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Sociologia del diritto

Lezione 1 (27/02/18)

Per frequentanti: V. Ferrari, diritto e società e due saggi contenuti nella piattaforma Ariel. Non sono permesse più di 6 assenze. Data dello scritto: 19 aprile.

Sociologia del diritto è una branca della sociologia e si serve di una serie di prospettive, concetti e metodi sviluppati dalla tradizione della sociologia, associandoli a un fenomeno complesso come il diritto. Studia i rapporti tra diritto e società adottando una prospettiva esterna al diritto. Per essere un buon sociologo, bisogna essere un buon giurista. È necessaria una competenza sociologica. Lo studio di un fenomeno sociale dal punto di vista giuridico si muove in altro modo. Per prospettiva esterna significa che il sociologo non crea il diritto ma lo osserva, lo descrive come fenomeno sociale. Con i suoi studi può suggerire che una certa norma non viene mai applicata, che una norma non è mai chiara e c’è bisogno di un continuo intervento degli interpreti. Per il sociologo del diritto una norma è efficace quando produce gli effetti che il legislatore voleva che producesse. Ci sono tante norme sociologiche che non producono gli effetti voluti. La sociologia del diritto è quindi una scienza giuridica teorica descrittiva mentre il diritto è una scienza pratica e prescrittiva. La sociologia può avere una funzione critica nei confronti della scienza giuridica. Il sociologo lavora su normative particolari ma fa anche teoria per capire dove sta andando la società e il diritto e quali relazioni ci sono tra essi. La nascita della sociologia deriva da quei giuristi che all’inizio del ‘900 si opponevano e che avevano un’idea di diritto certo, completo, che il giudice fosse semplicemente la bocca della legge. L’oggetto della sociologia del diritto è il diritto per come è, non per come dovrebbe essere o come a noi piacerebbe che fosse. Secondo Ferrari, il diritto è visto come modalità d’azione sociale: le persone ricorrono al diritto per raggiungere certi risultati, le nostre azioni possono essere orientate al diritto ma non vuol dire che siano tutte conformi ad esso. La sociologia indaga direttamente e empiricamente:

  • Il rapporto tra norme, azioni e i processi sociali che portano a definire i comportamenti come leciti e illeciti
  • Il sistema giuridico (la struttura, le funzioni...)
  • Impatto ed efficacia del diritto
  • Le singole istituzioni giuridiche e sociali
  • I diritti
  • La conoscenza del diritto e le opinioni sul diritto

Lezione 2 (01/03/18)

Da settimana prossima l’orario rimane lo stesso ma ci si sposta in Pio XII. Si può considerare la sociologia come una scienza sociale adottando una prospettiva esterna e non lo produce, non lo attua, ma lo descrive come fenomeno sociale. Per inquadrarla bisogna andare indietro rispetto a quella che è la prospettiva sociologica. Tutti noi abbiamo delle opinioni, che derivano da vari fattori come educazione e orientamento politico. Bisogna distinguere tra opinione e ricerca: le prime sono spiegazioni delle previsioni che facciamo quotidianamente, che non derivano per forza da una conoscenza approfondita dei fenomeni che derivano dall’esperienza individuale o magari di propria intuizione. La ricerca sociale è qualcosa di diverso, se vogliamo capire le circostanze di un fenomeno manifestato, il procedimento è più complesso. Non è più sufficiente farsi un’idea sul fenomeno ma bisogna seguire un metodo. Il sociologo è uno scienziato sociale che si libera dai condizionamenti della sua situazione personale e colloca quello che vuole studiare in un contesto più ampio. Mills dice che il lavoro sociologico dipende dall’immaginazione sociale: la capacità di riflettere su sé stessi fuori dalla propria situazione. Esempio, bere una tazza di caffè: può essere una pratica studiata dal punto di vista sociologico, si può studiare il valore simbolico di questo atto. Bere il caffè prima di iniziare una giornata con qualcuno è un rito sociale quotidiano. Scegliamo di compiere questa pratica con una certa regolarità anche per conoscersi meglio. Può far riflettere rispetto a quelle che sono differenze socio-culturali. Il caffè dà assuefazione ma dal punto di vista sociale non si è drogati in quanto è una droga permessa ma in alcune società non è così. Il caffè ha acquisito un’importanza sulla globalizzazione, può essere un aspetto, un tema, sviluppato dal punto di vista sociale tant’è che in alcuni ambienti la decisione sulla marca da acquistare può essere una decisione che denota uno stile di vita. L’immaginazione sociologica e la ricerca ci permettono di studiare pratiche che hanno un risvolto che va oltre quella che è la sfera personale. Come si osserva la realtà? Nella ricerca e nelle scienze sociali compare un concetto: paradigma. Cosa significa paradigma? Kuhn lo definisce come una prospettiva teorica condivisa e riconosciuta dalla comunità di scienziati di una data scienza fondata in parte delle acquisizioni che la disciplina ha raggiunto e serve perché opera indirizzando la ricerca in termini di formulazione del problema e delle ipotesi e per l’approfondimento di tecniche per verificare le ipotesi che si formulano.

