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Le imposte possono essere classificate in:

➢ Dirette:

o Reali;

o Personali;

➢ Indirette:

o Specifiche;

o Ad valorem;

➢ Generali, che colpiscono o tutti i redditi o tutta la produzione;

➢ Speciali, che colpiscono o un settore specifico dell’economia o un fattore determinato;

➢ Progressive, proporzionali e regressive.

Una prima distinzione tra dirette e indirette fa riferimento agli indici usati per valutare la capacità

contributiva: le imposte dirette colpiscono manifestazioni dirette di capacità contributive, come il reddito;

le imposte indirette colpiscono manifestazioni indirette di capacità contributive, come il consumo. A

seconda del reddito si può avere un’indicazione diretta della capacità contributiva; il consumo invece è

un’indicazione indiretta perché, pur crescendo al crescere del reddito, ci sono beni che si consumano

indipendentemente dalla capacità contributiva. Il patrimonio è una manifestazione che (secondo il prof e

non per definizione) dipende dalla capacità del patrimonio di pagare l’imposta, poiché alcuni elementi,

come la casa, non sono facilmente convertibili in denaro, mentre altri sono più facilmente convertibili. Per

definire le imposte dirette e indirette si può anche usare la distinzione secondo cui le imposte dirette non si

trasferiscono, cioè il soggetto passivo non può trasferire il carico dell’imposta su un altro soggetto, mentre

le imposte indirette, in particolari condizioni, si possono trasferire.

Tra le imposte indirette si possono distinguere le imposte specifiche e ad valorem. Le prime hanno una base

imponibile espressa in termini specifici e un’aliquota in unità monetarie come le accise; le seconde hanno

una base imponibile espressa in termini monetari e l’aliquota in termini percentuali, come l’IVA.

Tra le imposte dirette si possono distinguere le imposte reali e personali: le prime colpiscono l’oggetto

dell’imposta senza considerare le caratteristiche del soggetto tassato, come le imposte sulla casa, perché

indipendentemente dalle condizioni di chi possiede la casa, l’importo non varia e dipende solo dalle

caratteristiche dell’oggetto tassato e sono quindi più facili da amministrare; le seconde colpiscono il

medesimo oggetto ma tenendo conto delle caratteristiche del soggetto tassato, tra cui carichi di famiglia e

condizioni di salute, come l’IMU che prevede detrazioni di 50 euro per ogni figlio convivente sotto i 26 anni.

Permettono quindi di tenere conto della condizione economica complessiva del contribuente.

Ci sono 3 modi per definire imposte progressive, proporzionale e regressive. 1. Con riferimento a come

varia l’aliquota media, un’imposta è proporzionale quando l’aliquota non varia al variare della base

imponibile; progressiva quando aumenta; regressiva quando diminuisce. 2. Con riferimento al debito di

imposta, un’imposta è proporzionale quando all’aumentare del debito imponibile, il debito di imposta

aumenta in modo proporzionale; progressiva quando aumenta in modo più che proporzionale; regressiva

quando aumenta in modo meno che proporzionale. 3. Infine un’imposta è progressiva quando l’aliquota

marginale è superiore all’aliquota media, ovvero quando il numeratore della derivata dell’aliquota media

t’(Y)-ṫ(Y) è positivo: in base a questo si può capire se l’imposta è progressiva (>0), proporzionale (=0) o

regressiva (<0). È possibile ottenere la progressività dell’imposta in almeno 4 modi:

1. Progressività per classi: non è molto utilizzata e prevede la divisione dei redditi in classi e ad ogni

classe è abbinata un’aliquota fiscale crescente. Questa imposta fa emergere il problema che in

prossimità dei margini delle classi (subito sopra e subito sotto), si verifica un riordino dei redditi che

crea un forte disincentivo a produrre più reddito;

2. Progressività per scaglioni: divide sempre per fasce di reddito e l’imposta è calcolata applicando un

tot% sul primo scaglione e un tot% sul restante reddito. Si può ottenere con un numero variabile di

scaglioni, in Italia ce ne sono 5, in Germania fino a poco tempo fa c’era una progressività continua,

ovvero per ogni unità aggiuntiva di reddito cambiava l’aliquota di riferimento. Risolve il problema

dell’inefficienza e dell’iniquità ma è più difficile da calcolare;

3. Progressività per detrazione e deduzione: sono due modalità non identiche ma possono essere

equivalenti. La detrazione prende la base imponibile, si moltiplica per l’unica aliquota di riferimento

e al debito d’imposta così ottenuto si sottrae una somma fissa, chiamata detrazione. I redditi più

bassi pagano un’aliquota media più bassa anche se l’aliquota legale, f, è uguale per tutti;

4. Progressività per deduzione: la deduzione applica lo sconto alla base imponibile, in cui l’aliquota

moltiplica la base imponibile scontata per un ammontare uguale per tutti i contribuenti, d.

Deduzione e detrazione sono equivalenti solo quando f=t*d. Quando si mettono insieme progressività per

scaglioni e per detrazione o deduzione le cose cambiano perché la detrazione è uno sconto che si applica in

modo identico a tutte le persone ed è più vantaggiosa per i redditi più bassi, perché in termini assoluti f è

uguale per tutti, ma in termini percentuali è inferiore nei redditi più bassi. Se invece si unisce la deduzione

agli scaglioni lo sconto più alto ce l’ha chi ha una base imponibile più elevata perché paga un’aliquota

superiore, ma riceve un maggiore sconto (dY). La progressività per deduzione/detrazione è alla base

dell’idea di flat rate tax, un’imposta progressiva in cui dove i redditi sono più bassi è molto progressiva

(creando così una forte distribuzione) e dove sono più alti è poco progressiva, sostanzialmente

proporzionale. Chi ricade nella “no tax area” è denominato incapiente: in Italia gli incapienti non hanno

diritto agli sconti fiscali riservati a chi ha un reddito più alto; in altri paesi si usa l’imposta negativa che non

consiste in un rimborso da parte dello Stato, ma si usa quel credito come risparmio su altre imposte.

Per il calcolo del debito d’imposta si sottraggono le deduzioni dal reddito complessivo = reddito imponibile.

Si applicano poi le aliquote t = imposta lorda. Si sottrae infine la detrazione all’imposta lorda = imposta

netta. Le finalità dell’imposta possono essere:

A. Fiscali: fanno riferimento al pagamento di una spesa, usate per coprire il costo di un servizio;

B. Extrafiscali: hanno altre finalità come redistribuzione, stabilizzazione, incentivazione, allocazione…

La redistribuzione si può realizzare tramite la discriminazione qualitativa dei redditi e personalizzazione

dell’imposta. La prima vuol dire riconoscere un onere di imposta differenziato alle diverse categorie di

reddito: la discriminazione dei redditi, che possono essere da lavoro e da capitale, è a favore di quelli da

lavoro, che richiedono un sacrificio maggiore e sono temporanei. Per effettuarla si può applicare

un’imposta reale su tutti i redditi diversi da quelli di lavoro o un prelievo sul patrimonio o una deduzione/

detrazione specifica per i redditi di lavoro. Deduzioni, detrazioni e personalizzazioni dell’imposta sono

molto usati nel sistema fiscale per finalità diverse: rendere progressive imposte che altrimenti sarebbero

proporzionali; attuare la discriminazione qualitativa dei redditi e incentivare specifici impieghi del reddito.

I criteri di ripartizione del carico tributario sono:

i. Criterio del beneficio o della controprestazione, con un’imposta commisurata al beneficio che il

contribuente riceve dai beni e servizi pubblici, di cui fa liberamente domanda e ne costituisce il

prezzo. A livello locale questo principio ha la sua logica di esistere perché è più facile individuare i

beneficiari e valutare il beneficio, mentre a livello nazionale è di più difficile applicazione, perché si

viene a creare il problema del free riding nel caso di beni non rivali e non escludibili;

ii. Il criterio più usato è il principio della capacità contributiva: l’imposta deve essere commisurata alla

capacità contributiva dei soggetti e cioè alla loro capacità di pagarla. Per quel che riguarda la

capacità contributiva, essa è misurata tramite il reddito, ma questa definizione deve essere ben

calibrata se si vogliono garantire criteri di equità. Ci sono 3 tipi di equità:

a. Equità orizzontale: a uguale capacità contributiva deve corrispondere uguale imposta;

b. Equità verticale: a maggiore capacità deve corrispondere maggiore imposta;

c. No re-ranking: le imposte non devono alterare la scala distributiva, cioè se un individuo ha

un reddito più elevato di un altro prima di pagare le imposte, deve averlo anche dopo.

I primi due non sono criteri banali pensando al fatto che un qualunque reddito percepito da

persone diverse può dare indicazioni diverse in base a chi lo percepisce (ad esempio se il soggetto

vive da solo o ha una moglie e due figli a carico) e bisogna renderlo paragonabile.

Una volta resi paragonabili gli individui e definito un criterio si pone il problema di come si distribuisce il

carico tributario. La teoria economica ha proposto i criteri del sacrificio, che dovrebbero essere uguali in

tutta la popolazione. Le ipotesi sono che: l’utilità di ogni individuo dipende solo dal suo reddito; i redditi pre

e post imposta sono esogeni; le funzioni di utilità degli individui sono confrontabili e le loro preferenze sono

uguali; l’utilità marginale degli individui è decrescente nel reddito. Il sacrificio da eguagliare può essere

assoluto, proporzionale o marginale. Il sacrificio assoluto uguale (USA) implica che la differenza in termini

assoluti tra l’utilità prima e dopo le imposte deve essere uguale per tutti gli individui. Il sacrificio

proporzionale uguale (USP) implica che il sacrificio deve essere proporzionale alla perdita di utilità. Con

sacrificio marginale uguale (USM) il beneficio marginale degli individui dopo aver pagato le imposte deve

essere uguale.

Effetti economici dell’imposta

Le imposte generalmente sono inefficienti e creano distorsioni nelle scelte dei cittadini. Quando si

introduce un’imposta che modifica il prezzo di un bene quello che osserva il consumatore è l’aumento del

prezzo del bene. Questo crea due effetti: effetto reddito ed effetto sostituzione. Per l’effetto sostituzione,

poiché cambiano i prezzi relativi, un bene diventa più caro in termini relativi rispetto a prima e quindi il

consumatore tenderà a consumare meno il bene il cui prezzo è aumentato. Per l’effetto reddito il

consumatore, visto che è aumentato il prezzo di un bene, si sente più povero (le imposte sottraggono

risorse al contribuente trasferendole allo Stato, sotto forma di gettito), perciò tenderà a consumare meno

tutti i beni considerati normali, ovvero il cui consumo aumenta con il reddito. In termini di ottimalità della

scelta questo significa che se la variazione di prezzo deriva da una variazione delle condizioni di mercato

(aumenta o diminuisce il numero di imprese, c’è una tecnologia diversa di produzione) il mercato raggiunge

un nuovo equilibrio efficiente. Anche se la variazione di prezzo è indotta da una politica fiscale si raggiunge

un altro equilibrio, ma questo equilibrio potrebbe essere inefficiente. Effetto reddito ed effetto sostituzione

non lavorano allo stesso modo sul rapporto tra i prezzi: quello che distorce il rapporto di scelta tra i beni

dell’individuo è l’effetto sostituzione, poiché cambia la pendenza del vincolo di bilancio, mentre quello

reddito è una traslazione verso del vincolo di bilancio. Si inserisce quindi un cuneo, una differenza tra il

prezzo pagato dal produttore e il prezzo pagato dal consumatore, che è l’imposta, la quale in parte può

essere gettito dello Stato e in parte inefficienza. Se fosse possibile costituire imposte che determinano solo

l’effetto reddito, le imposte sarebbero efficienti (neutrali), ma le uniche imposte con questa caratteristica

sono le imposte lump sum o in somma fissa, che non distorcono le scelte. Sono imposte il cui pagamento

non dipende in alcun modo dal comportamento del contribuente. Al contrario, le imposte che determinano

effetto sostituzione sono inefficienti (non neutrali) e distorcono le scelte, per le quali il debito di imposta

dipende dal comportamento del contribuente. La misura dell’inefficienza è rappresentata dal concetto di

eccesso di pressione: esso individua il sacrificio di utilità per il contribuente in eccesso rispetto a quello,

inevitabile, imputabile al mero trasferimento di risorse dal contribuente allo Stato. È del tutto possibile che

quando si paga un’imposta, trasferendo parte dell’utilità allo Stato, parte del trasferimento non è

utilizzabile: l’utilità perduta è l’eccesso di pressione.

