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IL DIRITTO PENALE ROMANO – MEDIEVALE

Corpus iuris civilis non vuol dire complesso normativo riguardante il diritto privato

ma il diritto della civitas al completo, quindi comprendente anche il diritto penale.

Ius civile non è solo diritto privato ma è il diritto nel suo complesso, anche penale.

à

Se quindi nel digesto ci sono solo 2 libri dedicati al diritto penale, non è dato dal fatto che il

digesto sia dedicato solo al diritto privato, ma perché il diritto penale sconta molto più la sua

storicità rispetto al diritto privato, nel senso che gli istituti privatistici hanno una longevità che

non è riscontrabile nel diritto penale. Certo, poi alcuni reati rimangono (il furto, l’omicidio),

e rimangono anche alcune distinzioni di fondo come quella tra furto notturno e diurno

(che permane fino al medioevo), ma in moltissimi altri casi questo non vale, perché il diritto

penale è davvero molto legato all’assetto sociale ai valori e alla mentalità di una società.

Se quella società è organizzata socialmente, economicamente e politicamente in modo diverso,

considererà reati diversi da quelli considerati da altre società organizzate diversamente.

Quei reati indicati nel digesto non sono quindi tutti riproducibili in un’epoca distante come

quella tardo-medievale moderna.

Il medioevo giuridico si basa essenzialmente sulla consuetudine, e anche il diritto penale

non fa differenza. È vero e indubbio che il legame tra norma scritta e diritto penale è un

vincolo molto più stretto ed evidente rispetto a quello che lega la legge e il diritto privato,

ma se si pretendesse di rimanere a ciò che sta nel diritto scritto per individuare i contenuti del

diritto penale e del processo penale nel medioevo si rischierebbe di restare con nulla in mano.

Nel diritto penale cambia la proporzione rispetto al diritto privato tra le norme scritte e quelle

consuetudinarie, ma il diritto penale medievale è fatto anche e soprattutto di norme

consuetudinarie: peraltro, anche quelle poche norme scritte in materia penale passano dal

vaglio del giudice, il che introduce un elemento di arbitrio.

L’arbitrium del giudice in realtà in quella esperienza giuridica non era visto come un

qualcosa di negativo, ma piuttosto come un qualcosa di inevitabile e di positivo per far

funzionare un sistema per forza di cose lacunoso.

Allora, in questa situazione, se non si vuole denegare giustizia o interrompere i processi per

mancanza di norma, il giudice deve creare il diritto, e lo deve fare su 2 piani:

Sul piano innanzitutto processuale, procedurale, strumentale, perché il processo

• realizza un preciso ordine di attività complesse concatenate per giungere alla fine;

Sul piano sostanziale: nel momento infatti in cui il giudice si auto-attribuisce un

• potere di creare diritto per colmare lacune (vista l’inerzia del sovrano nella produzione

normativa), e vede che questo potere gli è riconosciuto anche dalla società, è ovvio

che questo arbitrium dall’ambito processuale si estende anche all’ambito sostanziale.

Si ha peraltro un lontananza del sovrano rispetto alla produzione normativa perché egli,

più che creare leggi, preferisce creare diritto per via di sentenza (non legifera ma sentenzia),

ma questo rende lento l’evolversi del sistema.

Quindi da un lato si ha la lentezza e la difficoltà di colmare lacune per via di sentenze,

e dall’altro, se il sovrano, che è giudice primo, dall’alto, dà questo modello di creare diritto

mediante sentenza, allora, a fronte di esso, anche gli altri giudici finiranno per imitare

e utilizzare questo modello al fine di integrare il diritto penale.

Siamo di fronte ad un nuovo processo.

à 12

IL DIRITTO PENALE TARDO – MEDIEVALE

Guardando a certi aspetti (una società divisa in ceti, un intervento legislativo assolutamente

residuale), la modernità non si afferma né nel 400, ma nemmeno a inizio 700: se si identifica

infatti la modernità con l’affermazione della soggettività del singolo questa si può affermare

davvero solo alla fine del 700 con la rottura epocale rappresentata dalla Rivoluzione francese.

Elementi di censura tra medioevo e modernità (tra la fine del 400 e l’inizio del 500) sono la

stampa a caratteri mobili, le scoperte scientifiche, ecc.

Ma, se tra il 3-400 e 5-600 un significativo cambiamento di approccio nell’intervento della

scienza giuridica non si rileva, la vera cesura che introduce la modernità (e da cui non si

torna indietro) si ha con Beccaria, con la rivoluzione francese e con l’avvento dei codici

di inizio 800 (napoleonici ed asburgici).

L’idea di fondo è che, soprattutto nel campo penale e processual-penalistico, ma nel campo

giuridico più in generale, una grossa e vera cesura tra gli ultimi secoli del medioevo e i

primi secoli della modernità, non si riscontra nelle fonti.

Ciò non significa che tutto rimanga immutato, ma si ritiene che tra il 300 e il 600 siano

maggiori gli elementi di continuità rispetto a quelli di rottura.

Parlare di diritto penale di età moderna significa:

- o dire qualcosa che non ha grande significato, perché si deve parlare piuttosto di ius commune;

- o spostarsi molto più avanti, alla metà del 700, in cui si ha una vera rottura.

Solo alla fine del 700 e inizio 800 comincia a configurarsi un panorama storico

dal punto di vista del diritto nuovo, e che ha poi un filo conduttore fino ad oggi.

La maggior parte dei principi che per noi oggi sono principi irrinunciabili di civiltà, ancora

nella seconda metà del 700 non sono affermati come tali: solo a cavallo tra 700 e 800

si ha un avvio di tutti quei principi che oggi appiano normali.

Fino a pieno 700 bisogna utilizzare il concetto, non di età moderna, ma di ius commune.

à

Quello di ius commune è un concetto che si forma presto (nel medioevo), con materiali

romani, e che si fonda sul ruolo centrale del giurista come interprete, e interprete significa

creatore di diritto, in funzione autonoma rispetto al diritto positivo, soprattutto rispetto a un

potere politico che nel Medioevo non ha la pretesa di porre tutto il diritto attraverso la legge.

Si tratta di una realtà e tradizione plurisecolare, tutt’altro che semplice da abbandonare.

REALTÀ DI IUS COMMUNE

Quali sono gli aspetti salienti di questa .

PLURALITÀ E COMPLESSITÀ: è un mondo plurale e complesso.

• La complessità può sfociare anche nella complicazione, nel caos, nell’impossibilità di gestire

in modo ordinato questo mondo, e questo sarà uno degli elementi di critica degli illuministi.

Pluralità significa pluralità di mondi, di situazioni oggettive (campagna e città), cui si ricollegano

status diversi: la nozione di status è importantissima per comprendere un contesto così

differenziato, in cui lo status è un qualcosa che si ha “addosso”, di cui non ci si libera facilmente.

Status significa inquadrare la società in categorie, ciascuna delle quali ha i propri diritti.

Es. I borghesi che volevano fare gli aristocratici erano stati considerati ridicoli: avrebbero

dovuto abbandonare l’attività produttiva ad una vita di agi.

Una società così costruita è una società statica, immobilitata, tant’è che i giuristi 7-800eschi

la qualificano come “antico regimo”: è un sistema sì vecchio, ma ancora vigente.

Essere in un certo status fa differenza, e ciò a maggior ragione in campo penale:

essere titolare o meno di un certo status significa essere torturati o non essere torturati,

essere destinatari di pene più o meno severe, ecc.

Si pensi ai cortei pubblici e politici (che erano eventi collettivi), che erano organizzati in

modo tale che ciascuno, in base al suo status, sapeva esattamente come comportarsi

(es. i cavalieri e i giuristi erano nei primi posti): questo rappresenta esattamente

e in modo formidabile quella divisione in ceti che è fissa, insuperabile.

Con l’avvento dei codici e della modernità giuridica si cerca invece di eliminare questa diversità

di status: il modello di riferimento è un modello indifferenziato (stessi diritti e stessi obblighi).

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FATTUALITÀ: la forza dei fatti.

• La realtà fattuale prevale sulla volontà di un ipotetico legislatore (che in realtà non c’è) e su

schemi astratti e concettualistici che non possono pretendere di sostituirsi alla forza dei fatti.

Questa realtà fattuale parla di un mondo plurimo, complesso, complicato, difficile da gestire.

In una tale realtà, il diritto (anche quello penale) si forma, si sviluppa e si applica in forme

molto diverse da quelle di oggi. Le norme sono sicuramente poche rispetto al bisogno di diritto

che nei singoli casi emerge.

Dalla metà del 400 alla metà del 500 in FRANCIA, che è un laboratorio di modernità,

si ha un evento molto importante. Uno dei problemi è dato dal fatto che

la maggior parte del diritto è di matrice consuetudinaria.

Il diritto romano si è infatti consuetudinariezzato nel tempo: lo si è continuato ad applicare

non perché c’era un re a Roma, ma perché lo si è sempre applicato.

Questo vale benissimo per l’Italia, che è stato il primo campo di espansione di Roma.

Ma la Francia è spaccata in 2: il sud della Francia è profondamente romanizzata;

il centro-nord ha subito meno la romanizzazione e più la germanizzazione.

Quindi, mentre il sud vive soprattutto di norme scritte di antica matrice romana pre-giustinianea

(non giustinianea, perché Giustiniano aveva riconquistato solo il nord-Africa e l’Italia, ma non la

penisola iberica e la Gallia), il centro-nord vive secondo le consuetudini franche, germaniche,

burgunde. Tant’è che si distingueva tra paesi di diritto scritto e paesi di diritto orale.

Tra la metà del 400 e la metà del 500, appena finita la guerra dei 100 anni, il Re di Francia è

riuscito a riavere il controllo su tutta la Francia, respingendo gli inglesi, e a rientrare in

possesso della Borgogna (che si era autonomizzata).

Una delle prime cose che fa, e questo è un segno che si va verso la modernità, è mettere

per iscritto le consuetudini: perché come afferma la propria autorità e come controlla il

territorio se non ha il controllo del diritto vigente e della sua applicazione da parte dei giudici?

In questo modo i popoli sanno sì che stanno applicando la consuetudine, ma sanno anche

che quella consuetudine è stata certificata e validata dal sovrano.

Sono quindi state prese le consuetudini orali e sono state messe per iscritto.

Il re fa qualcosa che sì è utile per la collettività, ma soprattutto per la sua autorità: ordina che in

tutto il regno di Francia si istituisca una commissione regia, fatta sì di notabili locali (che

conoscono le consuetudini del luogo), ma presidiata da un magistrato regio che viene da Parigi.

È un processo lungo, ma alla fine, alla metà del 500, tutta la Francia ha le sue

consuetudini messe per iscritto.

Dal punto di vista sostanziale non cambia nulla, le norme sono sempre le stesse (prima erano

orali e ora sono scritte), semplicemente più certe e accessibili.

Si avrà così nel 700 un’edizione di circa 8 tomi che raccoglie tutte le consuetudini di Francia

messe per iscritto: ma, se si guarda alla consuetudine, essa è costituita da poche norme, si

vede che sono lacunosissime, sporadicissime. Regolano un caso e ne lasciano scoperti mille.

Una volta messe per iscritto, prima del 700 quando sono stampate tutte insieme,

à comunque le singole consuetudini si vede che sono fatte di poche norme che

non riescono a disciplinare tutto lo scibile, tutti gli aspetti del diritto.

D’altra parte, le stesse leggi che nel frattempo il re emana a ritmi forzati sono anch’esse

scarsissime, quindi vi è un grande spazio vuoto ancora da riempire.

Sia le leggi che le consuetudini sono quindi insufficienti: il lavoro è solo all’inizio.

E ciò in Francia così come in Germania, in Spagna e in altri paesi. 14

In quest’epoca non ci sono testi di legge di DIRITTO PENALE: questo ha altri modi di

produzione, ha altre fonti, e si organizza in un modo inusuale rispetto ad oggi.

C’è innanzitutto una pluralità di fonti concorrenti: il mondo 700esco non conosce

• la riserva assoluta di legge in materia penale “nullum crimen sine lege”, non ci sono solo

norme di legge ad integrare l’ordinamento penale dell’epoca ma anche norme consuetudinarie.

Si ha quindi, da un lato l’arbitrium iudicis, dall’altro l’assoluta parificazione di legge e

consuetudine quali fonti del diritto penale.

Pluralità di fonti, ma fonti insufficienti, impari. Di fronte all’insufficienza di queste fonti c’è un

• ruolo centrale del giudice, che da metà 700 in poi verrà declassato a “bocca della legge”

(per Beccaria il giudice deve solo realizzare un sillogismo perfetto).

