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Parte prima capitolo 1: Identità

Il concetto di identità viene introdotto nelle scienze sociali a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Le prime teorie sull’identità vengono fornite da funzionalismo, interazionismo simbolico e fenomenologia sociale, tre approcci diversi ma in accordo sul fatto che l’identità si forma nel rapporto IO, ALTER, SOCIETA’. Per Parsons, il sistema della personalità è composto da quattro sottosistemi:

  • ID: Il sistema comportamentale
  • EGO: Il conseguimento degli scopi
  • SUPER-EGO: Integra e coordina tutto il resto
  • IDENTITÀ: Controlla tutte le parti

Una volta formatasi questa identità, agisce coerentemente con le aspettative legate al ruolo. Se si presentano conflitti o incongruenze, il processo di socializzazione sarà stato inadeguato e l’individuo deve essere risocializzato. Un aspetto importante dell’identità formulata da Parsons è quello di consentire all’individuo di riuscire ad orientarsi in un campo di possibilità e decisioni che sarà tanto più ampio quanto più complessa risulterà essere la società. Questo campo di possibilità verrà acquisito nel corso del processo di socializzazione, sotto la guida della famiglia, agenzia di socializzazione primaria.

L’idea di un’identità stabile, determinata e legata alla struttura sociale, elaborata da Parsons, verrà messa in discussione dagli interazionisti simbolici e dai fenomenologi, che elaborano un concetto di identità dinamico, in continua evoluzione. Per gli interazionisti, lo sviluppo dell’individuo è frutto dell’interazione tra la realtà soggettiva e quella oggettiva, sociale; il concetto di SE di un individuo è prodotto dal mondo in cui lo vedono gli altri.

Le prime elaborazioni del SE come incontro di dimensioni interagenti provengono da Charles Cooley, che già agli inizi del ‘900, formula il looking-glass self, un SE sociale riflesso e determinato dalla società. L’IO e la società nascono insieme e non è possibile concepire un’identità indipendente e separata, in quanto ciascun individuo conosce immediatamente sia l’uno che l’altra. L’IO si sviluppa mediante la comunicazione e ha un carattere riflesso, nel senso che l’idea di se stessi è collegata a come immaginiamo di apparire agli occhi degli altri.

George Herbert Mead si concentrerà su come questo SE si sviluppa. Nel descrivere la formazione del SE, analizza le due componenti che lo costituiscono, l’IO, ovvero la coscienza di sé, e il ME, cioè il soggetto attivo e creativo che entra in relazione con gli altri. Questa distinzione è puramente concettuale, proprio perché IO e ME sono strettamente interrelati. L’individuo adatta continuamente se stesso alla situazione e al contesto cui appartiene, attraverso il ME e proprio perché l’individuo assume in sé gli atteggiamenti degli altri, si crea in lui un gruppo organizzato di risposte. In questo gruppo di risposte c’è il ME.

Anche per Erwing Goffman l’identità sociale si costruisce nella relazione con l’altro ed è in costante evoluzione. Concentra la sua analisi su come il SE si manifesta. Per Goffman, il SE è il prodotto di una recita, è il frutto della combinazione tra diversi elementi, è un SE molteplice che varia al variare della scena per ottenere in cambio credibilità e accettazione sociale. La vera identità è spesso nascosta dietro le maschere che cambiano continuamente e che costituiscono i soli comportamenti della persona, non il suo essere complessivo.

La prospettiva fenomenologica considera il concetto di identità fondamentale per comprendere il processo attraverso il quale la realtà oggettiva diventa soggettiva. Il punto di partenza è la vita quotidiana, perché dalla propria situazione biografica ogni attore sociale elabora dei sistemi di rilevanza grazie ai quali potrà interagire con gli altri attori sociali.

Per Berger e Luckmann, l’identità si forma quando IO, realtà oggettiva e società sono relazionate come fossero tre pezzi di un puzzle. Per loro, nella società moderna l’individuo è costretto a vivere con una molteplicità di realtà contraddittorie, sia sul piano privato che su quello pubblico, che causano problemi a livello identitario. L’individuo moderno è più portato a ripiegare su se stesso, attribuendo grande valore alle proprie radici, ai propri diritti, alla propria autonomia.

Per Alain Touraine, la sociologia deve interessarsi alle forme di azione che mettono in atto gli individui. La sua sociologia è interessata allo studio del mutamento sociale e si concentra sull’analisi degli attori collettivi, in particolare dei movimenti sociali, definisce il movimento operaio, movimento per antonomasia. La sua analisi dei movimenti come attori storici del cambiamento sociale è incentrata sull’asse IOT, ovvero sulla combinazione dei principi di Identità, opposizione e totalità: tutti i movimenti devono far affidamento su una rappresentazione di sé (identità), sapere contro chi lottare (opposizione) e su quale terreno (totalità). Quando le dimensioni IOT sono integrate, il movimento sarà certamente più efficace.

Touraine, dopo aver dedicato trenta anni allo studio degli attori collettivi, incentra la sua analisi sugli attori individuali, senza però mettere in discussione la sua analisi precedente. Touraine ambisce a ricercare un soggetto che sia tanto più realizzato quanto più è capace di integrare in sé tutte le esperienze vissute, dalle relazioni affettive o amorose ai piaceri intellettuali, ai percorsi di iniziazione. La vera fonte di gioia non consiste più nell’integrarsi nella società, ma nella ricerca personale di spazi nei quali è possibile ritrovare se stesso e la propria forza critica.