Il surplus del consumatore si riduce del trapezio p , p ,

0 1

C, A. La base del rettangolo p , p , B, C è q ; l’altezza è

0 1 1

data dalla differenza di prezzo p t, ovvero l’imposta

0

unitaria. L’area di questo rettangolo è il prodotto tra

l’imposta unitaria e la quantità scambiata, ovvero il

gettito dell’imposta, che diventa benessere per lo Stato.

L’utilità del consumatore perduta dopo il trasferimento

è l’eccesso di pressione: diventa quindi interessante

capire da cosa dipende la dimensione di quest’area.

La base del triangolo è data dalla differenza tra q e q ;

0 1

l’altezza del triangolo, la stessa del rettangolo, è la

differenza di prezzo. L’elasticità della domanda ε è la variazione percentuale della quantità domandata in

2

seguito alla variazione percentuale del prezzo. L’eccesso di pressione, pari a ½εt pq, per cui dipende

positivamente dall’elasticità: questo significa che se si tassa un bene la cui domanda è molto elastica si sta

facendo una tassazione inefficiente. È più efficiente tassare beni la cui domanda è rigida, poco elastica,

ovvero i beni primari, necessari, il cui consumo non varia anche se aumenta il prezzo (come il cibo). Si

verifica quindi un trade-off tra efficienza ed equità: l’efficienza si ottiene al costo di rinunciare all’equità,

oppure si punta all’equità rinunciando all’efficienza. È più efficiente tassare tanti beni con aliquota bassa,

perché l’eccesso di pressione aumenta più che proporzionalmente all’aumentare dell’aliquota d’imposta t e

in particolare dell’aliquota marginale d’imposta, che grava sulle ultime unità di base imponibile.

Effetti distorsivi dell’imposta

Le imposte possono distorcere le scelte degli individui in relazione a:

• Allocazione del consumo tra più beni; il risultato di questo primo caso è un risultato generale che

prende il nome di teorema di Barone;

• Produzione del reddito;

• Destinazione del reddito prodotto al consumo o al risparmio.

Per quel che riguarda la distorsione dei consumi, nel caso in cui non ci siano imposte, se ci sono due beni, X

e Y, il consumatore sceglierà le due quantità in modo da massimizzare la sua funzione di utilità sotto un

vincolo di bilancio dato dalla spesa per i beni, che non può essere superiore al reddito, il quale è esogeno.

Se viene introdotta un’imposta diretta, l’imposta colpisce una manifestazione diretta di capacità

contributiva, il reddito, il quale diminuisce di una certa quantità. L’imposta indiretta invece colpisce il

consumo del bene X, con il prezzo del bene che viene aumentato dell’aliquota. Si parte dal vincolo di

bilancio: sull’asse delle x si misura il bene X e sulle ordinate il bene Y; il vincolo di bilancio senza imposte

incrocia le ascisse nel punto Y/p , dove il valore consumato di Y è pari a 0 per cui tutto il reddito è usato per

x

il consumo di X; stessa cosa in ordinata. La

pendenza è data dal rapporto tra i prezzi. Nel

punto di tangenza A tra la curva di indifferenza

e il vincolo di bilancio si trova l‘ottimo del

consumatore. Quando si introduce un’imposta

indiretta ad valorem il vincolo di bilancio

cambia inclinazione, perché cambia il prezzo

del bene X: aumenta il numeratore, per cui la

pendenza aumenta. Cambia l’intercetta sulle

ascisse, diminuendo a Y/p (1+gamma). Il

X

consumatore sceglierà il punto di ottimo C in

base alla sua curva di indifferenza. Una volta

introdotta l’imposta il consumatore consumerà

OD quantità di X e DC quantità di Y: se avesse

consumato la stessa quantità di X in assenza di

imposta, avrebbe consumato DE quantità di Y;

per cui la quantità di Y a cui si deve rinunciare a seguito dell’introduzione dell’imposta può essere

interpretata come il gettito dell’imposta in termini di rinuncia al bene Y: EC è il gettito dell’imposta. Per

capire se un’imposta diretta è più efficiente rispetto all’indiretta si possono usare due metodi: a parità di

gettito, bisogna vedere se la perdita di utilità è superiore (più distorsiva e inefficiente) o inferiore; a parità

di sacrificio, bisogna vedere se l’imposta diretta raccoglie più o meno gettito rispetto all’indiretta. Il nuovo

vincolo di bilancio trasla verso il basso fino a essere tangente alla curva di indifferenza: il gettito

dell’imposta corrisponde alla distanza verticale tra il punto di ottimo e il vincolo di bilancio prima

dell’introduzione dell’imposta. Il nuovo punto di ottimo è il punto B: le due imposte provocano lo stesso

sacrificio al consumatore perché il consumatore massimizza la sua utilità sulla curva di indifferenza e il

gettito è rappresentato dalla differenza tra il vincolo di bilancio prima e dopo l’imposta. A parità di sacrificio

è più efficiente l’imposta diretta, poiché il gettito, a parità di sacrificio, è maggiore. Se l’imposta indiretta

gravasse non solo sul bene X, ma anche sul bene Y (e quindi fosse generale sul consumo), i prezzi relativi

non cambiano e di conseguenza sarebbe meno distorsiva.

Per quel che riguarda l’offerta di lavoro, l’individuo ha un’utilità che dipende dal livello di reddito,

endogeno, e da A, il tempo libero. Il reddito è pari al salario orario che moltiplica la differenza tra ore totali

a disposizioni e ore di tempo libero. Il consumatore può scegliere A e scegliendolo decide anche qual è il

suo livello di reddito. w è la pendenza del vincolo di bilancio, poiché è come se fosse il rapporto w/1, dove 1

è il prezzo del bene normalizzato e w è il prezzo del bene X, ovvero il tempo libero, e rappresenta il suo

costo opportunità. Le imposte che provocano variazioni del vincolo di bilancio sono distorsive, mentre

quelle che non lo cambiano creano solo effetto reddito e quindi sono efficienti. Si parte dal vincolo di

bilancio, in cui sulle ascisse si misurano le ore di riposo A, sulle ordinate il reddito. Le ore di riposo possono

essere al massimo L, il reddito massimo è pari

a w*L. La distanza tra il punto di ottimo e

l’intercetta è l’offerta di lavoro dell’individuo.

Ci può essere un’imposta sul salario, ovvero sul

reddito endogeno, e un’imposta in soma fissa

sul reddito esogeno. L’imposta sul salario è

un’imposta proporzionale che determina una

riduzione del salario. L’inclinazione del vincolo

di bilancio cambia, diminuisce, diventando più

piatta. Quello che cambia è il massimo reddito

ottenibile che diventa w*L(1-t). Il punto di

ottimo è N, dove l’individuo consuma OM ore

di tempo libero che gli permettono di ottenere

un reddito pari a MN; in assenza di imposte sarebbe stato MZ, per cui la differenza rappresenta il gettito

dell’imposta diretta sul reddito endogeno. Nel caso invece di un’imposta in somma fissa, l’inclinazione del

vincolo di bilancio non varia, ma trasla verso il basso; il nuovo punto di ottimo è Q e VQ è il gettito

dell’imposta. L’imposta in somma fissa è meno distorsiva dell’imposta diretta, è per cui efficiente per

costruzione. Nel passaggio da P a N, per l’effetto reddito l’individuo ha diminuito le ore di tempo libero (da

P a Q), mentre per effetto sostituzione le ha aumentate (da Q a N). Introducendo un’imposta proporzionale

sul reddito lavorativo, variano i prezzi relativi con un effetto reddito che fa diminuire la quantità di tempo

libero, mentre l’effetto sostituzione le fa aumentare: questo perché il salario netto, con l’imposta sul

reddito, diminuisce. Esso è il costo opportunità, cioè il prezzo del bene tempo libero. L’effetto sostituzione

dice che si tende a consumare di più il bene di cui il prezzo relativo è diminuito, per cui se diminuisce il

prezzo del bene tempo libero se ne consuma di più. L’effetto reddito afferma che si tende a consumare di

meno di tutti i beni normali (tra cui il tempo libero), per cui per quell’effetto consumerà meno tempo

libero, ovvero lavora di più. L’effetto netto di una variazione dell’imposta sul salario è indeterminato perché

provoca due effetti che vanno in direzione opposte: l’effetto reddito fa aumentare l’offerta di lavoro,

l’effetto sostituzione la fa diminuire. L’effetto è per cui indeterminato a seconda dell’effetto che prevarrà:

l’offerta di lavoro diminuisce se sostituzione domina reddito, cioè quando ci sono elevate aliquote marginali

o in assenza di vincoli alla variazione della propria offerta di lavoro (per lavoro non dipendente, per lavoro

straordinario e per lavoro femminile). L’effetto di un aumento o di una riduzione dell’imposta non ha un

effetto scontato sulle scelte degli individui. Laffer afferma che c’è un modo per aumentare il gettito delle

imposte diminuendo le imposte: sull’asse orizzontale c’è l’aliquota delle imposte, mentre sull’asse verticale

il gettito. Se l’aliquota è pari allo 0%, il gettito è dello 0%; se l’aliquota è del 100% è 0% perché se si deve

pagare tutto il reddito allo Stato non si lavorerebbe. Se dallo 0 si aumenta l’aliquota contributiva, il gettito

aumenta; la forma della relazione non può che essere una curva dove, nel tratto in discesa, per aumentare

il gettito si devono diminuire le imposte. Non si è mai riuscito a verificare che diminuendo le imposte si

possa aumentare il gettito; nel Regno Unito uno studio sull’ottima imposta ha provato a stabilire il livello di

aliquota oltre cui la curva si trova nel tratto decrescente, ottenendo un risultato di circa 46%, ma secondo

altri è intorno al 75%. In conclusione, l’imposta sul salario è più distorsiva rispetto all’imposta fissa in

quanto a parità di sacrificio di utilità per il contribuente comporta un minor gettito per lo Stato.

Per quel che riguarda gli effetti delle imposte sul risparmio, un individuo vive in due periodi, t1 e t2, nei

quali percepisce due redditi pari a Y1 e Y2 e deve scegliere quanto consumare in ciascun periodo C1 e C2.

