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divengono di nuovo status symbol. Quindi il problema è sempre “DISTINGUERSI”: in quest’ottica il sistema degli oggetti

utilizzati per definire il proprio status diventa uno stile di vita LIFESTYLE e si moltiplicano gli status acquisiti per

distinguersi sempre più dagli altri. In questo sistema viene a mancare la componente interiore che sottolinea la diversità

ed unicità di ogni essere umano in quanto tale e non solo legato a ciò che possiede.

Un altro elemento importante è la comunicazione del proprio status agli altri: questo è il motivo per cui nella cultura

odierna l’aspetto esteriore è così importante. Oggi la semplice vista dell’altro non da informazioni sufficienti:non

sappiamo chi davvero abbiamo davanti, manca la sicurezza ed aumenta l’insicurezza: nell’incertezza si può nascondere

di tutto. Simmel si chiede com’è possibile la società? Per capirla bisogna essere in grado di fare una TIPIZZAZIONE cioè

ridurre quello che vedo a qualcosa di noto, conosciuto e quindi rassicurante: Così si tende ad accentuare quello che c’è

in comune con gli altri a discapito dell’unicità dei singoli individui.

Come si è detto per molti anni ogni uomo aveva un numero limitato di incontri e rapporti con gli altri. In questo modo

conosceva bene chi aveva di fronte e sapeva cosa aspettarsi. Stabiliva quindi con queste persone dei RAPPORTI

PRIMARI, cioè rapporti face-to-face: si tratta di rapporti con persone che si conoscono bene, con cui si ha sensazione

di reciproca identità, rapporti in cui non è possibile sostituire i componenti e che esistono a prescindere dall’utilità.

Quando dopo il 1820 iniziano a formarsi le metropoli i rapporti interpersonali aumentano in modo vertiginoso, ognuno

conosce ed incrocia migliaia di individui diversi, anche per una sola volta, quindi è impossibile stabilire rapporti primari.

Si strutturano invece RAPPORTI SECONDARI basati sulla questione del ruolo (il ruolo è ciò che io faccio per il mio

status), su base utilitaristica e soprattutto che possono essere sostituiti (ho un rapporto secondario con l’impiegato di

banca quando vado a prendere i soldi, ma questo rapporto può benissimo essere sostituito dall’uso del bancomat).

Nella nostra società si assiste ad una SECONDARIZZAZIONE DEI RAPPORTI, perché ci relazioniamo più con le cose che

con gli uomini e di conseguenza diminuiscono i rapporti primari (tra questi alcuni nascono già dalla rima infanzia, altri si

strutturano nel tempo). Però non tutto è sempre così schematizzabile. Non abbiamo rapporti solo primari o secondari,

entrambi possono mutare. Un rapporto primario può diventare secondario e comunque continuare, un rapporto

secondario può diventare primario ma in genere quando termina il motivo utilitaristico per cui si è creato termina anche

il rapporto. Quindi la differenza sta nelle radici dei rapporti che si stabiliscono.

Nele società moderne i rapporti secondari aumentano, come aumenta l’importanza dell’apparenza: Infatti avendo

rapporti più brevi e superficiali il mezzo più immediato per cercare di identificare l’altro è quello visivo; gli accessori

indossati diventano messaggi verso il mondo esterno, ma continua a mancare la FIDUCIA. Infatti il quadro generale di

ogni individuo è falsificabile ed i segnali che “leggo” funzionano finchè mi fido di quello che ho davanti: ma poiché oggi

la fiducia è molto scarsa sono sempre in una posizione di mancanza di sicurezza perché non so mai veramente chi sono

gli altri.

10- Narcisismo e cura di sé- complessità dell’idea di riconoscimento – presentazione di sé ed istituzioni totali-

determinismo temperato dal ruolo

Analizzando uno strumento comunemente utilizzato come il SELFIE si possono fare una serie di osservazioni: a

differenza di quello che può sembrare è una scelta meditata, dove ci si preoccupa di mostrarsi in un certo modo per

dare una determinata comunicazione, è di fatto un AGIRE che rimanda alla domanda “chi siamo noi nella situazione

del selfie?” In questa situazione giochiamo un RUOLO, categoria molto importante in sociologia che può essere

considerata come punto di collisione nella dialettica struttura/azione. Il ruolo può essere descritto e definito in 3

modi principali:

1. Ruolo come insieme di modelli di comportamento

2. Ruolo come insieme di diritti e doveri

18 3. Ruolo come insieme di aspettative (il modo più adeguato per descriverlo)

Con il ruolo si attua come dice Goffmann una “presentazione di sé nella vita quotidiana”, dove il ruolo nasce appunto

come supporto che il gruppo offre a quelli che dimostrano di avere uno scopo comune (gli studenti,per es.)

Nell’accezione del ruolo come insieme di modelli di comportamento, si vede che nella vita quotidiana dalle esigenze di

un gruppo emergono comportamenti, bisogni e desideri che diventano i “modelli di comportamento” di quel gruppo.

I MODELLI DI COMPORTAMENTO sono ripetizioni di azioni e comportamenti fatte per raggiungere uno scopo simile

(frequentare l’università per prendere la laurea). Nel momento in cui si attua un modello di comportamento

ripetutamente questo comportamento si “ISTITUZIONALIZZA” (fase ISTITUENTE DEL RUOLO), nel senso che la realtà

percepisce questi nuovi modelli di comportamento, li coopta e li irrigidisce, creando la ISTITUZIONALIZZAZIONE del

ruolo che diventa uno strumento tramite cui ottenere lo scopo per cui si era iniziata una determinata azione. Più sono

istituzionalizzati e rigidi i modelli di comportamento, più aumenta la perdita di identità e soggettività, che è massima

nelle istituzioni totali (carceri, manicomi, caserme, ecc.) Ma come dice Goffmann c’è sempre una parte di individualità

che sfugge anche ai più rigidi meccanismi di istituzionalizzazione, per cui c’è sempre la possibilità di preservare la

propria identità.

Il riconoscimento del ruolo è una delle dinamiche fondanti della nostra società. Tutti abbiamo bisogno di un

riconoscimento e di farci riconoscere; questo perchè in genere non ci si fida dell’altro e più diminuisce la fiducia più

aumenta la necessità di riconoscimento. Il problema di “presentarsi” all’altro è molto importante ed è legato al

CONTESTO in cui ci si muove. Per ottenere una determinata cosa ci si adatta al contesto di quella cosa, presentandosi

anche tramite i gesti, i vestiti, ecc. E’ chiaro che in questo c’è sempre una possibilità di manipolazione (mi posso

presentare per quello che in realtà non sono, ma per quello che voglio far credere di essere) e quindi un potenziale

pericolo.

Questo modo di intendere il ruolo è un modo abbastanza neutrale e descrittivo, ma bisogna ricordare che per quanto il

ruolo sia rigido c’è sempre uno spazio per l’azione individuale che è poi imprevedibile.

11- Strategie della definizione-esempi concreti- le definizioni di struttura di Marx, Parsons e Cesareo- parzialità

della prima definizione di ruolo proposta – seconda definizione: diritti e doveri.

La prima definizione di ruolo discussa INSIEME DI MODELLI DI COMPORTAMENTO non da la possibilità di approfondire la

realtà che ci circonda. Bisogna ricordare che DEFINIRE significa DELIMITARE, cioè trovare uno spazio al cui interno si

possono costruire gerarchie significative. In questo senso è importante anche DEFINIRE LA STRUTTURA, perché appunto

le definizioni sono strumenti cognitivi, assertivi, ecc da utilizzare nei modi giusti per comprendere la realtà.

Una prima definizione di struttura è INSIEME COORDINATO RELATIVAMENTE STABILE DI ELEMENTI. Si tratta di una

definizione neutrale, semplicemente descrittiva.

Marx definisce la struttura come l’INSIEME DEI RAPPORTI DI PRODUZIONI PRESENTI NELLA SOCIETA’. Egli teorizza che

i rapporti entro cui gli uomini entrano sono DETERMINATi, NECESSARI e INDIPENDENTI DALLA VOLONTA’ del singolo. In

questo senso la struttura diventa un qualcosa di rigido e predeterminato, una costrizione. A questo Marx aggiunge che

tutta la struttura si organizza su BASE REALE: in questo senso afferma che l’unica base della società è quella REALE

costituita dai rapporti economici e tutto il resto di fatto è negato. Quindi è l’economia ad avere un peso determinante

nella costruzione della struttura sociale e la sfera economica è fondamentale all’interno della società. Anche quello che

pensiamo o sentiamo è determinato dalla sfera economica, quindi il pensiero di Marx si può definire come

DETERMINISMO SU BASE ECONOMICA, unica base reale e fondante della società. Secondo il pensiero marxiano l’uomo

si libererà di tutto ciò attraverso l’acquisizione della coscienza di classe che lo porterà automaticamente alla rivoluzione

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ed alla fondazione di un nuovo tipo di società in cui i mezzi di produzione saranno di proprietà collettiva e non più del

singolo capitalista.

Successivamente, negli anni ’50, il sociologo americano Parsons , padre della corrente di pensiero funzionalista dello

strutturalismo, introduce il concetto di struttura come FUNZIONE, parlando così di un adeguamento del concetto di

struttura in senso più dinamico. E’ quindi un modo per conciliare i 2 aspetti, struttura e azione, ed è un pensiero molto

legato alla realtà sociale degli STATi Uniti.

In realtà negli Stati Uniti non esistono gruppi sociali omogenei, anzi lo sono molto di più che negli altri paesi, visto anche

che la teoria del MELTING POT (Insieme di culture diverse che fondandosi tra di loro avrebbero dato origine ad un

insieme omogeneo dove le differenze si sarebbero compensate e fuse tra loro) in realtà si è rivelata fallimentare. La

cultura americana può essere piuttosto vista come un insieme di soggettività e culture diverse che convivono ciascuna

con la sua specificità. Parsons parla di SISTEMA SOCIALE, che è il sistema di processi ed interazioni fra oggetti e agenti.

La partecipazione di un agente a una relazione strutturata avviene sulla base di uno schema di interazioni. In

quest’ottica la relazione viene prima del soggetto e si ricade così nel determinismo marxiano. Il soggetto fa qualcosa di

predeterminato (funzione) e la struttura entro cui agisce è ferma; quindi l’individuo finisce per agire in modi che non ha

scelto ed è semplicemente un ingranaggio perché non può modificare la struttura o la funzione; non ha nessun ruolo

creativo, e l’azione finisce sempre con l’essere sottomessa alla struttura.

Il sociologo italiano Vincenzo Cesareo definisce la STRUTTURA COME INSIEME RELATIVAMENTE STABILE DI POSIZIONI

SOCIALI DIFFERENZIATEED INTERDIPENDENTI. Quindi la struttura è sempre stabile,pre-esistente e continua ad esistere

nel tempo, però le posizioni sociali sono differenziate ed interdipendenti, in una logica di cooperazione, che si può

interpretare come solidarietà.

