

diversi codici entro i quali ha operato una scelta secondo vari

criteri fino ad arrivare ad un confronto critico ( edizione critica,

mentre Lanza basata sul piu’ antico manoscritto, Sanguinieti fa

una cernita, gia’ fatta da Barbi, e identifica tra questi un codice

conservato alla biblioteca vaticana, l’Urbinate latino 366 e lo

considera manoscritto ottimo, riporta forme senza anafonesi

alla fonetica fiorentina, forme come fameglia le riscrive in

fiorentino

Nuova edizione in cantiere, a cui lavora Paolo Trovato, lavora

3) a un testo che rivalutera’ molto la famiglia settentrionale.

Ci sono parole che si sottraggono a questa scivolosita’, le parole

in rima, un andaro dev’essere attestato perche’ senno’ non

tornerebbe la rima. Le parole piu’ nuove di Dante si collocano

sempre in posizione di rima, posizione privilegiata in cui Dante

esplica la sua potenza espressiva

400 segna una battuta d’arresto, la produzione si ferma, torna in

auge il latino, riprende la scrittura in latino, chi scrive e ha

ambizioni riscrive la sua fama in opere latine e poiche’ la

letteratura alta ha il codice in latino, chi scrive in volgare si sente

piu’ libero di usarlo, testi di tipo pratico ci dimostrano un volgare

privo di norma e sbracato. 400 momento di grande brutamento

linguistico, fiorentino in particolare cambia moltissimo rispetto

all’epoca trecentesca, c’e’ un rimescolio in toscana favorito dalla

costituzione dello stato territoriale, Firenze nel 300 e poi nel 400

compie un’opera di unificazione della regione. Importante per il

volgare Leo Battista Alberti che e’ promotore dell’esperimento

rivoluzionario della grammatica, scrive la prima grammatica

italiana, proprio quella grammatica che Dante aveva identificato

con il latino, si tratta di una portata rivoluzionaria estrema, calare

per la prima volta nella griglia della grammatica una lingua

volgare. C’e’ una scoperta che cambia la diffusione della cultura,

la scoperta della stampa, nella seconda meta’ del 400’, porta una

rivoluzione che ha grandi conseguenze per il volgare, produzione

industriale del libro. Una lingua dev’essere codificata,

dall’industria tipografica viene un grande richiamo alla

normalizzazione. La figura del Bembo opera all’inizio con Aldo

Manuzio, il piu’ grande tipografo del tempo. Nell’800 torna a

divampare la questione della lingua, formazione dello stato

d’Italia ( 1862 ) , il problema linguistico si pone in temi non

letterari ma politici e civili. Ascoli capace di controbattere la

posizione manzoniana a livello piu’ alto e linguisticamente

consapevole, e’ fondatore della dialettologia italiana, e’ colui che

fonda una rivista molto importante, archivio glottologico italiano e

la risposta al Manzoni e’ il proemio di tale opera, la lingua matura

s’impone e viene acquisita in coincidenza con la crescita

intellettuale di una nazione, critica quel che di artificioso che ci

poteva essere nell’imposizione di una lingua da parte dello stato,

i mezzi attraverso cui un italiano fiorentino si e’ imposto ( come

voleva Manzoni, anche se e’ un fiorentino.

Problema dell’edizione della commedia e’ un problema secolare,

via via i codici aumentano, ci si affida ai censimenti piu’ recenti.

Un grande contributo lo danno anche le biblioteche e gli archivi

mondiali.

Da ricordare l’edizione uscita alle soglie del 500 guidata da

Bembo in sodalizio con Aldo Manuzio, ebbe come curatori due

personaggi di eccezione, Bembo per la parte filologica e

Manuzio per la tipografia, uno dei piu’ grandi tipografi ( gli si deve

l’invenzione del carattere corsivo. Edizione del 1595 curata dagli

accademici della Crusca, fondata nel 1582. Importante anche

chiaramente citare l’edizione del Petrocchi, la Commedia

secondo l’antica volgata. Compito piu’ lineare e semplice quello

di Lansa che fonda l’edizione sul solo manoscritto piu’ antico

copiato da Francesco di Sernardo ( La Comedia ). Infine la terza

proposta e’ quella di Sanguineti che offre un’edizione critica.