Ciò che deve fare è massimizzare l’utilità in relazione al consumo nei due periodi. L’ipotesi è che il reddito

sia trasferibile da un periodo all’altro tramite il mercato dei capitali: si può quindi risparmiare guadagnando

un reddito di capitale o indebitarsi dovendo pagare degli interessi. Nel primo periodo il consumo del

consumatore è pari al reddito che guadagna meno il risparmio C1=Y1-S. Se il risparmio è positivo il

consumo del primo periodo è minore del reddito e si possono dare a prestito i propri risparmi, mentre se è

negativo il consumo è superiore al reddito, per cui ci si indebita. Il vincolo di bilancio del secondo periodo è

pari al reddito del secondo periodo più il risparmio, moltiplicato per 1+r. Se S è positivo, nel secondo

periodo si ottiene il risparmio più il reddito da capitale, mentre se S è negativo si devono pagare gli interessi

oltre a restituirlo. Di conseguenza si ottiene una relazione tra C1 e C2, dove (1+r) è l’inclinazione del vincolo

di bilancio, ovvero il prezzo relativo del consumo di oggi rispetto al consumo di domani. L’intercetta alle

ascisse è il reddito di oggi e una parte del reddito di domani, poiché non si può prendere a prestito l’intero

reddito del periodo 2 altrimenti non si avrebbero abbastanza risorse per ripagare gli interessi. Si parte dal

vincolo di bilancio, dalla cui tangenza con la curva di indifferenza si ottiene il punto di ottimo, il punto E; il

punto W è il punto in cui l’individuo consuma esattamente quello che guadagna in quel periodo. Se il punto

di ottimo è a sinistra di W si sta risparmiando,

mentre se è a destra si sta indebitando. Ci

sono due tipi di imposte: proporzionale sul

reddito totale o proporzionale sulla spesa.

L’imposta proporzionale sul reddito totale

colpisce tutte le fonti di reddito, tutte le

entrate del contribuente. Il vincolo di bilancio

intertemporale ha una pendenza che è

cambiata, per cui i prezzi relativi sono

cambiati e di conseguenza l’imposta è

distorsiva. L’imposta proporzionale sulla

spesa colpisce il livello di consumo e il vincolo

di bilancio intertemporale ha una pendenza

invariata, per cui l’imposta non è distorsiva.

Gli effetti dell’imposizione sul risparmio dipendono dalla rilevanza degli effetti di sostituzione. Poiché il

reddito è tassato, se l’imposta tassa tutte le fonti di reddito è distorsiva (meno dell’indiretta ma comunque

distorsiva); per renderla non distorsiva si possono esentare i redditi da capitale o tassarli in maniera diversa

in modo da ottenere un’imposta equivalente, cioè che produce gli stessi effetti economici, a un’imposta

proporzionale sulla spesa, ovvero un’imposta non distorsiva.

Traslazione dell’imposta e incidenza fiscale

La teoria dell’incidenza fiscale e traslazione d’imposta fanno riferimento al fenomeno per cui non è

necessariamente il soggetto passivo colui che sopporta, interamente o parzialmente, l’onere dell’imposta

stessa. La traslazione, se c’è, può essere sia in avanti (se il soggetto passivo è posto a monte del processo

produttivo e può traslarla sul consumatore) che all’indietro (quando il consumatore ne trasferisce il peso

sul produttore). Il soggetto passivo, ovvero il contribuente, si chiama soggetto percosso; il contribuente di

fatto, cioè colui che sostiene l’effettivo onere dell’imposta è il soggetto inciso; alcune imposte si possono

trasferire, altre invece non sono trasferibili.

Se viene introdotta un’accisa (indiretta) sui produttori in concorrenza perfetta, i costi totali di un’impresa

sono dati da una generica funzione di costo che dipende dalla quantità; la funzione di offerta corrisponde

alla funzione dei costi marginali (in particolare al tratto crescente della funzione dei costi marginali,

funzione che è ottenuta differenziando la funzione dei costi totali). L’equilibrio di mercato H in assenza di

imposte è l’incrocio tra la curva di domanda e

la curva di offerta (q ;p ), dove il prezzo

0 0

pagato da i consumatori è pari al prezzo

ottenuto dai produttori. Se viene introdotta

un’imposta specifica, il produttore, per ogni

unità di prodotto, deve pagare un’aliquota t.

La curva di offerta la si deriva allo stesso modo

della curva dei costi marginali; la funzione di

offerta dell’impresa dopo l’imposta trasla

verso l’alto e la distanza è pari a t, l’aliquota

unitaria. La nuova curva di offerta incrocia la

curva di domanda in (q ;p ), ovvero il prezzo

1 D

pagato dal consumatore, mentre sulla vecchia

curva di offerta p è il prezzo ottenuto dal

S

produttore. L’area del rettangolo ABFE, pari a

t*q, è il gettito dell’imposta, che riduce non solo il surplus del produttore, poiché l’imposta grava su di lui,

ma anche il surplus del consumatore dell’area DCBF: questo significa che il produttore ha trasferito parte

dell’imposta sul consumatore. L’area azzurra è la parte di gettito dell’imposta che grava sul consumatore,

che è il soggetto inciso, mentre l’area verde grava sul soggetto percosso, ovvero il soggetto passivo di

diritto. Succede questo perché il produttore che deve pagare l’imposta reagisce aumentando il prezzo del

bene per ogni unità prodotta: l’effetto finale è la riduzione della quantità scambiata (da q a q ) e l’aumento

0 1

del prezzo (da p a p ); il triangolo grigio è l’eccesso di pressione.

0 D

Se viene introdotta un’accisa (indiretta) sui consumatori in concorrenza perfetta, la funzione di domanda è

data da una funzione generica D, che racconta la funzione di domanda inversa. La funzione di domanda dice

qual è la quantità che si è disposti ad acquistare dato un determinato prezzo; quella inversa individua la

disponibilità a pagare di un individuo per ogni determinata quantità acquistabile. In seguito all’introduzione

dell’imposta a carico del consumatore la nuova disponibilità a pagare corrisponde alla vecchia disponibilità

a pagare meno l’imposta. Stessa situazione di partenza, con l’incrocio

tra domanda e offerta che dà luogo all’equilibrio q ;p . La curva di

0 0

domanda trasla verso il basso e incrocia l’offerta in q , esattamente

1

la stessa quantità del caso precedente. Quando si incontra la curva di

offerta si ottiene il prezzo ottenuto dal produttore, mentre sulla

vecchia curva di domanda il prezzo pagato dal consumatore. Il gettito

dell’imposta, pari a t*q, riduce il surplus del consumatore, soggetto

percosso, e anche quello del produttore, soggetto inciso.

Di conseguenza, in concorrenza perfetta è totalmente indifferente introdurre un’imposta sul consumatore

o sul produttore sia in termini di determinazione dell’equilibrio che di traslabilità dell’imposta. In entrambi i

casi il gettito dell’imposta è distribuito tra produttori e consumatori in maniera pressoché uguale, ma non è

sempre così: questo dipende dall’elasticità della domanda o dell’offerta. Se la curva di domanda fosse rigida

(o se un lato del mercato fosse totalmente rigido), l’individuo non può cambiare la quantità consumata al

variare del prezzo, quindi se l’imposta pesa sul consumatore non può trasferirla, ma se è sul produttore è

totalmente trasferibile, poiché il produttore può trasferirla completamente sul consumatore. Di

conseguenza la capacità di traslazione dell’imposta dipende dalle elasticità relative della domanda e

dell’offerta; cade principalmente sul consumatore se il rapporto tra domanda e offerta è bassa (ovvero se

l’offerta è particolarmente elastica o la domanda particolarmente rigida); se questo rapporto è più elevato

(cioè se l’offerta è particolarmente rigida o la domanda particolarmente elastica), l’imposta cade

principalmente sul produttore: il lato di mercato più rigido è quello svantaggiato.

Nel caso di un’imposta (diretta) sui profitti in monopolio (il monopolista è il produttore col massimo potere

di mercato, massimizza il suo profitto e determina liberamente il prezzo), il monopolista sceglie la quantità

che massimizza la differenza tra ricavi e costi, quindi si pone la derivata della funzione di profitto pari a 0 e

si determina la quantità per cui l’uguaglianza tra

costo marginale e ricavo marginale è soddisfatta.

In seguito all’introduzione di un’imposta diretta, il

monopolista massimizza il suo profitto, ma sa che

ne potrà tenere solo una parte: (1-t). Il livello di q

che massimizza i profitti in assenza di imposta è lo

stesso che massimizza i profitti in presenza di

imposta: l’imposta diretta non può essere

trasferita (così come tutte le imposte dirette) dal

monopolista ai consumatori, poiché il monopolista

produce la stessa quantità di prima. Graficamente,

la funzione di profitto è una curva rivolta verso il

basso e q è la quantità che massimizza il profitto;

0

dopo l’introduzione dell’imposta il profitto diventa (1-t)π, che ha lo stesso andamento ma più bassa e di

conseguenza q =q : l’impresa monopolista non è in grado di traslare sui consumatori l’imposta sui profitti.

0 1

Per quel che riguarda le imposte specifiche (accise) e le imposte ad valorem (IVA), la funzione di profitto è

pari a ricavi – costi – imposte. L’imposta specifica è pari a s(aliquota)*q (quantità), mentre quella ad

valorem è pari a v(aliquota)*pq=v*R(q). L’impresa che massimizza il profitto determina la quantità

massimizzando, con imposta specifica, R’(q)-C’(q)-s=0, con imposta ad valorem, R’(q)-C’(q)-v*R’(q)=0. Se si

vogliono confrontare due imposte equivalenti, deve essere vero che s=v*R’(q). Il gettito dell’imposta

specifica è s*q; quello dell’imposta ad valorem è v*pq. Al posto di v si può scrivere s/R’(q) perché le due

imposte sono equivalenti, per cui il gettito è pasi a s*q*p/R’(q). s*q corrisponde al gettito dell’imposta

specifica, per cui il gettito dell’imposta ad valorem corrisponde al gettito dell’imposta specifica moltiplicato

per il rapporto p/R’(q). Se prezzo e ricavi marginali sono uguali, ovvero in concorrenza perfetta, le due

imposte equivalenti hanno anche lo stesso gettito e sono totalmente indifferenti. Al contrario, quando c’è

potere di mercato, come in monopolio, il gettito sarà diverso poiché p>R’(q), per cui il gettito delle imposte

ad valorem sarà superiore a quello delle imposte specifiche e maggiore sarà la differenza tra prezzo e ricavi

marginali maggiore sarà il gettito delle imposte ad valorem rispetto alle specifiche.

Ordine di efficienza: lump sum; dirette; indirette; ad valorem sono meno inefficienti delle specifiche.

Bilancio dello Stato e vincoli europei

Il bilancio dello Stato è una parte del bilancio delle amministrazioni pubbliche. Gli obiettivi di finanza

pubblica non sono definiti solo per lo Stato, ma per tutto il complesso delle amministrazioni pubbliche. Se

lo Stato non è l’unico responsabile del mantenimento dei patti a livello europeo significa che ci sono altre

amministrazioni interessate, come enti locali e regioni, per cui si sono sviluppati strumenti di

coordinamento e controllo che li aiutino a raggiungere gli obiettivi del patto di stabilità e crescita. Con il

patto di stabilità interna sono state introdotte regole con cui gli enti decentrati concorrono alla riduzione

dell’indebitamento delle amministrazioni pubbliche. Ci sono inoltre strumenti di coordinamento, come il

patto di stabilità e crescita, regole da seguire a livello internazionale per armonizzare gli obiettivi degli stati

membri con quelli comunitari. Le politiche di bilancio sono articolate in due semestri:

• Nel primo semestre (il “semestre europeo”) il consiglio europeo stabilisce le priorità di politica

finanziaria e di bilancio per gli Stati Europei. Gli stati si adeguano, redigendo il Programma di

Stabilità (PS) e il Piano Nazionale di Riforma (PNR), entrambi contenuti nel Documento di Economia

e Finanza (DEF). Il DEF è inviato alla Commissione europea entro il 30/04 di ogni anno; la

Commissione esprime raccomandazioni, approvate dal Consiglio dei ministri dell’Economia EcoFin;

• Il secondo semestre contiene la vera sessione di bilancio degli stati. Essi recepiscono le

raccomandazioni all’interno dei Disegni di Legge di Stabilità (DDLS), Disegno di Legge di Bilancio

(DDLB) e Documento Programmatico di Controllo (DPB); quest’ultimo contiene l’aggiornamento del

Programma di Stabilità. Entro il 30/11 la Commissione esprime parere su questi documenti.

