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Fondamenti di Linguistica II Appunti scolastici Premium

Appunti di Fondamenti di linguistica II basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof.ssa Marinetti dell’università degli Studi Ca' Foscari Venezia - Unive, della Facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in lettere. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Fondamenti di linguistica docente Prof. A. Marinetti

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significato non è determinato dalle capacità delle forme linguistiche di rappresentare i contenuti

mentali, ma dalla loro capacità di riferirsi ad elementi che stanno al di fuori della lingua, che sono

esterni al linguaggio.

Questo modello non rende conto del fatto che si possono usare elementi diversi ugualmente

identificabili, ma lascia in difficoltà con idee come libertà di pensiero.

Questo modello non riesce a spiegare quale sia l’utilità per cui/la modalità attraverso la quale si

scelgano espressioni linguistiche diverse per riferirsi alla stessa realtà extralinguistica: per ovviare a

queste difficoltà, Frege, nel suo celebre saggio Senso e significato, pone una distinzione fra senso e

significato (rendendo conto del diverso valore informativo e conoscitivo di espressioni linguistiche

il primo è il modo in cui l’oggetto viene presentato all’interno delle

che hanno la stessa referenza):

realtà extralinguistiche, che possono essere identificate in diversi modi; il secondo, invece, rimane

l’espressione fra il linguaggio e la realtà extralinguistica; il secondo, invece, coincide con il

riferimento, con la relazione fra espressione linguistica e realtà extralinguistica.

È importante che questa concezione di Frege sarà più volte fraintesa, nel senso di abusata.

Il fondatore della Semantica è tradizionalmente Michel Bréal (quasi contemporaneo di Saussure),

che conia il termine di Semantica dal vocabolo greco semaíno, per designare quella che lui chiama

«Scienza delle comunicazioni», che però analizzava le leggi del cambiamento di significato delle

forme linguistiche (quindi in chiave diacronica). di

Bréal andava a vedere come cambiavano i significati delle forme linguistiche; l’impostazione

studio è simile a quella di altri studiosi, è di tipo storico: la finalità è analizzare il mutamento delle

forme linguistiche che incorrono nel passaggio da una lingua all’altra.

Non c’è nulla di più sbagliato di pensare ad una forma che si mantiene costante: si pensi ai rapporti

fra il Latino e le altre lingue romanze.

Oltre alle tipologie di modificazione del significato, la Semantica diacronica di Bréal ricercava

anche le cause di queste modificazioni di ordine linguistico, sociale e psicologico che però devono

essere individuate caso per caso.

Mentre per il cambiamento fonetico si possono individuare dei comportamenti che

sistematicamente si verificano, così non si può fare per la Semantica: non si può prevedere quali

sono i fattori che stanno al di fuori della lingua e che condizionano il cambio del significato; non si

possono stabilire se non delle linee di tendenza per il cambio del significato: il fatto che una parola

in Francese avesse un significato all’origine e ora ne abbia una diversa, vuol dire che c’è una linea

di tendenza dal generale allo specifico.

Il significato scaturisce dal rinvio non ad un oggetto/concetto extralinguistico, ma si definisce

all’interno del sistema linguistico in cui ogni lingua organizza un pensiero che di per sé non è

strutturato. La Semantica strutturale ha come concetto base quello che il significato sia qualcosa di

squisitamente linguistico; il significato è determinato da una serie di rapporti che ciascuna lingua

proietta sul significabile che di per sé non è strutturato.

La lingua dà forma instaurando rapporti specifici per ciascuna lingua; è la lingua che permette di

percepire in un certo modo la realtà, la tassonomizza: è la lingua che fa in modo che non si

distinguano in Italiano lo zio paterno da quello materno: è dall’altra parte il Latino che permette di

distinguere le pertinenze (anche in considerazione del Diritto romano).

Ciascuna griglia di rapporti costituisce il significato per ciascuna lingua.

Il concetto base della Semantica strutturale è quello che il significato sia squisitamente linguistico.

Le distinzioni che la lingua opera sono distinzioni arbitrarie: non dipendono dalle caratteristiche

intrinseche dei concetti, né dei suoni, né da altri fattori esterni alla lingua; non vi è nessuna

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

motivazione esterna alla lingua per cui debbano esistere certi e altri significati, e certi e altri

nell’àmbito del significato: non c’è alcun motivo logico-naturale

significanti ritagliati per cui il

e l’Italiano

Latino debba distinguere albus da candidus invece non lo faccia; è un rapporto

puramente arbitrario.

I significati non esistono indipendentemente dalla lingua: non hanno nulla a che fare con il referente

extralinguistico né con dei presunti concetti nella nostra mente. Nella concezione saussuriana non

esiste l’idea platonica a cui corrisponde la forma nella mente umana: dei concetti non fa che

l’idea

spostare di un passo, ma i concetti non sono uguali nella mente di tutti gli esseri umani, perché si

sposta di un grado il problema sempre incorrendo nello stesso errore (pensare cioè che vi sia una

serie di significati cui corrisponda una serie di etichette).

Non esiste il significato di una singola parola, ma in quanto il significato è un valore, è definito dal

sistema linguistico stesso; in questa ottica, il significato di una parola è definibile solo in negativo.

In un sistema ciascun elemento è definito dal non essere tutti gli altri elementi.

Da queste posizioni saussuriane prendono le mosse tutti i tipi di analisi strutturali.

La Semantica strutturale deve analizzare le parole senza considerare il legame con le realtà

extralinguistiche o il rapporto con concetti/entità mentali.

Con Semantica cognitiva ci si riferisce ad un insieme di riflessioni che in modo più o meno

si sono sviluppate nell’àmbito della Linguistica cognitiva, frutto di posizioni critiche nei

organico

confronti della Grammatica generativa di Chomsky.

L’idea di fondo è che vi sia una relazione ineludibile fra il linguaggio e gli altri aspetti della

cognizione umana: il linguaggio è considerato come una delle altre facoltà mentali le cui

caratteristiche sono determinate dal complessivo funzionamento della mente umana.

Anche il funzionamento del linguaggio non può che essere identico per tutti gli esseri umani.

È impossibile separare le conoscenze linguistiche dalle altre cognitive: vi è quindi una relazione fra

(quell’insieme di processi che fa in modo che si formino

i fenomeni linguistici e il piano cognitivo

concetti e l’organizzazione per gli stessi).

Per un approccio di questo genere è fondamentale l’apporto che viene dalla Psicologia.

La Semantica cognitiva concepisce il significato come l’esito di una concettualizzazione.

I significati delle parole sono, in questo tipo di approccio, dei contenuti mentali che si formano

nell’insieme dell’esperienza fisico-percettiva.

I cosiddetti “schemi concettuali prebasilari” (come il rapporto parte/tutto o partenza/arrivo)

deriverebbero dal fatto che tutti gli esseri umani hanno degli schemi comuni, ed essendo questi di

base comune i concetti formanti saranno comuni.

Per la Semantica referenziale il significato è oggettivo, mentre per la Semantica cognitiva è un

costrutto mentale (espressioni linguistiche la cui comprensione è determinata dalla conoscenza della

realtà percepita). Sono modi differenti di affrontare lo stesso problema.

Le discipline cognitive oggi hanno ancora maggior successo, perché strumentazioni adeguate

permettono di ipotizzare diversi funzionamenti: la possibilità di visualizzare il funzionamento della

anche se c’è bisogno di distinguere le

mente porta questo tipo di teorie ancora più in auge,

discipline cognitive e le neuroscienze.

6/2/2013

La Semantica è lo studio del significato che le lingue comportano.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Come buona parte del vocabolario che si usa nella Linguistica, anche il termine «Semantica» ha

origine greca: il definirsi una disciplina squisitamente linguistica è una caratteristica piuttosto

recente, perché prima era un àmbito proprio della Filosofia.

di Semantica hanno difficoltà nell’annunciare certezze sul

Anche gli studiosi che si occupano sono

loro studio sul significato.

Gli studi sul significato dànno un’informazione generale.

abituarsi ad osservare l’inosservabile: bisogna

Quando si parla di lingue bisogna spesso cioè

già la definizione dell’oggetto di studio

elaborare modelli anche per ciò che non si può osservare;

della disciplina mette in difficoltà, perché il significato è difficile da rappresentare tramite modelli

(nel senso che è difficile rappresentare il significato tramite modelli); il fatto che in ciascun utilizzo

del mezzo lingua per comunicare i parlanti siano in grado di risalire da un significante ad un

significato non rende questo compito molto facile; eppure tutti gli utenti che utilizzano il codice

lingua sono in grado di trasmettere significati.

Bisogna anche dire che il livello semantico è solo un livello di analisi (al cui interno si racchiude

tutto ciò che riguarda la possibilità della lingua di trasmettere significato), però tutto nelle lingue è

portatore di significato: bisogna occuparci di tutti i livelli della lingua quindi, e anche se ci si

volesse occupare solo del significato a livello lessicale il lavoro sarebbe interminabile.

Quindi, la Semantica è una disciplina che procede, che lavora, principalmente per sondaggi su

gruppi di parole che hanno dei tratti di significato comuni e sui quali è possibile lavorare per fare

delle estrapolazioni: fare un lavoro tale da coinvolgere tutto il lessico di una lingua è però

praticamente impossibile.

È difficile arrivare ad un punto che sia condiviso da tutti coloro che affrontano la problematica. Se

un’espressione qualunque della lingua,

si usa ci si accorge facilmente che la stessa espressione fa

per un’altra persona e così via:

associare un certo tipo di significato per una persona, un altro ancora

quindi è una finzione quella definizione di segno come associazione di un significante e di un

tratta di un’ipostatizzazione che serve per far funzionare bene

significato; o meglio, si in quel

momento quel modello: un solo significato infatti è uno spazio che si definisce per non essere tutti

gli altri significati che appartengono alle stessa lingua.

