Il percorso della fotografia: dall'origine all'era digitale
Discrimine fra percorso storico prima e dopo il digitale
27/09/17 (Paoli) Discrimine fra il percorso storico prima e dopo il digitale. Si parla di digital turn, l’era digitale inizia solo nel 2000. È cambiato il modo di accesso alla conoscenza.
La nascita della fotografia
Fotografia: termine creato nel 1800, proprio nel momento in cui nasce questa disciplina (anni '20 e '30 del 1800). Noi siamo abituati a parlare indistintamente di fotografia e di immagine, ma sono due cose diverse. Dal greco photo-graphia. Photo = luce; graphia = scrittura. C’è chi lo intende come “scrittura della luce” e chi invece come “scrittura con la luce”. Nel primo caso è la luce che scrive, nel secondo caso intendo che c’è qualcun altro che scrive con la luce (fotografo). Il termine viene coniato da John Herschel.
La prima immagine fotografica conosciuta è oggi conservata presso l’Harry Ranson Research Centre (Università del Texas) e risale al 1826/7. Questa immagine fu realizzata in un tempo di 8 ore di esposizione alla luce da Niépce. Lui era un incisore che aveva l’obiettivo di realizzare una matrice per l’incisione che non dovesse essere realizzata dall’uomo (es. tramite disegno), ma che fosse disegnata dalla luce solare. Voleva imprimere su una lastra di metallo un’immagine della realtà e realizzare una matrice per l’incisione.
Le origini e le sperimentazioni
Non esiste una data unica che riguarda l’invenzione della fotografia, ma esistono persone che fanno sperimentazioni e poi arrivano a un risultato. Ci sono dei brevetti e delle invenzioni determinanti. La storia della fotografia è legata alla passione dei collezionisti: hanno raccolto fotografie storiche e creato collezioni.
La prima immagine fotografica (Niepce) fu scoperta da Helmut Gernsheim nel 1952; lui scrisse le prime storie della fotografia complete (prima della guerra c’erano raccolte ma non sistematiche); l’ha trovata in una fattoria francese. Oggi esiste il Museo di Niépse. A fine anni ’50 Gernsheim promuove mostre di tutta la sua raccolta in Europa (anche a Milano nel 1957). Gernsheim cerca di far comprare la sua collezione a qualche museo europeo per fondare il primo museo di fotografia in Europa, ma nessuno la volle comprare, così va a finire in America.
La fotografia: incontro tra arte e scienza
Incisione del 1600 che fa vedere una macchina volante. I temi dell’automatismo e della macchina erano diffusi nella cultura europea. La fotografia è incontro fra arte e scienza, non si può parlare di fotografia solo in termini estetici e tecnico-scientifici. Questa incisione mostra una macchina volante che si muove con energia che viene dall’aria e dal sole; il concetto che la luce è fonte di energia e che questa può entrare in un meccanismo costruito dall’uomo è diffusa.
La camera oscura e le sue evoluzioni
Si vede un signore che davanti a una finestra cerca di copiare quello che vede attraverso uno strumento (camera lucida); nell’ambito delle arti visive ci sono vari strumenti che servono per arrivare a una rappresentazione che restituisce quello che vediamo il più fedelmente possibile. Fino al 1800 l’obiettivo delle arti è la mimesi del reale. Presto questi strumenti vengono affiancati dalla camera oscura: all’inizio erano vere e proprie stanze con un foro. All’interno abbiamo un'altra stanza. Fuori c’è un oggetto che è illuminato dal sole e tra l’oggetto e il buco ci sono dei raggi di luce; l’immagine viene proiettata all’interno della camera oscura capovolta (vd direzione dei raggi). La seconda parete deve essere trasparente e chi sta all’interno può ricalcare quello che vede. Questo è il meccanismo della camera oscura che sta alla base di tutti gli apparecchi fotografici.
A metà 1800 ci sono delle camere oscure portatili (dimensioni più piccole). Qui abbiamo già un obiettivo: invece del foro libero, abbiamo introdotto nel foro un sistema di lenti (obbiettivi), perché questo permette di raffinare l’immagine. Viene inoltre messo uno specchio che fa in modo che l’immagine sia visibile in modo esatto (anticipazione della camera reflex). Già dal 1700 si conoscevano le proprietà dei Sali d'argento e per questo si capisce come fare a fissare l’immagine sul supporto. L’argento si scurisce se esposto alla luce. Si studiarono dei composti chimici che contenevano i Sali d’argento e che venivano spalmati sui supporti (quelli su cui voglio fissare l’immagine). Questi preparati si chiamano emulsioni fotosensibili. L'argento reagisce diversamente in base a quali parti sono illuminate; fissa l’immagine in cui si distinguono zone chiare e zone scure.
