Appunti di retorica, media e comunicazione
Introduzione: natura e funzione della retorica
Ai nostri giorni la parola retorica ha assunto sensi notevolmente diversi e alquanto divergenti. Per il senso comune retorica è sinonimo di «trionfo», di «artificioso», di «enfatico», di «declamatorio», di «falso». All’inizio degli anni Sessanta, gli accademici hanno comunque riscoperto la retorica e hanno restituito alla parola la sua nobiltà. Ci limiteremo a menzionare qui le due posizioni estreme. L’una, quella di Chaïm Perelman e Lucie Olbrecht-Tyteca, vede nella retorica l’arte di argomentare, e ne cerca i modelli soprattutto presso gli oratori religiosi, giudiziari, politici, persino presso i filosofi. L’altra, quella di Henri Morier, Gerard Genette, Jean Cohen e del Gruppo µ, fa della retorica lo studio dello stile, e più particolarmente delle figure. Per i primi, la retorica mira a convincere; per i secondi, viene a costituire la letterarietà di un testo. E tuttavia, c’è un elemento comune che potrebbe essere il più importante, cioè l’articolazione degli argomenti e dello stile in un’unica funzione. Nel dir questo, ci si riferisce alla retorica classica, quella che comincia con Aristotele e continua fino al XIX secolo. È a questa tradizione che ci rifaremo per definire la retorica.
1. Arte, discorso e persuasione
Ecco, dunque, la definizione che proponiamo: la retorica è l’arte di persuadere attraverso il discorso. Per discorso, s’intende ogni produzione verbale, scritta o orale, costituita da una frase o da una sequenza di frasi, che abbia un inizio e una fine, e che presenti una certa unità di senso. In base alla nostra definizione, la retorica non si applica a tutti i discorsi, ma solo a quelli che mirano a persuadere. Elenchiamo i principali: l’arringa difensiva, il comizio politico, il sermone, il volantino propagandistico, il manifesto pubblicitario, il pamphlet, la favola morale, la lettera di richiesta, il saggio, il trattato di filosofia, di teologia o di scienze umane. Si aggiungano il dramma e il romanzo purché siano «a tesi». Che cosa rimane allora di non retorico? I discorsi che non mirano a persuadere: il poema lirico, la tragedia, il melodramma, la commedia, il romanzo, i racconti popolari, le storie divertenti. Si aggiungano i discorsi a carattere puramente scientifico o tecnico: le istruzioni per l’uso rispetto al messaggio pubblicitario; la trattazione scientifica rispetto alla divulgazione; l’ordine rispetto allo slogan: non è retorico, persino una Gallia lo è pienamente. Indubbiamente la retorica antica dà alla parola discorso un senso decisamente più ristretto.
La retorica si basa dunque sul discorso persuasivo; o su ciò che un discorso ha di persuasivo. Che cosa significa dunque persuadere? Significa indurre qualcuno a credere. Alcuni distinguono rigorosamente persuadere da convincere, in quanto quest’ultimo consisterebbe non nel far credere ma nel far comprendere qualcosa senza riuscire necessariamente a far fare. In compenso, manterremo una distinzione del tutto pertinente in quanto inerisce al termine in sé:
- Pietro mi ha persuaso che la sua causa era giusta.
- Pietro mi ha persuaso a difendere la sua causa.
Distinzione capitale per poter comprendere la retorica, perché in 1) Pietro è arrivato a farmi credere qualcosa, mentre in 2) è riuscito a farmi fare qualcosa, senza che si sappia se io ci creda o no. A nostro avviso, la persuasione retorica consiste nel far credere 1), senza riuscire necessariamente a far fare 2). Se al contrario, essa riesce a far fare senza far credere, allora non è retorica. Persuasione che, tuttavia, non si ottiene né con denaro, né con le minacce. Quest’ultima è, dicevamo, un’arte. Questo termine è ambiguo, e lo è pure doppiamente. Innanzitutto, perché designa sia un’abilità spontanea che una competenza acquisita con l’insegnamento. Poi perché designa tanto una semplice tecnica, quanto all’apposto ciò che nella creazione supera la tecnica e si deve esclusivamente al genio del creatore. A quale o a quali di questi sensi si pensa quando si dice che la retorica è un’arte? A tutti. In primo luogo, esiste una retorica spontanea, un’attitudine a persuadere per mezzo della parola che forse non è innata, ma che non è dovuta nemmeno a una formazione specifica; e poi una retorica che s’insegna e che serve a formare dei venditori o degli uomini politici, a insegnare loro ciò che altri venditori, altri uomini politici sembrano sapere naturalmente. Quali sapranno riuscire più efficacemente, quali sapranno «fare meglio»? Senza dubbio i secondi. Ma nei secondi come nei primi, si ritroveranno gli stessi artifici, intellettuali o emozionali, quegli artifici che fanno della retorica una tecnica. Ma si tratta di una semplice tecnica? No, si tratta di ben altro. L’autentico oratore è un artista nel senso che è capace di trovare degli argomenti tanto più efficaci in quanto inattesi, delle figure di cui nessuno avrebbe avuto l’idea e che si rivelano appropriate; un artista le cui realizzazioni non sono programmabili e non si impongono che a cose fatte.
