Le relazioni internazionali
Due teorie
Relazione fra teoria delle relazioni internazionali e realtà politica internazionale: la realtà influenza fortemente la teoria; le scienze sociali hanno inevitabilmente un rapporto stretto con la realtà che vanno a studiare (es. con la guerra fredda gli interrogativi si sono soffermati sulla comparazione tra sistema multipolare e sistema bipolare; oggi la confusione in merito sono segnali di un'epoca in cui vige una crisi interpretativa dovuta al rapporto con una realtà difficile). C'è un legame simbiotico tra realtà internazionale e processo di apertura/confusione metodologica della disciplina delle relazioni internazionali.
Dal realismo al liberismo: si parte dal paradigma dominante, cioè il realismo [(e a partire dagli anni '70 il neorealismo (Waltz)], andando via via verso il liberismo.
Le relazioni internazionali: nome e oggetto
Sono un campo di studio nell'ambito disciplinare della scienza politica che ha come oggetto le relazioni internazionali; sono quindi una branca della scienza politica ma come ambito di ricerca specifico. In alcuni Paesi (in particolare quelli anglosassoni e gli USA) viene considerata una vera e propria branca autonoma; in Paesi come l'Italia il processo di autonomizzazione è rimasto a metà.
L'obiettivo è quello di scoprire leggi o almeno correlazioni nelle relazioni tra Stati e altri attori internazionali; è un tentativo di leggere nella storia internazionale delle regolarità, fino ad arrivare perfino ad assurgere delle leggi. È una disciplina che porta lo stesso nome dell'oggetto che studia (come l'economia) e questo rimanda a un rapporto intimo tra i fatti internazionali e la difficoltà di scindere lo studio della realtà internazionale dalla realtà stessa. Il politologo internazionalista ha meno materiale a disposizione rispetto al politologo di scienza politica in quanto non può creare esperimenti di laboratorio: non può sperimentare o comparare (confronta epoche diverse, condizioni di sviluppo nettamente diverse e le variabili di disturbo sono molteplici; può comparare due guerre, ma difficilmente ne troverà due accadute simultaneamente con conseguenze causali comparabili); quindi, le relazioni internazionali sono considerate il fanalino di coda della scienza politica.
Il rapporto strettissimo coi fatti coincide con il rapporto strettissimo con l'induzione: lo studioso parte dal particolare, dall'esperienza, per cercare di generalizzarne le scoperte. È difficile trovare due sistemi con polarità diverse, anzi impossibile, e questo costringe il teorico a comparare tra epoche diverse attraverso l'induzione.
Relazioni internazionali: disciplina multiforme
Le relazioni internazionali sono un insieme composito e poliedrico di approcci teorici; nei manuali non ci sono teorie elencate, al contrario ci sono una serie informe di teorie, analisi, teorie formalizzate secondo modelli quasi quantitativi e matematici, altre molto discorsive. Le ragioni sono tre:
- Complessità dell'oggetto di studio: poter studiare un partito o un sistema di partiti implica una raccolta di informazioni gravosa ma maneggevole, mentre tentare di studiare le cause della prima guerra mondiale tira in gioco una serie di cause che difficilmente un ricercatore può gestire. Con l'astrazione è possibile estrarre dei fattori.
- Pluralismo teorico e metodologico: non si è mai affermato un paradigma che presentasse teorie inequivocabili e indiscusse.
- Livelli di analisi: ci si scontra con tre livelli di analisi che continuano a interagire tra loro, cioè l'individuo, lo Stato e il sistema internazionale; il terzo livello è quello proposto da Waltz, per studiare le relazioni devo studiare le variabili a livello sistemico. Il secondo livello, invece, è quello che solitamente viene riconosciuto come campo di studio delle relazioni internazionali (relazioni tra Stati).
Le relazioni internazionali: la storia della disciplina
Le origini
La data di nascita delle relazioni internazionali è il 1919, anno in cui viene istituita la prima cattedra in Galles con il nome International politics; non si occupa ancora di relazioni internazionali così come si intendono oggi. L'ambiente culturale e il periodo storico in cui nascono le relazioni internazionali è lo stesso in cui nascono le altre scienze sociali più vicine alla scienza politica, ed è il contesto del tardo positivismo; il positivismo nasce nella prima metà dell'800 in Francia, movimento intellettuale che propone uno studio dei fenomeni sociali di carattere empirico alle scienze sociali. Affonda le sue radici nell'Illuminismo e nella seconda metà dell'Ottocento viene deliberatamente applicato ai fenomeni sociali, con la conseguente nascita delle scienze sociali e l'ambizione intellettuale del positivismo è trattare questi fenomeni nello stesso modo in cui le scienze trattano i fenomeni naturali.