Anche Durkheim parla di solidarietà ma dandole una valenza diversa. Durkheim ha una visione pessimistica delmondo e

quindi non si capisce perché dovrebbe dare valore alla solidarietà. Lo fa perché altrimenti verrebbe smentita la sua

visione strutturalista. Infatti Durkheim interpreta la Solidarietà in modo UTILITARISTICo, non etico.

Distingue una SOLIDARIETA’ MECCANICA, tipica delle società primitive dove gli individui sono solidali in quanto

interscambiabili tra loro (tutti sono in grado di fare le stesse cose e si possono sostituire tra loro). Si tratta di solidarietà

fondata su una funzione. L’altra forma di cui parla è la SOLIDARIETA’ ORGANICA, dove la solidarietà si basa sul fatto che

man mano che la società si evolve, scompaiono dei lavori e ne compaiono altri, gli uomini continuano ad interagire tra

loro perché ad ognuno serve l’altro (SOLIDARIETA’ SECONDARIA). In effetti ripete un po’ la visione meccanicistica

dell’organismo, dove tutto funzione perché collegato(i polmoni non respirano se il cuore non batte). La solidarietà così

non è un problema di valori ma di convenienza. In questo modo però non si va oltre sempre una visione meccanicistica

mentre c’è bisogno di andare oltre per approfondire la conoscenza culturale del mondo. La cultura è una forma di

riduzione della complessità del mondo all’interno della quale possiamo agire. La società è un divenire in cui struttura ed

azione si equilibrano continuamente senza necessità della prevalenza della struttura; l’uomo è in grado tramite l’azione

di modificare la struttura. Quindi azione e struttura sono in dipendenza reciproca, Per questo c’è bisogno di CODICI DI

CREDENZA,cioè bisogna credere a ciò che si fa, quindi dare energia al ruolo che si vive e con cui si agisce. Il lavoro per

essere parte della vita ha bisogno di un’adesione solo così può diventare realizzazione di sé

11_ Critica della definizione “moderna” di ruolo- aspetti impliciti della questione diritti/doveri- certezza, autonomia

soggettiva avente diritto invece di cittadino- terza ed ultime definizione diruolo, insieme di aspettative – gli aspetti

impliciti dell’aspettativa-: relazionalità, incertezza e fiducia- cenni su Taylor e la possibilità di chiedere conto agli altri

Ritornando alla Ii definizione di RUOLO come insieme DI DIRITTI E DOVERI, va precisato che questa definizione va posta

in capo ad un individuo che è il “titolare” dei diritti e dei doveri. Il concetto di DIRITTO è immediatamente collegato a

quello di CERTEZZA DEL DIRITTO, ed il Diritto può essere definito come un’attività in grado di stabilire la verità (es.

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verità giudiziaria). Nel parlare di dirittie doveri dobbiamo dire che c’è un legame tra i due concetti:da una parte,

l’aspetto FORMALE (norme e regole), quindi un aspetto della convivenza umana riferito alla STRUTTURA, e dall’altro

l’aspetto della CERTEZZA, termine molto rassicurante che rinvia anche questo al concetto di struttura.

Questa definizione è abbastanza problematica, perché si ragiona sul ruolo in base a una definizione rigida; vuol dire

anche confrontarsi sulla figura del soggetto portatore di ruolo come insieme di diritti e doveri e quindi si mette in luce

l’aspetto dell’ INDIVIDUALISMO, quindi molto legato al concetto dominante nella società attuale, quello appunto

dell’individualismo.

L’idea di diritti e doveri implica che anche questi ultimi siano ben rappresentati, cosa che nell’attuale società avviene

molto poco, anzi i doveri sono decisamente trascurati. Noi ci percepiamo più come CITTADINI (soggetti di diritti e

doveri) mentre sarebbe più corretto usare l’idea di “AVENTI DIRITTO” (Mongardini). Questo concetto di definizione del

ruolo è molto aderente alla società moderna, dove i doveri sono spesso dimenticati a favore dei diritti: in effetti i 2

fattori non sono in equilibrio tra loro. Questa definizione di ruolo presuppone una figura autonoma che si

autoregolamenta che nella realtà non esiste. Inoltre c’è un ulteriore problema che riguardala CERTEZZA. Quando manca

la certezza si genera uno stato di preoccupazione, di ANSIA e quindi aumenta l’importanza della SICUREZZA. La figura

del ruolo status è molto complessa e si struttura in funzione della società, dei rapporti con gli altri; c’è da dire che

esprime troppa sicurezza in termini di modernità.

III definizione di RUOLO come insieme di ASPETTATIVE che competono a ciascuno dei soggetti che sono in una certa

posizione sociale. Questa è una definizione molto più adeguata al mondo attuale.

Si definisce ASPETTATIVA quella situazione in cui ci si attende che qualcuno faccia la cosa ritenuta giusta in quella

situazione. Ci sono diversi aspetti cruciali da tener presente.

1-ci deve essere qualcuno che fa concretamente qualcosa; l’aspettativa non è legata a qualcosa di astratto, ci sono dei

soggetti coinvolti, quindi ci troviamo in pieno tessuto sociale e RELAZIONALE

2- c’è un aspetto di BIDIREZIONALITA’, in quanto io aspetto che qualcosa e l’altro a sua volta si aspetta qualcosa da me.

Come dice Simmel l’aspettativa ti immerge nell’AZIONE RECIPROCA, in cui ciascuno si sente vincolato

(INTERDIPENDENZA, siamo tutti legati gli uni agli altri). Il ruolo è quindi un legame bidirezionale che chiama in causa

anche la RESPONSABILITA’ PERSONALE. Uno dei punti cruciali delle nostre questioni sta nella CORRUZIONE del

PRINCIPIO DI AUTORITA’. Il ruolo è di fatto incapace di trasferire PRESTIGIO, in quanto ci vediamo tutti come titolari di

diritti. Questo porta al discorso inerente all’AVER TITOLO A CHIEDERE CONTO. Il filosofo TAYLOR dice che quando sei in

una dialettica in cui ognuno ha qualcosa fa fare c’è un principio di legittimità a chiedere. In pratica se io faccio il mio

dovere posso far valere i miei diritti, ho titolo a CHIEDERE CONTO di quello che mi spetta. La morale nasce

dall’ottemperare quello che gli altri si aspettano. Si accentua quindi l’ASPETTATIVA, e di conseguenza il versante della

COOPERAZIONE e della SOLIDARIETA’ che recupera così spessore etico. L’aspettativa si inserisce in un tessuto sociale

dove esistono RESPONSABILITA’. L’aspettativa è il CONTESTO che genera i miei diritti e doveri in relazione a ciò che va

fatto o meno. Quindi c’è grande importanza per il Contesto di riferimento in cui le cose avvengono. L’aspettativa inoltre

implica INCERTEZZA. Io posso aspettarmi che un dato fatto avvenga ma no ho mai la certezza di questo. Il mondo è un

luogo imperfetto dove non sempre accade quello che ci si aspetta. Dobbiamo essere consapevoli che le cose possono

andare in un modo completamente diverso da quello aspettato/previsto senza che nessuno ne abbia colpa. Se si ragiona

in termini di certezza si dimentica che i propri progetti sono comunque ipotetici: invece vengono considerati sempre

COME SE fossero assolutamente certi. Quando le cose non vanno come previsto si tende sempre a cercare un

responsabile, che però può anche non esserci. Ogni progetto si fonda di fatto sull’incertezza ed è un modo per

strutturarla e gestirla. Bisogna essere consapevoli del fatto che bisogna convivere con l’incertezza.

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In genere si ritiene che nel nostro agire i piccoli avvenimenti non siano importanti o condizionanti il risultato. Per

esempio negli studi scientifici si tende a riprodurre la realtà in laboratorio eliminando una serie di piccole variabili che

sono ritenute non significative ai fini dello studio. In realtà anche una piccola variabile potrebbe cambiare

completamente il risultato e quindi non è mai possibile prevedere veramente quello che succederà nella realtà; non

abbiamo strumenti per decidere cosa è veramente importante e cosa no. Le catene di avvenimenti sono complesse, con

moltissime variabili ed una alta soglia di incertezza. Non bisogna quindi dare tutto per scontato. Anche se in genere ci si

comporta COME SE l’incertezza non esistesse. E’ proprio la consapevolezza dell’incertezza che da la possibilità di

affrontarla. Altra importante dimensione dell’aspettativa è la FIDUCIA. Noi vediamo il mondo sotto forma di fiducia non

di razionalità. Si parla di FIDUCIA SISTEMICA, per dire che tutto si regge sul fatto che ci si fida degli altri e delle cose in

genere pur senza avere garanzie, ancora una volta facciamo tutto COME SE tutto funzionasse ma in realtà non abbiamo

nessuna garanzia che avvenga davvero quello che ci aspettiamo. In conclusione il ruolo come aspettativa è molto vicino

alla realtà odierna.

12- Ancora su progetto incertezza e fiducia- fiducia e fede – il cemento sociale e la visione razionalistica

contrattuali sta- gruppi e norme – caratteri di un gruppo – gruppi primari e secondari

Ritornando al discorso delle ASPETTATIVE, ripetiamo che le aspettative si inseriscono nelle norme sociali non

necessariamente legali. Come si è detto l’aspettativa è ciò che riteniamo giusto aspettarci. Per vivere in un gruppo

dobbiamo conoscere molte cose che ci indicano come comportarci, cose che in genere ci sembrano scontate, ma in

realtà non o sono perché la Cultura non è naturale: di questo in genere noi siamo inconsapevoli. Le aspettative sono

inoltre utili a comprendere il contesto attuale, è un’idea molto vicina all’essenza della nostra vita. Noi viviamo

aspettandoci cose, però non sempre quello che ci aspettiamo avviene: nell’aspettativa c’è quindi anche la strategia

normale e quello da fare quando le cose non vanno come ci si aspetta. Secondo Goffmann una delle nostre attività è

riparare il senso comune. Ogni situazione ha una sua grammatica, ogni situazione comporta aspettative; sappiamo in

linea di massima cosa ci si aspetta da noi. Il Ruolo è fatto di Aspettative, cioè regole più o meno vincolanti che fanno sì

che le aspettative si verifichino. Noi conosciamo le regole, ma esistono anche le eccezioni. Quindi vivere bene vuol dire

gestire una QUOTA DI INCERTEZZA. Il sociale si deve percepire non come qualcosa di estraneo, ma qualcosa che accade

INSIEME a noi. Dobbiamo saper percepire il cambiamento e le nostre competenze ci devono mettere in grado di

adeguarci alle situazioni “irregolari”, cioè ci devono far REAGIRE.

In genere l’inatteso arriva sempre inaspettato, quindi bisogna avere anche disponibilità verso quello che può accedere,

invece nella vita quotidiana si ha più un atteggiamento di chiusura, la certezza andrebbe sempre sfumata. In questo

senso il concetto di PROBABILITA’ è molto vicino a quello di ASPETTATIVA.

Ancora collegata è l’idea di FIDUCIA. Quando ci si fida di qualcuno, anche se avviene un tradimento, si tende ancora a

concedere fiducia. La fiducia ha la stessa radice di FEDE, ma la fede è fidarsi contro l’evidenza.