2. La funzione persuasiva: aspetto argomentativo e aspetto oratorio
La prima funzione della retorica discende dalla sua definizione: l’arte di persuadere. Il problema principale sarà sapere con quali mezzi si rende persuasivo un discorso. Per il momento ci limiteremo a una distinzione fondamentale. Tali mezzi sono di ordine razionale gli uni, di ordine affettivo gli altri.
| Ragione | Affettività |
| Argomenti riconducibili al ragionamento sillogistico (entimemi): si rivolge preferibilmente al grande pubblico. | Ethos: il carattere che deve assumere l’oratore per accattivarsi l’attenzione e guadagnarsi la fiducia dell’uditorio. |
| Pathos: fondati sull’esempio; punta su un uditorio specializzato, come un tribunale. Le tendenze, i desideri, le emozioni dell’uditorio, sui quali può far leva l’oratore. |
In definitiva, la funzione persuasiva del discorso comporta due aspetti: uno che si dirà argomentativo, l’altro oratorio. Si tratta di due aspetti che non sempre è facile distinguere. I gesti dell’oratore, il suo tono e le sue inflessioni di voce sono puramente oratori. Ma che dire delle figure di stile, quelle famose figure oratorie alle quali alcuni vogliono ridurre l’intera retorica? Una metafora, un’iperbole, un’antitesi sono in quanto contribuiscono a piacere o a commuovere, e tuttavia sono anche argomentative in quanto esprimono un argomento condensandolo, rendendolo più atto a creare stupore. La dimostrazione, invece, è un mezzo di convinzione puramente razionale, privo di qualunque componente affettiva e perciò del tutto estraneo al dominio della retorica.
3. La funzione ermeneutica
Una volta assodato che la retorica è l’arte di persuadere attraverso il discorso, occorre avere ben presente che il discorso non è mai un evento isolato. Al contrario, si oppone ad altri discorsi che l’hanno preceduto o che lo seguiranno, che possono anche essere impliciti, ma che contribuiscono tutti a dare senso e portata retorica al discorso. La legge fondamentale della retorica è che l’oratore – colui che parla o scrive per convincere – non è mai solo, in quanto si esprime sempre in concomitanza o in opposizione ad altri oratori, e sempre in funzione di altri discorsi. Ora, per riuscire persuasivo, l’oratore deve innanzitutto comprendere i suoi avversari, riconoscere i punti di forza della loro retorica, nonché coglierne i punti deboli. Questo lavoro di interpretazione, lo si fa tutti più o meno spontaneamente. Per essere un buon oratore, non basta saper parlare, bisogna anche sapere a chi si parla, comprendere il discorso dell’altro, occorre scoprirne le insidie, soppesarne la forza argomentativa e soprattutto cogliere il non detto. È questa la funzione ermeneutica della retorica, intendendo per ermeneutica l’arte di interpretare i testi. Nell’attuale corso di studi universitari, tale funzione è privilegiata, per non dire unica. Non si insegna più la retorica come arte di produrre discorsi, ma come arte di interpretarli.
