CAPITOLO 1: STATO E RELAZIONI INTERNAZIONALI
I CONFINI DELLA DISCIPLINA
Le relazioni internazionali designano contemporaneamente una realtà e la disciplina che la studia.
Come realtà, le relazioni internazionali possono apparire a prima vista storicamente onnipresenti; in
questo senso, relazioni internazionali possono essere considerate quelle che si svolsero tra le poleis
greche, tra Roma e Cartagine o tra i regni combattenti cinesi. Se le relazioni internazionali sono
quelle che si svolgono tra le unità politiche protagoniste in ciascuna epoca storica, allora la natura
delle prime non può essere indipendente dalla natura delle seconde. Le relazioni internazionali
cambiano dunque radicalmente nel corso della storia a seconda della natura degli attori principali e
delle diverse entità che compongono il sistema. L’esistenza di relazioni internazionali presuppone
quella di unità politiche in grado di distinguere tra sfera interna e sfera esterna, quindi relazioni
propriamente internazionali non possono sussistere in tutti quei contesti storici nei quali questa
distinzione non esiste. Questa situazione era quella del Medioevo europeo, infatti solo col suo lento
superamento ha potuto imporsi la distinzione tra ordine interno e ordine internazionale come due
ambienti sociali politicamente e giuridicamente distinti. Lo stesso non si può dire delle relazioni
internazionali intese come disciplina: sebbene una riflessione politica, giuridica, filosofica e
diplomatica abbia sempre accompagnato la realtà della politica internazionale [*** TUCIDIDE]
(quindi i concetti che usiamo hanno un trascinamento di significato di cui NON possiamo liberarci),
quella che viene attualmente designata come teoria delle relazioni internazionali è una disciplina
recente, sviluppatasi nei primi decenni del Novecento a partire dalla Gran Bretagna (nel 1919 con la
prima cattedra di International Politics) e trasmigrata da lì a poco soprattutto negli USA: la stessa
traiettoria della transizione egemonica che ha segnato il Novecento anche sul terreno politico,
economico, militare ed ideologico. Questo restringimento di orizzonte ha influenzato:
● La selezione dei problemi
● Il modo in cui questi sono stati trattati
● La disciplina si è rivolta al secolo a cui è appartenuta, in particolare alla Guerra Fredda
(sottovalutando il rapporto del Novecento con i secoli che l’hanno preceduto).
[***TUCIDIDE] Uno degli autori più importanti è Tucidide, che ha scritto la cronaca della guerra
del Peloponneso ma non è ricordato come il padre degli storici perché il suo intento non è
raccontare quello che è successo nè spiegare la concatenazione degli eventi, egli cerca di capire le
regole di comportamento (non in senso normativo ma come gli attori si sono comportati e perché):
in questo può essere visto come un predecessore dei politologi. Tutti quelli che hanno agito così
l'hanno fatto perché hanno perseguito l'obiettivo principale della sicurezza della polis, non c'è
arroganza, Atene ha visto il potere incustodito e ha provato a raccoglierlo (anche se ha fallito).
Altrimenti l'avrebbe fatto qualcun altro e l'avrebbe usato contro di lei. Tucidide ha mostrato la
strada del realismo politico (partire dalla realtà per capire), il cui opposto è l'utopismo. Ma secondo
lui la sicurezza è articolata in obiettivi più particolari: timore (paura che qualcuno diventi più forte),
utile (ricchezza), desiderio di essere onorati (essere temuti). Tucidide ci ricorda che il nostro mondo
deriva in parte dal mondo delle città-stato greche, un mondo antagonistico dove le città si facevano
sempre guerra tra loro e ognuna era autonoma dalle altre. Non avevano l’idea di pace universale,
parte del nostro mondo è ancora così. La nostra contemporaneità però è fatta anche di influssi
medio-orientali legati alla sfera religiosa, se pensiamo al concetto di pace universale viene da qui e
dalla pax romana. Questo universalismo ha prevalso su quella della pax romana perché l'impero è
caduto mentre il cristianesimo è rimasto.