I filosofi francesi Rousseau, D’Alambert ecc elaborarono la teoria del CONTRATTO SOCIALE. Pensavano che ogni stato

nazione si fonda su un contratto sociale per cui una parte di persone s aliena dei diritti in cambio di emolumenti. Alla

base di ogni stato c’è un patto razionale chiaramente fiduciario. In questo modo si pone l’accento essenzialmente

sull’aspetto razionale dello stato, freddo e distante.

Il CEMENTO SOCIALE è il legame che oltre il razionale si costruisce su rapporti di fiducia.

Possiamo dire che il contratto sociale è alquanto superato dalla necessità attuale di recuperare anche il versante

emotivo, per cui la fiducia diventa un elemento base di qualsiasi convivenza soddisfacente che deve avere oltre l’aspetto

strumentale anche quello della condivisione. Quando si descrive la convivenza esclusivamente in termini di patto

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sociale questo va a discapito della qualità della vita. Ciò era abbastanza vero nelle società premoderne (700, 800), che si

fondavano su STATUS ASCRITTI, dove cioè ognuno occupava uno spazio sociale preadattato.

Simmel descrive questa appartenenza a diversi gruppi come un sistema a cerchi concentrici, dove al centro c’era la

famiglia, poi il territorio, poi il regno ecc. Questi cerchi non si toccano tra loro e le diverse aspettative dei diversi ruolo

saranno armoniche e quindi non ci sarà stress. Però gli STATUS nelle società moderne diventano acquisiti per cui è

necessario un nuovo modello descrittivo, cioè un’intersezione di diversi cerchi che hanno un punto di contatto tra loro

che rappresenta il soggetto. Nelle nostre società si sceglie di far parte di un gruppo piuttosto che di un altro a seguito di

stimoli esterni ed in genere si decide sull’onda dell’entusiasmo.

In quest’ottica l’IDENTITA’ si può descrivere come molteplicità di appartenenza che rendono unico il soggetto. E

maggiore è il numero delle appartenenza più definita è l’ identità.

Poiché non abbiamo garanzie che le singole aspettative siano coerenti tra loro si configura una caratteristica tipica degli

STATUS ACQUISITI cioè il CONFLITTO DI RUOLO.

Il Conflitto di ruolo è la difficoltà a gestire più situazioni soprattutto se il discorso economico è totalizzante. Esistono

situazioni in cui è difficile gestire le diverse aspettative. C’è spesso scarto trai VALORI di un gruppo ed i valori vissuti dai

singoli soggetti. I valori si possono dividere in quelli che tutti si aspettano che siano condivisi e quelli per cui si è disposti

ad impegnare il proprio tempo e possono anche non collimare con quelli degli altri membri del gruppo. Per condividere

le GERARCHIE DI VALORI della società devo sapere cosa è veramente IMPORTANTE PER ME. I valori quindi diventano

fondamentali.

Anche rispetto ai consumi: igli atti di consumo possono essere atti di valore (acquisto di beni solidali), per far ciò devo

avere ben chiaro quali sono i miei valori.

Come si vede quindi il ruolo porta a situazioni molto complesse.

GRUPPO – Il gruppo è un altro concetto molto importante perché è uno degli ambiti in cui si generano i ruoli. La nostra

vita si svolge per appartenenza a gruppi. Il Grupposi definisce come un’insieme di persone legate da relazioni che

condividono uno scopo comune ed agiscono insieme per raggiungerlo. Il gruppo dovrebbe essere ben riconoscibile da

chi vi appartiene, deve avere una minima strutturazione e configurare una parte della realtà secondo le proprie

aspettative.

I Gruppi possono essere PRIMARI o SECONDARI.

GRUPPO PRIMARIO- costruito sull’appartenenza, è quello in cui non c’è sostituibilità dei componenti, in questo

gruppo prevalgono i rapporti primari. Sono GRUPPI PRIMALRI la FAMIGLIA (di origine ed acquisita), GLI AMICI, i

GRUPPI SCOLASTICI DELLA PRIMA INFANZIA.

GRUPPO SECONDARIO – è quello basato su rapporti secondari, in cui cioè i membri possono essere sostituiti. Il

LAVORO è un tipico esempio di gruppo secondario.

13- Gruppi e appartenenza – figure particolari: estraneo, straniero, emarginato – sociometria – moda come

strategia di appartenenza e maschera di normalità – sostanza soggettiva e crescita interiore – Bildung e Beruf

– complessità del panorama interiore – uomo sistema aperto – lavoro e realizzazione di sé – l’affermarsi del

tema della socializzazione – idee innate e trasmissione del sapere

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Come già detto attraverso i gruppi si esprime l’appartenenza. C’è un’appartenenza astratta (cui devo pensare in termini

razionali es. essere cittadino europeo) ed una più concreta, come famiglia, territorio dove c’è un forte legame con il

territorio ed il passato. L’appartenenza è quindi un problema centrale nella questione dei gruppi. A questo proposito

bisogna anche spiegare il concetto di IN GROUP ed OUT GROUP, che vuol dire che se appartengo ad un determinato

gruppo automaticamente escludo ogni tipo di relazione con altri tipi di gruppo. Si tratta di strategie di determinazione di

un campo sociale dentro cui collocarsi. Le dinamiche di inclusione ed esclusione si possono modulare tramite vari

fenomeni, uno di questi per Simmel è la MODA.

Mongardini parla di diverse figure sociali con cui confrontarsi, che sono:

ESTRANEO – è chi non fa parte del gruppo ma potrebbe entrarci, c’è una potenzialità di appartenenza. Il gruppo lo

può accettare socializzandolo.

Si definisce SOCIALIZZAZIONE quel processo multidimensionale che permette di entrare a far parte di un gruppo. I

gruppi e tramite i gruppi si secernono norme (modo di vestirsi, parlare, ecc) tramite cui si mette in forma chi fa parte di

quel gruppo. Questo processo di socializzazione è un processo che ci vede costantemente impegnati sia come persone

socializzanti (che socializzano gli altri) che da socializzare. Siamo tutti soggetti oggetti del processo di socializzazione. Il

problema della socializzazione è per es. molto importante per tutti i migranti, i clandestini che arrivano in Italia e con cui

si devono trovare modi per socializzare. Spesso il processo di socializzazione facilita l’assimilazione e quindi in un certo

senso la perdita di identità dei nuovi arrivati, ma non se ne può fare a meno. Arrivare in un’altra cultura vuol dire essere

messi in crisi rispetto alla propria identità.Quando si deve capire qualcuno completamente diverso è un problema

emotivo: il diverso è percepito come minaccia. Gli sconvolgimenti geopolitici ed ambientali fanno aumentare il numero

di persone che scappano ed arrivano in nuove realtà in cui si devono inserire e socializzare. L’importante è imparare ad

“incontrare” l’Altro. L’estraneo spaventa e destabilizza perché è portatore di un’altra cultura, anche se può essere

accolto nel nuovo contesto.

STRANIERO – è l’estraneo che non vuole cambiare, non vuole essere assimilato ma vuole mantenere la sua identità pur

stabilendo rapporti con la nuova cultura con cui viene in contatto. Ha quindi 2 culture a sua disposizione, anche se il

fatto di voler comunque restare legato alle sue origini spaventa e suscita reazioni negative. E’ in grado di fare da tramite

culturale ed è un catalizzatore di cambiamento.

EMARGINATO – è una persona che viene lasciata ai margini del gruppo per molti motivi (stato sociale, antipatia, razza,

linguaggio, ecc). L’emarginato vorrebbe appartenere al gruppo ma questo lo respinge. E’ una figura di contorno che però

configura situazioni problematiche.

Esistono metodi per studiare la configurazione dei gruppi. Sia nei gruppi formali che informali esiste una certa gerarchia

perché esistono ruoli(leader, gregari, eminenza grigia, membri, emarginati). Questi schemi si replicano anche nei gruppi

formali, dove le strutture sembrano più definite , anche se va detto che non sempre le interazioni del gruppo sono

coerenti con le norme e le gerarchie ufficiali: una persona può essere una cosa, avere un ruolo, ma essere anche altro: il

leader formale non è quello realmente riconosciuto dal gruppo ad esempio. Quindi tra organigramma e sociogramma

può non esserci coerenza e questo può creare problemi. Il sociogramma misura la popolarità di chi fa parte del gruppo

in termini di contatti con gli altri (più contatti ho più ho potere).

LOBBY- sono sistemi di pressione su organi decisionali per orientarli a prendere decisioni favorevoli a determinate

categorie o gruppi sociali.

MODA – secondo Simmel la MODA è un aspetto contraddittoriale e manda in corto circuito la possibilità di usare il

sistema aUT…AUT. Come si è detto se si sposa l’appartenenza a un gruppo (in-group) automaticamente si esclude tutto

il resto(out Group). La moda ha un andamento a dente di sega: cioè aumenta fino ad n certo punto e poi scompare. Un

oggetto è di moda finchè lo hanno poche persone, quando lo hanno tutti non ha più significato e scompare. La moda

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serve a distinguersi. Attraverso la moda segnaliamo appartenenze, gusti, e ci rendiamo riconoscibili. La moda è ciclica e

nella ciclicità offre anche un aspetto rassicurante. E’ un meccanismo fondamentale della società ed è un ausilio alla

costruzione dell’identità. La moda è transitoria, ha un costo, ma poiché tutto ciò che è diverso è inquietante, se voglio

dissimularmi utilizzo la moda per apparire come tutti gli altri, anche se sono diverso.

Secondo Simmel nella prima fase della COSTRUZIONE DEL SE’ si può proteggere la propria identità ed originalità

aderendo alla moda, quindi è anche una MASCHERA DI NORMALITA’ e mi permette di sembrare parte del gruppo,

disinnesca l’ALTERITA’ e mi fa accettare dagli altri.

La moda è uno strumento per facilitare la COSTRUZIONE DEL SE’ e per dissimulare il conflitto con la propria alterità. E’

un’ASTUZIA DEL SOCIALE, cioè fingere di essere quello che ci si aspetta che tu sia (Maffesoli). La maggior parte del

tempo non si è mai sé stessi.

1° A PRIORI - all’inizio ci si riconosce come ruoli nello stesso sistema

2° A PRIORI – siamo sempre contemporaneamente dentro e fuori dal rapporto sociale. Il nostro comportamento non è

mai completamente razionale, c’è sempre una parte inconscia, non socializzata. Le relazioni sociali sono influenzate

dalla nostra parte non razionale.

Il 1° A priori fa dissimulare la parte di noi che non conosciamo, il 2° dice che per comprendere il sociale devo

comprendere sia le parti razionali che quelle inconsce. L’uomo è sempre contemporaneamente dentro e fuori dalla

società.

DETERMINISMO – è un modo di pensare che riduce la complessità di una persona ad una sola caratteristica: è un modo

per semplificare (ci sono vari determinismi, genetico, sociale, ecc.) In questa visione però scompare l’uomo con la sua

unicità. Ci sono tante cose che influenzano la vita ma non sono determinanti perché c’è sempre il fattore della

soggettività ed unicità di ciascuna persona. Il mio vivere è un processo complesso di fattori dinamici ed interagenti,

divento quello che sono perché ho organizzato in un certo modo tutte le influenze che ho ricevuto ed ogni modo è unico

per ogni uomo.