Egli non deve integrare il diritto penale, che ha una forte valenza politica, e,

se introduce elementi di valutazione autonoma, introduce elementi di diversità di trattamento.

Il diritto non può rappresentare una lettura totalmente scissa dalla realtà oggettiva:

non si può pensare che tutti sono giuridicamente uguali se non lo sono politicamente

ed economicamente. E se ci sono realtà diverse il diritto lo deve rappresentare.

Questo è un caposaldo della concezione giuridica del diritto comune.

Questo comporta certo disparità di trattamento anche inique, e allora per converso dal

riconoscimento ontologico di una differenziazione delle condizioni esistenziali si va

all’estremo opposto, ovvero l’affermazione di una totale uguaglianza di diritti e di doveri.

Il giudice che interagisce applicando la norma ed introduce elementi di valutazione personale,

da un lato usurpa un potere normativo che non gli spetta, dall’altro lato, nel momento in cui

introduce elementi di natura soggettiva, introduce elementi che variano di volta in volta non

solo sulla base della considerazione del dato oggettivo della fattispecie, ma anche sulla base

del fatto che il giudice non è sempre lo stesso.

Beccaria sottolinea che tutto dipende dalla condizione psicologica del giudice: l’assoluzione

o la condanna rischiano così di essere influenzate da elementi soggettivi del giudice

(le sue passioni, le sue convinzioni, i suoi interessi, ecc).

Il giudice può infatti essere indebitamente influenzato da elementi attinenti non alla fattispecie

concreta, ma alla propria soggettività (potrebbe anche finire col parteggiare per una delle due parti).

In più, il giudice non è uno solo, ma ce ne sono altri dispersi nel territorio, per cui

questa diversificazione si moltiplica.

La tripartizione dei poteri di Montesquieu per un certo verso è geniale, e dà una regola di

• comportamento, per altro verso non è affatto realistica: l’epoca del diritto comune non conosce

questa tripartizione dei poteri. Il potere legislativo è molto compresso, mentre quello

giurisdizionale è molto presente.

Il momento giurisdizionale, che nell’ottica odierna è in un certo senso residuale,

non nell’applicazione, ma nella creazione del diritto (distinzione totalmente estranea

all’esperienza di ius commune), è in quest’epoca ineliminabile. 15

BASSO MEDIOEVO

Tralasciano l’Alto medioevo, che ha una sua storia particolare, il

ci interessa. La scienza giuridica che rinasce nel 1100 con la nascita dell’Università di Bologna

si disinteresserà del diritto penale fino almeno al 1400.

Di leggi ce ne sono poche, e quelle poche che ci sono non sono esaustive: il principio

di riserva assoluta di legge in materia penale è sicuramente sconosciuto a quel tempo.

Bisogna quindi anzitutto andare a cercare nelle consuetudine, un lavoro che era già difficile

per gli uomini dell’epoca, perché le consuetudini sono (per definizione) orali, e quindi

da accertare di volta in volta in giudizio, convocando tutti gli esperti che erano a conoscenza

delle usanze delle comunità locali (e questo comporta dispendio economico e di energie).

Ma comunque, anche con le consuetudini non si risolve definitivamente, in quanto esse sono,

per definizione, lacunose: esse sono infatti l’emersione di singole regole di comportamento

ritenute adeguate per il singolo caso, costituiscono l’eccezione alla regola.

Anche sommando consuetudini e norme legali non si riesce ad avere una disciplina

à piena, compiuta ed esauriente.

Ecco allora che, necessariamente e inevitabilmente, viene in primo piano la funzione e

l’opera del giudice, in quanto esso, se vuole arrivare ad una decisione sul piano concreto,

è chiamato a colmare le lacune, in un modo o nell’altro. Già lo fa da secoli per quanto

riguarda il diritto privato (lo aveva già capito Roberto Dall’orto con riguardo ai principi

consuetudinari), ma per il diritto penale i due libri terribiles non erano sufficienti.

Il giurista dotto infatti, da un lato, non ha alle spalle quella sapienza giuridica romana che

invece in campo privatistico lo rende capace di lavorare, dall’altro, egli è consapevole della

storicità e delle problematicità del diritto penale, e quindi continua a starne alla larga.

Laddove il giudice invece scopre che non c‘è una norma da applicare, ma c’è un vuoto da

colmare, non può non sobbarcarsi del dovere di colmarlo. Lo fa, in primis, con riguardo al

diritto processuale, in quanto il suo primo problema è capire come mandare avanti il

processo, che è quanto di più complesso ci sia nel diritto (visto che è una concatenazione di atti

che

si susseguono in modo preciso).

Se la soluzione trovata al problema procedurale è buona, presumibilmente verrà adottata

anche da altri giudici: si crea così lo Stilus curiae, cioè lo stile di giudizio, lo stile con il quale

la curia (la corte di giustizia) affronta la procedura, e quindi il modo in cui decide con

riguardo alle varie questioni procedurali.

Il giudice però non si ferma qui, perché incontra insufficienze anche rispetto al diritto penale

sostanziale, e quindi il suo potere di integrazione del diritto tracima dal diritto

processuale al diritto sostanziale, per meglio integrare le ipotesi di reato e per

determinare anche le pene conseguenti.

Tecnicamente si parla di arbitrium iudicis, termine che da Beccaria in poi muta di

significato, e che pertanto va contestualizzato e storicizzato.

Se per noi significa “discrezionalità piena ed assoluta”, a quel tempo il termine significava

“discrezionalità regolata”: il giudice aveva il potere di creare il diritto, perché altrimenti non

c’era modo di concludere il processo, ma era un potere discretivo che incontrava dei limiti

astrattamente ben precisi, in particolare quei principi fondamentali che si trovano nel diritto

naturale e che devono pertanto essere positivizzati.

Il giudice può e deve usare il suo arbitrium, seguendo innanzitutto una sana ragionevolezza,

un buon senso comune (che non può non guidare il giudice e che è anche facilmente

verificabile dalle parti, dai giuristi e dagli altri magistrati).

Le fonti medievali usano spesso la formula “secundum rationem et equitatem”: il diritto deve

essere equo ma per esserlo deve essere secondo ragione, nel senso di ragionevolezza.

Le fonti parlano infatti anche di rationabilitas, una ragionevolezza astratta ma che si

concreta nel caso di volta in volta (se una soluzione non è ragionevole non è equa).

Dal 400 in poi si instaura un gioco di reciproca influenza tra prassi e scienza giuridica.

Il giudice non viene esautorato dei suoi (amplissimi) poteri, MA tendenzialmente questi

poteri si restringono, perché i giuristi pian piano elaborano una serie di dottrine,

che sfociano poi in soluzioni concretamente praticabili. 16

Se l’insieme dei migliori e più autorevoli giuristi ha ritenuto che vi sia una soluzione migliore

delle altre, il giudice che non è informato di ciò e non ricorre a quella sapienza giuridica, ma

fa di testa sua, lascia aperto il dubbio che egli stia usando male il suo arbitrium, fa pensare

che stia accantonando la soluzione migliore per dare una soluzione a lui vantaggiosa.

La stessa dottrina funge quindi da argine all’arbitrium del giudice.

à

Si parla di Communis opinio doctorum, che viene già usata nel concreto nel 400,

ma che viene poi denominata come tale solo in un secondo momento.

La dottrina è qualcosa di labile: lo dice il termine stesso. Si parla di Opinio perché il giurista

non è il legislatore, non può imporre nulla, può solo proporre soluzioni cercando di convincere

gli altri giuristi e poi i pratici ad usarle. Sono OPINIONI. Il giurista può proporre un parere

autorevole se ha una buona fama, ma il suoi scritto non sarà mai autoritativo, e ciò spiega

perché i giuristi hanno finto che il corpus iuris civilis sia ancora vigente, perché in base a

quella finzione essi possono dire che non stanno proponendo loro dottrine, ma che stanno

riportando in auge le norme di Giustiniano.

In realtà si sa però benissimo che ciò che i giuristi insegnano e mettono per iscritto nei loro

pareri legali sono le loro opinioni (non regole di Giustiniano): ma se l’opinione del giurista,

dopo essere stata vagliata, viene accolta anche da tutti gli altri giuristi, allora diviene

qualcosa di più di una semplice opinione. L’opinione resta sempre opinione,

ma è difficile non ritenerla vincolante per il pratico.

Tutto questo però funziona assai poco nel campo penale: riguarda essenzialmente il diritto

privato. E quindi rimane sempre aperto il problema di mancanza di diritto positivo, di norme.

In materia penale: pochissime leggi formali, consuetudini ce ne sono, ma sempre poche.

à

Soprattutto per quanto riguarda l’Italia, occorre andare a guardare ad un'altra fonte tipica:

gli statuti cittadini. 17

GLI STATUTI CITTADINI

Essi sono una species di un genere più ampio, il genere statuto: il termine rimanda all’idea

di una norma che è stata stabilita, fissata e che è vigente.

Ogni comunità che abbia una sua identità, perché ha una sua storia, se vuole vivere nel

tempo non può non avere delle norme giuridiche che la regolano: ma nell’esperienza

medievale quelle norme sono frutto di autonomia.

Queste regole non vengono date dal re, dall’imperatore, dal vescovo: se le danno al 95% in

piena autonomia le singole comunità (confraternita religiosa, cooperazione artigiana, gli stessi

comuni, ecc), che creano quindi il diritto per sé. E ciò in primis in forma consuetudinaria,

ma poi, con tutta una serie di statuizioni, anche in forma puntuale.

Queste norme sono create e messe per iscritto da notai, e vengono messe insieme

diventando statuto.

In partenza quindi, questi testi normativi scritti, che vengono chiamati “statuti”, non vengono

coniati dall’oggi al domani, non c’è un legislatore che disciplina l’intera vita amministrativa

e costituzionale della comunità: si recuperano le vecchie consuetudini e, per esigenze di

certezza, vengono messe per iscritto.

Questo non elimina il fatto che vi possano essere tante altre norme consuetudinarie che

restano orali, e che continuano ad essere vigenti. Ci sono poi tutte le deliberazioni che, anno

dopo anno, vengono assunte. Alla fine si crea un corpus di norme consistente.

Questi statuti possono sembrare gli antenati dei codici moderni: gli statuti delle città più grandi

(Bologna, Verona, ecc) sono fatti di centinaia e centinaia di norme, e per esigenze di

chiarezza sono divisi in libri. E c’è sempre almeno un libro dedicato al maleficium, al diritto

penale, senza ovviamente distinguere tra diritto penale sostanziale e processuale.

Ma non si tratta di codici, perché appunto questi testi si formano lentamente e raccolgono

materiali diversi, in maniera alluvionale: vecchie consuetudini messe per iscritto, delibere di

magistrati, le poche norme legali.

Non c’è una dialettica per cui si abrogano le norme vecchie e le si sostituiscono con norme

nuove: ad un certo punto ci si ferma, e si aggiungono le nuove norme, pur mantenendo

quelle vecchie. Si tende a conservare, a mantenere le tracce della tradizione.

Dal punto di vista materiale si ha un testo con molte pagine e molte norme dentro che

à potrebbe sembrare un codice, ma lo statuto è in realtà agli antipodi. Esso infatti:

Non presenta un progetto sistematico in base al quale viene disciplinata un’intera

• branca del diritto (perché non è il frutto di un potere politico che da un momento in

poi cambia le regole e fa scomparire le vecchie)

Raccoglie e conserva la tradizione politica (aggiunge nuove norme senza abrogare le vecchie)

• Non è autosufficiente, non è esauriente: in esso non si trova tutto il diritto vigente in

• quel testo. Si sa che ci sono regole che stanno al di fuori, in primis le consuetudini.

Tutto questo ragionamento vale anche per il diritto penale.

Le FONTI DEL DIRITTO PENALE soprattutto nell’Italia comunale sono dunque:

La consuetudine

• Sporadicissime norme di legge

• Le norme penali contenute negli statuti.

Ma tutto ciò non basta, non elimina la necessità dell’arbitrium del giudice, il quale è

legittimato a creare diritto (soprattutto perché la scienza giuridica interverrà in materia

penale solo nel 1500 e con molta difficoltà). 18

STATUTI DI MANTOVA – BONACOLSIANI

Nel 1313 c.a. a Mantova si è instaurata la signoria dei Bonacolsi (mentre a Verona c’è la

signoria degli Scaligeri), la quale si è occupata di redigere uno statuto.

Si vedrà che tutto quello che è stato detto finora, qui si ritrova. Si hanno norme scritte in

maniera tale da dover ripetere una serie di cose perché non c’è nessuna parte generale di

nessun codice generale, sicché si è costretti a ripetere, per ogni reato, le regole generali

(perché non sono scritte da nessuna parte una volta per tutte).