Tra gli accordi presi a livello europeo, soprattutto dopo la crisi del 2009, c’è la creazione di un organismo

nazionale di controllo indipendente chiamato Ufficio parlamentare di bilancio (UPB). La normativa di

riferimento per il bilancio dello Stato è agli articoli 81, 97, 117 e 199 della Costituzione, ma l’81 è il

principale. La normativa è stata costante fino al 2010, con la legge 468/1978, poi sostituita dalla 196/2009

(legge di contabilità e finanza pubblica). Dal 2012 si applica la legge 39/2011 che prevede coordinamento a

livello europeo, con una destinazione privilegiata al miglioramento dei saldi e del debito di eventuali

maggiori entrate e una sperimentazione del bilancio di genere, in cui tutti i provvedimenti vengono valutati

anche in base all’impatto sui due generi. Dal 2014 si applica la 243/2012, la legge costituzionale che

introduce l’equilibrio di bilancio tra entrate e uscite, non solo per lo Stato, ma anche per le amministrazioni

pubbliche, le regioni e gli enti pubblici. L’ultima approvazione riguarda il 2016 con il superamento della

divisione tra legge di bilancio e legge di stabilità. Le funzioni del bilancio sono:

1. Autorizzativa: attraverso la legge di bilancio, una legge di iniziativa governativa, il Parlamento

autorizza il governo a erogare le spese e incassare le entrate;

2. Allocativa: attraverso la legge di bilancio si decide come distribuire e destinare le risorse collettive;

3. Gestionale: mezzo che consente l’amministrazione delle risorse stanziate;

4. Informativa: fa in modo che i cittadini sappiano come le risorse vengono impiegate.

Ci sono diverse tipologie di bilancio:

• Bilancio di previsione: raccoglie entrate e spese previste per il periodo di riferimento, che non è

solo annuale, ma anche triennale, in cui è vincolante solo la parte del prossimo anno. Esistono due

versioni del bilancio di previsione triennale:

o Bilancio a legislazione vigente: dice come andranno i conti se nel successivo triennio non

cambierà niente a livello legislativo

o Bilancio programmatico: tiene conto delle riforme in programma di essere avviate;

• Bilancio consuntivo: riporta i risultati della gestione conclusa;

• Bilancio per capitoli: rielaborazione contabile del bilancio di previsione, dotato di un’articolazione

maggiore e di conseguenza un livello di dettaglio più elevato.

Tutti questi documenti riportano i dati sia secondo la cassa che secondo la competenza. Secondo la

competenza, si riportano le entrate che lo Stato ha diritto ad accertare (accertamenti) e le spese che si è

impegnato ad effettuare (impegni), a prescindere dall’esercizio in cui avverranno versamento e pagamento;

la cassa riporta le entrate riscosse (riscossioni) e spese pagate (pagamenti), a prescindere dall’esercizio in

cui sono state accertate e impegnate.

Il bilancio di previsione dello stato è composto da tabelle (o stati) di previsione. C’è una sola tabella per le

entrate e una serie di tabelle per le uscite, una per ogni ministero con portafoglio. Dal 2008 le entrate sono

classificate in: titoli, ricorrenza e tipologia. I titoli possono essere entrate tributarie, extra tributarie,

alienazioni ed ammortamenti dei beni, accensioni di prestiti. Le entrate sono ricorrenti se l’acquisizione è

sempre prevista a regime (strutturale), non lo sono se l’acquisizione è limitata a un determinato numero di

esercizi. La tipologia è il livello che costituisce l’articolazione minima del bilancio dello stato ai fini della sua

approvazione. Le tabelle delle uscite sono articolate in due livelli: missioni e programmi. Le missioni

rappresentano gli obiettivi strategici e di lungo periodo della spesa, come l’istruzione universitaria, e ogni

missione si realizza attraverso uno o più programmi. I programmi individuano gli aggregati omogenei di

attività svolte all’interno di ciascun ministero per realizzare gli obiettivi delle missioni e la loro gestione è

affidata ad un unico centro di responsabilità. Le fasi di entrata sono 3: accertamento, riscossione e

versamento; quelle di uscita sono impegno e pagamento.

• L’accertamento è il momento in cui l’amministrazione determina sia la ragione del credito dello

Stato sia la persona del debitore; è il momento in cui sorge l’obbligazione a riscuotere;

• La riscossione è la fase in cui il debitore effettua il pagamento agli agenti di riscossione incaricati

dallo Stato;

• Il versamento è la fase in cui le somme, pagate dal debitore agli agenti di riscossione, vengono

versate in Tesoreria

• L’impegno è il momento in cui matura l’obbligo giuridico a effettuare il pagamento

• Il pagamento è il passaggio materiale (erogazione) delle somme impegnate al creditore attraverso

la Tesoreria.

Se c’è un’uscita stanziata ma non impegnata c’è economia; se c’è un’uscita impegnata ma non pagata c’è

un residuo passivo; un’entrata prevista ma non accertata è una minore entrata; un’entrata accertata ma

non versata è un residuo attivo (lo stato prevede di riscuotere un determinato importo di imposte, se ne

riscuote solo una parte ha un credito da portare avanti, il residuo attivo). La gestione dei residui è molto

delicata, in particolare quella dei residui attivi, che sono crediti per lo Stato; dopo un certo numero di anni

diventano soldi difficili da recuperare e quelli che hanno una certa anzianità non possono essere più

considerati. Il bilancio di cassa è composto da due componenti: quanto viene pagato o riscosso perché di

competenza di quell’anno e quanto viene pagato o riscosso in quanto residuo attivo o passivo degli anni

precedenti. Il bilancio di previsione è duplice (bilancio misto) e prevede uno stanziamento di competenza

come limite massimo degli impegni, uno stanziamento di cassa come il limite massimo dei pagamenti e

somme iscritte in entrata come mere previsioni, senza carattere vincolante.

Classificazioni e saldi importanti:

• Risparmio pubblico: differenza tra entrate correnti e spese correnti; costituisce il contributo dello

Stato alla formazione del risparmio nazionale; se è negativo viene denominato disavanzo corrente;

• Saldo (indebitamento/dusavanzo) netto: differenza tra totale delle spese finali e entrate finali;

• Saldo (indebitamento) netto da finanziare: mostra la misura del ricorso al mercato monetario o

finanziario per coprire le spese finali che eccedono le entrate finali; detto anche fabbisogno

complessivo e, se al netto dei prestiti esteri, fabbisogno interno;

• Ricorso al mercato: differenza tra spese complessive ed entrate finali.

I due saldi costituiscono i saldi obiettivo per la manovra annuale della legge di stabilità.

Le fasi del processo decisionale che portano all’approvazione:

L’articolo 81 della Costituzione al comma 1 prevede che Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le

spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo

economico. Il comma 2 afferma che il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli

effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a

maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali. I commi 1 e 2

introducono il concetto di pareggio di bilancio inteso come equilibrio strutturale: in caso di ciclo favorevole

si dovranno generare avanzi da utilizzare in periodi di crisi; in caso di eventi eccezionali (grave recessione),

ci si potrà indebitare previa votazione favorevole delle Camere. Le legge 243/2012 ha introdotto il principio

dell’equilibrio di bilancio esteso anche al conto economico consolidato delle amministrazioni pubbliche; è

istituito il cosiddetto OMT, obiettivo di medio termine, il saldo strutturale individuato sulla base dei criteri

dell’Unione Europeo. Questo obiettivo deve essere raggiunto oppure, in fasi critiche, può essere disatteso

dimostrando l’esistenza di un sentiero sostenibile di rientro. Il comma 3 prevede che ogni legge che importi

nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte; il comma 4 che le camere ogni anno approvano

con legge di bilancio e il rendiconto consultivo presentato dal Governo; il comma 5 che l’esercizio

provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori

complessivamente a quattro mesi. L’iniziativa a presentare la Legge di Bilancio spetta al Governo, anche se

la competenza per l’approvazione spetta al Parlamento (co. 4). Qualora l’approvazione non arrivasse nei

termini, il Parlamento può concedere l’esercizio provvisorio fino al quattro mesi (regole del 1/12). Infine, il

Parlamento deve essere consapevole della necessità di reperire le fonti per coprire nuove spese (co. 3); le

“Clausole di salvaguardia” nella Legge di Stabilità prevedono che se per finanziare le spese previste dal

bilancio sono insufficienti le entrate previste o i tagli previsti ad altre spese, scattano degli aumenti di

aliquote dell’IVA. È previsto quindi un aumento dell’IVA se dovessero fallire gli obiettivi di bilancio). Il

comma 6 afferma che il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad

assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle

pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di

ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale. Le norme di contabilità pubblica

devono essere approvate con procedure rafforzate.

La legge di bilancio ha la funzione di correggere l’andamento tendenziale del bilancio a legislazione vigente,

per renderlo coerente con gli obiettivi del DEF. La legge di bilancio è composta da due parti, tabelle e

articolato e ha una duplice valenza: il contenuto proprio, obbligatorio, e il contenuto eventuale, nuove leggi

di spesa. Con la riforma del 2016 i contenuti della legge di bilancio e della legge di stabilità vengono ora

ricompresi in un unico provvedimento, costituito dalla nuova legge di bilancio, riferita ad un periodo

triennale ed articolata in due sezioni. La prima sezione svolge essenzialmente le funzioni dell’ex disegno di

legge di stabilità; la seconda sezione assolve, nella sostanza, quelle del disegno di legge di bilancio. Il nuovo

disegno di legge di bilancio soggiace ora ad una regola di “equilibrio” del bilancio dello Stato che consiste in

un valore del saldo netto da finanziare coerente con gli obiettivi programmatici di finanza pubblica. La

prima sezione non contiene più le tabelle C, D ed E.

Le tabelle contengono indicazioni delle voci da includere nel fondo speciale di parte corrente e di conto

capitale per la copertura di interventi in itinere. L’articolato contiene informazioni dettagliate circa:

• I saldi obiettivo: il livello massimo del ricorso al mercato e del saldo netto da finanziare in termini di

competenza;

• La variazione di aliquote, detrazioni e scaglioni, etc.;

• L’importo complessivo massimo da destinare al rinnovo contratti dei dipendenti pubblici;

• Altre regolazioni meramente quantitative rinviate alla finanziaria dalle norme vigenti

La politica fiscale degli stati soggiace a obblighi definiti nei trattati di Maastricht del 92 e aggiornati ad

Amsterdam nel 97. Ci sono cinque criteri di ammissione all’Unione monetaria:

1. Tasso di inflazione non superiore a 1,5 punti al tasso medio dei tre paesi più virtuosi. Si tratta di un

«test» per verificare il reale interesse di un Paese a rinunciare a tensioni inflazionistiche. In alcuni

Paesi ciò ha creato tensioni sul fronte della lotta alla disoccupazione.

2. Tasso di interesse a lungo termine non superiore di due punti rispetto alla media osservata nei tre

Paesi con la minore inflazione. Si tratta di un criterio che avrebbe dovuto evitare, nel periodo

precedente alla formazione dell’Unione e alla fissazione del tasso di cambio, spostamenti repentini

di investimenti e capitali verso i Paesi con tassi di interesse più elevati (operazioni di arbitraggio).

3. Tasso di cambio che per almeno due anni non abbia subito oscillazioni superiori a quelle previste

dall’accordo di cambio dello SME (assenza di svalutazioni negli ultimi due anni). Si tratta di un

requisito contro l’incentivo a svalutazioni strategiche, per entrare nell’unione con un tasso di

cambio troppo favorevole (il che avrebbe reso il Paese troppo competitivo rispetto agli altri).