È utile capire come vi sia nell’àmbito del significato una soggettività che rende il significato

inafferrabile: si è costretti per forza a semplificare, ad operare delle riduzioni: se non si riduce

effetti mirabolanti dell’utilizzo del mezzo, non si riesce ad averci a che fare.

questi

Adottando questo modo di vedere, la Semantica può essere pericolosa.

La lingua è una grande macchina per significare.

che stanno all’esterno dell’enunciato e

I deittici sono tutti quegli elementi che ricevono il loro

una parte del testo o dall’esterno del testo: per esempio, quando ci si

significato dal rapporto con

occupa di Sintassi, si parla di termini generali che funzionano da incapsulatori (quei termini che

sono in grado di riprendere tutt’un’intera sequenza); tutte quelle forme che servono per scandire

l’articolazione del discorso, per inserire delle pause piene, sono interiezioni che hanno un valore

l’articolazione sintattica, per mostrare

semantico: la curva intonazionale serve per scandire come si

distribuisce l’informazione; sostanzialmente, serve articolare il significato dell’enunciato.

Tutti gli elementi della lingua, perciò, contribuiscono alla formazione del significato.

Ci sono dei significati di tipo diverso: quindi, ritornando alla Semantica, in tre parole come gatto,

libertà, e così vi sono delle distinzioni, dei significati di tipo diverso; la prima parola è qualcosa di

del testo nella forma

percepibile con i sensi, mentre la terza parola si esplica soltanto nell’àmbito

dell’Italiano (è una parola vuota che si riempie di significato una volta inserita in un contesto).

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Non si può definire univocamente il significato, perché si può affrontare la problematica dal punto

di vista filosofico, dal punto di vista cognitivo, dal punto di vista linguistico (e quindi strutturale). E

per lavorare sul lessico si deve selezionare un certo numero di àmbiti.

Si richiedono delle conoscenze condivise, altrimenti interpretare una formulazione linguistica

più difficile: c’è bisogno di elementi prettamente culturali.

diventa

Esiste la possibilità di distinguere due tipi di significato, uno lessicale ed un altro strutturale, perché

se non vi fosse la Morfologia non si perderebbe il significato strutturale, che sostanzialmente

presenta delle strutture vuote organizzate secondo un certo tipo di dipendenza, che possono essere

riempite da forme lessicali che siano ovviamente sintagmaticamente compatibili fra loro.

A queste categorie del significato strutturale appartengono anche le curve intonazionali, che

possono essere vuote, ma veicolano, per esempio, una domanda.

Al significato strutturale vengono associate anche quelle parole vuote, quelle che portano un

significato di tipo lessicale e tutte quelle forme funzionali alla connessione dei sintagmi.

Non tutti i tipi di significato possono essere descritti tramite gli stessi metodi, e bisogna vedere se

esiste la possibilità per descrivere almeno alcuni di questi tipi di significato.

Per il significato di tipo lessicale ha avuto una certa fortuna, in tempi abbastanza recenti, la

cosiddetta Semantica componenziale: la Semantica componenziale è una teoria semantica che pensa

la scomposizione in tratti; l’idea di scomporre in tratti è

di poter descrivere il significato tramite

parallela all’idea di poter scomporre un suono della lingua in tratti (cfr. teoria dei tratti di

Jackobson): quel fascio di tratti definisce la teoria. La presenza/assenza di certi tratti fa in modo che

un fonema preso in questione si opponga agli altri fonemi di quella lingua.

L’idea è quella di poter scomporre in tratti: si lavora su un piccolo settore, perché se si deve

scomporre il significato di toro, vacca e vitello risulta uno schema dove si trovano dei tratti indicati

col più o col meno (± bovino, ± maschio, ± adulto); se si aggiunge una parola come manzo,

bisognerà aggiungere anche un ulteriore tratto che lo indichi (± produttore). Finché si rimane ad un

certo àmbito semantico ristretto l’operazione di individuazione dei tratti è possibile, mentre per uno

più ampio non è possibile.

Certi tratti non sono intrinsecamente binari: il grado di apertura di una vocale, per esempio, non è o

uno o l’altro, ma ne esiste anche un livello medio.

Ci sono alcune metodologie di descrizione che funzionano bene a livello lessicale, mentre per altri

àmbiti non solo l’analisi è lunga, ma è sostanzialmente impossibile: è difficile descrivere con un

fascio di tratti binari parole come regalità, che varia da persona a persona, ma nella lingua è

costituita da un significante associato ad un significato.

Il significato sta dentro la lingua ed è diverso da lingua a lingua.

che vengono dalla Logica (un campo d’indagine strettamente

Bisogna introdurre alcuni concetti

affine soprattutto per la Semantica): intensione ed estensione; il primo è l’insieme delle proprietà

definitorie di un certo oggetto, mentre il secondo è l’insieme degli oggetti esterni alla lingua, della

realtà extralinguistica, ai quali può essere riferita una certa forma. nell’àmbito della loro

Si definisce iperonimo una forma lessicale che comprende anche altre forme

hanno estensione più definita rispetto all’intensione;

definizione di significato: gli iponimi sono

invece il contrario degli iperonimi.

Queste cose non valgono per il nome proprio, perché si riferiscono ad un solo individuo specifico.

Certi tratti non verrebbero utilizzati se non in determinati contesti.

Bisogna ricordarsi che la grafia è una convenzione, non ha niente a che fare con la forma lessicale

in senso proprio.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Alle volte i nomi propri si possono utilizzare nell’accezione di antonomasia.

L’individuo ha delle caratteristiche non perché è appartenente ad una classe, ma perché si tratta di

caratteristiche che possiede solo lui.

Due parole si dicono sinonimi quando condividono l’intensione (e in parte l’estensione): hanno cioè

lo stesso significato ma non lo stesso significante; due parole si dicono omonimi invece quando non

l’intensione (e quindi nemmeno l’estensione):

condividono hanno cioè lo stesso significante ma non

lo stesso significato.

Nell’insieme dei tratti definitori ci sono anche le indicazioni riguardo al contesto d’uso: sono tratti

comunque del significato.

Anche i tratti che indirizzano fanno parte del significato di una certa forma: si possono quindi

definire dei rapporti fra i vari elementi del lessico di una lingua come rapporti di

iponimia/iperonimia, sinonimia/omonimia.

La parola liquore ha una certa intensione ed una certa estensione, whisky e brandy condividono con

liquore la sua intensione, ma hanno dei tratti in più che li rendono diversi da rum (sono iponimi che

hanno un’intensione più definita, e un’estensione minore).

11/2/2013

Il problema del significato è un problema enorme, che nel corso secolare delle riflessioni è stato

variamente e diversamente, affrontato.

Un significato referenziale è riferito ad un oggetto concreto della realtà, mentre uno concettuale è

ad un’astrazione, ad un’idea; ne esiste le regole d’uso

riferito anche un terzo recuperabile attraverso

inoltre un significato neutro, definito denotativo, ed

nei diversi contesti in cui può occorrere. C’è

uno soggettivo, definito connotativo (legato a tutto quanto i parlanti conoscono nella loro

conoscenza in relazione a quel significato).

Quando si parla di connotazione, si parla di una sfera di possibili sfumature che non sono legate al

concetto in sé, ma alle proprie esperienze di tipo sociale: nelle enciclopedie delle varie Culture certe

parole possono avere una connotazione negativa, mentre in altre una connotazione positiva.

Un significato sociale è quello per cui una parola ha un significato linguistico, ma ha anche una

supplementari se considerato all’interno

serie di significati di un determinato uso sociale.

Tutte queste sfumature sono più o meno, anche se interessano il contesto e quindi anche una realtà

in parte extralinguistica (che pur sempre ha a che fare con comunicazione linguistica), prospettive

del significato che in qualche modo rientrano all’interno del linguaggio di per se stesso.

Il livello del significato è il livello in cui il linguaggio, più di tutti gli altri livelli, tocca

l’extralinguistico, in quanto tocca il mondo delle possibili realtà concettualizzabili.

È chiaro quindi che da questo punto di vista è meno strettamente definibile dal punto di vista

linguistico di quanto non lo siano, per esempio, il livello della Fonologia e della Morfologia.

A livello della Semantica si è al livello delle unità che compongono il lessico.

Il lessico è l’insieme di unità che vengono definite lessemi; quando ci si ritrova con le unità lessemi

si presenta una serie di problemi decisamente superiori a quelli degli altri livelli, perché il lessico è

la sfera più esterna del linguaggio che ha a che fare direttamente con una realtà extralinguistica, poi

perché le unità del livello sono (anche solo dal punto di vista quantitativo) eccezionalmente più

numerose delle altre: al di là della numerosità in sé (trovare una risposta è praticamente

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

impossibile), il lessico è un livello particolarmente soggetto a cambiamento e a forme di

riorganizzazione interna abbastanza numerose, decisamente più degli altri livelli.

comunque un’operazione complessa quella di organizzare in

Si parta dal presupposto che sarà

qualche modo le unità lessemi: un modo per organizzare in qualche misura i lessemi di una lingua

comincia a considerare alcuni tipi di rapporti tra i lessemi stessi.

[Quello che interesserà è il fatto che vi è indipendenza dalla forma in cui il lessema si presenta, cioè

indipendentemente dalla forma flessa (se è una lingua di tipo flessivo): più specificamente, quello

che interessa è il valore semantico portato dalla base, e naturalmente quanto l’eventuale Morfologia

derivativa modifica.]