All’interno di questo statuto c’è una norma dedicata all’omicidio. In realtà la norma in sé è

fatta di due righe che stabiliscono che, chi commette un omicidio, a meno che non l’abbia

fatto per difesa o per caso fortuito, deve essere punito con la pena di morte.

Non si dice molto quindi né della fattispecie di reato, né della pena da applicarsi.

Tutto il resto sono divagazioni, molto interessanti per entrare nel diritto penale alto-medievale,

ma che non dovrebbero stare qui (se avessimo a che fare con un codice).

Questa è una norma tipica (non eccezionale), che si ritrova in quasi tutti gli statuti dei

comuni italiani.

Nel 1100 vediamo che un po’ ovunque compaiono questi testi che raccolgono

vecchie consuetudini e nuove determinazioni assembleari o di magistrati, perché in quel

tempo si ha il rifiorire delle città: i centri abitati che erano micro diventano sempre più

grandi e ciò implica un’abbondanza di problemi. Se le città si ingrandiscono infatti,

per forza di cose i nuovi cittadini sono inurbati.

L’inurbato, oltre a non conoscere le tradizioni locali, viene da una realtà di campagna,

e quindi ha a che fare con pochissime consuetudini perché la sua comunità è talmente

piccola che con poche regole, magari ferme da secoli, va tranquillamente avanti.

L’inurbato non conosce le consuetudini locali e si trova a che fare con una notevole

à quantità di rapporti intersoggettivi più complessi, in parte regolati da consuetudini e in

parte da regole locali.

A fronte di ciò si sente l’esigenza di mettere il diritto per iscritto, al fine di farlo conoscere

anche a chi non lo conosce: ecco perché dal 1100 in poi, un po’ ovunque, in Italia,

si iniziano a redigere statuti.

I contenuti sono sempre diversi, ma in fin dei conti analoghi: mettendo a confronto,

a distanza di tempo, i diversi statuti, si nota che le differenza sono pochissime,

questi statuti sono molto simili tra loro.

Quelli del 1300 sono già ben strutturati e già ricchi di norme (quello di Mantova è del 1313):

quelli precedenti spesso non si sono conservati, e gli altri erano ancora molto rudimentali.

Nel 1277 c’è un primo statuto di Verona che ancora adesso si è conservato.

• Nel 1327 c’è lo statuto degli Scaligeri.

• Nel 1393 quello di Gian Galeazzo Visconti: il loro governo a Verona dura poco,

• ma i Visconti hanno le idee chiare, vogliono creare una signoria su tutto il nord Italia.

Tutte le norme di diritto privato, pubblico, penale e amministrativo non cambiano:

cambia qualcosa nell’assetto delle magistrature, ma tutto il resto resta uguale, identico,

o quanto meno segue una propria logica interna.

Nel 1405 Verona è governata da Venezia, ma Venezia non vuole coniare subito nuovi statuti

• che dimostrino che è lei a governare Verona. Gli statuti coniati dai Visconti vanno bene

anche ai veneziani, perché le loro sono norme indifferenti a chi detiene il potere politico

(che prescinde da quelle norme). 50 anni dopo si ritiene però di dover aggiornare le cose,

ma non per cambiare le norme, bensì per inserirne di nuove nell’appendice.

Nel 1450 si hanno così gli ultimi statuti veronesi, curati da Bartolomeo cipolla.

Tutti questi statuti sono per lo meno simili: la norma sull’omicidio non cambia, mostra

sempre gli stessi limiti, la stessa pena, la stessa condotta, ecc.

Dopo questo periodo gli statuti non scompaiono e non escono di vigore: l’ultima redazione

degli statuti resta infatti in vigore finché non viene abrogata con i codici moderni di fine 700.

Queste norme contenute negli statuti medievali restano in vigore per secoli,

à e ad un certo punto si smette pure di aggiornarli. 19

Il 700 ha quindi a che fare con un diritto vecchio di secoli, da applicare in un mondo che è

cambiato totalmente: il diritto a questo punto si manifesta sempre di più come un

qualcosa di attardato del passato.

Lo ius comune e l’esperienza giuridica medievale si fonda sul valore della tradizione:

se quindi una norme è antica, questo non è un male (a contrario di quello che si ritiene

oggi).

Antico, vecchio e tradizionale è bello: si ha la certezza di essere trattatati nel modo giusto

e ragionevole nel momento in cui il giudice interviene a cambiare solo se necessario.

Nell’ottica dell’esperienza giuridica medievale che dura fino al 700, se si potessero applicare

solo le norme secolari tutti sarebbero contenti, perché sono norme sperimentate delle quali

ci si può fidare (perché applicate da anni).

L’idea che la legge sia volubile e che cambia di continua spaventa, perché si apre a uno

spazio che non si conosce, e allora si possono avere elementi di arbitrio.

Solo che, nel 700, la realtà è cambiata così tanto che è necessario dotarsi di un diritto nuovo,

soprattutto in campo penale.

BECCARIA arriva alla fine di tale processo, e darà voce a ciò che pensano tutti coloro che

si soffermano su tale tema.

Beccaria è un nobile che nasce a Milano ma studia e si laurea all’Università di Pavia

(perché a Milano non c’era).

Non è però propriamente un giurista, perché subito dopo la laurea avrà una

conversione filosofica: il suo sapere scientifico servirà a fargli capire quanto sia sbagliato il

diritto vigente, e il suo sapere gli imporrà di proporre cose nuove.

Non lo farà da solo, ma avrà la fortuna di trovarsi in un cenacolo di giovani nobili appena laureati,

i quali, a Milano, cercano di capire come dovrebbe andare il diritto alla luce dei testi filosofici

francesi e di elaborare proposte di legge proprie.

Tra le cose che vengono scritte, quello che ha sicuramente più fortuna è il

“Dei delitti e delle pene”. 20

LO STATUTO DI MANTOVA: L’OMICIDIO

L’omicidio è punito con la pena di morte. MA: come si configura la fattispecie di reato,

nel momento in cui manca una teoria generale di diritto penale?

Non c’è una norma dello statuto che dice una volta per tutto che il delitto dev’essere

commesso con dolo, che la legittima difesa elimina la responsabilità, ecc.

Il fatto è quello della morte di un uomo causata da un altro soggetto. È omicidio

e deve essere punito, con queste due ECCEZIONI però:

Se il soggetto ha ucciso la vittima per difendersi, quindi per legittima difesa;

• Se l’uccisore ha commesso il reato per caso fortuito.

In questi due casi l’uccisore dovrebbe andare indenne dalla sanzione: sono quindi scriminanti.

C’è poi un altro caso che evita la responsabilità: l’uccisione del bandito, del fuorilegge,

che non è protetto dall’ordinamento giuridico (chiunque lo può impunemente uccidere).

Qui però si fa una distinzione: non il bandito e basta, ma colui che è stato bandito per i reati

più gravi. Ma qua, i “reati più gravi” indicati nello Statuto sono i più disparati, accomunati tutti

da una “scelta politica”. Si fa riferimento a chiunque è stato bandito in perpetuo (e da questo

si dovrebbe già capire la gravità del reato che ha commesso):

Per tradimento nei confronti dello Stato;

• Per roberia “pro-parte”, cioè per furto di beni per ragioni politiche: all’interno di una

• lotta tra fazioni, il ladro ha partecipato allo spoglio di un bene della fazione opposta;

Per complicità con il nemico;

• Per incendio (che si trova sempre in tutte le elencazioni dei reati più gravi, perché le

• città dell’epoca sono quasi senza difesa rispetto a questo reato: non ci sono i vigili del

fuoco, e gli edifici sono di legno).

Per falso, che può assumere varie forme: di solito, falsificazione di documenti come

• il testamento o falsificazione della moneta;

Per omicidio.

Questo tendenzialmente non è un elenco tassativo: sicuramente vanno presi in considerazione

i reati elencati, ma sicuramente la tendenza sarà quella di aggiungerne altri.

L’idea è che il bando perpetuo testimonia la gravità del reato.

Qui non esiste la tassatività dei reati e delle pene: l’arbitrium iudicis interviene sempre

a sanare i problemi che restano irrisolti.

La norma conclude dicendo che, se qualcuno ha ucciso una persona, la pena è la morte con

la lama vendicatrice (e quindi si può presumere che il condannato subirà la decapitazione),

in modo che muoia (viene ribadito il concetto forte: deve morire).

Si introduce però un altro elemento: tutto questo funziona se la forza pubblica ha potuto

mettere le mani sul colpevole.

Lo statuto dichiara, all’interno della norma stessa, il rischio tutt’altro che raro che questa

à resti solo una regola scritta, perché l’ipotesi che il colpevole non finisca nelle mani della

giustizia è un’ipotesi molto frequente.

L’ipotesi è talmente preoccupante, che lo statuto passa subito a stabilire cosa succede

se il soggetto è fuggito in tempo: non solo sarà condannato all’interno del processo che

gli sarebbe stato comunque fatto (perché la contumacia viene parificata alla confessione),

ma sarà anche bandito, il che è una cosa distinta dalla pena effettivamente irrogata per il

reato che ha commesso.

La sanzione e il bando sono due cose teoricamente diverse. L’esito è lo stesso, ma il bando

è qualcosa in più che aggiunge qualcosa di molto deteriore rispetto alla situazione della

semplice fuga: se non ci fosse il bando, il fuggitivo che torna nel paese di origine, dovrebbe

essere di nuovo processato; il bando invece autorizza chiunque ad uccidere impunemente.

Egli non potrà mai riacquistare lo status di cittadino di Mantova, anche qualora ottenga

di stipulare la pace con la vittima del reato commesso, o meglio con i suoi famigliari

(che è l’unico modo per ottenere la revoca del bando ed, eventualmente, la grazia). 21

L’attenzione è tutta spostata sulla PENA PECUNIARIA, perché è questa l’ipotesi che capita

più di frequente.

Finché il bandito è in fuga, egli sarà punito con una condanna pecuniaria ad “arbitrium”

del giudice (l’unica con cui si può punire il fuggitivo bandito), che sarà sostanzialmente una

confisca dei beni rimasti in patria: i beni del bandito vengono attribuiti agli eredi del defunto,

salvi però i diritti dei creditori sul patrimonio del bandito (i quali devono andare indenni:

solo quello che rimane va agli eredi del defunto).

Potrebbe darsi che gli eredi non intendano accettare tali beni (per disprezzo del bandito,

perché non ne hanno bisogno, perché sono scarsi e quindi non ne avrebbero vantaggio):

è ammesso che gli eredi del defunto rifiutino. In tal caso, che fine fanno questi beni?

L’alternativa, se gli eredi rifiutano, è che questi beni vadano al comune di Mantova,

che quindi vadano al fisco.

Un’altra ipotesi possibile (da scongiurarsi) è che si abbia un patto illegittimo, scellerato tra

il bandito e l’erede della vittima uccisa, per conservare, almeno in parte, il patrimonio al

bandito: laddove accada ciò, l’erede che è colluso con l’omicida viene ovviamente

privato di questi beni, che di nuovo vanno ad essere incamerati al comune.

Peraltro, non solo l’erede colluso non può godere dei beni del bandito, ma viene

ulteriormente condannato specificamente, e anche qui la condanna si ha ad arbitrium

iudicis: il giudice valuta, perché in questi casi la fattispecie può essere molto variegata,

possono intervenire elementi di diversa natura (magari il bandito minaccia i parenti della

vittima).

Se c’è collusione, il podestà, o un suo delegato (esperto di diritto sicuramente), ha

à PIENA LIBERTÀ DI AZIONE per svolgere attività d’indagine, per dare avvio al processo,

e per poi deciderlo con una sentenza di condanna.

Quando arriva il Beccaria nella seconda metà del 700, queste norme sono ancora diritto

pienamente vigente e applicabile: anzi, sono considerate norme che fanno parte della

tradizione giuridica della comunità, norme che la comunità è disposta a difendere con tutte

le proprie forze (altrimenti non si spiegherebbe perché nel 700 ci si scaglia in maniera così

forte contro l’arbitrio del giudice).

Ipotizzando che i beni del bandito vengano confiscati e attribuiti agli eredi, l’erede della

vittima è tenuto a presentarsi davanti al giudice entro 15 giorni dalla condanna, e dire

espressamente cosa vuole fare: acquisire lui quei beni, oppure rinunciarvi e quindi lasciare

strada libera al fisco affinché li incameri.

Trascorso quel termine (molto stretto), i beni vanno al comune di Mantova.