DEFINIZIONE SISTEMA INTERNAZIONALE - PARSI
Noi studiamo il Sistema (insieme di relazioni) Politico (ci interessa solo la dimensione politica, non
vuol dire che le altre siano meno importanti) Internazionale (relazioni politiche che intercorrono tra
nazioni), quindi parliamo di attori autonomi ma interdipendenti tra loro. Dovremmo dire Interstatale
ma diciamo così perché in inglese stato si dice NATION quindi INTERNATIONAL. La politica
internazionale è fatta di continuità e cambiamenti, quindi il significato di un confine oggi è diverso
da quello di una volta; essi continuano a contare. INTERMESTIC (international and domestic)
riguarda la dimensione interna ma anche la dimensione internazionale: parola inventata
recentemente dal politologo egiziano Korany osservando la realtà particolare del mondo arabo (es.
la questione palestinese non è confinata solo nell'ambito esterno). È stata utilizzata anche da altri
per descrivere quei fenomeni che non hanno a che fare né solo con la sfera domestica né solo con
quella internazionale, ma con entrambe.
IL SISTEMA POLITICO INTERNAZIONALE MODERNO
Quando oggi si parla di relazioni internazionali si danno per scontate due cose: che al di sopra
dell’articolazione in aree regionali e sub regionali diverse il mondo attuale costituisca un sistema
unitario tenuto insieme da una fitta rete di interdipendenze (ciò che noi chiamiamo
globalizzazione), e che gli stati siano gli attori più efficienti degli altri o almeno gli unici titolari del
diritto politico di impiegare legittimamente la forza. Questo presunto dato di fatto della politica
internazionale contemporanea come politica interstatale costituisce il risultato di un processo
storico relativamente recente. Alla fine del Quattrocento infatti il mondo era diviso in diversi
sistemi internazionali pre-globali privi di rapporti tra loro oppure con rapporti sporadici; solo tra il
XVI e il XVIII secolo il mondo cominciò ad essere percepito e sperimentato come un’unità, ma fu
necessario attendere fino alla metà dell’Ottocento perché l’unificazione del sistema e della società
internazionale subissero l’accelerazione decisiva con l’integrazione delle diverse aree regionali in
un unico teatro politico-strategico. Il passaggio dalla convivenza medievale a quella moderna
avvenne in modo lento e discontinuo in connessione con l’affermarsi dello Stato, caratterizzato
dalla piena sovranità e dal non riconoscimento di autorità superiori a sé, dalla pretesa di una fedeltà
esclusiva da parte della propria popolazione e dall’esistenza di confini precisi. L’opinione più
diffusa individua nella pace di Vestfalia del 1648 l’atto di nascita definitivo del sistema
internazionale moderno – tanto da designarlo sempre più comunemente come sistema vestfaliano.
La fine, sanzionata proprio a Vestfalia a conclusione della guerra dei Trent’anni, del lungo ciclo di
guerre civili di religione simboleggia il fallimento dell’ultimo tentativo di riunificazione del
continente europeo sotto lo scettro imperiale e l’affermazione, al suo posto, di un sistema
pluralistico di stati indisponibili a riconoscere fonti di legittimità e autorità superiori a loro.
1. Anarchia, insicurezza e guerra
La mancanza di governo è il primo e principale contrassegno del sistema politico internazionale
moderno. La differenza tra politica interna e politica internazionale sta proprio in questo: tra un
ambiente sociale nel quale un’agenzia dotata del monopolio dell’uso della forza legittima fornisce
sicurezza e un ambiente nel quale, al contrario, la mancanza di un’agenzia dotata dello stesso potere
condanna tutti i soggetti a procurarsi gli stessi beni da sé. Questa condizione viene tradizionalmente
definita come anarchia internazionale. Il sistema politico internazionale è privo di governo ma
non per questo (sempre) disordinato: anzi il problema principale della teoria delle Relazioni
Internazionali è stabilire come sia possibile e a quali condizioni ottenere l’ordine malgrado
l’anarchia. Dall’altro lato però l’anarchia ha spinto i contendenti a migliorare la propria efficienza.