Evoluzione di paradigmi nelle scienze sociali si può parlare dell’evoluzione da uno positivista a uno interpretativo. Il primo paradigma si formula all’inizio del 700, in concomitanza con il positivismo, caratterizzato dalla fiducia nella razionalità dell’uomo. Questo paradigma attraversa le scienze. In questo periodo succedono alcune cose che modificano la cultura e il diritto e la società: nel 1789 si attua la rivoluzione francese che trasforma la società e i rapporti tra classi e ceti sociali, ma anche la rivoluzione industriale inglese che porta a innovazioni tecnologiche e frantumazione degli stili di vita tradizionali. Comte, riflettendo su questi cambiamenti profondi, inaugura un campo di studio, la fisica sociale, che in futuro verrà chiamata sociologia. È una scienza che deve studiare le leggi e le regole del mondo sociale. La società può essere studiata come i fenomeni naturali per Comte mediante lo stesso metodo. La fisica sociale è una scienza sociale che spiega le leggi che regolano il mondo sociale. La conoscenza dei fenomeni sociali può avvenire empiricamente: la fisica sociale è in grado di spiegare, classificando, i fenomeni sociali e quindi capire e spiegare. In questo paradigma positivistico le azioni umani sono viste come azioni determinate da leggi verificabili a priori, che obbligano le persone a svolgere certe attività.

In questo paradigma si colloca Durkheim. Se Comte delinea il paradigma positivista, Durkheim è il primo che delinea in termini di ricerca questo paradigma. Secondo lui, la prima regola impone di considerare i fatti sociali come cose e non sono soggetti alla volontà dell’uomo ma influenzano le azioni dell’uomo. Il mondo sociale al pari del mondo naturale è governato da leggi ed esiste una realtà esterna che il sociologo può studiare.

Durkheim applica queste regole a un fenomeno: il suicidio. Si chiede quali sono le leggi che governano l’atto del suicidio: per lui il suicidio non è un atto puramente soggettivo ma un fatto sociale spiegato tramite il ricorso di altri fattori. Durkheim va a vedere le categorie statistiche del suicidio, dei dati oggettivi che raccoglie e si accorge che i tassi di suicidio sono più bassi nei periodi di guerra e più alti nei periodi di instabilità economica. Questi dati servono a formulare ipotesi che saranno leggi. Per lui sulla base di questo esistono due forze sociali alla base di questo fenomeno: integrazione sociale, il livello di inserimento nella società, e la regolazione sociale, modo in cui viene regolata la società. Per esempio:

  • Suicidio egoistico: è determinato da una mancanza di integrazione sociale (individuo isolato, legami sociali scarsi).
  • Suicidio anomico: determinato da carenze di regolamentazioni sociali.
  • Suicidio altruistico: quando i legami sociali sono forti.
  • Suicidio fatalistico: determinato da un eccesso di regolazione sociale, basato su indecisione.