Vi sono dei rapporti che riguardano la relazione fra significante e significato, rapporto che non

un caso è quello dell’omonimia/omofonia

sempre è uno ad uno (non è un rapporto speculare): (cioè

più parole con significati diversi e lo stesso significante); questi discorsi vengono fatti in sincronia,

in un momento astrattamente uniforme: le cose possono essere viste anche in diacronia (e in tal caso

si possono scoprire delle cose interessanti). In questi casi, a volte, sarebbe più corretto parlare di

polisemia (cioè più significati per uno stesso significante, ma che costituiscono un unico lessema);

dal punto di vista dell’organizzazione, mentre gli omonimi possono essere considerati forme

diverse, le forme polisemiche sono una stessa forma con più significati.

Con un significato e più significanti vi è la sinonimia. Paradossalmente, a rigore la sinonimia non

esiste, perché qualsiasi coppia si faccia c’è sempre un tipo di significato che si differenzia l’uno

dall’altro per il contesto sociale in cui è inserito: tra gatto e micio, per esempio, la differenza è di

uno è affettuoso e l’altro no.

tipo connotativo:

Sul tipo di differenze fra i sinonimi ci si può ragionare, ma in realtà vengono derivate dal contesto

d’uso: le si apprendono dagli utenti parlanti quella lingua.

La sinonimia perfetta non esiste, non esiste nel senso che non ci saranno mai due aspetti coincidenti

che si sovrappongono: potrà esserci un grado altissimo, ma il parlante opererà sempre una scelta,

non casuale, tra due forme alternative.

Ci può essere un rapporto di opposizione fra i significati, come quella che viene definita antonimia

(come vecchio/giovane, alto/basso, e così via); è una composizione che tuttavia è sottoposta a

gradualità, perché il significato può essere comunque modificato per farne una posizione non

assoluta, inserendo per esempio i gradi dell’aggettivo (anche se certe volte non sono applicabili).

Le ultime forme viste mettono assieme significati che in qualche modo sono legati tra di loro, che

hanno degli elementi in comune: in realtà, se si va a vedere il lessico, si nota che i lessemi hanno tra

di loro dei rapporti di maggiore o minore prossimità, vicinanza (questo è intuitivo).

Quando si hanno significati molto vicini si parla di campo semantico (un insieme di lessemi che

trattengono tra di loro dei rapporti stretti e quindi definiscono assieme dei concetti più generali). Il

concetto di campo semantico viene poi affiancato anche da concetti ancora più ampi, ancora più

sfumati (si parla infatti di sfera semantica poi); mettendo assieme tutti gli elementi legati ad un

campo più esteso si avrà una sfera semantica. È da notare che in qualche modo le sfere semantiche

si sovrappongono fra di loro: organizzano il lessico sotto diverse prospettive.

Una stessa sfera semantica comprenderà più campi semantici anche di altre sfere semantiche.

I piani sono ordinati gerarchicamente: quello più in alto è definito iperonimo (per esempio

(riprendendo l’altro esempio,

insegnante), quello più in basso iponimo maestro e professore).

Questa relazione di tipo gerarchico definisce un significato che sta più in alto ed uno che sta più in

basso che gli dipende: è dato dalla relazione in qualche modo simmetrica: ogni iponimo ha tutte le

caratteristiche dell’iperonimo, ma l’iponimo ha qualcosa di più di significato rispetto all’iperonimo

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

(un altro esempio è quello di felino -iperonimo- e di gatto e tigre -iponimi-; a loro volta, parole

come felino ed ovino sono iponimi di animale); un iperonimo può in qualche modo coprire un

campo semantico.

[Si tenga presente che la stessa forma può avere significati diversi in lingue diverse (è uno degli

aspetti fondamentali da tenere presente quando si parla della Semantica): facendo confronti, si

rientra in quel principio per cui le lingue suddividono i significati in maniera diversa. È chiaro

quindi che i rapporti tra i significati non saranno gli stessi, anche se le forme saranno

apparentemente le stesse.

Anche in Italiano certe parole hanno anche diverse accezioni; il significato di mare, per esempio,

può avere anche un valore connotativo per cui indica un qualcosa di molto grande.]

La difficoltà di definire si ha anche negli aspetti concreti anche se ci sono state delle vie di possibili

definizioni di significati di tipo strutturalista, operazione attraverso cui si cerca l’organizzazione del

significato tentando di identificare il significato dei lessemi nelle sue componenti, cioè in qualche

è questa l’operazione dell’analisi

modo disgregando un significato in componenti più piccole:

componenziale, che utilizza questi componenti che vengono normalmente chiamati tratti, utilizzati

anche, per esempio, per dare una descrizione dei fonemi; i tratti vengono identificati come un

fascio, che si può mettere in confronto con altri (per esempio tra /p/ e /b/).

L’analisi componenziale ha avuto una certa fortuna, ma ha molti limiti facilmente identificabili.

Nel campo semantico dei bovini domestici, per esempio, è facile identificare i tratti semantici:

prendendo parole come bue, mucca, vitello, e giovenca; gli elementi che si possono identificare

come tratti sono maschio/femmina, adulto/giovane; in realtà, per mettere assieme i significati di

questo microcampo semantico è sufficiente l’utilizzo di due tratti utilizzati in forma binaria per

formare la matrice. La matrice serve per mettere in relazione alcuni significati col minor numero di

elementi possibile.

Generalmente, si utilizza il tratto «maschio» perché è un non-marcato.

Questo campo semantico può essere ampliato e vedere se aggiungendo altri elementi i tratti vanno

all’esempio precedente, bisogna

bene lo stesso, o devono essere aggiunti (aggiungendo toro

aggiungere anche il tratto «atto alla riproduzione»).

I tratti più generali, i più alti, sono tratti di tipo naturale, praticamente di tipo universale: possono

essere anche di tipo superiore, numerabile/non-numerabile. Ma man mano che si scende, è

inevitabile dover ricorrere a dei tratti ad hoc; e alla fine si arriva che per definire un significati si ha

bisogno di un numero talmente alto di tratti che alla fine l’analisi componenziale non ha più ragione

d’essere: bisogna quindi ottimizzare il tutto rispetto ad una descrizione generica.

13/2/2013

Le questioni di Semantica si allargano anche a livelli più alti di organizzazione.

Esiste una modalità di descrizione di un lessema attraverso una sua scomposizione in tratti, secondo

un’analisi componenziale, per cui si ha un lessema come un insieme di tratti che hanno delle

caratteristiche di gerarchia e che possono mettere assieme un campo semantico se opportunamente

organizzati in termini primari di assenza/presenza. Questa descrizione di tipo componenziale ha

natura. Peraltro l’analisi

però dei limiti evidenti proprio nella scelta dei tratti, e soprattutto nella loro

componenziale è utile per descrivere il significato, ma si inserisce comunque in una concezione per

viene comunque circoscritto all’interno dell’esperienza linguistica;

cui il tratto, il significato, anche

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

se organizza i lessemi in qualche modo vede nei lessemi unità tutto sommato equivalenti: ogni

lessema ha la sua funzione e può essere descritto con una certa composizione di tratti. Vi sono

anche gerarchie fra i lessemi (vi è anche, per esempio, la possibilità di distribuire i campi semantici

in una serie di iponimi dominati da un iperonimo con un rapporto tutto sommato di tipo paritetico

tra i lessemi che compongono un determinato campo semantico).

Negli ultimi decenni, non solo a proposito di Semantica ma anche (in termini molto più generali) di

riflessione più ampiamente centrata sul funzionamento della mente, si è sviluppata una corrente di

studi che prende il nome di Cognitivismo, che non è in sé una disciplina, ma una portata di una serie

di discipline diverse (Psicologia, Antropologia, Neuroscienze, Linguistica, e così via) che in

qualche modo concentrano l’attenzione su come funziona la mente, come funziona la mente per la

cognizione (cioè come si apprendono le cose, e attraverso quali mezzi), come si interiorizzano le

esperienze, e come questo venga riflesso nel linguaggio e in che termini anche il linguaggio filtri

questo processo cognitivo; è una questione molto ampia in cui però la Linguistica ha trovato un

posto di un certo rilievo, anche se ci sono delle notevoli differente con quanto teorizzato dalla

Linguistica precedente.

Lo studio del linguaggio è visto all’interno del sistema linguistico stesso, come un processo mentale

di tipo autonomo; la prospettiva di tipo cognitivo invece lo vede come qualcosa di assolutamente

correlato col funzionamento della mente, nella compenetrazione dei meccanismi di penetrazione del

linguaggio, produzione e processi di tipo cognitivo.

Questa considerazione del significato viene in parte modificata, perché si tratta di una concezione

del significato che diventa correlata con i processi mentali che portano alla conoscenza: vuol dire

che in qualche modo il presupposto è che ci sia un pensiero che è già strutturato prima del

preposto alla base del linguaggio in relazione all’ambiente

linguaggio, in cui vive, il che è

abbastanza ovvio (in quanto la conoscenza è data da quello che si fa in base a quello che circonda).

Questa conoscenza basata sull’esperienza ha ovviamente una forte componente di tipo fisico,

percettivo: il Mondo lo si conosce innanzitutto attraverso la percezione di carattere fisico che passa

attraverso il corpo; la presenza della percezione fisica e delle esperienze (anche di tipo corporeo)

non sono estranee alla configurazione del linguaggio.

