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Appunti Sociologia Economica

Appunti di sociologia economica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Rizza dell’università degli Studi di Bologna - Unibo, facoltà di Scienze politiche - Bologna, Corso di laurea in sociologia. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Sociologia economica docente Prof. R. Rizza

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3. Un terzo elemento è il fatto che in questi paesi vi è un sistema di sicurezza sociale che non è riuscito a

introdurre nuove forme di protezione adeguate per quell’ampio insieme di persone esposte a “nuovi rischi”

e occupate con nuovi tipi di contratti. Nei paesi mediterranei, la promozione di flessibilità non è stata

bilanciata dall’introduzione di nuove forme di protezione; si è così avuto un dualismo tra lavoratori protetti

e non.

Nuovi rischi sociali: il problema oggi non sono tanto i licenziamenti o le pensioni, transizione scuola lavoro,

lavorare sull’istruzione e politiche di sostegno al reddito per chi è disoccupato (aumentate le transizioni da

una condizione di occupazione a disoccupazione e viceversa, investimento su istruzione e formazione,

carichi di cura maggiori, le carriere lavorative più lunghe, active ageing)

Vecchi rischi sociali: licenziamento e la pensione. Si amplia il sistema pensionistico e si attuano norme

vincolanti che cerano di evitare il licenziamento.

I paesi mediterranei hanno fatto tanta manutenzione di quello che già avevano che essenzialmente era

costruito attorno al male breadwinner e poco hanno fatto sui nuovi rischi sociali. Un po’ c’è stato il

problema di austerità permanente dove il sistema di welfare si è trovato in difficoltà nel rielaborare delle

politiche per tutelare questi nuovi rischi sociali perché non c’erano le risorse monetarie e poi perché da noi

c’è un’altissima incidenza della spesa pensionistica che naturalmente si spiega dal punto di vista

demografico (aumento della durata della vita, più anziani e le nascite sono calate drasticamente)

4. Le frequenti riforme, che hanno interessato il welfare dei paesi mediterranei, sono state fatte in una fase

che viene definita austerità permanente.

5.l’ultimo aspetto che, accomuna soprattutto Grecia e Italia è l’alta incidenza della spesa pensionistica, che

in parte può essere spiegata con la maggiore presenza di popolazione anziana rispetto agli altri paesi.

Social investiment: (corrente di analisi degli studiosi di welfare) criticano il fatto che dovrebbero esserci più

investimenti in alcune policy. La scuola non è un costo ma un investimento. (Gli scandivi affrontano i nuovi

problemi dicono i social investiments perché investono in politiche attive sul lavoro, in istruzione e

formazione, in ricerca, sviluppo e innovazione mentre i mediterranei non fanno nulla di tutto ciò.)

Relazioni industriali

Nell’Europa mediterranea abbiamo un tasso di sindacalizzazione che è medio, nella media europea ma

soprattutto, quello che caratterizza questo modello è la forte frammentazione della rappresentanza, sia sul

piano dei sindacati dei lavoratori sia sul piano dei sindacati delle imprese; perché i sindacati dei lavoratori

sono certamente fra di loro divisi e poi ci sono anche molte divisioni settoriali. Le tre organizzazioni

sindacali più importanti CGIL, UIL, CISL e poi abbiamo altri sindacati autonomi; anche le imprese si sono

divise tra di loro, basta pensare agli artigiani. Ora si tende ad unire i diversi sindacati delle imprese. Anche

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questo aspetto ci porta a considerare che fare delle politiche unitarie, uniformi di tipo industriale o rivolte

al tessuto produttivo, non è così facile quando hai così tanti interlocutori. I sindacati hanno una certa

capacità di mobilitazione degli iscritti e hanno anche un alto livello di conflittualità e all’interno dei sindacati

ci sono animi inclini a trovare mediazioni mentre altri che sono più orientati a mantenere la posizione senza

scendere a compromessi. Negli ultimi anni il ruolo della contrattazione è comunque cresciuto a livello

decentrato e aziendale. Abbiamo una concertazione che è un po’altalenante, nel senso che ci sono stati dei

periodi storici dove si è orientati verso delle politiche relative alle relazioni industriali verso un approccio

concertativo, cioè trovare accordi il più possibile. Elemento caratterizzante di questi paesi a causa del loro

problemi economici legati alle casse dello stato è stata la grande moderazione salariale. Negli ultimi anni i

salari no sono particolarmente cresciuti a causa di una grande paura che era il decollo dell’inflazione.

In Italia i sindacati sia dei lavoratori che delle imprese hanno un ruolo nelle politiche di concertazione e la

situazione è analoga in spagna.

FLESSIBILITA’ DEL LAVORO E OCCUPAZIONI INSTABILI

Nell’epoca fordista quella precedente all’epoca post-industriale, quella in cui il settore industriale è

centrale, il tema della flessibilità non era particolarmente sentito perché l’organizzazione del lavoro e della

produzione era molto diversa e non prevedeva alti gradi di flessibilità perché era una produzione di massa

di beni standardizzati, basta sulla manualità e bastata sulla ripetizione delle operazioni: catena di

montaggio; salario, orari standardizzati, non cera una ricerca della flessibilità numerica da parte

dell’impresa perché eravamo nei gloriosi trent’anni dopo la seconda guerra mondiale e lo scopo era quello

di produrre. Ricordiamo inoltre che all’epoca il lavoro era prettamente maschile. Dalla crisi del fordismo

taylorismo le cose si modificano, esplode una conflittualità sulla divisione e organizzazione del lavoro, la

catena di montaggio inizia ad essere un problema per le persone perché crea problemi poiché era molto

ripetitivo. Questo è un aspetto che riguarda il lavoro, il rapporto tra individuo e lavoro ma poi ci sono anche

dei problemi di tipo economico perché il ciclo di sviluppo fordista si interrompe ossia quella crescita

continua dei trent’anni si arresta quindi noi abbiamo un’instabilità crescente dei mercati, crisi allora

partono i licenziamenti, i prepensionamenti ma sta di fatto che si modifica l’organizzazione produttiva;

fatto sta che si modifica l’organizzazione produttiva. A questo punto si pone anche il problema della qualità

dei prodotti perché questo ciclo fordista era bastato quella quantità. Era basato sulla quantità perché

nessuno aveva niente fino a quell’epoca le persone non avevano la tv, non vedevano la lavatrice non

c’erano quei prodotti di massa che per noi sono normali. Le persone quindi si riempiono di cose

dall’automobile alla lavatrice ecc. prodotti di largo consumo venivano acquistati da tutti perché la crescita

della produttività in quel periodo storico del settore industriale permette grandi incrementi del salario, ad

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un certo punto però questo ciclo viene interrotto dalla crisi del fordismo. A questo punto le imprese non

hanno un problema di quantità ma di qualità; non possono più produrre in modo illimitato e in modo

standardizzato perché i consumatori iniziano a chiedere cose più sofisticate, particolare. Da una parte

abbiamo un problema culturale, la cultura del consumo e dall’altra un problema di tipo produttivo.

Modificazioni dei gusti dei consumatori e il problema rapporto quantità-qualità. Qual è la nuova

organizzazione del lavoro e la nuova organizzazione della produzione nell’epoca post crisi fordista?

Bisogna sviluppare una ECONOMIA DELL’APPROPRIATEZZA cioè la capacità di un’impresa si misura dalla sua

capacità di rispondere ai cambiamenti del mercato, cioè bisogna navigare a vista per produrre dei beni e

servizi che siano appropriati nel tempo e nel luogo in cui sono richiesti: just in time, non ci sono più stock,

non ci sono più magazzini ma si produce sono se c’è qualcuno che ha chiesto quel prodotto perché cosi

sono sicuro di venderlo. Si chiama zero stock, è un dogma del toyotismo un sistema di organizzazione del

lavoro giapponese che entra in gioco come modello vincente alla crisi del fordismo. Il toyotismo ha come

dogma assoluto il zero stock e questo significa riorganizzare completamente l’impresa, il ciclo della

logistica, riorganizzare i rapporti che le imprese hanno perché devono arrivare le diverse parti che

compongono il sistema produttivo nel momento giusto al posto giusto; perché, cosa succede

contemporaneamente? Succede un altro fenomeno che in inglese viene definito

Down sizeing, riduzione della dimensione dell’impresa; le mega imprese tipiche del periodo fordista

dimagriscono, riducono il numero di addetti e quindi accade che tendono a mantenere al loro interno ciò

che ritengono essere indispensabile e esternalizzano ciò che non considerano assolutamente necessario.

Questa efficienza dell’impresa che si misura nel rispondere nel momento giusto alla risposte del mercato,

produce la necessità di avere imprese flessibili. Quello che accade all’epoca è un riorganizzazione delle

imprese che modificano anche i loro apparati tecnologici interni, passano a macchinari polivalenti,

macchine a programmazione numerica; servono quindi, più persone che controllano le macchine che le

facciano funzionare. Le catene di montaggio non spariscono ma si spostano per esempio in Cina.

Si tratta di una riorganizzazione del fordismo, possiamo parlare di neofordismo con tecnologie diverse e,

l’aspetto dell’organizzazione del lavoro, e non della produzione, fa riferimento all’uso flessibile delle risorse

umane rendendo più flessibili le organizzazioni.

Ma di cosa di intende quando si parla di flessibilità del lavoro? Quando si tratta della flessibilità del lavoro si

fa riferimento a diverse dimensioni:

- Flessibilità salariale

- Flessibilità dell’uso dei lavoratori

- Flessibilità numerica 38

- Flessibilità funzionale, polivalenza, capacità di fare più cose. Attrezzare le persone di competenze

diverse e perché questo sia possibile è necessario trovare dei lavoratori disponibili a cambiare e

non a svolgere le stesse mansioni e non è molto semplice. Devo costruire un certo ambiente

lavorativo per ottenere consenso.

Le forme di flessibilità non sono tutte attuabili; i tedeschi che usano la flessibilità funzionale nel settore

industriale, danno delle garanzie. C’è anche una questione che riguarda la flessibilità dualistica, attraverso

l’utilizzo della flessibilità si può segmentare la forza lavoro, ossia creare un gruppo stabile e fisso di core

workers che magari sono soggetti solo alla flessibilità funzionale e basta e non a quella numerica e una

fascia di persona che invece sono sottoposte in particolare alla flessibilità numerica; cosi facendo si crea

una dualità tra i lavoratori che stanno nel nucleo centrale dell’impresa –core workers- e i contingent o

perifery workers che sono più intercambiabili. All’interno della stessa impresa si crea un dualismo tra

lavoratori essenziali e quelli periferici. La complessità organizzativa si fa forte perché non c’è un unico

sistema che le imprese adottano, ma è tutto un mix e si crea anche un dualismo nel mondo del lavoro (chi

lavora bene e quindi mantiene il lavoro e chi invece fa periodi alterni creando così carriere instabili). Spesso

abbiamo un trade off della flessibilità non è possibile usare tutti i tipi di flessibilità.