Il ritrovarsi in un ambiente privo di governo richiama la raffigurazione dello stato di natura di
Hobbes. Condannando tutti i soggetti all’autodifesa, la mancanza di un’autorità a cui rivolgersi per
tutelare, promuovere o ristabilire i propri diritti condanna ciascuno a preoccuparsi delle intenzioni
degli altri. Mentre la mancanza di un organo in grado di garantire il soddisfacimento delle promesse
fa sì che le intenzioni altrui possano sempre apparire sospette o essere del tutto fraintese. Questo
gioco di percezioni risulta spesso attenuato o del tutto disinnescato grazie a “produttori pubblici di
fiducia” quali la somiglianza culturale, le istituzioni o la stessa continuità delle relazioni tra gli
attori; ogni volta che questi freni non operano o cessano di operare l’anarchia internazionale piega
verso quella condizione che la teoria contemporanea delle Relazioni Internazionali definisce
dilemma della sicurezza. Anche quando nessuno tra gli stati ha intenzione di attaccare gli altri,
essi possono continuare a temere che le rispettive intenzioni non siano destinare a restare pacifiche
e, quindi, possono sentirsi costretti ad accumulare in anticipo potenza per la difesa; l’incremento di
potenza di ognuna delle parti provoca il corrispondente aumento delle altre. Il contesto anarchico
offre contemporaneamente alla violenza una condizione permissiva, un insieme peculiare di limiti e
una possibile via d’uscita, nella quale si rispecchiano le tre grandi tradizioni di pensiero: quella
hobbesiana (la guerra non è solo un atto di combattimento, ma è anche la diversità dei modi con
cui si organizza la forza), quella groziana e quella kantiana. La prima è fondata sull’analogia tra
l’anarchia internazionale e qualunque altra forma di anarchia: ogni volta che manca un’agenzia alla
quale rivolgersi per tutelare o promuovere i propri diritti, ciascuno farà assegnamento sulla propria
forza e sulla propria capacità per premunirsi contro tutti gli altri; necessità di impedire una violenza
senza fine. Grozio: Dal momento che nessun contesto sociale può sopravvivere senza soddisfare
almeno quelli che Hedley Bull definisce come gli obiettivi elementari (limitazione della violenza,
mantenimento delle promesse e stabilizzazione del possesso), sin dalla sua nascita anche il sistema
internazionale moderno ha sviluppato delle istituzioni necessarie per poter mantenere l’ordine e per
far fronte ai cambiamenti. A questo tessuto appartengono la nascita e il successivo sviluppo del
diritto internazionale. Tali istituzioni, che la Scuola inglese delle Relazioni internazionali ha
riassunto nel concetto di società internazionale e Carl Schmitt nell’esperienza politica e giuridica
dello “ius publicum europaeum”, sarebbero già sufficienti a discostare l’anarchia internazionale
dalla raffigurazione hobbesiana dell’anarchia. Ma il punto di fuga vero e proprio tra l’una e l’altra è
proprio la guerra. Il tentativo di limitare ruolo e portata della violenza è la prestazione fondamentale
e costante del diritto internazionale moderno. Anarchia e diritto secondo Schmitt non si escludono
necessariamente, infatti spiega le guerre interstatali europee avvenute tra il XVII e il XV secolo
come processi ordinati pienamente giuridici. Qui la guerra può figurare persino come il contrario
del disordine, al contrario della prospettiva hobbesiana. Il legame essenziale tra ammissibilità della
guerra e la forma anarchica della convivenza internazionale può suggerire la tentazione di liberarsi
del tutto della prima superando la seconda. Questa tentazione è al centro della terza grande
tradizione delle Relazioni Internazionali, quella kantiana, che ha acquistato un ruolo di primo piano
nella riflessione politica, filosofica e giuridica contemporanea: tracciare limiti spaziali e temporali
allo scontro per limitare la violenza (“progetto per la pace perpetua”). Su questa ide le Nazioni
Unite hanno limitato il ricorso alla forza legittima da parte dei singoli stati (In sostanza Kant vuole
liberarsi dalla guerra per superare l’anarchia, tramite la creazione di istituzioni, organizzazioni e
governi internazionali).
