Psicologia dello Sviluppo
- Appunti
Riflessi
Temi:
1. Riflessi e segnali comunicativi preverbali (pianto e sorriso)
2. Moduli comportamentali innati nella cura della prole
La concezione del bambino
Negli ultimi anni l’attenzione all’infanzia e le ricerche sulle competenze cognitive ed emotive
precoci hanno modificato l’immagine del bambino: prima si pensava che il bambino fosse privo di
capacità e competenze, ora viene considerato non più come un passivo ricettore di stimoli, ma
come un soggetto attivo nell’elaborazione delle esperienze e come dotato di prerequisiti percettivi
e cognitivi precoci che si sviluppano grazie all’interazione con l’ambiente.
La predilezione non è per il mondo degli oggetti, ma è rivolta essenzialmente al mondo delle
persone.
Il bambino possiede prerequisiti alla comprensione sociale, quindi non vere e proprie competenze,
ma delle capacità che si devono ancora sviluppare. Questi prerequisiti lo portano a sviluppare
precocemente delle capacità di individuazione, riconoscimento attraverso tutta la gamma delle
sensazioni.
Il neonato possiede dei prerequisiti percettivi che lo portano ad orientarsi verso altri essere umani,
egli è predisposto al rapporto con gli altri. Quando il bambino nasce fin da subito gli adulti
tendono ad osservare il neonato e attribuirli delle competenze e delle capacità. È un gioco
reciproco.
QUESITO Marco è nato da qualche giorno e i genitori si sono convinti che sia precoce,
intelligente, sensibile e vivace perché hanno notato che se gli toccano la guancia gira la testa dalla
loro parte, se gli mettono un dito in bocca inizia a succhiare, se gli toccano il palmo della mano
stringe forte, se lo aiutano a stare in piedi fa dei piccoli passi. Il padre poi ha fatto notare alla
moglie che quando lo tiene in braccio e avvicina il suo volto a quello di Marco, il piccolo sembra
riprodurre le sue smorfie e, ad esempio, spalanca la bocca quando la apre lui. La mamma pensa
che il bambino sia felice perché ha notato che spesso quando sta per addormentarsi o quando si
sveglia le sorride.” Hanno ragione i genitori di Marco? Si tratta di un bambino precoce e più
dotato di altri? —> sono riflessi, essi vanno a creare una reazione positiva di avvicinamento che
prelude a quello che poi sarà il legame di attaccamento.
I Riflessi
Riflessi sono risposte automatiche e involontarie, non apprese, ad uno stimolo o ad una classe di
stimoli. Sono risposte svincolante dal controllo volontario, sono delle risposte presenti prima
ancora dell’entrata in contatto con l’apprendimento. Alcuni sono funzionali alla protezione e alla
sopravvivenza del bambino stesso (riflessi di sopravvivenza), mentre di altri non si sa ancor bene la
loro funzione.
Sono risposte precoci del bambino temporanea che scompaiono e ricompaiono in seguito sotto
forma di comportamento volontario. Prima sono riflessi, quindi involontari, dopo ricompaiono
sotto forma di azioni volontarie.
Riflessi di sopravvivenza —> reazioni innate che mantengono la loro utilità per tutta l’esistenza:
1. Respirazione 3. Deglutizione
2. Ammiccamento Pupillare 4. Starnuto
Riflessi neonatali —> reazioni controllate da aree sottocorticali del cervello e destinare a
scomparire in un anno (tempi scomparsa variano a seconda dei vari riflessi):
1. Rotazione del capo 4. Prensione
2. Suzione 5. Moro
3. Marcia automatica 6. Babinsky
Riflessi neonatali
1. Rotazione del capo se si tocca la guancia all’angolo della bocca, il bambino ruota il capo
à
verso il lato stimolato, apre la bocca e poi gira di nuovo la testa dall’altro lato. Si perde
intorno ai sei mesi
2. Suzione se un adulto gli mette in bocca il dito, o il capezzolo, o altro e il bambino
à
succhia. Appare intorno alla 10 settimana di gestazione e scompare intorno ai 4 mesi.
® Rotazione del capo e suzione hanno un significato favorevole alla sopravvivenza
3. Marcia automatica se viene tenuto in posizione eretta e in modo che i piedi tocchino
à
una superficie, compie movimenti simili a quelli della deambulazione. Appare alla
nascita, ma si perde completamente intorno ai due e quattro mesi. Di questo non si sa il
significato.