Per effetto di tutte queste modificazioni produttive delle imprese sia in campo industriale che in quella dei

servizi, è crescita la tendenza ad aumentare le forme di flessibilità del lavoro. Quando le imprese si

riorganizzano, ci sono sempre delle politiche economiche. Le imprese interagiscono con il mercato del

lavoro, con un sistema di welfare, con degli enti regolatori, un sistema dell’educazione e formazione e

relazioni industriali; le imprese adottano un certo tipo di flessibilità tendendo in considerazione tutti questi

aspetti. Scendendo sul livello mercato del lavoro, ci sono delle politiche di regolazione fatte dagli stati che

definiscono che cosa vogliono fare di questa flessibilità (flexsecurity del caso danese, deregolazione nel

caso anglosassone scambi senza sicurezza ecc., continentali hanno creato un mercato del lavoro dualistico

con riforme Hartz, un mercato del lavoro dualistico basato su differenza settoriali: industria e servizi. Hanno

segmentato tra settori via alta e via bassa della produttività e ci sono dualismi a livello di istruzione e di

à

lavoro di conseguenza. I mediterranei hanno scelto la strada di tipo deregolazione parziale selettivo, la

flessibilità numerica l’hanno interpretata come una modalità di inserimento nel mercato del lavoro perché

ampliano il numero di contatti flessibili e rendono molto più probabile la modificazione del numero di

dipendenti da parte delle imprese. La ricetta dei capitalismi mediterranei è stata la flessibilità di tipo

parziale selettivo perché questi paesi hanno sempre avuto difficoltà di inserimento lavorativo soprattutto

con i giovani. Con gli adulti non viene flessibizzato il loro rapporto con il lavoro ma vengono prepensionati

(young in, old out). Il succo della questione è che il regime mediterraneo viene considerato un regime di

flexinsecurity, perché introduce la flessibilità soprattutto all’ingresso ma non accompagna questa flessibilità

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con opportune misure di sostegno verso chi ha carriere di lavoro instabili perché assunti con contatto a

tempo determinato e il welfare non è generoso con le persone disoccupati.

Condizione giovanile in Italia: l’esito di questo processo di deregolazione/flessibilizzazione del mercato del

lavoro è stato un esito che ha messo l’accento sulla deregolazione e flessibilizzazione sulle carriere dei

giovani. Sono diverse questioni da considerare:

1- La presenza di difficoltà in ingresso; i giovani sono più disoccupati degli adulti da un lato perché

avendo contratti di lavoro atipici interrompono più volte le loro carriere lavorative e poi perché i

giovani italiani ci impiegano di più a trovare un lavoro.

2- Fra i giovani ci sono inattivi, fenomeno dei NEET .

3- Il gender gap è molto forte in Italia

4- Grande divario territoriale.

5- Grande concentrazione di lavoro a tempo determinato.

6- In Italia la famiglia ha ancora un ruolo essenziale nella transizione verso il lavoro dei giovani.

7- La domanda di lavoro e in Italia non c’è una domanda di lavoro qualificata e questo può creare un

mismatch tra l’istruzione dei giovani e la domanda di lavoro che è ancora piuttosto elementare.

L’effetto di questo fenomeno crea il problema della sovra istruzione: quando lavorano fanno delle

cose che sono meno richiedenti rispetto al livello di istruzione che hanno.

Quando si fa riferimento ai giovani si fa riferimento a due diversi classi di età:

- Persone tra i 15-24 anni: giovani.

- Persone tra i 25-35 anni: giovani adulti.

La percentuale dei giovani dai 15-24 si è quasi dimezzata l’ampiezza demografica dei giovani e in questa

fascia di età molto spesso sono inattivi perché studiano, piccola fetta lavora e ancora meno chi cerca un

lavoro e non lo trovano. Il problema però esiste se confrontiamo la percentuale di disoccupati della fascia

15-24 con gli altri paesi europei. Gli adulti sono meno disoccupati rispetto ai giovani.

L’inattività è diversa dai disoccupati. In Italia sono molto gli inattivi che però non vorrebbe esserlo, inattività

involontaria per lo più formata da donne e del mezzogiorno. Gli uomini inattivi, potenzialmente impiegabili,

sono meno in termini percentuali rispetto alle donne quindi c’è uno spreco di capitale umano anche perché

molte volte se queste donne potenzialmente impiegabili fossero giovani, si tratterebbe di persone istruite e

quindi si tratterebbe di uno spreco. Se noi confrontiamo i disoccupati più le forze lavoro potenziali, ci

troviamo il 15-24 enni sopra sia per quanto riguarda maschi e femmine. Perché non stai cercando lavoro?

La maggi parte risponde che sono scoraggiati, o che ci hanno provato e quindi si sono ritirati dalla ricerca;

alcuni aspettano una risposta di lavoro, alcuni studiano, altri stanno a casa per motivi di cura, altri per 40

problemi di salute e altri per altri motivi. Neet molto alto soprattutto in Italia e spagna. L’unico programma

di politica pubblica europeo che si rivolge ai giovani, youth garantee, per contrastare il problema dei neet.

Contratti flessibili, soprattutto contatto a tempo determinato, incentivano le imprese ad assumere. Ma si

può ottenere un doppio effetto: trampolino di lancio o trappola della precarietà. La strategia di

deregolamentazione che ha affiancato la flessibilizzazione del lavoro da parte delle imprese ha avuto

l’effetto di aumentare l’occupazione. Si parla dei costi del lavoro. Se ci fossero i soldi per ricambiare, il

settore pubblico sarebbe un bacino di assunzione dei laureati.

La crisi non aumenta la quota di lavoratori instabili, dal 2009 in avanti il numero di lavoratori instabili non è

cresciuto ma è calato, perché le imprese non hanno rinnovato il contratto di lavoro; non licenzio chi ha il

contatto a tempo indeterminato perché comporta dei costi mentre con il determinato non ho questi

problemi ma contestualmente accade che aumenta la loro instabilità perché chi rimane con un contratto a

tempo determinato che non sono stati lasciati a casa, hanno minori possibilità di transitare a un contratto a

a tempo indeterminato e quindi aumenta il rapporto delle assunzioni instabili. Se guardo i flussi delle nuove

assunzioni in periodo di crisi noterò che saranno notevoli le assunzioni a tempo determinato.

Gli instabili, sono persone che hanno contratti di lavoro instabili; l’instabilità del lavoro dal punto di vista

scientifico si tratta di lavoratori con contatti instabili.

Precarietà del lavoro, non è avere un lavoro con contratto a tempo determinato, ma è associata a quella

che viene chiamata job tenior, ovvero lunghezza media del rapporto di lavoro. Ha a che fare con la stabilità

o frammentazione del rapporto di lavoro.

Insicurezza, riguarda la percezione soggettiva che una persona ha rispetto al rapporto che ha con il lavoro.

Paura di perdere il lavoro, l’insicurezza dipende dallo stato di salute della sua impresa oppure dalla

concezione economica (imprese che chiudono, che riducono l’organico). Altro livello di insicurezza è quanto

mi sento certo che ritroverò il lavoro se lo perdo.

2008-09 anni della precarietà soprattutto dei giovani.

L’importanza della famiglia nel sostegno dei giovani in Italia. Su questo tema c’è stata una grande questione

con da una parte una spiegazione culturale e dall’altra una spiegazione strutturale. I giovani italiani

tendono a restare di più a casa con i genitori:

1- Perché gli piace stare a casa con i genitori

2- Perché hanno paura a causa del lavoro precario

Ci sono stati dei cambiamenti; se nell’epoca precedente nel 2003 sembrava che ma maggior parte dei

giovani diceva che non era un problema ma nel corso degli anni sono aumentai i motivi di tipo economico, il

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deterioramento della situazione economica si nota nei passaggi di somministrazione di questionari ISTAT

perché ad un certo punto nel 2009 la ragione più importante è una ragione di tipo economica. Altro motivo

è perché devono finire gli studi e per questo la permanenza a casa con i genitori. Ci sono anche coloro che

stanno a casa con i genitori perché gli piace, perché stanno bene così. I giovani sia italiani che degli altri

paesi vengono foraggiati in ugual modo dai propri genitori, c’è sempre sostegno economico. Il fatto che il

pubblico è in grande difficoltà, intrappola di più rispetto al privato. Da cosa è determinato questo dato?

Non si possono stabilizzare a causa del trunover, ecc quindi altro non si può fare che rinnovare il contratto.

La crisi colpisce di più gli istruiti o i non istruiti? L’Italia ha perso più occupazione nei livelli professionali più

elevati, c’è stato downgrading; inoltre i più istruiti trovano lavoro dopo più tempo rispetto ai meno istruiti

ma il vantaggio degli italiani è un po’più basso rispetto agli altri.

Altro problema: la prolungata condizione di alternanza tra lavoro a tempo determinato e un altro lavoro a

tempo determinato che se è molto prolungata diventa precarietà. Le politiche pubbliche possono aiutare la

precarietà? Certo, soprattutto attraverso le politiche attive che aiutano le persone a trovare un impiego. I

Italia le politiche attive sono molto deboli. 42

Sociologia del mercato del lavoro

Natura e struttura del mercato del lavoro

Inadeguatezza dell'applicazione del concetto di mercato al lavoro

Il concetto di mercato del lavoro indica i meccanismi che regolano l'incontro tra i posti di lavoro vacanti e le

persone in cerca di occupazione e che determinano i salari.

La Nuova sociologia economica ha messo in evidenza l'inadeguatezza dell'applicazione di tale concetto al

lavoro, perché:

A. Il lavoro non è una merce anonima,

B. Le relazioni di scambio fra chi vende e compra non sono su un piano di parità,

C. Il salario non svolge un funzione di riequilibrio fra domanda e offerta,

D. I soggetti non seguono sempre i criteri della razionalità economica.

1) La forza lavoro, contrariamente alle altre merci, non nasce storicamente allo scopo di essere

venduta e non è una merce separabile dal suo proprietario: la relazione tra le parti non si esaurisce

al momento dello scambio, ma prosegue nel processo produttivo, concretizzandosi in rapporti di

forza, di controllo e di conflitto sulle condizioni di erogazione della prestazione.

2) Fra chi vende (lavoratore) e chi compra (imprenditore) non esistono relazioni di scambio paritarie

ma rapporti di forza asimmetrici a vantaggio dei secondi: i lavoratori sono “obbligati” a vendere la

propria forza lavoro per sopravvivere, mentre gli imprenditori non sono costretti ad acquistare la

forza lavoro offerta e possono fare altre scelte (consumare il loro capitale o aumentare l'uso di

macchinari). Solo l’intervento pubblico permette una certa simmetria tra domanda e offerta di

lavoro, una condizione che al contrario è presunta in modo irrealistico nell’idea di mercato.