Chiaramente sono edizioni che divergono tra loro, come

dimostra il brano tratto dall’Inferno, l’inizio del XXXIII che ha

Ugolino come protagonista. In ogni edizione c’e’ un testo e un

apparato dove vengono segnalate tutte le varianti. Le varianti

sono per lo piu’ di natura morfologica ( peccator ), oppure di

natura semantica come il verbo sollevo’, c’e’ una sfilza di molti

codici che hanno si levo’, non e’ un'altitudine variante formale,

qui si mette proprio un altro verbo ( Petrocchi preferisce la lectio

sollevo’), il Trivulziano si levo’ ( Petrocchi lo usa per la patina ma

per varianti di verbo preferisce codici settentrionali). L’edizione

Lansa mette a testo quello che trova nel Trivulziano, mette si

levo’ e marca il si’ con un accento, non e’ un si riflessivo che non

avrebbe senso ma un si’ corrispondente al latino sic, un si’

asseverativo. Nel testo del sanguineti invece si torna al sollevare

perche’ il manoscritto ordinale ha sollevare, in questo caso la sua

lezione coincide con quella del Petrocchi. Ci sono altre

divergenze di tipo formale, in evidenza ci sono varie varianti di

tipo fonomorfologico come al vv.4 ‘’tu vuoi c’io rinovelli’’e ‘’ tu vuo’

ch’i’’ ( forma apocopata ), oppure lagrimar ( non sonorizzata ) e

all’ultimo verso quand’io t’odo e quando t’odo, scompare del tutto

il pronome di prima persona. Petrochi trova molte forme del

raddoppiamento fonosintattico e decide di eliminarlo, mentre

Lansa rispetti i casi di raddoppiamento. L’edizione sanguineti

usa ai capelli, forma intera, egli opposto a elli e al vv.4 il tu voi,

con mancanza di dittongo, coerente con la provenienza

settentrionale del codice, miste a forme con il dittongo, rietro

opposto a retro, cuor al posto di cor, importante notare come la

patina linguistica cambia da un’edizione all’altra. Al vv.10 in luogo

di quel se’ l’edizione Sanguineti presenta il sie ( fenomeno di

assimilazione della A per la palatale precedente ed e’ un

congiuntivo ), il se’ indicativo delle due edizioni dovrebbe essere

scritto se`, l’apostrofo presuppone che e’ caduta la I ( SEI , SE’),

il SES puo’ diventare I come in NOS e scomparire come in

TRES, erano un se` che poteva dare raddoppiamento, la I e’

dovuta al fenomeno dell’iper correttismo prendendo atto che ne’

vale nei e de’ vale dei, quindi pensano che anche se’ valga sei,

pero’ nei testi antichi la forma se` va stampata con l’accento e

non apostrofo perche’ erroneamente si crederebbe che sia

caduto qualcosa.

Aspetto fonomorfologico e’ gravato da dei dubbi, che pero’ non ci

portano a deporre del tutto le armi perche’ come gia’ suggeriva

ernesto parodi, se noi prendiamo le parole hanno una capacita’

di comunicare trattitrattitivamente di Dante, perche’ dove c’e’ il

vincolo della rima e’ chiaro che anche il copista, incline a

cambiare qualcosa, non si permette di farlo perche’ la rima da’

consistenza. Sicura la forma diece, che appunto sta in rima, il

dieci lo avremo alla fine del trecento. VEDEMO e VOLEMO che

derivano da Videmus e Volemus, il nosto Vediamo deriva non

dall’etimologia ma per analogia con il congiuntivo ( videamus ).

Desinenza in IO quattrocentesca, sono due desinenze di tipo

etimologico, hanno origine nelle forme di terza persona del

perfetto, APPARIVIT , si arriva ad APPARIO con la caduta della I,

APPARIUT ( U breve ), APPARIO. DIMOSTRARO e Chiaro in

rima con ARO, desinenza AUERUNT ( cade la sillaba VE ), il NO

si aggiunge come morfema che caratterizza la terza plurale.

Nelle due terzine fenomeno particolare, grafico fonemico, si

tratta del ne lo e di ne la, la L quando e’ scritta scempia mentre

oggi la scriviamo doppia, la L scempia e’ grafica ( gli antichi

sbagliavano spesso nel trascrivere doppie ) oppure una scempia

effettiva? Qui ci fanno pensare che sia effettiva. Fonologica,

partendo da questa considerazione c’e’ chi ha analizzato a fondo

i testi coevi all’epoca di Dante. La L si pronunciava sempre

scempia tranne quando era precedente ad una vocale tonica,

dell’oro e del amico. Le ultime parole in riga, vonno e terminonno

ci fanno vedere forme di terza persona plurale del perfetto non

fiorentino ( ben andonno li fatti di Fiorenza per Pisa, e’ un tratto

pisano, riprova che Dante scomunica cio’ che aveva detto nel De

Vulgari eloquentia). Settentrionalismi e meridionalismi come

mo’, avverbio nel senso di ora.

