Iscrizione della catacomba di Commodilla
Si tratta di un testo in volgare inciso sulla cornice di un affresco, testo riscoperto da Sabatini (ai tempi esisteva ma non gli era stata data importanza, Sabatini lo rimette in luce) e di cui non abbiamo un riferimento cronologico preciso. Tuttavia, lo possiamo dedurre da vari elementi dell’iscrizione, che fanno pensare a una datazione collocabile all’inizio del Novecento: il rituale di cui si parla nell’iscrizione è infatti tipico della cultura carolingia, e così anche il carattere maiuscolo (NON DICERE…) dell’iscrizione è spia del fatto che appartenga all’inizio del Novecento. Il testo sembra essere composto in latino, ma in realtà presenta molti tratti del volgare.
Il verbo Dicere infatti è tipico del volgare dell’area romana ed è tutt’oggi utilizzato nel dialetto romano, il non più imperativo è costruzione latina, Ille è l’articolo nella forma intera e non aferetica, sicreta e non secreta dimostra come ancora non ci sia stata la riforma scolastica di Carlo Magno (restaurazione del latino, evitare le forme scorrette che si stanno diffondendo). Infine, elemento che testimonia la presenza del volgare è il termine ‘’abboce’’, dove si nota il 1) raddoppiamento morfologico (vado accasa; vabbene) il 2) betacismo, tipico fenomeno meridionale dove si ha la trasformazione da V a B.
Il betacismo è un fenomeno complesso e particolare, originariamente la -w e la -b andavano entrambe a formare la V, come nel caso di Vitam (vita) e Caballus (cavallo). Mentre nel toscano confluiscono in un'unica lettera, la V, nel dialetto meridionale confluisce in B e in V a seconda di tali condizioni:
- Quando si trova in posizione debole, non seguita da consonante, si usa la V (Esempio: la voce).
- Quando si trova in posizione forte, preceduta da consonante, si usa la B (Esempio per boce, abboce).
I testi placito campani
Sono il testo che sancisce la nascita della lingua volgare italiana, testo dove a differenza dell’indovinello veronese è presente la cosiddetta consapevolezza del cambio di lingua, infatti in un testo giuridico scritto in latino sono presenti testimonianze riportate in volgare. Si tratta di un testo che presenta analogie e differenze con i giuramenti di Strasburgo: entrambi sono dei giuramenti, testo dove il volgare, come nei giuramenti di Strasburgo, serve a farsi comprendere dai più.
- Diverso è l’ambiente dove sono composti i testi, da una parte abbiamo l’ambiente regale e cortese dei giuramenti e il registro più modesto dei codici, inoltre
- i testi ci sono giunti attraverso iscrizioni giudiziare, mentre per i giuramenti abbiamo una trascrizione posteriore.
La frase ‘’sao ke kelle terre per kelle fini ke qui contene trent’anni le possette parte Sancti Benedicti’’, è una frase volgare ben studiata, che viene fatta appositamente pronunciata dai testimoni. Sao vuole dire so, non sappiamo il perché non ci sia stato ‘SACCIO’ (come dovrebbe esserci nel dialetto meridionale). Fini significa fine, è utilizzato al femminile, contene è un termine giuridico mentre Sancti Benedicti è un genitivo di appartenenza, si conserva nel volgare il genitivo di nome proprio (il genitivo rimarrà traccia importante anche nel volgare, i cognomi spesso terminano in I, Gabriele Rossi in toscano era originariamente Gabriele Di Rosso). Il k viene utilizzato poiché al tempo non esisteva il -ch e andava distinto dal -c di cenam.
Forma che non deriva dal latino sapio, il ‘’sao’’ è una forma non etimologica ma analogica, sul modello di alcuni verbi monosillabici che esistevano nel latino, che sono rappresentati dal ‘’do’’ e ‘’sto’’.
- DO, DAS, DAT E STO, STAS, STAT
- DO>DO DAS>DAI (Come nel caso di NOS) DAT>DA’
Fenomeno uguale si ripete per sto, (Sto, Stai, Sta). Sulle seconde persone si produce alla prima persona si produce una forma analogica DAO- e STAO-, questo paradigma poi esercita il suo influsso sul verbo sapere, con il verbo sapere che alle prime tre persone diventa SO (il nostro) ma anche SAO, alla seconda SAS (tu sai), alla terza SAT (egli sa).
