Appunti scienza della politica
Appunti di Fabrizio Maltinti
Frame
Un frame è un'immagine cerebrale di una cosa complessa, sulla quale, tuttavia, non si riflette. I frame vanno smontati. Bisogna avere consapevolezza che, dietro al linguaggio, si celano strutture di pensiero che celano strutture di Potere.
Positivismo
Il positivismo si chiama così perché è un movimento “positivo” rispetto al Pars Destruens dell’Illuminismo che aveva, sì distrutto le negatività dell’ordine precedente, ma non era stato in grado di ricostruire (Pars Construens) la nuova società. E se la ragione non era stata sufficiente, cosa poteva aiutarci a costruire una società migliore se non la scienza? Quindi, se il ‘700 è il secolo dei Lumi e della Razionalità, l’800 è il secolo del Positivismo e della Scienza; e questa è la base sulla quale Comte affermava che la religione sarebbe sparita e la scienza sarebbe stata il nuovo Dio.
L’altro grande movimento culturale che è alla base della sociologia, come abbiamo visto, è l’empirismo che era nato nell’Inghilterra che stava vivendo la sua Rivoluzione Industriale. L’empirismo del ‘700 è localizzato in due aree particolari: l’Inghilterra e la Scozia e, a differenza dei francesi, non avevano il culto della ragione. Gli empiristi, a differenza degli illuministi, non hanno il culto della razionalità. Essi ritenevano che, data la complessità della natura umana, ognuno agisse mosso dai propri istinti e soprattutto, dalle proprie mete e non gli bastasse la razionalità, la conoscenza, per vivere meglio. Per contro, come gli Illuministi, avevano un atteggiamento di critica nei confronti di tutti i dogmi del passato.
Sono i primi ad affermare che bisognava creare una nuova società a partire, non solo dalla ragione, ma attraverso l’applicazione di metodi scientifici. Ecco perché il termine empirismo, perché l’osservazione empirica era, per loro, applicabile allo studio della società. Sono gli empiristi i primi ad osservare la società attraverso l’osservazione scientifica.
Machiavelli
Machiavelli cercò di costruire una teoria politica fondata sulla ragione, e sulle virtù riscoperte, a sfavore della morale ed etica cattolica. Per prima cosa inserisce la contingenza, la sorte, come elemento fondamentale per l’analisi del reale, imprescindibile per qualunque giudizio, attuando una concezione neopagana che negava la provvidenzialità. L’unico modo per opporsi a questo è mediante lo sfruttamento della virtù, che l’uomo può ricercare per vincere la contingenza, non adeguandosi passivamente ad essa.
Quello che eleva Machiavelli, rispetto agli altri pensatori è un approccio innovativo al reale, con un’osservazione spregiudicata e realistica delle cose umane, offrendo un modello non più assoluto, ma fondato sulla storia (Roma), sulla virtù, e sulla contingenza.
Discorsi
Nei “Discorsi”, Machiavelli ricerca la praticità, opera un confronto tra la crisi della repubblica romana e quella contemporanea fiorentina, contemplando per primo l’utilizzo di mezzi non consoni all’ideale di uomo puro per salvare la civiltà da baratro. Il problema centrale è il mutamento, la contingenza e la sorte, come arginare la loro pressione sulle cose umane.
Machiavelli considera, la politica come un campo di forze aperto allo scontro e alla formazione di nuove egemonie, dove il ciclo delle forme politiche è influenzato anche dagli altri stati, che non sono spettatori, ma anche soggetti interessati a sfruttare i travagli altrui, poiché mirano ad accrescere la propria potenza, la quale è il vero fine della politica.
Machiavelli ritiene che lo stato misto, con la più alta partecipazione sia il più stabile, dunque il migliore, poiché si pone in modo solido alle sempre possibili transizioni. Machiavelli è rivoluzionario anche perché rompe con il concetto di bene politico identificato con la concordia, anzi, a suo avviso, è il conflitto, che se ben canalizzato può portare ad uno stato efficiente e stabile. Secondo lui Roma è rimasta libera per il conflitto tra patrizi e plebei, il quale è stato incanalato attraverso le istituzioni, producendo i grandiosi effetti che conosciamo. Inoltre, altra mossa vincente di Roma è stata porre la guardia della politica nelle mani della plebe con i loro tribuni. Come Marsilio da Padova crede che il popolo intero sia più savio del singolo principe.