Sono numerosi i tratti che coincidono col fiorentino dell’epoca e

hanno continuita’ fino ad oggi, si sono stabilizzate nell’italiano. In

questa lingua s’insinuano tratti fonomorfologici che Dante riprende

dalle varieta’ toscane, il vonno al posto del vanno tipico dell’area

umbra. Potrebbero esserci anche tratti settentrionali. Tratti inoltre

che Dante riprende per via culturale, la prima fonte che viene in

mente e’ quella latina, il primo di questi e’ l’assenza in un cospicuo

numero di forme del dittongamento toscano, diverse forme come

fera per fiera, novo per nuovo ecc, a facilitare le forme senza

dittongo puo’ contribuire anche il dialetto siciliano, naturalmente

nella Commedia ci sono alternanze tra forme latineggianti e forme

adeguate alla realta’ del fiorentino dell’epoca, canoscenza e non

conoscenza e’ un sicilianismo. Provenzalismo e’ AGGIO per HO

che e’ forma marcata visibilmente dalla fonetica siciliana, HABEO.

HABIO ( e chiusa in iato ) e esito siciliano del B + JOD e’ GG,

mentre nella commedia non c’e’ mai il SACCIO. Poi abbiamo vari

condizionali in IA, Avria, duvria, saria, e ad esempio per il verbo

essere c’e’ nella commedia a gamma di tutti e tre i possibili

condizionali, quello in 1) EI ( toscano ) , 2) In IA ( infinito +

imperfetto) 3) FUERAM, cade la E e viene FORA

LESSICO DANTESCO

Lessico estremamento ricco e ampio, duttile che rivela una poetica

che deve misurarsi con escursioni espressive che non avevano,

dalla descrizione del mondo infernale fino ai vertici estremi della

descrizione paradisiaca, Dante stesso e’ consapevole di essere

chiamato ad una prova ardua, non si sofferma su principi teorici

pero’ piu’ volte rende conto di questa difficolta’ e forzare la lingua ai

poli opposti, ovvero il polo dell’orrido e il polo del sublime e lo

dimostra attraverso quella figura retorica che va sotto il nome di

preterizione, cioe’ le affermazioni dantesche di impotenza della

propria lingua. All’esordio del XXXII Dante chiama in causa uno

stile aspro, non e’ impresa da poco conto descrivere il fondo

dell’universo e non basta avere una lingua che chiami mamma e

babbo, non occorrono i primi rudimenti linguistici ma molto di piu,

eppure lui le aveva escluse mamma e babbo nel De Vulgari.

Abbiamo anche preterizioni del paradiso, quando Dante e’

impotente, come il verso del trasumanar, uno dei anti neologismi di

Dante, andare oltre l’umano, verbo coniato con trans + umano.

Nel lessico dobbiamo mettere in luce la componente fiorentina, la

compagine piu’ alta rimanda infatti al fiorentino dell’epoca che da’ a

Dante parole dell’uso quotidiano e parole molto espressive perche’

parole atte a rappresentare questa realta’ cosi uniforme, si esaltano

il polo colto e talora si raggiunge anche i livelli piu’ infimi, Dante

immette nella letteratura parole e cose di cui prima non si era mai

parlato, parole alte cosi come parole oscene, parole che entrano

nella letteratura con Dante e scopriamo grazie ai vocabolari storici (

elemento diacronico ), raccolgono il lessico in una dimensione

storica, quello che e’ attestato dalle origini fino ad oggi ( tre

importanti vocabolari storici e il TLIO, tesoro della lingua italiana

delle origini, dizionario digitale che si pubblica a Firenze presso il

CNR). Bembo sara’ critico di Dante, non metteva sullo stesso piano

Dante Petrarca e Boccaccio, Dante lo considerava un grande ma

c’erano parole sconvenienti che non potevano essere prese a

modello. Linguaggio realistico, come ad esempio una parola molto

interessante come bozzacchione, susina deformata e guasta,

parola che ricorre anche nella pratica della mercatura del Megolotti,

testo fiorentino del primo 300’, attestazione contemporanea a

Dante, libro come Zibaldoni per i mercanti sulle merci, e si parla di

questa susina non piu’ commerciabile. Latinismi sono una risorsa

potente per Dante, nel momento in cui deve descrivere il Paradiso,

uno dei canti dove abbondano i latinismi e’ il canto di Giustiniano.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
Docente: Manni Paola
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alessandroderozan di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Manni Paola.

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