4. Riflessi di prensione (Grasping) la pressione sul palmo della mano, spinge il bambino ad
à
afferrare saldamente le dita o l’oggetto che lo toccano. Si perde intorno ai 3-4 mesi. Si è
visto che il bambino attraverso questo riflesso riesce a rimanere appeso ad una corda, si
è ipotizzato che nelle società primitive permette al bambino di rimanere attaccato ai
capelli della madre. Oggi è un residuo.
5. Riflessi plantare premendo con le dita o con un oggetto a livello della radice delle dita
à
dei piedi, il bambino flette le dita dei piedi. Accarezzando la pianta del piede dell’alluce al
tallone, il bambino prima stende e poi richiude le dita dei piedi. Si perde intorno agli
otto-dodici mesi.
6. Riflesso di moro (riflesso di abbraccio) quando sente un rumore forte, quando subisce
à
uno shock fisico o quando la sua testa non viene sostenuta, contrae i muscoli dorsali con
estensione degli arti. In un secondo momento il bambino allarga le dita a ventaglio e gli
arti superiori descrivono un arco a cerchio (tipico abbraccio) per ritornare poi allo stato
di flessione
Funzione dei riflessi
Come detto prima di alcuni riflessi non è nota con certezza la funzione e possono essere
considerati come retaggi della nostra storia evolutiva (es. riflesso di prensione). Sono importanti
dal punto di vista diagnostico, perché sono degli indicatori di possibili problemi al sistema nervoso
centrale, vengono, infatti, esaminati dai pediatri.
Indicano la capacità del bambino di reagire non solo a sensazioni interne, ma anche a
stimoli esterni.
Indirettamente, invece, hanno lo scopo di favorire la relazione con l’adulto dal momento che
sollecitano delle risposte positive.
Capacità di imitazione precoce
Oltre ai riflessi si ipotizza la capacità di imitazione precoce. Si tratterebbe di un “modulo di
imitazione innato” sostenuto da un sistema di neuroni specchi che consente al neonato tra 12 e 21
giorni di imitare movimenti del volto e delle mani. Implica coordinazione tra percezione visiva e
motoria e capacità di abbinare ciò che il neonato vede fare gli altri e percezione dei propri
movimenti, soprattutto facciali.
Vi è una controversa circa l’interpretazione della natura innata dell’imitazioneà per Piaget
l’imitazione è una abilità che si sviluppa quando il bambino ha 6/7 mesi, se ci pensiamo bene ci si
rende conto che esso non è un riflesso e richiederebbe delle capacità di connettere e competenze
che nel neonato sono ancora separate, richiede quelle che viene chiamata la capacità intermodale.
La capacità di imitare rimane un’abilità dubbia perché richiederebbe una capacità modale, per
esempio implicherebbe la consapevolezza da parte del bambino che la sua bocca aperta sta
riproducendo quella dell’adulto che sta vedendo, ma il neonato non ha ancora fatto tutto le
connessioni tra sensi. Per esempio, tatto e vista quando è cosi piccolo non è capace di legare la
sensazione all’oggetto che sta vedendo e anche toccando.
Il Pianto
Oltre ai riflessi e all’imitazioni che gli adulti interpretano come segnali di stimolo della vicinanza, vi
sono anche altri segnali importanti, come il pianto e sorriso, che hanno sempre lo scopo di
stimolare e attivare l’avvicinamento dell’adulto, quindi, hanno anche un significato di
sopravvivenza per il bambino.
Pianto dirige l’azione verso il bambino. Può produrre delle reazioni anche negative come
frustrazione, stress, preoccupazione. Molte volte alcuni adulti che hanno subito delle carenze
affettive trasformano la sensazione di dolore in rabbia, per cui non provano empatia verso chi
soffre, ma sviluppano soltanto rabbia. Per questo motivo le persone che hanno sofferto molto se
non vengono aiutate diventano persone violente, cattive e poco ematica. Solo la sofferenza
elaborata, riflettuta, amplia la capacità empatica umana, in caso contrario la riduce. Il bambino
arriva a dare dei segnali che vanno contro le regole sociali, sono dei segnali che vanno presi in
considerazioni e non giustificati come “e ma è solo un bambino”.
Il piano è il primo canale comunicativo del bambino presente alla nascita, serve per segnalare i
suoi bisogni, attivare le cure parentali e, quindi, assicurare la sopravvivenza del bambino. È un
comportamento all’inizio non volontario, è espressione di un bisogno fisiologico quando si trova in
uno stato di disagio (scopo di segnalare i bisogni del bambino tanto che attiva la vicinanza).