4. Un disavanzo, definito come Indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche non superiore al

3% del Pil

5. Un rapporto debito pubblico/Pil inferiore al 60%. Si tratta anche in questo caso di due «test» per

verificare il reale interesse di un Paese a rinunciare a tensioni inflazionistiche. Si noti che qualora il

requisito del debito fosse stato superiore al 60%, esso sarebbe dovuto essere ridotto “in misura

sufficiente” ad avvicinarsi al valore del 60% “a un ritmo adeguato”.

Il 60% è stato scelto perché era il valore medio dei paesi europei ai tempi della stesura del Trattato e molto

vicino a quello tedesco. Il 3% era il valore medio delle spese di investimenti pubblici su PIL nei paesi della

comunità. I correttivi di Amsterdam, che prendono il nome di Patto di stabilità e crescita, integrano e

correggono i contenuti del Trattato di Maastricht. I paesi si impegnano a rispettare l’obiettivo di una

situazione di bilancio a medio-termine comportante un saldo vicino al pareggio o positivo e ad adottare le

misure correttive del bilancio che ritengono necessarie per conseguire gli obiettivi dei programmi di

stabilità o convergenza. Le ragioni di questo patto sono:

• Strumento addizionale di protezione della BCE da pressioni a soccorrere paesi in difficoltà con

conseguenti pressioni inflazionistiche;

• Ulteriore ragioni di prudenza verso le tendenze alla dilatazione dei disavanzi pubblici;

• Internalizzare gli effetti sui tassi di interesse derivanti da politiche nazionali poco caute.

Le componenti sono due:

1. Preventiva: ogni stato definisce un programma triennale di stabilità (della finanza pubblica),

sottoposto annualmente al giudizio della Commissione Europa;

2. Repressiva: il deficit di uno stato non può oltrepassare la soglia del 3% su PIL, se non in casi

eccezionali, pena l’apertura di una procedura per deficit eccessivo.

Le tre iniziative più recenti:

• Six-pack (2011): rafforzamento della sorveglianza di bilancio; sanzioni anticipate nel caso di

scostamento dall’Obiettivo di Medio Termine (OMT); sorveglianza specifica sull’evoluzione delle

spese pubbliche; una nuova procedura per il rientro del debito; fissazione di standard per le

istituzioni finanziarie nazionali; creazione di una nuova procedura di prevenzione e correzione degli

squilibri eccessivi;

• Trattato sulla Stabilità, il coordinamento e la Governance (2012): l’obbligo di rendere costituzionale

l’obiettivo del rispetto degli equilibri di bilancio

• Two-pack (2012): procedure di controllo preventivo dei bilanci dei Paesi membri

Le regole attuali possono essere così sintetizzate:

• Vincoli sui saldi e sulla spesa:

o Regola di Maastricht: l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche non deve

superare il 3% del PIL

o Definizione dell’Obiettivo di medio termine (OMT) del saldo strutturale di bilancio,

personalizzato per singolo Paese a seconda delle proprie caratteristiche

o Regole relative al percorso di avvicinamento all’OMT, con flessibilità relativa a: la situazione

ciclica (crescita economica/output gap; rapporto debito/PIL); la propensione agli

investimenti; l’impegno a realizzare riforme strutturali

o Vincoli sulla crescita della spesa (differenti in caso di rispetto o meno dell’OMT)

• Vincoli sul rapporto debito/PIL:

o Regola di Maastricht: rapporto debito delle amministrazioni pubbliche su PIL non superiore

al 60% o raggiungimento di tale rapporto con un adeguato ritmo di riduzione

o Processo di riduzione: il criterio più noto (dei tre totali) prevede la riduzione annua del 5%

della differenza tra livello raggiunto (media tre anni precedenti) e obiettivo. Ad esempio, se

la media fosse del 120%, la differenza è apri al 60%. Ogni anno quindi la riduzione dovrebbe

essere del 3%.

L’Italia nel 2016 ha utilizzato ampi spazi di flessibilità: OMT aumentato dello 0,85% del PIL; componente

riforme: 0,50% del PIL; componente investimenti: 0,25% del PIL; componenti straordinarie: 0,1% del PIL

(emergenza sicurezza: 0,06% del PIL; crisi rifugiati: 0,04% del PIL). Quest’anno c’è il pericolo dell’apertura di

una procedura per infrazione del criterio sul debito.

Redistribuzione

Ci sono 3 tipi di distribuzione:

• Distribuzione funzionale (o primaria): riguarda la ripartizione del prodotto (reddito) tra i fattori che

hanno contribuito a realizzarlo (terra, lavoro e capitale), ovvero dire quanto del reddito prodotto è

usato per retribuire il fattore capitale, il fattore lavoro e il fattore terra, cioè quanto finisce in salari,

quanto in profitti o interessi e quanto in rendite;

• Distribuzione personale: riguarda la ripartizione di reddito o di ricchezza tra i singoli soggetti che

costituiscono la società (individui e famiglie). Il reddito è una variabile di flusso, quindi ogni periodo

temporale la si ottiene; l’accumulo di reddito costituisce lo stock della ricchezza;

• Differenze: nel passato questi due concetti non erano molto differenti, ovvero quando c’erano i

lavoratori e i detentori di capitale con ruoli ben definiti e il capofamiglia come singolo lavoratore.

Ora non è così, poiché chi lavora e percepisce un reddito da lavoro non lo utilizza solo per

consumare, ma può anche investirlo e diventare percettore di reddito da capitale.

Per quel che riguarda la scelta della base imponibile, l’idea è di osservare il benessere degli individui e

decidere sulla base di convinzioni etiche se la distribuzione del benessere soddisfa i criteri di benessere

sociale oppure no. Questo significa vedere quanto è ampia la disuguaglianza nel paese e quindi quanto è

felice la società secondo i criteri usati per misurare il suo benessere. Per definire il benessere di un

individuo si usano diversi criteri, come:

• Reddito, definito sia in base alla sua origine che al suo utilizzo. Le fonti di reddito possono essere

ricondotte a 4 canali: redditi da lavoro, da capitale, plus (o minus) valenze e le entrate

straordinarie. L’utilizzo del reddito è costituito da consumo e risparmio. Ci sono varie definizioni:

o Reddito prodotto: è da considerarsi reddito tutto ciò che deriva dalla partecipazione al

processo produttivo in un determinato periodo di tempo (salari, interessi…). I limiti, in

termini di definizione, riguardano il reddito lordo o netto e, in termini di equità, riguardano

l’assenza di altre fonti di reddito importanti e conseguente possibilità di elusione;

o Reddito entrata o comprehensive income: il reddito è la somma dei consumi e delle

variazioni nette intervenute nel patrimonio del soggetto (risparmio) in ciascun periodo

d’imposta (consumo potenziale). Secondo questa definizione il benessere si misura in

termini di consumo potenziale. I problemi applicativi riguardano la valutazione delle forme

di reddito fuori dal mercato (lavoro domestico), le forme di reddito non monetarie ma che

passano dal mercato (buoni pasto) e tutte le variazioni maturate anche se non realizzate di

stock di capitale, che andrebbero conteggiate perché potenzialmente consumabili;

o Reddito spesa: l’utilità degli individui dipende non dal consumo potenziale, ma da quello

effettivo, per cui la tassazione deve colpire solo il consumo effettivo in modo da evitare di

tassare anche il risparmio.

• Consumo: ha il pregio di essere più visibile del reddito, è meno volatile all’interno del ciclo della vita

e la tassazione sarebbe più costante rispetto a quella che fa riferimento al reddito. Tassare il

consumo permetterebbe anche di risolvere il problema della doppia tassazione del risparmio,

poiché Il risparmio viene tassato due volte: in primo luogo quando viene prodotto e in seguito

quando rientra nelle disponibilità sotto forma di interessi: per evitare questo si possono escludere

gli interessi dalla definizione di reddito. Il problema riguarda il significato del consumo, poiché esso

misura in maniera non perfetta la capacità contributiva di un individuo e non è solo lo specchio

della capacità contributiva, ma anche delle sue preferenze. Supponiamo che A e B vivano per due

periodi e producano solo nel primo periodo redditi da lavoro pari a 1000: A ne consuma 600 e ne

risparmia 400, mentre B li consuma tutti. Se A desse in prestito il suo risparmio al tasso del 5% nel

secondo periodo potrebbe consumare 420. Il trattamento di un’imposta sul reddito è del 10% sui

due individui, che tassa tutti i redditi che vengono percepiti. Nel primo periodo vengono tassati

nella stessa maniera, nel secondo periodo solo il secondo individuo viene tassato e quindi il valore

attuale delle imposte è maggiore per A che per B. L’imposta che tassa solo il consumo tratta i due

individui alla stessa maniera e di conseguenza il risparmio riceve un trattamento fiscale peggiore;

• Patrimonio: è uno stock (capitale fisico, monetario, umano) da cui derivano flussi di reddito ma

anche sicurezza e stabilità e può essere usato insieme al reddito per valutare meglio il benessere e

definire l’accesso a determinati servizi pubblici erogati non secondo la capacità contributiva, ma

secondo la situazione economica equivalente che tiene conto di reddito e patrimonio;

• Felicità: questo è un approccio alternativo basato su autovalutazioni della propria vita, ma di

difficile applicazione e misurazione. Si è felici all’interno di un determinato contesto e quando un

individuo riceve più soldi è probabile che, dopo un certo periodo, il livello di felicità torni al livello

precedente, cioè non aumenta in maniera monotona con la ricchezza.

Il concetto di reddito usato più spesso è quello di reddito entrata, seppur con correttivi che riguardano

l’esclusione o la previsione di forme di tassazione differenti per tipologie di reddito diverse, come la Dual

Income Taxation che prevede un’unica aliquota per i redditi da capitale.

Generalmente le unità di analisi sono il singolo cittadino o la famiglia: si sceglie il singolo cittadino per

criteri di giustizia (progressività), efficienza (scelte in termini di offerta di lavoro) e problemi di definizione;

si sceglie la famiglia per definire le potenzialità di benessere dei cittadini. Per poter definire la famiglia,

bisogna definire vari elementi caratterizzati quali la numerosità, la composizione e la struttura economica

quindi si usa l’individuo poiché è più immediato.

Bisogna prima di tutto rendere confrontabili i soggetti. Per farlo ci sono vari metodi:

1. Se si prendono due individui che percepiscono lo stesso reddito ma uno è single e uno ha moglie e

figlio a carico:

a. Il reddito “splitted” è il reddito diviso per il numero di persone maggiorenni all’interno della

famiglia;

b. Il reddito pro capite tiene conto di tutti i componenti della famiglia;

c. Il reddito equivalente si basa sulla scala di equivalenza, che è un vettore definito sulla base

di diverse metodologie che dicono qual è il peso dal punto di vista della diminuzione di

capacità contributiva di un individuo in più all’interno della famiglia;

2. Un altro modo è quello del quoziente familiare, che ha senso quando l’imposta sul reddito è

progressiva: si considerano i redditi della famiglia come dei redditi medi: si sommano i redditi di

tutti i familiari, li si divide per il numero dei familiari e si stabilisce l’aliquota su quel reddito medio.

3. Le scale di equivalenza possono essere di vario tipo:

a. Le scale econometriche osservano dei comportamenti all’interno di un campione e come

variano questi comportamenti quando varia la composizione del nucleo familiare: la scala

di Engel misura come varia la quota di spesa dedicata alla spesa alimentare quando

aumentano i componenti della. Egli ha osservato che la quota di spesa alimentare decresce

al crescere del reddito e cresce al crescere della dimensione della famiglia. La scala di

Rothbarth osserva il consumo di beni tipicamente usati da adulti (alcool, tabacco, beni

culturali…). Altre scale osservano il comportamento complessivo della spesa;

b. Le scale soggettive sono basate sull’autovalutazione delle famiglie rispetto alle proprie

condizioni di vita;

c. Le scale desunte da minimi nutrizionali sono scale arbitrarie basate sul consumo di beni

ritenuti di base per una famiglia;

d. Le scale di equivalenza pragmatiche sono usate per i confronti internazionali che assegna

un peso a ogni elemento della famiglia;

e. Le scale implicite nei programmi di assistenza sociale sono usate nei programmi di accesso

ai diversi servizi sociali.

