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Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

La costruzione della frase relativa, non temporale, può esser realizzata attraverso due varianti: 1) l’adozione del che polivalente; 2) uso del relativo

obliquo. Questo solo elemento mi definisce ora un parlato popolare, ora uno colto.

Va da quelli a cui (/nei cui capelli) ha trovato i pidocchi (it. colto)

• va da quelli che ha trovato i pidocchi

• (it. semicolto) In questi due ultimo esempi la discordanza non è evidente da un punto di vista

*si reca da coloro che ha trovato i pidocchi

• linguistico, ma sociolinguistico, poiché mette insieme tratti di livello completamente

diverso: la scelta lessicale del verbo ‘recarsi’ in luogo di ‘andare’ è totalmente

*va da quelli che ha rinvenuto i pidocchi

• incongruente con il CHE, espressione di una relativa non temporale tipica dell’it.

popolare

Le esecuzioni nello spazio linguistico DIASTRATIA

COLTO

Va da quelli a cui (nei

cui capelli) ha trovato

DIAFASIA FORMALE Non voglio più parlare con lui DIAMESIA

Con lui non ci voglio più parlare

SCRITTO PARLATO

Questo dove lo metto?

Questo dove lo metto?

Disse X mostrando Y a Z INFORMALE

Va da quelli che

ha trovato Pagina 13

SEMICOLTO Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

Il costrutto collocato più centrale rispetto all’asse diafasico è rappresentativo di una modalità di costruzione sintattica più legata agli andamenti del

parlato, la dislocazione a sinistra, un esempio di sintassi marcata; quando non lo è si ha a che fare con l’italiano standard. Oltre a caratterizzarsi per

maggior informalità è un costrutto che si avvicina alla dimensione diamesica del parlato.

VERSO UNA NUOVA NORMA: IL NEOSTANDARD

Uso modale dell’imperfetto: non più usato come tempo, ma come modo -> Se arrivavi prima trovavi posto , invece di dire se fossi arrivato prima

avresti trovato posto;

Modalità di espressione del futuro: per esprimere un’azione che dovrà avvenire si usa il futuro, ma nella lingua parlata viene espresso

prevalentemente dal presente (Venerdì andiamo allo stadio), nel caso in cui si tratti di una cosa certa. Nell’italiano contemporaneo questa forma

verbale non sparisce, ma acquista altre funzioni, attraverso una vera e propria ristrutturazione nella morfologia verbale =>

- modalità eventive , per la formulazione di ipotesi (Avrà cinquant’anni)

- modalità deontiche , per esprimere degli obblighi (Si presenteranno alla prova munite di documento)

Esempi di ristrutturazioni nella morfologia pronominale sono invece =>

- semplificazioni nell’espressione di pronomi soggetto che si convogliano nel paradigma lui/lei/loro

- utilizzo della forma gli per esprimere il dativo (gli dissi -> a lui/lei/loro)

- clitico ci, pronome che si fissa al verbo avere (c’ho fame) e che si estende pleonasticamente (ci sento, ci vedo)

Nello spazio linguistico le esecuzioni effettivamente prodotte vengono collocate secondo la loro maggiore o minore pregnanza rispetto agli assi di

varietà, che vengono utilizzati da Berruto per individuare la posizione delle diverse varietà linguistiche dell’italiano.

L’asse diamesico è contraddistinto da un lato It. colto

dalla letterarietà, dominio principale della

lingua scritta, in contrapposizione all’italiano

colloquiale, parlato spontaneamente senza It. standard

bisogno di alcun controllo. Rispetto all’asse

verticale le varietà rappresentative sono It. neostandard

rispettivamente l’italiano popolare dei (o medio)

semicolti e quello colto posseduto da le It. letterario It. colloquiale

persone più scolarizzate; vi è la

rappresentazione di una specifica tipologia

di parlante (WHO). Infine la retta obliquo è

rappresentativa del diverso grado di

formalità della lingua, da un italiano standard Pagina 14

It. popolare

ad un uno di uso medio, o neostandard. Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

Con neostandard Berruto intende sostanzialmente la varietà attestata da una serie di esecuzioni (sintassi marcata, connettivo che..) rappresentante

il nuovo punto di riferimento dell’italiano futuro, che si contrappone allo standard tradizionale, ormai relegato ad una zona periferica dell’architettura

dell’italiano contemporaneo -> i costrutti marcati rispetto alla regola canonica, vengono ritenuti normali.

Sabatini, invece, lo definisce “italiano dell’uso medio”, sottolineandone l’aspetto della medietà, percepibile anche visivamente rispetto agli assi di

variazione: occupa una posizione intermedia, non polarizzato da una parte o dall’altra, sia in termini stilistici, né troppo formale, né informale, sia di

classe sociale di riferimenti, in quanto gestibile anche da parlanti non particolarmente istruiti. In questo senso comprende settori più ampi della

popolazione, rispetto alla ristretta cerchia di scolarizzati che fanno uso dell’it. standard.

Perché si è verificato questo spostamento verso il basso e quali sono gli elementi del sistema linguistico che entrano in co-occorrenza diafasica?

Morfologia: espressione del pronome complemento indiretto

VARIANTI Sintassi: posizione del complemento oggetto / oggettive

✓ gli (sono in presenza di una forma di italiano neostandard) VARIANTI

le / loro

✓ (forma di it. standard, esprimo una distinzione tra post-verbale (/ post-reggente)

✓Collocazione

femminile e plurale) Collocazione pre-verbale (/ pre-reggente)

Ho telefonato a Chiara: gli ho detto di venire alle 8 (IN)

Ho telefonato a Chiara: le ho detto di venire alle 8 (IS) Ti dico questa cosa dopo (it. standard) , costrutto non marcato SVO

Ho telefonato ai nonni: gli ho detto di venire alle 8 (IN) Questa cosa te la dico dopo (it. neostandard) , con anticipazione di C.O.

