Transizione tra Settecento e Ottocento
Possiamo vedere nel passaggio tra Settecento e Ottocento una serie di fenomeni rivoluzionari in cui scorgere le origini del mondo attuale e che portano alla rottura dell’ancien regime, con due fenomeni decisivi:
Rivoluzione industriale
La rivoluzione industriale prese le mosse dalla Gran Bretagna nei decenni 1760-1800 e si estese poi nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. L’invenzione della macchina a vapore, ad opera di James Watt, cambia il modo di produrre, che in precedenza era ancorato a una vita basata sulla terra, e che consente di sfruttare il vapore per creare energia e produrre. Viene utilizzata in diversi settori: agricoltura, attività mineraria, industria, con lo sviluppo di aree industriali e lo sviluppo della classe operaia. È bene sottolineare che si è trattato di un'età cerniera, cambiamento lento - alcuni storici la chiamano Koselleck – anche rivoluzione, sebbene alcuni non vorrebbero chiamarla così poiché si tratta di un periodo.
Rivoluzione politica
La rivoluzione politica esplosa in Francia nel 1789 fu preceduta prima da quella inglese nel 1688, e quella americana tra il 1770 e il 1780. Queste rivoluzioni hanno come principale conseguenza la fine dell’ancien regime, ovvero l’epoca in cui gli illuministi criticano quel regime da loro visto come antico: rapporti feudali, monarchie assolute, rapporto con la terra. Per questo si è parlato di un’età delle rivoluzioni, situata alle origini della contemporaneità: possiamo partire dall’assunto che alle soglie dell’età delle rivoluzioni esistesse già qualcosa di simile a un sistema politico internazionale, cioè un tessuto di rapporti tra le diverse entità politiche “sovrane” sedimentate nei secoli, molte delle quali avevano ormai assunto la forma di Stati.
La nascita del sistema europeo
Gli stati moderni nascono da un lungo processo di disgregazione e dalla successiva riorganizzazione su basi diverse della christianitas medievale, un sistema all’epoca concepito come unitario e organico, come il Sacro Romano Impero (modello già presente in Cina). Fondamentale per il sistema era l’elemento universalistico: unica chiesa e unico impero, quindi il Papa consacrava l’imperatore, l’imperatore proteggeva il Papa; ma tali funzioni di comando erano in continua tensione fra loro. Inoltre, i nobili avevano pretese di controllo di un territorio, avendo ottenuto l’ereditarietà dei possedimenti feudali, che li rendeva di fatto potentati indipendenti. Essi dovevano omaggio a un sovrano lontano, di cui avevano ottenuto l’investitura del loro feudo.
In questo spazio di unità e distinzione di potere nasce il processo che porta al panorama moderno; infatti, già dal 1200 avevano cominciato ad apparire alcune entità politiche autonome, il cui sovrano si distaccava dalla tradizionale piramide di continuità tra potere locale e potere universale. Il lunghissimo percorso per partorire lo Stato in senso moderno si avviò nel drammatico “autunno del Medioevo”: alcuni potentati si rafforzarono fino a divenire esclusivi controllori di un sistema di dipendenze feudali. Ogni principe avviò un lento processo che mirava a costruire il suo primato all’interno di uno specifico territorio, accentrando e omogeneizzando il suo potere rispetto agli altri signori. Si delineò quindi la crescente importanza di una città capitale, in quanto sede del re e della nascente amministrazione centrale del paese.
Iniziano così a crearsi degli Stati sui quali i sovrani cominciano ad affermare il proprio potere attraverso:
- La lingua volgare: che divenne lingua ufficiale e nazionale, togliendo gradualmente spazio al latino. La lingua cominciò a connotare una nazione anche là dove non c’era nessuna forma di unità politica.
- Le vicende religiose: avevano in qualche caso preparato o accompagnato questo percorso. La Riforma protestante (ruolo fondamentale anche nell’unificazione linguistica di diverse aree geografiche), le molteplici traduzioni della Bibbia (in primis quella di Lutero in tedesco).
- Il controllo del territorio.