Il dagherrotipo e i suoi sviluppi
Questo meccanismo fu utilizzato anche per creare uno strumento di supporto alle teorie della fisiognomica (permetteva di disegnare dei profili). C’è la sorgente luminosa, l’ombra veniva proiettata su un supporto trasparente e dall’altro l’artista ricalcava. Queste rappresentazioni servivano per misurare i tratti fisiognomici per elaborare teorie fisiognomiche.
La rappresentazione di Niepce è datata intorno al 1826/1827. Lui usava il peltro (metallo) come supporto e per rendere la superficie di metallo sensibile alla luce usava una soluzione a base di bitume di giudea che ha proprietà di annerimento. Noi vediamo un’immagine molto imprecisa e vaga. Se il bitume di giudea reagisce alla luce allora questa reazione si deve fermare perché sennò diventa tutto nero; occorre fermare la reazione chimica quando si è arrivati al risultato. Prima di Niepce altri avevano provato a fare quello che fa Niepce, ma non erano riusciti a fissare l’immagine. Per farlo serve lavare il supporto con acqua e sale e così si fissa l’immagine.
Niepce poi prepara una lastra di peltro, la cosparge di bitume di giudea, ci appoggia un disegno e poi la espone alla luce solare. Anche così rimane l’immagine (in questo caso senza apparecchio) = eliografia. Perché funzioni la luce deve passare attraverso il disegno, che allora deve essere traslucido (vd uso di oli). I tratti neri risulteranno bianchi dall’altra parte e viceversa; l’immagine che ottengo è ribaltata. Niepce utilizza poi la lastra come matrice per incisioni e questa è stata disegnata dalla luce del sole. Usa la matrice per farne riproduzioni; passaggio fra incisione e fotografia. Il mondo degli incisori ha molto a che fare con la fotografia delle origini: i primi a scoprire la fotografia sono gli incisori che vogliono eliminare la parte manuale di produzione delle matrici. Questi incisori vogliono potenziare un mezzo di espressione che poi è volto alla riproduzione. Gli incisori si avvarranno dell’aiuto degli ottici e dei chimici.
Jacques Louis Mandé Daguerre e il dagherrotipo
Jacques Louis Mandé Daguerre: pittore e scenografo, ha un teatro popolare a Parigi. Lui dipingeva figure su queste tele che scorrevano sullo sfondo. Il teatro brucia e Daguerre è disoccupato; conosce Niepce e i due decidono di fondare una società per fare sperimentazioni. Niepce si riteneva sfortunato perché l’eliografia non aveva avuto successo. Nel 1829 i due fanno un accordo di 10 anni per fare delle sperimentazioni per migliorare le scoperte di Niepce. Niepce muore nel 1833 e Daguerre continua e riuscirà ad ottenere nel 1837 un’immagine molto più definita (vd foto 2). L’oggetto è il dagherrotipo: oggetto su metallo, oggetto unico e non riproducibile; è un’immagine formatasi su una lastra di rame coperta d’argento, sensibilizzata con lo iodio perché si formasse lo ioduro d’argento (sostanza fotosensibile). È Daguerre che inizia a usare i Sali d’argento, perché Niepce usava il bitume di giudea.
È la prima volta che degli oggetti vengono riprodotti “fedelmente” su un’immagine che resta. Le cronache parlano di evento miracoloso e i pittori vanno in crisi perché capiscono che si tratta di un potenziale concorrente. Baudelaire negli scritti sull’arte ne parla e dice che è un concorrente delle arti; è considerato come qualcosa di meccanico e non artistico (perché non è frutto della mano umana). Questa forma di denigrazione della fotografia continuerà. Il soggetto è una natura morta; dato che i tempi di esposizione erano lunghi, la natura morta era il soggetto ideale. La fotografia nasce come fotografia di oggetti statici (anche ritratti: persone che stanno immobili).
Questo dagherrotipo è a lasta intera (16 cm h, 21 b); poi ci sarà la mezza lastra (16 x 10,5); si parla già di formati. Presto nasce il concetto dell’immagine latente (nascosta): Niepce per la prima immagine che abbiamo visto ha aspettato di veder comparire sulla lastra delle immagini (dopo 8 ore), Daguerre capisce che si può togliere la lastra di rame argentata prima di veder comparire l’immagine e fare lo “sviluppo”: lavorare l’immagine chimicamente perché compaia dopo l’esposizione. Infatti l’immagine c’è comunque, anche se non è ancora visibile.