Ho telefonato ai nonni: ho detto loro di venire alle 8 (IS)

costruzione del periodo ipotetico dell'irrealtà Sapeva che non ci sarei andato (it. standard)

VARIANTI Che non ci andavo, lo sapeva (it. neostandard)

✓ ind. imperfetto nella protasi e nell'apodosi

congiunt. nella pr. / condizion. nell'ap.

Se venivi lo vedevi [neostandard]

Se fossi venuto l'avresti visto [standard]

STANDARD e NEOSTANDRD : pianificazione vs. spontaneità

Mentre la collocazione del neostandard tende ad essere più centrale e, sull’asse diamesico, spostato verso il parlato, l’italiano standard è una

varietà alta del repertorio linguistico perché tende a richiamare un’esecuzione fortemente orientata verso lo scritto e che richiede un elevato livello di

istruzione da parte di chi la gestisce; Il fatto che sia di competenza delle classi socio-culturalemente più istruite ha a che fare con il modo in cui si è

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formato in Italia. Tutte le lingua standard sono il risultato di un’operazione di pianificazione a tavolino delle caratteristiche di tale lingua e che hanno

portato a caratteristiche piuttosto uniformi, recepite dall’italiano letterario scritto. La formazione neostandard invece non prevede codificazione, ma

è un processo spontaneo a cui sta andando incontro da qualche decennio la nostra lingua, che, partendo dal basso, è tendenzialmente

caratterizzato da mancanza di uniformità.

→ →

Standard Pianificazione + uniformità (+ scrittura)

• → →

Neostandard processo spontaneo - uniformità (+ parlato)

La standardizzazione linguistica è avvenuta antecedentemente alla formazione dell’Italia. La definizione di una lingua di riferimento unitaria è

avvenuta per la prima volta intorno al ‘500 (periodo umanistico-rinascimentale) con le ‘Prose della volgar lingua’ di Pietro Bembo, per l’esigenza di

individuare un modello unico che svolgesse la funzione di riconoscimento sul piano culturale all’ascesa della nuova classe sociale della borghesia

mercantile, potenziale destinataria dei libri, che grazie all’invenzione della stampa a caratteri mobili era possibile riprodurre in numerosi esemplari.

Questa classe aveva dimestichezza esclusivamente con il volgare, mentre il latino, lingua di cultura, era appannaggio solamente di una stretta

f u n z i o n e

cerchia di intellettuali, per cui entra in gioco il ruolo della da attribuire alla scelta linguistica da adottare : deve far corrispondere il bisogno

s e l e z i o n e

di risalita sociale con una di tipo culturale, una lingua per la letteratura dei nuovi ricchi. La di una lingua di riferimento della quale

abbiamo già testimonianze scritte, anche se morta ( per la poesia Petrarca e per la prosa Boccaccio), facilita la terza fase, quella della

d e s c r i z i o n e , poiché la varietà deve essere canonizzata e grammaticalizzata. Nel 1612 viene pubblicato per la prima volta il vocabolario degli

c c e t t a z i o n e

accademici della Crusca, che rappresenta ancora una volta il ‘300 come secolo aureo della lingua. L’ultima tappa è quella dell’a ,

poiché i destinatari di questa nuova proposta linguistica devono dimostrare attraverso i loro comportamenti di aver recepito il modello, scrivendo

secondo quei precisi canoni.

Per quanto riguarda la realtà italiana lo standard si definisce come lingua lontana dal parlato. Nel momento in cui avvenne l’accettazione del

modello bembiano, esso non coincideva nessuna realtà effettivamente parlata, coerentemente con il progetto di identificazione di un modello di

lingua per la letteratura. Sostanzialmente queste modalità di canonizzazione dell’italiano come lingua standard creano di fatto in Italia situazioni di

diglossia (due lingue), concetto proposto da Ferguson nel 1959, che ci consente di descrivere i rapporti reciproci che esistono tra le varietà e la

loro gerarchizzazione : << situazione linguistica relativamente stabile, in cui, in aggiunta ai dialetti di base ( ) della lingua, vi è una

primary dilaects

varietà sovrapposta ( ), molto divergente e altamente codificata, il veicolo di un ampio e prestigioso corpo di letteratura scritta, che

superposed variety

è appresa soprattutto attraverso un prolungato percorso di scolarizzazione ( ) ed è utilizzata per la maggior parte

non è lingua materna per nessuno

degli usi scritti e del parlato formale, ma non viene usata da nessuna parte della popolazione per la conversazione ordinaria ( ) >>

.

non è lingua parlata

Si parla di diglossia quando le funzioni delle due varietà del repertorio linguistico sono distinte rigidamente: l’una utilizzata per usi prettamente scritti

ed orali di tono stilisticamente elevato, ma mai usata per la conversazione spontanea, per la quale interviene una varietà low, prevalentemente se

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non esclusivamente parlata, non standardizzata, e che copre le funzioni della lingua quotidiana. Questo tipo di situazione è fortemente legata

secondo Ferguson al processo di standardizzazione linguistica.

DIGLOSSIA : MANZONI E L’ITALIA POST-UNITARIA.

Venne incaricato dal Ministro della Pubblica Istruzione, Broglio, di risolvere il mistero di mancanza di una lingua comune, individuando un modello

linguistico unitario e per prima cosa rifletté proprio sulle condizioni di diglossia.

1. il problema: “divorzio” tra lingua parlata e scritta

“In Italia c'è una tale differenza tra lingua parlata e scritta, che quest’ultima può definirsi una lingua morta”

2. la lingua scritta è morta perché non è vera lingua

“Quella letteraria era l’unica lingua comune a tutto il Paese, ma per il fatto di rispondere solamente a funzioni elevate non era considerata da

Manzoni ‘vera lingua’. Ciò che costituisce una lingua, non è l’appartenere a una estensione maggiore o minore di paese, ma l’essere una quantità di

vocaboli adeguata agli usi d’una società effettiva e intera, che deve essere in grado di far esprimere a tutte le componenti della società i concetti

che le occorrono. ”.