Nonostante il tentativo di accentramento, nei diversi territori che venivano unificati da un sovrano, rimase caratteristica la molteplicità degli usi, delle leggi, delle tradizioni, delle stesse lingue volgari o dei dialetti di uso comune, aggravate dalla difficoltà poi dei trasporti e delle comunicazioni che rendevano l’accentramento a volte soltanto nominale. Non solo, molte forze si opposero alla tendenza accentratrice, che non ottenne quindi una rapida vittoria; un esempio furono le Fronde parlamentari avvenute in Francia nel corso del '600, mentre il dualismo con il potere religioso restò un ulteriore elemento che articolava il sistema istituzionale e politico.
I passaggi determinanti
Dopo alcuni secoli, il potere monarchico riuscì alla fine ad affermarsi: un esempio si ebbe con le nuove idee dell’assolutismo, dove il sovrano è svincolato dalle leggi della tradizione ed è libero di creare un nuovo diritto, del '600-700: il re rivendica il controllo diretto sull’amministrazione e sulla fiscalità (per questo dal 1614 in Francia non verranno più convocati gli Stati generali fino alla vigilia della Rivoluzione). Il sovrano quindi cominciava a mettere in chiaro di non poter più tollerare nessun tipo di subordinazione all’imperatore o al papa; il re diventava imperator in regno suo. Questo principio si affermò, a costo addirittura di sottomettere la Chiesa locale al sovrano dove nascessero conflitti: Enrico VIII diede il via allo scisma anglicano proprio in questa logica agli inizi del '500. Di lì a poco si arriverà ad affermare che il potere sovrano derivava direttamente da Dio, non dalla Chiesa.
Si venne a definire in questo orizzonte il nuovo e complesso concetto di “sovranità” che, secondo lo scrittore Bodin (1567), era “quel potere assoluto e perpetuo ch’è proprio della repubblica”: la concentrazione relativa del potere su un territorio. Lo stato era considerato patrimonio del re; la sovranità è tale se è riconosciuta, sia all’interno del corpo politico in quanto capace di generare la pace e l’ordine, sia da parte degli altri soggetti sovrani, come elemento essenziale di un rapporto paritario; nasce lo ius belli (il diritto di fare la guerra) che divenne una prerogativa riservata all’autorità statuale e sottratta ai privati. L’esercito permanente restava l’ultima ratio regis, un vero e proprio strumento di potere che contribuì a rafforzare il senso delle identità statuali.
Analogamente, cominciò poi a diffondersi la dottrina della “ragion di Stato”, che identificava come compito dei sovrani quello di difendere, conservare, accrescere il proprio Stato; nel rapporto tra gli altri Stati e le altre entità politiche il sovrano non doveva più rispondere a nessuna logica religiosa o morale.
L’Europa occidentale e atlantica conosceva già alcuni Stati: il regno di Francia, consolidato sotto i Valois, quello di Inghilterra, sotto la dinastia dei Tudor; stava sorgendo anche il regno delle Spagne. Nella penisola italiana, tra il '300 e il '400, si consolidarono alcune signorie e poi principati regionali, complicato anche dalla presenza dei domini della Chiesa e le sue basi territoriali e le risorse limitate non permisero neanche di cogliere il trend della crescita della concentrazione del potere. Ci fu però il caso di alcuni piccoli Stati: la città-Stato Venezia, le province protestanti nederlandesi dei Paesi Bassi, quelli polacco-lituano e quello ungherese, il principato di Mosca che si apprestava ad affacciarsi in Europa, dopo essere stata per lungo tempo considerata una realtà asiatica.
Un ulteriore passaggio determinante furono le guerre di religione avviate con la Riforma protestante: iniziate in Germania, estese alla Francia e alla Gran Bretagna, videro il loro apice in quella serie di conflitti che i contemporanei chiamarono la “guerra dei Trent’anni” (1618-1648); essa prese le mosse da un maldestro tentativo di riportare l’influenza di impero e papato sui paesi protestanti tedeschi, a partire dalla Boemia. La pace di Westfalia del 1648 pose fine al conflitto e portò:
- All’acquisizione del pluralismo politico europeo e realizzata una prima versione di un sistema di Stati indipendenti, che si riconoscevano in modo reciproco la sovranità;
- Alla definizione di alcune “frontiere”, cioè linee di confine precise;
- Al rafforzamento degli Stati, fissando l’unificazione religiosa forzata delle popolazioni: i sudditi di uno Stato dovevano seguire la confessione del principe; chi non avesse voluto sottomettersi avrebbe dovuto emigrare. Ci furono rari casi di tolleranza religiosa, ma l’importante era eliminare una causa potenziale di disordini e di guerra civile. Si decise di non accettare più dopo quest’epoca conversioni improvvise di sovrani.