Il positivismo diventa un programma scientifico di studio delle scienze sociali, cercando di eliminare l'astrattismo; il positivismo diventa presto l'ideologia di riferimento della borghesia industrializzata e progressista, ossia il ceto sociale che registra un'ascesa sociale e ha di coerente con il positivismo una fiducia quasi cieca nel progresso umano attraverso studio scientifico dei fenomeni umani e applicazione di ricette fondate per la risoluzione di problemi sociali.
Nasce anche la scienza politica, in Italia con la pubblicazione di un libro di Gaetano Mosca nel 1896, "Elementi di scienza politica", facendo propri gli approcci del positivismo; il punto per la scienza politica è andare oltre l'astrattismo del diritto costituzionale e della filosofia politica, ponendosi in una zona autonoma rispetto a queste due discipline, che hanno la colpa di essere troppo astratte (in particolare il diritto costituzionale idealista, in cui la forma di astrattismo è legata alla norma). La scienza politica si presenta come un tentativo di studiare la realtà per quello che è, in modo empirico, cercando di ricavare le leggi che fondano i fenomeni sociali.
Le relazioni internazionali arrivano in ritardo, nel 1919, perché il contesto del positivismo è di pace, di fioritura intellettuale e benessere economico; dopo le campagne napoleoniche, l'Europa vive in pace fino alla prima guerra mondiale (a parte la guerra di Crimea e la guerra franco-prussiana, che però sono marginali, brevi e non alterano gli equilibri del potere). Nasce la scienza politica ma gli affari internazionali non sono immediatamente oggetto di interesse; a rompere l'illusione arriva la prima guerra mondiale. Sarà una guerra completamente diversa rispetto a quelle precedenti, sconvolge l'Europa e segna una cesura fondamentale nelle relazioni internazionali europee (prima l'Europa dominava il resto del mondo culturalmente, militarmente ed economicamente):
- Innesca una mobilitazione totale: in Europa mobilitò 60 milioni di soldati; i civili morti sono 7 milioni, solo una piccola parte muore per gli effetti collaterali delle missioni militari: muoiono per carestie, epidemie, ecc. I progressi tecnologici piegano tutta la società e l'economia di un Paese si trasforma in economia bellica.
- Viene chiamata dagli storicisti guerra civile europea, che avviene all'interno di uno Stato, fratricida, che spezza i legami di fedeltà; viene interpretata come fallimento della diplomazia, del progetto illuminista di gestire la politica internazionale con mezzi pacifici.
- Eredità della guerra: se tutte le guerre precedenti avevano potuto alterare gli equilibri politici e i disegni egemonici di alcuni imperatori, non avevano mai messo in discussione la centralità dell'Europa, considerata un elemento da preservare; la centralità dell'Europa si consuma definitivamente con la seconda guerra mondiale, quando si affermano USA e URSS. Inoltre, per la prima volta a Versailles a controllare le trattative di pace c'è il Presidente americano, imponendo agli europei una pace di 14 punti, squalificando la diplomazia segreta, chiedendo il rispetto del principio di autodeterminazione e proponendo il primo progetto di sicurezza collettiva con l'obiettivo di gestire le dispute internazionali per via pacifica, giuridica e istituzionale.
- Ridisegnamento geo-politico: spariscono l'impero russo, l'impero austro-ungarico (questione dei Balcani) e l'impero ottomano (questione del Medio Oriente e del Nord Africa). Si creano due zone tradizionali di instabilità: sponde del Nord Africa e Est Europa.
I teorici delle relazioni internazionali reagiscono alla realtà e creano una cattedra con l'obiettivo programmatico preciso di evitare un'altra guerra simile; viene insignito della cattedra il professor Alfred Zimmern.