BILDUNG – il concetto di Bildung = FORMAZIONE si sviluppa durante il romanticismo. E’ un modello di sviluppo

soggettivo complesso e moderno. Il concetto è stato sviluppato da VON Humboldt, che dice che ognuno percorre il suo

cammino attraverso esperienza culturali, contesto sociale, storia personale. MORIN parla di SISTEMA APERTO, cioè in

costante correlazione con l’ambiente: questo vuol dire anche essere sempre influenzati dagli altri. Noi siamo

costantemente un processo in divenire, bisogna trovare la consapevolezza del proprio essere, vedere la propria

soggettività ed avere il coraggio di viverla. La moda è uno strumento per fare questo.

3° A PRIORI – Tra la struttura ed il sociale dovrebbe esserci un processo di avvicinamento tramite cui ognuno

potrebbe trovare il posto migliore nella società. La struttura dovrebbe essere flessibile in modo che ognuno trovi un

posto ed un ruolo in cui essere sé stesso, cioè essere FELICE.

BERUF – Vocazione, la vocazione è la predisposizione a fare qualcosa. Il termine in tedesco è BERUF che vuol dire anche

professione. Il termine è anche a connotazione religiosa, etimologicamente vuol dire essere chiamati, quindi se si è

chiamati vuol dire che c’è qualcuno di trascendente che chiama. Il lavoro dovrebbe essere vicino a ciò che siamo disposti

a fare bene, per cui abbiamo vocazione (Beruf); in realtà questo non è vero, data la precarietà dell’attuale mondo del

lavoro in cui questo è concepito solo in termini economici. Anche se si cerca sempre di continuare a combattere per

riuscire a realizzare i propri desideri; quindi il 3° A priori è anche una spinta ideale a trovare il nostro posto nella società.

Il lavoro come vocazione influenza la nostra formazione, e se faccio qualcosa che non mi piace questo influenza

negativamente la mia formazione.

25

SOCIALIZZAZIONE – L’uomo è un essere contradditoriale e complesso. La domanda è Come si socializza? Come si fa a

far sì che un gruppo duri nel tempo?.

Per molto tempo si è pensato che i nuovi nati avessero già dentro di sé le informazioni necessarie ad essere parte del

gruppo, quindi delle IDEE INNATE , dovute alla presenza dell’anima che aveva già la conoscenza fin dalla nascita. Con il

progredire della scienza ci si è resi conto che non era così; un neonato comincia ad avere consapevolezza di sé attorno ai

6-7 mesi; ma nel periodo precedente comunque è immerso in un ambiente da cui riceve stimoli, informazioni, che

quando appunto a 6-7 mesi compare l’IO sembrano pre- esistenti, ma sono solo pre esistenti alla comparsa dell’IO non

sono conoscenze innate dovute alla presenza di un’anima. Anche il bambino quindi deve essere socializzato attraverso

gli strumenti culturali indicati da Morin nei Sette saperi: ogni cultura deve decidere cosa trasmettere di sé.

Oggi la socializzazione incontra anche problemi dovuti alla presenza di agenzie di socializzazione vicarie, come internet,

i mass media che non sono in grado di dare quello che può trasmettere un gruppo normale in quanto manca

completamente la parte emozionale.

14- Processo di socializzazione- agenzie di socializzazione primaria e secondaria – relazioni primarie e corporeità –

complessità contraddittoriale della famiglia- istituzioni e processo di istituzionalizzazione- gruppo dei pari –

teorie della socializzazione – socializzazione in 2 fasi/formazione continua- ancora sugli apriori di Simmel

Ancora a proposito della socializzazione va ricordata la proposta educativa di Morin che propone una nuova forma

di educazione, cioè quella che ci consente di chiederci cosa tramandare e perché alle nuove generazioni. Si tratta di

definire in termini moderni i contenuti della pedagogia e della didattica. Fino ad oggi ha ben funzionato la Teoria

delle Idee innate, però l’educazione non è tutto ciò che ha a che fare con la socializzazione: questa è un processo

molto più complesso, che si svolge in parte anche in modo informale ed inconsapevole. Spesso le famiglie non si

rendono conto che sono di fatto agenzie di socializzazione, soprattutto per tutto quello che riguarda quella parte di

educazione “informale” legata alla gestualità , alla parola, ecc. L’interazione con l’Altro non è una cosa automatica;

ogni cultura ha i suoi modi specifici di relazione. La cultura italiana non è un insieme coerente ma è un complesso

fatto anche di sottoculture e controculture. Il sistema democratico serve a gestire queste differenze e consentire la

convivenza.

Come si è già detto le agenzie di socializzazione si dividono in

PRIMARIE – che hanno a che fare con gruppi con legami primari

SECONDARIE – dove prevalgono i rapporti secondari impersonali e strumentali

La più importante delle agenzie di socializzazione primaria è la FAMIGLIA. La famiglia è un gruppo primario che da

uno status peculiare, è il luogo del Riconoscimento, è lì che si crea il futuro del gruppo e della SPECIE . La famiglia in

quanto luogo di moltiplicazione della specie è anche un LUOGO PUBBLICO. Il compito della socializzazione non è

limitato alla famiglia: è l’intero gruppo che ha interesse nei processi di socializzazione, che permettono poi la

convivenza ed il perpetuarsi del gruppo. Il compito della famiglia è quindi pubblico ed essa può essere considerata

un’ISTITUZIONE. Dal punto di vista sociologico un’ISTITUZIONE è un comportamento o un insieme di

comportamenti che la percezione del gruppo segnala come più importanti di altri e che vengono trattati di

conseguenza. Non a caso esiste un ministero della famiglia, un diritto di famiglia ecc. Nella famiglia coesistono

aspetti privati e pubblici in tensione continua, ha un aspetto CONTRADDITTORIALE. C’è bisogno per studiarla di

adottare una prospettiva complessa, e va anche considerata come strumento di evoluzione sociale. La famiglia non

è solo il luogo del bene e dei sentimenti positivi; è anche lo spazio del male, dell’aggressività e della violenza, e non

bisogna fingere che questi aspetti non esistano. La famiglia ha tutti i tratti dell’istituzione, perché è sempre stata

fondamentale per sé, per la stirpe, per la specie. Inoltre oggi anche la discendenza assume caratteri complessi;

nelle famiglie moderne non c’è più e solo la discendenza lineare (albero genealogico) si parla piuttosto di Cespuglio

26 genealogico cui afferiscono tutti le diverse e stratificate componenti della famiglia moderna. Inoltre tutto l’ascritto

che ha a che fare con la nascita ha poi a che fare anche con diritti e doveri, proprio perché la famiglia è

un’istituzione e crea status giuridici rilevanti. Tutte le società ritengono fondamentale il legame familiare. Le

istituzioni sono quindi gli aspetti del sociale che riteniamo degni di valore e di valorizzazione. La famiglia è cruciale

perché in essa c’è il contatto diretto face-to-face. Nella nostra società c’è carenza di comprensione della corporeità.

Questo deriva dall’avere come base filosofica il concetto cartesiano di res extensa ( contrapposta alla res cogitans).

Cartesio considerava la res extensa come l’insieme di tutti i tratti deteriori dell’essere umano, cioè gli istinti, le

passioni, i desideri, ecc. Questo discorso è stato di fatto condiviso dalla sociologia almeno fino a Pareto. Da Cartesio

in poi il corpo è considerato una macchina, quindi un oggetto inanimato e vengono trascurate le caratteriste

emozionali come empatia, simpatia ecc. esiste un universo di rapporti face-to-face che sono una importantissima

forma di comunicazione e relazione. Tra l’altro i progressi delle neuroscienze dimostrano che oltre alla

comunicazione verbale altri tipi di comunicazione sono altrettanto validi. La scoperta di Rizzolatto dei NEURONI

SPECCHIO ha dimostrato come per capire ed eseguire un’azione bastava guardare un altro che facesse quella

determinata azione: in questo modo quindi si entra in contatto con l’altro solo osservando senza uso di linguaggio

verbale. Invece si è sempre dato molto più peso alla comunicazione orale.

Tornando alla famiglia va detto che condividerne lo spazio emotivo la fa funzionare in tutti i sensi come agenzia di

socializzazione primaria e depotenziandola si crea un danno alla società in quanto si promuove una socializzazione

carente di alfabetizzazione emozionale.

A questo discorso si lega quello relativo ai diversi tipi di intelligenza. Noi siamo sempre presi a considerare la vera

INTELLIGENZA ,l’intelligenza razionale, numerica e trascurare quella, ad es., interpersonale ed intrapersonale cioè

legate alla sfera emozionale. Esistono poi un’ intelligenza linguistica, cenestetica, ecc. Quindi il fatto di essere

cartesiani e razionali ha dei costi che colpiscono tutta la parte relazionale empatica.

La famiglia è ancora il luogo dell’INTERAZIONE QUALITATIVA. La comunicazione non verbale come si diceva è molto

importante per la formazione. Un altro elemento importante della socializzazione è la CULTURA IMPLICITA quella

cioè che chi trasmette non ha consapevolezza di trasmettere e chi acquisisce non ha consapevolezza di acquisire

(per esempio la trasmissione della gestualità). Per la comunicazione è molto importante considerare anche lo

spazio di competenza. Questa rappresenta la distanza con cui ci si relaziona

27 Secondo questo modello in relazione alla distanza di comunicazione è legato lo spazio di “intimità” in cui l’altro

comunica con noi, così schematizzato:

0-45 cm – massimo coinvolgimento fisico- grande intimità

45-120 cm – discussione moderata

120-360 cm – assenza di coinvolgimento con l’altro

360-7mt – distanza tra pubblico e oratore, massima estraneità.

Queste barriere funzionano perché fanno parte di una competenza implicita acquisita da ognuno di noi. E’ parte

integrante della nostra esistenza all’interno del gruppo. Si tratta quindi di un sapere IN/CORPORATO, cioè attinente

alla sfera del corporeo (res extensa cartesiana) e non della mente (res cogitans cartesiana).

Altre agenzie di socializzazione primaria sono poi la SCUOLA PRIMARIA dove i rapporti maestro/allievo sono

appunto rapporti primari grazie ai quali si trasmettono importanti competenze ed il GRUPPO DEI PARI.

Il Gruppo dei pari è costituito da persone che hanno tutte lo stesso status e quindi lo stesso livello gerarchico nella

società ed è un gruppo in cui la condizione di partenza è la PARITA’.