Voltaire parlava ad esempio di una vera “comunità di Stati” in Europa che si reggeva su diversi elementi: gli stretti e complicati legami di parentela tra i sovrani e le diverse case regnanti, gli usi linguistici comprensibili, le convinzioni religiose ereditate dalla comune fede religiosa. Veniva anche affermato il principio basilare dell’uguaglianza giuridica degli Stati, basato sugli accordi tra gli Stati. I trattati regolavano questioni bilaterali, ma spesso le eccedevano, occupandosi di tematiche delicate che si allargavano al diritto di navigazione, ai limiti delle acque territoriali, allo status e alle prerogative della neutralità e via discorrendo. In questo quadro nasce la moderna diplomazia, che definiva lo studio dei “diplomi”, cioè dei documenti d’archivio necessari per i sovrani, che dovevano documentarsi per sostenere le proprie pretese.
Nell’Europa di antico regime l’ambasciatore era il rappresentante personale del sovrano e nacque per questo motivo il problema di garantire immunità specifiche agli ambasciatori, per garantire la funzionalità degli scambi tra Stati diversi eseguita dall’invenzione dell’extraterritorialità delle ambasciate. Solo i sovrani più ricchi e potenti potevano permettersi di tenere rappresentanze stabili presso le poche corti ritenute importanti; l’ambasciatore era spesso un aristocratico imparentato con la nobiltà di altri paesi (non erano tecnici o burocrati) che godeva di grande autonomia e di grande influenza personale. I diplomatici preparavano gli accordi e i grandi congressi dopo le guerre maggiori, mediavano e realizzavano compromessi. Tutto il sistema diplomatico fu strutturato tra '600 e '700: naturalmente, l’egemonia culturale francese tipica di quell’epoca diede un’impronta importante; non a caso il francese è rimasta la lingua franca della diplomazia fin addentro il XX secolo. Il sistema doveva però essere controllato dal centro: l’amministrazione tipica dello Stato moderno fu formalizzata in modo gerarchico, a partire dalla persona del re, attraverso i primi segretari di Stato. La “cancelleria” del sovrano fu composta da segretari di Stato specializzati per area geografica, oppure dediti alle diverse questioni di governo: la guerra, il commercio, la polizia, e anche gli affari esteri.
La ricorrenza dei conflitti contribuiva a rafforzare il senso delle identità statuali. Infatti, le guerre restavano persistenti nel sistema degli Stati, causate dall’ambizione o la difesa del prestigio di un principe, dalla contesa per il possesso di un territorio strategico o florido o dalla necessità di regolare una successione dinastica. Si cominciarono a elaborare delle modalità di condurre la guerra (trattamento prigionieri o feriti, spazi di autonomia dei civili). È bene sottolineare che non si tratta di guerre in senso moderno, perché continuavano a esserci tra gli Stati in conflitti scambi, viaggi e commerci. Spesso i conflitti però misero a dura prova il sistema finanziario degli Stati maggiori: molte delle rivoluzioni del '700 nacquero proprio come conseguenza di scontri sulla pretesa del re di intensificare il prelievo fiscale per finanziare le guerre. Per rispondere a questi problemi, alla fine del '600 si avviò una “rivoluzione finanziaria”, con lo sviluppo in alcuni Stati dell’Europa occidentale di un sofisticato sistema finanziario e bancario (favorendo cambiali e banconote); il nuovo sistema fu anche usato per finanziare le guerre ricorrendo al credito, anche se in alcuni casi portò a vari episodi di scandali speculativi (John Law, Francia).