Per misurare la redistribuzione sono necessari indici di disuguaglianza o di concentrazione o di dispersione.

Dati dei livelli di reddito da Y meno elevato a Y più elevato, Y* e Y** sono due diversi vettori di Y, ovvero

1 n

due insiemi di redditi che caratterizzano o la stessa popolazione in momenti diversi o due popolazioni

differenti. Il livello di benessere della società può dipendere da come il benessere è distribuito.

Per confrontare diverse distribuzioni di reddito ci sono 3 metodi, non uguali tra loro, ma integrati, coerenti

con diverse forme di benessere sociale e che incorporano un’attitudine alla disuguaglianza diversa:

1. Metodo assiomatico: ci si limita a dire quali caratteristiche dovrebbe avere un indice di

disuguaglianza, ovvero le proprietà generali delle misure. Ha 5 caratteristiche:

a. Simmetria (o anonimità): l’indice deve essere invariante rispetto a qualsiasi permutazione

del vettore Y, ovvero indipendentemente da chi percepisce il reddito. Gli individui devono

essere però “equivalenti”, confrontabili;

b. Indipendenza dalla popolazione: se ogni individuo venisse replicato k volte, l’indice di

disuguaglianza (relativa, non assoluta) deve rimanere lo stesso;

c. Irrilevanza della scala (o indipendenza dalla media): se tutti i redditi vengono moltiplicati

per uno stesso fattore positivo, l’indice di disuguaglianza relativa deve rimanere lo stesso;

d. Principio del trasferimento (o di Pigou-Dalton): un trasferimento progressivo di reddito

(cioè da ricco a povero) che non modifichi l’ordinamento relativo dei soggetti, deve ridurre

la disuguaglianza. Secondo questo principio un indice dovrebbe essere sensibile rispetto ai

trasferimenti distributivi, senza che si alterino le posizioni relative;

e. Scomponibilità (o di coerenza interna): data una scomposizione dei soggetti in m classi

omogenee (titolo di studio, età, residenza…) l’indice è scomponibile se può essere espresso

come somma ponderata della disuguaglianza all’interno (within) dei gruppi e tra (between)

i gruppi. In questo modo basta diminuire la disuguaglianza all’interno di un gruppo per

essere sicuri che diminuisca anche all’interno della popolazione.

2. Metodo statistico: è il metodo più empirico e oggettivo. Gli indicatori usati più spesso sono:

a. Scarto relativo medio: misura della distanza dei redditi individuali dalla media dei redditi. Si

sommano queste distanze e si rapportano alla somma dei redditi. Soddisfa gli assiomi di

simmetria, indipendenza e Pigou-Dalton ma solo per individui opposti rispetto alla media;

b. Varianza: somma di scarti quadratici, rispetta la simmetria e Pigou-Dalton;

c. Coefficiente di variazione: radice quadrata della varianza fratto media, rispetto simmetria,

indipendenza e Pigou-Dalton, ma senza peso maggiore a trasferimenti tra poveri;

d. Curva di Lorenz e indice di Gini: misura

relativa della disuguaglianza che

individua la quota di reddito totale

posseduta da frazioni cumulate della

popolazione, ordinata per livelli non

decrescenti di reddito. La curva di

Lorenz misura alle ordinate le quote

cumulate di reddito posseduto, mentre alle ascisse la quota di popolazione. Prendendo una

serie ordinata di redditi si ha massima uguaglianza quando la curva di Lorenz coincide con

la retta di equi-distribuzione, bisettrice del grafico; si ha massima disuguaglianza quando è

ad angolo retto. Essa rispetta le proprietà di simmetria e irrilevanza della scala e, se si attua

un trasferimento alla Pigou-Dalton, la curva si sposta verso l’interno, di conseguenza la

disuguaglianza si riduce; permette inoltre un confronto tra distribuzioni. Il problema del

confronto nasce quando le curve di Lorenz si intersecano: per evitare questo problema si è

ricorso all’indice di Gini che deriva dall’osservazione dello spazio individuato dalla curva di

Lorenz: G=A/(A+B)=1-2B; se G=0 c’è equi-distribuzione; se G=1 c’è massima disuguaglianza.

3. Metodo del benessere sociale: le preferenze della società rispetto alla disuguaglianza possono

essere rappresentate da funzioni di benessere sociale, che è una rappresentazione matematica che

associa un numero al benessere della società, sfruttando l’ipotesi che tutti i suoi individui abbiano

le stesse preferenze e che l’utilità degli individui dipenda esclusivamente dal reddito. L’idea è che la

misurazione della disuguaglianza, anche se effettuata attraverso un indice statistico oggettivo,

incorpora sempre valutazioni soggettive riguardo la desiderabilità di una distribuzione del reddito

rispetto a un’altra. È quindi importante che siano chiare anche le proprietà normative implicite in

ogni indice sintetico. Ad esempio un metodo può essere quello di definire un indice e poi

verificarne le implicazioni etiche, oppure stabilire proprietà normative e derivare indici che le

incorporano. Una funzione del benessere sociale può essere espressa come una funzione di

Welfare W che dipende dai redditi degli individui e può essere individuata come somma di funzioni

u(y ), che indica la valutazione sociale attribuita al reddito dell’individuo. In seguito a una variazione

i

della distribuzione dei redditi, varia anche il benessere sociale come somma delle valutazioni

marginali sociali del reddito di ciascun individuo, ponderate per l’ampiezza della variazione. È la

concavità della funzione di benessere sociale, cioè il segno e l’ampiezza della valutazione marginale

(derivata seconda della funzione), che indica il grado di preferenza sociale per l’uguaglianza.

Quando la valutazione marginale sociale è positiva ma la funzione è concava, allora il benessere

sociale aumenta quando aumenta il reddito di un qualunque individuo e l’aumento di questo

benessere è tanto inferiore quanto maggiore è il reddito dell’individuo. All’utilitarista interessa solo

a somma dei redditi, per cui la FBS non è concava e la società è neutrale rispetto alla distribuzione

del reddito. La funzione logaritmica, pari alla somma dei logaritmi dei redditi, è concava, per cui la

società è avversa alla disuguaglianza. La funzione rawlasiana è concava e la società mostra massima

avversione alla disuguaglianza. L’indice di Gini incorpora una funzione di benessere sociale che è la

somma ponderata dei livelli di reddito individuali pesati per l’inverso della posizione occupata da

ciascuno nella scala: dal punto di vista sociale l’indice di Gini diminuisce di più quando aumenta il

benessere dell’individuo che sta peggio, perché questo ha associato una valutazione sociale più alta

dell’individuo che sta meglio. Un risultato molto importante introduce un legame tra curva di

Lorenz e valutazione del benessere sociale: il teorema di Atkinson, secondo il quale date due

generiche distribuzioni del reddito, Y* e Y**, e i corrispondenti livelli di benessere W e W , dove

Y* Y**

W è una qualunque FBS simmetrica, separabile, non decrescente e concava, se i redditi medi e la

dimensione delle due distribuzioni sono identici, allora W >W se e solo se Y* domina secondo

Y* Y**

Lorenz Y**. Di conseguenza, per tutte le funzioni di benessere sociale che sono simmetriche,

separabili, non decrescenti e concave, l’uguaglianza è un valore che aumenta il benessere sociale

perché se una distribuzione di redditi è più omogenea di un’altra (omogeneità misurata secondo il

criterio di Lorenz) allora il benessere sociale associato a quella più omogenea è maggiore. Vale solo

se c’è il criterio di dominanza di Lorenz di una distribuzione rispetto all’altra e quindi questo

richiede che siano confrontabili e abbiano la stessa media. Se non hanno la stessa media si usa la

curva che non si incrocia con altre, la curva di Lorenz generalizzata, ottenuta moltiplicando i valori

sulle ordinate per la media della distribuzione originaria. Essa è usata per il confronto delle curve

attraverso il teorema di Shorrocks, secondo il quale date due curve di Lorenz generalizzate, quella

che domina interamente l’altra è socialmente preferibile per tutte le FBS simmetriche, non

decrescenti e avverse alla disuguaglianza (concave).

Per valutare l’impatto redistributivo (o l’equità) di un’imposta

personale sul reddito, si possono effettuare confronti attraverso

le curve di Lorenz prima e dopo l’introduzione dell’imposta. Se il

reddito degli individui è esogeno e l’imposta t(y) è progressiva e

non modifica le posizioni relative negli individui (cioè t(y)<100%:

no re ranking), è possibile dimostrare che l’imposta progressiva

determina una perequazione dei redditi netti e una maggiore

concentrazione del carico fiscale rispetto alla distribuzione dei

redditi lordi: in altri termini, l’imposta progressiva riduce la

disuguaglianza. Secondo il teorema di Jakobsson-Fellman-

Kakwani l’imposta sul reddito è progressiva se e solo se la curva

di Lorenz del reddito netto domina la curva di Lorenz del reddito

lordo e se questa domina la curva di Lorenz del debito

d’imposta: in altri termini, la tassazione riduce la diseguaglianza,

attraverso un’opportuna redistribuzione dell’onere d’imposta,

solo se è progressiva. È possibile ridurre la disuguaglianza nella

distribuzione dei redditi se e solo se l’imposta è progressiva. Si

può quindi concludere che un’imposta progressiva, a parità di

gettito, ottiene una redistribuzione dei redditi preferibile

rispetto a un’imposta proporzionale, per qualsiasi FBS.

IRPEF e altre imposte erariali dirette

L’IRPEF è una delle imposte erariali dirette in Italia (progressiva), insieme a IRES, imposta sui redditi

societari, e ISOS, imposte sostitutive. Ci sono 3 imposte diverse per una corretta tassazione dei redditi di

impresa: gli utili non distribuiti aumentano il valore patrimoniale dell’impresa senza però entrare nella

disponibilità dei soci. Se si tassano i redditi presunti si usa un’imposta personale, quindi progressiva; se si

tassano i redditi da distribuire si usa l’IRES, proporzionale. In quest’ultimo caso però deve essere risolto il

problema della doppia imposizione al momento della distribuzione, e, mentre la prima soluzione può

essere adottata per i redditi da lavoro autonomo o per le società di persone, la seconda può essere usata

per le società di capitali. Si applicano solo imposte sul reddito per la differenziazione fiscale dei redditi delle

attività finanziarie percepiti da persone che non esercitano attività d’impresa. Questo avviene tramite

l’ISOS, un’imposta proporzionale, con ritenute alla fonte, con motivazioni teoriche deboli atte a favorire

queste tipologie di reddito. Altre forme di imposte sostitutive sono quelle per i redditi immobiliari, ma

erodono la base imponibile IRPEF e diminuisce la capacità redistributiva dell’imposta.

L’IRPEF è un’imposta erariale personale e progressiva (tramite aliquote per scaglioni, ma anche deduzioni e

detrazioni) a base individuale sul reddito monetario complessivo delle persone fisiche. Il presupposto per il

pagamento è la percezione di un reddito, monetario o in natura, attribuibile al soggetto passivo, secondo la

normativa vigente. I soggetti passivi sono le persone fisiche residenti (per redditi interni e esteri) e non

residenti (per redditi interni). La base imponibile è la somma di tutti i redditi del soggetto passivo (reddito

entrata) ma con dei correttivi: vengono esclusi i parziali di plusvalenze ed entrate straordinarie, che sono

redditi finanziari soggetti a regimi sostitutivi (reddito prodotto), e il risparmio previdenziale (reddito spesa).