4. La funzione euristica
L’arte di persuadere presuppone che uno non sia da solo, e può essere esercitata soltanto interpretando il discorso dell’altro. Ora, è proprio necessario persuadere? Si può pensare che la persuasione non sia che una maniera, senza dubbio la più insidiosa, di assumere il potere, di dominare l’altro attraverso il discorso. In realtà, se ci si serve della retorica, non è solo per ottenere un certo potere; è anche per sapere, per trovare qualcosa. Ed ecco la terza funzione della retorica, che chiameremo funzione euristica. In sostanza, una funzione mirante alla scoperta. Attualmente, quando parliamo di scoperta, pensiamo alla scienza, e la scienza non vuol avere nulla a che fare con la retorica. Il mondo qui preso in considerazione è quello della vita, che non comporta molte certezze scientifiche, tali da permettere quanto meno previsioni certe e decisioni irreprensibili. Nondimeno questo mondo non è del tutto in balia del caso, dell’aleatorio, del caos. Non si possono fare previsioni prive di un margine di dubbio, ma si possono fare previsioni più o meno sicure, aventi un certo tenore di probabilità. Come si fa dunque a trovare il verosimile? Richiamiamo la legge fondamentale della retorica: l’oratore non è mai da solo. Ciascuno, ed è questa la regola del gioco, difende la propria causa cercando di essere il più persuasivo possibile, e concorre così a una decisione che non è di sua pertinenza, ma che è incombenza di un terzo: il giudice. In un mondo privo di verità evidenti, di dimostrazioni assolute, di previsioni certe, nel nostro mondo umano, la retorica, perorando questa o quella causa, ha il ruolo di illuminare colui che deve pronunciare una sentenza. Contribuisce, là dove nessuna soluzione è scritta in anticipo, a trovare una soluzione. E lo fa istituendo fra parti contrapposte un dibattito, che senza gli «artifici» della retorica che lo rendono possibile, degenererebbero immediatamente in tumulti e violenze.
5. La funzione pedagogica
Se ci si riferisce ai programmi educativi del Medioevo e dell’età classica, si constata che alla retorica si assegnava solo la prima delle nostre tre funzioni, in quanto la funzione ermeneutica era riservata alla grammatica, e la funzione euristica alla dialettica. Nel capitolo seguente mostreremo che nella scuola stessa, grammatica, retorica e dialettica erano parti di un unico tutto, e che si sono sclerotizzate dal momento in cui si è cominciato a separarle. L’arte del discorso persuasivo implica l’arte dell’interpretazione e rende possibile quella della scoperta. Qual è dunque questo «tutto unico» di cui faceva parte la retorica? In termini attuali la cultura generale. Tocchiamo così l’ultima funzione della retorica, che si può definire funzione pedagogica. Alla fine del XIX secolo la retorica è stata soppressa nell’insegnamento scolastico e la parola stessa è stata cancellata dai programmi. Tuttavia, come avviene in genere nell’insegnamento, cancellando la parola non si è eliminata la cosa. La retorica è rimasta, ma è stata alienata, privata della sua unità interna e della sua coerenza. In ogni caso, i professori, quasi sempre a propria insaputa, fanno della retorica. Insegnare a comporre un testo secondo un progetto, a concatenare gli argomenti in modo coerente ed efficace, a sorvegliare il proprio stile, a trovare i giri di frase appropriati e le figure adeguate, a esprimersi con la scansione giusta e in maniera vivace non significa forse fare retorica nel senso più classico del termine? Si può pensare che si tratta di principi di alto valore formativo, e non rispettarli – non centrare la questione proposta, scrivere in modo scorretto, piatto, esagerato, confondere la tesi con l’argomento, esporre in maniera sconnessa, trincerarsi dietro gli stereotipi – è dar prova di incultura. Indubbiamente ci sono forme di cultura diverse da quella scolastica, ma non si dà cultura senza una formazione retorica e imparare l’arte del discorso persuasivo significa anche, anzi significa già imparare a «essere».
Capitolo 1. Le origini della retorica in Grecia
Nascita della retorica
La retorica è anteriore alla sua storia, anzi a qualsiasi storia. Perché è inconcepibile che gli uomini non si siano serviti del linguaggio per persuadere. Nondimeno, in un certo senso, è possibile affermare che la retorica è un’invenzione greca, al pari della geometria, della tragedia, della filosofia. Innanzitutto, i Greci hanno inventato la tecnica retorica, in quanto insegnamento distinto, indipendente dai contenuti, e tale da permettere di difendere qualunque causa e qualunque tesi. In secondo luogo, i Greci hanno inventato la teoria della retorica, insegnata non più in quanto utile sapere tecnico, ma in quanto riflessione mirante a comprendere. Scrivere una storia significa ripercorrere un tracciato evolutivo fatto di cambiamenti, di perdite, e di creazioni. Ora, paradossalmente, i Greci, fra il V e il IV secolo avanti Cristo, hanno elaborato la retorica che in seguito, «per due millenni e mezzo, da Gorgia a Napoleone III», non si è, per così dire, più mossa. Le diverse epoche arricchiscono questa o quella parte del sistema, senza però modificare il sistema. Ancor oggi, quando parliamo di retorica, ci riferiamo sempre alla retorica dei Greci.