Per la Semantica cognitiva non si è più davanti alla proprietà di tipo binario di presenza/assenza di

un tratto, ma si comincia ad inserire una gradualità nella presenza di un tratto rispetto ai significati

Si affaccia l’idea che in un campo semantico gli elementi non siano

da descrivere. tutti equivalenti,

sono più significativi di altri; e quindi si fa l’idea che in una

paritetici, ma ci siano dei lessemi che

sfera di significato in un campo semantico ci sia un punto più focale, un centro, ed una periferia. Per

esempio, con l’iperonimo e gli iponimi che ne derivano c’è una relazione tra lessemi secondo

fiore

una certa visione semantica: con la prospettiva di tipo cognitivo si dà maggiore rilevanza a quello

che l’esperienza comporta anche in relazione al linguaggio; perciò si avrà un punto focale e delle

sono tutti fiori, ma c’è qualcuno che è “più fiore” degli

periferie: rosa, azalea ed orchidea di questi

altri, nel senso che l’esperienza primaria che il parlante “più fiore”

di una lingua ha considererà

rosa rispetto ad azalea (potrebbe essere anche il contrario).

Se si dovesse fare un’analisi tradizionale li si porrebbe tutti sullo stesso piano, ma prescinderebbe

dalle caratteristiche soggettive/cognitive attraverso cui la propria esperienza porta a ragionare: è

proprio un processo di conoscenza che comunque opera attraverso la comparazione con un modello.

Il processo di conoscenza è un processo di comparazione continua a cui si aggiungono delle

conoscenze che sono maggiormente rappresentative di campi semantici, e vengono definite

prototipi: in questa descrizione semantica, quindi, il prototipo è il rappresentato più saliente di una

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

certa classe; è chiaro che da questo punto di vista allora le descrizioni non avranno più descrizioni

di sì o no, ma avranno una gradualità per cui, per esempio, in una mela vi sarà qualcosa di più della

rispetto alla susina o all’oliva. Ma questa categoria è anche data dall’esperienza.

categoria frutto

è la descrizione oggettiva, un’altra è quello che attraverso il linguaggio si filtra e può

Una cosa

essere qualcosa di diverso perché determinato dall’esperienza.

È evidente che a questo punto sarebbe difficile avere uguali rappresentazioni in Culture diverse, che

hanno esperienze appunto diverse.

Questi concetti di centro e periferia sono stati poi trasportati in Linguistica anche ad altri campi che

quelli della Semantica, mentre quelli linguistici sono un po’ meno difficili da capire.

non siano

In qualche modo la parola gatto, per esempio, ha una rappresentabilità maggiore rispetto a crisi

nella categoria in cui fa parte, in quanto la seconda parola è invariabile, la prima no.

La metafora è un classico terreno di studio di tipo cognitivista, perché la metafora è esattamente

quel meccanismo di confronto e analogia per cui si conosce qualcosa attraverso il confronto con

qualcos’altro: basta pensare alle metafore legate al corpo umano (tema importantissimo per il

Cognitivismo e la Linguistica cognitiva), cioè tutto quello che può venire in mente portando un

significato relativo ad un’esperienza di tipo corporeo.

Certi usi metaforici si riferiscono, a livello di Cultura, ad analogie che mettono assieme quelli che

classicamente sarebbero significati molto diversi, per esempio il tempo e lo spazio: frasi come Il

tempo fugge e Si avvicina mezzogiorno mettono in relazione una concezione del tempo vista nei

termini di un movimento spaziale, come se il tempo si muovesse su un piano.

Oggettivamente, non si può dire che una prospettiva cognitiva della Linguistica riesca a dare

ragione a tutti gli aspetti del linguaggio.

Alla fine della Semantica, si è arrivati alla descrizione dei livelli tradizionali della Linguistica, ma

c’è qualcosa oltre alla Semantica: c’è molto che può essere considerato dal linguaggio facendo però

un salto, cioè prendendo in considerazione il linguaggio visto non più nella sua costituzione interna,

ma nel come il linguaggio funziona per comunicare, in qualche modo facendo entrare quello che è

comunque costitutivo del linguaggio.

In qualche modo si passa ad una prospettiva del linguaggio più prossima a quella della

comunicazione; si può cominciare, ad esempio, nell’orientare l’ottica considerando il livello più

alto: si prenda la frase e la si osservi nel suo essere messa in atto, cioè dal punto di vista

dell’enunciato.

Con la frase messa in atto, si arriva quindi ad un livello più concreto dello studio del linguaggio che

in primo luogo si può identificare con quella che viene definita come Pragmatica: non è altro dello

studio di cosa si fa quando si parla.

Parlare è un’azione; rispetto a questa azione del parlare si possono però distinguere anche dei

risvolti, delle caratteristiche diverse; un filosofo del linguaggio, Austin, ha parlato di «atti

l’atto del parlare in sé viene definito

linguistici»: «atto locutivo»; ci sono poi diversi modi per

realizzare gli atti del parlare, diverse modalità di realizzazione del parlare, diverse modalità che si

distinguono per l’intenzione con cui si costruisce una determinata frase: questo modo di realizzare

l’atto locutivo lo fa diventare quello che viene definito che considera l’azione

«atto illocutivo»,

locutiva in relazione a come si pone la frase (anche se normalmente non si parla per fare

c’è un’attesa di risultato e quindi in una produzione di un risultato c’è una

affermazioni);

componente che lo fa diventare un «atto perlocutivo». Per esempio, la frase Il cane rincorre il gatto

è un atto locutivo, che contiene un atto illocutivo (nel senso che ha una certa forma dichiarativa),

mentre per atto perlocutivo di tale frase si vuole magari semplicemente enunciare una situazione di

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

realtà per cui c’è un cane che sta rincorrendo un gatto, realizzare l’azione che sta avvenendo in quel

determinato momento.

C’è una correlazione tra livello illocutivo e livello perlocutivo, cioè tra forma dichiarativa ed

obiettivo di fare un’affermazione forma imperativa ed obiettivo di ottenere un’azione

coerente, tra

quindi che c’è una coerenza tra il livello illocutivo e il

conseguente coerente, e così via: si dice

livello perlocutivo, e questi atti vengono definiti «diretti».

Ma nella lingua c’è a volte un uso diverso: quello che viene definito indiretto è un’azione che si fa

per raggiungere un obiettivo attraverso una strada indiretta.

sostanza, l’atto locutivo è il realizzare una frase di lingua, l’atto illocutivo è quello di aver

[In

realizzato una frase di lingua in una determinata modalità, e infine l’atto perlocutivo è l’intento di

comunicare direttamente un evento. È un tipo di comunicazione diretta.]

Gli «atti linguistici indiretti» guardano un livello illocutivo di modalità di frasi diversamente

realizzato però rispetto all’atto locutivo.

Vi può essere una sfasatura che può realizzarsi con tutte queste modalità: non si parla per ostendere

un’evidenza l’interlocutore

(anche se dal punto di vista della comunicazione va benissimo); può

le affermazioni “ovvie”

vedere da solo certe cose ovviamente, ma possono comunque servire per

ripetere certe cose.

È evidente che la condivisione è assolutamente necessaria perché la comunicazione si realizzi, in

modo che l’enunciato abbia efficacia e valore.

Quando si parla a qualcuno, la comunicazione è bidirezionale; la conversazione ha dei presupposti:

ci sono dei princìpi che regolano la conversazione, e sono stati anche delle teorizzazioni, le

cosiddette “massime convenzionali”.

Grice ha spiegato che quando si ha una conversazione si mettono in atto alcune massime, alcuni

princìpi riassumibili in quantità, qualità, relazione, e modo.

La quantità dice che in una conversazione dev’esserci una certa quantità d’informazione, che

dev’essere sufficiente, non troppa né poca ma adeguata alla conversazione; bisogna che

l’informazione sia vera (qualità) e dare quanto è pertinente (relazione); il modo riguarda invece la

chiarezza con cui viene data questa informazione, cioè il fatto che deve essere efficace.

Questi sono i princìpi attraverso cui si realizza una conversazione, e sono normalmente fatti per

essere disattesi: se non si rispettano, si ha egualmente una comunicazione efficace.

L’interlocutore normalmente si chiede cosa l’emittente abbia voluto dire: ritiene che voglia dire

L’ironia, per esempio, è un’infrazione a queste massime,

qualcosa in relazione ad un contesto. ma

che fa comunque parte della comunicazione, che funziona esattamente così a ben pensarci (secondo

dei princìpi e la loro attivazione).

Alla base c’è che chi agisce nella comunicazione mette in atto il cosiddetto “principio di

cooperazione”: cioè, ci si aspetta che la comunicazione che arriva abbia un qualche scopo, un

qualche fondamento.

a passare sopra all’infrazione di regole pur di accertare che la comunicazione

Si è disposti anche

abbia un senso: si parte sempre dal presupposto che tutti parlino per dire qualcosa, non per

enunciare un’ovvietà o una falsità.

Si provi a pensare se ci si mettesse in testa che, a priori, tutti parlano solo per dire falsità: in tal caso

L’atto linguistico indiretto

si distruggerebbe qualsiasi possibilità di comunicazione. funziona perché

c’è un principio di cooperazione; c’è quindi, all’interno di questo gioco comunicativo, una serie di

princìpi generali che sono la condivisione dell’enciclopedia: dire per esempio che La Luna è sorta

implica un contesto da tutti comprensibile, mentre la frase Le due Lune sono sorte sono

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

comprensibili solo se si ha presente il contesto di Tatooine Guerre Stellari. È un tipo di

enciclopedia a cui si ricorre specificamente.