Il nuovo nato o il nuovo membro che etra a far parte di un gruppo si trova sempre in una posizione subordinata

rispetto agli altri membri dai quali deve essere “socializzato”, a meno che non si trovi in ungruppo dove non sono

necessarie presupposizioni gerarchiche. Ma una gerarchia ha sempre ASPETTI BIDIREZIONALI: c’è qualcuno a cui

28 devo ubbidire ma anche qualcuno che ubbidisce a me ed esistono strumenti precodificato all’interno delle gerarchie

per poter comunque esprimere le proprie idee (alzare la mano a scuola per fare una domanda). Nel gruppo dei pari

invece si ottiene ciò che si riesce ad ottenere unicamente da solo, la gerarchia in questo senso è AUTOPRODOTTA,

causata dalla logica interna al gruppo. Questo permette di mettere alla prova le proprie capacità relazionali. Oggi i

gruppi dei pari (oratorio, cortile, giardinetti, ecc.) vanno scomparendo. Il tono della convivenza sociale è tale che si

tende ad evitare per paura e INSICUREZZA i luoghi meno conosciuti e frequentati da sconosciuti, quindi

diminuiscono gli spazi di interazione sociale, scambio e conoscenza con l’Altro. Si preferisce la scelta di canali di

comunicazione VIRTUALI, all’apparenza più rassicuranti, ma che vanno a scapito delle competenze relazionali. A

logica odierna è quella delle monadi separate che si incontrano solo saltuariamente. Le vecchie famiglie di tipo

ESTESO (formate cioè da genitori, figli, zii, nonni, ecc.) funzionavano meglio come agenzie di socializzazione

perché era possibile uno scambio intragenerazionale, mente le attuali famiglie NUCLERAI (solo genitori e figli) non

permettono questo tipo di scambio. L’ANZIANO che oggi è visto come un peso è in realtà una risorsa, perché in

grado di trasmettere esperienze, punti di vista ed esperienze che altrimenti non potrebbero essere acquisite.

GRUPPI SECONDARI DI SOCIALIZZAZIONE- sono quei gruppi in cui i ruoli sono marcati ed i membri non sono

tenuti ad avere competenze primarie (classe del liceo), quindi l’ambito scolastico ed universitario (dopo la scuola

primaria), il lavoro, ecc.

Ci sono anche due diverse teorie della socializzazione. La Teoria della socializzazione primaria la concepisce come

un processo breve che avviene con l’apprendimento della prima infanzia (0-5 anni) e per circa un anno poi

all’ingresso del mondo del lavoro. Questa è però una visione molto statica che presuppone, soprattutto per quanto

riguarda il lavoro, che una volta acquisite le competenze necessarie queste non si evolvano ed il soggetto mantenga

questo lavoro tutta la vita. La nostra società non risponde più a questo modello, perché si è costantemente

chiamati ad apprendere nuove competenze lavorative e relazionali. La socializzazione oggi inizia alla nascita e

termina con la morte, non si può non ragionare che in termini di socializzazione continua. La socializzazione così

intesa è una risposta ai cambiamenti veloci e profondi all’interno del gruppo. Tra l’altro esiste anche il problema dei

VALORI: i “vecchi” valori sociali oggi sembrano non più adeguati e perduti , però in realtà si tende comunque a

vivere secondo questi vecchi valori. Nella modernità c’è scarsa offerta di valori: la socializzazione tra i suoi molti

fattori chiama in gioco anche quello dei valori. Il processo di socializzazione funzione quindi su più piani e tutti

devono essere considerati.

Tra le agenzie di socializzazione vanno incluse anche la TV e i Social media, che possono essere considerate agenzie

di socializzazione vicarie che però non trasmettono cultura ma retorica. La TV è uno strumento di comunicazione

che necessita di codici di decrittazione specifica. I suoi messaggi e contenuti sono semplificati per raggiungere il

maggior numero di persone possibili, quindi il processo di socializzazione che la sottende implica una minore cultura

implicita e quindi di conseguenza Incertezza, insicurezza e paura dell’Altro.

Simmel parla di AZIONE RECIPROCA, cioè ritiene che la società sia fatta dalle interazioni continue fra tutti i suoi

membri formali e non (tiene quindi anche in considerazione i piccoli ed apparentemente insignificanti gesti del

quotidiani, come gli sguardi, i sorrisi, ecc. che comunque presuppongono un contatto ed uno scambio). Essere

membro di una società vuol dire avere rapporti con gli altri. Simmel si chiede “com’è possibile questa società?”

Ognuno è un insieme complesso che ha difficoltà ad incontrare l’Altro, e l’Altro fa paura perché non è riconducibile

a noi stessi, noi riconosciamo il simile che ci accomuna all’altro.

NIETZSCHE diceva che noi siamo tutte persone con la maschera, valorizzando quindi anche la sUPERFICIE dell’essere

umano. Oggi la superficie è molto importante perché la secondarizzazione dei rapporti ci costringe a prenderla in

considerazione.

29 SIMMEL formula i suoi APRIORI su due aspetti il 1) INDIVIDUALITA’ e RECIPROCA ESTRANEITA’ ed il 2) MECCANISMI

PER CUI LE DIVERSITA’ RIESCONO A CONVIVERE.

Il Primo APRIORI dice che io conosco l’Altro attraverso la lettura delle componenti e ruoli comuni. C’è bisogno di

entrare in contatto e leggere l maschera di ognuno: poi da qui si può approfondire un legame primario

Il 2 APRIORI dice che allo stesso momento devo tenere a mente che ognuno è diverso e per quanto io sia parte di

un rapporto sociale c’è sempre una parte di me diversa e non conforme a tutte le altre. Quindi è un sistema in

equilibrio tra la convivenza di questi due aspetti: quando si ha davanti una persona non si sa mai chi è fino in fondo.

Questo serve anche a spiegare perché in genere ci si sente più legati a qualcuno anche lontano che condivida una

nostra passione piuttosto che a qualcuno fisicamente vicino con cui però non si condivide niente. Questo spiega la

nascita di tante COMUNITA’ VIRTUALI anche se necessita una riflessione sul termine di COMUNITA’ in sociologia.

Toennies parla di COMUNITA’ e SOCIETA’, definendo la comunità come quell’insieme in cui sono attivi i i rapporti

primaridi socializzazione, quindi una situazione più aderente alla società pre-moderna. La SOCIETA’ moderna invece

è caratterizzata da legami strumentali freddi ed economici . E’ possibile interpretare la società secondo Toennies in

base a questi due concetti; il discorso di comunità virtuale può quindi funzionare fino ad un certo punto perché in

essa il rapporto di socializzazione primario non è ovvio, in quanto la socializzazione primaria presuppone un

contatto fisico che nella comunità virtuale manca.

15- I valori come oggetti contraddittori ali- convivenza di antinomie come concreto/ideale, bene/male,

particolare/universale- strategie per tramandare i valori- interiorizzazione ed esempio.

I VALORI sono un oggetto complesso poco compreso dalla cultura. La socializzazione anch’essa è un processo

molto più complesso di quello che può apparentemente sembrare, anche perché oggi la si considera soprattutto

dal punto di vista RAZIONALE che, nell’ottica attuale, vuol dire ECONOMICO . Per riprendere il discorso del

Contratto Sociale si ricorda che esso riduce lo stare insieme di un popolo ad un semplice contratto: non è una

definizione accurata. Allo stesso modo la socializzazione è interpretata come semplice trasmissione di

informazioni mentre è qualcosa di molto più complesso . La socializzazione è anche una sorta di “messa in

forma” valoriale. Attraverso la socializzazione trasmettiamo anche le nostre visioni di valore che non sono

semplicemente insegnate. Il VALORE è quindi un oggetto polisemantico e contraddittoriale (nel senso di

tensivo, costituito cioè da diverse spinte non riducibili l’una all’altra). Quindi siamo costantemente in tensione

ed equilibrio dinamico tra ragione ed emozione, bene e male, conscio e inconscio.

Il Valore può avere molteplici significati: matematico, pratico, oggetto ideale verso cui mi protendo, ecc.. Queste

cose possono rimandare le une alle altre, quindi nel concetto di valore c’è anche un’intuizione di ruolo e un

continuo passaggio dall’ideale alla pratica. Il valore è sempre a metà tra ideale e concreto.

Il problema quindi è come si trasmette l’intensità del significato di valore?

Con i valori si può stabilire una scala di generalità di diversi punti; se ho un determinato valore tenderò a

metterlo in pratica anche in assenza di sanzioni specifiche. C’è correlazione tra comportamenti e valori ed in

questo trovano posto anche le aspettative.

Da tener anche presente che la ragione non coincide con la verità. Quando sottopongo un valore ad un giudizio

razionale posso rispettarlo o meno, senza nessun problema specifico.

Il valore va trasmesso in modo da far comprendere la giustizia del fatto che vada rispettato. La difficoltà

consiste nel fatto che non è possibile stabilire la soglia sulla quale rapportarsi. L’interiorizzazione dei valori è uno

dei punti cardine della socializzazione e non avviene verbalmente, è piuttosto oggetto di un’esperienza.

30 I valori permettono di tracciare percorsi, sono quindi punti di riferimento. Il valore è inoltre legato al concetto di

scelta, e quindi diventa difficile scegliere se non c’è consapevolezza dei propri valori.

Il valore come ideale è l’ingrediente centrale delle strategie della vita. Nell’epoca moderna si è cercato di

rendere i valori “inoffensivi”, perché essi tendono ad istituire visioni del mondo totalizzanti che portano a

confronti di tipo AUT….AUT. Se si crede molto in un valore questo diventa un elemento discriminante nei

confronti degli altri che non lo ritengono altrettanto importante. In quest’ottica il POLITEISMO è più accogliente

del MONOTEISMO, perché c’è più spazio per tutti, anche i più diversi; non a caso WEBER parla di POLITEISMO

DEI VALORI, nell’ottica ET….ET che presuppone convivenza e collaborazione e non combattimento.

In effetti uno dei problemi dei valori è di permettere la coesistenza dei valori stessi. E’ necessario che i vari valori

siano a contatto tra di loro perdendo parte della loro virulenza. Il pensiero razionale è appunto una strategia

adottata per fare questo, anche se in tal modo si perde un po’ il versante creativo e relazionale del valore. Il

valore in effetti è un oggetto bianco e nero e può essere usato sia in senso buono che cattivo. Nella vita

quotidiana abbiamo modalità di convivenza basate sulla scelta, quindi siamo chiamati costantemente a fare

delle scelte, però spesso non ci sono riferimenti solidi su cui orientare le scelte.

Un altro dei punti focali della socializzazione è come si interiorizza il valore? Sicuramente le parole aiutano, però

essenzialmente il valore si incarna nei comportamenti. C’è una relazione tra PRIMARIETA DEL VALORE e

COMPORTAMENTO, cioè tra quello che si insegna e quello che effettivamente si fa; certi contenuti possono

essere efficacemente trasmessi tramite prassi. E’ possibile dare un giudizio di valore solo se chi lo da si è già

comportato conformemente a quel valore; il comportamento è molto importante, se è coerente con i valori : e’

certamente una posizione complessa però permette poi di chiedere conto di quello che si fa. Il valore si insegna

per convivenza orientata da quel valore, nel valore quindi il primario è fondamentale.

Va sottolineato che non esiste un valore universale, non esistono valori comuni a tutte le culture del mondo;

nel valore c’è una grande componente sociale: I valori come oggetti sociali dovrebbero avere una lunga vita per

giustificare il sacrificio di chi li persegue.