La struttura delle aliquote definisce una certa progressività per ragioni teoriche e per ragioni costituzionali,

poiché secondo l’articolo 53 della Costituzione tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in

ragione della loro capacità contributiva: il sistema tributario è informato a criteri di progressività. Per

determinare l’imposta da versare si tolgono le deduzioni dal reddito complessivo e si ottiene il reddito

imponibile; si applicano le aliquote per scaglioni, pari a imposta lorda – detrazioni e si ottiene l’imposta

netta, alla quale si sottraggono le ritenute alla fonte a titolo di acconto.

Le sei categorie di reddito ai fini IRPEF sono:

• Redditi fondiari. Possono essere:

o Redditi dei terreni: possono essere redditi domenicali, che sono rendite fondiarie, e i redditi

agrari, che sono i profitti degli imprenditori agricoli. Sono calcolati sulla base di rendite

catastali stabilite dalla legge, con sottovalutazione da redditi e conseguente tentativo di

dissimulazione con altri redditi altrimenti soggetti a tassazione maggiore;

o Redditi da fabbricati: possono essere figurativi (abitazione del proprietario o non locata) ed

effettivi (locazioni). I primi sono calcolati sulla base delle rendite catastali e concorrono alla

definizione del reddito ma sono deducibili interamente. I secondi sono calcolati sulla base

del canone di locazione, diminuito del 5%. In alternativa i canoni di locazione possono

essere soggetti, a scelta del soggetto passivo, a cedolare secca del 21%;

• Redditi da capitale: sono redditi derivanti da impieghi di capitale finanziari, diversi dal reddito

d’impresa (su cui si paga l’IRES). Per risolvere il problema di elencazione specifica di elusione da

sviluppo di nuovi strumenti di mercato, c’è la previsione di considerare ogni provento che derivi da

rapporti aventi ad oggetto l’impiego di capitale. I maggiori redditi da capitale sono esenti da IRPEF e

soggetti a ISOS, ad eccezione dei dividendi azionari relativi a partecipazioni qualificate (49,72%);

• Redditi da lavoro dipendente: costituiscono l’80% del reddito ai fini IRPEF. Sono costituiti da

compensi in denaro e in natura, al netto dei contributi sociali a carico di lavoratore e datore di

lavoro. Sono assimilati ai redditi da lavoro le pensioni, i sussidi di disoccupazione, la maternità, le

rendite da fondi pensione e i compensi da lavoro precario e occasionale. Non ci sono deduzioni dei

costi di produzione del reddito ma sono previste detrazioni maggiori rispetto ad altre tipologie di

reddito. Alcuni problemi riguardano la detassazione degli straordinari, tassati con aliquota unica del

10% per redditi fino a 80.000€ nell’anno precedente, e l’equità orizzontale ed evasione fiscale;

• Redditi da lavoro autonomo. Sono costituiti da:

o Una categoria generale: redditi derivanti dall’esercizio di arti e professioni. Comprende

professioni abituali, anche se non esclusive e attività che non producano redditi di impresa;

o Una categoria specifica, come diritti d’autore;

La differenza con i redditi da lavoro dipendente consiste nella differenza tra reddito netto e reddito

lordo, poiché i redditi da lavoro autonomo sono calcolati al netto della produzione. I problemi

riguardano la determinazione dei costi, l’utilizzo di criteri forfettari per la determinazione di tali

costi e le difficoltà di accertamento;

• Redditi di impresa: sono costituiti dai redditi derivanti dall’esercizio di imprese commerciali di

imprenditori individuali o di società. Nel caso delle società la tassazione avviene in capo al singolo

in proporzione alla quota di partecipazione agli utili. I problemi riguardano la distinzione tra reddito

di impresa e reddito da lavoro autonomo per numerose attività artigianali e di piccolo commercio e

le divergenze tra legislazione civilistica e tributaria. La definizione del reddito avviene secondo gli

stessi criteri usati per la tassazione dei redditi di società di capitali attraverso l’IRES, con alcune

differenze come i dividendi e plusvalenze nel regime della “esenzione da partecipazione” e il

trattamento degli interessi passivi. Per la determinazione del reddito imponibile si usa l’utile netto

(o perdita) da conto economico secondo il criterio della competenza;

• Redditi diversi: sono i redditi, generalmente plusvalenze, non riconducibili a categorie precedenti.

Sono esclusi dalla base imponibile IRPEF:

➢ Redditi riconducibili a regimi sostitutivi (redditi finanziari);

➢ Redditi assoggettati a tassazione separata (TFR);

➢ Altri redditi assoggettati a tassazione separata o sostitutiva in via opzionale (redditi da fabbricati o

di impresa);

➢ Redditi esenti (ad esempio le borse di studio).

Per quel che riguarda le deduzioni, esse permettono di personalizzare l’imposta e sono realizzate

attraverso la previsione di tax expenditures, cioè tramite sconti fiscali. Le deduzioni comprendono

contributi previdenziali e assistenziali obbligatori dei lavoratori autonomi, contributi di previdenza

complementare non obbligatori, la rendita di immobile adibito ad abitazione principale e le spese mediche

per l’assistenza handicap.

Le detrazioni hanno come finalità la progressività dell’imposta, la discriminazione qualitativa dei redditi, la

personalizzazione dell’imposta (equità orizzontale) e l’incentivazione di comportamenti meritori. Ci sono:

• Detrazioni per fonte di reddito e bonus 80€: sono decrescenti al crescere del reddito complessivo.

Si rapportano al periodo di lavoro dell’anno, ma sono previsti importi minimi. Definiscono le soglie

della no-tax area e sono differenziate per lavoratore dipendente, pensionato, pensionato ultra

75enne (eliminata) e lavoratore autonomo. Le finalità sono la discriminazione qualitativa,

contribuire al disegno della progressività, tenere conto delle spese di produzione di reddito e la

presunzione di evasione. Il bonus di 80 euro è stato introdotto nel 2014 a favore di lavoratori

dipendenti e assimilati per redditi fino a 24.000€ e si annulla per redditi a partire da 26.000€;

• Detrazioni per carichi di famiglia: hanno un andamento decrescente, riguardano figli e coniuge,

realizzano equità orizzontale e verticale ma non affrontano il problema degli incapienti. Dipendono

dal numero di figli e dalla loro età;

• Detrazioni per oneri personali (19% della spesa): sono usate per diverse finalità e con tetti diversi.

Riguardano la personalizzazione del prelievo (spese mediche generiche e specialistiche) e tax

expenditures con limiti sull’importo massimo;

• Detrazioni per canoni di locazione e mutui per la prima casa;

• Detrazioni con finalità di incentivazione: sono le detrazioni per ristrutturazioni edilizie (misura

temporanea) e risparmio energetico e la mobilità dei lavoratori dipendenti.

Le due questioni aperte riguardano il drenaggio fiscale l’attività di accertamento dei redditi. Il drenaggio

fiscale fa riferimento al fatto che con imposta progressiva un aumento solo nominale della base imponibile

si traduce in un aumento reale del debito di imposta (aumento dell’aliquota media). Per risolvere questo

problema si può applicare il deflazionamento del reddito, l’indicizzazione delle aliquote o la revisione

periodica delle aliquote e detrazioni/deduzioni. Per quel che riguarda gli strumenti di accertamento, il

problema fa riferimento al fatto che se un reddito deve essere dichiarato da chi lo percepisce, ci può essere

incentivo a dichiarare un reddito inferiore a quello percepito. Per risolvere questo problema la scelta del

legislatore è stata quella di dotarsi di studi di settore, che esistono dal 1998 con l’idea di prendere tutte le

caratteristiche esterne (ciclo economico, reddito medio della regione o della zona dell’attività) ed interne

che riguardano un’attività economica, inserirle in un software (Gerico), il quale dice che secondo quelle

condizioni si dovrebbe avere un ricavo presunto di una determinata cifra. È una metodologia che porta a

determinare dei ricavi presunti: il lavoratore si può adeguare o se i ricavi effettivi sono inferiori può

decidere di non pagare secondo il ricavo presunto ma verrà controllato dallo Stato e a quel punto l’onere

della prova spetta al lavoratore. La revisione dei pesi che determinano i ricavi presunti si applica su base

triennale e si applica su tutti i titolari di partita IVA.

Federalismo fiscale

Ci sono tre ragioni economiche a favore del decentramento:

• Maggiore efficienza nella fornitura dei beni pubblici: il teorema di Oates afferma che il

decentramento della produzione di beni pubblici locali induce guadagni di efficienza. Un bene

pubblico locale è un bene pubblico le cui caratteristiche di non rivalità ed escludibilità sono

territorialmente limitate, cioè non valgono all’interno di tutta la nazione, ma all’interno di un

ambito territoriale più limitato. In assenza di economie di scala dalla produzione centralizzata di un

bene pubblico locale e in assenza di esternalità inter giurisdizionali (il beneficio del bene pubblico

locale deve essere limitato territorialmente), una produzione decentralizzata di bene pubblico

locale comporta un livello di benessere sociale superiore o al minimo uguale a una produzione

uniforme centralizzata dello stesso. Di conseguenza ogni bene pubblico locale dovrebbe essere

fornito dalla giurisdizione che ha competenza

sull’area geografica più piccola che internalizza

costi e benefici di tale fornitura. Se i costi di

produzione del bene pubblico sono costanti, se

la società è composta da 2 gruppi di individui,

con preferenze identiche all’interno di ciascun

gruppo, che vivono in regioni diverse, e se il

governo centrale decide il livello di bene

pubblico da produrre, se le preferenze dei 2

gruppi sulla quantità di bene pubblico sono

diverse, la soluzione centralizzata produce una perdita di benessere. Le aree verdi sono aree di

inefficienza della produzione centralizzata. Potrebbero esserci due ragioni per il quale il governo

centrale può offrire solo beni e servizi uniformi sul territorio nazionale:

o Asimmetrie informative: i governi locali hanno maggiori informazioni sulle preferenze dei

loro cittadini e sui costi dei beni e servizi pubblici locali;

o Vincoli politici: pressioni politiche o vincoli costituzionali che limitano la possibilità del

governo centrale di offrire livelli diversi di beni e servizi pubblici nelle diverse giurisdizioni.

Il guadagno di efficienza che si ottiene dalla soluzione decentrata dipende da 3 fattori:

1. Eterogeneità delle preferenze: maggiore è la diversità delle preferenze, maggiore è il

guadagno di benessere della soluzione decentrata;

2. Inclinazione delle curve di domanda: minore è l’elasticità della domanda, maggiore è la

perdita di efficienza della soluzione centralizzata;

3. Differenze nei costi: è possibile che nella produzione di alcuni beni e servizi si manifestino

economie di scala e in questo caso è probabile che la soluzione ottimale non sia quella di

decentrare al livello di governo più basso.

I problemi del teorema di Oates sono:

➢ Curve di domanda con meccanismo di mercato per i beni e servizi pubblici locali (ciascuno

paga in proporzione a ciò che consuma); ma la maggior parte dei beni e servizi pubblici è

finanziata con la fiscalità generale;

➢ Modello basato sullo scambio fiscale (i governi locali rispondono alla domanda dei cittadini,

offrendo beni e servizi in cambio di imposte concordate); nella realtà non è proprio così e le

risposte dei governi locali ai cittadini si basano sulla rappresentanza elettorale;

➢ Ipotesi di preferenze identiche degli individui di una stessa comunità; il risultato del

teorema potrebbe essere rovesciato se la differenza all’interno di una singola comunità

fosse superiore a quella media dell’intera collettività;

➢ Possibili effetti di spill-over: non coincidenza dell’area entro cui si manifestano i benefici dei

beni e servizi pubblici locali con l’area amministrativa;

➢ Scarse spiegazioni di ciò che si osserva nel mondo.