Propone questi tipi di suicidio proponendo le leggi sui quali si basano. Questo paradigma così deterministico viene modificato nel corso del 900 in quanto viene meno quella che è la certezza che caratterizza il positivismo: la certezza della legge. Il diritto viene visto come lacunoso e tramonta l’idea della scienza come fonte di verità, è l’epoca in cui si fanno strada concetti come probabilità, incertezza, e basati su consapevolezza di imprevedibilità di certi fatti. Possiamo fare ipotesi ma non abbiamo la certezza che saranno valide per sempre. Il paradigma dell’interpretativismo trova la sua matrice nello storicismo tedesco e in particolare con Dilthey che ci dice le scienze della natura sono diverse da quelle dello spirito: le prime hanno per oggetto la realtà che consiste in fenomeni osservabili ed esterni all’uomo e dunque cercano di dare una spiegazione a tali fenomeni. Le scienze dello spirito hanno come oggetto una realtà che l’uomo costruisce; vive con la propria esperienza diretta. Esponente importante è Weber che ha un’idea di sociologia: la designa come la scienza che si propone di comprendere l’agire sociale e di spiegarlo causalmente nel suo corso e nei suoi effetti. Weber: per agire si intende un atteggiamento umano se l’individuo attribuisce a questa azione un significato. Comprendere invece significa intendere lo scopo dell’azione, capire le motivazioni e il significato attribuito a quell’azione sociale.

Quando si parla di ricerca sociale si parla di due aspetti: teoria e ricerca. La teoria è uno schema che ci guida nell’osservazione dei fenomeni, mette in relazione elementi particolari e di svilupparne un’interpretazione dei fenomeni concreti. La teoria orienta la ricerca, vale a dire l’attività scientifica di osservazione dei fenomeni sociali che permette di confermare o modificare la teoria. Una teoria senza ricerca produrrebbe delle conoscenze astratte, una ricerca senza prospettiva teorica si tradurrebbe in un ammasso di dati difficilmente interpretabili.

Lezione 3 (08/03/17)

La sociologia per Weber parte dal basso che ricostruisce le relazioni dell’agire sociale, che ha un significato che va oltre la sfera personale dell’autore. Un altro aspetto fondamentale della prospettiva sociologica riguarda il modo in cui il sociologo guarda la società. Possiamo distinguere una prospettiva macro-sociologica, che guarda la società dall’alto, le relazioni tra sottosistemi e le relazioni tra il mondo del diritto e l’economia, della cultura e il diritto. Possiamo definirla come società nel suo complesso, come sistema (concetti fondamentali: sistema, struttura, istruzione e funzione).

La micro-sociologia è lo studio della società dal basso vista come processo, costruzione continua che scaturisce dal reciproco rapportarsi degli individui (concetti fondamentali: azione, significato, comunicazione e linguaggio). Noi possiamo guardare la società in maniera diversa, concepirla come insieme in equilibrio. I primi teorici delle teorie funzionalistiche e dell’integrazione sono Durkheim e Luhmann che vedono la società come un sistema in equilibrio. Nei primi funzionalisti la società è avvicinata a un organismo vivente, spiegata dalle funzioni che la compongono. Questa visione pone il diritto come strumento che risolve i conflitti per riportare la pace e l’equilibrio sociale. Ogni elemento contribuisce all’equilibrio sociale, svolgendo determinate funzioni.

Molto diverso da questo approccio è quello conflittualistico, che vedono i padri fondatori Marx e Weber. Qui la prospettiva è diversa, mentre nelle teorie funzionalistiche il conflitto è un aspetto che deve essere superato, qui si ritiene che la società si fondi sul conflitto, è la base sul quale si fonda la società ed è tendenzialmente ineliminabile ma può essere regolato, che non significa eliminarlo (lotta politica per esempio nelle istituzioni parlamentari). La società può essere considerata come un ambiente dove convivono gruppi con interessi diversi e un potere di imporre la propria sfera di decisionalità sugli altri. Marx sostiene che la società è divisa in due gruppi e vede il conflitto come un aspetto che divide dicotomicamente la società e che può essere superato attraverso una rivoluzione che porta a costituire una società comunistica. Con Weber si parla di conflittualismo liberale, dove la società è divisa in più gruppi che occupano posizioni asimmetriche e per quanto il conflitto sia regolato, è ineliminabile.