Manzoni si interroga sul fatto che la lingua unitaria, quella della letteratura, non è possibile esprimere molti concetti della quotidianità perché carente

di parole di uso comune e per questo utilizzabile solamente nelle occasioni elevate “Cosa vorrebbe dire una lingua comune a tutta l’Italia, e nella

quale un dotto italiano non sapesse nominare tante cose che gli occorre di nominare continuamente?” La lingua è uno strumento di comunicazione,

per tale motivo essa non può impedire di comunicare, cioè di parlare delle cose di tutti i giorni con chiunque, interagendo con i membri della

società.

La riflessione di Manzoni è : se da un momento all’altro per uno strano accidente del destino venissero a mancare i dialetti non riusciremmo ad

interagire, non tanto fra le varie parti d’Italia, ma anche all’interno di una ristretta cerchia di compaesani, familiari, rimarremmo muti perché

verrebbero a mancare i termini per definire numerosi oggetti di tutti i giorni, in quanto la lingua ritenuta comune non ne è a conoscenza, essendo

stata pensata per parlare di argomenti elevati e pomposi.

Come è possibile calcolare il numero di italofoni, cioè persone in grado di gestire la koinè italiana, al momento dell’Unità? Tradizionalmente

vengono stimati sulla base di due riflessioni, una svolta da De Mauro nel 1963, anno in cui pubblica “Storia linguistica dell’Italia Unita” il quale ritiene

che il numero di persone capaci di padroneggiare la lingua comune in Italia possa esser fatto coincidere con coloro che avevano assolto all’obbligo

scolastico (definito dalla Legge Casati e che prevedeva solamente il primo biennio del ciclo elementare), poiché la lingua scritta era di secondo

apprendimento e, sulla base degli alfabetizzati il risultato a sui si giunse era circa il 2,5% della popolazione italiana ; l’altra da Castellani, il quale

rivede qualche decennio dopo tali stime e, tenendo sempre presente il rapporto tra scolarizzazione ed italofonia, aggiunge a questi elementi

l’incidenza ed il ruolo dell’appartenere ad una realtà linguistica più prossima a quella della lingua italiana (L1 + vicina alle caratteristiche della lingua

comune, es_ area toscana), arrivando quasi al 10% della popolazione. Pagina 17

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Al momento dell’Unità si verifica una situazione di diglossia senza bilinguismo (ovvero la competenza di entrambe le varietà del repertorio) poiché la

competenza della varietà comune era limitata a pochissimi; tutta la popolazione conosce la propria varietà dialettale ma la maggior parte di essa

non sa gestire l’altra.

L’interferenza dialettale e la geosinonimia

: Nel 1956 uno studioso, Ruegg, condusse un’indagine lessicale, chiedendo alle persone di 56

province italiane come chiamassero alcuni oggetti della loro quotidianità nel momento in cui volessero parlare in italiano:

Per prendere il brodo dalla pentola si usa il:

mestolo (39 / 81 , anche mescolo); coppino (18/31 RM > PA);

(numero di province in cui è stata trovata la risposta) (numero dei parlanti)

ramaiolo / romaiolo (13/23 spec. Tosc); cucchiaione (8/9), sgommarello/sgommarolo (3/5 spec. RM)

insipido (38/73); scipito (18/26); sciocco (12/19 spec. Tosc); sciapo (10/16 spec. AN > PE); sciapito

‘Che sa poco di sale’:

(12/14); dolce di sale (12/13); dolce (11/12); insulso (4/4)

Un altro elemento importante è che le domande non vennero proposte dal rilevatore in un’intervista faccia a faccia , ma il questionario arrivò

direttamente per posta, per cui le persone prese in esame erano tutte alfabetizzate, presupponenti delle capacità linguistiche adeguate a decifrare

tali consegne, che di conseguenza esclude la possibilità di aver preso in esame esclusivamente dei dialettofoni. Il problema non era perciò legato

alla scarsa competenza dell’italiano di queste persone, ma, in base alle risposte date, poco meno del 90% dei concetti del dizionario veniva

espresso in tutta la penisola con almeno 3 forme diverse (elevata polimorfia). Due sole domande su 252 avevano in risposta una parola soltanto:

Come si chiama il caffè preso al bar? Espresso, probabilmente indotto dal macchinario industriale unitario in grado di produrlo ; Qual’è il nomignolo

usato per deridere i meridionali? Terrone, voce legata ad una mentalità ancora arcaica. Le persone tendevano ad italianizzare i propri dialetti locali

perché l’italiano di uso quotidiano era ancora all’epoca in fase di formazione, essendo nato e mantenutosi per secoli come lingua per la letteratura.

= parole con forme diverse che esprimono uno stesso concetto, ma caratterizzati in senso geografico, ovvero non disponibili

GEOSINONIMI

contestualmente a tutti i parlanti delle diverse aree d’Italia, non solo quando si tratta di esprimersi in dialetto, ma persino in italiano.