3) Il salario non svolge la funzione di riequilibrio tra domanda e offerta, perché la struttura delle

retribuzioni è definita da fattori sociali e consuetudini oltre che dall'azione dei sindacati e del

potere pubblico (stato): la legislazione sul lavoro e le politiche di welfare (del lavoro e sociali)

incidono sul rapporto tra domanda e offerta di lavoro - effetto demercificazione. Le condizioni

della compravendita del lavoro sono perciò definite socialmente.

Disoccupazione-lavoro-salari: “perché, quando esiste un tasso di disoccupazione significativamente alto,

non si attiva una concorrenza per il limitato numero dei posti di lavoro, e perché una simile concorrenza

non riduce subito il livello dei salari?” (Solow); 43

Teorie economiche del mercato del lavoro: salario di equilibrio spiegato dal versante della domanda

Teoria del “salario di efficienza”:

I datori di lavoro pagano un salario più alto rispetto a quello degli altri datori di lavoro per motivare

Ø maggiormente i lavoratori che nell’impresa moderna hanno un certo grado di controllo sulla

propria produttività;

Teoria “insider/outsider”:

Spiega il vantaggio contrattuale dei lavoratori all’interno dell’impresa (insider) con il fatto che data

Ø la loro esperienza non sarebbero del tutto intercambiabili con altri lavoratori.

Teoria delle norme sociali:

Valori condivisi, approvazione – disapprovazione dei comportamenti;

Ø

Teoria delle relazioni industriali:

Rappresentanza collettiva del lavoro, contrattazione collettiva, diritto di sciopero.

Ø Inadeguatezza dell'applicazione del concetto di mercato al lavoro

4) l’uomo ha razionalità limitata e nella ricerca di lavoro non ha una perfetta conoscenza delle

caratteristiche della domanda di lavoro, ma si muove in condizioni di informazione scarsa e di incertezza.

In definitiva:

Parlare di lavoro in quanto merce sui generis e prodotto della società ci costringe a riflettere sul modo in

cui è socialmente possibile che le prestazioni lavorative assumano determinate forme (orari, ritmi,

interruzioni durante il corso di vita, livelli di qualità e professionalità).

Componenti e dinamiche del “mercato del lavoro”

Due categoria popolano il mercato del lavoro:

Gli OCCUPATI coloro che svolgono un lavoro che produce reddito;

ü I DISOCCUPATI coloro che non sono occupati, sono in cerca di lavoro e sono disponibili ad accettare

ü un lavoro alle condizioni esistenti.

Mentre gli INATTIVI, esclusi dal mercato del lavoro, sono privi di occupazione e non svolgono neppure

attività di ricerca per diverse cause (età scolare, anziani, studenti, casalinghe, pre-pensionati).

Non mancano aree grigie e situazioni ambigue (FORZE DI LAVORO POTENZIALI, scoraggiati). 44

Dai concetti alle rilevazioni statistiche

Gli occupati comprendono le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento:

Hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che prevedesse un corrispettivo

v monetario o in natura;

Hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale

v collaborano abitualmente;

Sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia).

v

I disoccupati comprendono le persone non occupate tra i 15 e i 64 anni che però:

Hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che

v precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività

autonoma) entro le due settimane successive;

Oppure, inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento e sarebbero disponibili

v a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse

possibile anticipare l’inizio del lavoro.

- Rilevazione continua sulle forze lavoro (RCFL) a cura dell’Istat (ex Rilevazione trimestrale sulle forze

lavoro-RTFL): indagine campionaria. Le informazioni vengono raccolte dall’Istat intervistando ogni

trimestre un campione di quasi 77 mila famiglie, pari a 175 mila individui residenti in Italia, anche

se temporaneamente all’estero. Sono escluse le famiglie che vivono abitualmente all’estero e i

membri permanenti delle convivenze (istituti religiosi, caserme ecc.)

- Censimento della popolazione e delle abitazioni a cura dell’Istat (indagine esaustiva).

I principali indicatori: Tasso di occupazione

(Occupati/Popolazione attiva)

Tasso di disoccupazione

(Disoccupati/Popolazione attiva)

Tasso di attività

(Popolazione attiva/Popolazione totale) 45

Il capitalismo continentale: competitività economica e nuove forme di dualismo.

Quali paesi sono inclusi? Germania, Francia, Austria e Paesi Bassi.

Caratteristiche peculiari del modello continentale:

Elevata competitività economica in alcuni settori;

Ø Modelli organizzativi basati su grandi imprese e reti strutturate;

Ø Politiche per lo sviluppo orientate a sostenere l’innovazione;

Ø Elevata flessibilità interna del lavoro e una moderata – ma crescente – flessibilità esterna;

Ø Welfare segmentato e basato sul principio assicurativo;

Ø Un modello di relazioni industriali con una moderata centralizzazione che sta però attraversando

Ø importanti cambiamenti.

Due concetti hanno influenzato il capitalismo continentale (e contribuito a delineare le due varianti tedesca

e francese): Economia sociale di mercato + dirigisme

Economia sociale di mercato: ha le sue radici nella tradizione tedesca che sottolinea l’importanza

v dell’azione dello stato e di politiche volte a sostenere l’inclusione sociale insieme alla promozione

del mercato e della competitività economica (capitalismo altamente regolato con uno stato che

interviene per sostenere il funzionamento del mercato e ovviare ai suoi fallimenti con politiche di

redistribuzione e welfare).

Dirigisme: che rimanda alla tradizione francese di intervento dello stato, che si propone di guidare

v il mercato attraverso un intervento in economia di indirizzo e pianificazione, con una marcata

difesa degli interessi nazionali e un sostegno pubblico di grandi imprese in settori strategici.

Sistema produttivo, credito e ruolo dello stato: grandi imprese, export e alta produttività.

I problemi di coordinamento nell’azione avvengono secondo interazione strategica:

Su relazioni inter-impresa fortemente strutturate, basate su rapporti di medio e lungo

o periodo e caratterizzate da un’elevata cooperazione tra le parti.

Forte condivisione e partecipazione = cooperazione organizzata.

o Stabilità e relazionalità giocano un ruolo molto importante per la diffusione di innovazione.

o

Bassa mobilità dei lavoratori frena la diffusione di conoscenza attraverso la circolazione di

Ø manodopera specializzata.

Scambio di informazioni strategiche passa invece attraverso relazioni inter-impresa stabili

Ø 46

L’intervento dello stato: difensore degli ‘interessi nazionali’ e attento a favorire il consolidamento delle

imprese di maggiori dimensioni, soprattutto nel settore delle attività dei servizi finanziari, della logistica,

delle comunicazione e dei trasporti, ma anche, specialmente in Germania, nella manifattura.

Le imprese di grandi dimensioni hanno giocato un ruolo strategico:

Si sono sviluppati modelli organizzativi basati sulla partecipazione.

v Risorse autonome per introdurre importanti innovazioni tecnologiche per migliorare il processo

v produttivo e anche per contribuire in modo importante alla formazione dei propri dipendenti.

Tutti questi fattori hanno avuto un impatto positivo sulla produttività.

v La Germania

Sin dagli anni ‘50 si è consolidato:

3. Un sistema del credito caratterizzato da istituti bancari di grandi dimensioni che assicuravano il

finanziamento di investimenti di lungo periodo per le grandi imprese industriali.

4. Sistema associativo basato su organizzazioni di rappresentanza imprenditoriale molto forti che

hanno sostenuto la nascita di ‘dense’ reti collaborative tra imprese.

Modello di organizzazione di impresa basato su lavoro stabile e altamente specializzato, con alti

Ø salari e fortemente tutelato.

Processi innovativi incrementali e processi decisionali che avevano un orizzonte di medio e lungo

Ø termine.

Anni ‘70 si è consolidato:

Era il paese a maggiore presenza dell’industria manifatturiera in Europa.

Ø

Anni ‘80:

Si è radicata una strategia competitiva incentrata su un’elevata diversificazione e qualità dei

Ø prodotti (produzione diversificata di qualità). 47

Flessibilità interna del lavoro.

ü Massici investimenti tecnologici.

ü Banche.

ü

Anni 2000:

Malato d’Europa: modello di crescita economica senza crescita occupazionale.

Ø Ripresa: fattori che hanno favorito le produzioni basate sull’export e che hanno contribuito anche a

o colmare il gap dei tassi di occupazione tra i Länder dell’Ovest e dell’Est.

Riforme degli anni 2000:

Elevato coordinamento dell’economia.

Ø Processi di liberalizzazione.

Ø La Germania in sintesi:

Un successo radicato in cambiamenti recenti a livello micro, di azienda, e a livello macro in termini di

politiche macroeconomiche, del credito e del lavoro. Il modello tedesco di oggi somiglia molto meno al

modello renano dei primi anni ’90, ma proprio tali diversità gli hanno permesso di essere competitivo

durante e dopo la crisi del 2007-08 anche se in parte a scapito della coesione sociale.

La Francia

Anni ‘80:

Riaggiustamento industriale da un lato con il massiccio intervento dello stato a sostegno dei

Ø cosiddetti ‘campioni nazionali’ .

Forte spesa sociale a sostegno dei disoccupati e più in generale delle persone in difficoltà

Ø economica.

Produzione di massa flessibile.

Ø Spostamento dell’orientamento strategico del governo in termini di politica economica:

Ø deregolazione di molte arene istituzionali.

è Ruolo di grande importanza come ‘attivatore’ del mercato, seppure in una logica

è che alcuni hanno definito come post-dirigiste ovvero che risente molto dell’eredità

delle logiche di azione del passato e di alcuni caratteri culturali che permeano da

tempo il capitalismo francese. 48

A metà degli anni ‘90:

Hanno acquisito importanza delle formule organizzative di tipo reticolare, basate su un maggior

Ø ruolo svolto della cooperazione inter-impresa.

Le imprese finali giocano un ruolo di imprese leader nei confronti delle imprese che appartengono

Ø alla loro rete, riproponendo così l’aspetto fortemente ‘gerarchico’ del capitalismo francese.

La funzione di coordinamento è stata giocata, e in parte continua ancora oggi a esserlo, dall’attore

Ø pubblico e dal ruolo svolto dalle imprese di maggiori dimensioni, che hanno promosso un

raggiustamento della produzione di massa flessibile verso nuovi settori produttivi ad alto valore

aggiunto. Mercato del lavoro:

Alta partecipazione e dualismo

Caratteristiche principali:

Flessibilizzazione ai margini attraverso il ricorso a forme contrattuali flessibili che ha avuto l’effetto

o di produrre nuova occupazione, ma che al contempo ha aumentato il dualismo nel mercato del

lavoro;

Le politiche del lavoro investe di più rispetto alla media europea sia nelle politiche attive sia in

o quelle passive, e nei servizi come i centri per l’impiego;

Poco più elevata è la media dei partecipanti alle misure di attivazione;

o In linea con la media europea i valori dell’indice di protezione del lavoro, sia di quello standard che

o di quello a tempo determinato; La Germania

Anni ’60:

Un modello di regolazione in grado di produrre elevati volumi di occupazione per dare lavoro, tra

Ø gli altri, all’alto numero di profughi dalla Germania dell’Est.