LE ULTIME NORME SONO FRUTTO DI UNA ADDICTIO OPERATA IL 28 LUGLIO 1308,

con cui sono state aggiunte delle norme che poi, con la nuova edizione del 1313, sono state

definitivamente inserite nello statuto.

Si è detto che il diritto in genere, e quindi anche il diritto penale, si accresce per aggiunta:

si sottrae assai poco e si aggiunge molto. Tutte le volte che si redige un nuovo statuto non si fa

altro che inserire nel tessuto statutario le norme che erano state aggiunte nel tempo.

Si fa riferimento al fatto che, se in un qualche momento successivo alla condanna e alla

fuga, si sarà potuto catturare il bandito, questi sarà condannato a morte: ovviamente

la condanna a morte per omicidio non si prescrive, per cui nel momento in cui la forza

pubblica cattura il bandito fuggitivo applicherà la sentenza precedentemente emessa,

né più né meno.

L’OMICIDIO NELLO STATUTO DI VERONA DEL 1327

Qui la DIFFERENZA sta nel tipo di pena: è sempre la pena di morte, ma con altre modalità.

Perché si mantenga il comune di Verona in pace e in sicurezza, se qualcuno o qualcuna ha

commesso un omicidio, varrà ucciso. A Verona però si distingue tra uomini e donne:

- se è maschio, verrà decapitato

- se è femmina, verrà bruciata, arsa viva.

Rispetto poi allo Statuto di Mantova, si rivolge l’attenzione al sicario. Per il resto non ci sono

vere, grosse, novità. 22

LE DONNE

Le donne avevano una ridotta capacità giuridica, non possono ricoprire alcun tipo di officium

pubblico: ciò significa che non esiste alcuna donna a Roma che ha seguito il cursus onorum.

Le donne non sono ammesse a fare il giudice, non possono patrocinare le cause.

Tutto ciò che ha valenza pubblicistica le vede tagliate fuori. All’inizio del 1900 molte sentenze

venivano motivate per escludere le donne dall’avvocatura e della magistratura con la regola di

Ulpiano tratta dal Digesto.

Ciò non significa che non vi sia capacità giuridica in assoluto: già a Roma in campo privatistico le

cose sono diverse. Nel diritto romano arcaico l’idea è che la donna stia sotto la potestà maschile,

ma poi le cose sono cambiate. Il matrimonio non è più con, ma sine manu, in modo che donne e

uomini siano in parità. Le donne possono poi fare testamento o essere designate eredi dal

testamento del padre.

Già nel mondo classico greco si aveva un’idea di disfavore contro le donne, le si vedevano

come prigioniere di istinti cui non riescono a far fronte. Per questo la donna deve essere

privata di una capacità giuridica. Questo è un modello greco, teorizzato da Aristotele:

la donna avrebbe in sé questi deficit che non può colmare e, connettendo questo dato con un

modello di organizzazione politica, si ricacciano le donne in una condizione di inferiorità.

Dal punto di vista giuridico si compie a Roma un passo ulteriore. La disparità di trattamento

è però meno grave.

Nell’EPOCA MEDIEVALE le cose non migliorano, da un lato perché interviene la religione cristiana,

che ha in mente Eva come colei che ha determinato la cacciata dell’umanità dall’eden, che è stata

per la sua istintualità il mezzo con cui il maligno ha indotto l’uomo in tentazione.

I padri della chiesa sono tutti normalmente critici nei confronti dell’idea di una donna che possa

essere collocata sullo stesso piano dell’uomo. Nel decretum di Graziano confluisce tutto questo,

andando poi a costituire il corpus iuris canonici, sostituito dal codice di diritto canonico nel 1917.

Il mondo germanico intride di sé l’esperienza giuridica medievale, in cui la donna ha bisogno

sempre di un protettore, è in posizione di inferiorità, la donna non è autonoma.

In CAMPO PENALISTICO come imputabili in caso di omicidio, possono essere colpevoli di un reato

tanto quanto gli uomini, anche se può cambiare il tipo di pena. Negli statuti scaligeri si distingue

la pena: l’uomo viene impiccato, la donna arsa sul rogo. Vi furono poi ad esempio diversi processi

per stregoneria, in cui al 90% gli imputati sono donne.

Bartolomeo Cipolla, uno dei più importanti giuristi del 1400, veronese, scrive trattati sulle

servitù prediali, tra le opere più longeve del diritto comune. Egli nei suoi interessi ha anche il

diritto penale. In particolare è tra i più importanti autori che dedicano un’attenzione consistente

al diritto penale, accettando di stendere pareri legali, che vengono dati da un giurista estraneo

al giudizio per offrire al giudice un criterio di decisione della causa. Se il consilium è ben scritto

il giudice sarà portato ad adottare la soluzione che il giurista ha offerto nel consilium.

Una raccolta di suoi consilia criminalistici viene data alle stampe a fine 400 e nel 500. L’edizione

che circola ne raccoglie solo 80 (80 non sono molti, infatti il diritto penale veniva considerato meno).

Tra i vari consilia che il Cipolla ha steso ce n’è uno che riguarda un omicidio: una donna,

d’accordo con l’amante, uccide il marito. Il veneficio è considerato un vile modo di uccidere.

In questo caso l’omicidio viene smascherato. Molto spesso i delitti rimangono impuniti.

I due vengono processati e non hanno scampo, sono rei confessi, stanno per essere

condannati a morte insieme, senza differenza tra uomo e donna. Tuttavia, a un certo punto,

si fa vivo il fratello dell’amante che sottopone al giudice una circostanza decisiva per

mandare impuniti entrambi: si rende noto che il marito ucciso era stato bandito, quindi

cacciato dall’ordinamento, quindi non ha più norme a tutela della propria incolumità.

Se il bandito decide di tornare può essere impunemente ucciso.

Quindi l’amante e la moglie rimarrebbero impuniti. Cipolla, esterno alla causa, dà un parere

rilevante dicendo che il bando non opera sotto l’aspetto dell’immunità di chi uccide il marito

perché ad ucciderlo è stata la moglie e questo va contro una regola basilare che vuole che

la donna in generale, e la moglie in particolare, sia subordinata all’uomo. 23

Si è parlato della proposta di Beccaria di sostituire alla pena di morte i lavori forzati a vita.

Per come lui spiega il perché, da un lato pensa di prevedere una pena più efficace in senso

general-preventivo, fa un’impressione enorme sul pubblico ma passeggera, avvezza il popolo al

sangue. Mentre ha un grande impatto la pena dei lavori forzati a vita. Dal punto di vista umanitario,

tuttavia, questa è una pena più afflittiva secondo Beccaria, perché dura infinitamente.

Questo lo si può sottolineare paragonando il Dei delitti e delle pene con un testo normativo

che si è ispirato a Beccaria: il “codice” di Pietro Leopoldo di Toscana del 1786.

Si passa ad un testo di legge: il sovrano si assume l’onere di legiferare, per impedire che il

giudice si intrometta e cominci, con l’interpretazione, a creare nuovo diritto. Il codice solitamente

rappresenta un momento di cesura epocale. Il sovrano deve far raggiungere la felicità pubblica,

legiferando, creando nuovo diritto, che se ben fatto non lascerà spazio all’interprete.

Pietro Leopoldo è il secondogenito di Maria Teresa d’Austria: il fratello è l’imperatore

Giuseppe II. Il legislatore si è imbevuto delle parole di Beccaria, redigendo nel 1786 di

proprio pugno un testo che non sembra un codice. È fatto di pochissime norme.

Non condanna all’irrilevanza tutto ciò che resta fuori.

Vi sono dei passi in cui, contraddicendo Beccaria, parla dell’importanza del ruolo del giudice.

Questa viene chiamata Leopoldina. In essa vi è la presunzione di innocenza, un processo pubblico,

rapido, abolizione della pena di morte (primo testo normativo che abolisce la pena di morte).

Questo è uno dei motivi per cui il primo codice penale dell’Italia unita arriva dopo, perché il

codice penale sabaudo conteneva ancora la pena di morte, ma la leopoldina no, quindi

quest’isola libera dalla pena di morte impediva l’estensione a tutta Italia del codice sabaudo.

Il primo codice unitario è stato varato senza pena di morte.

Vi era la visione per cui gli uomini si sono raccolti in società per essere più sicuri, quindi

sarebbe impensabile che essi abbiano dato al sovrano la licenza di uccidere. Nella Leopoldina

c’è una visione più moderna circa la pena sostitutiva alla pena di morte, vi è l’idea di una

redenzione del condannato, quindi i lavori forzati non sarebbero a vita.

PROPORZIONE TRA REATO E PENA

Il problema della proporzione tra reato e pena è un PROBLEMA SECOLARE.

Dal 1500 i primi autori che si occupano di diritto penale si pongono questo problema.

Ciò significa proporre una gradazione della gravità dei reati. Si parla di delitti atroci e atrocissimi.

La pena tende ad essere alta anche quando la gravità è minore. La pena di morte è

prevista per molti reati, non tutti allo stesso modo gravi. Scatta una rincorsa dell’atrocità

della pena all’atrocità del reato, più i reati sono atroci, più la pena deve essere atroce:

le modalità saranno atroci, l’uccisione deve essere plateale, che resti in mente.

Il fatto che la pena di morte sia prevista per molti reati si può capire perché, più è difficile che

la pena venga erogata, più si tende a farla salire di grado, come deterrente.

Nell’ANTICO REGIME, fino al 6-700, in una società pretecnologica, o il criminale viene

bloccato subito perché colto in flagrante, altrimenti vi è grande possibilità di impunità, perché

l’attività investigativa aveva meno strumenti. Il discorso è delicato, soprattutto in mancanza

di una scienza giuridica penalistica. Nel ‘500 i primi giuristi non riescono a dare una risposta.

Fanno riferimento alle pene, non si riesce a trovare elementi oggettivi scientifici per risolvere

il problema. Quindi per decidere quali reati sono atroci e atrocissimi si guarda alla pena,

ma la pena dovrebbe essere commisurata a sua volta alla gravità.

Vi è incapacità di avviare a soluzione questo problema.

Vi è un autore del ‘500, Giulio Claro, magistrato, fondatore della penalistica moderna.

Egli dice che il re di Spagna Filippo II, di cui è uno dei principali collaboratori per l’amministrazione

della giustizia in Lombardia, ha chiesto al senato di Milano, all’epoca una corte di giustizia,

come si fa a valutare la gravità dei reati, e il senato ha elencato i reati sulla base delle pene,

non essendo in grado di dare un criterio. Claro rileva l’insoddisfazione come giurista per una

scienza penalistica che non sa dare questo tipo di risposta.

Quando Beccaria parla di proporzionalità dice qualcosa di sacrosanto e riconosciuto,

ma anche qualcosa che è il momento di chiusura di una lunga parabola in cui i giuristi

si sono interrogati per secoli. 24

LA TORTURA GIUDIZIARIA

La tortura giudiziaria, cioè come MEZZO DI PROVA, è ammessa da sempre, e rimane

ancora pienamente in uso ancora fino alla rivoluzione francese. L’uso della tortura è costante.

Essa è uno strumento probatorio, non una pena, volta ad ottenere la confessione

dell’imputato, il quale deve comunque uscirne, se non indenne, quanto meno vivo.

Se ne esce morto è un qualcosa che, anche se non lascia troppo sconcerto, può comportare

conseguenze penali per il giudice che non ha saputo gestire bene la tortura.

In quell’epoca in cui non si è ancora verificata una svolta nel senso della laicizzazione,

si chiede al processo di giungere alla verità.

Il processo medievale di diritto comune, e della piena età moderna, tende infatti ad arrivare

ad una verità pura, a prescindere dalle modalità con le quali tale verità si raggiunge: quindi

anche a costo di infliggere dei tormenti. Oggi invece, certe prove, anche se vere, devono essere

escluse se non assunte legittimamente: si mira alla verità come scoperta nei modi legittimi.

Nell’ottica medievale invece non c’è questa distinzione, vi è una sola verità: se si deve sapere

come sono andate le cose, l’imputato non ha diritto a tacere o mentire.

L’idea di base è che si tratta di un tormentum, cioè dell’afflizione di un male che porti a

sciogliere la lingua dell’imputato. Vi è una talmente tanta voglia di trovare la verità, che

possono essere messi sotto tortura anche i testimoni, e non solo l’imputato, perché

tutti devono collaborare, per quello che possono, al raggiungimento della verità.

Si era mossi dalla ricerca della verità assoluta, ad ogni costo.