Bartoli addirittura interpretava il Sao di derivazione meridionale, tuttavia la sua fu un’interpretazione sbagliata, il Migliorini credeva che a Capua in quell’epoca la forma Sao avrebbe preceduto la forma posteriore Saccio, mentre il Castellani riteneva che entrambe le forme convivessero tra loro ma non del tutto equivalenti (Saccio forma popolare, Sao forma di livello più alto). Il KE ha funzione dichiarativa, deriva da QUID (/KWID/ > KE) mentre nel meridione abbiamo KO perché deriva dal QUOD (/KWOD/ > KO); mentre KELLE deriva da ECCUM + ILLAE > KOELLE > KWELLE > QUELLE (Nel toscano, mentre nel meridione kelle, diverso trattamento tra toscano e meridionale del nesso labio-velare); In latino qui si diceva Hic, rafforzato dalla forma in latino Eccum, abbiamo dunque ECCUM=HIC, avviene l’aferesi della prima sillaba (E)CCU(M)(H)IC > KOI > KWI (Chiusura della O in iato) che ha poi dato KI;
CONTENE parte da CONTENET (con la e breve, perché sennò non avremmo la nostra forma italiana contiene col dittongamento). LE POSSETTE, forma non originariamente latina, ripresa dalla forma POSSEDUIT (per spiegare Il TTE, il raddoppiamento), e non dalla forma originaria latina POSSEDIT. POSSETTE in analogia con la forma stette e dette; PARTE è un tecnicismo giuridico, sta per il monastero, SAN BENEDICTI non è latino ma reliquia di genitivo latino, tratto normale nella lingua volgare con i nomi propri, modulo che ha poi dato origine a moltissimi cognomi italiani uscenti in I.
La struttura sintattica
È una struttura non semplicissima, che ha una certa articolazione, c’è una principale (SO), un’oggettiva che ha come soggetto parte (il Monastero di San Benedetto), non si realizza secondo la giusta sequenza ma attraverso un’inversione che però non ci appare strana (viene messo prima l’oggetto, KELLE TERRE trent’anni le possette parte Santi Benedicti, è presente una prolessi, il soggetto viene messo in fondo e l’oggetto viene anticipato e ripreso dal LE possette (costituisce una ridondanza, è pleonastica, però c’è in questa costruzione).
È una costruzione tipica del parlato, che noi realizziamo tutte le volte quando ad esempio diciamo: ‘’la mela la mangio io, diverso dal dire io mangio la mela’’, la prima frase ha una connotazione espressiva più marcata ottenuta attraverso questa inversione. È una frase che in linguistica prende il nome di frase ‘’segmentata’’, inverte l’ordine tradizionale mettendo in prima posizione un elemento, riprendere l’elemento attraverso una particella pronominale, mettere il verbo e poi il soggetto (in questo caso la dislocazione è a sinistra, il complemento oggetto a sinistra, nel caso della dislocazione a destra avremmo ‘’io vorrei mangiare la mela’’).
Abbiamo poi testi simili ai placiti campani, qualche studioso (in particolare Silvio Pellegrini) l’ha giudicata sospetta, ritenendo che in realtà questi siano processi fittizi, inventati dal Monastero per assicurarsi dei possessi (processi non ci sono in realtà mai stati) - ipotesi che tuttavia non toglie niente all’importanza del documento.
Altri testi volgari
Iscrizione della basilica romana di San Clemente
Testo dell’XI secolo, testo molto interessante perché qualcuno ha visto in tale testo il prototipo del fumetto, anche qui ci sono delle frasi volgari che sono inserite in una raffigurazione pittorica, rappresentano il martirio di San Clemente. Raffigurato il patrizio pagano con i servi che si rivolge ai servi con frasi colorite. Succede ad un certo punto un miracolo, il santo riesce a liberarsi, spezza le catene e a mo’ di voce come espressione dell’avvenuto miracolo riporta una frase in latino: ‘’per la purezza dei vostri cuori meritaste di trarre in sassi’’, è importante che le frasi rivolte ai servitori sono in volgare mentre il momento risolutivo del miracolo è espresso attraverso una postilla in latino.