Il Principe
Ne “Il Principe” Machiavelli prova a individuare una forma politica avente la virtù, capace di agire in un mondo che diventa sempre più insicuro. “Il Principe” è una spiegazione pratica di come liberare l’Italia dai barbari, salvando mediante una potestà regia, l’organismo politico dalla corruzione.
Per Machiavelli l’etica cristiana resta valida, ma la politica si sottrae da essa, e ne utilizza una propria, tutta mondana, in alcuni casi il principe deve essere meschino, falso e crudele, per il bene di tutti. Il male è necessario per affrontare il contingente.
Machiavelli critica il papato additandolo come responsabile per la disunione degli stati italiani. Inoltre, ribadisce la differenza tra Roma antica e Firenze contemporanea, ritenendo che se nella prima il fondamentale conflitto si risolveva disputando pubblicamente, nella seconda secondo una guerra privata intestina alla città.
Hobbes (1588 – 1679) (Assolutismo)
Nel corso della Rivoluzione Popolare Inglese (la prima forma di rivoluzione sociale) Hobbes scrive – nel 1615 – la sua opera “Leviatano”. La rivoluzione inglese è una forma di mobilitazione popolare che mette in risalto gli scompensi della società inglese in cui dominava la nobiltà. Si tratta di una lotta per il raggiungimento dell’uguaglianza civile e morale.
Hobbes concepisce tre tappe:
- Stato di natura: non esistono regole civili ma solo istinti primordiali di sopravvivenza “Homo homini lupus”;
- Stato sociale: gli uomini si mettono insieme ad altri uomini e stipulano un contratto sociale per evitare la guerra e la conseguente morte;
- Stato moderno: le forme di governo non vengono determinate da volontà divina ma per le scelte degli uomini. Qualunque forma di governo, se non funzionano e non portano avanti le istanze di tutte le classi sociali, potrà essere abbattuta e sostituita da altre forme di governo.
Hobbes si definisce come il fondatore della Monarchia Illuminista ed è anche il padre dell’Assolutismo Monarchico. Hobbes non riconosce la proprietà privata, ma questa deve essere regolamentata dal Sovrano, per evitare che il desiderio di accaparramento e di arricchimento possa portare ad una nuova guerra civile.
Hobbes applica concetti di fisica materialistica per prevedere le azioni umane al fine di prevenire e regolare i danni che dalla natura umana derivano. Hobbes riconosce il timore della morte e quindi, l’uomo, senza leggi civili che regolarizzino tutto, tenta di accaparrarsi ricchezze al fine di allungare la propria sopravvivenza a scapito degli altri uomini. L’uomo è egoista per natura ma, comprendendo che da solo non potrà raggiungere i propri obiettivi, egli deve associarsi ad altri uomini per ottenere il bene comune. La pace altro non è che una convenzione tra gli uomini per garantire la sopravvivenza di tutti (Contratto Sociale); quindi è lo Stato che diventa protagonista del benessere sociale degli uomini.
Locke (1632 – 1704) (Liberalismo)
John Locke si colloca all’interno della sintassi individualistica e contrattualistica di Hobbes, ma rispetto a quest’ultimo vi instaura importanti variazioni sul tema della legittimità e dei limiti del potere politico. Se per Hobbes lo stato era il prodotto dell’obiettivo di eliminare il conflitto, per Locke era la rivoluzione antiassolutistica. Locke costruisce un modello che consenta di limitare il potere a beneficio del cittadino e della società, introducendo sia la partizione delle funzioni del potere, sia il rispetto dei diritti degli uomini, ovvero concetti cardine del liberalismo e costituzionalismo moderni.
Mentre Hobbes parla di Società Civile, Locke parla attenzione al singolo cittadino, pertanto, Locke è il padre del liberalismo moderno (Stato Liberale) e vede il Contratto Sociale, non come unica alternativa al conflitto ma come scelta individuale di ogni uomo che nel fare il proprio dovere e nel seguire le leggi, realizza lo Stato Sociale. Locke asserisce che il “contratto” deve garantire ogni forma di libertà e di diritti individuali e sociali. L’uomo deve essere libero di unirsi con altri uomini per garantire lo Stato Giusto.