à

È vero che si rischia di far soffrire inutilmente e ingiustamente un soggetto che non è

colpevole e, se egli resiste alla tortura e non confessa, è un motivo per assolverlo (anche se,

sostengono i rivoluzionisti, non si può avere la certezza assoluta che chi resiste alla tortura è

innocente: potrebbe essere anche il criminale che riesce a “salvarsi”).

Ma ciò si giustifica ed è dovuto a quel principio di colpevolezza e non di innocenza che

vigeva in quell’epoca. L’idea è che l’imputato è reus, fino a prova contraria, e quindi,

raramente accadrà che si torturi inutilmente e ingiustamente qualcuno.

A parte il reo colto in flagranza o che ha commesso il fatto in presenza di una pluralità di soggetti,

stante la primitività della tecnologia dell’epoca, non c’erano modi scientifici per determinare

oggettivamente la colpevolezza di qualcuno (i mezzi di prova non erano efficaci): era quindi

importante ottenere la collaborazione dell’imputato.

L’imputato deve confessare, perché questo riporta l’ordine all’interno dell’ordine giuridico,

ma anche perché così si lava la coscienza e ottiene il perdono di Dio.

Ma può darsi che il reo non confessi. E cosa succede?

Intanto deve essere il giudice a decidere la messa alla tortura, il che deve avvenire solo

quando vi siano degli indizi concordi nell’indicare il reus imputato come presunto colpevole.

Si parla di indizi e non di prove: se si mettono insieme tanti di questi indizi non si fa una prova.

Alla fine quindi non si è molto lontani, nella prassi, dal mettere sotto tortura l’imputato senza

alcun motivo. Si pensi alla fama, buona o cattiva: non è una prova (tizio potrebbe avere una

cattiva fama, ma in concreto non aver commesso il reato), ma può essere un indizio, che in

teoria da solo non potrebbe bastare per condurre alla tortura, ma che alla fine era un elemento

facilmente determinante.

Per arrivare alla prova si usava quindi un sistema molto pragmatico, che metteva insieme

tante prove semi-piene per farne una piena.

L’imputato, dopo aver confessato sotto tortura, dovrà poi confessare anche fuori tortura,

perché se no resta il dubbio che abbia confessato per far cessare la tortura.

Se il soggetto è innocente e viene messo sotto tortura, inizialmente resiste e nega di essere

colpevole. La tortura va avanti e ad un certo punto cede e confessa. Ma poiché è innocente,

finita la tortura, tende a riploclamarsi innocente. Questo lo riporta alla tortura, perché bisogna

ottenere che egli si ponga sempre sulle stesse affermazioni, sotto tortura e fuori da essa.

Sotto tortura sicuramente confesserà, ma poi si riploclamerà innocente.

Quelli che sperano quindi di riuscire a proclamarsi innocenti si devono quindi arrendere

all’idea che l’unico modo per “uscirne” (essendo poi condannato), è dichiararsi colpevole.

È quindi un circolo infernale. 25

È per questo che viene criticata tutta questa crudeltà inutile, a prescindere dai singoli istituti

(che, se visti da lontano, non sembrano così sbagliati). Alla fine, la critica di Beccaria,

del Verri e di tutti gli altri ha funzionato.

La tortura non c’è solo tra i medievali, ma la tortura esiste anche a Roma, tant’è che ci

sono alcuni titoli ad essa dedicata, i De questionibus: uno nel digesto (libro 48 titolo 18)

e uno nel codice (libro 9 titolo 41).

Non sono però troppo utili, perché sono frammenti e leggi che mirano a risolvere aspetti contingenti,

concreti, e che quindi non offrono una vera rappresentazione complessiva dell’istituto “tortura”.

Poi, effettivamente, il processo medievale e moderno è talmente diverso che quelle norme,

sono sì citate dai giuristi dell’epoca, ma non vengono applicate in toto.

Una precisa dettagliata disciplina della tortura non la si trova. La tortura avviene prima e

fuori dal processo, durante le indagini, e non c’è nessuna norma che la preveda e la legittima.

La tortura tutti la applicano, ma non viene disciplinata e procedimentalizzata.

Nell’ottica del processo di diritto comune, disciplinare la tortura significa limitarla.

E questa attività di regolamentazione è ritenuta superflua.

In realtà, fino all’epoca moderna, i giuristi non se ne occupano, nonostante essa sia un

caposaldo della prassi giudiziaria di tutta Europea: non viene disciplinata ma non viene

nemmeno presa in considerazione per una riflessione giuridica o filosofica al riguardo.

Essa non turba le coscienze, e i doctores se ne disinteressano.

Solo nel 500 compariranno finalmente le practices criminales, la descrizione dalla A alla Z

degli atti che si compiono nel processo.

Così come non se ne occupano i giuristi, non se ne occupano nemmeno gli statuti:

è rimesso tutto alla prassi, a quello che, in concreto, processo dopo processo, viene usato

per mandare avanti il processo.

Per primi se ne interesseranno non tanto i giuristi, né i professori né i pratici, ma i MEDICI,

agli inizi e agli albori di quello che diventerà poi la medicina legale.

Il medico, fino al 500 ed oltre, è innanzitutto un fisicus, cioè un laureato che ha una

formazione filosofica, perché l’idea è che, per capire come funziona il corpo umano, ci vuole

un sapere che, prima che scientifico, deve essere filosofico.

In epoca medievale quindi i medici sono ancora molto legati al sapere classico.

Tra la fine del 500 e l’inizio del 700 invece la medicina comincia ad essere un po’ meno

filosofica e un po’ più sperimentale.

Filippo II, nel momento in cui voleva creare una nuova facoltà di medicina a Napoli,

contrapposta a quella di Bologna, prescrive che i corsi debbano innanzitutto constare di

alcuni anni dedicati alla filosofia, e questo è un modello che rimane nei secoli.

Solo nel 500 si cominciano a fare esperimenti sui corpi, cominciano ad essere costruiti dei

teatri anatomici, cioè delle aule in cui al centro in basso c’è il tavolo su cui si esegue

l’autopsia, e in alto lo spazio per gli studenti per poter vedere come funziona.

Il vero salto di qualità della medicina moderna si ha solo in pieno 700.

Tra fine 500 e 600 però appare una cosa interessante: ci sono alcuni pratici che sanno bene

che ci sono dei punti di contatto tra medicina e diritto, soprattutto nei processi penali

(es. bisogna capire se una ferita ha causato la morte o no).

Da qui nasce la medicina legale. Quello che si suole indicare come primo medico legale,

è Paolo Zacchia (nato nel 1584), un medico che opera nella prima metà del 600.

Non è un professore ma un pratico: è il capo-medico dello stato della Chiesa.

Egli redige delle quaestiones medico-legales, affrontando a 360° tutti i temi possibili che

possono interessare la medicina e il diritto.

Egli è un medico ma si è dotato di una buona conoscenza del diritto, e nella sua opera

(pubblicata nel 1621) cerca di mettere dentro tutto il suo sapere.

Nel 1621 viene pubblicato il primo libro, ma negli anni successivi ne escono 10. In realtà

sono 8, e poi ci sono altri 2 libri dedicati a dei responsa, cioè dei pareri medici che lui ha

dato su temi di medicina legale. E poi ci sono decisioni della sacra rota romana, dove

siedono i migliori giuristi dell’epoca (scelti e chiamati da tutti i paesi della cristianità), che è il

tribunale supremo dello stato della chiesa ma anche del diritto canonico, che è universale. 26

Quest’opera fornisce il meglio della conoscenza legale, e una parte di quest’opera è

dedicata proprio alla tortura.

Il medico dovrebbe avere il compito di lenire le sofferenze, eppure la tortura non smuove le

coscienze, è pienamente legittimata, e il medico ha solo il compito e il problema di

consentire il raggiungimento migliore di quei risultati: fare in modo che il torturato confessi,

ma che non muoia.

Il medico è totalmente interno al sistema, non lo contesta: ha solo il compito di farlo

à funzionare nel miglior modo possibile.

La tutela della vita dell’imputato in realtà si rivela funzionale alla tutela della vita del giudice,

perché se l’imputato muore il giudice viene punito penalmente, perché ha male utilizzato

i suoi poteri inquisitori.

Il giudice ha quindi tutto l’interesse ad essere presente, e ha l’interesse che siano presenti,

oltre al notaio, che deve attentamente verbalizzare tutto ciò che accade, anche il medico, proprio

per garantirsi relativamente ad una sua eventuale responsabilità per la morte dell’imputato.

La tortura quindi non è nient’altro che un’inflizione di un male fisico in vista di ottenere la

piena confessione dell’imputato.

In realtà, non è detto che si arrivi sempre e comunque alla tortura. E questo per una banale

ragione di economia processuale, più che per evitare il male all’imputato.

TIPI PIÙ DIFFUSI DI TORTURA

I tipi normalmente in uso di tortura, in Italia ma non solo, all’inizio dell’età moderna sono 4,

dice ZACCHIA:

1. Il primo, più diffuso, è quello della corda o della fune. Si prende il torturando, lo si denuda

(in modo che sia inerme), lo si rade (perché si teme sempre che abbia nascosto da

qualche parte qualche scritta magica che gli permetta di resistere al dolore), lo si lega con

le mani dietro alla schiena, e si passa una corda che dalle mani va al soffitto: viene quindi

lasciato lì, issato, per qualche ora. Se si ha fretta l’imputato viene interrogato.

Se è reticente, c’è sempre la possibilità di muovere la fune o di dare dei tratti alla fune

(la lussazione degli arti in questo caso è garantita).

Se il soggetto resiste viene slegato, e riportato alla cella e, a discrezione del giudice, può

essere sottoposto di nuovo alla stessa tortura (normalmente, dopo la 2-3^ volta tutti cedono).

Si tratta di un metodo incruento (non c’è spargimento di sangue), ma che è sicuramente

dolorosissimo, e molto spesso l’imputato ne esce con lesioni permanenti.

2. La veglia. L’imputato viene denudato, rasato e di nuovo legato con le mani dietro alla

schiena, ma non viene appeso, bensì posto sopra un cavalletto.

Viene legato anche con una fune al torace, che viene bloccato ai lati della stanza.

Il nome veglia sta a dire che viene lasciato lì impedendogli di addormentarsi.

3. Il sistema della stanghetta. Si prendono dei pezzi di metallo concavi e si stringe con essi

la caviglia del soggetto, progressivamente, man mano che viene interrogato e non

risponde (rimarrà facilmente azzoppato a vita).

4. La modalità delle cannette. È un tipo di tortura riservata soprattutto alle donne e ai ragazzini,

perché un po’ meno grave. Si prendono le dita delle mani e si passa tra le dita una funicella

avente dei nodi e delle cannette che viene stretta progressivamente (facendo perdere l’uso

delle dita permanentemente).

Sono tutti metodi dolorosissimi ma con cui si cerca di evitare che l’imputato muoia.

Ma ciò può accadere, perché naturalmente la condizione di ciascuno è diversa (es. è un

uomo, una donna, un vecchio, un bambino, ecc). Ecco che entra in gioco il medico.

Ci possono essere singoli condizioni del soggetto che portino il medico a sconsigliare l’utilizzo

di un certo tipo di tortura (es. donna incinta o che ha da poco partorito, anziani decrepiti).

Il medico consiglia quale metodo usare e per quanto (es. se l’imputato diventa

à cianotico è meglio interrompere la tortura). 27

GRADI DI TORTURA

Oltre ai diversi tipi di tortura, ci sono poi diversi . Ma è tutto non

scritto, non c’è un testo di legge che prevede questo: è tutto rimesso alla prassi e alla

sensatezza degli operatori.

Il medico può quindi intervenire per evitare che si arrivi al danno irreparabile della morte.

Da un lato, i gradi della tortura sono divisi, a seconda degli autori, in 3 o 5, per altro

verso,

si ritiene che già una prima forma di tortura sia la minaccia della tortura, che è la fase

della territio (che a volte è sufficiente per ottenere il risultato), cioè l’atterrimento del soggetto

che sa di essere in balia dell’inquisitore e di non avere chances (se questo non basta

si passa alla tortura vera e propria).

L’imputato è nelle mani dell’inquisitore senza sapere di cosa è accusato: la tortura si

colloca infatti nella fase inquisitoria, coperta dal segreto.

Solo nel momento in cui tale fase è conclusa e sono stati raccolti tutti gli elementi di prova,

quando ormai l’esito del processo è già precostituito al 98%, termina la fase coperta dal

segreto, e quindi, in un simulato diritto di difesa, si comunicano all’imputato i capi d’accusa,

dandogli modo eventualmente di esaminare e contestare le prove raccolte.