2. Anarchia o anarchie? La politica internazionale come politica interstatale
L’analogia tra anarchia internazionale e stato di natura hobbesiano è soltanto apparente: è proprio
nello scostamento tra l’una e l’altro che è possibile riconoscere le peculiarità del sistema politico
internazionale moderno, rispetto ad altre forme possibili o già realizzate di anarchia. La prima
differenza investe la dimensione fondamentale del potere: un contesto anarchico può comprendere
soggetti egualmente in grado di nuocersi oppure no, invece lo stato di natura di Hobbes comprende
uomini con eguale capacità di uccidersi. L’anarchia non si basa sull’eguaglianza, perché nell’ambito
internazionale gli attori possono uccidere in modo e quantità diverso, ma mai nella stessa misura
[es.USA]. Waltz ed Aron definiscono ciò, come la natura oligopolistica della politica
internazionale. L’equilibrio, le alleanze, la rete di rapporti diplomatici suggerisce anche la seconda
differenza tra l’anarchia internazionale e altre possibili forme di anarchia: oltre che eguali o
diseguali, gli attori che si muovono in un ambiente anarchico possono avere relazioni più o meno
continue tra loro. Possono non avere mai occasione di incontrarsi (Hobbes) o possono essere
condannati a non potersi isolare gli uni dagli altri (sistema internazionale). Qui sta il significato del
termine sistema internazionale: un sistema in cui non è possibile isolare la sovranità di ogni singolo
sovrano da ogni altro, ma anzi si è costretti ad avere riguardo per tutti gli altri. Il principio di
sovranità (gli stati sono gli unici attori titolari della legittimità e possono imporre leggi, anche con
la forza) ha potuto imporsi come il principio normativo fondamentale o costituzionale della politica
internazionale moderna, ha stabilito chi fossero i soggetti della coesistenza ed ha affermato l’idea
della società di stati come forma di organizzazione politica dell’umanità. Al posto della guerra di
tutti contro tutti dello stato di natura di Hobbes, nell’anarchia internazionale moderna non tutti i
soggetti sono ammessi all’universo di pace e della guerra (sono tenuti a diventare stati e a rispettare
certe procedure, cioè quelle della società e del diritto interstatale).
IL SISTEMA INTERSTATALE COME ECCEZIONE STORICA
Assistiamo dunque all’equiparazione tra sistema internazionale e politica interstatale: gli stati si
sono imposti come i principali attori sul terreno dell’effettività, come gli unici titolari della piena
legittimità internazionale e come gli unici soggetti autorizzati a creare norme comuni, amministrarle
o imporle con la minaccia e l’uso della forza (secondo Bull, gli stati formano una società
anarchica). Non è un caso che quando si discute di quale ordine potrà assumere in futuro il nostro
sistema internazionale, si ricorra ancora all’alternativa tra unipolarismo e multipolarismo. Così
come non è un caso che per condannare il terrorismo internazionale si dia per scontato che certi
soggetti non siano autorizzati a impiegare la violenza, mentre gli stati abbiano il diritto o persino il
dovere di combatterli. Tuttavia bisogna tenere a mente che l’equiparazione tra politica
internazionale e interstatale costituisce una quasi assoluta eccezione storica: nella maggior parte
dell’esperienza storica al posto del complesso di prerogative e diritti proprio del concetto moderno
di sovranità convissero molteplici forme di omaggio, dipendenza e semi dipendenza insieme al
riconoscimento di una fonte di legittimità comune. Quest’equiparazione, tra politica internazionale
ed interstatale, suona come un problema per Wight perché la “Power Politics” implica due
condizioni:
- unità politiche indipendenti che non riconoscono organi superiori
- queste unità politiche devono avere, tra loro, relazioni continue ed organizzate.
Alcuni precedenti storici, individuati da Watson e Wight, sono il sistema interstatale greco-
ellenistico del VI-IV secolo a.C., quello cinese dei regni combattenti, quello italiano della seconda
metà del Quattrocento. Quello moderno presenta però caratteristiche che gli altri non possedevano,
quali un sistema diplomatico istituzionalizzato, una classe di grandi potenze e il diritto
internazionale.
1. Il carattere circoscritto e parziale della politica interstatale
L’aspetto interstatale delle relazioni internazionali ha sempre costituito uno spazio chiuso e
circoscritto, dominato dal monopolio statuale sui due strumenti classici della politica estera, la
diplomazia e la forza, e aperto sui loro rispettivi esiti, la pace e la guerra. Tutto attorno ha sempre
continuato a fiorire una società transnazionale composta oltre che dagli stati da una varietà di altri
soggetti, da attori potentissimi quali le compagnie commerciali e i singoli individui. Lungo tutto
l’arco di vita del sistema internazionale moderno questo equilibrio tra relazioni interstatali e
relazioni internazionali non-statali ha continuato a spostarsi, per effetto di fattori interni ai singoli
stati o fattori internazionali come quello segnalato da Aron dell’oscillazione tra sistemi
internazionali ideologicamente omogenei a sistemi internazionali ideologicamente eterogenei: la
società transnazionale è tanto più viva quanto maggiore è la libertà di scambio, di migrazione o d
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