Un’altra importante connessione è quella tra VALORE e SENSO: il valore permette di dare senso al mio agito; si

fa una cosa in funzione del valore di rendimento. Anche il conflitto di ruolo si scioglie attraverso i valori; il valore

è proprio definire (gerarchizzare) cosa è più importante rispetto ad una serie di cose. Il valore va poi temperato

dall’ECOLOGIA DELL’AZIONE, che può avere sempre conseguenze imprevedibili; spesso non ci si preoccupa delle

conseguenze di quello che si fa, non si distingue l’IO FUTURO dall’IO PRESENTE.

Il ragionare per valori crea molte difficoltà, le cose sono in parte evanescenti e in parte concrete; i valori inoltre

hanno strette relazioni con l’identità. Se ho un unico valore di riferimento accetto solo quel valore e quindi solo

me stesso: inevitabilmente ci si rapporta all’ortodossia. Quindi parlare di valori vuol dire anche parlare di

DEVIANZA: oggi i valori si incarnano in persone diverse che non si conoscono tra loro e c’è una perenne

interazione tra ciò che costituisce il campo semantico del valore. Come si diceva non c’è un valore comune alle

diverse culture. La voglia di purezza per es. è un AUT….AUT costruito su pochi valori, ma la purezza è

un’illusione, tutti siamo diversi ed abbiamo strategie di gestione della diversità. I valori sono componenti

irrinunciabili del nostro modo di essere.

Ognuno è un’ entità non particolarmente coerente nel breve e lungo periodo, l’IO è un insieme di figure e quindi

il problema dei valori va compreso nella prassi della vita individuale: poiché noi siamo mutevoli, di tutti gli

aspetti dell’IO qual è quello che decide sui giudizi di valore? Io non ho modo di sapere se agirò sempre e

comunque conformemente ai valori di cui sono convinto; bisogna quindi accettare la propria molteplicità e le

conseguenti aspettative; la cosa più importante è essere i grado di accettare le proprie mancanze. Il problema

31 del valore è una strategie grazie alla quale interveniamo su noi stessi: C’è una stretta connessione tra religione,

valore e comportamento individuale. I valori aiutano ad avere un appiglio per andare avanti verso la propria

coerenza, sono la bussola tramite cui riusciamo a vivere.

16- I valori come oggetti contraddittoriali – convivenza di antinomie come concreto/ideale, bene/male,

particolare/universale –strategie per tramandare i valori- interiorizzazione ed esempio.

Diversi autori propongono definizione di VALORE.

Barballi, Bagnasco e Cavalli li definiscono come orientamenti da cui discendono i fini delle azioni umane. Va

sottolineato il concetto di “orientamento” presente in questa definizione: in effetti i valori sono uno strumento tramite

il quale le persone si muovono nella loro vita. Se i valori sono centrati sull’esistenza sulla scorta di un valore si può

cambiare uno stato di cose insoddisfacente. Attuare un valore è anche uno sforzo di immaginazione. Infatti è tramite

l’immaginazione che si cerca di dare forma ed attuare una serie di cose al momento inesistenti ma che si stima possano

dare effetti soddisfacenti. Senza immaginazione non ci sarebbe stata evoluzione. Valore ed immaginazione hanno

quindi aspetti comuni. Ogni nostra azione è spinta da una visione valoriale; il valore è quindi un Principio di

Cambiamento.

Mongardini sostiene che dal punto di vista sociologico i valori sono i criteri presentati come oggettivi attraverso cui le

società giudicano comportamenti, fini sociali ed altri oggetti socio culturali ed avvenimenti. In questa definizione

viene messa in luce l’azione dei valori sul PRESENTE, quindi si evidenzia la connessione tra stratificazione sociale e valori.

I valori servono anche a fare scelte politiche ed economiche.

La democrazia serve a portare al governo una certa configurazione di valori, e poiché spesso non ci sono mai tutte le

risorse economiche necessarie ad attuare tutto quello che serve, è necessario fare una scelta ed individuare i criteri con

cui decidere la rilevanza delle cose: in questo senso i valori finiscono con il guidare la distribuzione delle risorse e sono

quindi centrali.

Nella nostra società, come più volte detto, il valore centrale è l’ECONOMIA.

Altro punto importante della definizione di Mongardini è che i valori “sono presentati come oggettivi”. Il valore è vissuto

sempre come eterno, anche nella consapevolezza che non sia proprio così. Ma se serve come spinta all’azione

ovviamente non può non essere considerato eterno.

E’ possibile anche costruire FALSI VALORI.

Tutti abbiamo bisogno di valori per vivere. Il valore inoltre è un oggetto CONTRADDITTORIALE, intendendo per oggetto

contradditoriale un OGGETTO TENSIVO, carico cioè di tensione tra ciò che una cosa è e quello che noi vorremmo. Il

valore da energia e tensione per creare quello che vorremmo.

Secondo SIMMEL il sapere di essere mortali è la spinta alla tensione ed all’azione: è quindi la base del cambiamento.

L’uomo è avido di cambiamento anche perché non ha tempo; l’umanità è strettamente legata alla mortalità.

GUBERT, altro importante sociologo, parla invece di DETERMINISMI. Il determinismo è un modo di interpretare la

realtà in base ad un’unica chiave di lettura. Noi siamo specializzati in determinismi, cerchiamo sempre chiavi di lettura

in questo senso. Gubert sostiene che il COMPORTAMENTO è la risultante di più fattori, che sono fattori fisici

ambientali, genetici, psichici, ecc. A questi si uniscono poi le attese consolidate e contingenti dell’ambiente sociale, gli

aspetti normativi e formali e l’insieme di tutto ciò diviene la CULTURA INTERIORIZZATA. Va detto che il Determinismo

funziona sia in senso positivo che negativo: se sono determinato lo sono sempre. In tutto questo insieme sono presenti

anche i valori, cioè le concezioni del desiderabile che indirizzano aspirazioni e atteggiamenti valutativi e normativi.

32

In genere si tende a frequentare chi condivide i propri valori. Il valore come si è detto non è un fenomeno soggettivo, è

contraddittoriale avendo in sé gli aspetti soggettivo/oggettivo, trascendente/immanente ecc.

CULTURA è un termine che compare intorno alla metà del 700, ed è lo strumento con cui si affrontano i grandi

cambiamenti dell’epoca. E’ un temine che racchiude moltissimi significati, da solo significa poco e quindi necessita di

specifica.

CULTURA SOGGETTIVA è il modo con cui ciascuno organizza i materiali con cui viene in contatto.

CULTURA OGGETTIVA ha a che fare con le produzioni dell’ingegno umano. Quando si parla genericamente di cultura

senza altra specificazioni ci si riferisce in genere alla cultura oggettiva.

Il problema che si pone è come collegare la qualità con la quantità di ciò che si apprende?

APPRENDERE significa accogliere in sé la cultura oggettiva facendola diventare qualcosa con cui si capisce;

chiaramente non è riconducibile alla quantità.

Cultura oggettive e soggettiva sono incomparabili. La cultura soggettiva è misurabile solo relativamente a quanto si

riesce ad usare per interpretare la realtà. Essere colti vuol dire prima di tutto essere umili. La cultura soggettiva è un

perenne esercizio di ricerca, processo che non controlliamo ma influenziamo parzialmente. La cultura soggettiva non si

esaurisce ma si replica.

La cultura poi è anche materiale, implicita, implica modi di fare, ecc. ecc.

Il problema della cultura si pone nel momento storico in cui aumentano gli incontri con altre culture (scoperte

geografiche, ad es.). Le molteplicità culturali però destabilizzano quindi si cercano spiegazioni sia in chiave antropologica

che etnografica.

La cultura è un insieme complesso di conoscenze, credenze, visioni, abitudini, capacità, usi, costumi, rtuali, ecc che

l’uomo acquisisce come membro di una società (Cultura oggettiva).

La cultura è anche un modo per modificare uno status.

Secondo MALINOWSKI la cultura oggettiva comprende anche artefatti, beni, processi tecnici, idee che vengono

trasmessi socialmente. La trasmissione della cultura è un punto centrale. La trasmissione però non può essere vista in

modo solo passivo (non siamo colti solo in quanto possessori di dati e parti culturali): è necessario un contributo

diretto. In questo modo saremmo se no solo utenti del processo culturale e si rinuncerebbe ad avervi un ruolo attivo.

Come più volete detto noi non abbiamo il controllo finale delle nostra azioni, cioè non sappiamo mai davvero a cosa alla

fine porteranno (Morin_ Ecologia dell’azione): questo dovrebbe spingerci ad agire con maggiore cautela. In effetti la

singola azione umana è uno stimolo inserito in un sistema complesso che può avere moltissime ed impreviste

conseguenze.

Quindi i rapporti con la cultura oggettiva non sono passivi. Come dice TURIN noi siamo costantemente impegnati in un

processo culturale che implica produzione e riproduzione della società, tenendo presente che anche la riproduzione di

quanto già esistente è comunque un processo creativo, teso a migliorare l’esistenza. La mancanza di creatività porta

all’appiattimento ed all’omologazione, alla mancanza di originalità effettiva. Cultura oggettive e soggettiva sono in

rapporto tra loro, le cose non capitano se non ci si aggiunge qualcosa di proprio, che è la passione e l’investimento

emotivo proprio di ogni processo culturale e creativo.

33 17- Cenni sull’antropologia – Cultura/culture – tempo di naturalità della cultura – senso e cultura – culture

oggettive e riduzione – gli albori della rivoluzione scientifica – il letto di Procuste – paradigma e anomalie –

inerzia paradigmatica – la scelta a favore della selezione e distinzione

La cultura come si è detto ha un forte collegamento con i valori. Metterla in dubbio vuol dire mettere in dubbio sé

stessi . E’ necessario giustificare come essere umani appartenenti tutti ad una un’unica razza creino però culture così

diverse tra loro. Infatti i valori di ogni cultura sono peculiari, a poiché i valori informano le istituzioni anche queste

differiscono nelle varie culture.

Una delle Teorie più diffuse interpreta la cultura come un PROBLEMA EVOLUTIVO. Si afferma quindi che esiste una sola

cultura, ma questa ha differenti stadi di evoluzione e questo spiegherebbe le differenze che si osservano, legati ai diversi

gradi di sviluppo. In questo senso sono distinguibili anche posizioni “gerarchiche”, infatti parliamo di “paesi in via di

sviluppo”, cioè il terzo mondo, che rappresenta i paesi culturalmente più arretrati.

L’Antropologia nasce come una scienza che studia le culture primitive ed inferiori. Alla verifica sul campo però si è

capito che non è vero che esiste una sola cultura e differenti fasi di sviluppo, ma esistono culture diverse che vanno

considerate di pari dignità. Ogni cultura ha quindi una sua visione del mondo, somigliante a quella del gruppo che la

genera. La cultura dovrebbe servire a farci vivere bene e dare un senso rispetto al quale interpretare il mondo.

Si è però costituita un’ altra dicotomia Cultura/culture, in cui si stabilisce un senso di predominanza per la Cultura

ritenuta più importante (la nostra ).