Addirittura la difesa potrà interrogare i testimoni, presentando delle positiones, ossia delle

domande che gli potranno essere sottoposte (di modo che il tutto venga standardizzato,

tant’è che sembra sempre di leggere la stessa cosa: non c’è spazio per la spontaneità),

e tutto ciò viene verbalizzato dal notaio.

Alla fine il giudice tira le fila. Ma se il processo comincia, rarissimo che la sentenza non

sia una sentenza di condanna, e questo spiega il perché della tendenza degli imputati di

fuggire e sottrarsi al processo: da un lato, perché fuggire è abbastanza facile e agevole dal

punto di vista pratico, dall’altro, perché vi si viene spinti dal momento che in realtà

il diritto di difesa è praticamente inesistente, ed è difficilissimo scamparla. 28

IL PROCESSO

Oggi l’idea a cui siamo abituati è: viene commesso un reato, parte un processo per stabilire

chi è il colpevole e qual è la pena da infliggergli.

Ma nel mondo tardo medievale e della modernità, il processo penale di accertamento del

fatto e della responsabilità di un imputato già presunto reus non è l’unica possibilità.

LA VICENDA PUÒ PRENDERE ALTRE STRADE.

1. La vicenda può prendere strade alternative al processo, che può non partire proprio.

Il processo potrebbe non partire proprio, perché le parti arrivano ad una pace fuori e

prima di esso.

Questo è perfettamente coerente con quell’idea (che non viene mai sconfessata:

è recessiva ma presente) del rito accusatorio in cui c’è un privato (la vittima o i suoi parenti)

che fa partire il processo e ne è dominus, tanto da poter far cadere l’azione penale

se egli arriva ad una composizione con la vittima in corso di processo.

Questa è una soluzione utile: è economica perché si risparmia attività processuale (si evita

il processo), e il potenziale conflitto all’interno della società viene subito ricomposto, perché la

vittima trova un modo per riappacificarsi con chi ha commesso un crimine nei suoi confronti.

Al processo non si arriva perché c’è una composizione tra le parti, che può avvenire

prima e fuori dal processo che non parte, o durante il processo. Composizione significa che

si arriva ad una pace, che la vittima accetta di concedere il perdono a chi ha commesso il

reato, e quindi si arriva ad una pacificazione delle parti che in sostanza è quello che

accontenta anche l’istituzione pubblica.

Normalmente questo non è svincolato da una pena, pena che però assume la forma del

risarcimento della vittima: quando si ha una composizione dei soggetti al di fuori del

processo, si concede sì il perdono, ma ciò è di norma accompagnato dal pagamento di

una somma di denaro, previsto di solito già dalle norme (ci sono già nell’editto di Rotari).

Difficile tuttavia distinguere se questa somma costituisca una forma di risarcimento o una

forma di pena: probabilmente ha un po’ dell’uno e un po’ dell’altro.

Questa attività di composizione si formalizza in atti solenni, con cui si concede la pace,

à ma si formalizza anche attraverso la corresponsione di denaro:

È un approccio già alto-medievale ma che permane nel passare dei secoli

(fino a dopo la rivoluzione francese).

Gli statuti vengono aggiornati circa ogni 40-50: ad un certo punto si smette di aggiornarli,

circa a metà del 400. Questo vale essenzialmente per le città, che hanno una

storia di compilazione degli statuti secolare, a partire già dal 1100.

La città non si determina sulla base dell’entità demografica: la città è il luogo dove risiede

il potere politico, in particolare il palatium, nonché le diocesi, la chiesa cattedrale dove sta

il vescovo, in quanto, in un periodo in cui il potere politico è debole, vi è un forte potere

ecclesiastico. Di solito il dato demografico e la sede del potere vanno di pari passo:

le diocesi e i palazzi sono nelle città più popolose.

Ma nella prima età moderna, ci sono piccoli centri abitati che pian piano crescono,

e decidono quindi di mettere per iscritto i loro statuti.

Per le loro qualità di “quasi città” arrivano anch’essi a dotarsi di statuti: non c’è una differenza

dal punto di vista qualitativo rispetto a quelli delle vere città, però ci si arriva secoli dopo.

I piccoli centri più periferici, economicamente e politicamente meno rilevanti, finiscono col

dotarsi di statuti scritti circa 2 secoli dopo rispetto alle vere e proprie città.

Il fatto che si smetta di aggiornare gli statuti, non significa che essi smettano di avere

vigenza: essi infatti continuano ad essere vigenti anche nei secoli successivi, fino ad oltre

la rivoluzione francese (es. finché a Verona c’è la serenissima, che crolla dopo la

rivoluzione francese, il vecchio ordinamento chiamato “ancienne-regime” resiste. Lo

stesso vale per lo statuto di Trento, che rimane in vigore fino all’inizio dell’800, in cui si fa

riferimento appunto a queste somme che possono essere pagate per evitare il processo).

29

2. A parte la composizione, che è un modo formalizzato (ci sono norme di legge che lo prevedono),

c’è un terreno grigio che riguarda una serie di conflitti che hanno rilevanza giuridica anche per

quanto riguarda l’aspetto penale, ma che non sono di non enorme rilievo in realtà

(es. ingiurie, percosse; non furti, omicidi).

In questo ambito, per tutto il medioevo e oltre, si sviluppa quello che la storiografia ha

definito come l’ambito della infragiustizia.

È un ambito nel quale i conflitti (in atto o potenziali) vengono risolti senza il ricorso

all’intervento dei poteri pubblici: vengono risolti tra privati, indubbiamente al cospetto

della comunità, ma senza attingere alle regole consolidate del diritto, siano essere

scritte o orali (consuetudinarie).

È una zona grigia dove si evita la stessa emersione del diritto.

à

Gli studi sono stati ad es. compiuti sulle piccole comunità delle zone alpine. Analizzando

tali sistemi, si sono trovati dei dati costanti.

Nel passato remoto, ma ancora fino ad un recente passato, in una serie di casi, il diritto

con la D maiuscola, anche se consuetudinario e orale, è un diritto che viene percepito

esterno alla comunità, un qualcosa che non c’è bisogno di scomodare.

La giustizia si realizza qui nelle pieghe del diritto ufficiale, attraverso accordi brevi manu

che vengono adottati tra persone che si conoscono da sempre, e che interagiscono

facilmente in queste piccole comunità sostanzialmente statiche.

In questi modelli di interazione statici, tutto sommato, se non si arriva a punti di rottura

rilevanti, i problemi si risolvono senza arrivare al diritto vero e proprio.

Perché non considerare queste regole diritto?

L’idea è che queste regole elementari si possano in realtà, una volta individuate,

riscontrare in tutte le comunità. Tuttavia, è vero che a livello basico ci sono dei modelli di

interazione che vanno bene ovunque, ma è vero anche che occorre individuare degli

elementi di differenziazione propri di ogni comunità.

A livello comunitario, in queste comunità tendenzialmente chiuse e statiche, il ricorso

à al diritto, e quindi anche il processo, è sentito come un qualcosa di estraneo, di cui si

fa volentieri a meno. È un livello talmente basso che pare diseconomico richiedere

l’intervento dello Stato.

Escluse queste due ipotesi (composizione delle parti e infragiustizia), IL PROCESSO INIZIA:

in ogni caso, non è detto che si arrivi alla sentenza (che 9 su 10 sarà di condanna, perché

c’è la presunzione di colpevolezza e ci sono i mezzi per far confessare chiunque),

e non è nemmeno detto che la sentenza venga per forza applicata.

Il processo, tutto l’insieme di attività giuridiche che mirano alla persecuzione del reato

à È SOLO UNA POSSIBILITÀ, NON È MAI NECESSITÀ. 30

PLURALITÀ DI

Ulteriori complicazioni sono date dalla presenza di una

GIURISDIZIONI , che fino alla rivoluzione francese non viene sanata e che solo autori

come Beccaria, nella seconda metà del 700, arrivano a teorizzare come qualcosa di

sbagliato e intollerabile.

Esiste sì la giustizia pubblica del sovrano, ma esistono anche altre giustizie concorrenti,

à anche in campo penale: la giustizia canonica, la giustizia feudale, la giustizia signorile locale.

Abbiamo quindi a che fare con una ripartizione di competenze che si riverbano anche

sulla giurisdizione penale.

L’ORDINAMENTO CANONICO, cioè l’ordinamento giuridico della chiesa cattolica, è

alternativo a quello civile, e ha un proprio diritto penale (ci sono reati previsti proprio dal

diritto canonico), non necessariamente in via esclusiva (talvolta, ciò che viene qualificato

come crimine nel diritto canonico, è tale anche nel diritto laico: la sodomia, l’adulterio, lo

stupro): c’è quindi un raddoppio di normativa in tal senso.

C’è quindi una serie di delitti previsti dal diritto canonico ma che sono reati anche per il diritto laico.

Per tali delitti si può andare indirettamente di fronte sia al giudice/foro canonico (il vescovo,

anche se di solito chi giudica è un vicario vescovile che ha le deleghe per l’esercizio della

giurisdizione) che al giudice/foro laico: sono i c.d. reati di misto foro.

Non c’è un criterio per stabilire se si finisce di fronte ad un foro o all’altro: essendo i fori

concorrenti, vale il principio per cui laddove si incardina il processo, il processo prosegue.

Rispetto ai reati di misto foro c’è una concorrenza tra giudice laico e giudice canonico.

à

All’interno della giustizia laica poi, non c’è solo la giustizia ordinaria del re, ma ci sono anche

una serie di giurisdizioni a livello locale che fanno concorrenza a quella ordinaria del

principe: ad esempio, la GIUSTIZIA FEUDALE.

Il signore feudale, in realtà non necessariamente, però di solito dispone anche di poteri

giurisdizionali: egli esercita la giurisdizione nei confronti dei suoi vassalli, in quanto primo

detentore di poteri di natura pubblicistica che quelle persone incontrano.

Tali poteri il signore non li ha in quanto tale, ma, quando è ai livelli più alti della piramide

feudale, è quasi inevitabile che ricevere queste enormi estensioni di terreno lo renda titolare

di poteri pubblicistici: da un lato di riscuotere le tasse, dall’altro di esercitare la giurisdizione,

anche penale. Ci vorrà la rivoluzione francese per rompere questi sistemi.

Dalla giurisdizione feudale si differenzia la GIURISDIZIONE SIGNORILE: qua si parla di signorie

fondiarie, di latifondisti (persone che non hanno ricevuto tante terre dai signori feudali, ma che

sono semplicemente proprietari terrieri), per cui ci sono persone che vivono sulle loro terre.

Di fatto, al contadino non interessa che io sia il signore feudale o il signore fondiario locale,

in ogni caso se vuole giustizia si rivolgerà a me: l’alternativa sarebbe rivolgersi ad un funzionario

pubblico, che dispone per delega dei poteri del conte, che a sua volta dispone di quei poteri per

delega dell’imperatore. È quindi normale che il contadino che sta sul territorio di qualcuno

(sia esso il signore feudale o il proprietario), si rivolga a costui per ottenere giustizia.

In sostanza, il signore feudale e i proprietari terrieri esercitano la giurisdizione sulle

proprie terre, giurisdizione anche penale (talvolta limitata ai reati meno gravi), garantendo

un esercizio della giustizia più immediato ma non meno giusto, ovviamente secondo regole

non scritte, ma secondo regole consuetudinarie che vigono in loco.

È una giustizia locale a livello intermedio che si serve normalmente di norme

à consuetudinarie non scritte che lasciano molto spazio a poteri equitativi e pertanto arbitrari.

31

Supponiamo che il giudizio vada avanti fino alla decisione finale davanti ad un giudice locale

che esercita la giustizia in nome o per conto del principe sovrano.

PENA

Il giudice emette la sentenza e con la sentenza fissa la (rarissimo che il processo

si chiuda con una assoluzione).

La pena è una delle cose che più sta nell’arbitro del giudice. Anche se previste dalla

legge, il giudice in realtà può intervenire, cambiandole: aumentandole, ma più solitamente

diminuendole (visto che spesso e volentieri è prevista la massima pena: la pena di morte).

Il giudice si arroga il compito di valutare la gravità del reato in concreto (senza uno

à straccio di riflessione sulle aggravanti, sulle scriminanti, sulle attenuanti, ecc: nessuno

scrive al riguardo). In ciò non si vede nulla di iniquo, ma qualcosa di indispensabile.

Ma anche quando la pena è fissata dal giudice, a questo punto si possono comunque

esperire dei rimedi diversi e alternativi, che ancora una volta mettono in discussione tutto

GRAZIA

il processo. In primis la .

