Sociologia di Weber
Agire dotato di senso e idealtipo
Per Weber l'oggetto della sociologia è l'"agire dotato di senso" (agire motivato), cioè l'atteggiamento umano a cui l'individuo che agisce attribuisce un suo senso soggettivo, in riferimento all'atteggiamento di altri individui. Da ciò deriva che lo scopo della sociologia è quello di comprendere (rendere evidente il senso dell'agire umano) e di spiegare (trovare le cause che hanno provocato l'agire) l'agire in modo da pervenire a conclusioni oggettive.
La sociologia di Weber è una spiegazione comprendente: si fa riferimento alle cause oggettive che hanno indotto il soggetto ad agire e alle motivazioni ecc. Weber precisa che:
- I tipi di agire sono degli idealtipi, cioè distinzioni analitiche che permettono di vedere quanto l'agire delle persone può essere ricondotto all'una o all'altra determinante;
- L'agire razionale rispetto allo scopo può essere del tutto irrazionale rispetto al valore: quando lo scopo che si persegue è privo di valore per l'individuo;
- La razionalità dell'agire è definita in base alla valutazione del soggetto che agisce e non in base a quella del ricercatore;
- Individuare i tipi di agire serve per comprendere il senso che gli individui danno al loro agire rispetto alle istituzioni che operano nella vita sociale e danno indicazioni rispetto al percorso da seguire nell'analisi delle istituzioni formali.
Di conseguenza non è oggetto della sociologia l'azione umana priva di senso intenzionato nei confronti degli altri e non è il suo scopo quello di produrre dati statistici su degli eventi, prescindendo dal loro senso soggettivo. È per questo che Weber teorizza l'esistenza di quattro tipi di agire:
- Razionale rispetto allo scopo;
- Razionale rispetto al valore;
- Affettivo;
- Tradizionale.
Il tipo ideale non esiste nella realtà, è solo una costruzione mentale utile al ricercatore per avvicinarsi alla realtà e leggere la complessità. Weber individua delle uniformità tipiche di comportamento che sono empiricamente osservabili e che consentono di fare confronti e connessioni.
Costruzione del tipo ideale
Il tipo ideale si costruisce attraverso un processo di astrazione:
- Selezionare gli elementi più caratterizzanti;
- Trascurare quelli irrilevanti;
- Collegare gli elementi selezionati in un quadro coerente.
Il tipo ideale inoltre:
- Si basa su un procedimento qualitativo (non deriva da analisi statistiche);
- Non serve a classificare, bensì a comparare i fenomeni;
- Non indica qualcosa di auspicabile (non è un modello morale).
Per costruire l'idealtipo Weber parte da una definizione del modello in termini formali, giuridici e istituzionali, individuando i requisiti sociali che rappresentano le caratteristiche tipiche del modello. Considera inoltre:
- Le condizioni economiche e tecniche che lo rendono possibile;
- Le implicazioni che ne derivano in termini di conseguenze sociali ed economiche.
In questo modo arricchisce il tipo ideale definito all'inizio: da considerazioni logico-formali passa a connotazioni sempre più specifiche e sostantive di ordine tecnico, culturale, psicologico, relative all'agire sociale dei soggetti che vivono in condizioni riconducibili a quel tipo. Ciò implica ammettere l'esistenza di una serie infinita di varianti del tipo-ideale. Queste varianti possono essere trascurate a meno che non diano luogo, a loro volta, a uniformità di comportamento rilevanti da essere racchiuse all'interno di un ulteriore tipo-ideale.
La burocrazia
Per comprendere i meccanismi di funzionamento e l'importanza della burocrazia, è necessario partire dalla teoria del potere definito come “la possibilità di specifici comandi di trovare obbedienza da parte di un determinato gruppo di uomini”. Ne deriva che ogni potere:
- Può essere studiato partendo dalle relazioni di comando e di obbedienza che legano gli individui;
- Richiede un apparato amministrativo che funga da tramite tra superiore e sottoposti;
- Per essere esercitato deve essere legittimato e i sottoposti devono credere nella sua legittimità (potere legittimo vs atti arbitrari).