Parte prima capitolo 2: Anomia

Il termine anomia è forse tra i più conosciuti della letteratura sociologica. L’autore a cui viene più frequentemente associato è Emile Durkheim che, nell’opera “La divisione del lavoro sociale”, offre una prima tematizzazione dell’anomia in relazione alla società industriale complessa, basata sulla solidarietà organica, sulla differenziazione dei ruoli e sulla divisione del lavoro. Per ovviare allo stato di anomia, la società si affida alle corporazioni o ai gruppi professionali, costituiti sia dai datori di lavoro che dai lavoratori, i quali riescono a risolvere le controversie e ricreare la solidarietà, ma è nello studio del suicidio che l’anomia diviene per Durkheim centrale, l’aggettivo anomico è associato ad un tipo di suicidio.

Nell’analisi del suicidio, l’autore rileva un paradosso: durante i periodi di sviluppo economico e prosperità, quando le condizioni di vita migliorano, il tasso dei suicidi aumenta. La ragione di questo incremento si spiega in quanto ogni individuo si sente davvero realizzato solo se i suoi bisogni risultano adeguati ai mezzi di cui dispone per soddisfarli. Dunque, quando lo sviluppo economico invita a credere che ogni meta sia raggiungibile, l’uomo, che è un pozzo senza fine di bisogni, desidera raggiungerne sempre di nuove e sviluppa un senso di frustrazione.

Durkheim rileva come la curva dei suicidi subisce repentine ascese non solo nei momenti di crisi economica ma anche nelle fasi di prosperità e agiatezza. In entrambi i casi, la società si rivela impreparata a modificare repentinamente la scala dei valori su cui fino ad allora si sono modulati i bisogni dell’individuo, con conseguente perdita di autorità, la società non riesce più a porsi come ente regolatore e moderatore per il singolo individuo.

L’analisi di Durkheim sull’anomia verrà approfondita da Merton, che definirà l’anomia come il prodotto di una discrepanza mezzi-fini, una discrepanza tra gli obiettivi che la società propone e i mezzi necessari per raggiungerli. Merton elabora cinque tipi di risposte che definisce “risposte individuali all’anomia”:

  • La risposta conforme: è la più frequente, gli individui condividono sia le mete che i mezzi
  • La risposta dell’innovatore: che condivide le mete, ma sceglie di utilizzare mezzi illegittimi per il raggiungimento di queste mete e ciò accade molto spesso negli strati sociali inferiori
  • La risposta ritualista: si crea tensione tra lecito e illecito, l’individuo si paralizza e viene escluso sia dai mezzi illegittimi che da quelli efficaci, come la volpe che non arriva all’uva, rinuncia. In questa categoria ci sono gli “outsider”
  • La risposta della ribellione: i soggetti condannano le mete e i mezzi che la società pone, ma anche il loro desiderio, nella ribellione c’è contrarietà e scontentezza, una condanna dei valori orientati solo al potere economico e un tentativo di sovvertire la struttura sociale

Per Merton, la società diventa fattore che genera anomia, che alza le mete, che per le classi più basse diventano sempre più irraggiungibili, spingendole all’uso di mezzi illegittimi. Sia Durkheim che Merton insistono sulla forza del sistema sociale di imporsi sugli individui, per il primo sia positivamente che negativamente. Per Merton si parla di anomia come frattura che avviene all’interno del sistema culturale, legata al conflitto tra mete e mezzi, ma nel caso della risposta della ribellione è anche legata alla possibilità che non si condivida ciò che la società impone come prioritario.

Parte seconda capitolo 1: Socializzazione

L’essere umano non nasce come essere sociale, ma con una predisposizione alla socialità. Per diventare membro effettivo della società, questo individuo dovrà assimilarne i modelli comportamentali, linguaggio, norme, valori, status e ruoli. Questa interiorizzazione viene definita processo di socializzazione. Per Durkheim, l’essere sociale si forma mediante l’educazione, per questo attribuisce grande importanza alle istituzioni scolastiche; per lui la scuola è un potente mezzo di socializzazione, perché ha la capacità di trasmettere all’individuo le norme che regolano la vita collettiva. Proprio perché l’educazione è una funzione essenzialmente sociale, lo stato non può disinteressarsene, deve vigilare le scuole affinché al loro interno vengano impartiti i principi e le idee essenziali.

Per Talcott Parsons invece, assume nel processo di socializzazione particolare importanza la famiglia, che ha il compito di trasmettere i principi della cultura comune. Intende la socializzazione come interiorizzazione di valori, attribuendo funzioni differenti ad ognuno dei genitori; al padre spetta il ruolo di bread winner, alla madre quello di leader socio-emotivo.

Per altri autori come George Herbert Mead, la socializzazione è intesa come un processo di formazione della personalità che avviene per fasi e non ha mai fine. La valutazione che offre della socializzazione è quella di identificazione sociale e acquisizione di ruoli ben definiti in un contesto sociale, role taking.

Riesman analizzerà invece la perdita di importanza della famiglia all’interno del processo di socializzazione in favore del gruppo dei pari e dei mass-media, rilevando alcune criticità, come il rischio di un’ec...

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Cristianabusatti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Ciampi Marina.
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