La grazia è da sempre uno degli attributi della regalità e sovranità: è possibile concedere

la grazia solo a chi è reo confesso e solo alla fine del processo (si può graziare solo il

colpevole condannato). A tal punto, invece di applicare la sentenza, interviene l’autorità sovrana

che, in virtù dei propri poteri che vanno al di là del diritto positivo, annulla tutto, o meglio:

si prende atto che quel reato è stato commesso e che è prevista quella pena, ma, in base a

considerazioni politiche e meta-giuridiche, il sovrano ritiene di poter concedere la grazia,

mandando dunque indenne il colpevole legittimamente sanzionato.

N.B. L’appello, l’impugnazione della sentenza, è un caso eccezionale: la sentenza di

solito non viene impugnata, fa stato e sta ferma, salvo che per difetti o elementi palesemente

di illegittimità. Le sentenze usualmente non sono motivate. Non indicando i motivi della

decisione, è chiaro che viene meno una possibilità di contestarla. E infatti, viene detto

espressamente che la mancata motivazione è prevista apposta per impedire la contestazione:

questo perché giudicare significa esercitare un potere sovraordinato rispetto a chi viene

giudicato, e mettere in discussione una sentenza pare in contrasto con la logica del sistema.

Per questo motivo si ricorre a questo strumento extraprocessuale, la richiesta della grazia: la

differenza rispetto all’impugnazione della sentenza sta nella totale discrezionalità del sovrano,

che decide sulla base di criteri che non sono scritti nel diritto positivo.

Le sentenze non sempre vengono emesse, e le sentenze emesse non sempre

à vengono applicate. Questo dà in parte ragione di quella estrema gravità delle pene

che vengono previste: infatti, la pena, che deve fare un po’ da deterrente, è gravissima,

ma non sempre la si eroga (non sempre si arriva a sentenziare, e anche quando la

sentenza è emessa può intervenire la grazia). CONTUMACE

La sentenza può essere emessa, ma può essere emessa anche contro il

(ipotesi per noi oggi molto residuale): qui non è la regola, ma è un evento statisticamente rilevante,

che spiega perché, per un verso, le pene sono fissate tendenzialmente al massimo, proprio

perché devono spaventare, sapendo che poi facilmente non si arriverà alla condanna,

perché è estremamente facile per l’imputato fuggire (e quindi non essere presente nel

processo e per l’applicazione della pena).

In questo caso, tutto quello che si ottiene è che il presunto criminale si sia allontanato e

quindi non possa più nuocere nel territorio dello stato: egli è infatti condannato al bando,

per cui, essendosi egli sottratto all’applicazione della legge, non è più cittadino dello stato,

e se rientra è privo di qualsiasi protezione e può essere impunemente ucciso di chiunque

(pena gravissima proprio perché quella della fuga del condannato è una ipotesi frequente).

Se torna: o l’applicazione della sentenza, o la messa a morte da parte di chiunque.

à Si condanna in sostanza ad essere esule a vita. 32

BANDO

Anche l’istituto del va visto nel concreto: è un istituto sicuramente pesante, che

riguarda un numero non basso di imputati, e che ha delle conseguenze gravi.

In realtà però, quella di fuorilegge è una posizione grave che permette una via di uscita:

non è detto infatti che il bando sia perenne.

La prima è quella della pace che si riesca ad ottenere dalla vittima del reato: il bandito può

operarsi, pur sempre rimanendo al di fuori del territorio, per ottenere il perdono della vittima.

La pacificazione privata viene infatti accolta e favorita dall’ordinamento.

Il bandito può quindi chiedere il perdono ed ottenere la pace a distanza di tempo

(magari subito non si riesce ad ottenerlo).

Non è però detto che se ottiene il perdono, il bando venga tolto e la condanna venga

rimessa, perché a quel punto ormai la sentenza di condanna è stata emessa. TUTTAVIA,

a meno che non ci siano motivi politici che inducano il principe a negare la revoca del bando,

normalmente si è reintegrati nel proprio status originario.

Nella sua applicazione formale il bando è gravissimo, ma nella sua gestione lo è meno di

à quanto possa sembrare. 33

I CONSILIA DI BARTOLOMEO CIPOLLA (1450-1475)

Le norme statutarie 300esche restano vigenti nei secoli, anche quando ci sono nuove

redazioni. Questo è l’opposto logico del codice, che abroga e si sostituisce al precedente.

Il Cipolla è un precorritore, perché, nella seconda metà del 400, si occupa in maniera

abbastanza frequente del diritto criminale (mentre gli altri non l’hanno fatto).

Ci sono anche delle repetitiones, cioè delle trattazioni specifiche di singole materie (così come c’erano

delle quaestiones, per individuare problemi particolari sui quali valeva la pena soffermarsi): sono

occasioni solenni con le quali il docente mette a fuoco un discorso, sapendo di potersi dilungare.

Queste repetitiones sono abbastanza precoci: quando ancora non è professore a Padova

ma tiene corsi privati a Verona, tiene queste repetitiones.

Si dedica poi anche alla stesura di consilia criminalistici (raccolti a parte), il che in

quest’epoca è raro: ce ne sono non 1-2, ma decine. Se ne conservano in particolare 80

(anche se sono sempre pochi rispetto alla mole privatistica).

Siamo nei primi anni 70 del 400. Non c’è una data certa, perché tali consilia si hanno man

mano che vengono chiesti. Il consilium è infatti un testo che viene redatto a richiesta del

giudice durante il processo in corso.

Il giudice infatti, prima di dare la sentenza, vuole essere sicuro di non sbagliare, oltre che

perché tiene alla giustizia, ma soprattutto per evitare il c.d. giudizio di sindacato una volta

che la carica sarà scaduta.

Quando il giudice cessa dalla carica (che dura di solito massimo un anno), è previsto che

l’attività del magistrato uscito di carica, i suoi atti, vengano posti a sindacato: si va a verificare

se gli atti che ha compiuto sono secundum legem, legittimi, o se ha violato la normativa vigente.

In quest’ultimo caso, le parti che ritengono di essere state danneggiate illegittimamente,

possono farsi avanti in questo giudizio di sindacato.

La sentenza quindi non è facilmente impugnabile all’interno del processo, però c’è questo

modo surrettizio per ottenere giustizia ove la sentenza non sia legittima.

Il giudice ha tutto l’interesse ad emettere una sentenza che sia impeccabile.

à

Tendenzialmente, l’idea è che il giudice che incorre nel giudizio di sindacato, nel senso

che questo ha nei suoi confronti esiti negativi, è sottoposto ala pena del contrappasso:

rischia quindi di essere sottoposto alla stessa pena che ha comminato alla parte danneggiata

(per cui in campo penalistica rischia di essere molto seria).

Il podestà, per cercare di sedare in qualche misura la lotta per fazione che infesta quasi

tutte le città italiane, viene individuato in un soggetto straniero, un magistrato esterno:

c’è infatti il rischio per cui, quando una fazione prende il potere, si rivalga sulla fazione

soccombente, con una serie di vendette reciproche che chiaramente non hanno nulla a che

vedere con il buon governo.

È un po’ una foglia di fico, perché chiaramente la fazione che governa sceglierà un

magistrato di una città in cui governa quella stessa fazione. Però, in ogni caso, il fatto che

sia un forestiero in qualche misura evita che ci siano delle vendette eccessivamente gravi.

In secondo luogo, di solito, questi soggetti sono degli uomini politici, ma si comincia a

ritenere che se sono degli esperti della pubblica amministrazione, dello stato, non c’è niente

di male: si sceglieranno quindi i giuristi, coloro che hanno studiato giurisprudenza.

Il podestà quindi arriva per un anno, è forestiero e dottore di giurisprudenza. Ovviamente

non arriva da solo, arriva con la sua squadra, perché gestire una città 400esca è ormai

complesso e complicato.

Ci sono quindi queste squadre di giuristi che girano l’Italia.

La giurisdizione la dovrebbe esercitare il podestà, ma, non potendo egli far tutto, la delega

ad altri, ossia ad uomini di fiducia venuti anch’essi da fuori: gli assessori.

L’assessore è quindi colui che deve giudicare del maleficium, cioè dei crimini.

Per quanto si sia cercato, chiamando gente fuori, di abbassare il livello dello scontro,

c’è il rischio che la sentenza sia precostituita, in quanto il podestà e tutti i suoi uomini sono

chiamati dalla fazione che governa: se dunque il condannato appartiene all’altra fazione

rischia di essere condannato ingiustamente.

Bisogna dare garanzie di imparzialità.

à 34

L’imparzialità è un qualcosa di interno al giudice, che quindi non si può garantire a priori.

La si può però favorire, e ciò si fa normalmente garantendo la terzietà e l’indipendenza.

Nonostante i giudici siano dei doctores, sono pur sempre dei pratici, scelti perché

politicamente collegati a chi detiene il potere in quel luogo.

L’assessore che su delega del podestà giudica sul maleficium, è un doctor iuris per cui sa

à cosa sta facendo, ma non ha le capacità tali da tacciare qualsiasi contestazione.

Bisogna evitare che la giurisdizione sia esercitata in modo parziale, perché altrimenti il sistema

non può funzionare bene. Ecco allora che si sceglie, così come si è deciso di chiamare un

podestà esterno, di chiamare un soggetto estraneo al processo: il giurista consulente,

un giurista che non può essere politicamente targato, ma un giurista di chiara fama.

Quindi, per quanto possibile, un professore universitario.

Il giudice, quando richiede il consiglio al giurista consulente, cerca così di sanare la

carenza di legittimazione sostanziale della sua giurisdizione: l’assessore del podestà ha

infatti la legittimazione formale piena a decidere, ma rischia di essere azzoppato sul piano

sostanziale, perché è sentito parziale il sistema.

Sono i giudici per primi a chiedere i pareri di un giurista estraneo, addirittura di un’altra città,

à che non conosce le parti (tant’è che in questi consigli spesso non vengono neanche indicati

i nomi delle parti), il che è garanzia di indipendenza: egli dunque accerta il fatto, stoppa il

processo e rimette il problema ad un giurista esterno (ovviamente se ha i soldi per farlo).

Il professore universitario gli renderà il consilium: non sarà un parere preventivo ed esterno

al processo, ma un parere dentro al processo, al giudice.

PROBLEMA. Quando questo sistema si diffonde, le parti capiscono l’antifona: se il giudice

ritiene di non essere all’altezza della situazione, e per evitare il problema rimette il caso ad

un altro, le parti stesse possono allora sottoporre delle questioni ai giuristi, ove siano

particolarmente reputati dal punto di vista scientifico (pur sempre pagando).

Questo paradossalmente, ridà discrezionalità al giudice.

Quando il giudice chiede il consilium, non sta scritto da nessuna parte che debba per forza

applicarlo. Tuttavia, dal momento che sono stati spesi dei soldi pubblici per avere questo

consiglio, non è obbligatorio ma è nella logica delle cose che egli segua il consiglio richiesto.

In questa maniera si sgrava delle responsabilità, ma il suo potere rimane molto limitato.

Nel momento in cui sono le parti a fornirgli ciascuna il consilium che sono andati a

procurarsi, il giudice smette di chiedere il proprio (così risparmia anche denaro pubblico),

e riacquista spazio di manovra: egli infatti si troverà davanti sicuramente a due consilia, e,

a parte nel caso in cui uno dei due sia dato da un giurista molto autorevole, potrà scegliere

l’uno o l’altro, avendo comunque le spalle coperte (perché non decide lui, ma sceglie solo

quale dei due consigli autorevoli pare più giusto).

Questo innesca anche un problema di deontologia per i professori che danno i consigli:

è ovvio che la parte che chiede il consiglio e paga si aspetta ovviamente che il consiglio

“gli dia ragione”, ma il giurista non deve dargli ragione a prescindere, perché se il consiglio risulta

palesemente parziale, il giudice sceglierà l’altro consiglio e sarà svilito nella sua autorevolezza.

Il giurista deve fare un lavoro di equilibrio: non può dare una soluzione contraria alla parte

à che chiede il consiglio, ma non può nemmeno arrivarci in maniera smaccatamente partigiana.

Se lo sa fare, ci sono buone probabilità che il giudice scelga il suo consiglio e non l’altro.

Questo spiega un altro aspetto dei consilia: per quanto il professore sia autorevole, la sua

opinione rimane sempre un’opinione, come tale contrastabile per definizione, se ci sono

argomenti validi, dall’altro giurista.

Allora, come garantirsi che il proprio consilium prevalga su quello dato dall’altro giurista?

I due giuristi non sono avversari, sono esterni al processo, però di fatto è normale che si sostengano

tesi opposte. Invece di scrivere un consiglio originale, si scrive un consilium fondato sulla tradizione.

Non si cerca l’originalità ma la coralità: questo è il presupposto della communis opinio doctoris.