In base al tipo di legittimazione Weber distingue tre tipi di potere:
| Tipo di potere | Apparato amministrativo | Rischio |
|---|---|---|
| Carismatico | Rudimentale: discepoli, uomini di fiducia | Successione del capo |
| Tradizionale | - forma feudale - forma patrimoniale |
Emergere di un capo carismatico |
| Legale | Burocrazia | Ambivalenze della burocrazia |
La burocrazia comporta:
- Il principio della competenza dell'autorità, disciplinata da leggi e regolamenti amministrativi, quindi presuppone:
- Una divisione dei doveri e dei poteri;
- L'adempimento regolare e continuativo dei compiti.
- Il principio della gerarchia;
- Il segreto d'ufficio;
- Una preparazione specializzata;
- L'esercizio di un'attività a tempo pieno.
Ciò produce conseguenze sulla posizione dei funzionari:
- L'ufficio è una professione, cioè richiede:
- Un corso di studi specializzato;
- Barriere all'entrata;
- Dovere di fedeltà all'ufficio.
- Dà un prestigio sociale;
- Dura per tutta la vita e si configura come una carriera;
- La carica è ricompensata da uno stipendio fisso;
- Il funzionario non possiede gli strumenti del suo lavoro che restano di proprietà dell'amministrazione.
Forme rozze di burocrazia si ritrovano anche nell'antichità e si sono sviluppate grazie a:
- L'economia monetaria: permette la nascita di un ceto di funzionari cui affidare lo svolgimento di compiti specializzati e continuativi;
- L'esistenza di problemi tecnici da risolvere: presupposto materiale per la creazione di apparati amministrativi.
Solo nell'epoca moderna, tuttavia, si sviluppa in modo sistematico l'apparato burocratico che investe tutte le sfere della vita sociale. Le ragioni storiche del processo di burocratizzazione vanno ricercate:
- Nella superiorità tecnica della burocrazia rispetto alle precedenti forme di amministrazione (razionalità secondo lo scopo);
- Nell'avvento della democrazia di massa: il principio di uguaglianza richiede la costruzione di un apparato amministrativo conforme ad esso che sia in grado di garantire a tutti i cittadini trattamenti uguali, imparziali e prevedibili.
Stante questo quadro, Weber non giunge a conclusioni ottimistiche sulle prospettive aperte dalla burocrazia, sottolineandone alcune ambivalenze:
- Burocrazia e politica: nonostante sia democratico, è un sistema passivo e non garantisce la partecipazione dei cittadini. Il rischio è l'autoreferenzialità.
- Burocrazia e spersonalizzazione: la spersonalizzazione garantisce l'efficienza ma comporta dei rischi quali la demotivazione e l'alienazione in nome della norma.
- Burocrazia e razionalità: la razionalità nella burocrazia è rispetto allo scopo e può portare alla cancellazione della razionalità rispetto ai valori.
Influenza del pensiero di Weber
Il pensiero di Weber influenza notevolmente le scienze sociali contemporanee sia a livello metodologico (a), sia a livello teorico (b):
- Influenza a livello metodologico:
- Approccio comparato;
- Idealtipo;
- Spiegazioni multi causali;
- Contestualizzazione storica dei fenomeni.
- Influenza a livello teorico:
- Livello micro: contributo importante nell'identificare la componente sociale nell'agire dell'homo oeconomicus;
- Livello macro: enfasi sulla dimensione culturale e sul ruolo dei valori nell'influenzare gli assetti e le traiettorie del capitalismo; enfasi sull'influenza dell'intervento dell'attore pubblico sull'emergere di diversi modelli di capitalismo; enfasi sulla città quale luogo privilegiato del capitalismo.
Émile Durkheim (1858-1917)
La divisione del lavoro sociale
L'opera più significativa è "La divisione del lavoro sociale". Cos'è la divisione del lavoro? È l'insieme di tutte le forme attraverso le quali la cooperazione di diversi lavoratori assicura la produzione di beni e di servizi necessari alla società per il soddisfacimento dei suoi bisogni. Ne deriva che:
- Ogni società comporta qualche forma di divisione del lavoro;
- Cooperazione e divisione del lavoro sono termini corrispondenti ed indicano la natura sociale del processo di produzione.