Postillia amiata
È un testo di tipo giuridico, a cui appartengono anche i placiti campani (notaio spesso si fa mediatore di inserti volgari). È diversa perché non abbiamo giuramento, è un testamento dove marito e moglie lasciano i loro averi al monastero di San Salvatore sul monte Amiata, il notaio fa l’atto e alla fine di sua mano aggiunge una misteriosa postilla, forse una frase scherzosa come a dire ‘’questa carta è di testa dura (ha fatto una sciocchezza)’’, c’è chi crede invece sia una formula di scongiuro. È linguisticamente interessante perché presenta un tratto poco toscano, l’uscita in U dei sostantivi, in corrispondenza della desinenza in -UM che in Toscana dà O, mentre qui escono in U e ci rimanda subito all’Umbria, in Umbria l’esito appunto non è in O perché secondo gli studiosi in quest’area la M è caduta lasciando un allungamento di compenso.
Formula di confessione
Testo umbro, segue un’attinenza religiosa, è un testo particolarmente lungo, è una specie di schema canonico con cui il penitente confessa i suoi peccati. Poi c’è la formula di assoluzione del sacerdote rigorosamente in latino, consapevolezza dello scrivente di contrapporre due codici diversi.
I ritmi giullareschi
Che i giullari recitavano nelle piazze d’Italia. Nascono come ritmi laici, la figura del giullare è una figura indipendente dalla religiosità (infatti giullare è un provenzalismo, deriva da IOCULARIS, connesso a gioco, erano degli intrattenitori che si davano da fare per finalità ludiche). I primi ritmi che abbiamo sono:
- Il ritmo laurenziano, che è interessante ed è così chiamato perché conservato alla Laurenziana; tuttavia non è fiorentino, appartiene all’area di Volterra.
- Il ritmo cassinese e il ritmo su Sant’Alessio, di area umbro-marchigiana.
Non hanno autore chiaramente, perché i giullari tramandavano la loro sapienza per via orale. Sono testi casualmente registrati o in un codice lasciato bianco, o nel retro di una pergamena, sono testi volgari che non hanno uno spazio riservato ad esso, s’intrufolano in codici latini.
I testi mercantili
Hanno incremento cospicuo alla fine del XII secolo, importante è quello di Pisa, dove abbiamo una lista di pagamenti registrati in queste carte e dovuti ad un pisano che registra in questa carta una serie di pagamenti e spese. Siamo di fronte ad una produzione più vasta di quella che ci è giunta, sono documenti di registrazione che servono lì per lì e non avevano la funzione di lasciare una memoria ufficiale (ecco perché si sono perduti a discapito dei documenti notarili), i pochi che ci sono giunti sono giunti per condizioni fortuite, il documento di Pisa è stato addirittura ritrovato a Philadelphia, uno studioso si era accorto che nella carta dove relegava il codice vi erano annotazioni scritte in volgare: anche il più antico testo fiorentino che noi possediamo, testo mercantile più recente del conto navale di Samo, testo del 1211, sono le carte (frammenti) conservati perché hanno fatto da legatura ad un codice. 1211 data che fa effetto, Firenze non è precoce nel darci il primo testo volgare, e Dante nasce cinquant’anni dopo, quindi il fiorentino da li a 50 anni fa molta strada, il fiorentino arriva a produrre le opere dantesche (c’è una grande realtà storica, l’ascesa di Firenze dagli inizi del 200’ alla realtà di Dante).
La scuola siciliana – i codici antichi
Viene prima la poesia che la prosa, nell’area gallo-romanza già maturate esperienze di livello, oggetto di ammirazioni in Italia (si diffondono poemi del ciclo bretone, più a sud provenzale aveva prodotto la poesia cortese). Agli inizi del XIII secolo la crociata contro gli Albicesi sferrata da Innocenzo III mette termine alla vita di corte, determinando così una diaspora dei poeti di corte (molti anche nell’Italia Settentrionale). Prima scuola poetica in Sicilia, negli ultimi tempi però scoperta che toglie la primogenitura della Sicilia, tale scoperta è la Carta Ravennate (scoperta in tempi piuttosto recenti, nel 2000), si sapeva che esistesse ma non era noto il luogo dove fosse situato (ad un convegno Alfredo Struzzi viene a sapere che era conservata presso l’archivio arcivescovile di Ravenna). Si tratta di una canzone intera più endecasillabi indipendenti (che forse costituiscono un ritornello), interessante poiché i primi tentativi di poesia sono collegati alla musica, e così è interessante notare la presenza dell’-U, tipico elemento del dialetto umbro, elemento risalito fino al nord).