Negli anni ’70 e ’80:

La crisi del fordismo fu in grado di riprendersi più rapidamente.

Ø à 49

Anni ’90 in poi:

La Germania quota più elevata di occupazione nei settori della manifattura.

Ø

Come welfare without work (un mix di prepensionamenti, sussidi elevati per disoccupati di lungo

à

periodo, poche misure per favorire la partecipazione femminile e bassa partecipazione complessiva).

Riforme in Germania

2. La GERMANIA: già negli anni 60’ è stato promosso un modello di regolazione in grado di produrre

elevati volumi di occupazione per dare lavoro all’alto numero di profughi provenienti dalla

Germania dell’ Est. Tale macchina entrò così rapidamente a regime che la Germania divenne uno

dei grandi “attrattori” di forza lavoro immigrata, soprattutto dal Sud Europa. Negli anni 70’ e 80’ la

crisi del fordismo non risparmiò il capitalismo industriale tedesco che però soffrì meno rispetto ad

altri paesi.

Vi sono alcune trasformazioni che hanno modificato le caratteristiche di tale modello; questo anche perché

la Germania stava attraversando un percorso di moderata crescita economica senza crescita

dell’occupazione: alla competitività del sistema manifatturiero, alla crescita del PIL e all’aumento

dell’export non corrispondeva una crescita occupazionale, e questo a causa di un assetto regolato che fu

definito welfare without work dato da un mix si sussidi elevati per disoccupati di lungo periodo, poche

misure per favorire la partecipazione femminile e bassa partecipazione complessiva.

Per far fronte a tale situazione, la Germania inizia un percorso di flessibilizzazione che ha però inciso in

modo selettivo sul mercato del lavoro; un primo e importante tentativo di riforma si ha nel 1998 sotto il

governo di Gerhard Schroder, con la cosiddetta “alleanza per il lavoro, la formazione e la competitività” che

però fallisce senza produrre risultati. Pochi anni dopo inizia la lunga serie delle cosiddette riforma HARTZ il

cui obbiettivo principale era quello di mantenere competitività l’economia tedesca riducendo il costo del

lavoro e introducendo contratti non standard, oltre che riorganizzando i servizi per l’impiego e i sussidi di

disoccupazione.

Le riforme HARTZ I,II, e III hanno liberalizzato il lavoro a somministrazione e modificato l’organizzazione dei

servizi pubblici con i tradizionali centri per l’impiego che divengono vere e proprie agenzie per il lavoro

nelle quali sono concentrate le funzioni di sussidio, consulenza per la ricerca di lavoro e indirizzo verso

esperienze di formazione. Le prime 3 riforme Hartz hanno introdotto formule contrattuali a basso salario: i

MINI-JOBS (con stipendi fino a 400 euro) e i MIDI-JOBS (con stipendi da 400 a 800 euro). 50

Infine, la riforma Hartz IV ha riorganizzato i sussidi di disoccupazione unificando benefit per i disoccupati di

lungo periodo e le prestazioni di assistenza sociale riducendo la durata dei sussidi di disoccupazione e

abbassando i sussidi del welfare: dopo un primo periodo che va dai 12 ai 18 mesi, i disoccupati ricevono un

sussidio di circa 350 euro.

DUALISMO NEL MARCATO DEL LAVORO: la Germania dedica minore attenzione rispetto agli altri paesi alle

politiche attive del lavoro. Un’attenzione maggiore è invece rivolta alle politiche cosiddette di short term

work ovvero quelle che offrono sussidi alle imprese che stanno affrontando difficoltà per aiutarle a non

licenziarle.

Le prime, le POLITICHE ATTIVE sono rivolte a coloro che devono ancora trovare lavoro mentre le seconde,

SHORT TERM WORK offrono forme di tutela verso gli occupati; dedicare maggiore attenzione a queste

ultime significa quindi introdurre una forma di disparità che tende a tutelare più chi è occupato e ad

aumentare la disuguaglianza tra chi è ai margini, cioè chi ha occupazioni precarie a bassi salari, e chi invece

ha un lavoro nei settori chiave.

Il risultato complessivo è stata una flessibilizzazione che ha inciso in modo significativo solo su alcuni

segmenti della forza lavoro, contribuendo così al consolidarsi di un mercato del lavoro duale, con un nucleo

protetto e una parte che gode di minori protezioni. Anche grazie a tale flessibilizzazione, il modello tedesco

ha iniziato a “produrre” occupazione, risolvendo in parte i problemi del welfare without work di fine anni

90’, ma al costo di una crescita delle disparità nel mercato del lavoro.

La Francia: i principali interventi

Anni ‘90:

Riorganizzazione del sistema dei sussidi.

Ø Allocation unique dégressive che ha ridotto sia l’entità dei sussidi che la loro durata

o Aide au retour à l'emploi – ARE sussidio di disoccupazione per le persone in cerca di lavoro

o Plan d'aide au retour à l'emploi – PARE: che prevedeva la stipula di un vero e proprio piano

o individuale per la ricerca di lavoro

2001: make work pay:

Prime pour l’emploi bonus per l’occupazione.

o Revenu minimum d'insertion- RMI: riforma del reddito minimo di inserimento, che era rivolto a

o coloro che non avevano reddito o che ne avevano uno molto basso.

Revenu de solidarité active – RSA: reddito attivo di solidarietà diretto anch’esso a chi non ha

o reddito o ha un reddito molto basso. 51

La flessibilizzazione del mercato del lavoro: si sono avuti interventi volti ad ampliarla ma anche a regolarla

o, in alcuni casi, a limitarla, come è successo con la legge 73 del 2002 che ha introdotto limitazioni per i

contratti a tempo determinato, o con la legge 843 del 2005 che ha introdotto limiti all’utilizzo del lavoro a

somministrazione nel settore pubblico. Si tratta del modello di flexicurity alla francese che combina

flessibilità del lavoro con sicurezza del reddito grazie a elevati sussidi.

Una serie di riforme che hanno ampliato la flessibilità del lavoro e che hanno condotto a una sostituzione di

lavoratori a tempo indeterminato con occupati con contratti flessibili (part-time, tempo determinato).

Nel complesso: Il modello continentale si colloca a metà strada tra quelli nordici, che combinano un’elevata

partecipazione e bassi tassi di disoccupazione con una spesa più generosa in politiche attive del lavoro e il

modello anglosassone che invece spende meno di tutti gli altri paesi europei per le politiche del lavoro,

indipendentemente dal livello di disoccupazione.

Nel caso continentale infatti si è passati attraverso una flessibilizzazione di alcuni segmenti specifici,

sostenuta anche dal ruolo diretto dello stato che ha reso tale strada sostenibile socialmente attraverso lo

strumento dei sussidi per i lavoratori a basso reddito.

In altre parole, lo stato ha giocato un ruolo chiave nella istituzionalizzazione del dualismo. Sono anche stati

rivisti i sussidi secondo la logica del make work pay. Progressivamente, quindi, si è dedicata maggiore

attenzione al livello dell’occupazione piuttosto che alla qualità del nuovo lavoro creato.

Welfare, formazione e istruzione: Inclusione e frammentazione

Il modello di welfare continentale viene definito “corporativo-conservatore” e segue una logica di tipo

assicurativo, dove l’accesso ai benefit è basato prevalentemente sui contributi versati da lavoratori e datori

di lavoro e non sulla tassazione generale; è inoltre caratterizzato da una copertura molto alta, ma anche

frammentata; le radici di tale modello risalgono al sistema bismarckiano, basato appunto sul principio

assicurativo. Si tratta di un sistema welfare che prevede assicurazioni sociali obbligatorie per i lavoratori; le

tutele, dipendono dal lavoro che si svolge e sono collegate ai contributi versati. Per questa ragione, tale

modello di welfare dà vita a una segmentazione che tende a riprodurre lo status quo e le disiguaglianze

presenti in una società. Anche nel caso del welfare, è utile soffermarci sui percorsi intrapresi da Germania e

Francia per evidenziare similitudini e differenza:

2. La GERMANIA: come nota Hassel, si tratta di un sistema di sicurezza sociale basato sul pieno

impiego, dove tutti i benefit sono basati sui contributi versati. C’è quindi uno stretto legame tra

welfare e struttura occupazionale, con il welfare che offre indirettamente incentivi per la stabilità

occupazionale e di conseguenza favorisce l’investimento in professionalità specifiche. 52

In questo modello un ruolo chiave è giocato dagli interventi per l’istruzione e la formazione: è importante

ricordare il ruolo svolto dal sistema duale di alternanza scuola-lavoro a cui si iscrivono circa i 2/3 di coloro

che hanno terminato la scuola dell’obbligo. Il percorso di alternanza prevede di trascorrere una parte della

settimana in impresa e una parte, invece, in una scuola professionale; la responsabilità per il percorso

formativo in azienda è dell’impresa mentre la scuola è responsabile dell’efficacia della parte a carattere

teorico; si tratta di un sistema a elevata stratificazione, dove i giovani sono indirizzati da subito verso un

percorso professionalizzante oppure verso uno accademico, con limitate possibilità di cambiare in itinere.

La partecipazione delle parti sociali è uno dei principali fattori per il funzionamento del sistema duale; il

sistema duale svolge un’importante funzione all’interno del modello tedesco, ma negli ultimi anni, anche in

questo campo vi sono stati importanti cambiamenti legati all’orientamento; si investe meno nella

formazione tecnica di lungo periodo per privilegiare il rapido inserimento nel mercato del lavoro tramite le

forme contrattuali flessibili.

Per quanto riguarda le POLITICHE DI PROTEZIONE SOCIALE si nota che il modello tedesco è caratterizzato

da elevati livelli di spesa; tale investimento è stato in grado di ridurre le disparità e di attenuare l’effetto

“conservatore” del welfare tedesco.

Nel settore delle PENSIONI, la riforma Riester, da un lato ha ridotto i benefit pubblici e, dall’altro, ha creato

nuovi incentivi per le pensioni private-integrative, seguita poi da interventi che hanno aumentato l’età

pensionabile fino ai 67 anni.

Rappresenta l’idea tipo del welfare bismarckiano

Stretto legame tra welfare e struttura occupazionale con il welfare che offre indirettamente

Ø incentivi per la stabilità occupazionale e favorisce l’investimento in professionalità specifiche e

percorsi di mobilità interna, promuovendo flessibilità funzionale alla base del modello della

produzione diversificata di qualità.