Le prime forme di divisione del lavoro sono quelle per sesso ed età. Tuttavia, essa non ha fondamento naturale bensì sociale: non sono cioè le caratteristiche biologiche a determinarla ma i significati sociali che le società attribuiscono a tali caratteristiche e le pratiche sociali connesse. Tanto più una società diventa complessa, tanto più articolate sono le sue forme di divisione del lavoro che non si sostituiscono alle precedenti ma si aggiungono e si intrecciano.
Il passaggio a forme più complesse di divisione del lavoro
L'elemento decisivo è l'aumento della produttività del lavoro dovuta all'introduzione di innovazioni tecnologiche e/o organizzative. Ciò consente la produzione di un sovrappiù, liberando una parte di popolazione dallo svolgimento di una certa attività e permettendo ad essa di specializzarsi in altre attività. Affinché alcuni gruppi si dedichino ad altre attività è necessario che vi siano istituzioni sociali che garantiscono la circolazione dei beni e l'accesso al consumo dei beni prodotti da altri gruppi (ovvero la cooperazione sociale).
Tali istituzioni possono essere:
- Politiche: i beni si spostano da chi produce a chi consuma per effetto del potere di disposizione esercitato dall'autorità politica (lo stato);
- Economiche: è il mercato a fungere da intermediario. Lo scambio avviene in base ad un rapporto detto "ragione di scambio". L'insieme delle ragioni di scambio origina il sistema dei prezzi che diviene il principio regolatore della divisione del lavoro.
Anche quando prevale il mercato, il sistema politico interviene a regolamentare la divisione del lavoro o attraverso il prelievo fiscale o stabilendo le ragioni di scambio, cioè il sistema dei prezzi. La divisione del lavoro può realizzarsi:
- Tra settori di attività;
- Tra mestieri all'interno dello stesso settore;
- Tra unità produttive all'interno dello stesso mestiere: fenomeno moderno che si presenta per la prima volta con l'avvento della manifattura, ovvero con l'avvento del modo di produzione capitalistico.
La manifattura fa sì che:
- Gli operai vendano esclusivamente la forza lavoro e siano soggetti all'autorità dell'imprenditore;
- Gli operai siano concentrati fisicamente in un unico luogo, la fabbrica, direttamente sottoposti a sorveglianza;
- I ritmi di lavoro siano stabiliti dallo stesso datore di lavoro.
Ciò può produrre una situazione sociale conflittuale: mentre le condizioni di lavoro si fanno sempre più pesanti per i lavoratori, cresce la produttività del loro lavoro quindi i profitti dell'imprenditore. Il processo produttivo viene riorganizzato e suddiviso in fasi assegnate stabilmente a operai diversi che lavorano contemporaneamente in modo coordinato. Trattandosi di operazioni complesse, richiedo un'abilità artigianale, perciò gli operai sono ancora operai di mestiere (ai quali cioè è richiesta e riconosciuta un'abilità).
Con l'avvento delle macchine specializzate passa in secondo piano la figura dell'operaio di mestiere: le sue abilità (conoscenza della macchina e del suo funzionamento) non sono più richieste e viene sostituito dall'operaio parziale addetto ad una mansione parcellizzata. Questo avviene nella fabbrica moderna: unità produttiva che rappresenta in modo esemplare la forma di divisione del lavoro dominante nel periodo dell'industrializzazione e della meccanizzazione in cui innovazioni tecnologiche ed organizzative si intrecciano e sono reciprocamente dipendenti.
Esempio più eclatante: organizzazione scientifica del lavoro introdotta dal taylorismo e applicata da Ford nelle sue fabbriche. Però emerge l'esigenza di restituire alle mansioni lavorative un significato più compiuto perché ci si rende conto dei suoi limiti:
- Di natura economica: è applicabile solo a mercati stabili e a produzioni standardizzate;
- Di natura sociale: genera spersonalizzazione, quindi assenteismo ed elevato turnover.
Sono state le innovazioni organizzative a determinare il superamento dell'organizzazione scientifica del lavoro, grazie alle lotte operaie o alle iniziative promosse dalle direzioni aziendali, preoccupate di eliminare gli inconvenienti provocati dal taylorismo. Questa vista finora è la divisione del lavoro industriale ma essa investe globalmente la sfera della produzione sociale e non soltanto un suo settore specifico.