Un’indagine simile è stata riproposta in tempi recenti e pubblicata nel 2013, in modo più articolato: mentre prima vi era un rappresentante per ogni

punto linguistico indagato, adesso vi sono 12 parlanti intervistati in ciascun punto e tramite conversazione. Questa proliferazione terminologica è

ancora molto ampia, rimandando al concetto di geosinonimia:

• ‘scarso di sale’: insipido

TO: insipido 6, sciapo 6 (rimanda al forte impatto dell’immigrazione meridionale al nord)

MI: insipido 9

FI: sciocco 10

RM: sciapo 11 Pagina 18

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CT: liscio 5 (insipido 4);

AQ: nzipido 5 (fenomeno fonetico dell’affrancazione post consonantica, molto diffusa nei dialetti meridionali)

'mestolo' : méstolo

TO: mèstolo 12

MI: mèstolo 11

FI: romaiolo 11

RM: méstolo 5, mèstolo 3, sgommarèllo 4

AQ: coppino 4

Peruzzi nel 1961 si esprime riguarda alla lingua italiana dicendo che “ esiste un vocabolario nazionale per discutere dell’immortalità dell’anima, per

esaltare il valor civile, per descrivere un tramonto, per sciogliere un lamento su un amore perduto, ma non per parlare dei legacci delle scarpe o di un

certo tipo di pentola “

Nel 1962 Giovan Battista pellegrini sottolinea l’aspetto del sottofondo regionale che fa sentire la sua presenza, interferendo quasi sempre con

Il sottofondo dialettale, sempre latente – anche se il dialetto è ormai

l’italiano, in condizioni di mancanza di un lessico quotidiano comune :

fortemente insidiato, specie nella pratica quotidiana delle grandi città – ha reagito ovunque determinando una varia coloritura

dell’italiano che possiamo definire regionale e che corrisponde sostanzialmente alle aree (…) dell’Italia dialettale .

Il parlato è sempre stato dominio delle lingue locali, poiché l’italiano non viene concepito con questa finalità, per cui tutt’oggi in qualsiasi area

questa varietà si sovrappone al dialetto di una data regione, ma prendendone dalla stessa molti elementi, ancora in mancanza di una lingua

unitaria. L’idea di Pellegrini è di pensare all’italiano come una sorta di velo che però non permette di coprire totalmente tutto ciò che c’è sotto, ma si

colora diversamente a seconda delle varie aree del Paese.

Variabile sociolinguistica in correlazione diatopica, perché nelle diverse aree della penisola, al netto dei parametri disastratici e diafasici troverò

sempre le medesime sfumature lessicali, mettendomi direttamente in relazione con un solo elemento, quello geografico, preliminare a tutti gli altri.

Espressione lessicale italiana per il concetto di ‘sottoporre a pressione’ : Le varianti sono geo-sinonimi

schiacciare Milano

pigiare Firenze

premere Roma Pagina 19

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1 Marzo / 13 Aprile 2016 ʤ

affricata prepalatale sonora / / in posizione intervocalica In termini fonetici :

Varianti: fricativa alveolare /s/ in posizione intervocalica

ˈʤɛnte)

[ʤ] (la (it. st.) Varianti:

ˈʒɛnte)

[ʒ] (la (Toscana) deaffricazione, perdita dell’occlusiva [z] (rizo) (N)

ˈʤ:ɛnte)

[ʤ:] (la (Centro-Sud) esito rafforzato, geminazione [s] (riso) (Centro-sud)

ˈʣɛnte)

[ʣ] (la (Veneto) affricata dentale

Un esempio di tipo morfologico riguarda l’utilizzo dell’articolo di fronte ai nomi propri : Varianti -> può esserci o no a seconda del genere del nome,

nonostante l’italiano standard non preveda l’espressione dell’articolo determinativo

maschile femminile

it. st. - -

MI + +

FI - +

centro-sud - -

VA R I A B I L I , VA R I A N T I E VA R I E TA’

Variabile sociolinguistica = elemento del sistema che viene realizzato in varianti, ciascuna delle quali è portatrice di significato “sociale”, capace di

identificare le caratteristiche del mio interlocutore ->Berruto la definisce come "ogni insieme di modi alternativi di dire la stessa cosa”.

Varietà della lingua = ogni insieme di varianti che si realizzano in presenza di un determinato elemento sociale. L’italiano regionale è

caratterizzato da tutte le varianti che si correlano in diatopia.

Milano Roma

Firenze

Fonetica

• Fonetica

Fonetica

-s- > -z- (ˈkaza, noˈjozo) fricativa alv. sempre sonora ˈpɛntso)

C+s > C+ts (ˈpoltso; consontante + fricativa dentale

ʣuˈk:ero)

ts- > dz- (ˈʣap:a; affricata iniziale sonora -k-, -t-, -p- > -h-, -ɵ-, -ɸ- ['ai ha’ɸiɵo] risponde con affrancazione post consonantica

ˈsem ʃil’jɛʒa]

E > e (ˈbe ne; pre) -ʧ- , -ʤ- > -ʃ- , -ʒ- [la deaffricazione ˈaʤ:ile)

-b- / -ʤ- > -b:- / -ʤ:- (inkreˈdib:ile; intensificazione

ɛ ˈspɛs ˈtɛ)

E > (ˈfrɛt :a; :o; perˈkɛ; kon Pagina 20

Lessico

Lessico Lessico

• ‘scarso di sale’ = sciocco

‘scarso di sale’ = insipido ‘scarso di sale’ = sciapo

Un pulsante si… = pigia

Un pulsante si… schiaccia Un pulsante si… preme Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

Nel fiorentino e nell’italiano l’alternanza fra E chiusa ed aperta ha rilevanza fonologica perché soltanto su questa base posso individuare coppie

minime di diverso significato -> venti (numero) e vɛnti (corrente d’aria); nel milanese l’elemento che determina la diversa apertura di questa vocale è

la natura della sillaba perché quando quest’ultima è chiusa (il confine sillabico è delimitato da una consonante) la E è aperta, e viceversa.

Eccezione a questa regola : in presenza di una consonante nasale che segue, provoca sempre la chiusura della vocale precedente (‘sem pre).

Nel fiorentino le occlusive sorde intervocaliche vanno incontro al fenomeno della spirantizzazione diventando delle fricative, a cambiare è la

modalità di occlusione, non più totale ma parziale. Anche le affricate che si trovano tra vocali si trasformano in fricative, perdendo l’elemento

occlusivo (fenomeno della de-affricazione).