Ruolo chiave è giocato dagli interventi per l’istruzione e la formazione:

Elevato grado di scolarizzazione

ü Forte enfasi sulla formazione professionale (ruolo delle imprese)

ü Sistema duale di alternanza scuola-lavoro (Ausbildung)

ü

Ruolo parti sociali nella formazione:

Collectivist firm sponsored (elevato coinvolgimento delle imprese)

ü L’investimento nell’istruzione universitaria non così decisiva

ü Forte attrazione dei giovani per l’istruzione tecnica

ü 53

Istruzione terziaria è previsto un percorso che ha una forte connotazione tecnico-applicativo

ü (Fachhochschulen)

Oggi: si investe meno nella formazione tecnica di lungo periodo per privilegiare il rapido inserimento nel

mercato del lavoro con forme contrattuali flessibili.

Politiche di protezione sociale in grado di ridurre le disparità e di attenuare l’effetto ‘conservatore’

• del welfare tedesco ma allo stesso tempo ha favorito l’affermarsi di una configurazione istituzionale

che ha avuto effetti perversi.

Seconda metà degli anni ’90:

Forte conflittualità tra gli schieramenti - reform blockade.

Ø

Dall’inizio degli anni 2000:

Seguono però una serie di riforme che da un lato hanno modificato la regolazione del mercato del

Ø lavoro con i principi di attivazione, di flessibilizzazione e di riduzione dei benefit legati alla

protezione sociale, e dall’altro hanno modificato il sistema pensionistico con il progressivo

allungamento dell’età pensionabile e la modifica graduale dal sistema da mono-pilastro a multi-

pilastro.

Pensioni:

La riforma Riester (2001) ha ridotto i benefici pubblici da un lato e dall’altro ha creato nuovi

Ø incentivi per le pensioni private-integrative, seguita poi da interventi che hanno aumentato l’età

pensionabile sino ai 67 anni oltre che diminuito il tasso di sostituzione dal 69% dell’inizio degli anni

2000 al 52% nel 2030. LA FRANCIA

Inizio degli anni ’90:

Il peso della spesa per la protezione sociale sul PIL è passato dal 19,4% del 1974 al 27,3% nel 1985,

Ø al 27,8% nel 1992; i contributi sociali ammontavano al 45,5% del salario lordo nel 1980 e divengono

oltre il 60% alla metà degli anni ’90

Spesa sociale molto elevata all’inizio degli anni 2000:

Componente importante di tale spesa è data dal sistema di formazione professionale e in

Ø alternanza. 54

collectivist state based

à

Educazione, la formazione e per la protezione sociale due elementi di criticità:

Bassa sostenibilità finanziaria nel medio-lungo periodo

Ø Crescente inadeguatezza a rispondere ai nuovi rischi sociali cui sono esposti importanti gruppi della

Ø popolazione.

Riforme anni ‘90:

Sussidi di disoccupazione

Ø Riforma delle pensioni del 1993 (Balladur)

Ø Formazione di un fondo pubblico di riserva per le pensioni (Fonds de réserve pour les retraites)

Ø finalizzato ad accumulare risorse volte a finanziare una parte delle pensioni a partire dal 2020.

2003 riforma Fillon:

Meccanismi di risparmio:

Plan d’épargne retraite populaire - PERP

o Plan d’épargne pour la retraite collectif – PERCO

o

Nel 2010:

La Legge 1330 ha aumentato l’età pensionistica e quella dell’età pensionabile e ha promosso

Ø una maggiore omogeneità tra pubblico e privato in termini di contribuzione necessaria.

Riforma del 2013

Prevede un ulteriore aumento della durata e dell’entità della contribuzione sia a carico dei

Ø lavoratori che delle imprese.

Nel complesso, si tratta quindi di riforme che hanno cercato di aumentare la sostenibilità finanziaria del

sistema pensionistico:

Non solo modifiche dei meccanismi di calcolo delle pensioni e della loro indicizzazione, ma anche su

incentivi finalizzati ad allungare la vita attiva, principi in linea con quanto suggerito dalle istituzioni europee

e con quanto fatto da altri paesi del gruppo continentale, oltre che coerenti con la logica di attivazione

promossa nell’ambito del mercato del lavoro.

Per quanto riguarda il welfare si trovano molte somiglianze nel percorso di riforma tedesco e francese, che

sembrano andare nella medesima. In breve... 55

Il modello di welfare continentale ha alcune importanti complementarietà con il modello di organizzazione

produttiva basato su una forza lavoro con un’elevata professionalità: dedica grande attenzione alla

formazione di competenze specifiche e offre indirettamente incentivi verso la stabilità occupazionale.

Alcuni elementi di criticità:

Sostenibilità finanziaria e creazione di un sistema di garanzie frammentate che ha accresciuto il dualismo.

Per rispondere sono state fatte molte riforme che ne hanno aumentato la sostenibilità finanziaria e che

hanno svolto una funzione di attivazione tramite misure per l’allungamento della vita attiva; per ridurre il

dualismo sono state introdotte misure che non sono legate al meccanismo contributivo, ma che adottano

una logica di tipo universalistico.

strada che può creare nuove forme di dualismo

àUna Relazioni industriali: l’erosione di un modello?

Le relazioni industriali nel modello continentale:

I sindacati hanno avuto tradizionalmente forti legami con i partiti, che sono andati progressivamente

indebolendosi.

Per quanto riguarda le sue caratteristiche più recenti, il modello continentale si contraddistingue per:

Un elevato grado di istituzionalizzazione delle relazioni industriali

Ø Un’elevata articolazione tra livello settoriale e di impresa

Ø Una concertazione altamente regolata

Ø Istituti partecipativi

Ø Di co-decisione a livello di settore e di impresa

Ø

Un sistema di rappresentanza degli interessi fortemente organizzato che negli anni più recenti sta

attraversando importanti cambiamenti. LA GERMANIA

Un punto di forza delle organizzazioni di rappresentanza funzionale, che ha facilitato la partecipazione alle

politiche pubbliche è stata sicuramente la loro bassa frammentazione:

L’organizzazione confederale DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund) rappresenta circa 6,1 dei 7,4

ü milioni di iscritti, e al suo interno le due principali organizzazioni, IG-Metall (settore

metalmeccanico) e Ver.Di (servizi) hanno oltre 2 milioni di iscritti ciascuna.

Il versante datoriale ha una compattezza elevata, con quattro organizzazioni principali

ü 56

Livello di membership non particolarmente elevato.

Membership molto concentrata in determinate categorie di iscritti: prevalentemente uomini, con

occupazioni a tempo indeterminato, spesso nei settori dell’industria e del pubblico impiego, con i giovani

che si iscrivono in percentuale molto inferiore a quella degli adulti.

Le leggi sulla codeterminazione, ovvero sulla partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori ai

Ø meccanismi decisionali delle imprese, risalgono agli anni ’50 (1952).

Struttura della contrattazione collettiva con il settore nell’industria metalmeccanica che svolge una

Ø funzione di pattern making, influenzando l’andamento della contrattazione negli altri settori.

Numero crescente di imprese che utilizzano clausole di apertura.

Ø C’è stato un processo di decentramento che però è stato di tipo più disorganizzato, ovvero è

Ø avvenuto in presenza di un calo della sindacalizzazione e della copertura della contrattazione di

settore allo stesso tempo, pur essendo aumentato lo spazio per la contrattazione a livello di

azienda il peso dei sindacati nei luoghi di lavoro è diminuito.

La Francia

Le relazioni industriali si sono sviluppate in un panorama ad elevata frammentazione della rappresentanza

degli interessi

Alla forza dello stato corrisponde la debolezza dei sindacati hanno una membership molto bassa e in

declino con un tasso di sindacalizzazione (inferiore all’8%) seguono logiche di tipo prevalentemente

conflittuale e sono presenti e moderatamente influenti nelle grandi imprese ma sostanzialmente assenti

nelle piccole.

Rappresentanza che passa attraverso la mobilitazione e quella legata alle elezioni sui luoghi di lavoro

Le elezioni nei luoghi di lavoro, sempre meno partecipate e con una crescente quota di eletti che è esterna

al sindacato.

I sindacati principali sono cinque:

Confédération générale du travail (CGT)

ü Confédération française démocratique du travail (CFDT)

ü Confédération générale du travail – Force Ouvrière (CGT-FO)

ü Confédération française des travailleurs chrétiens, (CFTC)

ü Confédération française de l’encadrement – confédération générale des cadres, (CFECGC)

ü ‘sindacalismo virtuale’

è 57

I delegati del personale (délégués du personnel) che vengono eletti e che hanno a che fare con i

Ø problemi dei dipendenti.

I comitati aziendali (comités d’enterprise), anch’essi eletti, che hanno poteri di consultazione sul

Ø luogo di lavoro e amministrazione di welfare aziendale per i quali ricevono un budget dall’impresa.

Le sezioni sindacali (sections syndacales) che rappresentano i sindacati all’interno delle aziende.

Ø

Tre sono le sfide che questo modello ha dovuto affrontare dagli anni ’90:

IV. Massiccia ondata di privatizzazioni iniziate già negli anni ’80, che con l’intento di aprire al

mercato hanno drasticamente ridotto l’occupazione in imprese pubbliche che erano

caratterizzate da elevata sindacalizzazione

V. Relativa al recente ricorso a pratiche di coinvolgimento delle parti sociali, a cui lo stato sta

facendo sporadicamente ricorso, ma che richiedono capacità, risorse e atteggiamenti diversi

rispetto a quelli tradizionali del sindacato francese

VI. Crescente segmentazione del mercato del lavoro francese e dalla presenza di un forte dualismo

che ha creato rilevanti difficoltà tra i giovani oltre che problemi non semplici di rappresentanza

per il sindacato.

Riforme:

2004:

Ha modificato l’assetto tra contrattazione di settore e contrattazione aziendale a favore di quest’ultima:

Da principe de faveur a Legge Fillon tale principio rimane valido solo per quattro temi

o Riforma ha modificato le norme sulla rappresentanza, con l’intenzione di ridurne la

o frammentazione.

2008:

Legge per il riorganizzazione della democrazia sociale e la riforma dei tempi di lavoro (Loi pour la

rénovation de la démocratie sociale et la réforme du temps de travail)

2014 Legge 288:

Rappresentanza per i datori di lavoro.

Concertazione: 2007 è attiva una legge (130-2007) sulla modernizzazione del dialogo sociale che

Ø obbliga i governi alla consultazione delle parti sociali ogniqualvolta si propongano di intervenire nel

campo delle relazioni industriali, del mercato del lavoro e della formazione professionale. 58

In breve:

Hanno costituito un elemento centrale delle complementarietà del modello continentale e contribuiscono a

livello macro all’efficacia del suo funzionamento.