Divisione del lavoro e disuguaglianze sociali
Possiamo ora definire la divisione del lavoro come il luogo delle disuguaglianze sociali che trovano il loro fondamento nella sfera della produzione. Esiste cioè un nesso stretto tra divisione del lavoro e diseguaglianze sociali. Diviene un problema quando, a fronte della solidarietà che crea, determina anche conflitto sociale. Le disuguaglianze si creano anche al di fuori di essa ma nella sfera della produzione sono centrali.
Gli assunti della divisione del lavoro nelle società contemporanee vengono messi in discussione: dai movimenti femminili e dai movimenti giovanili. Durkheim si focalizza sul problema dell'ordine sociale e, adottando un approccio macro analitico, critica la teoria dell'azione di stampo economico; si concentra sugli effetti destabilizzanti prodotte dalla divisione del lavoro sull'organizzazione delle attività economiche.
Critica alla teoria dell'azione di stampo economico
Pur riconoscendo agli economisti il merito di aver capito per primi che la società, come la natura, è influenzata da leggi sue proprie che vanno studiate con metodo scientifico, critica la loro mancata attenzione alle istituzioni sociali sull'economia.
Da cosa dipende questo errore? Dalla visione utilitaristica della società secondo cui gli individui entrano in relazione tra loro guidati esclusivamente dal perseguimento dell'interesse individuale. I rapporti contrattuali sono il paradigma dei rapporti sociali e le istituzioni sono il frutto di un accordo tra individui che perseguono in modo razionale i propri interessi.
Due critiche alla teoria economica:
- Le cause non sono individualistiche della divisione del lavoro:
- Non si può dedurre la società dell'individuo: "la vita collettiva non è nata dalla vita individuale; al contrario, la seconda è nata dalla prima".
- Il comportamento individuale è fortemente condizionato dalle regole sociali che non lasciano spazio alla sfera individuale (approccio macro). Vanno quindi studiate le istituzioni.
- Nella critica all'utilitarismo si concentra sulle origini e sulle conseguenze della crescita delle divisioni del lavoro e vuole mostrare:
- L'inadeguatezza del modo in cui la spiegano gli economisti;
- Che anche una società altamente differenziata non può fare a meno di istituzioni di natura non contrattuale, cioè di regole morali condivise.
Secondo questo approccio Durkheim spiega che le cause della divisione del lavoro vanno ricercate nella variazione che avvengono nell'ambiente esterno. Sono i cambiamenti sociali (la crescita del volume della popolazione e l'aumento della sua densità) a modificare la solidarietà, cioè l'insieme delle norme che legano tra loro gli individui e a permetterne la divisione del lavoro, quindi il passaggio da società semplici a società complesse.
Società semplici e complesse
Società semplici: generalmente di piccole dimensioni, prevalgono insediamenti urbani con scarse relazioni e con una bassa divisione del lavoro. L'ordine sociale è assicurato dalla "solidarietà meccanica" basata sull'insieme di credenze e di sentimenti condivisi dai membri della società. C'è poco spazio per l'autonomia e per le scelte individuali e il problema dell'ordine è risolto meccanicamente sulla base dell'adesione emotiva a un sistema di valori condiviso. Prevale il diritto penale basato su sanzioni repressive.
Società complesse: sono caratterizzate da maggiori dimensioni, da più elevata densità e dallo sviluppo della divisione del lavoro. L'ordine sociale è garantito dalla "solidarietà organica" che alimenta il senso di dipendenza reciproca tra soggetti diversi. La coscienza collettiva indica dei valori di fondo da seguire, lasciando più spazio alle scelte individuali, che sono maggiormente compatibili con le esigenze di una società differenziata. Si diffondo i valori dell'individualismo. Tende a prevalere il diritto restitutivo, caratterizzato da sanzioni che hanno finalità riparatorie, di reintegrazione di situazioni preesistenti.
Le condizioni non contrattuali del contratto
Anche quando l'individualismo si è andato affermando come criterio morale che guida l'azione, non sono venute meno le regole sociali. Se da un lato aumentano le relazioni contrattuali dall'altro crescono anche quelle non contrattuali, regolate da istituzioni di natura giuridica o morale. L'azione sociale (intervento delle istituzioni), inoltre, si fa sentire anche nell'ambito delle relazioni contrattuali perché "non tutto è contrattuale nel contratto".
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