La tradizione di riflessione di affari internazionali è ricca: un manuale importante è "La guerra del Peloponneso" di Tucidide: quasi tutti i testi che trattano l'equilibrio di potenza usano come fondamento questo manuale. Un autore del Medioevo è Sant'Agostino e la sua idea di guerra giusta: oggi le dottrine di intervento umanitario (=insieme di criteri che ci dicono se un intervento può essere considerato umanitario o meno) finiscono per essere delle sorte di aggiornamenti della teoria della guerra giusta di Sant'Agostino (legittimata da un alto potere, con possibilità di successo, che crea meno danni in proporzione ai benefici che porta); nella fase moderna ci sono riferimenti anche in Machiavelli e Hobbes, poi Kant (ispiratore dell'idealismo relazionato alla politica internazionale) e Tocqueville.
Il primo obiettivo della branca di una disciplina è cercare di distinguersi da discipline affini o per metodo o per oggetto o per entrambi; le relazioni internazionali rivendicano rispetto a diritto internazionale, storia militare (principalmente le relazioni internazionali si sono occupate di guerra, ma l'intento era diverso), storia diplomatica ed economia internazionale un oggetto diverso: rileggere gli stessi fatti pretendendo di scoprirne leggi e regolarità. L'oggetto che rivendicano è lo studio delle relazioni tra gli Stati pretendendo che queste presentino differenze rispetto alle relazioni politiche interne agli Stati. La guerra è la manifestazione più evidente della differenza tra affari politici interni e affari politici internazionali: i primi sono all'ombra di un governo e in un contesto di pace, gli altri rimangono un contesto bassamente istituzionalizzato. Per questo il contesto internazionale è quello più propenso alla violenza, mentre nel caso della politica interna ci può essere guerra civile, occasione in cui salta la statualità.
Dibattiti
Le relazioni internazionali attraversano fasi caratterizzate da dibattiti diversi lungo tre binari.
Ontologia
Si riferisce alla natura più profonda della politica internazionale. Su questo piano sono riconoscibili le tradizioni di:
- Hobbes: da cui nasce il realismo, la natura più profonda è identificabile con lo Stato di natura in cui tutti gli uomini sono un pericolo per gli altri uomini; la guerra è una possibilità costantemente presente nella vita degli Stati. Questo perché l'uomo esce dallo Stato di natura nel momento in cui si sottomette ad un'autorità, quindi il sistema internazionale è sempre rimasto anarchico, cioè privo di un governo centrale; la natura più profonda della politica internazionale è quella che la identifica con lo Stato di natura, gli Stati si preparano costantemente e badano alla propria sicurezza da sé.
- Kant: opposta a quella di Hobbes, ha dato vita all'idealismo; la pace sociale non viene creata solo perché i cittadini si sottomettono ad un'autorità che garantisca loro sicurezza e pace, ma anche perché in loro è inscritta una legge naturale che li porta a tendere verso rapporti pacifici. Questa visione è simile a quella di Locke e lo Stato si crea per rafforzare la pace grazie alla ragione e alle capacità dell'uomo di comprendere; quindi la politica internazionale non è intrinsecamente luogo di conflitti, l'essenza unica dipende da che punto è l'uomo nel disvelare le ragioni più profonde, non per forza sottoponendosi ad un'autorità mondiale.
- Grozio: posizione intermedia; Bull appartiene a questa tradizione che muove dal realismo alla Hobbes ma ne prende le distanze senza arrivare ad abbracciare la proposta di Kant. La visione groziana ha dato vita alla scuola inglese di relazioni internazionali; la politica internazionale si muove in un contesto anarchico, ma in determinate condizioni gli Stati riescono a vivere più o meno pacificamente tra loro senza autorità per ragioni concrete. È una natura ibrida.
Gli autori sono collocabili quasi tutti lungo un continuum.
Epistemologia
La questione riguarda i criteri generali di validità del sapere scientifico applicati alle relazioni internazionali. La grande divisione è tra:
- Teorie esplicative: figlie del positivismo, che spiegano la realtà e ammettono che c'è una realtà internazionale fuori dall'influenza e dal pensiero del teorico che può essere studiata come oggetto, empiricamente; si possono trovare variabili dipendenti e indipendenti, adottate dalla teoria economica e buona parte della scienza politica.