Daguerre prova a esporre la lastra ai vapori di mercurio e vede che l’immagine si forma sulla lastra; la lastra con l’immagine va lavata in acqua e sale per fissarla. Tre fasi: ripresa, sviluppo, fissaggio. La stampa non c’è perché è un oggetto unico. Le cronache dell’epoca parlano della meraviglia di un’immagine precisissima, preziosissima (fatta con argento).
Il dagherrotipo in Europa e il suo impatto
Serie di dagherrotipi di Daguerre: viene mostrato un dagherrotipo in cui lui mette anche un autoritratto, è conservato nella biblioteca comunale di Imola. Daguerre otterrà anche un brevetto: nessuno può usare l’invenzione senza pagare. 1839: congresso delle scienze e delle lettere che premia ed onorifica Daguerre. Siamo nell’epoca di Napoleone III: lui forma una collezione che userà per fare doni ai vari diplomatici; i dagherrotipi iniziano a circolare in Europa e anche in Italia (pre-unitaria), come quello mostrato che si trova a Imola.
Altro dagherrotipo (quello con le case): ci fa concentrare sul tempo. Siamo a Parigi e vediamo una delle strade più importanti, ma deserta (tranne una piccola figura). Gli oggetti e le persone in movimento non rimangono impressi. Le prime fotografie raffigurano strade e piazze vuote perché non si riuscivano a immortalare le persone in movimento.
Abbiamo un altro dagherrotipo identico in cui non si vede quell'unica figura. Consideriamo che si trattava di processi molto lunghi, quindi se abbiamo due rappresentazioni del medesimo soggetto ci deve essere un motivo; ipotesi: Daguerre voleva suggerire il passare del tempo; in un momento quell'unica persona c’è, nell’altro no; la fotografia non cattura solo lo spazio, ma anche un momento preciso.
Morse (l’inventore dell’alfabeto morse) incontra Daguerre a Parigi. Daguerre gli fa vedere questo dagherrotipo che rappresenta Parigi e Morse scrive una lettera al fratello in cui lo decanta. I dagherrotipi colpiscono per la loro raffinatezza: non solo bianco e nero netto, ma anche gradazioni. Si inizia a notare che mancano colore, movimento ed agenti atmosferici (no nuvole).
Dagherrotipo ovale: sulla cornice vediamo tracce di ossidazione; è venuto a contatto con l’aria. Vignetta satirica che prende in giro la diffusione del dagherrotipo e anche il disagio dei pittori e degli incisori di fronte a questo fenomeno. Si fa vedere che il dagherrotipo viaggia sui treni (si diffonde), va oltreoceano, viene usato per le riprese aeree.
La diffusione del dagherrotipo in Italia
Già due mesi dopo il brevetto Duroni (ottico milanese) legge la notizia dell’invenzione del dagherrotipo e va a Parigi per poi portare in Italia l'invenzione. Duroni inizia a fare i primi ritratti con il dagherrotipo. Inizia la fotografia aerea (con palloni aerostatici). Ogni regione/città farà una montatura propria per distinguersi (vd quello del Duroni, con l’ottone intorno).
Dagherrotipo che ritrae altri dagherrotipi: angolo della famiglia borghese che ha vari ritratti in forma di dagherrotipi. Alcuni pittori, soprattutto con poca fortuna, decidono di passare alla dagherrotipia. Il ritratto non si può fare subito: la persona deve stare ferma. I primi ritratti arrivano qualche anno dopo il brevetto.
Dagherrotipo con ufficiale dell’esercito italiano (dopo l’unità). È uno di quelli che vedremo. È tardo perché la diffusione di dagherrotipi in Italia arriva fino al 1860. Qui ci sono i colori: ritocco ad acquarello. Gli studi dei fotografi iniziano a riassorbire i pittori, soprattutto quelli di miniature, che sanno intervenire con molta abilità; lo studio di fotografo che si arricchisce di figure professionali per restituire il colore.
Poi ritratto doppio (anche questo lo vedremo): l’incarnato è ritoccato, il vestito della signora no. Questo dagherrotipo è stereoscopico. Si usava una parete con due obiettivi; due scatti (uno equivale a quello che vedremmo solo con l’occhio dx, l’altro a quello che vedremmo solo con l’occhio sinistro). La lastrina si metteva in un visore in cui le due immagini si soprapponevano creando un'unica immagine tridimensionale (antenato del 3D).
Ripasso e approfondimenti
04/10/17 (Paoli) 18 ottobre: visita al castello sforzesco alle 15.00. fino alle 17.30. Sotto la torre del filarete. Sito del castello sforzesco. Musei archivi; archivio fotografico. Scrivi in google: fotografie in comune.