Locke postula che l’arricchimento è legittimo se è conseguenza del lavoro; con questa affermazione, Locke sancisce il principio del diritto al lavoro (fine 1600). L’uguaglianza dello “Stato di Natura” può essere modificato dal lavoro. È il lavoro che nobilita l’uomo e, qualsiasi società civile che si rispetti, deve garantire il diritto al lavoro. Locke vede nella forma di società civile e nello Stato, un miglioramento della Natura. Quindi lo Stato non deve solo regolare i rapporti naturali, ma deve migliorarli. Lo “Stato Natura” rimane tale solo nell’ambito della famiglia in quanto, i rapporti tra i membri della famiglia, non sono regolati dalla legge ma dall’istinto naturale. La legge civile (patto sociale) si deve realizzare attraverso il lavoro. Per Locke, il Monarca è al di sotto della legge (a differenza di Hobbes che poneva il Leviatano al di sopra).
Montesquieu (1689 – 1755)
Montesquieu allarga gli orizzonti del pensiero politico includendo nella formazione della cosiddetta “volontà generale” i costumi, le idee, il clima, la religione, e le usanze. Da questa mistione, non più rigidamente categorizzata si forma la volontà generale. Montesquieu fa entrare nel campo un nuovo metodo analitico capace di determinare un nuovo concetto di legge, cioè di cogliere i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose, in modo da spiegare la relazione tra leggi naturali e leggi umane. Egli opera una ricostruzione delle istituzioni in chiave storico-sociale, ponendosi in polemica con Hobbes.
È presente anche in lui la necessità di ordinare politicamente il conflitto, ritenendo che gli uomini abbiano bisogno delle leggi, ma non sono usciti dallo stato di natura per contratto, bensì per garantire che la naturale socialità umana potesse svilupparsi. In questo quadro si delinea la teoria delle forme di governo, che Montesquieu elabora secondo la dialettica tra natura e principio. Quelle che lui ritiene legittime sono tre: monarchia, repubblica e despotismo. La natura del governo repubblicano è che il popolo detenga la sovranità, quello monarchico è il principe a possedere la sovranità, esercitata sotto l’egida legale, quello despotico la sovranità è in mano al principe che la esercita arbitrariamente. La virtù regge la repubblica, l’onore la monarchia, la paura il despotismo. Legittimando il despotismo Montesquieu guarda all’oriente, visto come specchio negativo dell’Europa, diventando mezzo per criticare la monarchia assoluta francese.
Difatti la difesa della libertà è fortemente presente in Montesquieu, e la vede maggiormente garantita in Inghilterra, presa come modello. Questo è possibile lì mediante la separazione dei poteri, il loro bilanciamento (esecutivo, legislativo, giudiziario). Per tale motivo si erge a difensore dei parlamenti nei confronti del potere monarchico.
In questo quadro si inserisce il discorso sulla tolleranza, ritrovandosi in posizioni vicine ad Hobbes, sentendo entrambi il pericolo della guerra civile religiosa, stabilisce un forte legame tra stato e religione. Tuttavia, se Hobbes fa sì che il sovrano determini il culto pubblico, Montesquieu, pur auspicando l’unità religiosa della nazione, afferma la tolleranza, lasciando spazio ad un possibile pluralismo religioso. Montesquieu è precursore di Voltaire, in quanto non vede la tolleranza solo come una dote politica, ma come civile.
Rousseau (1712-1778) (Democrazia)
Per Rousseau, la forma migliore di governo è la Repubblica ed il potere in mano al Popolo. Egli riprende alcuni dettami dello “Stato di Natura”, seppur con differenze rispetto a Hobbes ed a Locke. Le sue opere principali sono “L’Emilio” ed il “Contratto Sociale”; l’Emilio, da molti considerato un’opera minore, esprime ed esalta il principio di natura, in quanto egli teorizza l’educazione dei fanciulli in ambiente naturale. Il bimbo, prima di entrare nella società civile corrotta, deve essere educato nella natura da un Precettore che sappia gratificare l’animo del bimbo.
Per Rousseau, la società civile è corrotta perché i ricchi e potenti tendono ad aumentare le proprie ricchezze e la loro potenza a discapito delle classi inferiori. Per combattere tale stato di cose, Rousseau scrive il Contratto Sociale. Secondo Rousseau, l’uomo è portato ad intrattenere rapporti sociali con altri uomini per motivi egoistici e non altruistici; pertanto vi è la necessità di un Contratto Sociale che regoli questi rapporti. Ogni uomo, indipendentemente dall’appartenenza ad una classe sociale, deve fare gli interessi di tutti gli uomini.