La presupposizione è tale per qualsiasi tipo di frase si dica: dicendo, per esempio, una frase in cui il

soggetto è il fratello dell’emittente, qualsiasi sia l’argomento della frase, il minimo che si può

comprendere è che l’emittente non è figlio unico; è un’informazione supplementare che viene data

non dall’enciclopedia o dalla ma dalla presupposizione dell’affermazione stessa.

comunicazione,

18/2/2013 (anche se quest’ultima

Tutte le considerazioni sulla Sintassi e alla Semantica va oltre i confini della

frase) riguardano una classe di enunciati chiamati «frasi» (che usualmente viene esemplificato con

una serie di produzioni linguistiche abbastanza anomale ma usuali per i manuali, caratterizzate da

l’atto linguistico è un’altra cosa: il

una relativa brevità e semplicità organizzativa), comportamento

linguistico si manifesta anche attraverso enunciati molto più complessi di quelli fin qui analizzati:

se si ipotizza di analizzare l’inizio della lezione, ci si rende conto che l’insieme di quella non è

una dall’altra, e

costituito da frasi strutturalmente semplici e brevi, né scollegate che è la testualità è

fatta di una serie di frasi che sono connesse fra di loro non solo per il fatto che riguardano lo stesso

può, per esempio, esistere un’avversativa

tema, ma anche per il fatto che non se non esiste una frase

precedente con la quale si crei appunto un rapporto avversativo.

Nelle frasi che sono pronunciate vi è una serie di segnali formali che dimostrano che non si

c’è un rapporto di

dovrebbe trattare di frasi isolate messe in fila casualmente, ma che fra esse

connessione e dipendenza. Questa struttura sovraordinata è il testo.

all’interno del testo,

Esiste una serie di rimandi, fra elementi che si possono definire pieni e una

serie di elementi che da questi punti d’attacco traggono il loro significato e prendono il nome di

punti di catene foriche.

Dal primo punto d’attacco dipende, all’interno del testo, tutta una serie di altri elementi che non

sono pieni, che non significano di per sé, ma che significano in relazione al punto d’attacco: lo

spazio che sarebbe in una struttura frasale riservato al punto d’attacco prende il nome di elemento

zero [ø], che riceve il suo significato in quanto si riferisce a qualcosa che precedentemente è stato

esplicitato (per esempio un soggetto).

Il pronome (da elemento vuoto quale è) si riempie di significato soltanto se in relazione col punto

d’attacco, a partire da esso.

Questi fatti mostrano come nel comportamento linguistico le frasi si combinino in enunciati più

vasti, complessi, all’interno dei quali ciascuna frase assume un suo significato: quindi, se si chiama

l’insieme più ampio di frasi «testo», ancora una volta ci si accorge come il principio di

composizionalità (quindi di insieme di elementi che si sommano fra loro ma valgono di più della

loro somma) funziona ancora una volta a livello di lingua.

La Linguistica testuale, dunque, parte dal presupposto che il testo non sia un insieme di frasi, il

senso di un testo, il modo di funzionare di un testo, non sia nella somma dei significati né nei

lessemi né nei sintagmi, ma che vi sia una sua peculiare struttura, una sua peculiare modalità di

C’è il linguaggio verbale umano che un codice come altri

funzionamento a livello semiotico. usato

per significare, ma nel significare esso ha una sua peculiarità: esiste una specificità nel

funzionamento semiotico del linguaggio verbale umano, la quale specificità produce testi, insiemi di

frasi connesse fra di loro da degli elementi strutturali e dalla capacità di veicolare un senso.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Se le cose stanno così, bisognerà interrogarsi se sia possibile elaborare una Grammatica peculiare

della testualità: se il testo non è un insieme di frasi, bisognerà domandarsi se è possibile elaborare

una Grammatica che sia testuale e che non si limiti più ad avere solamente come massima

estensione di applicazione la frase.

La Retorica antica aveva già identificato per conto suo una struttura che sicuramente si può

chiamare testo: aveva distinto figure di parola da figure di discorso (le prime sarebbero la metafora,

le secondo l’ironia), fenomeni che lavorano sulla singola espressione lessicale distinti da fenomeni

nell’insieme

che lavorano della testualità, il cui senso è dato da un loro modo specifico di

funzionare in relazione ad un contesto linguistico/extralinguistico.

Quintiliano distingueva discorsi che stanno insieme per ammasso di cose da quelli in cui ci fosse un

(un’organizzazione complessa):

insieme di cose fra loro connesse quindi la nozione di testo si può

considerare latente già nelle considerazioni metalinguistiche dell’epoca

sicuramente antica, ma già

negli Anni ’70 si può riscontrare l’inizio di un interesse più specifico per la testualità, fatta da più

d’una somma di frasi. La riflessione scientifica su questi aspetti comincia in quegli anni da parte di

studiosi che hanno formazioni provenienti da vari àmbiti disciplinari: perciò, per un italianista il

come la (tutti quelli che hanno un’implicita

testo è un’opera Divina Commedia o I promessi sposi

attribuzione di valore letterario), per un filologo un testo è un qualcosa che va a costituirsi sulla base

di un altro lavoro, per un linguistica tutto ciò che viene messo in atto in un qualsiasi momento.

Questa difformità dipende dal fatto che le discipline da cui provenivano gli studiosi che per primi

hanno iniziato a focalizzare la loro attenzione sulla testualità discendono da discipline con

epistemologie e metodologie diverse: così, arrivare ad una definizione univoca di testo è ancora

oggi praticamente un obiettivo che non è stato raggiunto, perché, per esempio, chi si occupa di

Letteratura considera testualità quella scritta letteraria, ma rimane comunque una testualità

organizzata in modo da rispondere agli standard dello scritto; per un linguista la prospettiva è

invece assolutamente diversa.

Il testo sicuramente è un discorso organico, un’unità che per queste prospettive di lavoro ha soltanto

un unico tratto in comune, quello di veicolare un senso: se si cerca nelle diverse definizioni di testo

un tratto comune, questo non è tanto un tratto definitorio quanto un tratto funzionale, quello della

capacità di veicolare un senso linguistico/extralinguistico. Questa unità di senso è coadiuvata da

unità di tipo strutturale, formale: c’è una serie di mezzi che assicurano la compattezza del testo;

questi due aspetti prendono il nome di coerenza (l’unità di senso di tipo sostanziale) e di coesione

(l’unità di tipo formale).

La coesione è l’insieme dei meccanismi di cui un testo si serve per garantire/sigillare il

collegamento fra le due parti (è un criterio superficiale di tipo formale): qualunque elemento serva

per garantire la coesione di un testo, si dice elemento coesivo; un enunciato che presenti in modo

regolare questi elementi si dice enunciato coeso: gli elementi che garantiscono la coesione si

chiamano coesivi. Tra i fenomeni che garantiscono la coesione il primo è quello dei cosiddetti punti

d’attacco; elementi che non sono punti d’attacco

gli altri trovano la propria referenza grazie al punto

d’attacco: quindi all’interno dell’enunciato si può vedere come rappresentata una serie di sentieri

che conducono da elementi che non hanno una propria referenza al di fuori del testo verso gli

elementi che questa referenza al di fuori del testo dànno. Se il sentiero procede da sinistra verso

destra e dall’alto verso il basso, si parla usando una metafora che viene dalla visualizzazione

convenzionale del testo scritto. A seconda che queste catene procedano in un certo modo, si parlerà

di fenomeni anaforici o cataforici: questi circuiti degli elementi vuoti prendono il nome come

fenomeni di foricità.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Che l’elemento venga o stia prima o dopo l’elemento vuoto, si parlerà rispettivamente di anafora e

di catafora: è un rimando alla visualizzazione del testo scritto.

Questi fenomeni formali che garantiscono la coesione sono fenomeni idiolinguistici (ogni lingua

tant’è

funziona, a questo livello, in modi diversi: ha meccanismi diversi per garantirne la coesione,

vero che lo stesso testo in un’altra lingua sarà coesivamente diverso).

elementi che più vistosamente operano all’interno del testo come coesivi sono i deittici in

Gli altri un punto d’attacco.

rapporto ad Si distingue una deissi interna da una esterna, cioè quegli elementi

un attacco all’interno del testo, e quelli che rimandano

che rimandano ad invece ad un punto

d’attacco all’esterno del testo.

Queste catene foriche all’interno del testo s’intrecciano, si sovrappongono: importa che ci sia

l’obbligo di riprendere l’elemento pieno per disambiguare il testo. Il testo funziona meglio se si

riprende l’elemento nominale pieno, cioè se si ribadisce qual è l’elemento nominale che determina

la referenza degli elementi vuoti che a questo si riferiscono: le catene foriche si sovrappongono,

in cui elementi dell’una e dell’altra si scavalcano

trovano punti detti «archi» e quindi impongono

poi dei mezzi di ripresa formale per disambiguare la referenza.

come ad esempio l’azzeramento del

Le catene foriche sono soggette ad una certa regolarità,

soggetto quando due anelli della stessa catena si susseguono immediatamente: quindi a brevissima

distanza nel testo è possibile avere un verbo senza soggetto perché lì l’elemento zero funziona da

soggetto. In tutti i punti in cui le catene si sovrappongono c’è bisogno di riprendere la catena di

lunghezza dell’intervallo varia a seconda del funzionamento: c’è la necessità di riporre

nuovo; la nel

testo un elemento pieno; ci sono infatti degli intervalli massimi di funzionamento del rimando

attraverso la catena forica dell’elemento pieno. Queste regole sono delle linee di tendenza generali

che però hanno un valore abbastanza vincolante: si potrebbe sì dire, in Italiano, una continua

ripetizione del soggetto, ma la tendenza generale è vincolante in una testualità che non voglia,

attraverso questa ripetizione, esprimere dei sensi particolari.