Sono state proprio le pratiche e le logiche di azione delle organizzazioni di rappresentanza che hanno

promosso un elevato livello di stabilità e di flessibilità interna alle imprese, oltre che pratiche organizzative

di tipo innovativo, su cui si è basata la competitività a livello micro.

Mercato del lavoro:

Aumenta la flessibilità esterna, introducendo nuove forme contrattuali prevalentemente indirizzate verso

gruppi specifici di individui. Si è configurata una via continentale basata sulla logica del make work pay, con

lo stato che ha direttamente promosso e reso sostenibili occupazioni temporanee e a basso reddito

attraverso sussidi processo di flessibilizzazione ai margini. Crescita del numero di lavoratori a basso

à

salario (Germania).

Welfare:

È aumentata la capacità di promuovere inclusione sociale e di ridurre la povertà. Un modello a bassa

disuguaglianza allontanamento dal modello tradizionale assicurativo-conservatore

à

Relazioni industriali:

La regolazione associativa svolge ancora un ruolo di coordinamento, con le organizzazioni di

rappresentanza che partecipano alla formulazione e implementazione di politiche strategiche e la

contrattazione di settore continua a essere molto importante.

Sistema produttivo e il ruolo dello stato:

Azione dell’attore pubblico a sostegno di imprese e settori chiave tramite le politiche industriali, anche se in

un quadro diverso rispetto al passato, con un minore dirigismo in Francia o con un intervento che

diminuisce nel tempo in Germania.

Organizzazione produttiva:

Il modello continentale di capitalismo si basa molto su grandi imprese, spesso organizzate in reti stabili con

fornitori anch’essi di grandi dimensioni, specializzate in settori export-led, come la produzione di

autoveicoli, o comunque in settori strategici come ad esempio la logistica, l’energia, le comunicazioni.

Produttività medio-alta: modelli partecipativi a livello di impresa e un maggiore decentramento della

regolazione con politiche volte a promuovere l’innovazione hanno favorito un miglioramento della

produttività, incentivata da rapporti stabili tra fornitori e imprese finali. 59

Un’elevata moderazione salariale favorita dal processo di flessibilizzazione ai margini del mercato del lavoro

e da pratiche di relazioni industriali attente alle esigenze del controllo dei costi.

Risorse di flessibilità al modello continentale, così come i recenti cambiamenti nell’ambito delle relazioni

industriali con la contrattazione della competitività.

Il ruolo delle grandi imprese e delle loro reti unito a politiche pubbliche per l’innovazione ha contribuito

all’innovazione economica. Nuove sfide importanti:

Coesione sociale: riuscire a combinare alti livelli di occupazione e un welfare sviluppato con un basso grado

di dualismo.

Capacità del modello continentale di riprodurre quelle risorse sociali e i vincoli benefici che le recenti

riforme stanno erodendo su cui si è basata la recente competitività economica e se sarà in grado di

accoppiare a questa anche un buon rendimento in termini di creazione di benessere oltre che di ricchezza.

IL CAPITALISMO DEL NORD EUROPA

Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia

Questo modello si caratterizza per la capacità di combinare:

Elevata competitività;

• Alta qualità della vita;

Dimostrando che:

Il Welfare è molto sviluppato;

• I sindacati sono molto forti;

• C’è una centralizzazione della regolazione.

Tutti questi fattori non sono in contrapposizione con la dinamicità economica bensì favoriscono la capacità

innovativa e competitiva delle imprese (nonostante il periodo del cosiddetto paradiso perduto: Tali paesi

hanno anche vissuto periodi di intensa crisi economico-istituzionale; proprio all’inizio degli anni 90 Svezia e

Finlandia hanno attraversato un periodo di grande difficoltà con la crescita della disoccupazione, il

fallimento di importanti imprese e la crisi del sistema finanziario tant’è che alcune ricerche parlavano di

“paradiso perduto”. Dopo questo periodo di difficoltà, il capitalismo del Nord Europa ha iniziato a registrare

60

nuovamente una crescita economica forte e duratura. Già nella seconda metà degli anni 90’ Danimarca,

Svezia, Finlandia e Norvegia occupano le prime posizioni di tutte le classifiche internazionali per quanto

riguarda la dinamicità economica e la produzione, l’occupazione giovanile e femminile, la qualità della vita,

la coesione sociale.)

Danimarca, Svezia e Norvegia, sono paesi che sono accomunati da una cultura e una lingua pressoché

simile; la Finlandia invece, ha una matrice culturale differente ma il suo assetto politico-regolativo fa sì che

possa essere inclusa in questo modello.

Le similitudini tra questi paesi sono molte:

Lo stato gioca un ruolo importante nell’arena economica-sociale;

• Si ha un sistema di welfare che si avvicina a una copertura universalistica;

• Il mercato del lavoro è ad elevata partecipazione con politiche attive volte a tutelare l’occupazione;

• Vi sono bassi livelli di disuguaglianza e una bassa diffusione della povertà e da un elevato livello di

• inclusione sociale;

La regolazione associativa è importante;

• I tassi di sindacalizzazione sono alti;

• Sono paesi caratterizzati da una bassa densità della popolazione che ha favorito un welfare molto

• sviluppato;

Il modello di regolazione è basato sulla presenza di specifiche complementarietà istituzionali.

• SISTEMA PRODUTTIVO, CREDITO E RUOLO DELLO STATO: tra innovazione, produttività e qualità.

L’organizzazione produttiva e le strategie competitive sono fortemente influenzate da un mix di fattori:

Azione dello Stato;

• Degli attori di rappresentanza degli interessi;

• Dalle grandi imprese;

• Dal sistema finanziario e del credito.

Lo Stato ha giocato un ruolo proattivo a sostegno della cosiddetta “via alta per lo sviluppo”:

Non si è mosso come semplice regolatore dell’arena economica, ma ha svolto una decisa azione di agency

volta a sostenere direttamente e indirettamente le attività economiche collegate all’innovazione

attraverso politiche e investimenti pubblici.

Tale azione si ha attraverso 3 meccanismi: 61

4. L’azione dello stato a sostegno dell’arena economia: contesto istituzionale favorevole allo sviluppo

delle attività dell’alta tecnologia e dell’innovazione, si tratta quindi di uno Stato proattivo con

politiche a sostegno della competitività che sono molto efficaci.

5. La presenza di un ampio settore pubblico caratterizzato da efficacia ed efficienza nell’offerta di

servizi e beni collettivi: si vede che tutti e 4 i paesi del capitalismo nordico hanno una maggiore

presenza di occupati nel settore pubblico. L’effetto congiunto di queste due dimensioni, estensione

della macchina amministrativa e sua efficienza, ha dato vita a un’elevata disponibilità di beni

collettivi di cui hanno beneficiato gli operatori dell’arena economica.

6. Il ruolo svolto dal welfare come fattore produttivo: per rispondere alla crisi degli anni 90’ i quattro

paesi dell’Europa del Nord si sono progressivamente allontanati dal welfare state keynesiano,

basato sulla crescita della domanda aggregata, per indirizzarsi verso quello che è stato definito

Enabling welfare state, orientato sull’offerta. Si tratta di un sistema che mantiene elevate garanzie

per i lavoratori ma che al tempo stesso, mette a punto servizi individualizzati che favoriscono un

adattamento dinamico delle imprese e dei lavoratori alle mutevoli esigenze dei mercati e che, al

tempo stesso prevede un grande investimento nelle politiche di formazione. La presenza di un

enabling welfare state ha quindi favorito strategie competitive basate sulla via alta dello

sviluppo, sull’innovazione e su un’elevata qualità dei prodotti.

Il ruolo dello stato non è però sufficiente, occorre sottolineare l’importanza di altri fattori come ad esempio

il modello di RELAZIONI INDUSTRIALI:

L’assetto del sistema di relazioni industriali ha portato a elevati minimi salariali rendendo non perseguibili

strategie competitive incentrate sulla via bassa e rendendo la produttività e l’innovazione una necessità per

le imprese.

Occorre poi prendere in considerazione l’importanza dell’ARENA FINANZIARIA:

Nel capitalismo del Nord Europa le banche hanno giocato un ruolo simile a quello svolto in alcuni paesi

continentali (Germania), muovendosi attivamente come investitori in alcuni settori e influenzando la

struttura delle imprese attraverso la partecipazione diretta nei consigli di direzione delle grandi imprese.

Importante è il ruolo svolto dalle GRANDI IMPRESE e dalle loro modalità di organizzazione del lavoro

incentrata sulla partecipazione:

Da questo punto di vista i paesi del Nord Europa sono caratterizzati da un’elevata diffusione delle

cosiddette learning organizations, ovvero da imprese al cui interno vi è una forte autonomia dei lavoratori

62

nell’affrontare compiti complessi, oltre che da meccanismi che promuovono la partecipazione,

l’apprendimento e le capacità legate alla risoluzione dei problemi.

L’elevata presenza di organizzazioni basate sull’apprendimento ha favorito la capacità di innovazione delle

imprese soprattutto in SVEZIE e DANIMARCA:

In SVEZIA le imprese più strategiche sono quelle di grandi dimensioni che hanno investito molto in

• tecnologie avanzate: non a caso in Svezia la quota di imprese innovative aumenta al crescere della

dimensione aziendale. (La Svezia con grandi imprese multinazionali specializzate nell’alta tecnologia

(Ericsson) e in produzioni più tradizionali come la produzione di veicoli (Volvo) o di beni di consumo

e per la casa (Ikea, Electrolux). Si tratta di un tessuto imprenditoriale che è stato capace di superare

la drammatica crisi degli anni ’90 anche grazie a un percorso di liberalizzazione di alcuni settori che

ha avuto un alto consenso sociale, perché avvenuto in un quadro di elevate prestazioni di welfare

(liberalization without rentrenchment);

Diverso è il caso della DANIMARCA dove le imprese di minore dimensioni e le loro reti hanno un

• ruolo più strategico per l’economia nazionale, come mostrano ad esempio gli studi sulla regione

dello Jutland dove si trovano dei cluster di piccole e medie imprese con un’elevata specializzazione

settoriale che hanno alcuni elementi di somiglianza con i distretti industriali. La Danimarca ha

anche un elevato vantaggio competitivo-comparato in produzioni più tradizionali legate alle

imprese di minori dimensioni, ad esempio il tessile e l’abbigliamento. ( La Danimarca con imprese di

minore dimensione e le loro reti (la regione dello Jutland con cluster di PMI ad elevata

specializzazione settoriale). Il tessuto produttivo ha un elevato vantaggio competitivo comparato in

produzioni più tradizionali legate alle imprese di minori dimensioni come ad esempio il tessile e

l’abbigliamento, assieme con altri settori più innovativi, caratterizzati da grandi e piccole imprese,

come la meccanica.

Cosa ci insegna il modello del Nord Europa su sistema produttivo, credito e ruolo dello stato?