- Teorie costitutive: gli uomini non possono studiare i fenomeni sociali come studiano le leggi della fisica perché gli uomini sono coinvolti nei fenomeni sociali che studiano, non possono proporre teorie esplicative; le teorie proposte dalle scienze sociali tendono ad avere un influsso sul dibattito pubblico e finiscono per costituire esse stesse una parte del fenomeno politico che studiano.
Anche in questo caso si tratta di un continuum, da un lato il positivismo puro con la prospettiva esplicativa pura e incline all'utilizzo di metodi quantitativi, dall'altro il costruttivismo spinto (uno degli scritti più famosi è di Alexander Welt, che scrisse un famoso articolo intitolato "L'anarchia è ciò che gli Stati fanno dell'anarchia": i decisori politici si comportano di conseguenza a quanto insegnato dagli studiosi politici).
Metodologia
Ha un livello di astrazione ancora più basso, il centro del contendere è il metodo migliore che si dovrebbe adottare per capire la politica internazionale; le due posizioni sono:
- Tradizionalista: Bull scrisse un famoso articolo in cui sostiene che l'eccesso di rigore ridurrebbe la politica internazionale a micro-fenomeni.
- Comportamentista o scientista: l'approccio è empirico, si può osservare ciò che è empiricamente osservabile, quindi il comportamento concreto degli Stati per cercare correlazioni con altri fattori e meccanismi causali che portano a quei comportamenti. Si osserva nella maniera più distaccata possibile; Bull era molto scettico perché il comportamento riduce drasticamente il campo d'indagine delle relazioni internazionali, accettando un tasso di rigore meno stringente è possibile studiare la politica internazionale.
Il continuum è tra deduzione (dei comportamentisti) e induzione (dei tradizionalisti).
La differenza tra induzione e deduzione è di logica: la deduzione pretende di spiegare un fenomeno partendo da assunti che sono astratti dalla realtà, cercando in modo logico e coerente di trarre preposizioni teoriche (processo inizialmente tutto teorico, basato su assunti che vengono astratti dalla realtà in maniera arbitraria); l'induzione prevede lo studio immediato della realtà di un singolo caso sul piano concreto raccogliendo dati e solo successivamente si cerca di trarre generalizzazioni da quel caso concreto. Bull adotta un approccio induttivo e Waltz uno deduttivo.
La storia dei dibattiti nelle relazioni internazionali
- Anni '30-'40: idealismo e realismo; stagione di nascita del realismo classico: da questo dibattito esce vincitore il realismo soprattutto a causa della seconda guerra mondiale, che smentisce i progetti idealistici dell'idealismo. Il dibattito verte sulla natura del potere e della politica internazionale.
- Anni '50-'60: dibattito metodologico tra tradizionalisti e comportamentisti (dibattito Kaplan-Bull sul classic approach: Bull sostiene l'approccio tradizionale, Kaplan è esponente della corrente neopositivista ed è un comportamentista). Sul metodo di studio della politica internazionale.
- Anni '79-'90: neo-realismo e neo-istituzionalismo (i neo-istituzionalisti cercano di fronteggiare la sfida realista cercando di mostrare come le istituzioni hanno un ruolo a livello internazionale; le istituzioni internazionali hanno un ruolo all'interno degli Stati e lo fanno con lo stesso approccio realista). Sul ruolo delle istituzioni.
- Dopo la fine della Guerra Fredda: riscoperta di nuovi approcci teorici, le nuove teorie post-positiviste, la teoria critica e il costruttivismo mettono in discussione i fondamenti conoscitivi delle relazioni internazionali, in particolare per il fallimento del realismo. Sulla natura della conoscenza (dibattito epistemologico).
- Prima guerra mondiale: trionfo dell'idealismo per una serie di passaggi politici e istituzionali (Società delle Nazioni, nuovo clima politico europeo, fiducia nella capacità di evitare un'altra guerra con il Patto di Locarno); Patto dei cereali. Domina l'idea che attraverso ragione, progresso umano, civiltà e cultura i popoli europei potessero evitare una nuova guerra. Negli anni '30 c'è l'invasione da parte del Giappone della Manciuria, dell'Etiopia da parte dell'Italia e le occupazioni di Hitler e questo dimostra che l'Europa è divisa e che la pace non è garantita ('29: crisi economica); si riscopre il realismo.
- Seconda guerra mondiale: libri di Edward Carr e Hans Morgenthau (realismo classico applicato alla politica internazionale).
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