Schultze e le proprietà dei sali d'argento
Schultze aveva compreso che i Sali d’argento si anneriscono alla luce solare (1727). Lato O (foto camera oscura) verrà sostituito dal telaio in cui si inseriranno i supporti/superfici da rendere sensibili alla luce. Negativo: dove penso che ci sia il bianco vedo il nero e viceversa; questo è dovuto ai Sali d’argento che reagiscono in alcuni punti e in altri no, in base a come arriva la luce. Lo specchio che vediamo nell’immagine per far uscire l’immagine giusta è lo stesso di quello che ci sarà nelle reflex.
La fotografia come strumento di supporto
Non c’è un solo inventore, ma tanti sperimentatori che cercano lo stesso risultato. Gli esperimenti più noti sono in Francia e Inghilterra. In realtà anche Oltreoceano c’erano esperimenti (es. Brasile). Inghilterra: Wedgood e Davy. Gli sperimentatori facevano esperimenti su carta, metalli, cuoio, tessuti. W. e D. non lasciano esperimenti, ma solo descrizioni di questi esperimenti: non avevano capito che l’immagine andava fissata; avevano lasciato esposte le superfici più del tempo necessario e non avevano lavato la lastra per arrestare il processo chimico.
Sin dalle origini la fotografia si fa con apparecchio e senza apparecchio. Niepce prende la camera oscura, ci mette la lastra di peltro, la cosparge di bitume di Giudea, ci mette sopra un foglio disegnato traslucido ed espone tutto alla luce solare. A questo punto l’immagine passava sulla lastra di peltro; il disegno poteva essere ricalcato; matrice per incisione. Questo processo si chiama Eliografia (non esiste ancora il termine fotografia) ed è alla base dei processi fotomeccanici, cioè quelli che permetteranno di stampare testo e fotografia insieme su quotidiani etc.
Il ruolo del dagherrotipo
Dagherrotipo: fatto di lastra di rame ricoperta d’argento (messa nel telaio). Ci sono anche le prime serie incisorie di vedute che sono tratte da dagherrotipi; i dagherrotipi non potevano essere matrici per incisioni (si rovinavano), ma potevano essere la base su cui fare i disegni riparatorio per la successiva incisione. Vedute del 1844-46 (immagine nelle slides).
Non rimane registrato alcun movimento, nemmeno gli agenti atmosferici. L’incisore/miniatore utilizza la veduta fotografica del dagherrotipo, ma aggiunge persone, movimento ed agenti atmosferici manualmente.
Ci sono degli scarti fra la realtà e quello che viene riprodotto, questo perché le prime fotografie non riproducevano tutto. Il dagherrotipo manca anche di colore (anche se non possiamo dire che sia in “bianco e nero”, perché le gradazioni del dagherrotipo sono dovute ai diversi modi in cui la luce agisce sulla sostanza fotosensibile); chi si occupa di illustrazioni lo aggiunge manualmente.
Il dagherrotipo verrà usato pochissimo nella riproduzione di dipinti: la riproduzione su una superficie piana dava alcuni problemi tra cui i riflessi; la conoscenza dei dipinti aveva una tradizione di diffusione con l’incisione; il dagherrotipo non era funzionale a questo. Il dagherrotipo è diffuso in Italia fino a fine anni ’50 dell’Ottocento. Nei primi anni i tempi di esposizione sono talmente lunghi che il ritratto non è possibile. Si diffonde il ritratto dei morti. Finché non si realizzano obiettivi veloci o non si realizzano delle emulsioni fotosensibili che reagiscono prima non si potrà fare il ritratto. Il ritratto si diffonde dopo il 1842 e prima del 1860. Quello dell’ufficiale che c’è al Castello è molto tardo (1861).
Il confronto tra disegno e fotografia
John Ruskin aveva constatato le differenze fra il disegno e la cosiddetta fotografia: si rende conto che il disegno non è più sufficiente. Fa una raccolta di moltissimi dagherrotipi accumulati nei suoi viaggi. Luca Beltrami: architetto dell’Ottocento/Novecento di Milano; ha rifiutato le avanguardie. Era un fotografo e ha fatto una grande collezione di fotografie. Ha scritto degli articoli in cui dice che raccoglie delle fotografie per studio, ma preferisce il disegno.
Il disegno è infatti fortemente analitico; nel disegno possiamo selezionare cosa ritrarre o meno. Mentre in un inquadratura o in uno scatto io vedo una porzione di realtà intera. Nel momento in cui si perfeziona la tecnica si potrà ritrarre davvero tutto quello che c’è; il disegnatore può selezionare. Il pensiero dell’uomo dell’Ottocento è che la fotografia possa avere la funzione di “salvare dall’oblio” (Baudelaire) e la fotografia può essere di supporto alle arti: molti pittori dell’Ottocento usano le fotografie come modelli per dipingere.
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