Il mercantilismo accompagnò l’accentramento del potere statale: nel '600 francese si era affermata la visione mercantilista che pensava alla prosperità economica come ad un elemento di prestigio dello Stato e che la vedeva come frutto di una competizione con gli altri sovrani. I mercantilisti ipotizzavano che, per arricchirsi, lo Stato dovesse accumulare risorse, incrementando le esportazioni di beni e limitando al minimo le importazioni e il conseguente esborso di denaro. Scopo diretto dello Stato divenne promuovere le attività economiche, sorvegliare la produzione, controllare il commercio attraverso un sistema efficiente di dogane. Ma, tali esigenze divennero nel corso del '600 una possibile nuova giustificazione di conflitti aperti e di guerre tra Stati, come l’imposizione dei Navigation Act del 1651, tesi a limitare l'attracco del naviglio estero presso tutti i porti britannici, compresi quelli delle colonie. Si strutturò gradualmente tra il '400 e il '700 in Europa quella che fu chiamata l’“economia-mondo”: un sistema economico integrato, ampio ma geograficamente definito e chiuso rispetto ad altri sistemi, anche perché ogni area geografica produceva le merci di cui aveva bisogno in modo quasi autosufficiente, per cui la gran parte del commercio restò locale. La crescita di una specifica sfera economica internazionale condusse anche a regolare la questione della moneta: regimi monetari comuni favorivano infatti le relazioni commerciali. Molti paesi adottarono un regime bimetallico, mantenendo in circolazione sia monete d’argento che d’oro, proprio perché i sudditi potessero scambiare merci e servizi sia con paesi a circolazione aurea che con altri dove dominava l’argento.
È ovvio che il sistema europeo nacque e si enucleò in rapporto più o meno stretto con gli altri sistemi, in particolare con il sistema islamico, con il quale si erano intrecciati rapporti bellicosi durante le Crociate oppure nel corso della Reconquista della penisola iberica. Dal 1300 l’emirato anatolico degli ottomani divenne il centro di un vero e proprio impero islamico, estesosi rapidamente in Asia e in Africa. L’impero ottomano fino all’800 inoltrato non veniva considerato parte del sistema degli Stati europei, né dal punto di vista religioso e civile, né da quello giuridico; il sistema cinese era un sistema rigidamente gerarchico, i rapporti furono più modesti e occasionali, di cui facevano capo non solo l’impero vero e proprio, ma anche una serie di entità sovrane come l’Indocina e il Giappone. Le scoperte geografiche e le successive conquiste innescarono meccanismi commerciali intercontinentali duraturi per una certa gamma di merci: il tè, caffè, zucchero, le spezie e soprattutto il commercio degli schiavi. I nuovi stati sovrani ebbero un ruolo decisivo in questa espansione: il modello più interessante era quello delle Compagnie commerciali privilegiate: imprese di mercanti che ricevevano dai sovrani una carta con la quale si garantiva una serie di prerogative da esercitare in territori fuori d’Europa. Ogni nuovo Stato mirava a costruirsi un sistema imperiale mondiale e tale conquista europea del resto del mondo scaturì dalla crisi e dal ripiegamento di sé stesse di altre grandi società civilizzate (come nel caso cinese, che però nel medioevo era avanzato sia tecnologicamente sia militarmente, come anche quello islamico) o dalla capacità europea molto maggiore di utilizzare i nuovi strumenti militari come la polvere da sparo (già ampiamente utilizzata dai cinesi o dagli ottomani).
La grande eccezione in questo processo, era stato l’improvviso fiorire dell’impero americano, costruito già nel '500 dagli spagnoli sulle ceneri delle fragili costruzioni di aztechi, maya e Incas (si pensa che nel 1400 i cinesi avessero già scoperto l’America). La colonizzazione del continente americano si estese nei tre secoli successivi; nella costa pacifica si costruì un sistema di sfruttamento agricolo delle popolazioni locali, mentre sulla fascia caraibica e brasiliana fu necessario importare mano d’opera africana.
Le prime egemonie e le grandi potenze
Si intrecciò tra le potenze una precoce lotta per l’“egemonia” in Europa e un esempio lampante ne fu lo scontro secolare tra gli Asburgo e la casa di Francia. L’impero asburgico, a capo di Carlo V, era molto esteso, ma queste terre però erano molto diversificate e tradizionalmente autonome. La contrapposizione da parte francese, la resistenza degli Stati che erano divenuti protestanti, la concentrazione eccessiva di nemici, misero poi in ginocchio il sistema, che portarono lo stesso Carlo nel 1555 a dividere la parte austriaca dell’impero.
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