La REALITAET (realtà) va interpretata come matrice di significati e sensi quindi infinita. E’ un concetto più ampio di

quello che noi abitualmente definiamo con “realtà”. In effetti il mondo eccede le nostre capacità di comprensione,

quindi per conoscerlo dobbiamo ridurlo e semplificarlo. Grazie all’azione culturale avviene questa semplificazione e

quindi la trasformazione in MONDO REALE, cioè l’insieme di interpretazioni del mondo inverate da una determinata

cultura.

Questo è diviso in varie culture oggettive, che però sono NOSTRE interpretazioni di oggetti e fatti. E tutto quello che a

noi sembra ovvio non lo è per l’appartenente ad un’altra cultura. Le culture sono comprensibili le une alle altre ma

articolano la visione del mondo in modi originali. Ogni cultura coesiste e vive qui perché mette in evidenza realtà molto

più complesse di cui tramite essa riusciamo a dare una lettura finita.

Questa visione deriva dal fatto che si è sempre pensato ad una entità creatrice del mondo di cui l’uomo poi doveva

“scoprire” il modo in cui tutto era stato costruito. Il sapere era quindi considerato come qualcosa di pre-esistente che

poi noi dovevamo rivelare.

Quando si è cominciato a dubitare dell’esistenza di Dio e del fatto che il mondo fosse opera sua, ci si è chiesti come il

mondo poteva auto organizzarsi. E la risposta è stata attraverso le leggi scientifiche.

Ma dal 900 in poi anche questo non è stato più varo, perché fisici e matematici hanno dimostrato come le leggi

matematiche non fossero esatte. Einstein con la teoria della relatività, Eisenberg conil II principio della termodinamica e

Goedel che evidenzia come i buchi del sistema matematico non possono essere tappati da altre scienze, dimostrano

tutto questo.

Tanto che WEBER definisce il grado ultimo di Realitaet come qualcosa che non ha senso: cioè l’infinità priva di senso

del divenire del mondo. Il mondo non è stato concepito per noi. Ogni cultura riduce l’infinità a la fornisce di senso. Noi

non scopriamo, inventiamo. Le regole cambiano completamente e la scienza è un sapere temporaneo. Il mondo è la

creazione della cultura, la cui comprensione ha un costo, perché per comprenderlo si deve comunque rinunciare a delle

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parti. Ogni cultura all’inizio si muove in un certo modo, ma è il suo aspetto peculiare. Ogni cultura costruisce la sua

realtà.

Il Mito di Procuste. Procuste occupava il passo tra delfi ed Atene e chiedeva come pedaggio a tutti i passanti di sdraiarsi

sul suo letto. Quelli che ci si adattavano passavano indenni, agli altri tagliava parti del corpo per far sì che si adattassero

al letto. Perseo fu mandato per sconfiggerlo ed il modo che usò fu proprio quello di far sdraiara Procuste sul suo stesso

letto.

L’attività di Procuste è come quella della nostra conoscenza che adattiamo alla nostra cultura, anche falsandola, in

modo però da eliminare tutto quello che non ci interessa conoscere.

Il grande uso attuale di standard, procedure, protocolli rappresenta la necessità di mettere in forma la cultura. In effetti

Procuste rappresenta una via di mezzo tra religione e società. Egli vigila per far sì che le cose diventino reali sfrondando

le parti in eccesso che possono essere non coerenti con la nostra cultura.

Ogni cultura descrive il suo punto di vista.

La scienza invece pretende di descrivere la realtà com’è. Noi cerchiamo sempre di sapere cose vere tramite i nostri

strumenti conoscitivi, ma questo non è possibile perché comunque delle parti vengono perse. Quindi c’è uno scarto tra

la nostra cultura ed il mondo. Per questo è fondamentale la RIDUZIONE che ci permette di semplificare le parti.

Possiamo accettare la riduzione in quanto consapevoli che sia una riduzione e tenendo presente che ci sono comunque

altre parti che non conosciamo.

Queste altre parti sono le ANOMALIE.

Il PARADIGMA invece è il criterio fondativo della visione del mondo. Esiste un PARADIGMA SCIENTIFICO, che è un

insieme di regole non solo scientifiche che servono a spiegare la realtà; in questo senso la SCIENZA è anche un

FENOMENO SOCIALE. Il paradigma è quindi il criterio formativo della società in cui viviamo, ma è TRANSITORIO,

perché passa e cambia.

Un esempio è il modello del passaggio dalla concezione Tolemaica (terra al centro del mondo con tutti i corpi celesti che

le girano attorno ed il paradiso sullo sfondo) a quella Copernicana (terra come parte remota ed infinitesimale del

mondo).

I Paradigmi servono per sentirci al sicuro, però non funzionano quando ci troviamo di fronte le anomalie. A questo

puntosi devono trovare altre soluzioni per spiegare la realtà, anche se non si è sicuro che tali soluzioni siano poi

realmente esistenti. Le anomalie sono inevitabili, e segnalano che si sta entrando in un campo dove la cultura non può

arrivare. La nostra cultura è molto arrogante e sicura di descrivere tutta la realtà. L’anomalia è il fatto che la tua scienza

non è in grado di spiegare. La scienza è parte della società, quindi il paradigma è difficile da smentire e correggere. Il

paradigma dice cosa è pensabile e cosa no. Per MORIN il paradigma è il criterio di scelta delle operazioni mentali.

Le nostre operazioni mentali, fin dalla nascita della nostra cultura, sono orientate sul dividere e catalogare, ma questa è

solo un nostro modo di ragionare non è la realtà, perché certamente il mondo si divide e disorganizza ma ugualmente si

riorganizza anche se questa parte in genere tendiamo a non vederla e considerarla.

La connessione tra paradigma e vita è molto stretta. Noi dovremmo sapere come lavora il nostro cervello; la realtà è

focalizzata su come è costruita o ricostruita la realtà.

Lo spazio dell’azione è quindi temporaneo e modificabile; il senso del mondo è messo da noi.

Tutte le culture diverse parlano alla fine delle stesse realtà.

35 18- Razionalità e razionalizzazione – la res cogitans e il pensiero meccanico – il cervello triunico di Mc lean –

Damaso e la fine delle illusioni del pensiero puro – stazione eretta e svolta evolutiva nell’uomo- gerarchia dei

sensi nella cultura occidentale.

Morin – La razionalità è un’opera di costante mediazione tra le dimensioni del mondo e gli esseri umani. Il mondo e i

soggetti sono fatti di parti razionali, non razionali, non razionalizzabili. Non è possibile ridurre tutto alla ragione, che

sarebbe lo scopo della razionalizzazione, in pratica creare uno standard preconfezionato che si adatti a tutto. Da tener

presente che la razionalità può essere sia buona che cattiva.

La razionalizzazione è stata per molto tempo una strategia vincente, però ad un certo punto tutto questo ha portato

ad un incremento delle nostra capacità anche oltre quello che si è in grado di comprendere e gestire. Il progresso

scientifico è avvenuto a scapito del progresso umano. La culture oggettive sono come detto frutto di riduzione costante

della capacità di dare un senso al mondo. Le culture oggettive sono molte e per orientarsi bisogna ragionare in termini

DIACRONICI (lungo lo scorrere del tempo) e SINCRONICI (quello che avviene nello stesso istante). Le culture nel

passare dei secoli sono percepite come sempre uguali, anche perché altrimenti non ci sarebbe coscienza dello sviluppo

storico. Questo porta a pensare al concetto di EREDITARIETA’: chi è il mio più antico antenato? A cosa posso far risalire

le mie origini? (romani, greci, etruschi???). Se si accetta la cultura in modo superficiale non ci rende conto della sua

“lunghezza” storica: noi viviamo in una dimensione costruita su una serie di stratificazioni, che risalgono a millenni fa

ed a volte riemergono.

Il neurofisiologo DAMASO ha proposto una lettura della cultura in termini di SIMBOLI. Se si osservano le situazioni che

si ripresentano si vede che rispondono ad orizzonti simbolici tipici di ogni cultura che poi si rispecchiano nei paradigmi

specifici. Tutte le culture oggettive condividono discorsi simbolici. Uno dei più importanti è il momento della divisione

tra buio e luce o terra e cielo: l’idea di divisione è rappresentata come gesto e/o immagine legata alla luminosità.

Secondo Cartesio le idee da cercare erano chiare e distinte. A partire dalla Bibbia fino a Cartesio è sempre la luce che

simbolicamente divide e distingue. Se si ragiona in termini simbolici, la nostra cultura evidenzia questi aspetti

schizomorfi (cioè generatori di divisione).

La cultura è quindi un fatto di DISTINZIONE. Il problema è cercare di capire quanta distinzione fa bene al pensiero. L’Io

esiste in quanto si distingue dalla vita (separazione tra conscio e inconscio, che però comunque continuano ad essere in

contatto). Il gesto della DIVISIONE è CRUCIALE in tutte le culture, e tutte le culture lo ripropongono.

Damasio dimostra scientificamente l’errore cartesiano di ritenere l’uomo un soggetto essenzialmente razionale.

Cartesio distingue la ras cogitans dalla res etensa: è uno dei primi meccanicisti, il suo immaginario è costruito su leggi

meccaniche. Il corpo per Cartesio è una res extensa, la cui caratteristica è di essere MISURABILE. La res cogitans è

invece il principio dell’ANIMA RAZIONALE. Quindi per Cartesio ciò che è UMANO è RAZIONALE; tutto il resto sono

retaggi da cui ci si deve liberare. Dal punto di vista cartesiano quindi dovremmo essere IPERRAZIONALI. Noi ivece siamo

costantemente oggetto di aspettative cui non possiamo rispondere perché non siamo razionali.

MCLEAN propone un’interpretazione della struttura cerebrale, definita il CERVELLO TRIUNICO. Egli sostiene che

l’evoluzione cerebrale è avvenuta attraverso diverse fasi, non è stata lineare ed omogenea ma è andata avanti a BALZI,

non i modo diretto. Sostiene MCLean che il cervello è costituito di 3 parti che lavorano in modo diverso.

1 PALEONCEFALO o cervello rettili ano(perché in comune con i rettili), formato dal Tronco e dal Cervelletto, sede di

schemi neurali automatici (battito cardiaco, respiro, ecc.)

2- SISTEMA LIMBICO, sede della memoria a lungo termine e delle emozioni

3 NEO CORTEX- dove avviene l’attività di astrazione e comprensione.

36

Questa configurazione del cervello permette di discutere la questione cartesiana.

Dopo un po’ di tempo dalla sua formulazione il cartesianesimo si lega all’evoluzionismo Darwiniano. Ci si chiede

l’uomo come si evolve? Quali organi o funzione tenderà a migliorare? La risposta dovrebbe essere la razionalità che è la

caratteristica peculiare e più usata dall’uomo. Quindi l’uomo dovrebbe essere un animale che si evolve in modo

peculiare diventando sempre più razionale.

Il Darwinismo permette di verificare le sue affermazioni. Poiché afferma che quando un organo non si usa

progressivamente si atrofizza e se ne perde l’uso, se è vero che le emozioni sono retaggio primordiale e ci fosse un

organo sede delle emozioni, con l’evoluzione questo organo avrebbe dovuto praticamente scomparire. Il sistema

limbico è la sede delle emozioni: ma con l’evoluzione questo sistema non si è affatto atrofizzato, anzi in certi casi ha

anche stabilito connessioni neurali privilegiate anche più importanti di quelle che passano attraverso la neo corteccia.