Vi sono diversi gradi di coesione nelle diverse forme.

Questa questione dell’elemento zero permette di riformulare in termini testuali un fatto imparato

nella Grammatica tradizionale (quella distinzione di lingue a soggetto obbligatorio che non

ammettono elementi zero e di lingue a soggetto nullo che ammettono l’ammissione del soggetto).

come fenomeno d’ellissi, ma non è solo questa l’ellissi: non è solo l’uso

Questo viene insegnato

dell’elemento zero.

Nell’omissione del soggetto non si ha solo un caso di ellissi, e ci sono altri fenomeni di ellissi e

questi che stanno al posto dell’elemento cancellato si chiamano «proforme»: un verbo come to do in

di un’intera

Inglese, ad esempio, è una proforma, un fenomeno di ellissi, perché sta in sostituzione

frase (nel caso di una risposta ad una domanda).

Le proforme si distinguono in due tipi: per la loro natura (pronomi, verbi, etc.) e per il loro punto

d’attacco (che può essere unico oppure un’intera frase).

Si possono avere punti d’attacco che quindi possono essere elementi semplici o anche frasi intere.

La referenza è da intendersi come elemento che sta all’esterno della lingua, al quale un elemento

che sta nella lingua si riferisce.

Il problema della referenza, del rapporto con gli elementi che stanno al di fuori del testo, instaurato

il modo diverso dagli elementi pieni, è che questi hanno la capacità di stabilire un rapporto diverso

che rimandano a loro volta alla referenza (che a sua volta è data dall’elemento

da quelli del testo,

nominale pieno).

Il soggetto funziona da punto d’attacco nel testo, o da capo-catena forica.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

La vicinanza di un primo o di un secondo anello consente quel fenomeno di ellissi che si può fare

soltanto a brevi intervalli laddove non vi sia stato un arco (cioè una sovrapposizione fra due catene).

La referenza esterna è determinata da un elemento, e gli altri acquisiscono un loro significato in

rapporto a quell’elemento (e quindi non hanno un rapporto diretto con la referenza esterna al testo),

ma hanno una forza referenziale che è diversa. Le catene foriche possono funzionare sia con

rimandi anaforici sia con rimandi cataforici (vi sono cioè elementi che possono essere sia prima che

dopo l’elemento vuoto), e laddove si verificano degli archi si ha la necessità di ribadire la referenza

perché le catene foniche altrimenti non funzionano e non sono in grado di garantire la coesione.

Questi elementi nominali pieni prendono il nome di referenti testuali: il referente testuale è ciò di

cui parla il testo, si instaura tramite un elemento nominale pieno; la sua instaurazione avviene o

attraverso un elemento nominale pieno o anche attraverso un’altra tipologia di fenomeni, quelli dei

cosiddetti fenomeni di frame (la propria esperienza è in qualche modo categorizzata in schemi

mentali per i quali si predispone una serie di referenti).

[Una lingua come il Latino, che non ha articolo, usa altri mezzi: sono differenti i mezzi con cui

l’Italiano e il Latino segnano questi punti nel testo.]

Il procedimento di frame indica che nel momento in cui si instaura un referente testuale si attivi

anche tutta un’altra serie di referenti che normalmente sono presenti nella propria esperienza di

quella cosa. Detto più semplicemente, si deve distinguere assolutamente la referenza e la capacità

referenziale degli elementi nominali pieni e degli elementi che fungono da punti nella catena forica,

perché qui si parla di referenza in rapporto a quello che sta al di fuori della lingua.

Si può portare al centro del discorso dei referenti testuali attraverso il rimando ad esperienze già

compiute: è chiaro quindi che un qualche posto, per esempio, sia fatto in un certo modo.

Ci sono degli elementi testuali che sono sempre presenti e attivi nel discorso.

La referenza extralinguistica e il referente testuale sono due cose assolutamente diverse.

Oltre alle proforme, esistono anche degli altri tipi di coesivi: importanti sono i cosiddetti connettivi

(cioè un elemento che presuppone un elemento che venga prima con cui connettersi, anche se

quell’elemento non è inserito nella porzione di testo che si sta considerando).

Esiste anche un fenomeno di ellissi dei connettivi: certe strutture che non sono paratattiche ma

comunque sono l’accostamento di frasi che hanno una dipendenza e quindi trovano un punto

d’attacco, implicano la cancellazione di connettivi. Vi sono comunque dei connettivi che non

possono essere cancellati perché la loro ellissi possono compromettere il significato del testo: il

periodo ipotetico, per esempio, non può presentare una possibilità di ellissi.

Tutti questi sono mezzi formali che funzionano all’interno del testo in modo specifico in ciascuna

lingua e sono meccanismi di coesione; altro meccanismo della coesione è la dipendenza dei tempi e

dei modi verbali (meccanismo strettamente idiolinguistico).

Se tutti i meccanismi si mantengono all’interno di certi range di variabilità previsti ed attesi per

quel tipo di testualità, allora si dice che quel testo è coeso. A seconda dei diversi tipi di testualità

dell’occasione comunicativa, ci sono delle attese di rispetto di

(orale, scritta, più o meno formale),

certe norme (della Grammatica) che sono diverse.

Le occasioni comunicative importano dei range (quindi delle possibilità di variazione)

dell’adeguamento di alcune modalità espressive (sia a livello fonetico, sia a livello morfologico, sia

a livello sintattico, sia a livello lessicale).

Il giudizio di coesione riguarda la formalità del testo, mentre quello di coerenza riguarda la

sostanzialità del testo (cioè se quel testo risponde a quell’interrogativo postosi all’inizio): non ci si

interroga se l’argomento sia aderente o no, ma se si veicoli un senso.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

La coerenza, cioè la capacità di quel testo di veicolare un senso, non scaturisce dai meccanismi

della coesione: ne è supportato, eventualmente, per alcuni meccanismi della coesione, ma scaturisce

dal suo rapporto con il contesto extralinguistico.

19/2/2013

La quiddistas della testualità sta nella sua funzionalità nel veicolare un senso, in quanto lingua in

atto. Le lingue sono coese non tanto per la loro natura, ma quanto per quella del tempo linguistico

come elaboratore d’informazione.

Nel momento in cui si passa alla considerazione della lingua in atto, cioè della lingua che funziona

per comunicare perché è appunto uno strumento che funziona per comunicare, bisogna occuparsi di

certi aspetti. E il fatto che gli utenti linguistici siano dotati di una limitata capacità di trattenere in

memoria informazioni (cioè del materiale testuale) al fine di elaborarlo, probabilmente fa in modo

che se si producesse un insieme di enunciati senza correlazione fra loro, questi sarebbero

difficilmente utilizzabili dall’utente linguistico in generale se non si supportasse questa produzione

dei segnali di continuità: si farebbe fatica a gestire l’insieme delle

questo discorso con dei coesivi,

informazioni che vengono trasmesse. di uno stesso frammento di testualità la

La rete dei coesivi e dei connettivi segnala che all’interno

perdita di legami i coesivi indica che si ha sostanzialmente cambiato discorso: i vantaggi offerti

dalla coesione, se da un lato permettono di gestire meglio l’informazione che passa attraverso il

dall’altro

mezzo della lingua, importano che nella lingua si verifichi una serie notevole di fenomeni

di ridondanza (la ripetizione della stessa informazione). I fenomeni di ridondanza in alcune lingue

sono più consistenti, e in altre meno. “linguaggio

Paradossalmente, un caso particolare di utilizzo linguistico è quello del cosiddetto

telegrafico”, in cui è possibile una compressione del testo per cui tutto quello che sembra superfluo

viene cancellato: perciò una frase può essere compressa con un testo nel quale tutti i sistemi di

coesione (riprese per proforme, preposizioni e così via) vengono annullati. Si può quindi ottenere un

testo con una struttura particolare in cui c’è una semplificazione dei meccanismi degli indici formali

della coesione: è un po’ quel tipo di semplificazione che compiono gli utenti linguistici

apprendendo una seconda lingua; può capitare infatti di sentire realizzare forme di lingua

semplificate, con prevalenza di fenomeni di accostamento di strutture fatte di elementi nominali ed

elementi verbali in cui tutto il sistema dei coesivi è cancellato.

Alcuni elementi sopravvivono, altri vengono cancellati: i limiti della compressione

dell’informazione (cioè fino a che punto è possibile cancellare porzioni dell’enunciato senza

distruggere l’informazione - si può quindi dedurre che vi sono degli elementi che vanno conservati

nell’enunciato e altri che possono essere soppressi, funzionali ad un certo utilizzo del testo-)

vengono stabiliti secondo un criterio di scelta di elementi essenziali; quegli elementi che possono

essere soppressi non sono marginali, ma funzionali ad un certo tipo di comunicazione del testo. Si

può sottolineare l’informazione ripetendo più volte con parafrasi, usando coesivi, forme sinonime,

per attirare l’attenzione in certi punti.

L’enunciato è organizzato in modo composizionale: è fatto da una serie di clausole che sono

connesse fra di loro; se le clausole sono più d’una si creano delle relazioni che possono essere

descritte essenzialmente in termini strettamente sintattici: la Grammatica tradizionale infatti ha

intanto elaborato la prima grande distinzione fra clausole coordinate e clausole subordinate; inoltre,

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

le relazioni di dipendenza possono essere segnate da materiali linguistici specificamente delineati o

di altro genere, per cui la Sintassi tradizionale ha elaborato tutta una tassonomia sulla base di una

dettagliatissima classificazione delle congiunzioni coordinanti e subordinanti, che rimane tuttora in

uso per riferirsi al comportamento delle varie clausole in relazione fra di loro.

l’attenzione su elementi che

Non bisogna focalizzare la Grammatica tradizionale ha insegnato ad

un’analisi

individuare per fare che fosse adeguata alle esigenze e competenze scolastiche, ma si

perché da un lato sono comode e dall’altro sono più

usano comunque queste categorie,

comprensibili. Queste che si stanno descrivendo sono le descrizioni logico-semantiche che si

connettono nell’enunciato.