Lingue a contatto: Meneghello e l'italiano appreso a scuola

Lo scrittore riflette sulla propria esperienza di ragazzo che, intorno agli anni Trenta del ‘900, si confronta a scuola con una lingua diversa rispetto a

quella con cui aveva avuto a che fare fino a quel momento, l’italiano. La sua invenzione letteraria parte dal rinvenimento di un quaderno,

immaginandosi, già in la con gli anni, di imbattersi in alcune sue testimonianze di quando stava apprendendo i primi rudimenti della scrittura. Parla

di sé in terza persona identificandosi come S. e dicendo di notare per prima cosa gli 11 diversi modi in cui aveva scritto la parola ‘uccellino’ e di cui

solamente una era rispettosa delle regole : ucelino, ucielino, ucilino, uccelino, uccielino, uccilino, ucellino, uciellino, ucillino, uccellino, ucciellino. Vi

è un problema per quanto riguarda le geminate affricate e laterali, le consonanti doppie, che non riesce a scrivere correttamente, perché

presumibilmente nella sua esperienza linguistica di parlante non scolarizzato non è previsto questo raddoppiamento, in quanto privo di rilevanza

fonologica nel proprio dialetto di base. Dal rilevamento di questa difficoltà possiamo supporre che la sua provenienza sia di area settentrionale.

Inoltre dice che imbattendosi nella scrittura di questa parola, si presenta persino un problema sostanziale : un uccellino è un oseleto?

La scoperta:

“Oseleto” era la sola parola da dire in paese (...) e “uccellino” la sola da scrivere.

La prima cosa che apprende è la differenza tra lingua scritta e lingua parlata, e il fatto che le de parole appartengono a due domini diversi, l’uno

scolastico, l’altro popolare-paesano. << Le conseguenze di questo stato di cose nella vita intellettuale e nelle successive attività linguistiche di S.

furono incalcolabili. La sua concezione dei significati delle parole ne fu profondamente influenzata >> , questo perché scrivendo, ci si inserisce in

una sfera nuova in cui vige un diverso criterio di realtà, come se il mondo della scrittura avesse regole proprie, anche a livello semantico, non solo

formale, rispetto al parlato.

<< Un uccellino non fa quello che fa un oseleto, il quale non fa quasi niente >> , all’improvviso impara che queste polarità a confronto sono

subalterne, però al tempo stesso la sensazione che, al termine di tutto, dà la figura dell’uccellino a Meneghello è quella di un animaletto freddo nel

lustro delle sue raffigurazioni, privo di quella vitalità caratterizzante l’oseleto. Pagina 21

Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

Il messaggio che arriva allo scrittore dall’istruzione scolastica è che il dialetto (sustrato naturale della sua mente) deve essere emarginato, perché

esso correla direttamente con la realtà, ma rimane fuori dalla dimensione della scrittura, la quale è più astratta e lontana.

I parametri costitutivi del dialetto e dell’italiano

- -

ha a che fare direttamente con il parlato lingua della scrittura

- -

rimanda alla realtà dimensione in cui vige un diverso criterio di realtà (irrealtà)

- -

lingua della vicinanza affettiva lontananza affettiva

- -

vitalità non viene nutrito dalla quotidianità

- -

forma mentale naturale, che avvolge il modus cogitandi delle persone forma mentale sovrapposta

- -

subalternità, non interessa alle classi istruite carattere di prestigio e funzionalità

- privo di funzionalità Lingua e dialettu

Nel 1970 Ignazio Buttitta, studioso siciliano di tradizione popolare scrive una poesia dal titolo “ ”, riproducendo la propria realtà

linguistica => la libertà di un popolo non ha a che fare solamente con la possibilità di muoversi, la vera ricchezza di un individuo non è legata ai

possedimenti materiali; questi elementi esteriori non sono fondamentali, ma un popolo diventa povero e servo quando gli viene rubata la lingua

ricevuta in eredità dal proprio genitore, venendo meno questa continuità linguistica. Le parole si mangiano tra loro ed una lingua (italiano) sovrasta

l’altra (dialetto), impedendo la trasmissione di quest’ultimo di generazione in generazione. : L’istruzione scolastica è motivo di

MESSAGGIO

emarginazione del dialetto, accantonando dentro di noi il sostrato naturale della lingua.

L’ode funebre per Peppino Impastato (1979)

Vittima della Mafia, la cui madre lasciò una poesia scritta in dialetto perché rappresenta la lingua della vicinanza e dell’affettività, che avvolge la

natura più profonda delle persone. Non ci sono dichiarazioni esplicite ma ciò che si vuol rappresentare è la diretta relazione che intercorre tra

dialetto ed intimità. Pagina 22

Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016 Funzioni e gerarchizzazione:

il modello di U. Weinreich

Lingue in contatto

Nel 1953 pubblica un libro “ ” in cui osserva il rapporto delle lingue che vengono tra loro in contatto, sulla base di sei parametri di

riferimento che orientano la percezione dei parlanti che hanno a che fare con la gestione di più varietà linguistiche:

✓ Scrittura, la varietà fra quelle presenti nel repertorio che compare maggiormente nelle testimonianze scritte, cioè destinataria di una

tradizione scritta;

✓ Ordine dell’apprendimento, quale lingua viene appresa per prima

✓ Valutazione letteraria e culturale, quella che è espressione di un bagaglio culturale

Utilità,

✓ caratterizzata dalla possibilità di essere usata in più situazioni comunicative

✓ Avanzamento sociale, quale fra le varietà disponibili consente un’ascesa sociale

Coinvolgimento emotivo,

✓ la varietà più carica di espressività ed emotività

Se cerchiamo di applicare questi parametri alla situazione italiana nella quale coesistono lingua e dialetto, l’esito è il seguente

L D

✓ Scrittura + - L’italiano è la lingua della scrittura

✓ Ordine dell’apprendimento - + Storicamente il dialetto viene appreso come lingua naturale, l’italiano solo nelle aule scolastiche