Rousseau è stato identificato come l’anticipatore del comunismo, in quanto egli è convinto che la Repubblica debba garantire il benessere ad ogni uomo, regolando le vite di tutti i cittadini. Rousseau è un giusnaturalista in quanto supporta e propugna lo Stato Natura, lo Stato perfetto che tende ad essere corrotto dalla Società Civile. Per Rousseau il progresso e la scienza sono mali sociali perché egli vede in essi solo la distopia e non l’utopia. Per Rousseau, la ricchezza porta inevitabilmente alla corruzione della natura.
Grazie al giusnaturalismo, nascono le leggi della convivenza degli uomini all’interno della Società Civile, partendo dal presupposto che lo Stato di Natura, è un mondo perfetto. Rousseau è illuminista ma si distacca in alcuni aspetti dall’illuminismo; egli è anche contrattualista anche se si distacca anche dal contrattualismo. Il Contratto Sociale non cancellerà mai i diritti sociali ed i diritti naturali individuali dell’uomo. Per Rousseau, la Repubblica rappresenta la volontà generale; quindi non ci deve essere un Sovrano e nemmeno un Parlamento perché è la volontà generale che deve governare.
Rousseau crede fortemente nella tolleranza religiosa; la religione deve essere presente nella società civile, ma senza alcuna discriminazione. Per Rousseau la religione è una forma di espressione umana che deve rimanere al di fuori della questione dello Stato “Libera Chiesa, in libero Stato”. Rousseau (come Montesquieu) teorizza la divisione dei poteri dello Stato (Legislativo, esecutivo e federale)
- Legislativo Parlamento;
- Esecutivo (che applica le leggi del Parlamento) Sovrano;
- Federale (Politica estera) Sovrano.
I diritti di natura (libertà, uguaglianza, indipendenza) garantiti dalla volontà generale, portano ai diritti sociali; quindi i diritti naturali devono essere perfetti.
Saint Simon (1760 – 1825)
Teorizza l’importanza dell’opinione pubblica (Quarto Potere) nel dibattito politico. Egli vede la classe industriale come la classe dirigente che deve, tuttavia, sentire il pensiero delle masse. Saint Simon crede molto nella buona fede degli industriali che, avendo accumulato capitali, debbono pensare al bene del popolo. Per la prima volta dopo la Restaurazione, la Politica si unisce all’economia e viceversa. Un binomio interdipendente che viaggia sullo stesso binario.
Bentham (1748 – 1832)
A differenza di quanto avviene in Europa, la corrente liberale inglese si pone in continuità con l’illuminismo. Bentham assume nei confronti della rivoluzione francese un atteggiamento critico, ostile alla dottrina dei diritti. Il radicalismo riformistico di Bentham vuole opporre alla rivoluzione un progetto coerente di politica razionale, mettendo al bando retorica e linguaggio emotivo. Critica anche il giusnaturalismo nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, mostrando sia l’inesistenza di diritti sacri e inviolabili, sia i loro effetti distruttivi nella loro rivendicazione, poiché è implicita la resistenza alla legge che ne deriva.
Il suo progetto si basa su un’osservazione realistica ed una logica utilitaristica. Solo utilizzando la felicità come obiettivo, e l’utilità per paradigma si può arrivare ad una normativa efficace. Il solo motivo che giustifica la nascita delle leggi è quello di utilità comune. La sovranità appartiene al popolo, ma questo è incapace di assumere ruoli di governo, designando una minoranza di individui per esercitare il potere, dunque è una democrazia rappresentativa a suffragio universale, giustificato dal fatto che tutti gli uomini provano sia piacere che dolore. Teorizza dunque una democrazia liberale, accogliendo il principio di separazione e bilanciamento dei poteri di Montesquieu.
Tocqueville (Charles-Alexis-Henry-Maurice Clérel de Tocqueville, 1805 – 1859)
Tocqueville coglie gli aspetti del sanguinoso esperimento della rivolta del ’48, difatti emergevano alcuni nuovi pericoli, e gli elementi di moderazione del liberalismo contro il terrore, erano ora utilizzati contro il socialismo, mentre il ruolo decisivo del ceto medio acquistava tonalità difensive contro l’avanzare delle classi povere. Proprio per questo, i più grandi liberali si oppos...
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