Sicilia crea la prima scuola di poeti, tuttavia tali poeti non è detto che siano esclusivamente siciliani, ci sono anche toscani, tutti coinvolti nella vita di corte (Giacomo Da Lentini il più famoso, inventore del genere del sonetto). Potters mette in relazione l’invenzione del sonetto con la matematica, in particolare riferendosi al rapporto tra diametro e circonferenza (3,14, risultato del rapporto tra 22 e 7): il sonetto è fatto da endecasillabi (11) che si ripetono per 14 versi, due quartine e due terzine, 11 sillabe per 14 versi, i singoli versi erano scritti di seguito (a coppie) in modo tale da evitare di sprecare la carta, si hanno dunque per ogni riga 22 sillabe che si ripetono 7 volte (se scritte di seguito).
Non abbiamo autografi da parte dei poeti siciliani, le composizioni ci sono arrivate attraverso codici antichi e toscani. Tre sono i codici, i più antichi sono della Toscana occidentale: 1) il codice Laurenziano, appartiene all’area pisano lucchese 2) il codice Palatino della Biblioteca Nazionale di Firenze, di appartenenza pistoiese e 3) il Vaticano latino del 3793, fiorentino, contiene oltre 1000 componimenti che riguardano tutta la scuola poetica siciliana e Toscana fino alle canzoni di Dante (‘’Donne che avete intelletto d’amore), anche Dante leggeva i suoi predecessori nei codici. I copisti toscani del tredicesimo secolo non erano precisissimi, adeguavano la scrittura alla loro lingua, causando dunque incomprensioni (tali testi invece erano uguali per quanto riguarda lo strato fonologico, in generale si può dire che la poesia siciliana fu in parte ‘’toscanizzata’’) :
- DI(CE)RE, che diventa DIRI perché la E passa a I, trovandosi in posizione atona
- TACERE > TACIRI perché la E era lunga, copista toscano cambia dicere e tacere in modo tale da ottenere una rima imperfetta, così come nel caso di VENIRI (VENIRE) e TIMIRI (TEMERE)
- Copista toscano che cambia INNAMORA in INNAMURA, così da ottenere la rima con MENSURAM, MISURA
- Multum, che in toscano dà molto, in siciliano dà MULTU
- Rationem dà RASUNI
- Amore che dà AMURI, si può trovare anche amorem o amori in siciliano, forme che non tornerebbero nella forma siciliana ma che subiscono l’influenza del latino
- Ripetuto due volte il di’ che corrisponde al nostro toscano deve, si parte dalla forma latina DEBET, che ha potuto dare anche DEBE(T) DEVE (nella divina commedia insolita), gli editori usano la forma DE’ (come se ci fosse l’apocope, però non è giusto perché non è la forma DEVE che ha dato de’, in realtà si parte da DEBET, che aveva la E lunga, quindi cade la sillaba DE(BE)(T) e si arriva a I perché è lunga). In toscano si trova la forma DIE, cade DE(B)E(T) la B intervocalica, e la prima E in iato si chiude dando IE (DIE).
- Due condizionali in IA, TURNIRIA e SIRIA, qui non si può partire da Tornare della prima declinazione, INFINITO + IMPERFETTO, ma avremmo TURNAREA-> TURNARIA, bisogna partire dal verbo TORNERE-> TURNIRIA ESSERE + EA, IA -> SIRIA (Aferesi) La e era breve, l’accento va sulla I di IA
Provenzalismi
- Sostantivi in ANZA ed ENZA
- Suffissi di provenienza provenzale, non presenti in questi testi ma molto diffusi come il suffisso AGGIO (deriva da ATICUM che ha dato in italiano ATICO mentre in provenzale ha dato ATJE e poi AGGIO), ad esempio da SILVATICUM abbiamo poi avuto SELVAGGIO (accanto alla forma selvatico, forma in AGGIO è provenzale).
- Un altro suffisso spia di provenienza provenzale è IERE, che si contrappone al toscano AIO. Deriva da ARIUM che in toscano ha dato AIO, in provenzale IER
- LONGIAMENTI è un gallicismo, la presenza della palatale è spia del provenzale, non LONGA MENTE
- JOI in realtà forma più francese, di cui possiamo ricostruire le fasi, corrisponde al nostro GIOIA. Si parte da GAUDIUM, che diventa GAUDIO, dovremo avere GOGGIO O GOZZIO, non è una
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