✓ Valut. letteraria e culturale + - Espressa principalmente nell’italiano della letteratura (poesie, romanzi, scritture in genere)

✓ Utilità + - L’italiano è in grado di affrontare più situazioni comunicative, il dialetto più limitato (familiare)

✓ Avanzamento sociale + - La linea standard consente una risalita nella società

✓ Coinvolgimento emotivo - + Dialetto come lingua dell’emotività

Da un punto di vista quantitativo l’italiano copre più parametri, i due che tradizionalmente vedono avvantaggiato il dialetto sono tra loro connessi ->

Perché? Si è potuto constatare che la lingua che è più in grado di trasmettere emotività e vicinanza è quella appresa per prima (L1), fuori dai canali

istituzionali e trasmessa da genitore a figlio. In questo scambio generazionale non si trasmette solo lingua in quanto strumento comunicativo, ma

anche una dimensione affettiva, impronta che mantiene tutt’oggi, in quanto lingua corrispondente alla prima socializzazione. Pagina 23

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1 Marzo / 13 Aprile 2016

Le diverse varietà che compongono il repertorio hanno status e prestigio diverso, non sono equipollenti dal punto di vista sociale. Da un punto di vista

linguistico, viene vista come varietà di prestigio quella lingua il cui possesso è percepito come una condizione necessaria all’avanzamento sociale.

La valutazione di tale caratteristica non è mai imposta dall’alto, ma sono i comportamenti delle persone a stabilire la condizione di maggiore o minor

prestigio; una lingua, intesa come comportamento sociale, è prestigiosa quando rappresenta un modello al quale conformarsi per i parlanti di una

certa realtà, qualcosa che viene imitato e non imposto come tale. La varietà settentrionale viene considerata prestigiosa perché anche parlanti di

aree che non interpellavano la sonorizzazione della fricativa intervocalica (es_ giovani fiorentini), tendono a farne utilizzo.

Dichiarazioni d’uso: l'italiano parlato e i rapporti col dialetto

L’ISTAT ha effettuato un sondaggio chiedendo a circa 20 mila famiglie italiane (18-74 anni) cosa ritengono di fare quando parlano, in base all’uso

che fanno di lingua e dialetto nella conversazione ordinaria:

1988 1995 2000 2006 2012

+ITA 41,9% 43,2% 43,3% 44,8% 53,1%

+DIA 31,9% 23,7% 18,8% 15% 9%

I/D 25% 29,5% 34% 34% 32,2%

Coloro che ritengono di usare entrambi si può ipotizzare che: 1) non sappiano distinguere le due varietà, che vengono a mescolarsi nella

conversazione quotidiana, 2) decide di alternare italiano e dialetto, mantenendo il dialetto nelle relazioni con i propri genitori e rivolgendosi in

italiano con i figli per motivi di prestigio, ovvero per trasmettere da subito quella lingua in grado di consentire l’avanzamento sociale, come

possibilità in più oltre all’apprendimento scolastico. Perché è stato motivo di interesse dagli anni ’70 in poi? Questo tipo di valutazione è stato

possibile nel momento in cui le donne sono divenute sempre più protagoniste nella vita extrafamiliare, venendo a conoscenza di una lingua di cui

si percepiva l’utilità, quella nazionale. Questo tratto è tipico soprattutto delle società occidentali, laddove le donne hanno raggiunto dei ruoli

pubblici, mentre in quelle orientali, dove sono considerate ai margini della società, continua la trasmissione della varietà naturale dialettale.

Nel 2012 l’italiano è la lingua prevalentemente parlata in famiglia e nelle occasioni quotidiane, riducendo drasticamente l’uso del dialetto.

Parallelamente si consolida questa alternanza di codici:

1° considerazione , siamo passati da una situazione di diglossia ad una di dilalia. Mentre la diglossia si verifica quando le due varietà del

repertorio si dividono rigidamente l’ambito d’uso, una delle quali viene relegata solo a contesti scritti o formali, ma non utilizzabile per il

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Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

parlato di tutti i giorni, adesso avviene l’esatto contrario, attraverso l’ingresso dell’italiano standard nel mondo dell’ordinarietà ed in

contesti informali, come quello familiare. Prevede necessariamente il bilinguismo, perché le funzioni non sono più rigidamente distinte

perché la varietà nazionale è diventata accessibile a tutti, conquistando anche i territori di competenza del solo dialetto: l’italiano diventa

lingua delle occasioni consuetudinarie. Anche le percentuali si sono invertite rispetto al calcolo fatto da De Mauro -> dialettofonia

esclusiva oggi circa 6% (approssimativamente 3 milioni). L’italiano ha conquistato parlanti ed ampliato la gamma delle situazioni in cui è

utilizzato. Cambiando le funzioni, gli utenti e le forme dell’italiano, esso diventa sempre più lingua parlata (it. neostandard).

ITALIA: Diglossia senza bilinguismo -> diglossia con bilinguismo (apprendimento della varietà high per la maggioranza della popolazione) -> dilalia

I parlanti dialettali quali caratteristiche hanno?

rilievi delle indagini DOXA

• Percentuale ridotta della dialettologia con gli

estranei

Le donne ne fanno un uso maggiore nelle

mura domestiche perché sentono

maggiormente la responsabilità della crescita

sociale dei propri figli

Nei paesi più piccoli si ha un uso maggiore

del dialetto, alla soglia dei 30.000 abitanti si

effettua un salto quotidiano e quantitativo

Su scala nazionale l’uso dell’italiano è

attestato all’incirca su un 53% della

popolazione, ma vi sono zone d’Italia in cui

l’influenza del dialetto è maggiore? La nostra

percezione è che la dialettalità sia più diffusa

al Sud, ma i dati ISTAT mostrano che la

maggiore preservazione dei tratti linguistici

regionali sono riscontrabili a NORD-EST Pagina 25

(Veneto-Friuli) Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

propensione alla dialettalità

Mentalmente facciamo un collegamento inconscio tra uso del dialetto e condizioni socio-economiche svantaggiate, ritenendo il SUD la zona di

maggior diffusione del dialetto In una condizione progressiva di dilalia, è la

combinazione di questi parametri che porta ad

un uso più o meno marcato del dialetto, ma

anche ad una contaminazione dialettale dei

comportamenti italiani.