à Il singolo può sbagliare, la comunità no. I consilia diventano quindi progressivamente ripetitivi:

viene dato il consiglio e, per avallarlo, si elencano i vari autori (fra i giuristi di pari fama,

è la quantità che prevale).

Questo è il meccanismo del consilium, anche in campo penalistico, anche se in misura più ridotta.

35

Non ci sono manuali di diritto penale: quelli che ci sono non sono fatti da storici del diritto

ma da storici, e non sono un granché.

Nell’affrontare gli 80 consilia criminalistici resi dal Cipolla negli anni 60-70 del 400,

ci si trova di fronte a decine e decine di problemi che nascono della prassi.

Cipolla ha la fortuna di lavorare in concomitanza con la nascita della stampa, e la stampa

di testi giuridici è sicuramente uno dei filoni principali della stampa 500esca.

La stampa a caratteri mobili consente una diffusione capillare dei testi giuridici.

La stampa che abbiamo a disposizione è del 1575, un secolo dopo rispetto la stesura di quei

testi che sono stati stampati a Venezia.

CONSILIA CRIMINALIA : è una raccolta dedicata ai consigli in campo criminale

di Bartolomeo Cipolla, giurista di Verona (i consigli sono locali, ma c’è una relativa

uniformità in ciò che è previsto nei diversi statuti).

Si tratta di consigli chiesti a Padova, ad un giurista di Verona, ma stampati a Venezia

à e acquistati da giuristi di tutta Europa: da un lato, perché c’è una sostanziale uniformità

nell’affrontare il problema penale, dall’altro lato, questa diffusione consolida una maggior

uniformità a livello continentale.

In questo periodo siamo in quella fase in cui non è il giudice a chiedere il consilium ma sono

le parti a presentare ciascuna il proprio. Non si può quindi sapere se il giudice avrà adottato

quello dato dal Cipolla o dall’altro giurista.

Il problema si complica perché manca un fascicolo processuale in cui siano stati raccolti

tutti i fatti riscontrati e gli atti compiuti.

I consilia hanno due modi di sopravvivenza:

- Perché conservato nell’archivio del tribunale (rarissimo, perché quel che conta per il

tribunale è la sentenza) o della parte, che se ne fa una copia (ma dev’essere un grande

archivio di una grande famiglia, perché se no tende a scomparire);

- Perché, astraendo dal caso concreto, è raccolto insieme ad altri per servire come

esempio e modello per altri giuristi che devono stendere altri consilia: il giurista 500esco

che deve pronunciare su un problema non apre né un codice (che non c’è), né lo statuto

(che non contiene norme utili), ma va a guardare se altri giuristi prima di lui hanno

emesso consilia su quello stesso problema/argomento. In questo caso il giurista si

accoda alla soluzione data da altri, magari integrandola con quanto accaduto nel

frattempo, e aggiungendo il proprio parere adesivo.

Peraltro, se non si vuole seguire la soluzione data da altri giuristi, nei consilia si

troveranno comunque elementi per sostenere la tesi opposta.

Questo fa si che questi consilia siano da un lato molto ricchi ed istruttivi, dall’altro ripetitivi.

In quest’epoca non si ricerca l’originalità, ma l’autorevolezza, e l’autorevolezza non la si

raggiunge andando “contro corrente”, ma andando nel solco degli altri.

Alcuni di questi consigli sono particolarmente rilevanti:

CONSILIUM 1. Qua siamo subito proiettati dentro al processo, mancando un codice penale

che dia delle norme generali. Il problema riguarda il favoreggiamento del delitto di omicidio.

Dando per scontato che esiste ovunque il reato di omicidio, ci si chiede “in che modo si può appurare

che qualcuno abbia prestato aiuto o abbia favorito un omicidio, e come si possa punire”.

CONSILIUM 2. Nel caso concreto si hanno dei soggetti armati, verosimilmente partigiani di

colui che ha commesso l’omicidio, che però assistono senza fare nulla. Avrebbero potuto

impedire al reus di uccidere, ma non l’hanno fatto. Sono punibili per favoreggiamento?

CONSILIUM 3. Qui non emerge a primo acchito l’aspetto penale del fatto.

Se colui che è titolare di una servitù di passaggio risponde violentemente a chi gli ha

impedito, violentemente, il passaggio nella via, può essere punito?

C’è una turbativa nell’esercizio del diritto: siccome però l’impedimento avviene

violentemente, da un problema possessorio-civilistico, si passa ad un problema penalistico.

CONSILIUM 4. Può qualcuno introdursi in casa propria armato di nascosto (per insidiare chi

vi è dentro)? È reato o è lecito perché è casa propria? Nella propria perché è ovvio che

nella casa di altri non è possibile. 36

CONSILIUM 5. Il bandito, il fuorilegge che si è rifugiato fuori dei confini dello stato rifiutandosi

di sottoporsi al processo e quindi alle norme dello stato, può essere impunemente ucciso da

chiunque se ritorna nel luogo di provenienza (è prassi comune, scontata per tutti gli statuti).

Il bandito può essere ucciso dalla moglie, dal figlio o da un’altra persona congiunta

(visto che sono sottoposti alla potestà della vittima)?

Es. moglie che uccide, d’accordo con l’amante, il marito, e poi si scopre che lui era bandito.

C’è un’eccezione relativa ai rapporti di subordinazione all’interno della famiglia, che si

à ritengono prevalere: la moglie e il figlio, subordinati alla potestà del marito/padre,

non possono ucciderlo, neanche se bandito.

CONSULIUM 6. Un soggetto è stato bandito, interviene un provvedimento di clemenza,

si revoca il bando. Il bando era un atto solenne. Può essere punito colui che, nelle more della

cancellazione del bando (il bando è stato revocato ma non ancora cancellato), uccide il bandito?

CONSULIUM 7. Qui si ha l’opposto di prima. Il bando è stato cancellato, ma in maniera

illegittima (il bando è stato cancellato ma non doveva essere cancellato).

Quando il bando è stato cancellato illegittimamente, il bandito può essere ucciso impunemente?

C’è poi il problema relativo allo statuto, che prevede che la pena viene attribuita alla parte,

e non al fisco. Il risarcimento va in parte alla vittima, e in parte al fisco. Ovviamente,

se il bandito rientrato nel territorio viene ucciso, la parte del fisco va all’uccisore,

il che è un forte incentivo all’uccisione del bandito.

N.B. Normalmente non c’è la pena detentiva. O c’è la pena pecuniaria, o la pena personale

(amputazione di un arto, fustigazione, ecc).

Nei casi più gravi, accanto alla pena di morte, c’è la pena accessoria (molto rilevante) della

confisca dei beni e del patrimonio. È una pena accessoria che viene prevista in automatico nei

casi dei reati più gravi. La confisca serve proprio perché non è propriamente indirizzata al

criminale (che tanto probabilmente perde la vita), ma è un deterrente che mira a danneggiare

non tanto il reus ma la sua famiglia (perché non “erediterà” il patrimonio dell’ucciso).

Alla fine è una sorta di responsabilità oggettiva, perché va a colpire non chi ha commesso il

crimine ma i suoi congiunti, del tutto estranei al crimine commesso.

Ha una forte capacità deterrente, perché sovente il criminale è disincentivato a commettere il

reato più per il timore di lasciare i propri famigliari privi di mezzi per vivere, che per il timore di

perdere la vita, visto che la pena di morte e la pena personale sono in un certo senso “eventuali”

(può chiedere la grazia, o se proprio scappare). La confisca invece è automatica e c’è sempre.

Questa confisca è considerata dagli illuministi come Beccaria inaccettabile, una crudeltà

inutile. La leopoldina la eliminerà.

CONSULIUM 8. Il crimine è stato commesso in un certo luogo, ma c’è un problema di distretto,

perché ci sono delle fasce territoriali assimilabili, in qualche misura, al territorio cittadino.

In questa fascia “grigia”, in che condizione si trova il bandito? Può essere ucciso o no?

CONSULIUM 17. Il crimine di lesa maestà è un crimine particolarmente grave:

subito dopo l’offesa a Dio, c’è l’offesa di chi lo rappresenta in terra.

È il modo attraverso il quale, nel campo penalistico, lo stato moderno che si sta formando

mette a punto uno strumento fondamentale a difesa del potere costitutivo: anche il puro e

semplice complotto, che però non si è ancora manifestato (difficilmente etichettabile come

tentativo quindi), viene così punito.

Se parte il processo di lesa maestà si arriva, sicuramente, alla sentenza di condanna.

Se è stato commesso si può procedere contro qualcuno che è già morto (che normalmente

estingue il processo penale)?

Bisogna poi verificare se i beni del ribelle possano essere “pubblicati”, cioè confiscati,

incamerati dal fisco (che è elemento deterrente importante perché va a colpire non tanto il

ribelle, ma i suoi famigliari). 37

CONSILIUM 26. Il rapporto di partenza è un rapporto di fabulato: si ha una giovane a

servizio di una casa, e questa donna matura un credito per la sua attività lavorativa.

Nel frattempo però viene messa incinta dal padrone, e si deve presumere che questo, come

normalmente accadeva, sia motivo sufficiente per cacciarla. Lei se ne torna nella casa dove

lavorava di nascosto per prelevare dei soldi o degli oggetti per, dirà lei (perché è colta in

flagrante), rivalersi del suo credito per il rapporto di lavoro. È furto o no?

CONSILIUM 28. Qui si pongono due problemi molto seri.

C’è un uomo morto perché ferito da un altro.

1. Questo omicidio, questa uccisione, è derivata da legittima difesa oppure no? Se siamo

nell’immediatezza dell’azione di solito è legittima difesa (al massimo si potrà parlare di

eccesso di legittima difesa).

2. Ma ancora prima, la ferita che a prima vista ha comportato la morte della vittima, era una

ferita mortale oppure no? Sotto questo profilo emerge l’utilità della perizia medica, perché

se la ferita è idonea a provocare al morte o no non lo può sapere il giudice, ma lo sa

sicuramente il medico, che è l’esperto in materia.

Se la ferita è mortale il soggetto sarà condannato, altrimenti no.

CONSILIUM 29. Qui il problema è lo stesso. È un problema non giuridico ma di fatto (fattuale).

Bisogna capire come si è svolta la dinamica dei fatti per capire se è omicidio o legittima difesa,

e se la ferita è mortale oppure no (le cose cambiano nelle diverse alternative).

Si tratta di capire in concreto come si sono svolti i fatti.

à

Il soggetto viene attaccato, si difende, e con ciò riesce a mettere in fuga l’aggressore.

In questo caso è sfuggito all’attacco ma non c’è l’omicidio, perché l’aggressore è fuggito.

Ma, una volta che il soggetto si è difeso con successo, irato, va a caccia dell’aggressore:

lo incontra di nuovo, lo assale o lo uccide. Questa non è legittima difesa. Cos’è?

La difesa è sfociata nell’uccisione dell’attaccante. Come deve essere punito?

à

La legittima difesa non manda automaticamente indenne chi la invoca: sicuramente,

se c’è di mezzo una legittima difesa la pena va diminuita, ma la tendenza è sempre

comunque quella di arrivare ad un’irrogazione della pena.

A questo punto ecco che scatta l’importanza dell’arbitrium iudicis: il giudice deve irrogare una

pena sensata, in modo da temperare le esigenze di sicurezza pubblica e di mitigazione della

pena (Beccaria e Verni postulano invece che tutto sia già previsto in maniera rigida e

completa dalla legge: ma in un sistema aperto come questo, è chiaro che è necessario che il

giudice supplisca alle scelte che il “legislatore” non ha saputo fare).

Bisogna tenere conto della legittima difesa, però bisogna anche stroncare i

à comportamenti illeciti (vista la difficoltà di accertare la verità e di punire il colpevole).

CONSILIUM 30. Mentre i ragazzi giocano a tirarsi delle pietre, uno rimane ucciso.

Come devono essere puniti? Chi ha provocato la morte non voleva certo uccidere, ma

comunque ha ucciso qualcuno. Per cui: come dev’essere punito e con che pena?

La scelta della pena è importante non solo per la quantificazione, ma anche per il tipo,

la qualità di pena (vista la diversità delle pene possibili: pene personali e pene pecuniarie).

Anche questo è rimesso all’apprezzamento del giudice.

CONSILIUM 31. Qui si comincia a tenere conto di una serie di motivi rilevanti per la

determinazione della sanzione.

L’omicidio doloso è parificato all’omicidio che sia compiuto per “futili motivi”. 38


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Verona - Univr
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliabertaiola di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto moderno e contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Verona - Univr o del prof Rossi Giovanni.

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