La coscienza delle cose a volte crea distanze da esse, mentre invece il simbolico che agisce attraverso l’amigdala (parte

del sistema limbico) è molto più immediato a da luogo a quelle che vengono definite REAZIONI ISTINTIVE: esistono

quindi canali di accesso privilegiati al sistema limbico. Quindi la prima smentita a Cartesio viene dalla prassi.

Inoltre Damaso studiando pazienti in cui i le connessioni neurali tra sistema limbico e corteccia si erano interrotte per

varie patologie, dimostra che in questi pazienti il Quoziente intellettivo (QI) resta invariato, cioè le funzioni corticali

sono inalterate, mentre viene perduta la capacità decisionale, perché i processi razionali se non accoppiati ad altri

processi non riescono a funzionare. Non esiste quindi un PENSIERO PURO.Quindi l’uomo è sempre una miscela tra

RAZIONALITA’ ed EMOZIONI.

I MITI sono narrazioni attraverso cui comprendiamo il mondo. Dal punto di vista evolutivo ripercorrono lo sviluppo

della specie; quindi anche nella vita s replica il processo evolutivo della cosmogonia.

La svolta nell’evoluzione umana sia ha con il passaggio alla STAZIONE ERETTA. Questa permette di vedere un

orizzonte, di distinguere tra cielo e terra, è l’inizio della DISTINZIONE COME PROCESSO MENTALE. La connessione tra

tappe evolutive e funzioni mentali è molto importante. DURAND identifica tre RIFLESSI PRIMARI che sono la STAZIONE

ERETTA, l’INGHIOTTIRE e la RITMICITA’. Con il ritmo è collegato il sonno, che è una funzione essenziale per il benessere

psicofisico ma di cui non si sa praticamente nulla.

Noi pensiamo in modo complesso. C’è sempre una quota che rinvia al mondo emotivo, istintuale, sensoriale da cui

abbiamo le informazioni. Le informazioni sensoriali che vengono privilegiate sono quelle visive perché viviamo in una

cultura basata sulle immagini. Di conseguenza gli altri sensi occupano una posizione gerarchicamente inferiore.

Tramite l’occhio le informazioni riescono ad arrivare al sistema limbico prima che al cervello: anche l’occhio è un organo

contraddittoriale. Si investe molto tecnologicamente in cose che hanno a che fare con la vista, che è uno dei simboli più

potenti del mondo, legato all’idea di ONNIPOTENZA e CONTROLLO.

19- Presentazione di Maffesoli – Pensiero e letto di Procuste – Teoria dell’azione di Pareto, in particolare le azioni

logiche e non logiche- le derivazioni – l’aspettativa di essere razionali –la sistematizzazione cartesiana di una

tendenza millenaria – le intelligenze multiple di Gardner – il primato della logica matematica- QI e PONS –

intelligenza interpersonale e lavoro di squadra – intelligenza multidimensionale e talento.

Maffesoli è un sociologo francese autore tra l’altro di “Il tempo delle tribù”, dove preannuncia il POST MODERNO,

cioè cambiamenti sociali nei gruppi,soprattutto di giovani.

Una delle cose più importanti su cui riflettere della cultura odierna è l’IPERSPECIALIZZAZIONE, che è estremamente

dannosa, perché il sapere tende ad essere diviso in tanti compartimenti stagni che non comunicano tra loro, quindi

37 diventa un sapere sterile ed inutile. Spesso noi non siamo in grado di sapere veramente a cosa serve fino in fondo

quello che studiamo.

Il concetto di PENSIERO LATERALE è un concetto che spiega il modo di pensare che si attua al di fuori di schemi

precostituiti; in genere per inerzia si tende a pensare allo stesso modo e seguendo gli stessi schemi, perdendo tutte

le opportunità di valutare e conoscere le cose anche da altri punti di vista.

Secondo Adorno e Durkheim noi utilizziamo la DIALETTICA DELL’ILLUMINISMO, cioè ci muoviamo e pensiamo in un

modo che finisce poi per ottenere il contrario dello scopo che si voleva raggiungere inizialmente. Questa idea è

ripresa anche nel concetto di PROCESSI AUTONOMI, che descrivono quei processi mentali che partono per

raggiungere uno scopo poi strada facendo, anche per variazioni impercettibili, ed indipendentemente dalle

intenzioni iniziali finiscono per arrivare all’opposto di quello che ci era proposto all’inizio.

Tutto questo deriva da una scarsa consapevolezza dei modi con cui ragioniamo; nel nostro ragionare reagiamo a

moltissimi stimoli di natura diversa. Come diceva Cartesio “l’uomo evolve diventando sempre più razionale”, infatti

l’ideale della cultura corrente, che è di stampo cartesiano, è di raggiungere una RAZIONALITA’ PURA E

DISINCARNATA. Però nella realtà ciò non avviene. Infatti pensando in un’ottica IPERRAZIONALISTA si condanna

inevitabilmente tutto il resto ad un ruolo subalterno, ad essere “RESIDUI”.

Il concetto di RESIDUI è un concetto di Pareto, che iniziata la sua attività come ingegnere è diventato economista e

poi sociologo osservando che il 92% delle azioni umane avviene su base NON RAZIONALE.

Così Pareto formula la TEORIA DELLE AZIONILOGICHE ED ILLOGICHE. Parte ha osservato che l’economia non può

essere il punto centrale per la comprensione dell’uomo e del sociale, in quanto l’uomo normale non agisce sempre e

solo mosso da razionalità: anzi lo fa in una parte veramente piccola dei casi (8%). Il pensiero è quindi fatto in piccola

parte di razionalità e poi di molte altre cose, come istinti,emozioni, desideri, ecc..

Secondo Pareto l’AZIONE LOGICA coincide con l’AZIONE ECONOMICA(che a sua volta equivale all’AZIONE

RAZIONALE di WEBER, cioè azione che razionale rispetto allo scopo che si propone). Questo tipo di azione non ha

altro senso se non la massificazione del risultato, cioè riuscire ad ottenere tutto il possibile. I mezzi sono

commisurati ai fini ed anche rispetto al Giudizio di un OSSERVATORE ESTERNO. L’idea di osservatore esterno è

molto importante, perché presuppone che ci sia qualcuno che può valutare la congruità di un comportamento.

L’AZIONE NON LOGICA è quella in cui non funzionano i presupposti dell’azione logica. Si pensa che in questo tipo

diazione ci sia qualcosa di fuorviante, i cosidetti RESIDUI, cioè qualcosa che rimane dopo che un dato elemento è

stato sottoposto al processo evolutivo. Se il processo evolutivo della specie umana tende sempre più verso il

razionale, di conseguenza tutte le altre parti che lo compongono saranno “residui”. Per Pareto i residui sono

responsabili di quasi la totalità delle azioni umane.

Quindi lo schema è il seguente

AZIONE NON LOGICA_____________ spinta ad agire in modo non logico___________creazione di un problema

perché l’uomo si autorappresenta come razionale. Come spiegare quindi questa situazione?

Interviene il concetto di DERIVAZIONE. La Derivazione è la RAZIONALIZZAZIONE EX POST, cioè le spiegazioni che

ognuno si da a posteriori cercando di trovarne la razionalità per giustificare il fatto di aver compiuto un azione

che invece si sa benissimo essere irrazionale.

Quindi noi non siamo razionali e non ci comportiamo sempre in modo economico.

38 Questo pone un’altra critica alla visione del mondo cartesiana, che considera il corpo e la mente come due entità

separate non in comunicazione tra loro. Quindi quando si tenta di capire perché ad un’idea mentale corrisponde

una determinata azione fisica, Cartesio risponde che questo succede perché c’è un organo all’interno del nostro

corpo, la GIANDOLA PINEALE O IPOFISI, dove entrano in contatto res cogitans e res extensa, e quindi da qui passano

tutti i comandi ed il controllo delle azioni.

Chiaramente questa separazione drastica non regge, perché è evidente che l’uomo è composto di molte parti

irrazionali e molto poco di ciò che accade nel quotidiano è realmente razionale.

A questo punto entrano in gioco anche le ASPETTATIVE,; infatti noi stessi siamo i primi ad aspettarci di essere e

comportarci in modo razionale e tutte le volte che questo non avviene devo reagire all’insoddisfazione delle mie

aspettative di razionalità.

Il cartesianesimo è comunque molto pervasivo, si infiltra in tutta una serie di convenzioni e giudizi che diamo sulla

realtà, per es. l’intelligenza. Oggi si tende a valutare come unica intelligenza quella logico matematica, trascurando

tutte le altre forme ; l’intelligenza logica si misura tramite il QI, anche se alti valori di QI non sono comunque

predittivi di grandi prestazioni professionali nella vita.

GARDNER è lo studioso che invece mette in luce come esistono diversi tipi di intelligenza tutte con pari dignità.

Dal punto di vista sociologi cole più rilevanti sono l’iNTELLIGENZA INTERPERSONALE (che permette di interagire

con l’altro) e l’INTELLIGENZA INTRAPERSONALE, ossia la capacità di riconoscere i propri stati d’animo e cercare di

definirli per quello che sono. In questo modo possiamo sapere cosa stiamo provando in un determinato

momento. Quindi una situazione molto diversa dall’intelligenza logico matematica.

Anzi da molti studi si è visto che chi ha una prevalenza di intelligenza logico matematica ha meno capacità di

lavorare in team.

I tipi di intelligenza che non si misurano con il QI si misurano con il PONS che è un test molto più preciso in quanto

ha il 92% di attendibilità.

La teoria di Gardner è quindi molto utile per comprendere le diverse forme di intelligenza, che sono sempre la

risultante di un insieme composto in varie percentuali da forme di intelligenza diverse. Però questo discorso ha

difficoltà a trasformarsi in prassi nella vita quotidiana.

La maggior predisposizione a un certo tipo di intelligenza è quello che si definisce TALENTO, ma questo spesso non è

riconosciuto dalla cultura ufficiale che tende sempre a privilegiare la razionalità e quindi l’intelligenza logico

matematica.

20- Rassegna del testodi Morin- il pensiero contestuale – iperspecializzazione del sapere e difficoltà di

comprensione globale – il problema dell’ambiente come nuovo carattere comune all’umanità- la comunità di

destino

Se è vero che l’uomo conosce il mondo unicamente in modo razionale, è necessario trovare altri livelli di comprensione

per tutto ciò che non è semplicemente riconducibile al razionale. Uno di questi livelli è il SIMBOLICO. Infatti se come si

è detto il discorso cartesiano è criticabile, bisogna trovare altri modi possibili di ragionare,ad es. attraverso il simbolico.

Anche la cultura oggettiva è intrisa di simboli, perché ha radici antiche e probabilmente nell’antichità il pensiero

simbolico era molto più presente.

Uno dei simboli più utilizzati ed interessanti da studiare è l’OCCHIO.

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s.cerino

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze per l'investigazione e la sicurezza (NARNI)
SSD:
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher s.cerino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof D'Andrea Fabio.

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