1.1 L'origine giudiziaria
La retorica non è nata ad Atene, ma nella Sicilia ellenica intorno al 465, dopo l’espulsione dei tiranni. E la sua origine non è letteraria, ma giudiziaria. I cittadini che erano stati derubati dai tiranni reclamarono i loro beni, e la guerra civile fu seguita da innumerevoli contese giudiziarie. In un’epoca in cui non esistevano avvocati, bisognava fornire ai contendenti il mezzo di difendere la loro causa. Un certo Corace, allievo del filosofo Empedocle, pubblicò allora, con la collaborazione del proprio discepolo Tisia, un’arte oratoria, raccolta di precetti pratici accompagnati da esempi, a uso delle persone coinvolte in controversie giudiziarie. Corace dà inoltre la prima definizione della retorica come «artefice di persuasione». Poiché Atene manteneva con la Sicilia rapporti assai intensi, adottò immediatamente la retorica. Retorica giudiziaria, dunque, priva di valenza letteraria o filosofica, ma che rispondeva a una necessità di enorme portata. Non essendoci avvocati, i contendenti facevano ricorso ai logografi, specie di scrivani pubblici che redigevano le arringhe difensive, che poi venivano lette dinanzi al tribunale dagli stessi contendenti. I retori, dotati di un senso spiccato della pubblicità, offrirono ai contendenti e ai logografi uno strumento di persuasione che essi pretendevano imbattibile, capace di convincere chiunque di qualunque cosa. Una retorica siffatta argomenta a partire non dal vero ma dal verosimile. C’è da dire che questo è inevitabile, per noi come per i Greci. In effetti, se in ambito giudiziario si conoscesse la verità, non ci sarebbe più un ambito giudiziario. Ma il problema, per noi come per i Greci, è che le cattive cause hanno bisogno dei migliori avvocati, che meno una causa è buona, più essa dovrà far ricorso alla retorica. Lungi dall’esserne imbarazzati, i primi retori si vantavano di far trionfare le cause meno difendibili, di «rendere più forte il ragionamento più debole», uno slogan che domina tutta quest’epoca.
1.2 Il corax
Si ritiene che Corace abbia inventato a tal fine l’argomento che porta il suo nome, il corax, che appunto doveva servire ai contendenti che si trovassero più a mal partito. Il corax consiste nel dire che una cosa è inverosimile perché essa è troppo verosimile. Se, per esempio, l’imputato è forte, se tutte le apparenze sono contro di lui, invocherà a propria difesa per l’appunto il fatto che è talmente verosimile crederlo colpevole che non è verosimile che egli lo sia. Antifonte, il miglior rappresentante ad Atene della retorica giudiziaria, dà questo esempio di corax:
Se ora è verosimile che voi mi sospettiate, dato il grande odio che portavo alla vittima, è ancora più verosimile che io abbia previsto questo sospetto prima di agire, e non abbia quindi compiuto il crimine?
E il difensore insinua in seguito che i veri criminali hanno approfittato della verosimiglianza per commettere il reato impunemente. Il guaio è che si può ritorcere il corax contro il suo autore, e sostenere che egli abbia commesso il crimine dicendo a sé stesso che sarebbe sembrato troppo sospetto per essere sospettato, e sostenere che egli abbia addirittura accumulato appositamente indizi a proprio carico, per poterli in seguito confutare più facilmente.
- Argomento base: ha tutte le apparenze contro.
- Corax 1: per l’appunto, sapeva che sarebbe stato il primo a essere sospettato, e dunque verosimilmente non poteva commettere il delitto.
- Corax 2: ma anzi, poteva commetterlo appunto per questo, sapendo che così non sarebbe stato sospettato.
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