Innovazione e produttività nei settori tradizionali e in quelli avanzati hanno aiutato la competitività

• dei capitalismi del nord Europa, che sono accomunati da una lunga tradizione di apertura alla

competizione internazionale.

Un modello di sviluppo che negli ultimi anni ha registrato una forte crescita economica.

• Nel complesso quindi un modello di capitalismo che è stato in grado di affrontare con successo le

• trasformazioni dell’economia internazionale dalla metà degli anni ’90 e anche la recente crisi

economica. MERCATO DEL LAVORO. La lunga strada verso la flessibilità. 63

I paesi dell’Europa del nord rappresentano da anni una sorta di benchmark, un punto di riferimento per gli

altri paesi europei in merito al funzionamento del mercato del lavoro, caratterizzato da:

6. Elevata partecipazione;

7. Alti tassi di occupazione complessiva e femminile;

8. Presenza di part-time prevalentemente di tipo volontario;

9. Bassa disoccupazione complessiva e di lungo periodo;

10. Elevata flessibilità associata a una bassa precarietà.

Il buon funzionamento del mercato del lavoro si basa su alcuni pilastri costitutivi (che hanno permesso di

affrontare la crisi economica iniziata nel 2007-08):

1) Presenza di un modello di famiglia nel quale entrambi i membri hanno un’occupazione retribuita: Già a

partire dagli anni ’60 l’espansione del settore pubblico nei paesi scandinavi ha favorito la partecipazione

delle donne al mercato del lavoro: da un lato liberandole da alcune attività di cura all’interno della famiglia,

dall’altro lato offrendo loro opportunità di occupazione nel settore del welfare. Anche il fatto che tale

modello fosse finanziato da una imposizione fiscale su base individuale e non familiare, ovvero tassasse gli

individui come singoli e non la famiglia, ha indirettamente favorito la partecipazione al lavoro di ciascun

membro della coppia.

2) l’investimento nelle politiche attive: L’ampio investimento in politiche attive ha avuto due finalità

principali:

3. Promuovere la partecipazione al mercato del lavoro e favorire l’incontro tra domanda e offerta.

Questo è avvenuto mediante un massiccio investimento in politiche di formazione, rivolte sia ai

giovani in ingresso (come le misure di training iniziale), sia a chi già lavora attraverso la formazione

continua, che ha contribuito a ridurre il dualismo nel mercato del lavoro (diffuso invece nel

capitalismo continentale).

4. L’incontro tra domanda e offerta viene anche favorito da un elevato investimento in servizi per il

mercato del lavoro (come i servizi pubblici per l’impiego).

Inoltre elevato è anche l’investimento in politiche passive prevalentemente nel campo del sostegno al

reddito: l’alto livello di sostegno per i disoccupati rende il rischio di povertà molto basso non solo per chi

lavora ma anche per chi è in una situazione di disoccupazione.

3) la diffusione della flessibilità: Un elevato grado di flessibilità interna del lavoro si combina con una

medio-alta flessibilità esterna, sia in ingresso sia in uscita: 64

- in merito alla flessibilità interna, i modelli organizzativi adottati dalle imprese sono incentrati su

un’elevata mobilità, sulla rotazione delle mansioni e sull’assunzione di responsabilità legate a diversi

momenti del processo produttivo.

- in merito alla flessibilità esterna, si tratta di un principio generale di funzionamento del mercato del

lavoro in cui (ad eccezione della Norvegia) si ha una protezione dell’occupazione medio bassa per i lavori

standard e bassa per l’occupazione a tempo determinato.

4) lo sviluppo del sistema di welfare come fonte di occupazione:

Lo sviluppo molto elevato dei servizi legati al welfare, che hanno spesso una connotazione labour intensive,

ha comportato:

Da un lato la dafamilizzazione dei lavori di cura, con il conseguente aumento della partecipazione al

• mercato del lavoro di entrambi i membri della famiglia;

Dall’altro la promozione dell’occupazione femminile, che ha raggiunto in tutti e quattro i paesi un

• livello particolarmente elevato.

Il sistema di welfare come vero e proprio fattore produttivo, attraverso meccanismi in grado di generare

occupazione in modo diretto e indiretto.

LEGAME TRA FLESSIBILITA’ E SICUREZZA: il caso danese.

Tale legame può essere illustrato guardando al caso della Danimarca, caratterizzato da quello che è stato

definito il “triangolo d’oro della flexicurity”, ovvero un sistema basato su 3 principi chiave:

1. E’ dato dall’elevata flessibilità esterna del lavoro, finalizzata a ridurre la “sicurezza del posto di lavoro”,

intesa come possibilità di mantenere lo stesso lavoro con la stessa impresa e a favorire la “sicurezza

dell’occupazione” intesa come possibilità di trovare facilmente un nuovo impiego; si rende più facile

licenziare ma si fa di tutto affinché chi perde il lavoro riesce a trovarne un altro in tempi molto rapidi. Per

far ciò serve il secondo pilastro del modello della flexicurity:

2. Un elevato investimento in politiche attive del lavoro basate su piani di intervento a livello individuale, su

un’attività di formazione continua e su incentivi sulle assunzioni;

3. Consiste in elevati sussidi di disoccupazione che offrono sicurezza economica durante il periodo di non

lavoro.

Si tratta di un modello stabile e di successo, ma non è stato esente da recenti trasformazioni: 65

Si è avuta una riduzione dell’entità di sussidi di disoccupazione e della loro durata media;

• Si è avuto un progressivo passaggio in cui i sussidi vengono erogati in base alla rispondenza dei

• singoli a una serie di requisiti.

Una tendenza a rafforzare la componente occupazionale e non universalistica di alcuni servizi di

• welfare lasciando intravedere un possibile percorso di frammentazione nell’offerta di servizi di

welfare.

Diverso è il caso della Svezia: la Svezia condivide con la Danimarca un approccio simile alla regolazione del

mercato del lavoro; però esistono alcune differenze definite “di intensità”:

Nel caso danese i livelli di spesa sono molto più alti che in quello svedese;

v Rispetto alla Danimarca, il caso svedese ha una minore capacità nel promuovere occupazione

v attraverso contratto temporaneo mentre ha maggiore capacità di favorire il passaggio dal lavoro

temporaneo a quello a tempo indeterminato; nel caso svedese si ha dunque una stabilizzazione del

lavoro.

In Svezia si ha una minore spesa relativamente alle politiche passive per singolo disoccupato.

v Per quanto riguarda l’andamento della partecipazione alle politiche di attivazione, che in Svezia è

v diminuita mentre in Danimarca è cresciuta, così come diversa è stata la tendenza degli investimenti

pubblici per la sicurezza sociale e le politiche passive del lavoro, diminuita in Svezia e aumentata in

Danimarca. L’impatto della recente crisi economica…

Il modello sembra avere avuto un buon rendimento anche durante la crisi:

L’obiettivo occupazionale di Europa 2020 (tasso di occupazione al 75% per la fascia di età 20-64

o anni) era già stato raggiunto dai paesi scandinavi ben prima del 2000 e non viene sostanzialmente

modificato negli ultimi anni;

Più eterogenea è la situazione relativa alla disoccupazione giovanile, molto più bassa della media

o europea in Danimarca e Norvegia, ma superiore ad essa, pur se di poco, in Svezia;

Svezia, Danimarca e Norvegia hanno anche un livello inferiore di passaggi verso occupazioni

o caratterizzate da minore sicurezza del posto di lavoro rispetto alla media europea e una maggiore

tendenza verso la stabilizzazione;

L’impatto della recente crisi economica…nuove sfide

Il livello di lavoro non standard di tipo involontario, ovvero di occupati che hanno un contratto

Ø temporaneo o part-time ma che vorrebbero un lavoro standard full time, è più basso della media 66

europea solo in Danimarca mentre negli altri tre paesi il livello è simile a quello degli altri paesi

europei;

La presenza di una forte segmentazione tra lavoratori autoctoni e immigrati per i lavori vulnerabili:

Ø la quota di lavoratori immigrati nelle professioni a bassa professionalità è molto elevata e la

differenza del tasso di occupazione tra lavoratori autoctoni e immigrati arriva a 25 punti

percentuali;

In sintesi: si tratta di un modello che funziona, anche se non è esente da sfide importanti, che ha risentito

della crisi economica in misura minore di molti altri paesi europei ma che ha visto delle modifiche parziali

alle sua caratteristiche costitutive (la combinazione tra flessibilità, protezione e attivazione rende inclusivo

il mercato del lavoro).

Welfare, formazione e istruzione: universalismo e servizi per promuovere l’inclusione attiva

Il welfare ha una connotazione universalistica, con tutti i cittadini che possono usufruire di sanità

o pubblica gratuita, scuola e di una estesa rete di protezione contro vecchi e nuovi rischi sociali;

È molto sviluppato, finanziato per via fiscale, con una imposizione complessiva molto elevata e

o progressiva, e finanziato in parte da contributi da parte delle imprese;

Lo Stato gioca un ruolo molto importante, sia a livello centrale decentrato, con i governi locali che

o usano le imposte per finanziare un ampio raggio di politiche sociali;

Interviene in modo rilevante in un ampio insieme di politiche (abitative, di lotta alla povertà, a

o sostegno della cura di bambini e anziani).

Dolvik: “lo stato sociale universale cominciò ad essere considerato un elemento produttivo che sosteneva la

ristrutturazione, la formazione di capitale umano e l’equità” [2009, pp. 221].

Spesa a sostegno dell’inclusione sociale

E’ molto più alta della media europea;

Ø Si tratta in particolare di interventi di sostegno al reddito, su cui poggia il modello egualitario di

Ø sviluppo dei paesi dell’Europa del nord, dove la quota di persone che vivono in condizioni di grave

deprivazione e il rischio di povertà sono molto più bassi;

Importante è il sostegno alla famiglia, indirizzato soprattutto ai suoi singoli componenti,

Ø contribuendo così a promuovere l’elevata presenza di famiglie a doppio reddito, a cui si rivolgono

parte dei servizi di welfare, orientanti alla conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita, come ad

esempio i congedi parentali, tramite un forte sostegno alla genitorialità paritaria;

Importante è la defamilizzazione, ovvero l’estensione dei servizi per attenuare la dipendenza dalla

Ø famiglia, non solo per le attività di cura (una più equa ripartizione dei ruoli all’interno della

famiglia). 67

Offerta e domanda dei servizi di welfare sono quindi fortemente collegate ai modi in cui la società

Ø si è organizzata e regolata. Istruzione e formazione

Il livello di investimento è molto più alto della media europea;

ü Basso numero di scuole e di università private;

ü La ricerca e l’istruzione secondaria e terziaria sono viste come un bene pubblico di grande

ü importanza e quindi poco soggette a tagli;

L’istruzione è considerata un bene da offrire gratuitamente con un approccio di tipo universalistico;

ü Le attività di ricerca sono concentrate in istituzioni fortemente internazionalizzate e localizzate

ü nelle aree urbane

La formazione e l’istruzione lungo tutto l’arco della vita rivestono una grande importanza.