Cosa sono le reti sociali di riferimento? Consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi tra loro da diversi legami sociali. Il fatto che in un

determinato Paese venga posta una domanda in dialetto porta a delle risposte che non solo utilizzano il dialetto, ma danno anche per scontato tutta

una serie di riferimenti. Questo perché il ricercatore viene percepito come appartenente a quella realtà dialettale, in cui si condivide non solo la

lingua, ma anche tutta una serie di conoscenze correlate ad essa e date per scontate. Ciò che caratterizza le risposte è quindi una certa familiarità,

tale da far intuire una relazione attiva con l’interlocutore che si rivolge a noi in dialetto, il quale avendone fatto uso viene incluso direttamente

all’interno di tale rete. Pagina 26

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1 Marzo / 13 Aprile 2016

Modello di rete sociale chiusa : condivisione e reciprocità

* E’ un sistema di relazioni, i cui vertici (o nodi) sono rappresentati dagli

attori sociali, ovvero i partecipanti a quella determinata rete, che si trovano

tutti al medesimo livello. Questi sono in relazione l’uno con l’altro in maniera

forte, costante e reciproca. Si parla non solo utilizzando il codice che ci è

stato proposto nella domanda, ma dando per scontata una condivisione

della realtà locale. Reticolo più significativo delle piccoli piccoli paesi.

• ES_ Alunni di una scuola elementare invitati a parlare di una stessa cosa prima in dialetto, poi in italiano parlato [ ]

da Grassi-Sobrero-Telmon 1995

D: ... e dopo mi vo a casa e prima meto la bicicleta in casa vecia sicome che go la casa vecia a meto dentro. (il dialetto è settentrionale per lo

scempiamente delle consonanti geminate)

IP ... poi saluto le mie amiche e metto la bicicletta in casa vecchia perché vicino alla mia casa c’è una casa vecchia che appartiene a mio papà e là

mettiamo delle cose…

La prima cosa che si nota è che nella trascrizione in italiano aumenta il materiale linguistico,: 1) ripristino delle doppie da un punto di vista della

forma linguistica; 2) per quanto riguarda il contenuto viene data una spiegazione più dettagliata. Questo perché i riferimenti dati per scontato,sono

presupposti recuperati dalla persona alla quale mi rivolgo, perché facenti parte della medesima comunità dialettale, mentre il passaggio all’italiano,

viene vissuto come una salto verso una dimensione più esplicita, in cui è necessario spiegare tutto e bene.

RETI CHIUSE (DIALETTO) —> RETI APERTE (ITALIANO)

*Modello di rete sociale aperta : esplicitazione ed approfondimento

I partecipanti alla rete non sono tutti connessi tra loro, ma condividono più

relazioni nelle quali si trovano in posizioni più centrali, o viceversa più

periferiche. Nessuna informazione viene data per scontata, poiché la base di

partenza è l’estraneità tra gli interlocutori, che non condividono le medesime

esperienze. Reticolo che descrive le relazioni nei complessi urbani più Pagina 27

grandi, nel quale si sviluppa un ampia frequenza di rapporti anonimi.

Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

Una caratteristica ricorrente del parlato spontaneo oggi è l’avere a che fare con un ‘parlato misto’, una compresenza di italiano e dialetto nelle

esecuzioni effettive dei parlanti: funzioni del dialetto in regime in dilalia, il cui

A sun tant bun!

Non vi imbroglio, eh! (Piem.)

1. ricorso consente una escursione emotiva

Komu na pazza skatiata!

2. Vattene a casa tua e non venire mai più in questa casa... (Salento)

Non li vogliono trovare.

3. Kiddi, kiddi ka, pigghia, annu setti kasi, wottu casi e nun pavunu nenti? ne volunu truvari. (Sic.)

A cambiare non è l’interlocutore, ma il codice linguistico utilizzato all’interno della medesima frase. Dal punto di vista sintattico questo cambiamento

avviene al confine fra una frase e l’altra. In situazione interfrasale, il passaggio è intenzionale, per cui si parla di (commutazione

CODE SWITCHING

di codice), un codice si spinge per lasciar spazio ad uno nuovo. Nel primo caso il venditore utilizza il dialetto per una volontà di avvicinarsi al

cliente, provando a trasmettergli fiducia, poiché la varietà dialettale è in grado di accorciare le distanze con l’interlocutore. Il secondo caso è

spostato sul versante di una emotività espressiva, in modo da rendere più efficace il suo messaggio; il dialetto consente una caratterizzazione

stilistica dell’enunciato. Nel terzo caso si parte dal dialetto per poi passare all’italiano, con il quale ripete l’ultima frase detta, per un bisogno di

rafforzare un concetto, dando una sorta di autorevolezza a quanto viene espresso, attraverso la lingua ufficiale. Per la persona che usa il dialetto

come lingua della conversazione ordinaria nel momento in cui passa all’italiano vive quest’ultimo come se fosse ancora in un regime di diglossia e

non dilalia.

D i a l etto i n c o n d i z i o n i d i d i l a l ì a

i l c a s o d e l l a p u b b l i c it à

Con il consolidarsi dell’italiano come lingua di tutte le occasioni, la pubblicità ci mette sempre più di fronte ad usi particolari del dialetto:

CIUMBA!* (Mi) GANZO!* (Fi)

“esclamazione di meraviglia in dialetto (milanese / fiorentino / …) che ti verrà spontanea entrando nel negozio FASTWEB più vicino a te.”