Le diverse clausole non si combinano casualmente fra di loro, ma in un modo che sia adeguato,

funzionale, all’accrescimento del cosiddetto “dinamismo comunicativo”: vuol dire che

nell’impiego, nell’utilizzo, della lingua per comunicare si instaura tra emittente e ricevente un

processo comunicativo per cui c’è un continuo accrescimento dell’informazione condivisa; nel

qualcosa, in un’interazione comunicativa, viene posto da uno dei due parlanti,

momento in cui

questo diventa un’informazione condivisa, e sulla base di questo il dinamismo comunicativo

in modo che a questo si possa aggiungere dell’altro e la piattaforma d’azione

procede condivisa

possa ampliarsi: accresce continuamente la quantità di informazioni condivisa fra parlante e

ascoltatore. Da questo punto di vista, i testi, se visti come complessi insiemi di clausole, si

viene lanciata un’informazione

potrebbero definire come dei sistemi ad alimentazione continua: che

a cui si aggancia l’informazione successiva, che consente,

diviene condivisa e ponendosi per così

dire come una piattaforma di lancio, ulteriori informazioni successive; rendendo possibile una sorta

si arriva dall’informazione data a all’informazione

di effetto pendolare, nuova.

Il testo è quindi ad alimentazione semantica continua: si ha sempre la possibilità di aggiungere

nuove informazioni a quelle che già sono condivise, di agganciarsi con altre relazioni a ciò che è

divenuto informazione condivisa. Si ha sempre la possibilità di aggiungere nuove informazioni a

quelle che già sono condivise.

Alcune relazioni logico-semantiche sono simmetriche, altre non lo sono: si può certe volte invertire

l’ordine delle clausole e il rapporto non cambia.

Un connettivo può essere soppresso con la sola giustapposizione delle due clausole.

Sono state tentate varie classificazioni che hanno però appesantito lo studio di questi aspetti: molto

schematicamente Halliday distingue le relazioni logico-semantiche in due tipi: si tratta delle

d’espansione (quella più frequente, quella che più realizza l’effetto pendolare

relazioni vistosamente

mettendo una conoscenza data con una conoscenza nuova e ampliando quindi la conoscenza data,

l’esemplificazione/la

che a sua volta si presenta in tre forme: parafrasi -esempi, illustrazioni più

specifiche per una formulazione più generale, un uso di un termine comune per indicare uno

l’estensione

specifico tratto individuato in un modello-, -si ha quando una clausola aggiunge nuovi

elementi: è un tipo di relazione fra clausole estremamente frequente-, e la localizzazione e

circostanza -sono delle relazioni che offrono degli elementi circostanziali, che stabiliscono fra le

clausole un certo tipo di relazione di dipendenza-) e in relazioni di proiezione (si creano quando una

clausola è la rappresentazione indiretta di un’altra formulazione linguistica, quindi si tratterebbe di

quelli che vengono insegnati come discorsi diretti -in cui una delle due clausole riporta un discorso-

e discorsi indiretti). Il fatto che vi sia un certo tipo di relazione, cioè quello di proiezione fra diverse

clausole, in Italiano è riconoscibilissimo dalla curva intonazionale (si parla quindi di clausola

citante -quella che introduce- e di clausola citata -quella che viene riportata nel discorso diretto tra

Nell’enunciato con discorso indiretto non si riporta soltanto un insieme di parole, ma

virgolette-).

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

anche un discorso attraverso cui è possibile riportare, riferire, non solo parole pronunciate col

discorso diretto, ma anche pensieri, modi di porsi rispetto alla realtà che si sta definendo.

Mentre una clausola citata che riporti un discorso diretto può soltanto riportare parole, frammenti di

produzione linguistica, si può riferire qualcosa di più generale: è chiaro che si possono realizzare

vari incroci di relazioni logico-semantiche.

La coesione è un criterio distintivo per la testualità, ma non è un criterio né necessario né sufficiente

alla testualità, per la quale criterio veramente essenziale è la coerenza. Si fa quindi riferimento alla

capacità di veicolare un senso, e questa veicolazione di senso è legata ad una continuità tematica.

È molto noioso precisare i requisiti che un testo deve avere per essere coeso, ma è molto difficile

invece definire i requisiti che un testo deve avere per essere coerente: la coerenza è infatti una

strada che ciascun parlante ha la competenza per ricercare, di volta in volta, per ciascuna singola

testualità; la stessa espressione linguistica per la quale valgono, dal punto di vista della coesione, le

stesse modalità descrittive funziona in contesti diversi per veicolare sensi diversi: ed è il parlante

che ha la capacità di volta in volta di individuare quale sia la strada per individuare la coerenza di

quel testo. procede per tentativi nell’individuarla:

Nella strada della coerenza ciascun parlante ogni volta che

qualcuno si rivolge a qualcun altro, costui cerca sempre nelle su preconoscenze delle cose e del

Mondo le motivazioni della coerenza; si cerca di rintracciare il pacchetto di conoscenze condivise,

con l’interlocutore, che fa scaturire la coerenza del significato, cioè la sua capacità di veicolare non

un insieme di significati ma un senso specifico in quella determinata situazione.

Ciascuna produzione linguistica in atto funziona in quel momento, in quella volta, in un modo

specifico: quindi, la coesione come criterio formale è costituiva del testo, ma non è essenziale per i

suoi fini comunicativi, perché il parametro con cui si può osservare se funziona il senso del testo per

veicolare un senso è quello della coerenza.

Gli elementi che garantiscono la coerenza possono essere in altre porzioni dello stesso testo.

Per spiegare il funzionamento della coerenza, è necessario ricorrere a considerazioni di livello

diverso, di tipologia molto diversa rispetto alla coesione: è possibile individuare le linee generali di

tendenza culturale.

Il pacchetto di conoscenze che di volta in volta devono essere attivate va a colmare quelle lacune

che sono nella testualità: i testi possono essere compressi fino a pacchetti condivisi che permettono

di reintegrarli, ponendo al posto giusto le informazioni che mancano.

Il concetto dei frame fu introdotto nel 1975 da Marvin Minsky, che si occupava dei problemi

dell’intelligenza artificiale: era un problema che riguardava la percezione di un’esperienza passata

e la categorizzazione di un’esperienza già fatta che lascia delle conoscenze

(che ciascuno conserva)

che possono essere attivate di volta in volta quando delle lacune nella produzione linguistica

debbano essere integrate.

Il vantaggio dei frame è quello di permettere di dire con poche parole molte cose: consentono di

omettere una quantità di informazioni che possono essere supplite dal ricevente, che di solito

già somiglianti a quelli dell’emittente:

possiede dei frame ciascun tipo di frame contiene delle entità

che si chiamano terminali, che sono attivati dalle prime parole del testo e che chi usufruisce del

testo si aspetta che vengano riempiti.

Si attivano anche come referenti testuali, e quindi a questi ci si può riferire con elementi che

formalmente segnalino la loro presenza come attivati: si tratta di un meccanismo di tipo sostanziale

(e non più formale come nel caso della coesione).

All’interno delle varie tipologie di frame che sono state elaborate, si distinguono più semplicemente

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

i cosiddetti copioni e i piani (si dice quindi che i vi sono dei frame che funzionano come copioni, e

dei frame che funzionano come piani): il copione è una struttura di sollecitazione e risposta da parte

degli interlocutori che si ripete più o meno sempre allo stesso modo, creando nel protagonista della

conversazione delle attese (alle volte la non-condivisione dei frame impedisce la comprensione

della conversazione); mentre i copioni descrivono delle azioni che si svolgono e si ordinano in

sequenza (c’è un per cui è atteso che un’azione A preceda/segua un’azione B), i piani sono

frame la coerenza dell’ordine delle azioni in una finalità.

invece quelli in cui si attende

Il frame è quella struttura che riaggiusta le eventuali imperfezioni della struttura linguistica, che fa

in modo che attraverso la precedente esperienza di quella stessa situazione la condivisione

e schematizzazione di quel tipo di esperienza vissuta si possa integrare ciò che

dell’organizzazione

nella comunicazione non viene espresso. È il collante, dal punto di vista del significato, esattamente

come tutti quei meccanismi di coesione funzionano sul piano della coesione formale: tutto ciò

contribuisce all’efficacia predicativa (che il linguaggio verbale umano funzioni come codice per

C’è una specifica funzionalità in àmbito semiotico.

veicolare sensi in un modo particolarissimo).

L’uso delle espressioni linguistiche produce effetti di senso diversi anche solo se si prendono in

considerazione diverse possibilità.

Il significato dipende anche da chi è l’emittente: pure la stessa espressione linguistica può

funzionare in modi differenti a seconda del contesto.

La peculiarità di funzionamento semiotico del codice che è il linguaggio verbale umano sta proprio

in questa sua possibilità di veicolare infiniti sensi in relazione alle infinite e possibili situazioni

comunicative. I meccanismi formali regolano la produzione linguistica come questa si mantenga

all’interno di quei range che sono accettabili a seconda delle situazioni comunicative; ma questi

meccanismi di coesione possono essere sospesi perché esistono delle particolari condizioni per cui

la coerenza subentri anche in mancanza di essi.