Teorie funzionalistiche: la struttura rappresenta l’insieme degli elementi che sono essenziali per la vita del sistema. La funzione è l’apporto oggettivamente fornito dagli elementi e alla stabilità e al benessere. Le istituzioni sono gli elementi che compongono il sistema. Per quanto riguarda la funzione, ha una natura necessariamente positiva: se consideriamo che la società si regga in equilibrio e che i suoi elementi che la compongono contribuiscono all’equilibrio del sistema, la funzione è necessariamente positiva. Il primo sociologo che mette in dubbio questo paradigma dell’integrazione è Merton, che rielabora il concetto di funzione individuando e proponendo il concetto di disfunzione e di funzione manifesta e latente. Fa degli esempi: la religione viene concepita dalla teoria funzionalistica come elemento che svolge una funzione di integrazione sociale, che riunisce intorno al credo la società. Per Merton se guardiamo alla società scopriamo che la religione svolge una funzione di integrazione ma può essere causa di conflitti. Introduce quindi la disfunzione. Dice che possiamo distinguere tra apporto attribuito razionalmente a un elemento, una funzione di risoluzione di conflitto ma in realtà gli elementi svolgono funzioni che non sono razionalmente volute.

Molto spesso il legislatore emana una norma che svolge una funzione ma una volta emanata produce effetti diversi, basta pensare alla fecondazione assistita in quanto si produce una fuga all’estero di strutture (funzioni non volute o latenti). Ma anche cerimonie volute e sensate per volere la pioggia, se non si ottiene il risultato, certamente svolgono una funzione di coesione sociale (funzione latente).

Le teorie del conflitto: il conflitto secondo Marx può essere superato attraverso tappe che portano il proletariato al potere (teoria dicotomica). Per Weber si tratta di un conflitto che attraversa la società che non può essere eliminato ma regolato (teoria pluralistica). Il conflitto viene visto come un mutamento della società, non è visto negativamente. Premesso che queste teorie nascano come approcci diversi ma nel tempo si collegano anche di prestiti di concetto, una visione funzionalistica di integrazione svolge la funzione di risolvere i conflitti, di mantenimento dell’ordine sociale e di riduzione di complessità decidendo quali comportamenti tenere o meno. Nelle teorie di conflitto il diritto è concepito come strumento di potere, attraverso il quale i soggetti possono allargare la propria sfera di potere, decisionalità e influenza. Il diritto ha anche una funzione di regolazione del conflitto ma non di risoluzione. La micro-sociologia è un approccio che riunisce teorie molto diverse, che puntano l’attenzione sulle relazioni e sul linguaggio. Studia la società a partire dal basso come campo di interazione tra attori sociali.

Max Weber lo troviamo sia nella macro che nella micro-sociologia, come promotore di una sociologia comprendente che parla del concetto di azione sociale, per comprendere il senso delle azioni, che gli individui pongono in essere (per raggiungere uno scopo, perché gli viene attribuito ad esse un particolare valore). Il senso attribuito dall’attore sociale a un’azione può essere compreso da altri. Spiegare l’azione umana “casualmente nel suo corso”, vale a dire mettendo in relazioni i legami tra cause ed effetti.

Un punto fondamentale della sua teoria sono i tipi ideali, strumenti, modelli, schemi logico-concettuali, ottenuti astraendo dai fenomeni reali caratteri distintivi, per spiegare alcuni concetti nella realtà. Weber, per osservare la società, parte dalle azioni sociali, che sono dotate di senso. Nel momento in cui osserviamo cosa accade nella realtà dobbiamo apportare ciò che vediamo a dei modelli. Rispetto alle azioni propone tipi ideali: azione affettiva, ovvero quella mossa dai sentimenti, quella tradizionale, che ha significato in base alla consuetudine e infine le azioni razionali, poste in essere perché l’attore attribuisce ad esse un significato razionale perché vuole raggiungere un certo scopo o perché si attribuisce un valore particolare indipendentemente da ciò che mi porterà il compimento dell’azione. Weber utilizza il tipo ideale anche quando parla di diritto e potere.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher babyjaime di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Mancini Letizia.
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