*

• ’A VOGLIA ’E MARS È COMME ’O PULMÀN: NON PASSA MAI! la proposta in chiave di lingua della spontaneità ed ilarità è qualcosa di condiviso

tra emittente e destinatario, poiché viene sentito come il codice che consente di fare questo salto stilistico verso una dimensione più espressiva

Par bevar un Spritz no ghe vol un privé, serve na piassa.

• (Veneto) dialetto che porta in una realtà comunitaria, alla portata di tutti

Campagna “Be stupid” ->

• ”O professore ‘nsegna a storia, o stupid a fa!” , questa campagna assumeva come valore l’ignoranza, riproposta

nel suo aspetto positivo, in grado di rimandare alla concretezza ed alla veridicità dei rapporti. La contrapposizione tra il professore,

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Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

rappresentante della cultura, colui che teorizza, e l’incolto che invece agisce con schiettezza in ogni situazione. Da un lato vi è la riproposizione

del dialetto come corrispettivo linguistico della mancanza di istruzione, dall’altro della concretezza, in grado di mettere direttamente in contatto.

Perché oggi avviene il recupero del dialetto attraverso usi pubblici ? Probabilmente per il fatto che l’italiano è diventato lingua di tutti e, messo in

sicurezza tale codice, è possibile permettersi di riconsiderare il dialetto, non più esibizione di una arretratezza culturale, ma come qualcosa che

aumenta le possibilità del repertorio. Avvertendo il diffondersi ed il generalizzarsi della competenza italiana, è possibile ancora torna ad un utilizzo

del dialetto per specifiche funzioni, tra cui la pubblicità (Pubblciità istituzionale Centrale del latte di Torino anni ’90)

NOSTR LAIT A PARLA PIEMONTEIS

Il messaggio che passa è che il latte pubblicizzato, parlando la stessa lingua, sia uno di loro, e per questo di cui ci si può fidare —> Obiettivo :

vicinanza, fiducia e sincerità. Il dialetto rappresenta in questo caso la lingua della tradizione, un prodotto genuino, non artefatto qualitativamente,

cosi come il messaggio non lo è linguisticamente, in quanto reso attraverso la varietà locale. Quest’ultima modalità è stata riscoperta molto efficace

per promuove in primis prodotti alimentari poiché è in grado di far passare l’idea di tradizionalità, genuinità e mancanza di edulcorazione

industriale.

Il dialetto è stato usato anche per promuovere campagne elettorali di alcuni candidati : es_ Cerignola (Puglia) UAGLIU NOU SEIM COME VOU!

Non viene utilizzato per intercettare l’esclusivo parlante dialettofono, ma per accorciare le distanze con il proprio

TUTT INSIM C’ LA PUTEIM FALL!

elettorato. Sottolineando la propria semplicità, legato alla terra d’origine, vuol far emergere l’immagine di un uomo comune.

FUNZIONI DEL DIALETTO:

1. lingua di comunicazione quotidiana (parlato) in condizioni di diglossia (con/senza biling: Meneghello; Manzoni);

2. lingua di comunicazione quotidiana in condizioni di dilalia (aumento delle funzioni dell’italiano), stante determinate caratteristiche

del parlante e del suo contesto di riferimento (scarsa istruzione, età avanzata, tendenzialmente uomini..), non più perché l’it.

standard è inutilizzabile;

“varietà diafasica” del repertorio in condizioni di dilalia, non più lingua della comunicazione, ma dell’espressività e familiarità.

3.

La variazione diatopica, ovvero il parametro di diversificazione di tipo geografico, è l’esempio più consistente di un diverso uso che viene fatto

dell’italiano, smuovendo per prima l’interesse sociolinguistico; nonostante ciò Berruto non la inserisce nella sua architettura dell’italiano, proprio

perché la rilevanza diatopica è talmente persuasiva da diventare un elemento superfluo. La regionalità è un elemento onnipresente che intesse tutti

i quadranti dello spazio linguistico. Pagina 29

Professor Neri Binazzi

1 Marzo / 13 Aprile 2016

La variazione diafasica è contrassegnata dalle varietà linguistiche che si definiscono nello stile o nelle valenze espressive, in base cioè alle

caratteristiche della situazione comunicativa. L’italiano tecnico-scientifico chiama in

It. tecnico- causa la specificità dell’argomento di cui

scientifico si parla (what) e non tanto la situazione

It. standard comunicativa (how). Per tanto la situazione

comunicativa è definita da più elementi,

It. neostandard osservabili distintamente :

- INTERLOCUTORE (registri)

-

it. informale / ARGOMENTO (sottocodici)

I sociolinguisti tendono ad osservare di

trascurato volta in volta quando a prevalere è

It. gergale l’argomento, o, viceversa, le caratteristiche

degli interlocutori in termini di grado di

familiarità tra essi.

Quando il focus è posto sulla confidenzialità si identificano registri formali o informali; quando l’attenzione è rivolta all’argomento si osservano i

sottocodici (medicina, scienza). Esempio:

‘parotite’

“è la malattia che ti viene tutto gonfio dietro gli orecchi”

→ Interlocutore (focalizzazione sul grado di familiarità tra i partecipanti) , it. informale [che polivalente tratto tipico del parlato]

“flogosi marcata della ghiandola parotide”

→ Argomento (focalizzazione sul significato, in termini di referenzialità e di neutralità emotiva) , it. tecnico-scientifico [tipo di comunicazione

funzionale a definire in termini specifici l’oggetto, senza il coinvolgimento di elementi espressivi]

:

GRADAZIONE DELLA FORMALITA’ Non sono a conoscenza

non so assolutamente

non lo so mica Pagina 30

non ho la più pallida idea

so un tubo


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AUTORE

vero951

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze umanistiche per la comunicazione
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vero951 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociolinguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Binazzi Neri.

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