Affinché il pianto possa effettivamente attivare delle cure parentali la natura ha predisposto delle
reazioni fisiologiche nella persona che ascolta il piano. Sono reazioni fisiologiche di allerta come
aumento del battito cardiaco, aumento del livello ormonale e spinta all’azione (bene notare come
queste reazioni fisiologiche possono attivare le persone ad agire per opprimere lo stimolo).
Il pianto, quindi, determina un’attivazione sia nel bambino sia nel caregiver, una reciproca
attivazione e reazione (regolatore relazionale).
Il pianto ha origine da stimolazioni negative interne o esterne che richiedono la coordinazione di
diversi sistemi. 4 fasi: espirazione, riposo, inspirazione, riposo.
Diversi tipi di pianto
Sono state identificate tre modalità di piano, sulla base delle diverse vibrazioni delle corde vocali e
del diverso alternarsi delle fasi di respirazione e pausa. Ognuna di queste tipologie di piano ha un
significato diverso (risulta difficile distinguerli, solitamente distinti da esperti o dal caregiver):
1. Pianto base —> esprime lo stimolo della fame. Caratterizzato da vocalizzazioni ritmiche e
ripetitive con cicli apertura e chiusura delle corde vocali. (250-450 Hz al secondo)
2. Alto picco di pianto o iperfonazione —> definito come pianto di dolore con un inizio improvviso,
un grido iniziale lungo e, poi caratterizzato, da un prolungato trattenimento del respiro
(1000-2000 Hz al secondo)
3. Pianto turbolento (disfonazione) —> vibrazione delle corde fastidiosa e non armonica. Definito
come pianto di rabbia con vocalizzazioni forte e prolungate, è quello dei tre più facile da
individuare.
Evoluzione del pianto
Dopo la nascita e nei primi mesi di vita il pianto viene elicitato da stimoli fisiologici, serve a
soddisfare dei bisogni fisiologici. Modello automatico di scarico della tensione interna scatenato
dall’intensa attività viscerale (coliche e dolori addominali), dalla fame, da una temperatura
corporea inferiore a 31-32° C e dall’assenza di contatto tattile.
Verso il secondo- terzo mese si nota un cambiamento: il neonato piange meno per l’attivazione
fisiologica anche perché gli adulti hanno imparato a prevenirlo, si sono regolarizzati i ritmi. Il
pianto duranti questi mesi di età viene generalmente attivato dal cambiamento improvviso della
stimolazione, come l’allontanamento della madre dal campo visivo o quando la madre smette di
parlargli. Inizia ad assumere un significato sociale in quanto serve per richiamare la vicinanza e la
presenza dell’adulto come fonte di stimolazione
Verso gli otto mesi, quando si è ormai stabilito un legame specifico con il caregiver e il bambino ha
una maggiore comprensione del mondo che lo circonda, il pianto diviene “consapevole” nel senso
che il bambino ne comprende l’effetto sull’altro e lo produce attivamente in modo da provocare n
cambiamento nel comportamento altrui. Diventa un comportamento che richiama
consapevolmente e volontariamente l’attenzione dell’adulto.
Sorriso
Anche per il sorriso vi è uno sviluppo progressivo, che partendo da una mancanza totale di
intenzionalità arriva alla capacità evoluta di mostrare e sorridere con un significato relazionale
preciso. Si arriva perfino a sorridere anche se lo stato d'animo non è coerente, ovvero non è di
gioia o piacevolezza (esempio: il bambino può sorridere quando riceve un regalo che non li piace).
Fasi dello sviluppo (diversi "tipi" di sorriso)
1. Sorriso endogeno (1° mese) —> può capitare di vedere il neonato sorridere fin dai primi
giorni di vita, ma si tratta di manifestazioni inconsapevoli molte volte in assenza di stimoli
identificabili. È un sorriso che viene dall'interno ed è indicatore di benessere del bambino. È
una manifestazione del tutto inconsapevole che emerge spontaneamente. È un sorriso
prodotto spontaneamente per esempio durante le fasi di sonno (fase REM). Anche se gli
adulti molte volte lo interpretano come un segnale rivolto a loro, esso è al di fuori del
contesto comunicativo. Il bambino deve crescere e matura affinché il suo sorriso assuma un
significato comunicativo-relazionale
2. Sorriso sociale (2° mese) —> sorriso che coinvolge due muscoli del volto: lo zigomatico
maggiore e l'orbicolare dell'occhio. È un sorriso prodotto in risposta ad uno stimolo esterno
come il cantare, l'entrare in contatto con gli occhi, una voce umana familiare, un volto. Inizia
ad avere un significato sociale, ma non selettivo. Non è un sorriso rivolto a quella persona,
ma all'ambiente, alla situazione e alle persone.