ü

Per questo i paesi scandinavi vengono definiti come «learning societies» (forte investimento pubblico,

basso livello di spesa privata, elevata scolarizzazione).

In sintesi:

Si ha così un sistema di welfare che riesce ad attenuare le disparità e le fratture di genere, generazionali e

occupazionali all’interno della società, promuovendo un modello inclusivo a minore diseguaglianza e

povertà (si spende di più e meglio). …ma che deve affronta importanti SFIDE:

Immigrazione (con alcuni partiti populisti che sostengono la necessità di ridurre le garanzie dello

v stato sociale per gli immigrati – dualismo di matrice etnica)

Effetti di lungo periodo della generosità del sistema di welfare (effetto scoraggiamento)

v Sostenibilità finanziaria

v

Da cui sono derivati importanti cambiamenti negli anni ‘90 (che non hanno tuttavia modificato le

caratteristiche costitutive del modello di welfare):

• Progressiva riduzione della generosità delle prestazioni (aumento della condizionalità) e

dell’universalismo (anche per il ruolo della contrattazione collettiva);

• Progressivo decentramento dell’offerta dei servizi (i governi locali come providers di un’ampia

gamma di servizi pubblici – governance multilivello.

In sintesi… 68

Il modello di welfare dei CNE è caratterizzato da un’elevata coesione sociale e le persone a rischio di

esclusione sociale o di povertà sono una quota complessiva molto più bassa rispetto al resto d’Europa.

Considerando il rapporto tra mercato del lavoro e welfare, si può definire un modello dell’inclusione attiva

dove si ha un elevato sostegno al reddito, servizi di welfare accessibili e un mercato del lavoro inclusivo.

Relazioni industriali: dalla centralizzazione al decentramento organizzato.

I 4 paesi condividono una lunga tradizione storica di neocorporativismo con:

Un forte movimento dei lavoratori, con poche organizzazioni di rappresentanza, ma molto

v inclusive;

Un elevato numero di iscritti alle associazioni di rappresentanza, in particolare occupati nei settori

v esposti alla competizione;

Consolidate istituzioni di partecipazione a livello centrale e decentrato, costantemente coinvolte in

v modo formale e informale nei processi di regolazione relativi al mercato del lavoro, alle politiche

dei redditi, al welfare, all’offerta di servizi e alla loro organizzazione (politiche del lavoro,

formazione, ecc.);

Relazioni tra gli attori prevalentemente centralizzate, con un forte coordinamento contrattuale, che

v stanno sperimentando anche una crescita rilevante della contrattazione decentrata a livello di

settore e di impresa.

Uno degli aspetti distintivi del modello nordico è l’elevata sindacalizzazione e la bassa frammentazione.

Uno dei fattori che hanno maggiormente contribuito all’elevata sindacalizzazione è il SISTEMA GHENT:

deve il suo nome alla cittadina belga dove è stato realizzato per la prima volta; esso prevede il

coinvolgimento dei sindacati nella gestione dei fondi di disoccupazione e ha contribuito a mantenere alto il

tasso di sindacalizzazione in questi paesi: l’iscrizione ai sindacati era necessaria per poter ottenere alcuni

benefici in termini di sicurezza sociale, ad esempio le indennità di disoccupazione. Negli ultimi anni, però,

l’importanza del sistema Ghent si è ridotta a causa della crescita di nuovi meccanismi di sussidio che non

richiedono l’iscrizone al sindacato.

L’elevata cooperazione tra gli attori emerge anche guardando all’inclusione nella pratiche di policy-making

che rimane molto alta in tutti e quattro i paesi. Si tratta di un modello caratterizzato dal ricorso a pratiche

di CONCERTAZIONE che sono istituzionalizzate, sia in modo formale che informale.

Quali fattori hanno favorito il consolidarsi di pratiche di cooperazione tra governo e parti sociali?

Una lunga eredità storica legata anche alla tradizione luterana che ha fatto proprio un «ruolo molto

Ø vicino a quello del servizio civile all’interno dello Stato», con la conseguenza di un’apertura verso la

condivisione dello spazio politico con le organizzazioni degli interessi; 69

La struttura organizzativa e la logica di azione delle associazioni, poco numerose, molto inclusive e

Ø con una tradizione di rappresentanza che ha favorito il raggiungimento di accordi di tipo

concertato;

La ‘consensual democracy’ ha favorito la collaborazione tra organizzazioni della società civile,

Ø dell’economia e lo Stato (rafforzato anche da un tipo di parlamentarismo definito negativo);

La specifica geografia dei 4 paesi, che pur essendo molto estesi territorialmente, hanno una densità

Ø di popolazione molto bassa e concentrata (da cui una maggiore omogeneità di interessi);

La contrattazione collettiva centralizzata (omogeneizzazione intersettoriale e interaziendale delle

Ø condizioni salariali e di lavoro) – con forme progressive di decentramento settoriale, territoriale e

aziendale.

Alcuni esempi: la Svezia fra cambiamento e continuità

Caso per eccellenza di centralizzazione, ha visto negli anni ‘90 un progressivo processo di decentramento

settoriale:

- già durante gli anni ‘80 il modello di politiche di redditi uniforme a livello di settore inizia a mostrare le

prime crepe, con il primo accordo settoriale siglato nel settore metalmeccanico anche a seguito del

malcontento dei lavoratori specializzati per gli effetti di livellamento dei salari dati dal sistema centralizzato;

- dopo la metà degli anni ’90 si manifesta un’altra inversione di tendenza, con i sindacati manifatturieri che

raggiungono un accordo nel 1997 sulla politica dei redditi che, da un lato, ha giocato un ruolo di

coordinamento tra i settori manifatturieri e, dall’altro, ha influenzato a cascata quello che è avvenuto in

molti altri settori, riuscendo così a riprodurre un marcato coordinamento tra diversi settori e sostenendo la

moderazione salariale, con le retribuzioni che venivano collegate alle dinamiche dei settori più esposti alla

competizione (ritorno alla centralizzazione).

Quindi, si è avuto un processo di progressivo decentramento verso i livelli settoriale e aziendale, ma questo

percorso si è realizzato in un quadro di decentramento fortemente coordinato.

Alcuni esempi: la Danimarca, decentramento nella contrattazione

Le organizzazioni di rappresentanza degli interessi a livello nazionale siglano due diversi accordi che

costituiscono il quadro regolativo intersettoriale di riferimento (su temi come le regole procedurali, diritti di

70

organizzazione, le modalità di cooperazione a livello di impresa, ecc.), al cui interno si muove la

contrattazione collettiva di settore su salari, orari e condizioni di lavoro;

A loro volta gli accordi settoriali costituiscono il quadro di riferimento all’interno del quale si muovono gli

accordi a livello di impresa: i salari sono quindi prevalentemente individuati a livello di azienda nel settore

privato (importanza del livello decentrato/aziendale di regolazione in un quadro di decentramento

organizzato);

La contrattazione collettiva inizia così a esplorare nuovi temi come la formazione iniziale e continua o le

politiche sociali, le pensioni integrative o altre misure di welfare: una contrattazione collettiva che inizia a

produrre benefit in termini monetari e di servizi che almeno in parte compensano la riduzione di alcune

prestazioni da parte dell’attore pubblico.

In sintesi…

Le relazioni industriali nei paesi del nord Europa sono caratterizzate per un’elevata sindacalizzazione,

consolidate pratiche di concertazione, una contrattazione settoriale che gioca un ruolo di grande rilievo.

Nonostante ciò, negli ultimi anni si sono affermate delle sfide importanti:

1) la consapevolezza dei vantaggi del modello nordico da parte dei nuovi governi di centro-destra non ha

impedito loro di indebolire le forme di assicurazione contro la disoccupazione amministrate dai sindacati (il

«sistema di Ghent») e di rendere più costosa l’adesione ad essi, portando ad una flessione del tasso di

sindacalizzazione e alla riduzione delle entrate sindacali;

2) la stessa presenza di processi di decentramento, certamente meno radicali che in altri paesi europei e

spesso realizzati in un quadro di organizzazione e coordinamento.

Conclusioni: vincoli virtuosi e nuove sfide

Modello a crescita inclusiva (combina crescita economica e coesione).

In merito alla dimensione della crescita:

L’elevata flessibilità del lavoro ha favorito la capacità di adattamento delle imprese alle esigenze del

o mercato (+ politiche attive che favoriscono un avvicinamento fra le esigenze delle imprese e le

capacità della forza lavoro);

Il sistema di welfare e lo sviluppo dei servizi hanno favorito l’occupazione e liberato la famiglia da

o una serie di attività di cura;

La concertazione e il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali hanno aiutato a mettere in

o campo politiche per lo sviluppo efficaci (beni collettivi pro innovazione); 71

I modelli partecipativi di relazioni industriali a livello di impresa hanno aumentato il coinvolgimento

o e la produttività di una forza lavoro ad elevata professionalità;

Anche le politiche pubbliche efficaci e mirate hanno promosso l’adozione di strategie competitive

o basate sulla via alta per lo sviluppo.

Conclusioni: vincoli virtuosi e nuove sfide

In merito alla dimensione della coesione:

Il massiccio investimento in politiche attive e passive rende bassi i tassi di involontarietà dei

Ø contratti non standard e bassa la diffusione della «trappola della precarietà»;

Il sistema di welfare, la sua generosità ed efficacia, riducono il rischio di povertà;

Ø Basso dualismo ed elevata inclusione sociale.

Ø

Nuove importanti sfide:

Una tendenza alla marginalizzazione di alcuni gruppi di individui specie immigrati;

o Alcune riforme stanno modificando le caratteristiche costitutive del modello, come i processi di

o privatizzazione;

La sostenibilità finanziaria del sistema di welfare, esposto a pressioni interne ed esterne.

o Sociologia del mercato del lavoro.

Domanda di lavoro nella società dei servizi

Processo di terziarizzazione

Da una quarantina di anni la crescita dell'occupazione si deve principalmente alle attività del terziario – dei

servizi (anche in Italia, seppure il processo di terziarizzazione sia più accentuato al Sud dove l'industria in

senso lato non ha mai avuto uno sviluppo eccessivo).

Perché?

Da un lato al crescere del livello di reddito la domanda di servizi aumenta più rapidamente di quella

Ø di beni industriali (si avvicina alla saturazione);

Dall’altro la produttività del lavoro nei servizi è più lenta x l'impermeabilità al progresso tecnologico

Ø (per aumentare la produzione devono aumentare i lavoratori).

Le componenti del terziario

Servizi per le imprese o intermedi: 72


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Dafne29

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Dafne29 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Rizza Roberto.

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