Più si conosce, più si comprende; meno si conosce, meno si riesce ad integrare, tant’è vero che una

traduzione, per esempio, può rendere meno che in lingua originale, in quanto la traduzione non è la

semplice conversione da un codice ad un altro codice: le lingue non condividono in tutto sistemi di

significato e i riferimenti storico-culturali e i pacchetti di conoscenze che i parlanti di una certa

lingua condividono non sono gli stessi. Anche la condivisione di un certo momento storico e

culturale gioca un certo rilievo.

La diacronia dell’analisi mette facilmente in evidenza che due persone vissute in due epoche diverse

non condividano gli stessi elementi culturali.

20/2/2013

Bisogna tenere presente che la prospettiva del testo non è una prospettiva antitetica e contrapposta a

quella dell’analisi del linguaggio in livelli gerarchici: è una prospettiva che la integra, tant’è vero

c’è una gradualità per cui si arriva, tramite livelli successivi,

che in qualche modo ad integrare

progressivamente gli aspetti della comunicazione entro quella griglia di organizzazione formale del

linguaggio. Si tratta quindi soltanto di diverse prospettive di approccio in cui una sequenza, una

produzione di linguaggio, può essere vista nel suo aspetto formale (cioè nella sua organizzazione, e

questo secondo i piani dei livelli gerarchici) per inserire poi la frase (che alla fine diviene enunciato)

in una prospettiva pragmatica, comunicativa che punta su che cosa si fa quando si parla.

Questo però non vuol dire che non ci siano aspetti di analisi formale anche a livello del testo.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

A questo punto, riordinando un po’ le questioni, si è arrivati quindi a vedere il livello comunicativo

per cui una frase si pone all’interno di una

del linguaggio (il livello comunicativo del linguaggio

situazione comunicativa) e progressivamente per tappe in qualche modo progressive da aspetti

interni della frase ad aspetti esterni del testo si è consentito il completamento della comunicazione.

l’aspetto pragmatico della frase, dell’enunciato:

In prospettiva semiotica bisognerebbe focalizzare

in poche parole, quello che è il presupposto di base è uno dei princìpi della testualità (un principio

fondamentale), quello della cooperazione (cioè il fatto che la comunicazione presuppone

un’intenzione di comunicare e di ricevere). Oltre a questi aspetti, ci sono anche in qualche modo

delle strategie per facilitare l’arrivo dell’informazione a chi riceve, e per sottolineare quelli che sono

dell’informazione che viene data. Alcuni aspetti di tipo informativo sono già

gli aspetti più rilevanti

inferibili dall’enunciato stesso

in qualche modo (il fatto stesso di dire un enunciato che fa spesso

imporre certi dati implica che ci siano informazioni, sia implicita sia esplicita).

In un enunciato si possono dare anche delle informazioni che sono supplementari a quelle

esplicitate dall’enunciato stesso, che costituiscono un surplus informativo in termini economici

rispetto a quello che normalmente l’informazione dovrebbe porre per esteso ogni volta; e da questo

organizzazione che riguarda l’informazione:

punto di vista gli enunciati hanno una loro ci sono

alcuni concetti che vengono messi in rilievo (come il fatto che all’interno di un

semplicemente si identificano due componenti che vengono definite “dato” e “nuovo”).

enunciato normalmente

Partendo dal presupposto che si parla per informare ad un qualche livello, normalmente nelle frasi

c’è una parte dell’informazione che è data e una parte dell’informazione che è nuova. Qualche volta

questa divisione di dato e nuovo coincide (ma non sempre!) con l’organizzazione della frase con i

termini molto classici e tradizionali della considerazione della frase come composta da un tema ed

un rema, una classica distinzione per cui in una frase si dice qualcosa su qualcuno/qualcosa (non si

tratta di aspetti supplementari, ma semplicemente di un modo di considerare alcune componenti):

l’oggetto di cui si parla è il tema e quello che si dice di quest’oggetto è il rema (di solito, nelle

dell’Italiano, il tema corrisponde al soggetto, al sintagma nominale, e il rema al verbo, al

strutture

sintagma verbale). Con tale distinzione, però, diventa più difficile distinguere il dato e il nuovo

(perché la rilevanza di un nuovo è sempre commisurata a quanta informazione si vuole dare).

che all’interno

Altro concetto che molto spesso viene richiamato in una frase è quello del focus,

della frase è in qualche modo l’elemento più saliente, l’elemento di maggiore informatività: nella

struttura dell’enunciato c’è normalmente un’organizzazione formale superficiale di tipo standard, di

tipo non marcato (cioè la frase, come è costituita per esempio in Italiano, ha di base, come forma di

base non marcata, soggetto, oggetto e verbo); una delle modalità attraverso cui far emergere

l’informazione e quello che deve essere più evidente nell’enunciato è per esempio quella di

modificare l’ordine basico, spostando quindi gli elementi rispetto a quella che normalmente

è un mutamento dell’ordine).

dovrebbe essere la loro posizione (in sostanza Due frasi uguali ma con

posizione diversa degli elementi dicono la stessa cosa dal punto di vista della predicazione, ma dal

punto di vista dell’informazione le due frasi si dispongono in maniera diversa, perché in una si ha

un’informazione e nella seconda un supplemento d’informazione mettendo in rilievo un elemento:

si ha quindi uno spostamento che con termine più preciso è detto “topicalizzazione”.

un picco d’informazione,

La topicalizzazione è una delle modalità che ha la lingua per sottolineare

l’intonazione. Di fatto, solo la

fenomeno a cui viene associato anche un altro fenomeno,

topicalizzazione non mette in risalto l’informazione: non è un’informazione sufficientemente

rilevata perché una intonazione neutra va giustificata ed inserita in altri termini. Allora il focus

dell’informazione ha una linea intonazionale diversa.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

Questi aspetti spiegano come a parità di distinzione sintattica ci siano quantità informative diverse

secondo le strategie che vengono assunte ai fini comunicativi.

Il problema della classificazione delle lingue è di fatto, a rigore, un problema che si differenzia in

un’operazione che

quanto ci sono diversi modi per classificare le lingue: classificare è naturalmente

dal punto di vista sia cognitivo sia scientifico è primaria per mettere ordine degli oggetti

organizzando questi oggetti secondo determinati parametri (cosa facile a dirsi, difficile a farsi); il

primo punto da toccare è la definizione di una lingua: in termini di organizzazione è un codice di

comunicazione con tutte le sue caratteristiche specifiche, ma andando alla prospettiva delle lingue

storico-naturali la situazione diventa molto più complessa, perché è molto faticoso sapere quante

sono le lingue parlate (in quanto in certi casi non si ha documentazione sufficiente).

Il problema di definire quante lingue ci siano nel Mondo è dovuto alla difficoltà di identificazione

univoca dei confini di una lingua: per esempio, quante lingue ci sono in Italia? La prospettiva è

parametro scelto; si può dire che in Italia c’è una lingua, che è l’Italiano

varia: varia a seconda del ma si può anche dire che c’è un certo numero di

(e di per sé non sarebbe una risposta sbagliata),

(l’Italiano, il Francese, il Tedesco, e lo Sloveno).

lingue La differenza fra queste due risposte sta nel

fatto che la prima è la prospettive dell’identificazione della cosiddetta “lingua nazionale”;

osservando la realtà, invece, si può notare che accanto all’Italiano ci sono anche altre lingue

ufficialmente in vigore per motivi storico-culturali. all’idioletto.

Con la successiva progressione si arriva, secondo la definizione sociolinguistica,

Ci si può chiedere se tutte le lingue parlate in una Nazione siano uguali (cioè, per esempio, si può

prendere il Veneziano, il Friulano e il Tedesco e dire che sono lingue uguali allo stesso titolo e allo

stesso livello?): sì, perché dal punto di vista della Linguistica generale presentano le stesse

caratteristiche (come si può fare Linguistica generale sul Tedesco, così si può anche fare sul

Veneziano o il Friulano).

Il problema nasce quando si inseriscono parametri che non sono tipici dell’organizzazione

linguistica ma sono dei parametri esterni, che hanno a che fare con lingua pur non essendo oggetto

di studio della Linguistica bensì della Sociolinguistica.

Alla domanda «Quante sono le lingue?» si può identificare la risposta con le lingue della Nazione.

Quello che differenzia una lingua da un dialetto è il fatto che il dialetto ha una formazione culturale

diversa da quella di una lingua.

In una situazione naturale di Geografia linguistica la variabilità areale del linguaggio è una cosa

scontata, perché in ogni situazione naturale (in cui non ci siano interferenze di tipo storico-politico)

comunque da una zona all’altra: è una

la lingua cambia, anche se alle volte in misura impercettibile,

costante delle lingue.

Normalmente non è che in un territorio le persone siano egualmente distribuite, ma c’è un

coagularsi di un’unità comune e quindi in qualche modo definiscono delle varietà con qualche

carattere di distinzione.

Un livello anche minimo di strutturazione del territorio di tipo sociale, non ancora di tipo politico,

determina comunque che vi siano sempre dei centri che hanno delle prevalenze rispetto ad altri.

Inevitabilmente si arriva sempre a scegliere una varietà o ad elaborarne una in qualche modo per

comunicare con tale veicolo comunicativo valido per tutti (il che non vuol dire eliminare le altre

varietà, ma semplicemente selezionarne una per cui vi sia un veicolo in grado di mettere tutti in

comunicazione tra di loro.

In tale modo si produce già una differenza fra lingua e dialetti: il dialetto è locale, mentre la lingua è

sovralocale e consente la comunicazione fra più luoghi diversi.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alberto.longhi55 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di linguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Ca' Foscari Venezia - Unive o del prof Marinetti Anna.

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