A due mesi il contatto oculare diventa una forma di comunicazione importante che
stimola il sorriso del bambino.
3. Sorriso sociale selettivo (2°- 3° mese) —> sorriso direzionato e rivolto a specifiche persone o
situazioni. Il bambino sorride in modo da sincronizzare la sua risposta con quella del
caregiver (è uno dei pochi mezzi con cui può comunicare), così si stabilisce una relazione di
reciprocità. Tramite alcuni esperimenti si è visto come, per esempio, il bambino reagisce in
modo positivo sorridendo quando la madre sorride e si incupisce, anche con reazioni di
pianto, quando la madre assume un'espressione impassibile, fredda.
Si tratta finalmente di un comportamento pienamente sociale che indica una prima forma di
ricordo e di rappresentazione mentale. Questo si nota nel momento in cui il bambino
differenzia le persone e risponde a loro con un sorriso perché riconosce di aver davanti delle
persone familiare e non estranei. Il neonato impara progressivamente anche a non sorridere
a tutti.
Esibire con delle espressioni faccine un po’ esagerate, esibire queste espressioni unitamente
a una voce diversa, producono delle reazioni di sorriso.
In sintesi:
Non bisogna aspettarsi che il neonato possa davvero sorridere. La maggior parte dei bambini
• inizia a manifestare un sorriso sociale intorno alle sei settimane di vita e a 12 settimane lo
fanno regolarmente.
Se il bambino non sorride spesso non vuol dire che non si un bambino felice. Sorridere non è
• un'emozione, bensì l'espressione di una emozione. Il bambino può sentirsi contento e
soddisfatto, ma, se è piccolo, può non avere sviluppato la risposta fisica associata a quella
specifica emozione. È sbagliato fare l'equazione sorriso = bambino felice. Il sorriso è
l'espressione di uno stato interno, non è l'emozione sperimentata.
I bambini prematuri iniziano a sorridere più tardi, qualche settimana dopo.
• Non è ancora chiaro se l'incapacità di sorridere sia il segno di qualche problema. Tuttavia, se
• a dodici settimane di vita (3 mesi) o dopo, il piccolo è incapace di sorridere occorre valutare
problemi neurologici o anomalie congenite. Va notato che tra gli indicatori precoci di
autismo troviamo la difficoltà a instaurare un contatto oculare e un'assenza di risposta al
sorriso sociale a 6 mesi, età in cui la competenza sociale selettiva dovrebbe essere già stata
sviluppata. Il sorriso, quindi, può essere usato come indicatore clinico
Sindrome di Moebius
È ciò che accade ad Harvey Hole, di 9 anni, che non riuscirebbe a ridere nemmeno se lo volesse a
causa di una malattia che gli paralizza la faccia in modo permanente. Si tratta della sindrome di
Moebius, una malattia ereditaria causata dalla mancata formazione di alcuni nervi del cranio
indispensabili per dare al viso alcune espressioni e soprattutto per sorridere.
Si tratta quindi di un vero e proprio handicap ereditario che colpisce 200 persone nel Regno Unito,
dove vive Harvey, e un’ottantina in Italia, e che impedisce al piccolo non soltanto di sorridere ma
anche di muovere gli occhi lateralmente, fare delle smorfie e di fare molti movimenti che ad altre
persone riescono spontanei.
I sintomi della sindrome si manifestano sin dalla nascita. Il bambino mostra evidenti difficoltà nella
suzione, non riesce a chiudere la bocca, spesso soffre di strabismo e ha la lingua corta o deforme,
e in un gran numero di casi manifesta una difficoltà nello sviluppo motorio degli arti superiori
causata da una scarsa tonicità muscolare.
C’è una differenza sta il sorriso e il riso? Cosa fa ridere i bambini? Ricerca condotta
dall'università di London, Birkbeck Caspar Addyman.
I dati dell’indagine condotta con i genitori ha evidenziato che: il 90% dei bambini ha sorriso già nei
primi due mesi di vita e ha riso già poche settimane dopo. Secondo alcuni genitori i loro figli non
hanno mai riso nell'arco dei primi dodici mesi. "Ogni bambino ha una diversa inclinazione
temperamentale che è presente sin dalla nascita”. Non si sanno ancora quali siano i meccanismi
che fanno ridere i bambini, ma si sanno quali sono le condizioni che lo fanno ridere. Condizione
come relazione intime (quando si fa il bagnetto), solletico (dai tre mesi perfino il mimare il gesto di
solletico provoca delle relazioni di risata come se il bambino stesse provando il solletico), risate
allo specchio (soprattutto prima dei 6 mesi per
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