• Maggiore corrispondenza dei servizi pubblici alle preferenze delle comunità locali: il modello di

Tiebout, un modello di scelta del consumatore che è anche elettore, afferma che se:

o I cittadini hanno un insieme di preferenze per i beni pubblici locali e le imposte locali, sono

perfettamente mobili e si spostano verso gli enti locali che offrono il mix di spese-entrate

pubbliche che meglio soddisfa le loro preferenze;

o Hanno informazione perfetta sull’offerta di servizi e sulle imposte di tutte le giurisdizioni;

o Vi è un numero elevato di giurisdizioni tra cui scegliere di vivere;

o I cittadini non lavorano, hanno solo redditi da capitale;

o Non ci sono effetti di spill-over;

o Vi è una dimensione ottimale di popolazione, che minimizza il costo medio di fornitura dei

servizi pubblici locali, forniti secondo le preferenze degli attuali residenti;

o Gli enti locali cercano di raggiungere la dimensione ottimale, cercando di attrarre nuovi

residenti se sono al di sotto dell’ottimalità o cercando di mantenerla;

Allora i cittadini si spostano verso la giurisdizione che soddisfa le loro preferenze e con gli

spostamenti rivelano le loro preferenze (modello di voto con i piedi): in equilibrio ogni giurisdizione

fornisce il paniere di beni e applica le imposte che soddisfano le preferenze di tutti i suoi residenti e

il cittadino è in grado di trovare la giurisdizione che soddisfa le sue preferenze. I limiti sono:

1. Le ipotesi sono troppo astratte e restrittive: assenza di economie di scala, informazione

completa e assenza di costi di mobilità;

2. Le implicazioni sono poco soddisfacenti;

3. Non è determinato il numero delle giurisdizioni;

4. I servizi pubblici e le imposte locali hanno effetti sulla mobilità residenziale. La direzione

delle migrazioni è spiegata dalle preferenze nel mix di tasse e servizi pubblici locali.

• Determinazione ottimale della dimensione territoriale: la teoria di Buchanan è un modello che

spiega la dimensione ottimale partendo dall’analogia tra ente locale e un club. Il modello considera

il ruolo delle economie di scala, pone attenzione ai costi di produzione dei servizi locali, calcola il

costo pro-capite di un servizio al variare della dimensione degli enti locali, misurata dalla

popolazione, e individua generalmente fenomeni di “congestione” (escludibilità ma non rivalità). Le

variabili importanti in questo modello sono due: la popolazione del club n e la quantità del servizio

prodotta g. L’obiettivo è quello di massimizzare il benefizio pro-capite netto, pari alla differenza tra

il beneficio pro-capite e il costo pro-capite, BN=B -C . Il beneficio pro-capite dipende dalla

n n

popolazione n e dalla quantità g: se n aumenta c’è maggiore congestione, mentre se aumenta g c’è

maggiore benessere, ma con saturazione. Il costo pro capite aumenta all’aumentare dei servizi

offerti e diminuisce all’aumentare di n. Si massimizza il beneficio pro-capite netto scegliendo quanti

beni e servizi pubblici offrire e quanti cittadini attrarre sul territorio: l’aumento della dimensione

dell’ente deve essere compensato da un aumento dei servizi pubblici offerti per mantenere il

massimo beneficio pro-capite possibile, non in maniera per forza proporzionale. Emerge quindi un

trade-off tra i vantaggi e gli svantaggi di una popolazione più ampia. Guardando alla dimensione

ottimale dell’ente, si osserva, almeno nel caso italiano, una curva ad U: misurando il costo unitario

del servizio offerto, si osserva che ci sono costi molto elevati quando i comuni sono molto piccoli,

minimi con popolazione intermedia e poi i costi ricominciano a salire. Quindi comuni molto piccoli

hanno costi pro-capite molto elevati; all’aumentare della dimensione non aumentano le economie

di scala, per cui la popolazione ottimale varia tra gli 8.000 e i 20.000 abitanti.

Ci sono altre ragioni politiche ed economiche del decentramento:

• Maggiore accountability: poiché i governi locali sono più vicini ai cittadini, gli amministratori

pubblici possono meglio essere identificati e controllati e questo dovrebbe far aumentare il loro

senso di responsabilità, soprattutto se il costo dei servizi pubblici è sopportato a livello locale. Il

decentramento rafforzerebbe quindi la democrazia, aumentando il potere di controllo dei cittadini

nei confronti dei loro amministratori;

• Yardstick competition: i politici locali possono non essere benevolenti e avere diverse competenze

e abilità. Il decentramento aiuterebbe i cittadini ad assumere informazioni sulla qualità dei loro

governanti, permettendo di paragonare le politiche attuate nella loro giurisdizione con quelle

attuate nelle giurisdizioni limitrofe. Il decentramento avrebbe quindi il vantaggio di ridurre

l’asimmetria informativa tra politici e cittadini;

• Laboratory federalism: il decentramento rappresenta un contesto adatto per la sperimentazione di

politiche pubbliche a livello locale, in modo da accrescere l’efficienza del settore pubblico e di

introdurvi qualche elemento di progresso tecnico;

• Maggiore crescita: per tutte queste ragioni il decentramento fiscale sarebbe anche in grado di

promuovere la crescita economica.

Gli argomenti contro il decentramento sono:

1. Spill-over effect: i guadagni di efficienza possono essere ridotti o annullati se la dimensione troppo

piccola del governo locale fa emergere diseconomie di scala e se i benefici e i costi della spesa

pubblica vanno oltre i confini territoriali dell’ente che li produce;

2. Mancanza di informazione: non sempre i cittadini-contribuenti hanno sufficiente informazione e

potere politico per indurre i governi locali ad un uso efficiente delle risorse;

3. Competenza: non sempre i governi locali hanno le competenze necessarie per adottare appropriate

politiche di bilancio; la burocrazia locale può essere di qualità peggiore di quella nazionale;

4. Gruppi di pressione locali: la maggiore vicinanza dei cittadini ai governi locali potrebbe produrre

decisioni che favoriscono alcuni gruppi di interesse o individui, lasciando da parte l’interesse

pubblico generale; anche i livelli di corruzione potrebbero essere più elevati a livello locale;

5. Compatibilità con raggiungimento di obiettivi generali: la teoria tradizionale del federalismo fiscale

riconosce il ruolo del governo centrale per quanto riguarda la redistribuzione e la stabilizzazione,

mentre circoscrive il raggio d’azione dei governi locali nell’ambito della funzione allocativa;

6. Problemi di coordinamento e disciplina fiscale: se i governi locali si aspettano che il governo

centrale li supporti sempre finanziariamente, non hanno forti incentivi verso l’equilibrio di bilancio.

Se le relazioni fiscali tra i diversi livelli di governo non sono ben disegnate, è possibile che i governi

locali tendano ad aumentare i livelli di spesa pubblica, con effetti negativi sul bilancio dell’intero

settore pubblico.

Imposte locali in Italia

L’IRAP è stata introdotta nel ‘98, è un’imposta regionale sulle attività produttive e ad ogni regione spetta il

tributo in relazione a quanta base imponibile è realizzata nel territorio di competenza. Si paga per esercizio

abituale di attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni e alla

prestazione di servizi. La base imponibile è rappresentata dal valore aggiunto netto, con recenti correzioni

che escludono il costo del lavoro a tempo determinato. L‘aliquota è del 3,9%, che la regione può aumentare

o diminuire fino allo 0,92% e differenziare per settori di attività e categorie di soggetti passivi. Questa

autonomia è stata bloccata nel 2009, poi riassegnata e collegata alla possibilità di variare le aliquote

dell’addizionale IRPEF. Il valore aggiunto è il prodotto in termini di beni e servizi da parte di una impresa, in

un determinato periodo temporale, attraverso l’utilizzo di fattori produttivi e al netto dei costi sostenuti per

materie prime e beni intermedi. Si può calcolare come somma delle remunerazioni dei fattori produttivi o

come differenza tra valore della produzione e costi per materie prime e prodotti intermedi. Il valore

aggiunto netto tiene conto, cioè detrae, anche i costi di ammortamento. Sono previste deduzioni dalla base

imponibile, introdotte dopo la creazione dell’imposta: quella a favore delle piccole imprese e il costo del

lavoro per i dipendenti a tempo indeterminato. L’IRAP pagata è poi deducibile dalla base imponibile IRPEF e

IRES. Le finalità dell’IRAP sono l’aumento della semplificazione, poiché sostituisce una serie di altre imposte

che gravano sulle imprese, l’aumento dell’autonomia e della responsabilità delle regioni e l’efficienza

economica: l’IRAP cerca di ridurre la differenza di trattamento tra fattori di produzione. da un lato cerca di

compensare la distorsione a sfavore del capitale proprio con un’ulteriore distorsione a sfavore del debito:

di natura quindi riduce la disparità di trattamento tra le due forme di finanziamento e non distorce la scelta

allocativa relativa tra fattori.

L’addizionale all’IRPEF è stata introdotta nel ‘98 per regioni, province e comuni ma quella per le province

non è mai stata applicata. Per le regioni esistono una componente base obbligatoria, pari originariamente

allo 0,9%, poi aumentata all’1,23% e una componente facoltativa, introducibile in maniera autonoma dalle

regioni. Per i comuni c’è solo una componente facoltativa, il cui limite è dello 0,8% con possibilità di

esentare i redditi più bassi e deduzioni per carichi famigliari.

L’imposta comunale sugli immobili ICI è stata introdotta nel ‘92 come imposta straordinaria ed è diventata

ordinaria nel 1993 ed è stata in vigore fino al 2011, sostituita dall’IMU. È una legge basata sul criterio del

beneficio, dovendo permettere un collegamento tra benefici dei servizi locali e costi per i fruitori degli

stessi. Il presupposto è il possesso di fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli; la base imponibile è il

valore degli immobili calcolato sulla base di rendite catastali. Il comune, all’interno di limiti statali, poteva

far variare l’aliquota o differenziarla per tipologia di fabbricato. La possibilità di discriminare a favore della

prima casa è rimasta valida fino al 2008, anno in cui l’ICI sulla prima casa è stata abolita.

L’IMU (imposta municipale) sulla prima casa ha un’aliquota base dello 0,4%, che il comune può variare del

0,2%, più una detrazione obbligatoria di 200€, più una detrazione obbligatoria di 50€ per ogni figlio di età

inferiore ai 26 anni convivente, fino a un massimo di 8 figli. Si estende a una sola pertinenza (box, cantina),

il gettito va ai comuni, che hanno anche una certa potestà regolamentare. L’IMU su altri immobili ha

un’aliquota base dello 0,76%, ma la metà di essa è trasferito allo Stato, la restante metà ai comuni. La base

imponibile è stata aumentata tramite l’aumento dei coefficienti. Nel 2012 con la legge di bilancio del 2013

viene soppressa la compartecipazione IVA e il gettito dell’IMU viene esclusivamente attribuito ai comuni ad

esclusione di quello derivante dagli immobili ad uso produttivo.

La TARES, la tassa sui rifiuti urbani, è un contributo comunale destinato a finanziare il servizio comunale di

gestione dei rifiuti urbani e assimilati e gli altri servizi indivisibili (gestione illuminazione, pulizia delle strade,

verde pubblico…). Per la componente rifiuti prevede un doppio peso: da un lato rimane importante la

dimensione del locale, ma diventa importante anche la dimensione del nucleo familiare. La finalità è quella

di arrivare ad una tariffazione del servizio rifiuti basata sulla produzione dei rifiuti.


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia delle imprese e dei mercati (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher matteo.s2005 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Scienze delle finanze e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Balduzzi Paolo.

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